Skip blog

Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for February, 2009

Sailing

 

 Il fascino delle vele…

sailing4

Cliccare su sailing4 per visualizzare la presentazione ( sperando sia la volta buona  ;)  )

8 comments

Giù la maschera…

 

il-carnevale-di-arlecchino-di-joan-miro

 

Nelle antiche feste religiose pagane si faceva uso delle maschere per allontanare gli spiriti maligni, finchè con il  cristianesimo questi riti persero il carattere magico e divennero semplicemente forme di divertimento popolare.
Durante il Medioevo e il Rinascimento i festeggiamenti in occasione del Carnevale furono introdotti anche nelle corti europee ed assunsero forme più raffinate, legate anche al teatro, alla danza e alla musica.
Oggi il Carnevale si esprime attraverso il travestimento, le sfilate di maschere e carri allegorici e rappresenta un’occasione di festa  nel  periodo che precede il mercoledì delle ceneri, primo giorno di Quaresima.

Mi affascina l’eleganza austera e statuaria dei personaggi che in un trionfo di colori spiccano  tra  le calle, i canali e i palazzi della Serenissima (carnevale veneziano di David Creedon in Appunti Novalis). Ogni anno rivivono in una dimensione sfarzosamente irreale comparse teatrali sospese nel tempo, misteriose nei sorrisi indecifrabili e negli  sguardi imperscrutabili in  un’armoniosa coreografia di drappeggi, trine, piumaggi e fantasiose  acconciature e copricapi .

La maschera: intrigante espediente per rivelare una tantum ciò che si vorrebbe essere e azzardarsi in sembianze esilaranti, talvolta provocatorie, conturbanti per apparire diversi , stupire, divertirsi e divertire al di là dell’immaginazione. Realtà e finzione si amalgamano sul palcoscenico del proprio Io. Persona e personaggio convivono tenendosi sotto braccio senza alcun limite, timore, perplessità, inibizione grazie ad un’indulgente, incondizionata, liberatoria concessione ad un’identità insolita. Come quando da bambini si giocava ad indossare i vestiti e a calzare le scarpe degli adulti   per provare a sentirsi grandi , in una dimensione che non ci apparteneva ma si ambiva di emulare. Il Carnevale è soprattutto la festa dei bambini che, più flessibili e capaci di adattarsi ad un’identità transitoria, mitica, gratificante, si divertono  nell’incanto di un mondo in cui la fantasia può concretizzarsi nel reale. Da adulti si cede al disagio, almeno iniziale, di spogliarsi da maschere più concrete e apparentemente normali. Quelle che talvolta  si indossano per fingere compiacenza, sicurezza, serenità in funzione degli altri e dei propri ruoli. A volte è necessario, a volte è una menzogna recitata principalmente a se stessi. Nessun giudice è più equo della consapevolezza che si raggiunge quando si regge il proprio sguardo allo specchio, riuscendo a coglierne la trasparenza. Bagliori naturali e spontanei. Immunemente incondizionati e  originari. Spudoratamente autentici . Senza maschera.

7 comments

Un saluto dall’Italia a Base Concordia (Antartide)

 

base-concordia

 

Vorrei condividere con voi queste immagini ricevute dall’Antartide.

 

Dopo sei mesi di luce continua, da metà febbraio è  iniziato il tramonto che preannuncia il lungo e buio inverno polare. Le foto sono state inviate da un giovane amico che lavora sulla Base Concordia nella località di Dome C (Antartide), situata su una coltre di ghiaccio spessa 3300 m .

Qui studiosi e tecnici, italiani e francesi, lavorano per attuare programmi di ricerca scientifica,  promossi a livello internazionale, sfidando temperature glaciali e condizioni di vita insolite.

 

Un’esperienza di vita, personale e professionale, sicuramente  interessante ed affascinante ma anche sacrificata in nome della scienza.

 

A M. e a tutti i suoi compagni /e di avventura un caro saluto e un ringraziamento per il contributo alla ricerca scientifica con l’augurio che possano svolgere al meglio la loro missione e passi presto e bene l’ inverno polare.

 

 

Vi pensiamo dall’Italia!

 

Maria e Luigi

 

 

base-concordia-feb

21 comments

Oreste Lionello

 

oreste-lionello

E’ scomparso Oreste Lionello eclettico e straordinario protagonista  del mondo dello spettacolo: cabarettista, attore  e doppiatore in centinaia di film ( ha dato la voce a Woody Allen, a Chaplin nel ridoppiaggio de “il Grande Dittatore”, a  Jerry Lewis, a Michel Serrault nella trilogia del “Vizietto”, a Peters Sellers, a personaggi di film d’animazione come  Asterix e Z la formica).

Abile imitatore negli spettacoli teatrali  del Bagaglino è ricordato per la riuscita interpretazione  di Andreotti o della Regina Elisabetta e di tanti personaggi  del mondo dello spettacolo e della politica. Li calava dal piedistallo della notorietà per portarli con stile scanzonato sul piccolo schermo. Con divertita e divertente ironia, con una disinvoltura esilarante solo a vedersi, ha fatto ridere il vasto pubblico per una  satira politica, arguta e accessibile allo stesso tempo, alternata da allusioni, sottili o sfrontate,  e pindarici non sense. Un grande autore e interprete comico del teatro, cinema e televisione che si è contraddistinto  per intelligenza , professionalità e riservatezza: qualità che non saranno facilmente dimenticate  al di là del sipario calato sulla sua vita.

 

immagine da corriere.it

5 comments

Memorandum di una madre di figli adolescenti.

I figli crescono  e me ne accorgo sempre più.

L’affetto di mammà italica regna sovrano con qualche ansia, soprattutto serale, rapportata alle loro più frequenti e legittime  esperienze.

 Così ho stilato una sorta di promemoria: sono ben accetti pareri di chi ha esperienze diverse.

 

  1. Dovevaiconchivaiacheoratorni è il minimo che una mater possa fare prima che i figli  escano di sera. A che serva , non saprei. Se non a lanciare il sottinteso: “Mi raccomando! Io son qui che  vi aspetto.”
  2. Considera  sempre che possono rispondere quel che vogliono. Va bene lo stesso. Purchè si riesca   poi a ricostruire la loro serata e relazioni interpersonali dal successivo e spontaneo resoconto.
  3. Il consiglio precedente è nullo se il figlio è introversamente muto. In questo caso il classico “Non mi ricordo” oppure “Ma cosa vuoi sapere?” suona peggio di un’inesorabile mannaia. È auspicabile rinviare eventuali analisi del sangue, previste per il giorno dopo, perché i valori potrebbero risultare alterati da stress genitoriale.
  4. Nel caso succitato la mammà italica è in stato d’allerta. Nei giorni seguenti  raddrizza le antenne e cerca di captare, con orecchie da volpe del deserto, ogni piccolo cenno ad amici o a riferimenti spazio temporali della trascorsa serata  per sincerarsi che è tutto ok.
  5. La fiducia è basilare, ma non è mai troppa. Ci sono in giro tanti marpioni /e. Ci sono sempre stati. Forse oggi più di prima o sono solo più emergenti nell’immaginario della genitrice?
  6. Evita il pedinamento a meno che non sei certa che stiano deviando. Se hai sentore di allupati/e (oggi c’è par condicio) che abbiano troppi  anni più di vostra figlia/o, inizia a suonare lo scacciapensieri in un doingdoingdoing dinghidinghi e ad indossare un basco siciliano…sperando che il nuovo look sortisca l’effetto sperato.
  7. In caso di certa conferma, dopo avere ragionato invano con i piezz ‘e core, dedica almeno cinque giorni  ad allenamenti di corsa e di  lancio del giavellotto per avere abbastanza fiato e mira.  Non per sbraitare, ma  per rincorrerli  brandendo un bel battipanni o matterello. I vecchi rimedi funzionano sempre.
  8. Se i figli tardano eccessivamente, un paio di volte si può tollerare .Fai capire però che il tarlo della  preoccupazione procede con le lancette dell’orologio e che è ben accetta una loro telefonata rassicurante in caso di ritardo.
  9. Non angosciare con telefonate continue durante la loro uscita. Se il telefono non squilla, vuol dire che è tutto a posto.
  10. È opportuno dire che devono esser reperibili, qualora si voglia rintracciarli. Se il loro cellulare è sempre irraggiungibile, è meglio non ridursi ad avere anti estetiche occhiaie fino a metà guancia…con modi garbati e sorriso serafico sii sempre pronta ad accoglierli al rientro e poi sfogati pure con una defenestrazione – del cell , non dei figli-, visto che se ne servono  solo quando fa comodo.
  11. Il detto questa casa non è un albergo, è sempre attuale. L’ideale sarebbe pure che non fosse una stalla, perlomeno  la loro camera, dopo la lunga e caotica vestizione serale e frettolosa svestizione notturna. Ma hanno bisogno dei loro spazi, per cui fingi di non vedere fino a quando non c’è sentore di un controllo  dell’ASL. Al loro dolce risveglio, fai  trovare periodicamente ben allineati, in assetto da parata, scopa, straccio, detersivi e secchio d’acqua per provvedere. Qualora siano recidivi,  ottimo deterrente al soqquadro potrebbe essere  una catapulta per  sgomberare il pavimento dalle pezze sparse.
  12. Quando rientrano, se non sei già tra le braccia di Morfeo (che può essere pure uno pseudonimo), ogni tanto con la scusa di augurare la buonanotte e baciarli, annusa l’alito e controlla le pupille. Lo scotto di mammà possessiva val bene come controllo indiretto o prevenzione.
  13. Scatta come una molla  dal letto se per caso si affacciano in camera dicendo: “Mamma devo parlarti…” ; accomodati su un divano evitando di sbadigliare, ascolta e  conta fino a venti prima di rispondere.
  14. Prima di andare a dormire , spiega bene al cane o al gatto di casa che sarebbe opportuna la loro collaborazione. Come ti svegliano alle sei di mattino, mettendo il muso o allungando la zampa sul letto per ricordarti gli impegni della giornata, così devono avvisare quando i figli rientrano ad ora troppa tarda, al di là di quella pattuita. Altrimenti niente pappa. In famiglia tutti devono cooperare.
  15. Viceversa avvisa i pappagallini che se osano strepitare, saranno liberati al freddo e al gelo l’indomani.
  16. Se il figlio/a prende l’auto, il controllo del contachilometri dà utili indizi sugli annunciati spostamenti della serata. Se mente, pur sapendo di mentire, basta lasciare il serbatoio della benzina vuoto …altrettanto il portafogli.
  17. Se  tradiscono la vostra fiducia, medita col consorte una strategia educativa condivisa soprattutto a riguardo del contenuto e dei toni del ragionamento che vorrete intraprendere.
  18. Se il consorte fa lo gnorri, compra un bel biglietto per ignota destinazione nel week end e lascia che si assuma le sue responsabilità di paterfamilias. Le tue di matermatronissima bastano e avanzano.
  19. Rimuovi eventuali  sensi di colpa; pensa alla tua  adolescenza valutandone i pro e contro alla luce della sopraggiunta maturità ( anche se Peter Pan scalpita nel profondo io).
  20. Non disdegnare di tatuare indelebilmente nella loro mente:  “mamma e papà sono i miei genitori, ansiosi e anacronistici caudilli, protagonisti e destinatari del sempiterno  scontro generazionale, e non si preoccupano che io faccia esperienze, ma esperienze senza ritorno… perché, a modo loro, mi vogliono bene”.

 

mafalda-e-madre2

 Vignetta tratta da “Tutta Mafalda” di Quino

 

Articoli correlati: 

I figli sono le ancore nella vita di una madre. 

Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia. 

Mea culpa (parte prima: l’infanzia ) 

Mea culpa (parte seconda: l’adolescenza )

 

 

 

 

14 comments

Pablo Neruda (da Cento sonetti d’amore)

 

marc-chagall-fleurs-sur-fond-rouge-1970-8097712

XVII

 

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l’ombra e l’anima.
T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T’amo senza sapere come, nè quando nè da dove,
t’amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perchè non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

 

 

 

12 comments

Pubblicità per le donne o contro le donne?

Ho seguito un po’ la polemica emersa qualche giorno fa a riguardo della pubblicità di una marca di abbigliamento ( Relish). I cartelloni mostrano due poliziotti brasiliani che perquisiscono in modo “morbosamente irregolare” due ragazze  sul lungomare di Ipanema. Sono stati  rimossi a  Roma , Napoli e a Parma  perchè ritenuti lesivi della dignità della donna .Il sindaco Alemanno ha dichiarato che è ancor più vergognoso che questi cartelloni siano comparsi dopo la recente ondata di violenze sulle donne.  Il  segretario al turismo di Rio de Janeiro ha reagito energicamente, facendo scoppiare un incidente diplomatico, e ha chiesto  all’ambasciata italiana a Brasilia di rimuoverli dalle strade italiane  perché offrono una cattiva immagine della città e della polizia.

 L’Amministratore delegato dell’azienda risponde che  la campagna pubblicitaria, ispirandosi  al famoso film “Thelma & Louise”, voleva  sdrammatizzare le situazioni critiche rappresentate nel film e guardarle da un punto di vista ironico. È stata ambientata in Brasile perché lì a dicembre c’erano condizioni meteorologiche adatte per la collezione primavera – estate.  Si giustifica inoltre  appellandosi alla  mera finzione, che non voleva offendere le donne , e del resto a dicembre non si presagiva l’ondata  italica di  reale violenza sulle donne.

Oliviero Toscani, in interviste su quotidiani, ha commentato che la censura è sempre inaccettabile perché si tratta di mera finzione, che la pubblicità  deve comunque  catturare l’attenzione, provocare, far discutere e definisce mediocri le critiche, suscitando una forte reazione delle Associazioni femminili antiviolenza.

 

Io mi chiedo a  che cosa servano queste immagini. Voi siete colpiti dai vestiti delle damigelle, dal loro corpo o dalle manovre morbosamente irrispettose dei due uomini? Sinceramente ai miei quattr’occhi pare legittimata la molestia sulle donne esercitata da tutti, anche da chi, indossando una divisa, a maggior ragione  non dovrebbe. Nelle due modelle vedo una donna provocatrice ma sottomessa. Pure gli uomini ne escono offesi da un’immagine che li presenta come ominidi abusanti, forti pure della divisa.  

Mi  sfuggono i vestitini estivi, non vedo nè Thelma nè Louise e neppure il simbolo di una donna dinamica, libera, moderna che si diverte a giocare con la propria sensualità.

Ce la vedrei  molto bene  se la damigella palpeggiata  assestasse  un solenne ceffone, dritto rovescio –  dritto rovescio bis e ter avantendrè all’importuno molestatore,  sfoggiando pure un bel completino estivo.  Ma si cadrebbe nell’altro eccesso, nello stereotipo moderno di una donna esageratamente aggressiva.

 

Forse la vera libertà  femminile sta nel rifiutare immagini del genere e nello scegliere vestiti di altra marca.

 

Articoli correlati:

 

Non è questione di decoro.

14 comments

La polenta bianca

Ecco un post di El Toso, intenditòr di polenta e non solo . Grazie Toso !

Cari amici, qualche tempo fa, sono andato a fare una gita nel Friuli Venezia Giulia e nel mercato di  Venzone, uno dei paesi colpiti dal terremoto del Friuli del 1976 , completamente distrutto e interamente ricostruito a regola d’arte,  in una bancarella ho ritrovato la farina da polenta bianca. E’ una farina senza conservanti e quindi ha scadenza di  soli pochi mesi. L’ho trovata buonissima tanto che ritornato a casa ho scritto alla Cooperativa che la produce, che ha sede in un paesino vicino a Udine,  per chiedere se potevano spedirmene un po’. Pensavo che mi mandassero a spigolare e invece,  pur essendo un elemento  povero in cui il prezzo di spedizione incide quanto il costo del prodotto, me l’ hanno spedita.

Qui da noi la farina da polenta bianca non si trova, ci sono solo farine gialle di varie ditte, si trova  la istantanea che per cuocerla  bastano pochi minuti, la precotta , la velata e altri tipi, durano una eternità,  ma non è roba che fa per noi.

 Fare la polenta è facile ma, come in tutte le opere d’arte, bisogna avere delle  attenzioni  affinché  il prodotto finito sia all’altezza delle vostre aspettative e quindi  vi suggerisco  alcuni accorgimenti utili.

 

Mettete una pentola sul fuoco con circa un litro e mezzo di acqua, è la quantità che va bene per una famiglia di tre o quattro persone, portatela all’ebollizione e salate l’acqua come si fa quando si cuoce la pasta.  La pentola non può essere una pentola qualsiasi , deve essere adatta all’uso, ovvero deve essere di grosso spessore o quantomeno  avere il fondo spesso perché  deve trattenere il calore e non deve surriscaldarsi.

Una volta usavano le “caldiere”  di rame o più economicamente di ghisa, che le nostre nonne o le nostre mamme  mettevano sui cerchioni della stufa economica  a legna oppure , in tempi ancora più lontani, sopra il focolare appese alla catena, le caldiere della polenta erano tutte annerite dalla fiamma, ma nessuno ci faceva caso.

Ora vendono anche le caldiere  di rame con il motorino elettrico che fa girare il mestolo meccanico, certo è il progresso che avanza, ma volete mettere far la polenta col mestolo a mano rispetto a quell’aggeggio elettromeccanico, non c’è paragone,  si perderebbe  tutta la poesia, non usatelo, ve lo sconsiglio nel modo più assoluto, anzi non ne parliamo neanche.

 

Quando l’acqua bolle si comincia a versare la farina, questa  è una operazione delicata, la farina deve essere versata a pioggia lentamente mentre con la frusta si gira l’acqua stemperando la farina in modo da evitare che si formino i grumini. Con una mano si versa la farina e con l’altra si gira la polenta che mano a mano diventa sempre più “solida”.  Quanta farina mettere?  A questa domanda non si può dare risposta, dipende dalla consistenza della polenta che si vuole produrre. Si deve andare secondo l’esperienza di ciascuno, ci si regola mano a mano che si procede nella cottura, se l’impasto è troppo molle si aggiunge un po’ di farina sempre facendo ben attenzione di stemperarla con il mestolo se no si raggruma, se è troppo densa si può sempre aggiungere un po’ di acqua calda in modo da diluire l’impasto sempre girando con il mestolo.  Insomma la polenta è come un’ opera d’arte da seguire con tutte le dovute attenzioni.

Affinché la reazione sia completa e la polenta sia ben cotta e quindi più leggera e digeribile, deve cuocere per circa 45 minuti, se la fate cuocere di meno è buona lo stesso  ma è un po’ più pesante e  dentro di voi sentirete che vi mancherà qualcosa, come una sensazione di  aver  fatto una cosa non fatta bene.

Mano a mano che versate la farina e che la polenta prende consistenza vedrete che sbolla  come la lava di un vulcano e allora si deve abbassare il  gas, il fuoco durante la cottura deve essere basso , un fuoco di  mantenimento , se il fuoco è alto la pentola, se pur di grosso spessore, si surriscalda e la polenta  si abbrustolisce e si attacca al fondo facendo una crosta che trattiene il calore, la pentola si surriscalda e la polenta quella che girate con il mestolo non ne ha alcun beneficio, anzi si brucia, insomma tenere il fuoco basso.

  

Deve cuocere per 45 minuti ma non è detto che la dovete girare per 45 minuti di continuo , si deve girare ogni due, tre minuti, si può anche lasciare il coperchio a seconda che vogliate recuperare l’acqua che si condensa sul coperchio stesso e che nel caso che la polenta sia già solida si può riversare nella caldiera, se invece è ancora un po’ molle si lascia senza il coperchio cosi evaporando si solidifica un po’.

 

Quarantacinque minuti  sono lunghi, ma cosa volete che siano rispetto all’eternità o rispetto alla delizia che state preparando.  E poi non è detto che non li potete utilizzare al meglio,  mentre girate la polenta ,  potete rileggere  Dante Alighieri, o recitare qualche brano che vi ricordate, oppure ascoltare un brano di musica classica del settecento , con la polenta sono indicate le musiche di Mozart oppure di Haendel  o le quattro stagioni del  Vivaldi , oppure potete canticchiare qualche canzone popolare  veneziana , struggente e carica di nostalgia per i gloriosi tempi passati  o per gli amori perduti.

Insomma quei tre quarti d’ora dovete passarli , oltre che girando la polenta, impegnati in qualche cosa di elevato contenuto culturale degno dell’operazione che state compiendo, non mi potete guardare il grande fratello o trasmissioni frivole di intrattenimento alla TV, sarebbe una cosa non adeguata alla nobiltà del capolavoro  culinario che state creando.

 

Io quando faccio la polenta di solito, ripenso alle cose passate, a quando ero piccolo e la mia Mamma faceva la polenta, la faceva spesso almeno una volta o due alla settimana.

La farina di polenta costava così poco che tutti se la potevano permettere, c’era in tutte le case.  Talvolta succedeva che, se il sacchetto  della farina era lì da tanto tempo o magari aveva preso un po’ di umidità, la farina faceva i vermetti o le farfalle, allora mia Mamma prendeva il “tamiso” e la passava, buttava via le farfalline e la farina tornava buona e per alcuni giorni mangiavamo sempre polenta fin che era finita. Non si buttava via niente.

Io però dopo un po’ mi stufavo di mangiare sempre polenta, allora mia Mamma mi diceva che dovevo essere contento perché noi mangiavamo la polenta bianca che era il cibo dei Signori e non la polenta gialla che la mangiavano i poveri e i contadini e allora continuavo a magiare la polenta ed ero contento perché credevo che noi eravamo dei Signori.

La polenta mia Mamma la faceva in una “caldiera” credo di ghisa che metteva sui cerchioni della stufa, quando era cotta la versava sul tagliere di legno. Noi con quella fame che avevamo aspettavamo di poterla mangiare ma mia Mamma ci teneva lontani con il mestolo, dovevamo aspettare l’ora di cena.

 

Una volta versata la polenta sul tagliere, mia Mamma ci faceva sopra una croce con il mestolo o usando un filo, era un gesto che aveva visto fare da sua mamma e da sua nonna che risaliva alla tradizione della notte dei tempi. Non ho mai saputo il significato di questo gesto, forse ringraziava il Signore perché anche per quel giorno si mangiava, forse era un auspicio per tener lontane le disgrazie dalla nostra famiglia o forse era un segno che cacciava il diavolo che, come si sa, si allontana dalle case quando vede la croce.

 

Insomma il tempo per girare la polenta utilizzatelo un po’ come volete,   l’importante è che non me la fate  attaccare.

A questo punto,  si può completare la cottura con aggiunte di alcuni ingredienti , secondo le consuetudini e i gusti di ciascuno. Ci sono due scuole di pensiero, quella  Padano Alpina secondo la quale, se uno vuole, al termine della cottura  può aggiungere un goccio di latte che fa amalgamare meglio l’impasto e da un buon sapore, l’altra scuola, quella Mediterranea aggiunge un cucchiaio d’olio di oliva che ugualmente amalgama meglio l’impasto e da un sapore più intenso, se seguite il mio consiglio non mettete niente almeno per le prime volte.

Una volta cotta, si versa su un tagliere, attenzione che vi scottate le mani, per questa operazione sarebbe meglio essere in due, occhio, tenere lontani i bambini piccoli per evitare che ci mettano una mano sopra, le scottature della polenta sono tremende.

 

 Il tagliere deve essere di legno perché deve assorbire l’umidità della polenta, una volta versata in ossequio alla tradizione di tante generazioni passate si fa la croce con il mestolo o appunto con un filo, è un segno di buon auspicio affinché la famiglia si preservi dalle disgrazie e il marito non si innamori di un’altra.

Perché con il filo, perché una volta quando le posate erano riservate ai vecchi della famiglia e non c’erano per tutti,  le fette di polenta si tagliavano con il filo e si mangiavano  con le mani.

 Si racconta ancora oggi che una barca di pescatori Chioggiotti in alto mare pur avendo la polenta, sono morti di fame perché non avevano il filo per tagliarla. 

 

Si può servire in tanti modi, calda con il sugo, una vera delizia, oppure con il cotechino mi raccomando farlo bollire per due ore e mezza,  oppure con il pesce fritto o con il baccalà, con la salsiccia purché sgrassata prima , con il formaggio gorgonzola o un altro formaggio purché piccantino o stagionato, non va bene il formaggio dolce o fresco perché il gusto non rende.

Quanta ne dovete mangiare di polenta, la risposta è univoca, quello che vi sentite, non di più se no vi appesantisce e se ne avanza meglio perché il giorno dopo è ancora più buona, la mettete a fette sulla bistecchiera  e la abbrustolite sui tre lati e  preparatevi a sedare le liti in famiglia perché tutti la vorranno mangiare.   Va bene anche per fare la dieta, non perché abbia delle qualità particolari ma per il fatto che se mangiate la polenta , essa vi sazia tanto che poi non mangiate altro e quindi evitate di  prendere degli etti in più.

 

Cari amici, la polenta e le patate  hanno  sfamato intere popolazioni  per secoli.  Nel Veneto la polenta è stata l’alimento principale per generazioni  di poveri e contadini, costava così poco che era alla portata di tutti; il fatto è che in certe famiglie contadine  di quei tempi  si mangiava solo quella e poco altro.

Le famiglie erano numerose perché ci volevano tante braccia per lavorare la terra, ma non sempre c’era da mangiare per tutti. Nelle famiglie patriarcali contadine , lo si vede bene rappresentato nel film “Novecento” e anche nel film “L’albero degli zoccoli” ,  alla sera la famiglia si riuniva attorno ad un grande tavolo e tutti aspettavano che la polenta fosse cotta,  per primi mangiavano gli uomini, poi mangiavano le donne poste in un angolo della cucina e per ultimi mangiavano i bambini, mangiavano qualche cosa di quello  che gli davano i grandi.  I bambini non erano curati come lo sono ora,  l’iconografia della fame era rappresentata da dei bambini affamati che piangevano. 

Succedeva che mangiando prevalentemente polenta i bambini  si ammalavano di rachite o di pellagra, malattie legate alla denutrizione e alla mancanza di vitamine, nelle  campagne venete e della bassa padana erano frequenti casi come questi . Non si parla della preistoria, queste malattie, oggi totalmente scomparse, sono durate fino al primo dopoguerra. 

 Io stesso ricordo di aver conosciuto casi di bambini più grandi di me che  abitavano nelle campagne del Trevigiano e che  da piccoli erano stati ammalati di  rachite o di pellagra ma che poi con le cure moderne erano guariti.

 

Ma torniamo a noi lasciamo perdere le cose brutte che per fortuna appartengono al passato.

Dicevamo, la polenta era talmente connaturata con la vita della gente tanto da entrare anche nelle canzoni popolari e che fanno parte del repertorio della canzone tradizione popolare italiana.

 

Ve la ricordate “La mula de Parenzo  quando dice:

 

Se i mari fusse de tocio 

 E i monti de polenta

Hoi mamma che tociade  ,  Hoi mamma che tociade

Se i mari fusse de tocio  

 E i monti de polenta

Hoi mamma che tociade  ,  Polenta e baccalà

Perché non m’ami più!

 

Si tratta di una canzone Istriana dedicata a una ragazza della città di Parenzo,  ieri italiana e oggi in Croazia.

 

E poi la “Bella Gigogin” , canzone popolare tipicamente Piemontese quando dice:

 

La dis, la dis, la dis che l’è malada

Per non , per non, per non mangiar polenta

Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza

Lasciarla, lasciarla, lasciarla maritar.

 

Era tanta la fame e cosi grande l’aspirazione di fare un buon pranzo che mettevano la roba da mangiare anche nelle canzoni popolari.

La polenta  era così connaturata con la vita quotidiana  che era stata presa come parola d’ordine per le rivolte contadine che si svolsero negli ultimi anni dell’ottocento.

Nelle case contadine, specialmente d’inverno quando tutti erano in cucina e attendevano  la cena, c’erano le donne di casa che facevano la polenta e il momento più importante di questa operazione era quando la polenta cominciava a bollire, era un evento cosi atteso che la notizia correva dall’ uno all’altro dicendo  che “La  Boje” (con la o stretta di botte quella del vino), che significava “essa bolle” ovvero “la polenta bolle”.

Era un messaggio atteso , voleva dire che eravamo a buon punto e che tra poco si mangiava. Questo dire era entrato nell’uso comune per significare che “la cosa era matura” o che  stava per “verificarsi un evento” o  stava per succedere  “ qualche cosa”   o  intendendo che “tra poco ci siamo”.

 

Ebbene nel 1884 – 85 nelle campagne del basso Veneto, nella bassa padana e in parte dell’Emilia ci furono dei grandi movimenti  popolari dei lavoratori delle campagne con scioperi dei mietitori, braccianti e lavoratori stagionali.

Erano le prime rivolte spontanee contadine e bracciantili,  questi  contadini per la prima volta nella storia si ribellarono contro una vita di secolare miseria e contro uno sfruttamento inumano in modo diverso dalle Jaquerie , si ribellarono in modo spontaneo ma anche per la prima volta organizzato anche se in forma primitiva.  Lo sciopero cominciò nelle campagne del Polesine dove alla secolare miseria si aggiungeva la calamità delle alluvioni e si allargò a tutta la bassa padana, il grido di rivolta fu  “La Boje” .

Era un modo figurato e quindi comprensibile a tutti che non se ne poteva più e che il momento della rivolta era arrivato.  “La Boje” era una specie di parola d’ordine per la rivolta, ma più che una minaccia era  un grido di speranza per un miglioramento delle condizioni di vita miserevoli di grande parte della popolazione.

“La Boje” si estese in tutta la bassa fino alle campagne del  Mantovano dove li i contadini erano più organizzati in associazioni mutualistiche.

La rivolta de “la Boje” durò a lungo, fu contrastata con repressioni da Prefetti e con particolare accanimento dai Carabinieri, tanto che la diffidenza tra popolo e Carabinieri nasce proprio in quegli anni.

La rivolta ottenne qualche risultato, ma sostanzialmente le condizioni di vita dei contadini rimasero quelle che erano e le tensioni  sociali e demografiche si stemperarono solo con la emigrazione all’estero.

Allora non c’erano i sindacati nè il partito socialista, “La Boje” si organizzò spontaneamente, ma la impossibilità di opporsi ai militari come ai crumiri e la paura di perdere quel poco di grano indispensabile per la sopravvivenza fece finire la rivolta e gli scioperi.

Con “La Boje” i contadini presero coscienza di se stessi e i luoghi tradizionali di incontro come la piazza del paese, la stalla o l’osteria sin trasformarono in luoghi di presa di coscienza proletaria se pur in forme primitive, cambiarono  le relazioni sociali basate sul secolare  istituto della Parrocchia o sui rapporti con il mondo paternalistico padronale.

 

 

Dalle cronache non risulta che il Re Buono sia intervenuto a mediare tra contadini e agrari, in compenso è intervenuto lo Stato con repressioni e arresti di centinaia di persone;  furono processati  gli organizzatori della rivolta  tra cui l’Ing. Sartori capo di una associazione di mutuo soccorso di Mantova,  che poi fu ricordato in un canto delle mondine:

 

L’Italia l’è  malada 

 Sarturi  l’è  il Dottur

Per far guarir l’Italia

 Per far guarir l’Italia

L’Italia l’è  malada  

 Sarturi  l’è  il Dottur

Per far guarir l’Italia 

 Taglia la testa ai Sciur

 

Insomma , cari amici, come vedete la Polenta ha partecipato anche alle prime lotte proletarie, ha una storia secolare e leggendaria , si mangiava nelle galee veneziane con le “Sardine in Saor”, si mangiava nelle case dei poveri, si mangiava nelle case dei contadini, si mangiava nelle osterie,  e molte volte si  mangiava solo quella.

Ora nei ristoranti di grido, la polenta non compare, ovvero non  la mettono nel menù,  viene indicata  con il pseudonimo di “Crema di mais” , vuoi mettere mangiare  “Crema di mais con pesce veloce del Baltico” invece che  mangiare “polenta e baccalà” , è tutta un’altra cosa.

 

Bene siamo alla fine del nostro raccontino.  Spero che vi sia piaciuto.

 Se vi è rimasto un po’ di buon umore e questo  raccontino  vi ha fatto sorridere, ne sono lieto.

Se non vi è piaciuto,  sono sicuro che il buonumore vi ritornerà non appena gusterete  una buona polentina con la farina bianca e un buon gotto di vino Merlot. 

 

Ciao a tutti.

Un caro saluto a tutti dal  Toso. 

 

 

 

 

 

8 comments

Silenzio

 

opera scultorea-di-Cosimo-Fanzago

   

 

              

Benchè l’onda delle parole ci sovrasti sempre,

le nostre profondità sono sempre silenti.

 

Kahlil Gibran

(Sabbia e schiuma)

 

 

 

 

 

7 comments

Le tante verità.

Vita e morte fanno parte di un ciclo naturale, ma la scienza ne ha ampliato i confini ispirandosi ad un’ idea di miglioramento che talvolta si traduce in un’innaturale forzatura.

 

Sono nate questioni di bioetica sulla fecondazione assistita, sull’affitto di uteri, sull’opportunità di donne in età avanzate di procreare , subordinata alla possibilità di garantire nel tempo  una durevole cura del pargolo,sull’espianto di organi, sull’accanimento terapeutico, sul testamento biologico. Si è reso e si ritiene a tutt’oggi necessario legiferare su alcune tematiche, per evitare speculazioni o eccessivo libero arbitrio .

 

Nascono quesiti ai quali ciascuno può   rispondere in base ai propri convincimenti di fede laica o religiosa ,valutandone e bilanciandone pro e contro secondo la propria coscienza e morale che appartengono alla sfera privata. Per tutti la vita è sacra, ed è un diritto fondamentale, un valore universalmente riconosciuto, anche se la sua tutela è variamente interpretata e non sempre garantita ovunque.

Ma resto disorientata di fronte a drammi umani e sofferti. La morte sgomenta, ha una sua sacralità anch’essa, induce ad una pietas, ad un profondo rispetto…non si accetta se non è naturale, se è prematura o violenta. Va contro la logica e l’istinto naturale alla vita. La morte suscita riflessioni e  interrogativi  sui limiti temporali della vita stessa : quando sia da ritenersi iniziata o finita, quando cominci di fatto o quando ci sia ancora, se nel semplice battito e respiro o nello svolgimento più consapevole delle funzioni vitali. Analoghi interrogativi si sono posti al tempo della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza che, ispirandosi ad una maternità consapevole e socialmente tutelata, riconosce alla donna la libertà di scelta.“Ogni uomo e ogni donna sono inconsapevoli depositari della vita. La vita istintivamente appartiene a loro. Ogni donna, per quanto superficiale o irresponsabile possa esser stata, quando arriva al dilemma , volente o nolente, si pone domande, matura all’improvviso …ascolta la propria coscienza e il più delle volte rinuncia a quella vita con un atto d’amore sofferto, non per superficialità ma quasi per resa “Non piangere , mamma: io mi rendo conto che facevi questo anche per amore, per prepararmi a non cedere il giorno in cui l’orrore di esistere mi avrebbe investito. Non è vero che non credi all’amore, mamma…Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore… Ma è sufficiente credere all’amore , se non si crede alla vita? ”(da Lettera  ad un bambino mai nato in Omaggio ad Oriana Fallaci )

 

 

Intervenire su un caso specifico con un decreto d’urgenza , pur con l’attenuante di non creare un precedente,  compete al Governo? Può essere varato, come escamotage al decreto, un  disegno di legge sul caso Englaro? Ma la legge non considera la generalità dei casi, quelli più frequenti o ripetibili?

 

 Emergono  due fedi contrapposte che fanno riferimento a verità distinte: quella che crede nell’origine e fine divina della vita, e quella che crede nella libertà di scelta dell’uomo di disporre della vita .

In casi specifici ciò che è bene per uno , non lo è per altro, a volte lo è parzialmente per l’uno o per l’altro…proprio perché si varca il limite della  sfera privata , della coscienza che ha confini variabili o comunque mutevoli.

 

Capisco  la posizione della Chiesa, rigida perché depositaria delle sue certezze dogmatiche ed assolute,  ma ho altre più motivate riserve in merito ad un’altra sua scelta. Dissento totalmente dalla recente decisione  di revocare la scomunica del vescovo lefebvriano che ha negato sfacciatamente  la  causa di morte di milioni di persone. Mi chiedo che padre spirituale possa essere uno che nega un’evidenza ampliamente e storicamente documentata, senza margine di dubbio.  Opinione mia,  è stata legittimata una contraddizione che effettivamente fa vacillare ogni credibilità in un pontefice che rappresenta la Chiesa, intesa non solo nella sua organizzazione gerarchica ma nella sua valenza spirituale. Dopo le continue asserzioni di Williamson , nella posizione del pontefice riscontro un indiretto e mancato riconoscimento di morti orribilmente  perpetrate. Mi aspetterei la revoca della riabilitazione, ma non è affare mio. Come non è affare mio, sindacare sulla riabilitazione di estremisti della fede. Riesco ancora a  distinguere tra l’aspetto più profondo e spirituale della fede e  il risvolto temporale di una politica ecclesiastica che mi appare sempre più incoerente da una parte ed interferente in questioni che non le competono dall’altra.

 

Resto ancor più perplessa  di fronte a chi s’erge paladino della vita di un caso specifico dopo avere negato riconoscimento, di umanità o di diritto, ai più deboli legiferando in un’ottica di presunta sicurezza, appellandosi al bene dei cittadini che si traduce con ciò che è meno male per lo Stato e di certo non si concilia col valore della persona, ma solo con una logica di convenienza e di parte. Sono tematiche complesse da trattare, proprio perché non s’adattano alla morale e alla coscienza  di chi, tacciato di idealismo e ispirato da una cittadinanza più ampia,  vede oltre gli  interessi particolari, pur con la consapevolezza che non è facile rispondere alle  esigenze e ai problemi più concreti e contingenti. Anche qui si sconfina nella sfera privata dei propri convincimenti, anche qui  riscontro un’incoerente  dissonanza tra politica e valori. Allo stesso tempo considero  che l’assistenza a disabili e a tanti anziani ( e non solo), colti da patologie irreversibili, grava ,condiziona e mette alla prova la  vita  dei familiari. Non tutti hanno i mezzi per garantire loro un’ assistenza continua o adeguata a pagamento,  per cui  alcuni devono  rinunciare o limitarsi nel lavoro per adempiere a quel debito di riconoscenza per la vita che gli stessi hanno donato. Assistere queste persone  è un obbligo morale e giuridico che spesso viene supportato dall’aiuto di volontari , non sempre da strutture pubbliche. Questo  è un problema sociale molto attuale  sui quali coloro che dovrebbero, e oggi invocano la tutela  della vita,   non hanno provveduto abbastanza.

 

 Ho visto parenti ridursi in condizioni di esistenza, non di vita dignitosa per sé e difficili da accettare per chi è stato vicino . Sono esperienze che inducono a  chiedersi  se l’accanimento terapeutico sia opportuno o sia più giusto lasciare che la natura faccia il suo corso. Coloro che li hanno accompagnati fino alla fine, hanno accolto e rispettato quelle infermità  senza speranza e incapacità di intendere e volere pur chiedendosi in cuor loro se quelle condizioni di esistenza sarebbero state volute da chi ne era colpito. Essi hanno  scelto seguendo la propria coscienza, o forse un’umile rassegnazione.

 

Tante verità, differenti e non univoche; tutte basate  sui  fondamenti di un’ottica personale .

A volte l’amore è un atto di accoglienza, a volte di sofferta rinuncia e resa che meritano silenzio. Come merita rispetto la decisione dolorosa  di un padre che, distinguendo tra esistenza e vita, ha deciso alla luce della  sua fede.

4 comments

Next Page »