Quando…
Quando mia madre sta sull’uscio in cima alla scalinata, intuisco che deve parlarmi, che basta la mia sola presenza per sostenerla in un silenzio di parole apparentemente senza senso, che inciampano tra risa complici e via via prendono forma in sguardi eloquenti. I segni del suo viso tracciano un percorso, a me ormai più chiaro. Provano una stanchezza alla quale non si arrende, di attenzione mai pretesa, di affetto certo, poco ostentato . Ora mi appare più fragile nella luce degli occhi, nella sua forza d’animo, muta e rassegnata resistenza.
Quando arriva un’onda alta e non puoi retrocedere, le vai incontro e d’istinto valuti se farti sollevare o infrangerla dentro, a seconda della tua forza e della corrente. Apri una breccia nell’acqua protendendo le braccia in avanti e con veloci battute dei piedi ti spingi in alto, reclamando il tuo spazio per riemergere in fretta. A volte il tempo trascorso in apnea sembra troppo lungo e ti fiondi fuori per respirare. Vincente. I polmoni abbracciano l’aria, gli occhi il cielo. Il respiro si placa premiando lo sforzo. Recuperi la riva. Attendi un’altra onda, quella che ti aiuta a risalire o a sfidare di nuovo il mare. Impari presto a superare l’esitazione e la paura, a stare ben ancorata sui ciottoli per poterti dare uno slancio maggiore. A volte in un allenamento che tempra, a volte in una sfida.
Adesso aspetta di vedermi, come quando sulla riva aspettava che risalissi dal mare. Pur dicendo che teme la mia incoscienza, in fondo in fondo a tutt’oggi si compiace per quella mia passione.
Un’onda più alta delle altre ci ha sorpreso. Entrambe. Se al momento non c’è stato tempo per pensare, ora che è passata c’è il bisogno di stare insieme, di sentirsi unite in una pausa che rigenera e custodisce quella nostra fragilità, nascosta e mai confessata l’una all’altra. E’ il nostro modo di reagire o più semplicemente un tentativo di esorcizzare la sorte, scoprendoci sempre più simili, illudendoci forse di essere più forti nell’attesa di quell’onda per la quale non sarò mai pronta abbastanza.
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Delicatissimo acquerello del rapporto madre e figlia. D’altronde è proprio in quel rapporto che giacciono i legami più sottili.
Complimenti.
Quell’ultima onda fa paura davvero e non saremo mai pronte abbastanza, sì.
Brividi mi hanno scosso, leggendo queste tue parole perché sono le stesse che avrei voluto scrivere io riguardo a me e mia madre.
Fragilità, affetto non ostentato, complicità recente…
Per l’onda lunga, l’ultima, ineluttabile, non si è mai pronti abbastanza.
Poi, con l’avanzare dell’età,può succedere che il rapporto si inverta: la figlia diventa genitore della madre che si allontana verso destinazioni sconosciute dove la parola diventa un suono senza significato. Rimane il legame, nutrito dalla forza dell’affetto e dal ricordo.
E io ricambio la gentile visita e rinnovo l’invito agli altri a passare sulmio blog.
Parole emozionanti, commuoventi.
Mi colpiscono in maniera particolare perché vivo attualmente il rapporto di cui parla Filo: sono un po’ “mamma” di mia madre, provo una tenerezza struggente, sento già struggente la nostalgia ………….
grazie skip,
(non so perché… quando si tratta di mia madre, finisco col parlare di me…. bah, aiuta un po’)
g
@ tutti: è un po’ un passaggio invisibile di un testimone nella staffetta della vita.
@giovanna: sì , parlarne può aiutare.
Dopo aver letto i sentiti commenti che mi precedono e che avvalorano il tuo profondo post, il mio risulta superfluo, non mi resta solo che ringraziarti.
Ciao e Buona Settimana
Ho sentito il bisogno di leggere questo post a voce alta, per far entrare appieno le parole in me… perchè fa riemergere ricordi, e mi stringe l’anima.
@gaz e novalis: grazie a voi e buon inizio settimana
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