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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for July, 2008

Riorganizzazione della scuola

 Alla  riorganizzazione della scuola hanno mirato sia un progetto di legge di Valentina Aprea risalente allo scorso aprile, sia  proposte analoghe avanzate da entrambi gli schieramenti nella Commissione Cultura . Ora si lavorerà perché tutto confluisca in un unico progetto trasversale. Le novità principali, tratte da la Stampa del 19 luglio 2008, sono le seguenti:

 

1. Ogni istituzione scolastica avrà un Consiglio d’Amministrazione presieduto dal preside, elaborerà il Piano dell’Offerta Formativa (che finora è stato già elaborato dalle singole scuole in piena autonomia) e potrà scegliere ed assumere direttamente i docenti iscritti all’albo tra coloro che avranno i requisiti ( non ci sarebbero quindi  più precari ma solo eventualmente disoccupati) .

 

2. Gli istituti scolastici, come aveva proposto Fioroni, potranno divenire fondazioni per ricevere anche finanziamenti privati ( con il conseguente rischio di creare scuole di  serie A e  di serie B.  Quale istituto bancario, per esempio, avrà interesse a finanziare  le scuole periferiche delle aree a rischio di dispersione e devianza, già sorta di ghetto socio culturale? ).

 

3. I docenti avranno un diverso status giuridico: non saranno più impiegati pubblici bensì professionisti iscritti all’albo, per i quali si prevede  una formazione diversa: laurea triennale nella disciplina che si intende insegnare, poi laurea biennale specialistica nella professione insegnante (durante la quale sarà possibile  cimentarsi  nelle supplenze), esame di abilitazione per poter accedere all’albo professionale.

 

4. Si prevede anche una carriera dei docenti subordinata a un sistema di valutazione per esami e titoli: docente iniziale, poi ordinario, esperto, vicedirigente e infine, con un altro concorso, dirigente.

 

5. Si attuerà un’ autovalutazione interna alle scuole  e valutazione dall’esterno  (INVALSI) sia dei ragazzi  per misurare il raggiungimento degli obiettivi previsti nei Programmi nazionali , sia  dei docenti , meritevoli di premi o passibili di eventuali sanzioni (già previste prima, ma poco applicate) .

 

Mi pare che in nome dell’autonomia scolastica si voglia delegare ai Dirigenti Scolastici  gran parte delle responsabilità, eliminando sì graduatorie e punteggi  di un sistema scolastico burocratico, farraginoso e lento, ma facendo leva su un sistema discrezionale.

 Il C d A avrebbe il compito di  selezionare e assumere  docenti in base al piano dell’Offerta Formativa. Ma con quali criteri? Bastano titoli ed esami per essere un buon insegnante?

 

Il tema della valutazione dei docenti è ostico: la valutazione può essere soggettiva o oggettiva. Quest’ultima è riconducibile a parametri fissi di riferimento ( competenza didattica, formazione professionale, disponibilità ad attivarsi all’interno della scuola); la valutazione soggettiva lascia ampio spazio alla discrezionalità (per esempio sull’efficacia della comunicazione, flessibilità della metodologia di insegnamento rapportata ai diversi stili di apprendimento degli alunni, alle loro potenzialità e maturità) .

 

Purtroppo spesso si rilevano le deficienze della scuola italiana nell’alta percentuale di insuccesso e abbandono scolastico soprattutto nella scuola secondaria causati, secondo me, dal fatto che si tende a privilegiare l’aspetto tecnico delle discipline, insegnate per compartimenti stagni ( senza o con limitata trasversalità ) a discapito dell’aspetto globale e formativo dell’insegnamento. Quest’ultimo è un campo minato perchè richiede un continuo mettersi in gioco e in discussione come docente e come persona e richiede investimento di tempo, di energia, di professionalità e disponibilità al confronto con alunni, genitori  e colleghi. Inoltre molti docenti sono demotivati  e a loro volta demotivano all’apprendimento e all’amore per il sapere, molti pretendono senza dare o almeno senza mettere i ragazzi in condizioni di “essere all’altezza”, altri, seppur preparati, poco considerano la  psicologia evolutiva e non riescono a trasmettere il loro scibile in maniera efficace. Poi subentra la più o meno condivisibile solidarietà di categoria, per cui ciascuno procede per conto proprio, senza elaborare un progetto didattico – educativo condiviso e realmente messo in pratica , arroccandosi sul piedistallo della libertà d’insegnamento che nell’alta percentuale di insufficienze ha ben rivelato l’ inadeguatezza  o del metodo d’insegnamento o degli obiettivi prefissati o delle capacità relazionali docente- alunno.

Vero però che è anche  difficile riuscire a valutare un docente in base al rendimento degli alunni perché purtroppo ancora oggi , nella maggior parte dei casi, l’eccellenza o il successo scolastico è  di coloro che hanno la fortuna di appartenere ad un contesto socio culturale più avvantaggiato.

Inoltre  oggi la scuola deve affrontare problematiche educative complesse e diverse da quelle di anni fa, dovute all’evoluzione sia della società che della comunicazione, non sempre facili da fronteggiare, filtrare o risolvere, e che influiscono non poco sulla motivazione ad apprendere.

 

 Resto dell’opinione che docenti e dirigenti fanno una scuola che “funziona” ma devono anche essere supportati e messi in condizione di attivarsi al meglio . Da anni invece si assiste a  sempre più consistenti tagli nei finanziamenti alla scuola pubblica e  a costanti  sovvenzioni  per  chi iscrive figli nella scuola privata, che di fatto può selezionare gli iscritti e di conseguenza non ha le stesse difficoltà didattiche e organizzative di quella pubblica .

 

 Riformare o riorganizzare la scuola è ardua impresa perché implica un necessario intervento sinergico di tutti coloro che operano con gli adolescenti  ( famiglia, scuola, associazioni) in cui tutti ben definiscano il proprio ruolo, le proprie competenze e responsabilità, perchè i ragazzi possano crescere e maturare sia come studenti che come persone.

 

Una scuola dove non conta  la provenienza geografica del docente ( come tuona platealmente e a vanvera Bossi rivelando uno spirito di parte esclusivamente politico e personale) ma influisce quella degli studenti ( considerando l’incisivo afflusso di extracomunitari); una  scuola che non sia intesa come una sorta di ascensore sociale (con disparità tra scuole di serie A e B) ma un  ascensore che punta verso una cittadinanza più ampia, cioè quella delle menti aperte, capaci di comprendere e convivere con ogni forma di diversità in un interesse comune, che formi un’obiettiva capacità critica e di giudizio a prescindere da qualsiasi  credo politico o religioso del docente, che offra pari opportunità di apprendimento e di formazione indistintamente e a tutti,  incentivando l’eccellenza ma soprattutto affrontando lo svantaggio e garantendo a tutti il diritto- dovere allo studio.

Una scuola che quindi si apra alle esigenze sociali del territorio su cui opera ( senza alcuna interferenza politica perché è una comunità educante) e sia sostenuta a livello locale e centrale perché sia comunque garantita uniformità negli standard di apprendimento; una scuola  seria che isoli assenteisti , nullafacenti , coloro che farebbero meglio a trovarsi un’altra occupazione e sradichi quella mentalità corporativa di coprire le inadempienze altrui  che ha favorito un gioco all’appiattimento e al ribasso ( sostenuto dai sindacati che proteggono loro affiliati per ottenere iscrizioni e consensi ), che ha perso di vista  la centralità dell’alunno e ha demotivato chi ancora resta per senso di responsabilità, non per competere e primeggiare, ma semplicemente per la  consapevolezza che l’attività svolta può avere ancora un significato per sé e per gli altri…altrimenti dalla scuola se ne sarebbe già andato da tempo.

 

Il tentativo di riorganizzazione scolastica è già qualcosa e ben vengano le iniziative di maggiore formazione e carriera degli insegnanti che si spera possano servire per un cambiamento più profondo  sulla mentalità di  percepire la scuola nel suo ruolo istituzionale, non equiparabile a quello di una qualsiasi azienda, e di viverla come un valore e  non solo come un posto di lavoro .

 

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Olimpiadi Pechino

 

 

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Aspettando le Olimpiadi

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Pubblicità

Lo spot Maxi Estate Tim 2008 con l’offerta di 500 messaggi verso tutti ha per protagonista una bella fanciulla che leggendo il risultato positivo di un test di gravidanza, si premura di annunciare la lieta notizia a tanti probabili padri. Tutti i destinatari del messaggio sono in un accampamento hippy ed esultano di gioia alla lieta notizia.

 

Le parlamentari Alessandra Mussolini, Presidente della Commissione Parlamentare per l’infanzia,Gabriella Carlucci e Manuela Di Centa hanno chiesto un’interpellanza urgente in Commissione Cultura della Camera dei Deputati perché  lo spot rappresenta un’ immagine fuorviante, mortificante e superficiale della maternità, contribuendo a diffondere in tal modo messaggi negativi al largo pubblico, specialmente adolescenziale, tendenti a sostenere costumi sessuali promiscui e irresponsabili.…non c’è la certezza della paternità del nascituro, che viene ridotto al prodotto del gioco di una notte, rispolverando un concetto di sessualità tipico degli anni Settanta, ormai superato. Mettere al mondo un figlio è un atto di amore e di responsabilità che non può essere svilito e offeso per mere speculazioni commerciali”.

 

La Tim ha risposto: “La campagna è basata su una situazione paradossale, una rievocazione degli anni Settanta. Il tono è volutamente ironico e ci dispiace che il messaggio possa essere stato interpretato come offensivo”.

La situazione descritta nello spot è paradossale, credo, soprattutto per l’unanime e  felice reazione dei probabili papà. All’inizio pensavo che la protagonista avesse per sbaglio inviato il messaggio a tutti ( ma quando mi sveglio?) e che comunque non si preoccupasse del costo, grazie alla promozione Tim e mi ha poi piacevolmente sorpreso la reazione dei papà.

Questo spot sicuramente  ha sortito un effetto sperato: quello di non passare inosservato.  Sinceramente mi ha fatto sorridere.

Voi che ne pensate?

 

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Scimpanzè.

scimpanze

Per dieci mesi alcuni psicologi evoluzionisti britannici hanno condotto studi sul comportamento di circa 78 scimpanzè (di cui soltanto otto erano esemplari maschi adulti) in una foresta dell’ Uganda occidentale. Dalle osservazioni condotte è emerso che, per garantire il perpetuarsi della specie, le femmine si accoppiavano in silenzio e di nascosto dalle altre rivali in amore per timore di essere punite. Invece se nei paraggi c’erano scimpanzé maschi, le femmine emettevano versi per farsi notare e far capire che erano sessualmente recettive e fertili. Inoltre le scimpanzé erano subdolamente astute: accoppiandosi con il maggior numero di maschi dominanti, facevano credere a tutti di essere i padri dei loro figli (ispirazione per la pubblicità di Maxi Tim estate 2008 ? ). In tal modo garantivano protezione ai cuccioli.

Fermo restando che gli animali seguono leggi naturali dettate dall’istinto di sopravvivenza (continuità della specie, sostentamento,difesa) mi son chiesta se non fosse troppo bassa la proporzione tra maschi e femmina (70 femmine contro 8 maschi), per cui si sia verificata una specie di esasperata competizione tra femmine per assalire il maschio. Sarebbe interessante conoscere dallo studio dei ricercatori la reazione e lo stato di salute dei gaudenti esemplari maschi.

Pare che l’uomo e le scimmie discendano da un cugino in comune e che le povere scimmie moderne, spesso chiamate erroneamente in causa, hanno poco a che vedere con L’Homo sapiens…

Siamo sicuri?

( da corriere.it )

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Viva…

Per dire Viva …   !

 

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Speriamo che sia… femmina?

 

Un articolo di Alberto sulle panchine, mi ha ricordato questo post  che avevo scritto per A. una ragazza che mi raccontò la sua vita mentre aspettavo un treno. Una delle tante storie di donne conosciute direttamente ed indirettamente, aventi come costante fissa la violenza subita.

  

Una nota della Presidenza del Consiglio dei Ministri, inviata dal Sottosegretario di Stato per i diritti e le pari opportunità, invitava le scuole a riflettere su un fenomeno che sembrava assumere sempre più caratteri di “emergenza sociale” .

 

In Europa  tra le cause di morte delle donne  di età compresa tra i 16 e 44 anni, le brutalità commesse tra le mura domestiche  sono in testa alle statistiche , prima degli incidenti stradali e del cancro. In Italia  i  dati di un’indagine ISTAT pubblicata nel  febbraio 2007, stimano in quasi 7 milioni (31,9% delle donne di età tra i 16 e 70 anni)  le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita ( il 23,7% violenze sessuali, il 18,8% violenze fisiche, più del 10% entrambe). Nell’ultimo anno 1 milione 150mila donne hanno subito violenza.  Circa un milione stupri o tentati stupri ad opera del partner o conoscente. Quasi un milione e mezzo di donne hanno subito violenze sessuali prima dei 16 anni e in un quarto di casi ad opera di un parente. In due terzi dei casi è stata ripetuta. Alla violenza fisica e sessuale si associa spesso quella psicologica.. Dalle interviste risulta che il 95% dei casi di episodi di violenza non sono stati denunciati e un terzo delle donne non ne ha parlato con nessuno.

L’AOGOI (Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani) denuncia  che le violenze domestiche sono la seconda causa di morte in gravidanza, dopo l’emorragia, per le donne dai 15 ai 44 anni.

Il Ministero delle pari opportunità, impegnato  da tempo in  una politica di contrasto, ritiene che si debba affrontare il fenomeno sul piano culturale per incidere sui modelli di identità di riferimento: è un’emergenza per un paese come il nostro che vuole essere civile e democratico. La scuola come comunità educante, nella costruzione di percorsi formativi, può fare molto perché i ragazzi e le ragazze crescano insieme nel rispetto reciproco  delle proprie identità.”

 

Dopo questo bollettino di guerra tra i sessi, percepisco un po’ di allarmismo sociale (confermato dai frequenti fatti di cronaca successivi al 2007), ma ricordo fatti e persone della nostra zona, altri di una metropoli, capitale delle contraddizioni dove alla devianza e all’arte di arrangiarsi fanno da contrappasso la vivacità culturale, l’umanità e l’ironia della sua gente.

Ricordo   una compagna di classe, principessa di un talamo proibito ed  una ragazzina rimasta vedova a diciassette anni  con  un bambino di diciotto mesi di cui era madre e sorella; fu costretta a  sposare un ragazzo poco più grande di lei, morto ammazzato dopo un anno di matrimonio. Ripenso a  R. sottratta dal figlio diciassettenne ai calci e pugni di un marito manesco, ad  M. scappata lontano dalle botte del compagno,con due dei tre figli , forte  del miraggio di un nuovo amore, a  S.  picchiata sistematicamente dal marito anche quando era incinta…la rabbia e la consapevolezza  di un’età più matura l’hanno cambiata e dopo 18 anni di matrimonio, lei aspetta un lavoro fisso per  troncare col passato ed un uomo che oggi piange dicendo che è cambiato anche lui.  Rivedo una ragazza dell’est in una caotica  stazione ferroviaria: il volto completamente viola, troppo tumefatto per essere caduta dalle scale,e due trolley  enormi  per contenere quanto più possibile, compreso  il mio tacito  augurio di buona fortuna. Ricordo E., quindici anni, allo sbando tra  droga, sesso e rock’n roll per sfuggire ad una situazione di grave disagio familiare; voleva continuare a studiare e si preoccupava che  la sorellina più piccola non facesse le sue scelte. Cito E.,  un uomo,che ha deciso di amare, ridare il sorriso e  un nuovo figlio a L.  e sostenere lei e i suoi  quattro figli dopo che ha osato  denunciare l’ex marito, uomo  e padre  violento. Ripenso alle ragazzine dai dieci ai quindici anni  che il Tribunale dei Minori  di una grande città aveva tolto alle famiglie e che aiutavo durante le attività del doposcuola. A volte in contesti  particolari  le cose più abiette sono vissute come  normali perché non si ha l’opportunità di conoscere alternative di vita veramente normali, compresa la  specificità  dei ruoli parentali .

Anni fa  una madre ventenne mi disse : “Mio figlio deve studiare, non deve crescere disgraziato come me, né essere fetente come suo padre”. Aveva occhi azzurri profondi e un po’ duri, lineamenti delicati, il viso tirato e stanco, tacchi alti e  calze a rete smagliate.

 

 Ma scrivo per A. che frequentava  una  stazione ferroviaria. La vedevo spesso di sera quando tornavo a casa perché  prendeva lo stesso mio treno. Una volta la vidi  implorare una dose ad  un ceffo  che la derideva, la molestava e  la spogliava davanti ad un gruppo di derelitti per mostrare quanto lei  fosse incapace di reagire, scheletrica e  senza denti. Una sera A. si sedette su una panchina vicino a me e iniziò a raccontarsi. Mi chiese  se fossi  sposata. Le risposi che non ci pensavo nemmeno e che studiavo; avevo ventidue anni, lei  due meno di me. Mi raccontò una storia purtroppo comune, priva di affetti familiari, fatta di degrado, di un amore sbagliato che la iniziò alla tossicodipendenza e alla prostituzione, di un figlio sottrattole alla nascita, di tentativi inutili di smettere e di una deriva inarrestabile in una periferia troppo povera. Se ne andò appoggiandosi ad un ragazzo per raccogliere quanto rimaneva nelle siringhe abbandonate lungo i binari. Pareva una di quelle farfalle che hanno perso la polvere magica dalle ali e annaspa per terra. Qualche sera più tardi  A. volò via ai piedi della scalinata della stazione, finalmente libera da ogni dipendenza e mortificazione.

 

 E’ stato un caso incontrarla? Due solitudini diverse: io impegnata a costruirmi un futuro mentre lei voleva dimenticare un passato e sopravvivere al suo presente.

E ancora adesso penso a quelle ragazzine, ormai  donne.  Alcune stavano prendendo coscienza  di quanto subito, altre non accettavano il distacco da quella che era comunque la loro famiglia, anche se degenere, la cui costante fissa  era l’assenza o latitanza della madre e  l’istinto del possesso brutale da parte di familiari, spesso  la mancanza di consapevolezza, a volte  la solitudine e l’incapacità di reagire. Una volta un medico un po’ cinico mi disse: “Qui per cambiare le cose, certi neonati andrebbero soppressi nella culla o tolti subito alle famiglie

 

Certe storie e certi occhi non si dimenticano. Mai.

In tutte un grande disorientamento e  sofferenza. Saranno riuscite a conciliarsi con se stesse  per sorridere ed amare? Dopo tanto tempo  mi chiedo come  mai sia cambiato ben poco. Quasi ogni giorno i mass media  denunciano  casi di violenza , tentata, episodica, sistematica su bambine e donne …testimonianze delle  ragioni della forza, del disprezzo, della frustrazione inconscia  e di una rabbia indomabile .

 

E allora ho deciso di dare voce a voi donne che a fatica avete acquisito consapevolezza, al vostro  silenzio, al vostro isolamento, senso di  impotenza, rabbia o vergogna… perché ognuna di voi aveva diritto a quella  parte di cielo che vi è stata  negata durante quelli che dovevano essere gli anni più belli e spensierati, e perchè qualcuno  riesca a capire che c’è violenza e abuso anche quando si approfitta consensualmente  della giovane età, della miseria, della rassegnazione, della disperazione e riesca a vedere un’anima oltre le ali di farfalla.

( In xxmiglia.net )

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Coraggio o incoscienza?

Quali vicende (anche personali) ispirate al coraggio o all’incoscienza  vi ricordate?

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Quanta fretta, ma dove corri…?

fretta-Mafalda

Chi va piano, va sano e va lontano è la morale della favola di Esopo sulla lepre e la tartaruga.

Oggi  quasi tutti, oberati da mille impegni, si  lamentano di non avere tempo sufficiente per riuscire a fare tutto. Si programma ogni cosa, compresi il tempo libero o le semplici pause pranzo, secondo una studiata ed inderogabile tabella di marcia:di corsa si va in palestra o in piscina, si pranza approfittando di vedere lui / lei o fissando appuntamenti di lavoro…

 

Si vive all’insegna del fast: fast food (pasti veloci) ai quali si è contrapposto lo slow food “per promuovere il diritto a vivere il pasto innanzitutto come un piacere di sensi assopiti, per  insegnare a gustare e a degustare”. Fast vacanze nel week end o veri e propri tour de force pianificati  nei minimi dettagli che poco rispondono all’esigenza di riposarsi. Fast nel consumismo imperante dell’usa e getti, nella mentalità della toccata e fuga anche nei rapporti interpersonali, sbrigativi e poco impegnativi. Del resto però anche il romantico colpo di fulmine trascinante e coinvolgente non scarseggiava di velocità, , chissà se per un sentimento più duraturo. Anche lo sviluppo delle tecnologie ha velocizzato la comunicazione, spesso svilendola della sua completezza, e soprattutto il pensiero e l’operatività. Ma  forse il vero problema non è tanto la velocità…quanto la fretta.

Non è detto che la fretta soddisfi la velocità, anzi, le azioni  svolte in fretta spesso implicano maggiori probabilità di errori che richiedono poi ulteriore dispendio di tempo ed energie per essere corretti.

 

La fretta, o meglio l’aver fretta, è una dimensione interiore che fa percepire il poco tempo a disposizione,anche se a volte il tempo non manca.

La vita è una processione. Chi è lento la trova troppo veloce e si fa da parte; chi è veloce la trova lenta e si fa da parte. (Kahlil Gibran)

 Ma non si rinuncia a vivere. Si vive in base ai propri ritmi, lenti o veloci. Ritmi che a volte si possono regolare, a volte invece no.

Penso alle mamme acrobate, di cui hanno parlato recentemente i giornali, assillate da impegni di famiglia, casa e lavoro, dai loro molteplici ruoli pubblici e privati, che rischiano di andare in tilt,di dimenticare e di rimuovere responsabilità basilari come risposta inconscia ad un carico a lungo andare troppo gravoso. Penso alla mobilità tipica di alcune professioni che richiede frequenti spostamenti ogni settimana, alla flessibilità oraria, a tutto ciò che impedisce di avere un ritmo di vita cadenzato, fisso e prestabilito. Ciò non significa disporre poi di più tempo libero, ma l’imprevedibilità, gravità o mancata conoscenza di eventi  e l’entità di adempimenti e responsabilità scatenano  battaglie contro l’orologio. E di qui si innesca un circolo vizioso: si diventa iperattivi, ci si lancia nel futuro più o meno immediato, perdendo di vista il presente, senza  osservarsi intorno e senza assaporare la quotidianità, si scandisce la durata di ogni attività in nome di un’efficienza ad ogni costo. Si corre anche quando si potrebbe farne a meno e si diventa stressati. Lo stress è una sindrome di adattamento alle molteplici e  varie sollecitazioni ed ogni individuo vi reagisce in modo diverso, ma costante fissa è  la  fretta.

Talvolta si è in grado di fronteggiare l’evento in sé ma non il suo esito diverso dalle proprie aspettative. Già perché chi corre, di solito pianifica, progetta ,velocizza il pensiero, cerca di prevedere sempre più cause ed effetti a livello razionale. Poi entrano in gioco  le risposte emotive, non sempre adeguate, sulle quali la persona  dall’orologio biologico accelerato rischia di franare.

 

Che dire? La consapevolezza non basta…mi sento chiamata in causa in prima persona se considero quel proverbio africano: “Ogni mattina in Africa, una gazzella si sveglia, sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa. Ogni mattina in Africa, un leone si sveglia, sa che deve correre più della gazzella, o morirà di fame. Quando il sole sorge, non importa se sei un leone o una gazzella: è meglio che cominci a correre.” Ma corrono entrambi per sopravvivere. E noi umani?

 

Forse per non avere fretta occorrerebbe riuscire a ritagliarsi spazi e tempi per sé in cui poter ritrovarsi e fermarsi per riflettere, coltivare interessi propri, riuscire ad esternare e a comunicare con altri per lasciar decantare l’ansia ed ammortizzare l’affanno dell’inevitabile corsa della giornata.

 

Lo scrittore latino, il cui nome è già un bel biglietto di presentazione, cioè Gaio Svetonio Tranquillo diceva Festina lente. (Affrettati lentamente) cioè procedi riflettendo con calma e il poeta Orazio Carpe diem quam minimum credula postero (Cogli l’attimo fuggente confidando il meno possibile nel futuro) e Dona praesentis cape laetus horae  (Cogli felice i doni di questo momento).

 

Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di fretta.

 

 

 

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Vita al rallentatore.

bradipo

Il bradipo è un mammifero curioso, a me molto simpatico. Vive nelle umide foreste tropicali dell’America centrale e meridionale. Mangia frutti, germogli ,foglie e non beve, ma assimila acqua dai vegetali.

E’ proverbiale la sua lentezza nei movimenti quando si sposta, quando mangia, quando gioca .Sempre. È impacciato negli spostamenti sulla terra ( pare che impieghi circa un’ora per percorrere 100 metri), anche a causa dei lunghi arti e ancor più lunghi artigli che gli consentono di stare saldamente appeso ai rami a testa in giù, di arrampicarsi o spostarsi di albero in albero …in compenso però è un ottimo nuotatore.

 

Il maschio vive per tutta la vita su un unico albero, a meno che non ci sia scarsità di cibo; la femmina genera un solo figlio all’anno ( lascio alla vostra fervida immaginazione le lunghe e lente manovre!). Il cucciolo vive addosso alla madre, finchè non diviene autonomo e, raggiunta la  maturità sessuale,  eredita da mamma bradipa il vecchio albero e l’estenuante onere di cercarsi una compagna. 

 

Il bradipo scende sulla vile terra solo una volta a settimana per mangiare ed evacuare  (risparmiando così tempo e fatica!). Inoltre  non  soffre di stress forse perché può dormire beatamente fino a 18 ore al giorno e quindi campa a lungo (gli esemplari più longevi vivono  fino a 30 anni). 

Si mimetizza nella folta vegetazione  grazie alle microscopiche alghe verdi e azzurre che crescono sulla pelliccia: quindi è quasi irreperibile (che fortuna !) ad ogni chiamata urgente e sollecitazione.  

 

Il mondo può cascare…ma non si sposta, al limite volta lentamente la testa. 

 

Ah, se rinasco… !

 

 

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