Archive for September, 2008
Ti fidi?
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Non lasciatevi ingannare dalla modulistica, provocatoriamente ironica. Di solito l’uomo si mostra liberalmente consenziente alle uscite serali della moglie con le amiche e sottoscrive il modulo declamando: “Ti fa bene uscire ogni tanto con le tue amiche”. Dopo un’ora circa telefona alla moglie fingendo di avere dimenticato come si accende la lavastoviglie oppure chiedendo conferma sui tempi di cottura della pasta da preparare al figlio, accudito da lui amorevolmente, e intanto con nonchalance le chiede se la serata procede bene. Dopo circa tre ore il consorte, affetto da cieca fiducia, si trova a passeggiare per caso nei pressi del ristorante in cui la moglie è andata a cena. Finge di non vederla ma in realtà sottecchi si accerta che sia in compagnia di persone innocue ( possibilmente solo amiche).Lei si gongola e lo giustifica appellandosi ad una sua sana gelosia.
La donna invece fa un interrogatorio preliminare, raddrizza le antenne per captare chissà quale fedifraga congiura e oscuro complotto. Raramente riesce a capire chi siano tutti gli amici dell’uscita serale del marito e immagina che siano nomi fittizi. È convinta che fidarsi è bene….ma non fidarsi è meglio e che si debba avere tutto sotto controllo.
Chissà perché nella maggior parte dei casi, a lungo andare, quel che pareva timore di perdere l’amato bene si trasformi in sospetto soffocante e sortisca effetti diversi da quelli attesi.
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Diversità
Diverso è colui che si presenta con un’identità, una natura, una conformazione nettamente distinta rispetto ad altre persone. Si tende a riferire la diversità all’etnia, al sesso, alla religione, alla condizione sociale o personale. Diverso da chi?
In genere diverso è chi si discosta dal gruppo prevalente che, con la sua precisa fisionomia ed intrinseca e distintiva omogeneità, dà un senso di appartenenza culturale e sociale. La diversità più evidente può suscitare disagio in chi si identifica nei più: spesso suscita curiosità, perplessità, talvolta timore…mai comunque indifferenza. Di primo acchito la si percepisce perché radicati alla propria identità, abituati e ancorati a fissi parametri di riferimento. Penso anche all’omologazione estetica che fa capo a modelli stereotipati, propinati dalla moda del momento, imposti sempre più dai media e tacitamente condivisi. In questa dominante uniformità, dettata da un senso di appartenenza e di sicurezza, in realtà esiste una diversità nella sfera emotiva e cognitiva dei singoli.
Nella collettività apparentemente uniforme dei più, ciascuno ha una propria specificità e individualità, che vanno oltre i dati anagrafici e le proprie radici. Ne sono prova la varietà di pensieri, sensazioni, emozioni, sentimenti: in parte sono universalmente sentiti, anche se generati da diversi contesti di vita, altri sono affini, ma non sempre uguali, altri ancora opposti, contrastanti o, per meglio dire, semplicemente diversi. Inoltre l’uno tra tanti ha indole e carattere, attitudini, convinzioni, fede, abitudini che lo contraddistinguono e influiscono o condizionano le sue scelte.
La diversità non è solo tra i singoli, ma si sviluppa pian piano anche nel singolo.
Col tempo la persona si arricchisce grazie alle diverse esperienze sociali, culturali, professionali e nelle varie fasi della vita cambia e diviene. Acquisisce capacità, competenze, responsabilità, potenzialità diverse. Nutre ambizioni, aspettative ed interessi diversi. Vive esperienze, occasioni di scontro, confronto e crescita diverse. I più evidenti mutamenti naturali sono accompagnati da cambiamenti più profondi, non sempre consapevoli, che riguardano il modo di pensare, di sentire e di rapportarsi, di aprirsi o chiudersi al mondo esterno e agli altri. La vita e l’età cambiano l’individuo in un impercettibile, talvolta ciclico, divenire che fa parte del processo di maturazione. Si diventa un po’ ibridi di se stessi, extracomunitari del proprio io originario.
In tenera età si parte da una visione egocentrica e gradualmente si costruisce prima la percezione di sé e della propria identità personale e collettiva, per poi cogliere la diversità altrui come un qualcosa di avulso da sé nelle sue molteplici forme, imparando pian piano a confrontarsi e, si spera, ad accettarla e rispettarla. Ciò non implica necessariamente condivisione, ma riconoscimento della diversità per poi passare ad un’eventuale e successiva volontà di conoscerla.
Chi reagisce con ferma e rigida chiusura è ancora agli inizi di un percorso di crescita interiore, erge un muro senza spiragli dentro di sé.
Mi è piaciuta molto l’immagine della porta scorrevole in “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, un romanzo eccezionalmente delicato.
Riferendosi ad un film giapponese, la protagonista riflette:
“…ero rimasta affascinata dallo spazio vitale giapponese e dalle porte scorrevoli che rifiutano di fendere lo spazio in due e scivolano dolcemente su guide invisibili.
Giacchè quando noi apriamo una porta, trasformiamo gli ambienti in modo davvero meschino. Offendiamo la loro piena estensione e a forza di proporzioni sbagliate vi introduciamo un’incauta breccia…” A riguardo di una porta aperta “ nella stanza dove si trova, introduce una sorta di rottura… che spezza l’unità dello spazio. Nella stanza contigua provoca una depressione, una ferita aperta e tuttavia stupida, sperduta su un pezzo di muro che avrebbe preferito essere integro. In entrambi i casi turba i volumi, offrendo in cambio soltanto la libertà di circolare, la quale peraltro si può garantire in molti altri modi. La porta scorrevole, invece evita gli ostacoli e glorifica lo spazio. Senza modificarne l’equilibrio, ne permette la metamorfosi. Quando si apre, due luoghi comunicano senza offendersi. Quando si chiude, ripristina l’integrità di ognuno di essi. Divisione e riunione avvengono senza ingerenze. Lì la vita è una calma passeggiata, mentre da noi è simile a una lunga serie di violazioni.”
Un equilibrato, pari, moderato, rispettoso scambio di aperture e chiusure, di simultaneo confronto all’esterno e radicamento alla propria individualità. Forse per riconoscere la diversità basterebbe la fluidità di una porta scorrevole.
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I colori dell’autunno

Un contrasto di toni caldi e freddi, di pennellate orizzontali e verticali in un gioco di sfumature autunnali … il capolavoro di un bambino.
10 commentsCivetteria femminile
La cosmetica è per la donna la scienza del cosmo, non quella che dovrebbe decifrare e spiegare le leggi della natura ,bensì le leggi dell’apparire bella a tutti i costi. E a che costo! Scocciature talvolta dolenti (alias ceretta depilatoria) e fatiche immani in palestra, diete spossanti da esaurimento nervoso ( poco importa se poi non si ha più nemmeno la forza di stirare) e onerose per il portafogli. Le donne investono ( a detta dei lui spendono) tanto in prodotti di bellezza, sin da adolescenti .Del resto in giovane età , hanno poca autostima e si vedono sempre brutte …così incominciano a nutrire la pelle del viso con creme idratanti, a colorare l’incarnato delicato con fondotinta e terra di sole (quest’ultima sa di qualcosa di ustionante), a contornarsi labbra e palpebre. Tutto per apparire più belle, o semplicemente diverse da come si vedono.
Qui casca l’asino e… l’intera stalla.
Quando una donna si sente brutta , disordinata e mai abbastanza in tiro, magari invece suscita maggiore curiosità o rivela un naturale sprizzo di autenticità. Saper truccarsi è un’arte, rispondente al detto “ stucco e pittura fan fare bella figura”divenuto poi il motto imperante degli imbianchini e delle estetiste. Ogni donna si allena per anni davanti allo specchio, si cimenta in estenuanti prove di rossetti e ombretti nell’immensa varietà policroma per trovare la combinazione più compatibile al colore degli occhi e dei capelli oppure del vestito ( e vi pare nulla?) . Occorrerebbe un software specifico per agevolarci in calcoli probabilistici di sfumature che fanno perdere tanto tempo e pazienza con esiti talvolta deludenti, o comunque mai rispondenti alle aspettative iniziali.
Vediamo un po’ chi delle gentili pulzelle non si identifica nei seguenti casi:
1. Risveglio da bradipo. Hai dormito le tue belle 6 ore ( 4 se hai passato una nottataccia e 9 se hai ghirescato) e nel rituale quotidiano davanti allo specchio t’accorgi che hai le occhiaie. Cominci a chiederti se sei stanca, se s’avvicina il ciclo ( responsabile di tutti i mali, reali ed immaginari), se hai dormito male,se hai preoccupazioni. Nulla di nulla. E allora perché? Perché sì. Punto. Accettale, metti un po’ di correttore e non crocifiggerti inutilmente.
2. Un malaugurato giorno, in cui sarebbe stato meglio non avere lo specchio, ti accorgi che qualche capello non è più in tinta con la chioma…o meglio è canuto. Apriti cielo! Anche a 16 anni, è una tragedia: è il sinonimo di vecchiaia incipiente, di collettivo disgusto sociale e di presunta emarginazione e quindi decidi di entrare nel coloured Olimpo. A settimane alterne dovrai far fronte alla crescita ultrarapida, secondo me causata dalle stesse tinture, fertilizzanti del cuoio capelluto. La schiavitù è segnata per sempre: ti sottoporrai a periodici trattamenti fai da te, se sei abbastanza abile, o a tormentose e tormentate sedute dalla parrucchiera con conseguente sciroppamento di tutta la top twenty di spettegulèss andanti a livello locale e nazionale.
3. Le labbra: il tormentone recente. Non vanno mai bene, sono troppo sottili o troppo carnose…e allora molto meglio le imbottiture artificiali che ti rendono simile ad una cernia ? Dopo di che potresti ambire al ruolo di protagonista in una novella Batracomiomachia ( la guerra dei topi, anzi delle tope, e delle rane)
4. Le mani o meglio le unghie. Forse Crudelia De Mon ha ispirato la moda dilagante delle unghie artigliate e posticce…mi chiedo come si riesca a scrivere al pc con quelle cose ingombranti e sottili che sfregano sulla tastiera peggio di un gesso sulla lavagna o come si riesca ad effettuare più di tre lavaggi a mano e consecutivi di stoviglie .Immagino una nutrita schiera di colf tuttofare che supportano la bella rapace, impedita nelle mansioni domestiche e dedita a contemplarsi davanti allo specchio per lunghe interminabili ore in una sorta di narcisistico delirio.
5. Quando la natura reclama il suo dazio e se sei un’insicura, ossessionata dalla bellezza apparente, credi di poter fermare il tempo ricorrendo a forzature e rimedi artificiali per riempire le rughe e rimpolpare forme e zigomi. Peccato che talvolta si sfiori il ridicolo.
Ma perché trasfigurarsi così tanto? E’ vero Cura il tuo aspetto: chi ha detto che l’amore è cieco? ma Se Chiedete al rospo che cosa sia la bellezza ,vi risponderà che è la femmina del rospo (Voltaire) e Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia.(Proust) anche perché la bellezza, dopo tre giorni, è tanto noiosa come la virtù. (George Bernard Shaw).
Forse l’aspetto esteriore suscita una prima impressione, quella che si basa sulla percezione dei sensi. In realtà valgono di più uno sguardo, un sorriso, il portamento, lo stile, qualità speciali e diverse non sempre date in dotazione da Madre Natura, ma optional acquisiti nel tempo con artificiosa sapienza.
Valorizzarsi esteticamente senza eccessi può contribuire a sentirsi bene con se stessi, ma in fin dei conti vale la pena di perdere la libertà di esser ciò che si è, omologandosi a canoni estetici imperanti?
6 commentsUna storia a dir poco … vergognosa.
Barbara ha scritto una mail alla Direzione del Carrefour di Assago che linko per solidarietà.
Una mail che fa male a lei, come madre, e a tanti che l’hanno letta.
È doveroso denunciare questi fatti a mezzo stampa e nella rete perché certe esperienze così mortificanti , espressione di mancanza delle più elementari forme di rispetto e di senso civico, lasciano il segno.
Nulla potrà risarcire il bambino di Barbara se non il vero rispetto della sua identità e dignità di persona che in questa vicenda sono state offese da più persone ( comprese quelle che sicuramente hanno assistito e non sono intervenute).
A Barbara auguro di trovare la forza di reagire e di sostenere sempre suo figlio.
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L’armonia della natura.
Pubblico la versione integrale di questa presentazione in Power Point per rendere merito a chi l’ha realizzata e trasmesso un po’ di poesia e serenità.
1 comment11 settembre.
Volevo scrivere un commento al post di Alberto “11 settembre, dove eravate?” e ne è uscito un post.
Ricordo che ero in cucina con mia figlia. La tv era accesa. Ad un certo punto andò in onda il tg speciale. Per qualche secondo rimasi disorientata: mi pareva di assistere alla tragica finzione scenica di un film. Gli occhi dei passanti scrutavano verso l’alto, allibiti , quasi in attesa. Vedendo il primo aereo, pensai che si trattasse di un incidente. Non poteva essere vero ciò che diceva il commentatore . La visione del secondo aereo, l’incendio, lo scoppio e il polverone mi scossero: mi diedero la certezza dell’attentato e della gravità dell’evento. Le riprese di gente spaventata, più consapevolmente in lacrime e in fuga, provocarono in me un senso d’angoscia..Rimasi come ipnotizzata dalla televisione, in cerca di altre notizie per capirne di più. Di sera mio marito rientrò a casa e si precipitò davanti alla tv mentre i bambini gli dicevano che era successa una cosa grave. Già sapeva dell’accaduto. Ci ritrovammo tutti e quattro a rivedere quelle scene. In silenzio. Mi accorsi che anche lui, in piedi e in disparte, piangeva. Lui che ama New York: una delle prime tappe lavorative dei suoi 20 anni.
All’emotività del momento segue sempre il tentativo di razionalizzare, per esorcizzare un po’ la paura inconscia. Mi chiedevo Perché. Perché tutto questo? E lo stesso i miei figli ai quali non sapevamo dare una spiegazione logica, se non quella della follia omicida..
Ebbi veramente paura che potesse scoppiare un’ altra guerra mondiale quando nei giorni successivi mi resi conto che quello che consideravo l’atto di un folle, in realtà era una vera e propria dichiarazione di guerra, premeditata e condivisa, più di quanto si pensasse.
L’11 settembre ha lasciato il segno: nella storia e in noi.
A tutt’oggi associo quelle immagini al fungo atomico su Nagasaki. L’11 settembre mi ha un po’ cambiata. Come le immagini che documentano stragi, crimini e attentati contro civili inermi. A tutt’oggi riprovo un po’ quel senso di sgomento, di confusione, di impotenza. Pietà quando penso ai biglietti e alle foto degli scomparsi, agli sguardi che scorrevano tristemente lungo gli elenchi di identità ben incolonnate, riconosciute e spezzate in un attimo. Ammirazione per quelle persone accomunate dall’orgoglio nazionale e da un dolore profondo. Quel dolore di chi resta, colpito negli affetti, sopravvive muto ma tenace, lascia traccia indelebile dopo le prime lacrime, unisce tutti e ovunque come espressione del proprio istinto e attaccamento alla vita nel tentativo di rivalsa, di riscatto e di reazione alle sfide della sorte e della storia, in un gioco enigmatico di ineluttabilità e probabilità, accidentalità e determinazione, di cause ed effetti. Quel sentimento collettivo che ha unito tanti nello sforzo di rimuovere con le macerie la paura e la consapevolezza di essere sospesi in un percorso che all’improvviso può franare del tutto in una voragine verso l’ignoto.
Resta la forza del ricordo, la volontà di andare avanti e di vivere il presente, la speranza di contribuire quotidianamente a costruire un futuro migliore in nome della pace, della verità e giustizia…per tutti.
1 commentCinque più più, sei meno meno…
Il voto è un numero che esprime la valutazione di una prova. Gli elementi che sono alla base della valutazione sono molteplici: alcuni riguardano l’apprendimento (cioè le conoscenze, abilità e competenze acquisite dagli studenti nel percorso curricolare e al loro utilizzo interdisciplinare) e il profitto ( cioè risultati conseguiti nelle prove orali, scritte e pratiche) , altri la dimensione formativa dello studente ( costanza nello studio, impegno, partecipazione attiva alle lezioni e propositiva alla vita della classe, motivazione, frequenza regolare). Da quest’anno scolastico si torna ad una valutazione espressa con il voto ( nelle scuole primarie affiancato dal giudizio) in una scala da 1 a 10, per un’esigenza di chiarezza e trasparenza della misurazione delle conoscenze, competenze e abilità, per capire a che punto lo studente è arrivato nel percorso di apprendimento perché possano attivarsi strategie e metodologie adatte al conseguimento degli obiettivi prefissati sia per compensare eventuali lacune , sia per sviluppare l’eccellenza con percorsi mirati. I voti semplificherebbero la valutazione e ben vengano se servono a semplificare. Mi spiego in termini meno tecnici, rifacendomi a una prassi consolidata in fase di scrutinio soprattutto delle scuole secondarie di secondo grado, dove appunto spesso si danno letteralmente i numeri .
Generalmente i ragazzi delle superiori sono abituati a fare la media matematica perché con 5,6 rischiano esami di riparazione a settembre a meno che, per esempio, l’insegnante di lettere non ceda dal 7, 4 i decimi necessari per risollevare la media in matematica. Alla fine, il genitore, non saprà se il figlio ha carenze in matematica o è stato penalizzato in italiano, ma ovviamente esulterà per la promozione.
I voti delle interrogazioni orali spesso sono un mistero glorioso, talvolta affidati alla discrezionalità di luna storta o buona del docente e alla sua gentile concessione di interrogare oralmente. Oggi pare che gli insegnanti non abbiano mai tempo sufficiente per interrogare ( alcuni si accontentano di due prove orali in un intero quadrimestre) e ricorrono a prove scritte, se non a questionari a risposta multipla tra le quali l’alunno deve scegliere la risposta esatta ( perché ormai la vita è tutta un quiz). Così spesso e volentieri i ragazzi si specializzano in strategie sempre diverse per copiare meglio e non farsi beccare durante la verifica scritta di materie tradizionalmente orali quali la storia , geografia, filosofia,italiano, scienze. A parte il fatto che solo da un’interrogazione orale si deduce se un ragazzo ha studiato, dalla sua capacità di analisi, sintesi e di fare collegamenti si evince la padronanza della materia e dalla capacità di organizzare un discorso e gestire l’emotività si rileva il suo grado di maturità. Anni luce fa gli insegnanti avevano sempre tempo sufficiente per interrogare. E chi si scorda le interrogazioni e l’attesa del fatidico nome dell’interrogando! Mentre l’indice dell’insegnante scorreva sull’elenco alunni del registro, intuivamo più o meno chi sarebbe stato il prescelto a meno che repentinamente l’indice non risalisse in fretta a causa di un ripensamento. Intanto ci preparavamo psicologicamente col fiato sospeso o ad inventarci una scusa plausibile ( quasi mai accettata) o al supplizio. Poi c’era l’insegnante che preferiva sorteggiare o quello che apriva un libro, leggeva il numero delle pagine, ne sommava le cifre e trovava la corrispondente lettera dell’alfabeto…nemmeno il tempo di tirare un sospiro e di stare in apnea che zac…il nome della vittima già echeggiava in un silenzio irreale.
Dopo anni ho notato però che nella scuola resistono i più e i meno.
A volte tre + (cioè +,+,+ ) dell’insegnante indulgente dati per interventi o risposte giuste durante una spiegazione o la scena muta dell’interrogato di turno, servono a formare un quarto di punto, un mezzo punto, un punto in più per alzare la sofferta media matematica. Poi c’è l’insegnante più severo, che non premia gli interventi o la partecipazione costruttiva durante le lezioni, ma segna solo i meno. Uno, due, tre meno (-,-,-) per una risposta sbagliata o disattenzione levano un quarto di punto, mezzo punto, un punto ecc. dalla suindicata media matematica.
Altro arcano non ancora svelato,ma radicato e diffuso, che non capivo da studentella e a dir la verità nemmeno ora che ho figli studentelli, è la differenza tra 5 e ½, 5/6 (l’altalenante dal 5 al 6), 5 +, 5++, 6-, 6- -…e i rari ma non ancora estinti, 5+++ e 6 - - – . Insomma io sinteticamente ne deduco che il ragazzo ha conseguito una valutazione quasi sufficiente…che poi ci sia un’approssimazione per difetto o per eccesso di un quarto di punto, mezzo punto e tre quarti di punto, secondo me, questa sottospecie di voto è chiaro solo nella mente di chi l’ha scritto.
Con le novità introdotte di recente ho però finalmente avuto conferma che lo zero spaccato è scappato definitivamente dai quaderni.
La stragrande maggioranza di insegnanti è concorde nel valutare partendo da 1 ma non tutti arrivano al 10. No…il 10 è troppo, al massimo arrivano al 9, a volte all’ 8 o addirittura al 7, così per principio. Ma se si dà al massimo 7, è più difficile recuperare un’insufficienza.
Non solo. Il 4 di chi dà al massimo 7, non equivale al 4 di chi valuta fino al 10. La matematica non è un’opinione. La metà di 7 è 3,5…per cui il primo 4 equivale quasi ad una sufficienza. Invece no. Nei consigli di classe si assiste alla ballata di tanti 4 , magistralmente equiparati tra loro e si fa, o si dovrebbe fare, la sacrosanta media matematica. Talvolta con contrattazione e baratti di decimi di punti da una disciplina all’altra.
Ricordo ancora una mia insegnante di chimica. Nelle prove scritte alcuni ragazzi riuscivano a prendere -12,5 che misteriosamente poi in pagella si trasformava in un 3 o un 4 .Alcuni decidevano di non svolgere la prova scritta per riuscire a prendere almeno 0.
Il voto potrà semplificare il sistema di valutazione se riferito a omogenei standard di apprendimento a livello nazionale e soprattutto se esprime un criterio uniforme di misurazione.
Altrimenti continuerà la frenetica danza dei numeri … relativi.
12 commentsLo zero scappato.
Dopo lunghi anni di asilo, per cui nel cestino mia madre metteva la gamella con le polpette o la frittatina , Pri Pri ( una specie di coniglietto spelacchiato che in origine doveva essere di peluche) o qualche pentolina giocattolo, che immancabilmente le bambine più grandi mi fregavano, iniziai la prima elementare in una scuola parificata a cinque anni (sono nata in aprile, quindi ero quasi un anno avanti rispetto ai miei compagni di avventure scolastiche).
Ero più piccola di età e di statura per cui il primo giorno di scuola notai che il mio banco era in prima fila, anzi doveva essere quello della prima fila. La maestra però accontentò una mia compagna che fece un capriccio snervante e occupò indebitamente la mia postazione. Finii all’ultimo banco. Il problema era che da laggiù non vedevo bene e probabilmente non seguii le indicazioni dell’insegnante( una suora). Ad un certo punto si avvicinò e mi diede un quaderno con un esercizio apparentemente facile. Dovevo unire i puntini che tracciavano una A in stampatello maiuscolo…ma non sapevo che dovevo unirli tracciando una linea unica partendo dal primo puntino in basso a sinistra proseguendo verso l’alto per poi discendere, come su uno scivolo, verso l’ultimo puntino in basso a destra formando una linea spezzata .E io, secondo la mia logica infantile, unii i puntini con una miriade di linee che s’intersecavano a più non posso, intessendo una bella ragnatela di linee traballanti e storte. La maestra ripassò per controllare il compito e il mio capolavoro artistico fu definito sgorbio. Prima mi beccai una sgridata umiliante e, secondo me, immeritata per lo sforzo che avevo fatto e la convinzione di avere svolto bene il compito. Poi sul quaderno comparve un misterioso segno circolare, sbarrato da una linea obliqua. Dalla veemenza con cui era stato inciso e dagli strepiti della suora, intuii che aveva un brutto significato. Era uno Zero Spaccato. Io guardavo quel nuovo sgorbio affascinante: lo Zero spaccato, sbarrato, tagliato che, nel resoconto che diedi ai miei genitori , chiamai Zero scappato. Ma perché sbarravano gli zero? Per timore che vi anteponessero un 1 e si trasformassero in 10? Per sottolineare che era irrimediabilmente zero…un insieme vuoto, un annullamento senza speranza di rimedio? Per un bambino che non conosce il significato dei numeri che poteva significare? Infatti io non conoscevo lo zero scappato e mi chiedevo perché mai fosse scappato sul mio quaderno. Capii solo che il mio compito era sbagliato. Così nel tentativo di rimediare al disastro, bagnai la gomma con la saliva e … zac zac , a forza di sfregare su quello sgorbio di A scritto con la penna (perché usavamo subito la penna, anche se non sapevamo tenerla in mano) feci un bel buco sul foglio. Vi lascio immaginare l’espressione di sconforto della maestra e la mia per avere fallito nell’impresa. Quando mio padre venne a prendermi a scuola, strepitai che a scuola non volevo più andarci. Da buona ariete (con corna da sfondamento) e ascendente toro ( con corna da attacco) sin da piccola era difficile dissuadermi dai miei convincimenti. Piansi disperatamente, convinta di porre fine alla carriera scolastica e ignara di quel che mi avrebbe poi riservato la vita. Infatti, anni dopo, a mia madre che mi prospettava un futuro da insegnante, urlai “Insegnante io? Piuttosto vado in convento”. E infatti ci sono finita , svoltando drasticamente da altre prospettive professionali. A scuola però, non in convento ( almeno per ora !). Comunque sia e nonostante tutto, mi piace insegnare e grazie a quella maestra imparai tante altre cose.
La suora aveva una bacchetta ma non come quella della fata di Cenerentola o Harry Potter. Anch’essa era magica visto che riusciva a farci stare fermi, muti e apparentemente attenti. Era luuuuuuuuunga fino alla terza fila di banchi e tac tac ticchettava sul banco se osavamo distrarci. Mio fratello ebbe la sfortuna di esser mancino. Sì perché all’epoca la sinistra era considerata la mano del diavolo. Mio nonno lo difendeva strenuamente da quelle cape di pezza (suore) che lo obbligavano a scrivere con la mano destra.La Divina Provvidenza volle che un bel giorno mio fratello si rompesse il braccio destro cadendo durante una delle sue solite corse in bici . Così da quel giorno fu diabolicamente libero di scrivere con la mano sinistra e in seguito divenne ambidestro. Io non avevo questa capacità… in compenso avevo lo stress di scrivere fioretti da offrire al Sacro Cuore di Gesù. Sempre grazie alle suore, avevo il terrore dei crocefissi perché mi avevano fatto vedere Marcellino, pane e vino con esiti forse inaspettati perché il crocefisso parlante mi spaventava. Il quadro del Sacro Cuore era esposto trionfalmente in aula e io osservavo incuriosita quel cuore rosso palpitante. Carò Gesù ti prometto che…e giù a scervellarmi. Finchè un giorno scrissi in rima Caro Gesù, prometto che non conto più .Certo che le esperienze che si fanno da piccoli si ricordano bene. Questo perchè un giorno la suora disse di contare sulle dita per 8 da 0 a 80. In prima non è facile imparare a contare sulle dita, soprattutto usando le due mani. Non so come feci, so solo che i miei numeri non corrispondevano a quelli della mia compagna di banco, ma imperterrita proseguii. Dopo lunghi bisticci con i polpastrelli sulle mie guance arrivai a 80. Era la prima volta che riuscivo a svolgere un compito esatto. Fui l’unica a non deludere le aspettative della maestra su 35 bambini. Mi aspettavo che agli elogi della suora seguisse una bella manciata di caramelle, colorate e di zucchero…quelle che si potevano comprare con 10 lire durante la ricreazione o si ricevevano in premio per compiti corretti e precisi. La maestra mi premiò con un ritaglio di libro raffigurante un fiore. Non era la solita margherita , fiore più gettonato nei disegni dei bambini, bensì era un fiore nuovo e diverso: un’ortensia. Poiché ero capatosta, le dissi che preferivo le caramelle. Mi rispose che erano finite. Quando a ricreazione tirò fuori il barattolo per vendere le ultime rimaste, tornai alla carica. Nisba! Indispettita tornai a posto e mi ripromisi di nuovo di non andare più a scuola. Quando mia madre venne a prendermi, iniziai a piangere spiegandole l’accaduto e quella volta spettò a lei sciropparsi le mie rimostranze. Ma la maestra aveva sempre ragione. Punto. Anzi punto fermo.
Sostenni l’esame di primina e l’anno successivo, trasferitici in un’altra città, frequentai le scuole pubbliche. Ho bei ricordi della seconda e terza elementare, delle gare di tabelline, degli esercizi di grammatica e della classe femminile di 32 bambine guidata da un’anziana maestra , prossima alla pensione. Ancora ricordo una compagna di classe dai lunghissimi capelli intrecciati in acconciature che secondo me richiedevano oltre che bravura almeno un’ora di preparazione, il turno pomeridiano di lezione e il Signor Direttore che tutti i giorni passava nei corridoi alla fine delle lezioni e ci salutava mentre recitavamo il Salve, o Regina. Anche in quel periodo non capivo tante cose…per esempio “A te ricorriamo esuli figli di Eva … Orsù dunque, avvocata nostra…” Quell’orsù era indigesto più di esuli e avvocata. C’è voluto un po’ di tempo (meglio tardi che mai!) per apprendere che non era un termine dialettale per dire orso.
Ci trasferimmo ulteriormente, stavolta al Nord, e sempre in una scuola pubblica finii il ciclo delle elementari ( e Deo gratias , senza altri trasferimenti, proseguii gli studi fino al liceo) . Ebbi finalmente l’opportunità di confrontarmi coi maschietti in una classe mista. All’inizio fu uno sfacelo. Ero in una classe di bambini pestiferi. Tutti erano incuriositi da me perché non conoscevo le parolacce locali, ma recuperai in fretta. Riuscii ad impormi nel gruppo di coetanei perché ricordavo tutti i numeri delle figurine e mi destreggiavo bene nel contrattare gli scambi.
Della maestra però non ho un bel ricordo: altro che integrazione e pari opportunità… Grazie a lei e alle mie corna di ariete e toro messe insieme in una spaventevole caparbietà caratteriale, decisi di riscattarmi in un altro modo cioè dimostrando che anch’io potevo essere brava a scuola, ma esclusivamente per un senso personale di rivalsa. Del suo plauso per il mio buon rendimento scolastico non m’importava nulla, perché percepivo una sorta di discriminazione che riguardava la mia persona.
A distanza di tempo la ricordo ancora. Senza rancore, forse con un po’ di sufficiente tolleranza. In fondo s’adoprava come meglio sapeva fare, rispecchiando la sua formazione .
E vorrebbero farci tornare nostalgicamente all’insegnante unico? In una società che richiede sempre più capacità di confrontarsi ed elasticità mentale, mi pare un contraddittorio anacronismo rispondente più all’esigenza di contenere la spesa pubblica che ad un’ottimizzazione di risorse per migliorare la scuola.
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