11 settembre.
Volevo scrivere un commento al post di Alberto “11 settembre, dove eravate?” e ne è uscito un post.
Ricordo che ero in cucina con mia figlia. La tv era accesa. Ad un certo punto andò in onda il tg speciale. Per qualche secondo rimasi disorientata: mi pareva di assistere alla tragica finzione scenica di un film. Gli occhi dei passanti scrutavano verso l’alto, allibiti , quasi in attesa. Vedendo il primo aereo, pensai che si trattasse di un incidente. Non poteva essere vero ciò che diceva il commentatore . La visione del secondo aereo, l’incendio, lo scoppio e il polverone mi scossero: mi diedero la certezza dell’attentato e della gravità dell’evento. Le riprese di gente spaventata, più consapevolmente in lacrime e in fuga, provocarono in me un senso d’angoscia..Rimasi come ipnotizzata dalla televisione, in cerca di altre notizie per capirne di più. Di sera mio marito rientrò a casa e si precipitò davanti alla tv mentre i bambini gli dicevano che era successa una cosa grave. Già sapeva dell’accaduto. Ci ritrovammo tutti e quattro a rivedere quelle scene. In silenzio. Mi accorsi che anche lui, in piedi e in disparte, piangeva. Lui che ama New York: una delle prime tappe lavorative dei suoi 20 anni.
All’emotività del momento segue sempre il tentativo di razionalizzare, per esorcizzare un po’ la paura inconscia. Mi chiedevo Perché. Perché tutto questo? E lo stesso i miei figli ai quali non sapevamo dare una spiegazione logica, se non quella della follia omicida..
Ebbi veramente paura che potesse scoppiare un’ altra guerra mondiale quando nei giorni successivi mi resi conto che quello che consideravo l’atto di un folle, in realtà era una vera e propria dichiarazione di guerra, premeditata e condivisa, più di quanto si pensasse.
L’11 settembre ha lasciato il segno: nella storia e in noi.
A tutt’oggi associo quelle immagini al fungo atomico su Nagasaki. L’11 settembre mi ha un po’ cambiata. Come le immagini che documentano stragi, crimini e attentati contro civili inermi. A tutt’oggi riprovo un po’ quel senso di sgomento, di confusione, di impotenza. Pietà quando penso ai biglietti e alle foto degli scomparsi, agli sguardi che scorrevano tristemente lungo gli elenchi di identità ben incolonnate, riconosciute e spezzate in un attimo. Ammirazione per quelle persone accomunate dall’orgoglio nazionale e da un dolore profondo. Quel dolore di chi resta, colpito negli affetti, sopravvive muto ma tenace, lascia traccia indelebile dopo le prime lacrime, unisce tutti e ovunque come espressione del proprio istinto e attaccamento alla vita nel tentativo di rivalsa, di riscatto e di reazione alle sfide della sorte e della storia, in un gioco enigmatico di ineluttabilità e probabilità, accidentalità e determinazione, di cause ed effetti. Quel sentimento collettivo che ha unito tanti nello sforzo di rimuovere con le macerie la paura e la consapevolezza di essere sospesi in un percorso che all’improvviso può franare del tutto in una voragine verso l’ignoto.
Resta la forza del ricordo, la volontà di andare avanti e di vivere il presente, la speranza di contribuire quotidianamente a costruire un futuro migliore in nome della pace, della verità e giustizia…per tutti.
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Ho provato anch’io paura e un senso di smarrimento e precarietà.