Archive for July, 2008
Tutti al mare (come eravamo…)
Forse questo articolo aiuta a capire la mia insofferenza per l’affollamento estivo. Comunque bisogna pur guadagnarsi le indulgenze e imparare a sopportare e inoltre anch’io sono stata una madre costretta a fare slalom moderati tra i bagnanti per rincorrere sulla spiaggia un figlio pestifero, che si tuffava in acqua pur non sapendo nuotare…fino a quando imparò a galleggiare.
Ogni anno torno alla mia spiaggia, a quel che resta di quella spiaggia perché lì è sorto un elitario stabilimento balneare con un comodo solarium frequentato da opulenti clienti iper griffati, quelli che ostentano status symbol, strilli e un presunto esprìt de finesse . Ormai non è più prudente nuotare da una baia all’altra a causa dei motoscafi che sfrecciano di continuo lasciando puzzolenti scie di nafta…non ci sono più i vecchi pescatori, non ci sono tante stelle marine ma solo conchiglie e qualche granchietto, non ho più il coraggio di addentrarmi nelle grotte marine e di mangiare frutti di mare crudi appena pescati. Ma ogni volta che torno lì, penso a quanto sono stata fortunata.
Quando trascorrevo le vacanze estive a casa di mia nonna a Sorrento, vacanze attese e desiderate per tutto l’anno perché ritornavo alle mie radici e ai miei affetti, andavo al mare con zii, zie e cugini. Arrivati a piedi ad un paese di pescatori che sorgeva sulla spiaggia, gli adulti prendevano una barca a remi sulla quale caricavano borse e bottiglie di acqua e noi bambini , sei cuginetti molto affiatati ( dai 6 ai 10 anni), seguivamo la barca a nuoto per arrivare ad una splendida baia, conosciuta da pochi. Lì c’era un mare dalle acque cristalline solcate soltanto da barche a remi di pescatori. Questi ci conoscevano, ci soccorrevano quando ci facevamo male, ci riportavano a riva se eravamo stanchi o in difficoltà . Era la nostra spiaggia fatta di sabbia e scogli. Lì ci raggiungevano gli amici e lì siamo cresciuti insieme per molte estati. Da bambini, ci divertivamo ad esplorare grotte e a giocare nelle sorgenti di acqua ( insomma facevamo una sorta di idromassaggio naturale!), a raccogliere stelle marine e conchiglie, a mangiare ricci di mare e patelle, senza timore di prendere l’epatite, a correre sugli scogli, a fare torte e castelli con la sabbia nera decorandoli con le pietrine colorate. Più tardi imparammo a costruire il vulcano cimentandoci per ore nello scavare pian piano il camino del vulcano, facendo attenzione a non fare franare le pendici …e ci sentivamo soddisfatti quando alla fine di lunghe discussioni raramente pacifiche, per portare a termine il nostro Vesuvio in miniatura, riuscivamo ad accendere la carta sotto e a farlo fumare. In questa, che per noi era una specie di ludica impresa, partecipavano anche tutti gli adulti della spiaggia.
I nostri tatuaggi permanenti erano graffi e tagli sui piedi e sulle gambe, talvolta spine di ricci nei piedi… ma non piangevamo mai troppo perché sapevamo che se ci fossimo lamentati , saremmo tornati prima a casa. In compenso però, al rientro a casa, la sola vista dell’ago bruciato, che serviva ad estrarre le spine dei ricci, bastava a farci improvvisare sceneggiate esagerate, per avere anche due coccole in più,e a turno ci confortavamo dicendoci che non era nulla, ben sapendo che prima o poi sarebbe toccato ad ognuno di noi perché tanto avremmo continuato a disubbidire ai grandi pur di scappare a giocare tra gli scogli.
Stavamo al mare per cinque – sei ore, anche perché andavamo in una baia isolata e lontana dal paese, e facevamo un solo bagno cha durava quanto la permanenza in spiaggia. Non avevamo mai fame perchè eravamo troppo indaffarati a scorrazzare liberi, per cui pranzavamo a casa al ritorno. Per tornare dovevamo nuotare di nuovo fino al paese dei pescatori e poi fare circa un chilometro in salita sotto il sole del primo pomeriggio per raggiungere le auto parcheggiate all’ombra degli ulivi. Due miei cugini ambivano ad arrivare per primi e correvano avanti prendendo in giro me e le mie cugine che, preferivamo non replicare (a dire il vero, non ne avevamo la forza ) e camminare in silenzio ascoltando il frinire delle cicale tra gli ulivi. Un contadino ci aspettava in cima alla salita per offrirci un po’ di granita al limone, che ci sembrava ancor più fresca e dissetante dopo quella sorta di addestramento spartano, cui eravamo ben felici di sottoporci perché la stanchezza non eguagliava quella sensazione di libertà nella natura .
In quella spiaggia abbiamo trascorso anche le estati della nostra adolescenza: eravamo sempre più numerosi, a volte una trentina. Ci conoscevamo tutti e giocavamo a pallanuoto e a pallavolo, facevamo gare di tuffi e di nuoto, senza distinzione tra maschi e femmine. Ma tutto diviene e muta…così finì la pace (egoisticamente nostra) quando la baia fu scoperta anche dai vacanzieri domenicali, amanti degli strilli e delle radio , quelli che sbarcavano dagli yacht con gli ombrelloni con la tenda intorno ( tipo quelle dei beduini del deserto). Sorsero ben presto problemi di convivenza, dal giorno in cui accidentalmente un pallone finì in un piatto di pasta e lenticchie che una mater matronissima reggeva inseguendo per tutta la spiaggia il piccolo destinatario che, ignudo, scappava di qua e di là per sottrarsi all’imboccamento forzato.
Quel piccolo incidente ci rese un po’ consapevoli che qualcosa era già cambiato, che iniziava per noi un nuovo percorso in cui dovevamo confrontarci col mondo circostante.
Intanto la cava di pietra dietro la spiaggia fu venduta e quando iniziarono i lavori per lo sfruttamento turistico di quella zona, iniziammo ad emigrare…io lo ero già da molti anni. Lo studio e il lavoro ci divisero: ognuno di noi ha poi preso la sua strada .
Ma d’estate ritorniamo alle nostre radici ed è sempre bello ritrovarsi lì coi propri figli, coniugi o compagni e continuare a ridere e a raccontarci. Anche se la vita ci ha cambiati, i ricordi di quelle estati spensierate ci uniscono ancora e ci fanno recuperare con un po’ di nostalgia un senso di appartenenza.
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Foodscapes
Foodscapes è espressione dell’originale creatività del fotografo Carl Warner.
Vedere per credere… cliccate sul link qui sotto per aprire la presentazione in pps e successivamente per visionare tutte le diapositive .
2 commentsRidatemi Robin Hood !
Robin Hood è un eroe popolare inglese , leggendariamente noto perché rubava ai ricchi per dare ai poveri. Probabilmente nacque a Loxley nel 1166 e morì a Kirklees Priory nel 1214. Non si sa bene se fu sepolto nel monastero dove fu accolto e curato dalla madre superiora,sua parente, e c’è un’iscrizione di dubbia credibilità su una presunta tomba, oppure nella foresta , esattamente nel punto in cui si narra fosse arrivata la sua freccia e dove Little John avrebbe dovuto seppellirlo in base alle sue ultime volontà.
Protagonista di ballate e racconti popolari, Robin Hood è nato dalla fusione di un personaggio storico realmente esistito ( forse un bandito o un nobile decaduto) e un personaggio leggendario cioè un dio della foresta.
Le leggende moderne lo rappresentano come un abile arciere, un prode temerario che vagava nella contea di Nottinghamshire e si nascondeva nella foresta di Sherwood nello Yorkshire . Ancor oggi molti turisti rivisitano questi luoghi per rivivere un po’il fascino della leggenda. Tra l’altro l’ aeroporto del South Yorkshire ha preso il nome di “Robin Hood Airport Doncaster Sheffield, proprio in onore dell’eroe.
Probabilmente Robin deriva da un nome pre-teutonico (ariete) come l’ariete robinet che ornava i rubinetti delle fontane pubbliche, ma Robin Hood era pure detto Robin Goodfellow cioè Buondiavolo e spesso veniva rappresentato come ariete- diavolo negli almanacchi.
Hood era il ciocco di legno tagliato a Calendimaggio dalla sacra quercia dove si credeva dimorasse il pidocchio del legno, Robin, che scappava al calore delle fiamme. Robin della foresta era un dio decaduto, un folletto che nel medioevo fu considerato dai contadini il dio dell’anno nuovo che vinceva e uccideva il vecchio Inverno (rappresentato in alcune pantomime da un re) per amore di Mad Marian (pazza, furiosa) , nome dato alla Dea madre. Un monaco rinnegato , Fra Tuck, celebrava poi le sue nozze con Merry Mad Marian. Alle orge del calendimaggio si fanno risalire i cognomi inglesi più diffusi Johnson, Jackson e Jenkinson, ad esempio, potrebbero derivare dall’antica usanza di scegliere il giovane più alto e robusto del villaggio per la parte di Little John (o Jenkin), il luogotenente degli “Allegri Compagni”; Robson, Robinson, Hood, Hodson, Hudson, invece, sarebbero i “procreati in allegria” da chi impersonificava Robin Hood, mentre Prince, Lord e King i nati dal Signore del Malgoverno, Re dei bagordi; infine, Merriman e Greenwood sarebbero i figli di padre incerto.
La tradizione popolare si complicò con la presenza del Robin Hood storico, (Robert ,figlio del guardaboschi Adam Hood) di cui si hanno notizie non molto chiare in manoscritti dalla seconda metà del ‘300 in poi. Egli perseguì la strada del fuorilegge e sposò tale Matilda, che ribattezzò “vergine Marian”, Maid Marian. Grazie inoltre alla sua opposizione al clero, Robert venne identificato sempre più col patrono delle pagane feste agricole di Calendimaggio.
Eroe leggendario, sulle cui origini controverse c’è ancora incertezza, è stato un affascinante protagonista di numerosi film sin dal 1908 (film muto Robin Hood and His Merry Men, La leggenda di Robin Hood del 1938, nel più recente Robin Hood: principe dei ladri del 1991 con Kevin Kostner o nella versione comica di Mel Brooks in Robin Hood: un uomo in calzamaglia e in quella spassosa dei cartoni animati di Walt Disney , con personaggi dalle sembianze umane).
Un eroe carismatico che incarnò i fermenti di contestazione e di rivolta di contadini angariati contro i nobili e i potenti ( rivolta che si attuò di fatto nel 1381 segnando la fine del Medioevo): ribelle, libero, astuto, coraggioso, amante delle sfide, al contempo pratico e idealista, indomito, invisibile ma onnipresente, simbolo di apertura tra rigide classi sociali e di passaggio tra epoche storiche.
Ha animato il mio immaginario infantile a lungo …e da adolescente mi incuriosì nella versione moderna cantata da Loredana Bertè circa 30 anni fa. A lei riconosco il merito di essere stata un’innovatrice e di avere saputo cogliere e lanciare con parole semplici temi a tutt’oggi attuali (penso anche alla canzone Fiabe), a prescindere dallo stile musicale più o meno condivisibile.
Nella versione cantata, Robin Hood (1979) appare come un antieroe adattatosi alla società moderna, un vero e proprio trasgressivo delinquente e filibustiere . Indirettamente emerge il rimpianto dei veri eroi, autori di impavide gesta che avevano sempre la certezza di ciò che è giusto e bene e forse popolano ancora l’ immaginario collettivo. Eroi giustificati dai nobili fini e forse non sempre dai mezzi, mossi dal cuore,dal coraggio e dalla fede agli ideali.
Un Robin cambiato perché spodestato dalla nostra limitante e limitata imperfezione e dalle solite piccole gesta quotidiane? O più semplicemente perché non più sorretto dalla nostra romantica credulità, dalla capacità di fantasticare, sognare, sperare e credere a qualsiasi età?
“Gli eroi! Li abbiamo travolti noi, ma che fastidio gli eroi che amavano un po’ di più, che avevan sempre bandiere da fare restare su , ma dove sono gli eroi? Erano meglio di noi, erano meglio di voi, erano meglio gli eroi!”. (Robin Hood -Loredana Bertè)
4 commentsCiao Robin Hood ! Per me non sei mai cambiato. Con mano ferma tendi ancora l’arco guardando verso il cielo per poi scoccare una freccia, senza meta né direzione, ma sempre in alto e lontano.
Diversità uomo- donna
Uomo e donna sono diversi e non solo fisicamente.
Pur avendo entrambi cuore e cervello, provano sì gli stessi sentimenti ma con tempi di reazione molto spesso sfasati ( e questo è il dramma della loro atavica incomprensione ) e ragionano in modo diverso perché hanno diverse priorità .
Sicuramente la loro diversità però è causa d’attrazione, checchè si dica…
Per evitare fraintendimenti esistenziali, ricordo sinteticamente che per la donna la cosmetica è la scienza del cosmo e che “le medesime passioni hanno nell’uomo e nella donna un ritmo diverso: perciò uomo e donna continuano a fraintendersi.” (Nietzsche)
“La donna per l’uomo è uno scopo ( da non confondersi con la scopa, please ), l’uomo per la donna è un mezzo” ( a qualsiasi età).
Per altri chiarimenti in merito rimando a questo post, che mi fa sempre sorridere, e a quest’altro…
Ma non potevo tralasciare immagini che ironicamente riassumono il concetto.
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Ricchi e poveri
Questo post rispecchia una visione esclusivamente personale e non vuole urtare nessuno.
Esistono varie forme sia di ricchezza sia di povertà che nella valenza economica consistono nell’abbondanza, prosperità, opulenza o mancanza o scarsità di sufficienti mezzi di sussistenza, e nel risvolto sociale indicano chi vive nell’agiatezza e chi invece in stato di bisogno.
Povertà e ricchezza però possono riferirsi anche al patrimonio di un paese se si fa riferimento alle sue risorse ( materie prime e bellezze naturali), alle tradizioni, storia e cultura oppure al patrimonio interiore della persona considerando l’esuberanza di mente, di animo, di cuore, di espressione o di fantasia .
Esser ricchi o poveri non è una colpa: è un’ estrema diversità che spesso, in entrambi i casi, provoca consapevolezza e talvolta una sorta di tacito imbarazzo in chi osserva.
La povertà, materiale o spirituale, fa percepire un dislivello, nelle persone più sensibili rispetto solidale e disagio di non riuscire a fare di più: a volte un gesto di piccola generosità ,un’azione di volontariato più duratura o uno scambio di parole allevia un po’ quel senso di colpa latente pur nella consapevolezza che sono insufficienti a rimuovere le cause più o meno profonde di quella condizione.
La ricchezza di idee, fantasia, sentimenti, interessi e passioni provoca stupore se non ammirazione in chi vi si confronta; senso di inferiorità talvolta misto a ritrosia o invidia quando è ostentata quella materiale perché questa forma di ricchezza non fa gentilezza (intesa come nobiltà d’animo) e viene interpretata come insulto alla miseria.
Qualsiasi forma di ricchezza (materiale o spirituale per intendersi) se sfocia nell’avarizia suscita rabbia o compassione. Perché se alla povertà mancano molte cose, all’avarizia tutte (Publilio Siro) e nessun uomo è tanto povero da non poter donare qualcosa agli altri (Romano Battaglia).
Invece l’avaro ( di soldi) è un ricco che non può tenere ad altro se non al denaro. Questa è la sua miseria. Avaro in fondo è chi vive continuamente in miseria per paura della miseria (San Bernardo) e sa vantarsi solo delle sue economie.(Abel Bonnnard).
E’ vero che il denaro non fa la felicità, figuriamoci la miseria ( Woody Allen) ma rende la vita più facile ed agiata, con meno preoccupazioni contingenti.
I ricchi di palanche impallidiscono solo per paura e sono spesso in guerra, in posizioni di attacco o di difesa…ma è purtroppo vero che quando i ricchi si fanno la guerra (di varia natura), sono i poveri che muoiono (Jean Paul Sartre) . Nonostante tutto, il povero è generoso: la sua carità è di voler bene al ricco (Contesse Diane).
Se la ricchezza può essere una convinzione, più o meno rispondente alla realtà, la povertà mi appare quasi sempre una certezza, evidente e percepibile, difficile da nascondere, impossibile da rimuovere alla vista degli occhi o della coscienza.
Ogni riferimento a eventi politici e sociali recenti non è puramente casuale, perché in questo momento ho l’impressione che Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita ( o devono afferrarla per poter andare avanti?), i ricchi possono solo tirare ad indovinare (Charles Bukowski).
Attenzione al finale
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Come una candela ne accende un’altra e così si trovano accese migliaia di candele, così un cuore ne accende un altro e si accendono migliaia di cuori (Lev Tolstoi)
“Siamo come candele accese . Il rosso della fiamma non è l’unico colore, ma solo il più esterno e visibile. Ci sono anche il giallo e il blu: alla base, intorno allo stoppino. Allo stesso modo in noi convivono tre livelli di “combustione”: il rosso delle passioni all’esterno, il giallo delle emozioni e, alla base, il blu dello spirito.Chi passa la vita a inseguire passioni per provare emozioni fa una cosa molto vitale, ma insufficiente ed è per questo che rischia di rimanere sempre inappagato. Per trarre dai sensi tutto ciò che possono darti, occorre lavorare sullo strato più profondo e nascosto. Imparare a cercare risposte all’interno e non all’infuori di te. Altrimenti sarai sempre vittima delle circostanze e degli ondeggiamenti emotivi altrui.”( da “Cuori allo specchio” di Massimo Gramellini )
E’ parte di una risposta che il giornalista Gramellini , attento conoscitore dell’animo umano, ha scritto ad una lettrice su problemi sentimentali.
Mi è rimasta impressa la metafora della candela con la regione blu, che è la più calda, e quella gialla che invece è la più luminosa.
E’ un po’ anche la metafora della vita illuminata dal rosso della passione, dal giallo dell’emozione e dal blu dello spirito. Ognuno tende a captarla nei suoi colori più o meno accesi, a darle il significato e lo stile che preferisce e considera rispondenti ai valori più sentiti, alle proprie inclinazioni naturali, modo di pensare e di agire, sensibilità che possono, ma non sempre, risentire di condizionamenti socio culturali o delle proprie esperienze pregresse.
La candela dà luce e calore, permette quindi di vedere e orientarsi . Resta accesa per la durata che le è consentita solo se c’è ossigeno. Poichè brucia ad un ritmo abbastanza regolare e costante, in passato veniva usata pure per misurare il tempo. Un colpo d’aria può spegnerla…come un inciampo accidentale può esser fatale e spezzarla.
Quale ossigeno alimenta la vita? La fede, il piacere, gli ideali, gli affetti… è lo stesso ossigeno che induce a scorgere il rosso, il giallo o il blu nelle persone, nelle vicende umane e storiche.
Non c’è combustione senza ossigeno. La candela si spegne. Non trapelano né passione, né emozione, né spirito. Nessuna vibrazione dell’anima. Nessuna forma di calore o di luce. Forse solo indifferenza, apatia, oscurità, scansione automatica di azioni ed esclusiva razionalità.
Ma si può sopperire facilmente con la candela elettrica, che si accende e si spegne azionando meccanicamente un interruttore con uno sforzo minimo e che sprigiona una luce artificiale, uniforme senza sfumature e senza tremolio. Non necessita di attenzione per alimentare e mantenere viva la fiamma della vita attraverso le tonalità delle passioni, delle emozioni e dello spirito. L’amore è questo e lo si vive per strati diversi. La vita non è solo passione, emozione e spirito, per carità … ma anche questo.
E mi chiedo quale emozione si provi nello spegnere una candela.
Da bambina mi divertivo a spegnere le candele accese in cappella (mia nonna non mi incaricava di accenderle per timore che incendiassi qualcosa). Per me era un gioco, riuscire ad arrampicarmi sull’altare con lo spegnitoio da dirigere pian piano e poi calare sulla fiamma per soffocarla. Al divertimento però seguiva un senso di delusione nel vedere quegli stoppini neri, arsi, tronchi, senza luce.
Chissà se si prova la stessa sensazione nell’assistere alla morte simulata su sedia elettrica, o giocando a torturare manichini nei videogiochi. Forse chi è abituato alla luce artificiale delle candele elettriche, automaticamente le accende e le spegne, non può scorgere la sfumatura blu dello spirito nè percepire la graduale e ritmata scansione della propria dimensione interiore .
6 commentsE fatevi ‘na risata.
Gli antichi Greci credevano che la risata destabilizzasse l’ordine costituito (Platone) per cui era vietata ai discepoli (Pitagora) o doveva essere moderata ( Socrate).
Gli inglesi, famosi per l’humor sottile, vedevano nella risata un’espressione di superiorità, potere e gloria. (Thomas Hobbes). Fu poi intesa come percezione di un salto logico (Arthur Schopenhauer ) o meccanismo di difesa e valvola di sicurezza per sfogare energia repressa. (Sigmund Freud ).
Oggi è stata definita patrimonio dell’umanità. In suo onore hanno organizzato raccolte di risate, ricerca di risate smarrite nei centri commerciali , adozioni di risate a distanza sottratte alla strada, represse nelle aule giudiziarie, nelle carceri e negli ospedali…furtive nelle scuole e nelle chiese, gradasse negli stadi e nelle caserme, sonore nei teatri e nelle piazze.
La risata è una risposta emotiva che esprime ottimismo, divertimento, piacere, spensieratezza…a volte rabbia , disprezzo e umiliazione, più di rado disperazione. Fa parte di un linguaggio sociale universalmente compreso e proprio di ogni cultura; stabilisce un’ intesa empatica, un legame solidale, un consenso o un’esclusione. Inoltre distingue l’uomo dalle bestie (Aristotele): infatti pare che gli animali non ridano. Eccezion fatta per le scimmie confermandone la nostra affinità ( basti vedere gli ominidi ridentes fuori dei bar al passaggio di una pulzella J) . I primati ridono per giocare, per finta lotta e solletico… insomma in seguito a contatto fisico. Tra gli umani questo atteggiamento, invece che una fragorosa risata, può provocare una reazione contraria che si sostanzia in un solenne schiaffone al rimbalzo, a mò di Anna Magnani .
Tutti ridono e ad ogni età: il bambino che ride è cuor contento, il ragazzo è sereno, il giovane è spensierato e fiducioso, l’uomo è ironicamente saggio soprattutto quando riesce a ridere di se stesso e a sdrammatizzare in ogni circostanza.
Insomma, come diceva Leopardi che non era certamente un campione di risate:
“Chi ha il coraggio di ridere, e’ padrone del mondo.”
Quale fatto o episodio ha suscitato una vostra solenne risata?
1 commentOpera buffa bis
I toni della politica italiana più recenti , richiedon toni altrettanto striduli e forti nei commenti per manifestar il mio diffuso scontento e disappunto.
Quanti personaggi! Chi per fede, chi per innate virtù si discostan tanto dai nobili cavalieri di re Artù.
Ha osannato ed incitato alla guerra di liberazione, anzi ad una vera e propria rivoluzione , di 300000 novelli paladini ha minacciato transumanza, annunciando il di lor martirio con baldanza, in nome di un federalismo padano, da far valer- se necessario- coi fucili in mano. Altro teatral spettacolo, prova di democratica correttezza ricettacolo, è più recente ed ha indignato la comune gente…perché con gesto volgare disprezzò l’inno nazionale, oltre come al solito le istituzioni e Roma capitale.
Ancor ‘sto senatùr dà prova di esser dur ma di cervice, e si vanta di accoglier consensi come un’araba fenice, consensi elettorali ha avuto perché il popolo italiano la sua sicurezza ha temuto. Basta con toni beceri e volgari, basta a chi attacca la miss oltre i calendari. Mi son stufata di sentire ‘sta gente, eletta a nostra rappresentante, ricorrere a toni e modi provocatori e semplicemente scostumati e diffamatori. Se io domani andassi in piazza e ben ritta sulla mia stazza, osassi dire un decimo di quanto lui si è finora permesso, credendo di stare seduto non su scranno ma su un cesso, di sicuro sarei dal lavoro rimossa e dritta dritta alla galera promossa.
Chi rappresenta gli organi istituzionali dovrebbe avere un po’ più di stile, a prescindere dallo schieramento perché a tutto il popolo funga da esempio. E mi son pure scocciata di apparir risentita e piccata, ma forse tacer non si può più, di esemplari senza alcun tabù. E se ciò significa esser dur non solo d’intelletto, come tuona il senatùr amante di questi modi di parlare, è solo perché gode, ma non per il fatto sopra detto…ma semplicemente dell’immunità parlamentare. E non si giustifichi con la di lui caratteriale intemperanza, perché da sempre ha di questa favella e mimica usanza. Non me ne può importar di meno se sian a destra e a manca siffatte becere esibizioni, ma per pietà, un minimo di buon senso ed educazione male non ci sta.
La di lui causa se poteva avere nell’ambito dello schieramento un fondo di condivisione, offendendo l’inno come simbolo della Italica gente e nazione, perderà consensi e alimenterà solo interni e inutili dissensi. Difficil sarà richiamar l’intera comunità ad un general senso di responsabilità, parlar di riforme e rinnovamento, di dialogo in seno al Parlamento. E la smetta di fare pure l’offeso, proprio lui che l’orgoglio nazional di tutti ha vilipeso.
A volte penso di venir da Marte, quando ho conferma che governar non è più un’arte, ma soltanto espression di spirito di parte.
Altro che immunità parlamentare. ‘Sta banda di guitti nessun privilegio può meritare, anzi in questi casi sarebbe meglio il sipario chiudere, e ogni forma di replica eludere.
Il popolo pagante in tutti i sensi, si rifiuta di pagar i diritti d’autore di siffatte farse a Lor Signori, e ancor si chiede che peccati abbia fatto per pagar oltre alle tasse pure lo scotto. Avrebbe il sacrosanto diritto di chiedere il rimborso del biglietto, per ‘ste plateali buffonate indegne di esser rappresentate.
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