Una giornata al mare
Sono stata alla mia spiaggia e ho captato grandi cambiamenti con occhi divertiti.
Alle belle e avvenenti sirenette di una volta sono subentrate esemplari di una bellezza mediterranea a dir poco stupefacenti per la disinvoltura con cui ostentano fili interdentali su promontori raramente degni di esser contemplati. Scherzi a parte, qui c’è una bella gioventù : giovanotti di una bellezza scolpita e ragazze che possono vantare un bel bikini… un po’ meno le mamme e le nonne eccessivamente sformate, quelle recidive che non si arrendono agli inestetismi dell’età pur di indossare pareo velati e ridotti due pezzi, luccicanti di pailettes e conchiglie dorate; il tutto corredato da zampitti (cioè infradito ) ricoperti di perline. Non è passato inosservato il mio costume intero; sinceramente mi sono sentita un po’ una monaca considerando la moda locale.
I baldi uomini … – antenni non erano da meno, in quanto a piacevoli revival giovanili. Con la scusa di conversare amichevolmente, si piazzavano strategicamente di fronte alle docce per osservare meglio l’andirivieni delle pulzelle.
Comunque sia, mi son consolata non solo in quanto a estetica, ma perchè sono riuscita a destreggiarmi nella risalita da mare aggrappandomi agli scogli, riportando solo due piccoli trofei (una sbucciatura sul ginocchio e un graffio sul gomito). Merito pure del provetto consorte agile come un granchio ( quando ce vò un complimento, ce vò).
Negli scogli non ci sono più ricci di mare ( altrimenti sicuro e certo che li avrei collezionati sui piedi), ma solo qualche medusa che, col favore della corrente, ha battuto lesta lesta in ritirata non appena mi ha vista pronta per un elegante tuffo a cofano, cioè con slancio in fuori e gambe incrociate con conseguente immersione splashhhhhhhante proporzionata al peso. Ma mi son compiaciuta di avere contagiato bambini e ragazzi dai 10 agli over 20 , che vedendo me e consorte che ci tuffavamo, prima con discrezione poi con l’entusiasmo di ieri, hanno iniziato a scendere sulla scogliera e a tuffarsi anche loro. All’inizio i ragazzini esitavano temendo di non sapere risalire da mare, ma hanno subito seguito il percorso più facile, indicato da noi . Le mamme, matronissime e vigilantes, stavano affacciate alla ringhiera del solarium e davano consigli. Qualche papà indicava al figlio il punto più idoneo per tuffarsi, lo istruiva su come darsi lo slancio e alla fine si esibiva in un tuffo esemplificativo. Insomma era un po’ come quando si inizia a giocare a pallone: non si vorrebbe più finire.
Quando si sta a mare nasce spontanea una sorta di tacita solidarietà simile a quella tra padroni di cani a passeggio. Si chiacchiera, si ride, si aiuta chi è in difficoltà, si condividono automaticamente regole di cortesia e di etica marinaresca.
In spiaggia si muove una comunità semi ignuda che perde un po’ i condizionamenti dell’apparire ( eccezion fatta per coloro che non rinunciano a status symbol di massicci orpelli d’oro); una collettività che aspira al riposo, al refrigerio, al sole, allo svago e mette in atto quei piccoli rituali da spiaggia liberatori delle ansie di tutti i giorni. Il tutto dura quanto la permanenza al mare per poi non riconoscersi quasi più una volta rivestiti.
Sicuramente qui la gente è più comunicativa e socievole e vive la tradizione marinara, ma è stato bello vedere come quei ragazzini siano riusciti a scoprire insieme un modo semplice per divertirsi che ha accomunato indistintamente grandi e piccoli, villeggianti e indigeni. Osservavo la scena dall’alto, quando sono poi risalita per lasciar più spazio ai giovani e mi pareva di rivedere me e i miei amici di anni fa.
Forse il mare è il leitmotiv che annulla ogni distanza temporale o è la magia di questi posti. Chissà!
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