Ma in attendere è gioia più compita.

Nella mia tribù soltanto dopo lunghe trattative riusciamo a concordare qualche giorno di pausa per staccare un po’ tutti insieme. Il più libero e l’unico sempre disponibile è il cane. Il primo, pronto a saltare festoso in auto non appena vede caricare le valigie. Sebbene il tragitto e il periodo di vacanze siano più o meno sempre gli stessi, in quanto dobbiamo conciliare la nostra presenza a casa dei nonni che abitano a circa 1000 km di distanza gli uni dagli altri, ogni nostro viaggio ha un qualcosa di diverso. Innanzitutto i preparativi e le grandi manovre di carico e scarico dei bagagli. Sia che si parta per tre giorni o per quindici, sono sempre troppo voluminosi. I figli più crescono e più cose hanno da portarsi dietro. In questo invidio bonariamente il mio consorte, capace di organizzarsi in mezz’ora portando lo stretto indispensabile, anche se deve andare agli antipodi, e ha a portata di mano ( o meglio di anta) abiti adatti ad ogni occasione e stagione.
Dopo una giornata di raccomandazioni a mia madre per accudire soprattutto i membri più stanziali della tribù (gatti e pappagallini), finalmente partiamo. I figli cadono in letargo…per fortuna. Il consorte si concentra nella guida, lasciandosi distogliere solo dai continui bollettini di Isoradio e da qualche mia eventuale zampettata frenante. …e via!
L’auto corre sulla stessa autostrada. Simile a tante altre che avanzano nella stessa direzione Costretta a stare seduta e ferma per ore, mi distraggo guardando il paesaggio che scorre al di là del finestrino rivelandomi qualcosa mai notato prima.
Spio sagome sconosciute; dietro le luci accese trapelano ombre, bassorilievi della quotidianità violati nei segreti di case e famiglie, tutte uguali e così diverse. Visibili tracce nei panni stesi sui balconi, sospesi tra mille colori con la fatica del giorno e l’ebbrezza della notte. I contorni di ringhiere traforate, di davanzali fioriti e cancellate sbarrate custodiscono frammenti di vita. Da una macchia di colore, dai monotoni riflessi gialli dei fari e dei catarifrangenti, dall’asfalto lucido e dalle perle di pioggia sui vetri, s’avviano i ricordi. Prima per associazione, poi in pennata salgono e scendono lungo i delicati profili delle colline, i filari regolari e lavorati, i pioppi eterei senza ombra, le distese brulle o verdeggianti sfiorate dalle stagioni e dalla prima luce del mattino, i campanili di chiesette e piccoli centri abitati.
Tracce di ieri cercano consistenza tra le nuvole rincorrendosi casualmente nello schermo della mente. Fluttuano senza logica…aliti di vento nella memoria cullano passato e presente.
Poi subentra una dolce sensazione interiore di stasi e distacco. È l’attesa. Una parentesi che separa dall’invadenza del domani e dalla nostalgia di ieri. Un rifugio privato e accogliente, una postazione privilegiata di osservazione di ciò che si vive dentro, un tempo di raccoglimento che intercorre tra il preannuncio di un qualsiasi evento e il suo verificarsi. Spesso viene condannata come inutile tempo morto o tempo improduttivo da ammazzare. È invece una pausa che sospende ogni istante fuggevole proteso verso qualcosa di imprevedibile ed incerto, che avanza da un orizzonte mutevole e può sorprendere. Genera una muta calma interiore e un’ apparente quiete dei sensi, pronti a captare un qualsiasi segnale che possa interromperne il silenzio. Una tranquillità rasserenante libera l’immaginazione che sconfina dalla realtà, ridotta ad una scia di chiaroscuri.
L’attesa è uno stato di ascolto, di dormiveglia, di placido benessere. Una scheggia di eternità nascosta.
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ciao skip,
stupenda sempre!
saluto caro,
g
Che bello è stato leggerti, mi è sembrato di viaggiare con te!
Un caro saluto skip
Grazie a voi e a filo che mi ha suggerito il tema dell’attesa.
Skip, se permetti vorrei riportare la poesia di Montale che contiene per ultimo il verso che hai messo a titolo al post:
“Gloria del disteso mezzogiorno
quand’ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d’attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto,- e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l’ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
L’arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s’una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.”
L’attesa,un tempo di apertura, di veglia con la lampada accesa.
Ciaociao.
Che alternanza di percezione oggettiva e soggettiva nei versi di Montale!
A presto!
Skip, il tuo racconto mi ha fatto rivivere sensazioni e situazioni note. Anche per me sono, tutti gli anni, circa 750 km di autostrada da percorrere.
Mi sono ritrovata in pieno nella tua descrizione molto efficace.
Un caro saluto e buon w.e.
annarita:)
Le sensazioni comuni che accompagnano durante i viaggi.
Ciao e buon fine settimana anche a te
Molto bello e coinvolgente quello che scrivi. Ma per me l’attesa è un presente vibrante.
Bel post. Sei riuscita descrivere in maniera “sentimentale”, quello che è uno dei momenti più belli della vacanza: il viaggio, l’attesa e quello che ne consegue. Brava e grazie.
Grazie a voi.
A presto!
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