“Che il Signore vi conservi nel suo amore”
Ci sono giorni che trascorrono nell’apparente normalità lungo una strada percorsa tante volte, scandita dai soliti ritmi, illuminata dalla stessa luce e dagli stessi punti cardinali della mia vita, dalle certezze acquisite pian piano con la forza del cuore e della mia storia. La vita è un vento che impari a conoscere per affrontare con maestria le sferzate fredde o per lasciarsi accarezzare dalla brezza… Eppure nello stesso giorno capita un imprevisto che mette alla prova razionalità ed emotività. Un giorno in cui ti chiedi perché mai debbano succedere certe cose.
Troppe città e case, troppe solitudini affettive in una realtà così diversa dalla tua, in confini senza radici, in silenzi invadenti più dell’eco delle tue varie forme di bisogno. I tuoi coetanei rincorrono il superfluo, tu invece solo uno sguardo per essere ascoltato. Nei tuoi occhi a volte sfuggenti non sempre vedo le stelle della tua età. La tua memoria è la mia memoria, la tua storia è un po’ anche mia. Vorrei solo riuscire a regalarti un sogno di speranza che ti dia certezza, un entusiasmo per evitarti di capire troppo ciò che non è giusto e che, crescendo, forse stai intuendo, perché la tua vita sia a misura dei tuoi anni. I tuoi nove anni meritano altre opportunità. Il troppo di tanti e il tuo troppo poco non si bilanciano in una media equa:c’è uno squilibrio di base in cui è difficile compensare quel vuoto di un padre che non c’è mai stato, se non nel tuo immaginario, e lo sforzo stanco e disperato di tua madre che da sola si barcamena con tenacia aggrappandosi ad un istinto naturale, un po’ esasperato dalle contingenze di una vita particolarmente difficile. Le sue lacrime danno vita ai miei pensieri, mi mettono dinanzi ad un senso di impotenza che non è rassegnazione. Quelle lacrime confermano la sua consapevolezza e il suo amore per te, quello che forse temi di perdere e innescano emozioni che non sai spiegare e fai affiorare pian piano.
Sto ricostruendo un mosaico fragile e complesso: il tuo. Le piccole tessere sono frasi spezzate, dette quando sembri spensierato e intento a giocare come gli altri, il pianto improvviso di fronte a cose banali, il sorriso in cerca di consensi e conferme affettive. Un filo d’acciaio mi lega alla tua dignità di bambino. Hai fiducia in me e in altre, ma devi recuperarla per chi ha pianto per te, sfogando la sensazione di avere sbagliato o fallito. Non pretendo che tu capisca. Vedi ancora la realtà con gli occhi dell’affetto e dell’emotività, per fortuna, come ogni bambino. Non precorrere i tempi con la tua intelligenza. Stai difendendo e ricordando a tutti la tua dimensione di bambino in un’intima sofferenza e disagio che meritano rispetto e che forse io non sperimenterò mai nemmeno in altre tre vite.
Ci sono giorni in cui smarrisco ogni verità, àncora, costellazione, meta di fronte al sacro mondo dell’infanzia col pudore di non intaccarlo con la profanità di adulto.
Ma continuerò lo stesso, lungo una via apparentemente parallela alla tua, facendo leva su di me. Ti prendo per mano con la mia perplessità, i miei limiti, il mio affetto per farmi carico della tua solitudine e del tuo bisogno, che ho visto già in altri. In quei bambini che non ho dimenticato e che mi hanno insegnato più dei libri e di ogni altra esperienza. Vorrei tanto che con fiducia riuscissi a recuperare un po’di serenità dentro di te, quella che anima, orienta e dà calore.
Perchè ogni bambino è una luce divina che non può essere violata da nessuna logica e maturità adulta.
Ogni bambino è un po’ mio figlio.
Ogni persona è un’altra immagine di me.
Ci sono giorni in cui la vita assume più senso di altri. Giorni in cui devo rileggere le parole di un umile gigante, un gesuita dalla tonaca bianca. Sin da ragazzo ha dedicato la sua vita alla fede. Per anni visse a Ceylon (attuale Sri Lanka) finchè alla fine degli anni ‘70 la guerra civile tra i Tamil e i Singalesi lo scacciò per avere osato ospitare e soccorrere i Tamil, all’epoca perseguitati e uccisi a migliaia. Per molti anni è vissuto poi nel Sudan. Raccontava di disporre di un litro d’acqua che doveva bastare per giorni interi, sia per bere che per lavarsi. Spesso chiedeva aiuti per genti ridotte allo stremo, si accalorava per quelle morti ignorate da tutti, per quei bambini e persone senza diritti, chiamati al dovere di vivere come titolari di un diritto sacro: la vita. Sopravvivere in quel contesto era un lusso, talvolta una maledizione. Altre guerre etniche, massacri, esodi di altre etnie in un altro continente. Fu rapito dai guerriglieri e riuscì a scappare di notte con alcuni indigeni. Dopo aver vagato a lungo nascondendosi di continuo, avere resistito pure ad un leopardo affamato che per giorni aveva assediato una capanna di legno abbandonata in cui si erano rifugiati, raggiunsero il confine con l’Uganda. La preghiera e la fede lo aiutarono. Anziano e malato di malaria fu trasferito in Kenya dove finì i suoi giorni, misteriosamente investito sul ciglio di una strada mentre camminava a piedi. Aveva ormai ottant’anni. Il suo portamento eretto di gigante di oltre 1.80 m,lo sguardo limpido e vivo e il sorriso contagioso non si dimenticano. Come le sue parole e le sue vicende, quelle che raccontava a noi nipoti quando a distanza di anni riusciva a tornare al suo paese. Non gli sfuggivano le trasformazioni della vita occidentale né i cambiamenti nei nostri volti e nelle famiglie. Narrava della sua esperienza, delle questioni etniche ma soprattutto delle consuetudini di altri popoli, che parevano così lontane e incomprensibili. Lui cercava di capire, assisteva e curava, s’adoprava per l’istruzione e la costruzione di pozzi d’acqua convinto che fossero i mezzi necessari per garantire condizioni di vita migliore, per fare acquisire consapevolezza e un minimo di autonomia per una vita più dignitosa… trasmetteva valori della persona, oltre la parola di Dio.
Credeva in quel che faceva non solo per chi condivideva il suo credo, ma per tutti perché tutti erano persone a prescindere dal dio che li ispirava. Era un puro, forse accecato da una fede che per lui divenne ragione di vita, vissuta con coerenza per gli altri.
Così è andato avanti, finchè tutti i suoi giorni si esaurirono.
Ho ritrovato le sue parole “ I giorni più difficili, in cui credevi di esser stato abbandonato da Dio vedendo solo un’orma sulla sabbia del tuo cammino, sono stati i giorni in cui il Signore ti ha portato in braccio”.
“ Signore, concedimi che oggi io guardi il mondo con uno sguardo impregnato di amore.. . aiutami ad accogliere nel mio prossimo colui che Tu vuoi amare oggi per mezzo mio…”
Perché tutto questo? Perché i diritti umani, giuridicamente e universalmente riconosciuti anche se non sempre di fatto garantiti, si riferiscono al valore della persona, alla sua identità individuale e collettiva. Valori che vanno oltre ogni confine di età, di stato, di etnia, di fede, lingua, cultura… valori universali, tanto declamati e spesso invisibili a partire dal nostro piccolo raggio d’azione. Le ragioni di convenienza economica e politica prevalgono su quelle morali e civili, nonostante ci sia maggiore consapevolezza rispetto al secolo scorso.
A conclusione di una sua lettera mi scrisse:
“Che il Signore vi conservi nel suo amore”.
60° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
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In tanti anni di insegnamento ho incontrato spesso bambini che chiedevano, timidamente o disperatamente, a volte in modo aggressivo non facile da capire, un po’ d’amore,di attenzione, di riconoscimento. Quello che possiamo fare come insegnanti è far loro sentire che ci sono adulti che li accettano, li apprezzano e di cui possono fidarsi.
Concordo con Filo. Grazie del post, skip.
Buon week end!
Buon fine settimana, e grazie a voi
[...] Che il Signore vi conservi nel suo amore [...]
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