Tutti al mare (come eravamo…)
Forse questo articolo aiuta a capire la mia insofferenza per l’affollamento estivo. Comunque bisogna pur guadagnarsi le indulgenze e imparare a sopportare e inoltre anch’io sono stata una madre costretta a fare slalom moderati tra i bagnanti per rincorrere sulla spiaggia un figlio pestifero, che si tuffava in acqua pur non sapendo nuotare…fino a quando imparò a galleggiare.
Ogni anno torno alla mia spiaggia, a quel che resta di quella spiaggia perché lì è sorto un elitario stabilimento balneare con un comodo solarium frequentato da opulenti clienti iper griffati, quelli che ostentano status symbol, strilli e un presunto esprìt de finesse . Ormai non è più prudente nuotare da una baia all’altra a causa dei motoscafi che sfrecciano di continuo lasciando puzzolenti scie di nafta…non ci sono più i vecchi pescatori, non ci sono tante stelle marine ma solo conchiglie e qualche granchietto, non ho più il coraggio di addentrarmi nelle grotte marine e di mangiare frutti di mare crudi appena pescati. Ma ogni volta che torno lì, penso a quanto sono stata fortunata.
Quando trascorrevo le vacanze estive a casa di mia nonna a Sorrento, vacanze attese e desiderate per tutto l’anno perché ritornavo alle mie radici e ai miei affetti, andavo al mare con zii, zie e cugini. Arrivati a piedi ad un paese di pescatori che sorgeva sulla spiaggia, gli adulti prendevano una barca a remi sulla quale caricavano borse e bottiglie di acqua e noi bambini , sei cuginetti molto affiatati ( dai 6 ai 10 anni), seguivamo la barca a nuoto per arrivare ad una splendida baia, conosciuta da pochi. Lì c’era un mare dalle acque cristalline solcate soltanto da barche a remi di pescatori. Questi ci conoscevano, ci soccorrevano quando ci facevamo male, ci riportavano a riva se eravamo stanchi o in difficoltà . Era la nostra spiaggia fatta di sabbia e scogli. Lì ci raggiungevano gli amici e lì siamo cresciuti insieme per molte estati. Da bambini, ci divertivamo ad esplorare grotte e a giocare nelle sorgenti di acqua ( insomma facevamo una sorta di idromassaggio naturale!), a raccogliere stelle marine e conchiglie, a mangiare ricci di mare e patelle, senza timore di prendere l’epatite, a correre sugli scogli, a fare torte e castelli con la sabbia nera decorandoli con le pietrine colorate. Più tardi imparammo a costruire il vulcano cimentandoci per ore nello scavare pian piano il camino del vulcano, facendo attenzione a non fare franare le pendici …e ci sentivamo soddisfatti quando alla fine di lunghe discussioni raramente pacifiche, per portare a termine il nostro Vesuvio in miniatura, riuscivamo ad accendere la carta sotto e a farlo fumare. In questa, che per noi era una specie di ludica impresa, partecipavano anche tutti gli adulti della spiaggia.
I nostri tatuaggi permanenti erano graffi e tagli sui piedi e sulle gambe, talvolta spine di ricci nei piedi… ma non piangevamo mai troppo perché sapevamo che se ci fossimo lamentati , saremmo tornati prima a casa. In compenso però, al rientro a casa, la sola vista dell’ago bruciato, che serviva ad estrarre le spine dei ricci, bastava a farci improvvisare sceneggiate esagerate, per avere anche due coccole in più,e a turno ci confortavamo dicendoci che non era nulla, ben sapendo che prima o poi sarebbe toccato ad ognuno di noi perché tanto avremmo continuato a disubbidire ai grandi pur di scappare a giocare tra gli scogli.
Stavamo al mare per cinque – sei ore, anche perché andavamo in una baia isolata e lontana dal paese, e facevamo un solo bagno cha durava quanto la permanenza in spiaggia. Non avevamo mai fame perchè eravamo troppo indaffarati a scorrazzare liberi, per cui pranzavamo a casa al ritorno. Per tornare dovevamo nuotare di nuovo fino al paese dei pescatori e poi fare circa un chilometro in salita sotto il sole del primo pomeriggio per raggiungere le auto parcheggiate all’ombra degli ulivi. Due miei cugini ambivano ad arrivare per primi e correvano avanti prendendo in giro me e le mie cugine che, preferivamo non replicare (a dire il vero, non ne avevamo la forza ) e camminare in silenzio ascoltando il frinire delle cicale tra gli ulivi. Un contadino ci aspettava in cima alla salita per offrirci un po’ di granita al limone, che ci sembrava ancor più fresca e dissetante dopo quella sorta di addestramento spartano, cui eravamo ben felici di sottoporci perché la stanchezza non eguagliava quella sensazione di libertà nella natura .
In quella spiaggia abbiamo trascorso anche le estati della nostra adolescenza: eravamo sempre più numerosi, a volte una trentina. Ci conoscevamo tutti e giocavamo a pallanuoto e a pallavolo, facevamo gare di tuffi e di nuoto, senza distinzione tra maschi e femmine. Ma tutto diviene e muta…così finì la pace (egoisticamente nostra) quando la baia fu scoperta anche dai vacanzieri domenicali, amanti degli strilli e delle radio , quelli che sbarcavano dagli yacht con gli ombrelloni con la tenda intorno ( tipo quelle dei beduini del deserto). Sorsero ben presto problemi di convivenza, dal giorno in cui accidentalmente un pallone finì in un piatto di pasta e lenticchie che una mater matronissima reggeva inseguendo per tutta la spiaggia il piccolo destinatario che, ignudo, scappava di qua e di là per sottrarsi all’imboccamento forzato.
Quel piccolo incidente ci rese un po’ consapevoli che qualcosa era già cambiato, che iniziava per noi un nuovo percorso in cui dovevamo confrontarci col mondo circostante.
Intanto la cava di pietra dietro la spiaggia fu venduta e quando iniziarono i lavori per lo sfruttamento turistico di quella zona, iniziammo ad emigrare…io lo ero già da molti anni. Lo studio e il lavoro ci divisero: ognuno di noi ha poi preso la sua strada .
Ma d’estate ritorniamo alle nostre radici ed è sempre bello ritrovarsi lì coi propri figli, coniugi o compagni e continuare a ridere e a raccontarci. Anche se la vita ci ha cambiati, i ricordi di quelle estati spensierate ci uniscono ancora e ci fanno recuperare con un po’ di nostalgia un senso di appartenenza.
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Che spumeggiante freschezza e senso di libertà prorompe dai tuoi ricordi!
Anch’io da bambina mi tuffavo tra gli scogli, ad occhi aperti, senza maschera, nè respiratore, nè pinne, per staccare le cozze, io li chiamavo “muscoli”,e mangiarli crudi… Ma che trionfo sbucare dall’acqua con in mano un grappolo di quei neri frutti del mare!
Ciao Skip, continua così. Ci sentiamo dopo le vacanze. Un saluto affettuoso a tutti.
Volevo solo aggiungere che sono le 23,50…
Ciao Silla! Buone vacanze e un caro saluto anche a te
sì, tra poco è mezzanotte, l’ora delle streghe
Io andavo quasi sempre ai Balzi Rossi, eravamo in pochi, e l’acqua, ah! l’acqua, chi non l’ha provata allora, a meno che no sia andato in Polinesia, non sa cosa sia l’acqua pulita.
P.S.
Ai Balzi Rossi andavo anche d’inverno per i corsi di roccia.
Bella la spiaggia delle uova… ma ancor di più la costa che va dalla frontiera verso Latte.
[...] Tutti al mare (come eravamo). [...]