Archive for March, 2009
Chiedilo a mamma e papà.
I programmi di scienze di scuola primaria prevedono la conoscenza della riproduzione di piante e animali e di organi e apparati del corpo umano. Sono previste più vaste aree interdisciplinari, dette educazione alla salute e all’affettività, riguardanti tematiche diverse quali l’igiene, la sicurezza,l’educazione alimentare, le abitudini di vita scorrette che possono pregiudicare la salute (fumo,droga), il benessere psico fisico e la conoscenza di emozioni e sentimenti in un’ottica di riconoscimento di sé , degli altri e dell’identità di genere.
Spesso nel Piano dell’Offerta Formativa le scuole secondarie di primo e secondo grado elaborano progetti sull’educazione sessuale con specifici approfondimenti sulla sessualità, resi possibili anche grazie all’intervento di esperti .
Ha suscitato scalpore questo fatto ,successo a Novara, in quanto una maestra ha risposto in modo esageratamente esauriente a insolite domande di un bambino di quinta elementare. Dico insolite, perché generalmente i bambini chiedono come nasce e viene alla luce un bebè .
Opinione mia, la maestra non poteva rispondere, perchè se la domanda può rispecchiare (lo spero) un’ingenua curiosità, la risposta è stata inequivocabile e ha turbato anche quei bambini che non si erano posti gli stessi quesiti.
Non si tratta né di demonizzare il sesso come morboso tabù, né di non soddisfare la curiosità dei bambini, ma è doveroso valutare il modo e gli argomenti da approfondire in relazione all’età e alla maturità degli alunni a capire un qualcosa, che esulava dai programmi di scienze. Comunque l’adulto presente in classe è sempre responsabile: a lui si richiedono competenze professionali, anche se il più delle volte si costruiscono con l’esperienza, la formazione e il buonsenso.
Stesso problema, che ricorre più frequentemente, si pone quando i bambini si insultano con coloriti epiteti a sfondo sessuale, di cui spesso ignorano il significato, e ripetono sapendo soltanto che sono molto offensivi.
Non sta all’insegnante spiegarli, ma far capire che sono irriguardosi. La maestra deve poi convocare entrambi i genitori, rilanciando il ruolo educativo cui sono tenuti, rimarcando che nelle forme di civile convivenza non sono ammessi, e rilevando la differenza tra l’educazione della scuola e quella di tutto il resto, condivisibile o meno. Senza giudizi. Semplicemente rilevando le norme di comportamento del contesto scolastico, che in questo caso non sono da condividere, ma da accettare e osservare. I bambini sono un riflesso condizionato della famiglia, e alcuni non sono maleducati ma ineducati, non si rendono conto nemmeno di ciò che si può fare o dire. Meglio passare per bacchettoni che troppo esaurienti in spiegazioni che, a mio avviso, competono fino ad un certo punto, rischiano di essere fraintese e hanno ben poco di scientifico. In tal caso forse aiuta un prudente buon senso: giusto togliere al sesso il carattere di morbosità ( il mito delle tette crolla non appena si parla dei mammiferi, ai quali appartiene pure mammà che ci ha allattato) così come viene veicolato dai media, ma non è giusto forzare conoscenze laddove non c’è richiesta.
Ciò induce a riflettere che la scuola è chiamata sempre più in causa a filtrare input pseudo educativi, trasmessi dalla famiglia e dalla società, e fa come può…magari sbagliando, seppur mossa da ingenuità o sottovalutazione delle conseguenze, come nel caso di Novara.
Sarebbe forse opportuno riuscire a capire , senza forzature, in che modo quel bambino abbia acquisito curiosità così precoci. Questo dovrebbe far pensare e allertare . I bambini che hanno curiosità morbose a quest’età sono quelli più a rischio di essere abusati o di diventare inconsapevoli abusanti per emulazione del mondo dei grandi che i piccoli osservano e non capiscono. Ora spetta ai genitori mettersi in gioco e trovare i modi e le parole più adatte per rispondere al figlio. La scarsa attenzione di tutti gli adulti e il bombardamento visivo dei media forse hanno suscitato quelle domande così ben definite.
Chi risponderà in futuro?
5 commentsQuando…
Quando mia madre sta sull’uscio in cima alla scalinata, intuisco che deve parlarmi, che basta la mia sola presenza per sostenerla in un silenzio di parole apparentemente senza senso, che inciampano tra risa complici e via via prendono forma in sguardi eloquenti. I segni del suo viso tracciano un percorso, a me ormai più chiaro. Provano una stanchezza alla quale non si arrende, di attenzione mai pretesa, di affetto certo, poco ostentato . Ora mi appare più fragile nella luce degli occhi, nella sua forza d’animo, muta e rassegnata resistenza.
Quando arriva un’onda alta e non puoi retrocedere, le vai incontro e d’istinto valuti se farti sollevare o infrangerla dentro, a seconda della tua forza e della corrente. Apri una breccia nell’acqua protendendo le braccia in avanti e con veloci battute dei piedi ti spingi in alto, reclamando il tuo spazio per riemergere in fretta. A volte il tempo trascorso in apnea sembra troppo lungo e ti fiondi fuori per respirare. Vincente. I polmoni abbracciano l’aria, gli occhi il cielo. Il respiro si placa premiando lo sforzo. Recuperi la riva. Attendi un’altra onda, quella che ti aiuta a risalire o a sfidare di nuovo il mare. Impari presto a superare l’esitazione e la paura, a stare ben ancorata sui ciottoli per poterti dare uno slancio maggiore. A volte in un allenamento che tempra, a volte in una sfida.
Adesso aspetta di vedermi, come quando sulla riva aspettava che risalissi dal mare. Pur dicendo che teme la mia incoscienza, in fondo in fondo a tutt’oggi si compiace per quella mia passione.
Un’onda più alta delle altre ci ha sorpreso. Entrambe. Se al momento non c’è stato tempo per pensare, ora che è passata c’è il bisogno di stare insieme, di sentirsi unite in una pausa che rigenera e custodisce quella nostra fragilità, nascosta e mai confessata l’una all’altra. E’ il nostro modo di reagire o più semplicemente un tentativo di esorcizzare la sorte, scoprendoci sempre più simili, illudendoci forse di essere più forti nell’attesa di quell’onda per la quale non sarò mai pronta abbastanza.
10 commentsForza e coraggio, all’arrembaggio…
Nel XVII secolo i bucanieri ( dal francese Boucanier) erano i cacciatori di frodo che affumicavano la carne su una graticola di legno col metodo del barbicoa ( di qui barbecue) insegnato dalla tribù degli Arawak di Santo Domingo. Gli abitanti delle isole e i coloni inglesi della Giamaica adottarono questo termine per indicare i pirati dei Caraibi. Erano di origine olandese, inglese e francese e alla fine del ‘600 combatterono per gli inglesi durante le loro dispute territoriali depredando navi nemiche in mare aperto e lungo le coste.
I corsari invece erano al servizio di un governo, che in un primo tempo li autorizzava a rapinare navi nemiche per rifarsi delle perdite subite in caso di assalto. Più tardi i corsari servirono i governi per contrastare i commerci delle potenze rivali e, cedendo parte del bottino, in cambio ottenevano lo status di combattente (lettera di corsa) e la bandiera. Potevano però depredare navi mercantili nemiche ed uccidere i malcapitati solo in combattimento. Non erano considerati pirati perchè combattevano per un’autorità e indirettamente per un ideale, e in caso di cattura, come prigionieri di guerra, erano sottoposti al diritto bellico marittimo.
I cosiddetti pirati erano marinai che abbandonavano, per scelta o costrizione, la vita precedente su vascelli mercantili. Erano liberi di depredare in alto mare, lungo le coste, nei fiumi. Se catturati, subivano l’impiccagione all’albero della nave come monito per i loro simili o chi fosse tentato dalla pirateria.
Di recente la pirateria è tornata alla ribalta…ma dei media , perché di fatto è sempre esistita. Una volta era solo meno organizzata.
I pirati scorrazzano al largo della Nigeria, Angola, Somalia,Brasile, Colombia, Cina nello stretto della Malacca (Malesia) , Filippine, golfo di Aden. Circondano le navi con velocissime imbarcazioni e la obbligano a fermarsi con la minaccia di lanciare bombe a mano e lanciarazzi o aprire il fuoco. Una volta assalivano perlopiù le navi mercantili in navigazione, più raramente quando erano ferme in rada. Confondendosi nell’oscurità, si arrampicavano sulla catena dell’ancora, scavalcavano gli scudi di ferro messi per impedirne l’accesso oppure lanciavano rampini per salire a bordo come ragni. Più silenziosi della notte si muovevano agilmente sul ponte, attenti a non farsi scorgere dall’ufficiale e dai marinai di guardia. Predoni di tutto ciò che ai loro occhi poteva rappresentare un ‘inconsueta ricchezza, impugnavano coltelli, pistole , mitra per spaventare e farsi consegnare le chiavi della cassaforte di bordo, soldi, catene d’oro, orologi, televisori, radio, alcoolici, videocassette…a volte portavano via addirittura i piccoli frigo e le scarpe dei marittimi. Oggi sono molto più organizzati. Hanno imparato a chiedere il riscatto delle navi, di solito equivalente all’intero o parziale valore del carico, che nascondono chissà dove e chissà come. Del resto una superpetroliera di oltre 300000 tonnellate di portata, lunga oltre 300 metri, come la Sirius Star, non è certo un canotto. Pare che nel porto di Eyl, trovino ormeggio le navi e gli equipaggi in ostaggio.
Da sempre i naviganti descrivono i pirati come avventurieri senza scrupoli, con ben poco del fascino che si attribuisce loro nei romanzi e nei film . Nel mio immaginario sono decadute le figure leggendarie, incarnazioni di coraggio, brama, istintualità, determinazione. Uomini mitizzati nell’insofferenza di ogni legame e legge, in fuga da ogni regola, affetto, vincolo, convenzione. Prede della propria incapacità di integrarsi se non nell’ accogliente mare, mine impazzite senza bandiere ed appartenenza se non all’ interesse proprio e ad un onore senza gloria, senza ideologia, né valori. Rispettosi di un codice marinaresco reinterpretato a proprio uso e consumo, fedeli all’avventura, alla forza e libertà propria a discapito di quella altrui. La loro sfida contro le avversità del mare e del vento, sprezzante dei pericoli della navigazione, era al tempo stesso sprezzante di ogni convenzione universalmente e legalmente riconosciuta, votata al riconoscimento esclusivo della loro piccola società, animata dall’istinto di depredare e fuggire, accumulare un bottino da reinvestire in attività più o meno lecite e una vita agiata per quando l’età non avrebbe consentito più quella vita spregiudicata
Chissà se i pirati di oggi reinvestono in altro modo rispetto ai mitici predecessori che si rifugiavano in isole e rade sperdute, oppure alimentano altri traffici, interessi e rivendicazioni. Sta di fatto che sono temuti e molte compagnie di navigazione preferiscono cambiare le rotte dei mercantili , facendo circumnavigare il Capo di Buona Speranza, per non rischiare nel golfo di Aden. Nonostante ciò, i pirati si sono spinti sempre più nell’Oceano Indiano a centinaia di miglia dalla costa.
Il fenomeno della pirateria è strettamente collegato alla guerra civile e alla crisi umanitaria in cui versa la Somalia da 17 anni circa, da quando il governo transitorio e dei signori della guerra si contrappone alle milizie controllate dalle Corti Islamiche. La comunità internazionale è intervenuta soprattutto quando la crisi somala ha compromesso gli interessi economici e i traffici commerciali …peccato che ci siano di mezzo anche una popolazione civile ridotta allo stremo o in fuga da una terra di nessuno e marittimi di navi che fanno poco notizia .
9 commentsUn limerick per Mister Rick.
Potevo ignorare il concitato appello del webmastèr ai self made dogs ?
6 commentsNella rete c’è un mentore di Milano
scrive di tutto e di ogni caso strano.
Segue classifiche, commenti nei blog
assiduo frequenta i social network .
Ridente, nella rete c’è un mentore di Milano.
Sformato di riso con carciofi.
Confesso che attualmente non mi dedico molto alla cucina, o meglio, faccio una sorta di tour de force ai fornelli, soprattutto la domenica. In breve, quando preparo il pranzo della domenica, cucino per i giorni successivi qualcosa al forno o contorni di verdure, che saranno prontamente immolati al sacro microonde e lascio l’insalata pulita in frigo per tamponare quell’appetito famelico, che languorino non è, di quando si torna a casa abbagliati dalle stelline della pressione bassa che inducono a sbranare qualsiasi cosa, gatto miagolante compreso…
La seguente ricetta è un piatto unico, sostanzioso, ipercalorico, ideale da lasciar pronto.
Mi scuso, ma per le dosi mi regolo ad occhio. È necessario cuocere una quantità di riso sufficiente a foderare due volte la teglia che s’intende utilizzare.
Ingredienti
Riso (di solito uso il parboiled)
8-10 carciofi
olio di oliva
aglio
prezzemolo
una cipolla
brodo vegetale
parmigiano grattugiato
mozzarella a dadini
prosciutto crudo tagliato a fette sottili
2-3 confezioni di panna da cucina da 200ml ciascuna
burro
pangrattato
Pulire i carciofi e circa 4 cm di gambo. Lavarli in acqua acidulata con limone per non scurirli .Utilizzare solo i cuori dei carciofi, cioè la parte più interna e tenera., tagliata a spicchi. Procedere poi al loro affogamento in abbondante olio d’oliva , dopo avere imbiondito 3 spicchi d’aglio a fuoco medio. Aggiungere il sale, una bella manciata di prezzemolo e un po’ di acqua per non farli asciugare troppo. Coprire con un coperchio e lasciarli cuocere affogati. I carciofi devono disfarsi completamente.
A parte preparare un po’ di brodo vegetale .
In un’altra pentola , dal fondo ben largo, soffriggere nel burro la cipolla tritata finemente. Aggiungere e fare tostare il riso, mescolando con un cucchiaio di legno per non farlo attaccare. Versare un po’ alla volta il brodo vegetale bollente e continuare a mescolare finchè il riso non è cotto al dente e ha assorbito il brodo. Lasciarlo intiepidire. Mantecare il riso con parmigiano grattugiato e panna da cucina in modo da non risultare troppo asciutto ( altrimenti aggiungervi ancora un po’ di panna).
Imburrare una teglia da forno e cospargerla di pangrattato. Mettere sul fondo uno strato di riso, quindi il ripieno a strati e , nell’ordine, prima i carciofi ( sughetto compreso), poi la mozzarella tagliata a dadini e sopra le fette di prosciutto crudo. Ricoprire infine con uno strato di riso costellato di fiocchetti di burro e una spolverata di pangrattato. Lasciare cuocere a 200°C, finchè non si forma una crosta dorata in superficie. Lasciar riposare prima di servire.
Avrete pochi piatti da lavare, ma in compenso una scorta di calorie .
5 comments
Già…
Le grandi cose al mondo, non sono state fatte dai saggi, dai filosofi o da coloro che riescono abilmente a solcare il mare della vita senza troppe tempeste; ma dagli uomini appassionati ed energici che le sfidano.
( B. Croce)
18 comments
Erich Fromm: avere o essere ( guarda come ti sei ridotto…con tutti i soldi che abbiamo speso
Oggi pubblico il primo post di giove, un amico virtuale di xxmiglia.net, il blog sul quale mossi i primi passi. All’epoca mi limitavo a commentare e giove sapeva animare la scena, coi suoi post ironici e un po’ provocatori.
All’improvviso ci ha salutato e ora, dopo due anni circa, è ricomparso. Confesso che non lo conosco; nel mio immaginario associo giove al leone con gli occhiali scuri dell’header (correggetemi se ho usato un termine errato) di xxmiglia net e sinceramente non so distinguere la persona dal personaggio.Ma poco importa.
Il bello della rete è avere la possibilità di condividere i propri pensieri ,a volte sentimenti , espressi in forme diverse, nei quali ritrovarsi, confrontarsi o divergerne. L’ironia e lo stile dei suoi scritti mi hanno sempre incuriosita e quindi con piacere pubblico il suo post e gli auguro “Bentornato, giove!”
Erich Fromm: avere o essere ( guarda come ti sei ridotto…con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare)
Beh!! io ciò provato a essere diverso già da quando avevo pochi anni ma si vede che ho avuto sfiga e non ci sono riuscito.
Non sono mai stato formica…sempre cicala già da piccolo. La colpa è di mia zia, quella ricca che mi comprava le cose belle e mi ha abituato bene…..ho avuto tutto!!! Anche i pantaloni lunghi in prima media…..ero bello,ero fiero…ma tutti mi pigliavano per il culo e li ho tagliati. Col tempo sono diventato normale … sono cresciuto (direi un po’ troppo in larghezza e non in altezza) ma essendo simpatico e”cinesamente serpente” me la sono cavata in tutti i campi : tranne che con le donne. SI’ brutte bestie….ghiotte di denaro e …..gioia e rovina della mia vita, ma splendidi esemplari del genere umano che hanno fatto sì che il mio senno non si fermasse sulla luna ma arrivasse su UB313.
Serpente con carattere da toro… di novembre , il peggiore…quello che soffre per amore. MAH !!!Forse era meglio essere in ferrovia o in polizia…. avrei avuto una vita regolare,tranquilla.
Che colpa ne ho se invece sono finito a gestire un localaccio per 23 anni??? Per di più la sera fino a….tarda notte!!! Volete farmi avere anche un po’ di tempo libero finito il lavoro? E dove va uno che chiude un localaccio alle 4 di notte ???In un altro localaccio …è chiaro. Veramente sono un po’ contento …posso dire che ho scritto una delle più belle pagine della storia notturna di Ventimiglia degli anni 80..90..00, ho visto i colori del Thai-Mahal all’alba…..le cerimonie serali sulle rive del Gange….mi sono ubriacato nei bordelli di Tijuana e risalito il Mekong.
Non bevo più, non fumo più, non mi faccio più le canne per il resto……oggi è il primo giorno di primavera.
E ALLORA!!? direte voi. Niente tutto qua …ho capito perchè mia mamma mi dice sempre “Guarda come ti sei ridotto …con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare….non hai una casa tua e non prenderai la pensione perché non hai pagato i contributi!!!”
Non pensavo leggesse Fromm!!!
P.S: ogni riferimento a fatti e persone è decisamente voluto.
8 comments
Vecchi proverbi.
“Di notte,- sentenziava un Vecchio Proverbio,- tutti i gatti sono bigi.”
“E io son nero” – disse un gatto nero attraversando la strada. “È impossibile: i Vecchi Proverbi hanno sempre ragione.”
“ Ma io sono nero lo stesso” ripetè il gatto.Per la sorpresa e l’amarezza il Vecchio Proverbio cadde dal tetto e si ruppe un gamba.
Un altro Vecchio Proverbio andò a vedere una partita di calcio, prese da parte un giocatore e gli sussurrò nell’orecchio: “Chi fa da sé, fa per tre!”.
Il calciatore si provò a giocare al pallone da solo, ma era una noia da morire e non poteva vincere mai, perciò fece ritorno in squadra. Il Vecchio proverbio, per il disappunto, si ammalò e dovettero levargli le tonsille.
Una volta tre Vecchi Proverbi si incontrarono e avevano appena aperto bocca che cominciarono a litigare:
“Chi bene incomincia è a metà dell’opera” disse il primo.
“Niente affatto- disse il secondo-la virtù sta nel mezzo”.
“Gravissimo errore-esclamò il terzo- il dolce è in fondo”
Si presero per i capelli e sono ancora là che se le danno.
Poi c’è la storia di quel Vecchio Proverbio che aveva voglia di una pera, e si mise sotto l’albero, e intanto pensava:”Quando la pera è matura casca da sé”.
Ma la pera cascò soltanto quando fu marcia fradicia, e si spiaccicò sulla zucca del Vecchio Proverbio che per il dispiacere diede le dimissioni.
(da Favole al telefono di Gianni Rodari)
11 commentsIl vero Skip
Nel 2002 decisi di adottare un cucciolo dopo avere vagliato l’aggravio di tempo ed energie che avrebbe richiesto. Il cane è cane, non è un figlio, ma entra comunque a far parte della famiglia.
Skip è un bastardino di media taglia, un incrocio tra uno spinone e un barbone.
Insieme ad una decina di compagni di sventura, fu sequestrato ad un tizio che li teneva chiusi al buio e in condizioni igienico- sanitarie non adatte. Durante una visita al canile avevo notato uno spinone marrone e dei cagnetti molto vispi che scorrazzavano in un recinto. Mi piacquero subito ma la signora del canile mi spiegò che si stavano abituando gradualmente sia alla luce che a rapportarsi con l’uomo, in quanto cresciuti in totale abbandono. Esclusi la possibilità di adottarne uno perché avevo due figli piccoli e non sarebbe stato prudente prendere un cane adulto, poco avvezzo all’uomo e per di più in casa. Già a volte era difficile dirimere i bisticci e addomesticare i figli… non osavo immaginare che cosa poteva succedere con un cane un po’ selvatico. La signora aggiunse che tra tutti quei cani sequestrati c’era anche un cucciolo. Andai a vederlo. Aveva circa dieci giorni. La mamma era di taglia piccola, col pelo biondo un po’ mosso come le altre cagnette. In cuor mio decisi all’istante, ma mi riservai di dare una risposta insieme al consorte e ai figli perché potevamo scegliere altri cuccioli, nati nel canile. Tutti fummo conquistati da quel batuffolo rosso.
Una volta svezzato, dopo circa un mese, ci avrebbero avvisati per andare a prenderlo. La telefonata arrivò dopo solo due settimane. Ci scervellammo a lungo sul nome da dare al nuovo membro della tribù. Impresa non facile. Idefix, Napoleone, Cesare, Zazù, Rox …finchè mi venne in mente il titolo del film Il mio cane Skip. Skip, suonava bene. Skip è un nome breve, squillante, facilmente recepibile…dà l’idea di salto, zumpo. Fu aggiudicato il nome Skip. Il giorno dopo a me e mio figlio si accodò pure il nonno e un po’ emozionati andammo in processione al canile.
Non era più come lo ricordavamo. La signora mi porse una palla di pelo rosso che a stento riuscivo a trattenere in braccio e subito iniziò a scodinzolare, a leccare la mano, ad alzare la zampotta, che faceva presagire una taglia sicuramente non piccola. Mater semper certa est, pater numquam ( la madre è sempre certa, il padre mai) dicevano gli antichi. Intuii che il padre doveva essere lo spinone, l’unico cagnone del gruppo. Giunti a casa, ci fu lo storico incontro con le due tigri che con Skip avevano in comune solo la provenienza. Dal canile lui e dal gattile loro. I miei gatti non avevano mai visto un cane. Il cane non conosceva i gatti e fiducioso zompettò verso le belve spodestate. La loro immediata reazione fu una solenne soffiata, inarcata di coda e balzo su un mobile sul quale rimasero appollaiati per circa una settimana, scendendo solo di notte o quando la cosa rossa movente non era nei paraggi. Skip era più piccolo dei gatti, ma di corporatura più robusta e baldanzoso nei movimenti Il famelico Tigro, pur di non rinunciare alla pappa, imparò presto a mantenerlo a distanza, soffiando e artigliando. Gri Gri invece ne era incuriosita. Lo seguiva da lontano oppure lo osservava dall’alto, finchè un giorno inavvertitamente si scontrò con il nuovo arrivato, che usciva trotterellando dalla cucina Il cane, sorpreso, si fermò intimorito e si accucciò, come aveva ben presto imparato quando incrociava il signor Gatto. Gri Gri invece, con mia sommo stupore, non scappò via. Si sedette guardinga di fronte a lui. Stettero fermi a guardarsi per qualche minuto. Lui con le orecchie basse e lei con le orecchie ben alzate, finchè la gatta con nonchalance se ne andò.
Da cucciolo Skip dormiva in una cesta ai piedi di una cassapanca. Quella notte Gri Gri lo annusò mentre dormiva , salì sulla cassapanca e lì si addormentò. Così fece in seguito: la gatta lo vegliava. Forse aveva capito che era piccolo e innocuo e il suo istinto materno vinse la diffidenza .
Sono diventati compagni di gioco e di malefatte. Un’allegra associazione a delinquere. Ancor oggi lei si acquatta sulla sedia per allungare una zampa sull’ignaro amico che passa e si guarda intorno senza capire. C’è stato un periodo in cui i miei figli hanno subito sgridate ingiuste per le carte di caramelle o cioccolatini che trovavo sul divano o sotto il tappeto. Un pomeriggio, mentre guardavo la tv, sentii un rumore sulla credenza. Gri Gri spingeva una caramella con la zampa, giù verso il cane che, scodinzolando, stava in trepida attesa. Skip prontamente la ingoiò.La gatta continuò. Questa volta lui riuscì a scartarla e lei, come un pattinatore di hokey su ghiaccio, con l’involucro improvvisò uno slalom sul pavimento del salotto, finchè lo portò trionfalmente in bocca sul divano. Quando osò tornare alla carica del porta bon bon fu paralizzata dal mio inatteso, urlato e solenne “scendi giù” e si defilò di corsa. Occhio che non vede, cuore che non desidera: da quel giorno chiusi a chiave i dolci.
Ormai Skip ha 7 anni e i gatti quasi 9. Sono un po’ le mie ombre, silenziose e sempre presenti .Nei miei momenti di stasi mi raggiungono, l’una per accoccolarsi sui miei piedi e l’altro, porgendo il muso, per una carezza .
In effetti ho continuato un po’ la tradizione di famiglia: “mio nonno allevava setter inglesi,bracchi tedeschi, pointer e spinoni italiani per andare a caccia nelle varie regioni italiane. Quando gli anni e lo stato di salute lo costrinsero a stare in casa, preferì adottare cani meticci e abbandonati insegnando a me e ai miei cugini a familiarizzare con loro, a capirne l’indole e il linguaggio…che è universale a prescindere dalla provenienza e dal pedigree” ( da Dog Pride) .
Ogni cane aveva una sua storia e ha condiviso parte della nostra vita in un rapporto quasi simbiotico con noi. Quanti ricordi e aneddoti sono legati a quei cani e soprattutto a Dusky che ebbi in regalo al mio decimo compleanno dopo anni di suppliche e solo dopo un mio deciso sciopero della fame.
Il cane è vittima dell’abbandono, dell’incapacità dell’uomo di accudirlo o educarlo. La tragedia avvenuta in Sicilia ne è conferma. Che si accertino le responsabilità di chi ha ignorato o sottovalutato la pericolosità del branco di cani randagi. Solo quando ci sono vittime innocenti si provvede. Perchè nel Mezzogiorno non esistono strutture adeguate? E’ questione di fondi non richiesti o mal gestiti o mancanza di senso civico e inosservanza di leggi? Chi ha consentito che si formassero generazioni e torme di randagi, che affamati hanno cercato di sopravvivere sbranandosi anche tra loro, incattivendosi perché ridotti allo stremo o costretti in luoghi non idonei? Chi ha controllato le loro condizioni di vita? Perché mantenere decine di cani non è certamente facile. Sicuramente ci sono problemi più gravi e urgenti da risolvere, ma anche questo è un problema del quale ci si rende conto solo quando diviene un’emergenza perché pregiudica l’incolumità o la vita delle persone. Non è colpa dei cani se in seconda o terza generazione si sono inselvatichiti. Le responsabilità sono di chi ieri ha preferito ignorare il fenomeno del randagismo e le segnalazioni e oggi gioca a scaricabarile. È troppo tardi per recuperare quelle bestie. Impossibile ridare la vita a quel bambino. È una grave inadempienza non aver prevenuto la tragedia.
Skip poteva diventare uno di quei cani. Il mio nickname è un segno di riconoscenza al mio amico Skip.
Articolo correlato:
Bastardi si nasce o si diventa? ( pubblicato in Poca Cola)
17 commentsI calabroni e le api.

per un favo di miel una gran lite,
di cui volevano essere padroni
d’ambo le parti e con furore tale,
che infine il grande affare
d’una Vespa fu tratto al tribunale.
La Vespa non sapea che giudicare.
Intorno al miel alcuni testimoni
dicean d’aver veduto bestie alate
giallo-nere, ronzanti e fusolate,
ma in queste condizioni
potevan esser api e calabroni.
Torna la Vespa allora a investigare,
interroga un intero formicaio,
ma le cose non restano più chiare.
Allor disse una Pecchia: – O non vi pare
che duri già da un pezzo questo guaio?
Il miele va in malora e a danno nostro;
ché mentre noi spendiamo in bollo e in tassa,
in carta, in procedura ed in inchiostro,
del nostro miel è il giudice che ingrassa.
Andiam invece ed api e calabroni
a lavorar nell’orto,
e le case ed i favi più ben fatti
indicheranno la ragione e il torto -.
Naturalmente dissero di no
i Calabroni, e il miele
alle Pecchie la Vespa giudicò.
Magari si facesse ogni processo,
come dicon che facciano in Turchia,
senza tutta la lunga litania
di spese e ciarle inutili d’adesso!
Il buon senso val più di tutti quanti
i codici, o, sofferto strazi e croci,
il giudice di solito ha le noci,
e non restan che i gusci ai litiganti.
(Jean de La Fontaine : Favole- Libro primo)
8 comments




