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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for April, 2009

Una delle tante mansioni domestiche…

  

Un post di Toso, particolarmente apprezzato dal mio consorte!    :D

 Uno dei compiti peculiari dei mariti è portar fuori la spazzatura, ne vedo tanti e io sono uno di loro.Tale compito non è  frutto di  una voluta ripartizione degli incarichi, che di solito si fa all’interno della famiglia per aiutarsi a vicenda per mandare avanti la baracca, dove ogni uno fa qualche cosa di utile secondo le sue attitudini o capacità. Nel mio caso è  venuto così,  in modo quasi naturale che della spazzatura me ne dovessi occupare io.Che sia io a portar fuori la spazzatura,  in famiglia è  un fatto ormai consolidato.  Forse pensano  che io abbia delle attitudini particolari o forse ritengono che tra  me e la spazzatura ci siano delle affinità.

 Ho iniziato io e continuo a farlo io, non lo fa nessun altro,  sicuramente non lo fanno per correttezza, ovvero per evitare invasioni di campo nell’ area di competenza dei compiti altrui, se no si sa come è,  uno, vedendo che non c’è più la spazzatura, potrebbe aversela a male. Questa però è la versione nobile, in realtà se la spazzatura non la porto fuori io non la porta fuori nessuno, neanche se il mucchio cresce. Visto che ormai è una mansione assegnatami  a vita, cerco di svolgere il compito nel miglior modo possibile, per non sfigurare verso la famiglia che ha riposto in me cotanta fiducia.Per svolgere un così alto incarico, che ormai faccio da tanti anni, ho un mio metodo personalizzato.Una cosa cui tengo in particolare è  che il sacchetto sia elegante, deve essere proprio un sacchetto della spazzatura, con i lacci di chiusura e non un sacchetto  qualsiasi.Questo perché spesso incrocio altri mariti che fanno lo stesso servizio e vedo che  guardano la mia spazzatura per confrontarla con la loro e non possono non notare che la mia è molto più ordinata  e ben confezionata.Non faccio per dire, ma nella spazzatura dò loro molti punti.  Ca c’est la classe.

 

Suddivido i rifiuti facendo una piccola cernita: metto le bottiglie di vetro con il vetro, le bottiglie di plastica con la plastica, i giornali vecchi con la carta e così via.Quindi parto da casa con più sacchetti , quello bello elegante che contiene la “varia” diciamo “l’umido” e quelli con gli altri materiali suddivisi, e butto il loro contenuto sul cassonetto corrispondente. Fatto questo, ogni volta mi coglie un dubbio. Non so se ho fatto il mio dovere da buon cittadino o se ancora una volta ho fatto la figura del  pirla, visto che quando passa il camion della spazzatura mettono tutto assieme.Queste operazioni ormai le faccio in modo automatico, quasi tutti i giorni, senza pensarci su, ma l’altro ieri mi sono soffermato a riflettere su quello che stavo facendo.Nel sacchetto del vetro avevo messo due bottiglie del vino; le ho osservate erano bellissime, una era bordolese , di vetro spesso, di colore verde scuro, con il fondo incuso, ancora con l’ etichetta integra. L’altra era dello spumante, bella, pesante,  riutilizzabile con i tappi a corona; avevo messo anche alcune bottiglie di vetro dell’acqua minerale Fiuggi con i loro tappi e  due bottiglie di salsa di pomodoro, anch’esse belle pulite con i loro coperchi ermetici e poi  dei vasetti  di vetro, belli ben fatti con i loro coperchi di chiusura.  Ho notato che i vasetti e le bottiglie erano pulite, che strano, non mi ero mai accorto che prima di buttar  via le bottiglie le lavo e le faccio scolare. Roba da matti!Nella plastica avevo messo delle bottiglie dell’acqua minerale non gasata, anch’esse belle con i loro tappi di plastica a chiusura ermetica, la bottiglia dello Svelto con la sua maniglia prensile. Nella carta avevo messo dei contenitori in tetra pack vuoti  con la loro chiusura ermetica e poi giornali illustrati, riviste, quotidiani  ecc…  Mi sono fermato a osservare tutta questa roba che da lì a poco avrei buttato nel bidone, roba bella,  buona, da riutilizzare e costosa e ho provato un senso di inquietudine e per un istante ho avuto la sensazione che per tutto questo spreco,  un giorno il Signore ci punirà.

 

 Ciao a tutti dal Toso.

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Le “colpe” dei padri ricadono sui figli? ( l’augurio dell’onorevole Carlucci)

 

Gabriella Carlucci,Vicepresidente della Commissione  Bicamerale per l’Infanzia,  da tempo sostiene una proposta di legge per regolamentare  internet (estensione della  legge sul diritto d’autore anche su internet, divieto di  contenuti in forma anonima per contrastare l’illecito di diffamazione e la pedofilia, istituzione di un comitato per la legalità in rete) che  ha suscitato vive repliche nella rete…ma non entro nel merito della sua validità .

 

 Vive reazioni ha suscitato “l’augurio”, definito da tanti infelice, che durante una seduta della Camera la deputata ha  rivolto al giornalista Alessandro Gilioli, che replicava alle misure restrittive della legge. “Le auguro che appena suo figlio avrà accesso a FaceBook venga intercettato dai pedofili e che lo incontrino sotto scuola…glielo auguro, così capirà sul serio.”(qui il filmato ) .

 

Nei dibattiti più accesi del Parlamento si sono sentite e viste  provocazioni di ogni genere…ma questa frase mi ha colpito per la superficialità con cui  una rappresentante delle istituzioni, nell’esercizio delle sue funzioni, non in un salotto privato o televisivo, ha pensato e osato dire una cosa del genere. Il destinatario di questa bestemmia  indirettamente era il padre, ma di fatto  è  l’ ignaro figlio di Gilioli al quale è stata augurata la violenza più ignobile che esista. L’onorevole, che di onorevolezza ha  fatto sfoggio, ha dato prova capacità di argomentazione e di  sensibilità a tutela dell’Infanzia .Fare  un’ ipotesi del tipo “supponga che a suo figlio capiti…”  sicuramente le avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo  per filtrare il messaggio e  destreggiarsi in uno scambio dialettico più corretto. Il fervore della discussione e l’impeto del momento non giustificano né una donna che sbandiera il suo amore e preoccupazione materna anche di fronte alla pubblicità “dell’amore universale” della Tim,  né una rappresentante della volontà popolare che dovrebbe essere in grado di sostenere proposte con toni e contenuti più adeguati al suo ruolo, né la persona che, a maggiore ragione per la carica che ricopre, dovrebbe praticare i modi del viver civile. La frase si commenta da sola… sì bisogna legiferare contro la diffamazione e chiamare in causa chi ha diffamato in tal modo  quel minore, dimostrando attenzione e rispetto indiretti anche  per la sofferenza dei bambini abusati. Non si riesce nemmeno a pensare, e tanto meno ad augurare una maledizione del genere.

 

Ammirevole la reazione signorile  di Gilioli, che ha ringraziato per  l’umanità dimostrata e ha avuto la forza di non scendere al livello dell’interlocutrice. Forse una donna avrebbe ripagato con la stessa cortesia, magari con toni più eleganti ma  sferzanti,  trattandola senza troppi convenevoli.

Auspico che l’onorevole beva una damigiana di camomilla prima di chiedere scusa e  dimettersi. Potrebbe anche  struccarsi. La bella parvenza non serve più. Inganna ben poco,ormai.  

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La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)

25-aprile

Quando io considero questo misterioso e miracoloso moto di popolo, questo volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in una improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per combattere contro il terrore, mi vien fatto di pensare a certi inesplicabili ritmi della vita cosmica, ai segreti comandi celesti che regolano i fenomeni collettivi, come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno, come certe piante subacquee che in tutti i laghi di una regione alpina affiorano nello stesso giorno alla superficie per guardare il cielo primaverile, come le rondini di un continente che lo stesso giorno s’accorgono che è giunta l’ora di mettersi in viaggio. Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini  per vivere da uomini.”

 

(dal discorso tenuto al Teatro Lirico di Milano, 28 febbraio 1954, in Uomini e città della Resistenza: discorsi scritti ed epigrafi, Laterza)

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La regina d’Oriente.

 

shanghai

 

Shanghai è la città cinese più popolosa. In poco più di un decennio ha costruito un’economia basata su servizi finanziari e bancari, imprese manifatturiere e ad alta tecnologia attirando consistenti investimenti di numerose imprese straniere e diventando  il più importante centro finanziario e commerciale della Cina. Il suo porto, il primo del paese, è uno dei più trafficati al mondo dopo quello di  Singapore e Rotterdam.

 

E. si trova a Shanghai per istruire le maestranze di una fabbrica. La prima impressione che ha di questa città è il caos.

 

“Le strade sono una vera bolgia dove pare che non esistano regole nel modo di guidare e si rischia di venire travolti ogni volta che si tenta di attraversare la strada.

Belle e ricche vetrine, locali di tendenza in Via Nanchino.Ovunque  i negozi sono forniti di qualsiasi materiale occorra per il lavoro, non solo di marchi cinesi ma anche esteri.

 

Si torna a vivere nel passato quando ci si addentra nella città vecchia, con le sue case caratteristiche e i vicoli stretti e poco puliti. Stradine che nascondono la vita famigliare racchiusa in pochi metri quadrati.

Shanghai è una  metropoli piena di contraddizioni…”

 

Ciao E., grazie per le foto e  il commento!

 

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Pasta aum aum.

 

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 Non è la ricetta tradizionale delle penne aum aum con melanzane e mozzarella . Il nome è stato adottato dallla mammà del consorte, cuoca provetta. Aum aum in napoletano significa di nascosto. Un piatto non proprio nascosto visto che occorre mobilitare una pentola e  tre-quattro padelle ed impegnare tutti i fornelli del piano di cottura. Io lo associo a quel verso che si fa per dire “uhm che buono!” oppure all’ aaaaaùùmmm emesso dalla mammina esausta nel tentativo di fare spalancare la bocca al bebè inappetente. In tal caso dubito molto che un bebè  possa gradire la pasta  con peperoni e melanzane.

 

In termini di tempo di preparazione  questo piatto è di media velocità , ma si consideri che vale come piatto unico e quindi si risparmia il tempo necessario per preparare un secondo. A riguardo dei tempi  di strafogamento e digeribilità…  beh tutto dipende dalla voracità del commensale e dal suo metabolismo.

 

 

 

Ingredienti per 4 persone:

 

400g di mezzi fusilli (in alternativa cavatappi o  reginette)

1-2  melanzane

1 peperone

una dozzina di pomodorini

aglio

basilico

1 cipolla

400g circa di salsiccia

olio di oliva

 

Lavare e asciugare gli ortaggi. Mettere a bollire l’acqua per la pasta.

Friggere separatamente  le melanzane tagliate in piccoli pezzi e i peperoni tagliati a listarelle sottili. In un’altra padella mettere  i  pomodorini spezzettati, un po’ di aglio tritato, basilico e le melanzane fritte. Lasciare insaporire per qualche minuto fino a quando il sughetto di pomodori si sia tirato.

Cuocere la pasta.

In un tegame largo imbiondire una cipolla,  tagliata finemente, in  un filo di olio di oliva. Aggiungere e cuocere la salsiccia sbudellata e frantumata in piccoli pezzi . Versare poi  i peperoni e la salsiccia nel sugo di melanzane. Lasciar cuocere insieme per pochi minuti perché si amalgamino i sapori. Volendo si può aggiungere un peperoncino piccante. Condire la pasta  col sugo aum aum.

 

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Meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita (Rita Levi Montalcini).

 

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Il 22 aprile Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina nel 1986 e senatrice a vita dal 2001, festeggerà il suo centesimo compleanno. Un bellissimo traguardo per una donna straordinaria che ha attraversato e superato il ‘900 investendo tempo, energie ed intelligenza principalmente nella  ricerca scientifica, anche dopo aver rinunciato a incarichi  per sopraggiunti limiti di età, e più di recente in campagne di interesse sociale e ambientale.

Quando parla  la Signora Levi Montalcini si percepiscono la determinazione di chi ha  passione e forza interiore, la saggezza e l’intelligenza dei grandi, la fede laica  ispirata al  bisogno di conoscenza che l’ha animata sempre e ovunque, anche nei periodi più cruciali della sua vita.

Una  figura emblematica del nostro secolo, tra le più stimate e amate. Una donna che ha scelto di vivere disinteressandosi della propria persona, in nome della libertà di pensiero e di una continua ricerca  tendente a scoprire verità nei misteriosi meandri della mente umana.

“Posso dire che l’unico ideale per cui ho lavorato è stato quello di aiutare gli altri e forse per questo la ricerca mi ha dato molto di più di quanto potessi sperare”.

 

Auguri sinceri,  splendida Signora!

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Prigioniera

 

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PRIGIONIERA

 

 

Sui rami
indecisi
andava una fanciulla
che era la vita.
Sui rami
indecisi.
Con uno specchietto
rifletteva il giorno
che era un fulgore
della sua fronte pura.
Sui rami
indecisi.
Sulle tenebre
andava sperduta,
piangendo rugiada,
prigioniera del tempo.
Sui rami
indecisi.

 

Federico Garcia Lorca

 

 

Per le donne di Kabul che hanno osato protestare contro una legge che viola i fondamentali diritti umani. Per Sitara Achakzai , assassinata perché  si batteva per il riconoscimento dei diritti delle donne afghane, spesso ridotte in schiavitù, costrette a matrimoni forzati e ad una vita senza libertà di scelta che le spinge al suicidio. Per le spose bambine, mercificate e  private dell’infanzia.

Quanto è successo a Kabul è assurdo: la legge che ora il Presidente Hamid Karzai promette di fare rivedere, solo in seguito alle forti proteste dell’ONU, è priva di fondamento  religioso, civile e umano.

 

 

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El can dell’avvocato.

 

L’amico El Toso racconta le vicende di  Bepi, conosciuto negli anni ’70. Lo ricorda ancora con affetto per la sua simpatia e semplicità in questo bel post.

Grazie, Toso!

 

Bepi  tornava a casa tutte le sere in bicicletta dopo una giornata di lavoro.

Abitava a Dese, un paese di campagna e lavorava a Mestre, lontano più di dieci chilometri, ogni giorno ne faceva di strada, ma lui prendeva tutto con calma, non aveva fretta, aveva le sue abitudini. Al mattino per arrivare al lavoro in orario, partiva presto e alla sera per tornare a casa andava con comodo, senza fretta e senza affaticarsi troppo, secondo il detto veneziano del “cò rivo…rivo” che sarebbe a dire “quando arrivo … arrivo”.

Fare tutta quella strada ci era abituato, la faceva da anni; della strada conosceva ogni curva, ogni fossato, ogni siepe, ogni campo, conosceva le coltivazioni, gli alberi, ogni angolo gli era familiare, conosceva le case e chi vi abitava e naturalmente conosceva tutte le osterie.

Quando faceva brutto tempo, Bepi non si spaventava, se c’era la nebbia si metteva il tabarro, se c’era vento si metteva un giornale sotto la maglia per ripararsi dall’aria, se pioveva, la mantellina, insomma non era certo il brutto tempo a fermarlo.  

Al mattino non tanto, ma alla sera al ritorno faceva sempre qualche sosta, la prima era a Favaro Veneto all’osteria della “Pesa” dove una volta c’era il bilico di pesatura del Dazio.

Una volta, fino agli anni cinquanta, le merci che entravano in  Comune dovevano pagare il Dazio e quindi venivano pesate su apposita piattaforma con tanto di stadera a bilico. Questa operazione richiedeva un po’ di tempo e nel mentre i dazieri facevano le bollette, i carrettieri o i conducenti si facevano un bicchiere all’osteria che immancabilmente sorgeva nei pressi della pesa pubblica.

A Favaro, il dazio e il bilico non c’erano più già da tempo ma l’osteria della pesa era rimasta come allora e oggi è una delle più antiche osterie con cucina del paese.

Trovava sempre qualche amico con cui fare due chiacchiere e bere un bicchiere, ma difficilmente si fermava a uno perché Bepi era un vero signore e se un amico gli offriva da bere, lui ricambiava sempre con la stessa generosità, non voleva mai essere sotto.

Era conosciuto da tutti e da tutti benvoluto e se gli amici erano tre o quattro e ognuno voleva fare le sua parte, allora anche i giri di ombrette erano tre o quattro, insomma stava un po’ in compagnia con gli amici e poi un bicchiere o due dopo una giornata di lavoro non hanno mai fatto male a nessuno.

La seconda tappa la faceva a Dese,  un po’ prima di casa, all’Osteria del  “Mussato” che in dialetto vuol dire la “zanzara” , cioè in quel paese di campagna, non lontano dalla laguna, le zanzare erano talmente tante e talmente grosse che gli avevano dedicato perfino il nome a un’osteria.

Poi tornava a casa per l’ora di cena, cercava di essere puntuale perché, se ritardava, la cena diventava fredda e si prendeva le parole da sua moglie Caterina, che gli diceva di tutto. Era una santa donna, ma aveva il suo caratterino.

 

Bepi lavorava a Mestre come aiutante in una bottega artigianale di tappezziere con altri operai, era il più anziano di tutti ma non era il capo, anzi era l’ultimo di bottega, gli dicevano cosa doveva fare e lui lo faceva.

Era andato a lavorare lì perché conosceva il padrone,  non era il suo mestiere, lui aveva sempre fatto il contadino, ma negli ultimi anni aveva cercato lavoro come dipendente, e ora già un po’ anziano, un po’ per togliersi dalle grinfie della moglie e un po’ per guadagnare qualcosa, era andato a lavorare come aiutante di bottega,  prendeva poco ma si accontentava.

Bepi era benvoluto e stimato da tutti i suoi compagni di lavoro per la sua calma e per la sua saggezza, quando c’era una discussione tra gli operai, andavano da lui per vedere  chi aveva ragione e si rimettevano al suo giudizio.

A volte, quando il padrone non c’era, raccontava delle storie o degli aneddoti e tutti stavano ad ascoltare i suoi racconti che erano sempre permeati di buon senso e di umanità.

 A  volte raccontava di se stesso, come quella volta che in piena guerra, mentre era in bicicletta e portava a casa un sacco di farina, fu fermato per la strada dalle brigate nere che lo accusarono di fare la borsa nera, gli dissero che se non se ne fosse andato via subito lo avrebbero arrestato e mandato in Germania. Si spaventò talmente tanto che lasciò tutto lì e tagliò per i campi senza accorgersi che facendolo spaventare i militari gli avevano fregato il sacco della farina.

Fu tanta la paura che per qualche giorno divenne un po’  “ske ke” (balbuziente), insomma balbettava un po’.

 

Ebbene, un venerdì sera dopo aver tirato la paga, Bepi se ne ritornava a casa tranquillo, si era fermato a salutare gli amici e arrivato a Dese stava per percorrere l’ultimo tratto della stradina che portava a casa sua, quando vide Caterina in piedi fuori della porta con le mani sui fianchi come se lo stesse aspettando.

Bepi pensò ahi ahi …  qui è successo qualcosa.

Posò la bicicletta nella baracca addossata alla casa e percorse il piccolo vialetto che portava all’ingresso, guardò la moglie con fare interrogativo.

Questa dopo un attimo di silenzio cominciò a dirgli di tutto, che era un buono a nulla e che lei l’aveva sempre detto che sarebbe andata a finire così, la rete era troppo bassa, dopo che si era un po’ sfogata raccontò il misfatto.

Roki, el gà saltà ea rede e el se gà magnà nà gaina.”

Roki … el gà magnà nà gaina?” ripeté  incredulo el Bepi.

Si … ti gà capio ben … Roki ….  el can dell’avvocato.”

A Bepi si schiarì la situazione tutto in un colpo. Il recinto del cane confina con il ponaro delle galline, evidentemente il cane ha fatto un salto ha scavalcato la rete, è entrato nel ponaro e ha ammazzato una delle due galline che Caterina curava con tanto amore.

Cossa intendi far adesso che quel cagnasso el me gà magnà eà gaina.”

E cossa posso far … gnente … ormai no ghe xe gnente da far par sta povera gaina … ormai è successo…

Caterina lo guardava inviperita.

Ehh … no , non far come il to solito, non far finta de gnente, stà volta ti gà da farte e to ragion  con l’avvocato, ti gà da andar a casa sua e farte risarcir eà gaina.”

Caterina non volle sentire ragioni, diceva che erano cose da uomini e Bepi doveva farsi valere, anche se il vicino di casa era un avvocato.

Bepi cercò di stemperare la collera della Caterina, ma non c’era niente da fare, quella sera cenò in silenzio e se ne andò a letto presto.

Ci mancava anche questa, il cane ha ammazzato proprio la gallina preferita di Caterina, quella che faceva più uova, almeno avesse ammazzato l’altra che uova era da un po’ che non ne faceva più… Quella bestia gli era stata sempre antipatica perche ringhiava e abbaiava a tutti, gliel’aveva anche detto all’avvocato che quel cane era troppo cattivo, ma questo gli rispose che faceva così perché era un cane da guardia, altrimenti che cane da guardia sarebbe stato, e adesso che mi ha mangiato la gallina che cane da guardia è, brutta bestiaccia.

Bepi con questi pensieri non riusciva a dormire, forse era meglio lasciare perdere, anzi se fosse per lui avrebbe lasciato perdere di sicuro ma c’era Caterina che ha un caratterino mica da ridere, mah … vedremo domani forse riuscirò a convincerla.

 

L’indomani, appena alzato, fu Caterina ad affrontarlo.

E allora cossa gastu deciso de far … no cominciar come el to solito de far finta de gnente”.

“Ma Caterina ….”

Caterina un corno … stavolta ti gà da farte e to ragion, avvocato o non avvocato,  non mi iteressa gnente, ti gà da andar a casa sua e farte dar i schei dea gaina … poveretta, eà me faseva tanti vovi”.

Va ben Caterina … come che ti vol … pero ancùo gò tanto da far e dall’avvocato ndarò doman.”

 

Bepi cercava di guadagnare tempo,  ma non riusciva a togliersi questo pensiero, a volte  le donne non capiscono in che imbarazzo mettono i mariti, non è la questione della gallina in sè, ma andare dall’avvocato per una cosa di così poco conto, può creare delle incomprensioni, può compromettere i buoni rapporti tra vicini, insomma Bepi non è che non se la sentisse di affrontare l’avvocato, ma ad istinto gli pareva che se si poteva evitare… forse era meglio.

E poi l’avvocato Ermenegildo Spaccatorta e sua moglie Eleonora erano dei veri signori, è vero che non davano tanta confidenza agli altri, come d’altra parte fanno tutti i veri signori, ma noi, che siamo i loro vicini di casa, ci hanno sempre trattato con riguardo.

L’avvocato  ha uno studio tra i più grandi della città, gente piena de schei e poi parlano tutt’e due in italiano, insomma proprio dei signori.

Per Bepi quelli che parlavano in italiano o erano dei foresti o erano dei gran signori, non conosceva nessun altro che parlasse in italiano. L’avvocato era veneziano e parlava anche in dialetto, ma la signora si sentiva che era foresta perché  parlava solo l’italiano.

Avevano comperato un grande terreno limitrofo all’orto di Bepi e avevano costruito una villa con un grande giardino, con una fontana e un cancello che si apriva elettricamente.

Quella , la tenevano come casa di campagna, non stavano sempre lì, venivano al sabato e alla domenica, molte volte avevano chiamato Bepi per farsi accudire il giardino o curare gli alberi da frutta, pagando si intende, come fanno i veri signori.

Quando andavano via per le vacanze l’avvocato diceva sempre a Bepi di dargli un’occhiata alla casa, segno di gran fiducia e quando ritornavano si ricordavano sempre di portare un presente, ad esempio nell’ultimo viaggio fatto in Spagna avevano portato a Caterina un ventaglio.

 Insomma Bepi era gratificato dell’amicizia che l’avvocato in certe circostanze gli dimostrava, anche sua moglie la signora Eleonora era gentile, ma a Caterina non gli era tanto simpatica perché diceva che si dava troppe arie.

 

La domenica mattina, Bepi dormì un poco di più, poi come al solito andò in cucina a tor el caffè che gli preparava Caterina che appena lo vide  lo accolse con un “E allora …?

Al povero Bepi non restò altro che dire “Vado … vado.”

Bepi si avviò verso la villa dell’avvocato, suonò il campanello, gli aprì la signora Eleonora.

Però i “siori”, sono tutto differenti dai “puareti” , anche in campagna la signora Eleonora era vestita bene con eleganza, con i capelli sempre in ordine con la messa in piega appena fatta, altro che Caterina che si lavava i cavei da sola in casa e si pettinava col “cocon.”

 

 

Ohh  Bepi … buon giorno Bepi … venga … venga avanti.”

Buon giorno siora Eleonora … mia mogier la ringrazia tanto per il ventaglio…”

Niente … niente Bepi, … per carità, cosa vuole che sia.”

Ea senta, dato che so qua … ghe xe miga l’avvocato… gavaria da domandarghe nà roba.”

 Si … si Bepi , glie lo chiamo subito, … Ermenegildooo …” chiamò forte la signora.

Cosa c’è” si sentì dal piano di sopra.

Vieni giù … che c’è Bepi.”

Bepi chi.

“Bepi  no … il nostro vicino di casa.”

Ahhh … Bepi, vegno, vegno subito.”

L’avvocato scese dallo scalone che dall’ingresso porta ai piani superiori.

Oh caro Bepi … come mai …?”

Sa sior avvocato, passavo de qua … e so vignio a ringrasiar la signora Eleonora per il ventaglio, ma dato che so qua … gavaria da domandarghe  un parere …”

Dime,  dime pur Bepi…”

Metemo che uno abbia delle gaine nel sò cortile e el can del visin de casa ghe ne magna una, al paron dee gaine ghe spetta un risarcimento!?

L’avvocato restò un attimo in silenzio, perplesso per questa strana domanda, poi disse.

Ma certamente Bepi …  in base all’articolo tal dei tali, comma 1,  capoverso 2 del Codice Civile, che in sostansa dise che chi rompe paga, con la massima certessa ti posso dire che al paron dea gaina ghe spetta un risarcimento …”

Poi un po’ incuriosito chiese a Bepi perché gli interessasse un caso cosi specifico.

Rispose Bepi “Sa sior avvocato,  xe successo l’altro giorno, Roki gà saltà ea rede del ponaro e el se gà magnà nà gaina dea Caterina.”

Scese il gelo, si zittirono tutti, dopo le parole di Bepi, perfino la domestica restò immobile.

Dopo un attimo di silenzio in cui Bepi cercava di nascondersi dietro la montatura degli occhiali, riprese l’avvocato.

Ahh gò capìo … va ben Bepi …  per l’amor de dio … ciò se se sta Roki …  gnanca parlarne … se xe stà Roki , xe giusto che te vegna pagà ea gaina … dime … dime pur … quanto che xe … queo che xe giusto xe giusto.”

Bepi più imbarazzato che mai tentava di giustificarsi “Sa sior avvocato … mi non saria mai vegnio … per nà gaina … e xe robe che succedono, ma sa e gaine e xe dea Caterina, e sa come che le xe le done …”

Non ti preoccupar Bepi … dime … dime pur quanto che xe.”

E Bepi “Saria diexe mie franchi, sior avvocato.”

(A Venezia in gergo dialettale, le lire si sono sempre chiamate franchi).

Eleonora …  prendi dieci mila lire e dagliele a Bepi … beh vado su che gò da far , ti saluto Bepi,  stame ben.”

 L’avvocato se ne tornò di sopra, la Signora Eleonora andò di là, prese un biglietto da diecimila lire e li fece avere a Bepi, che era rimasto solo nell’atrio, tramite la domestica.

Bepi tornò a casa con un po’ di agitazione, non sapeva se era contento o contrariato,  trovò Caterina che era affaccendata con i lavori di casa, faceva finta di niente, aspettava che fosse Bepi a dirle come era andata.

 

Bepi mise il biglietto da dieci sul tavolo, non disse niente, ma parlò Caterina.

Ahh … ti gà visto che gavèvo ragion … i gà capio che i gera in torto, bravo Bepi, così se gà da far, quando uno gà ragion … gà ragion, e se la deve far valer …  bravo el me Bepi.”

Caterina prese il biglietto e lo mise nella credenza, ci voleva proprio, servirà domani per pagare la bolletta della luce.

 

A  Caterina era tornato il sorriso, era orgogliosa di Bepi, lei lo conosceva bene, era un uomo  bravo e buono ma se ci si metteva sapeva farsi rispettare, a mezzogiorno gli preparò un bel pranzetto, i  gnocchi e la “anara rosta” (anatra al forno).

Bepi era un po’ contento di come erano andate le cose, anche perché era salito nella considerazione di Caterina, ma da uomo di mondo come era, tutta questa vicenda lo lasciava un po’ inquieto, continuava aver la sensazione che era meglio se tutto questo non fosse successo e comunque se fosse stato per lui non ci sarebbe andato dall’avvocato.

L’indomani andò al lavoro, ma di questo fatto non parlò a nessuno, durante la giornata gli venne in mente più volte questa vicenda, insomma non era tranquillo su come erano andate le cose.

Ermenegildo Spaccatorta  era un affermato avvocato delle assicurazioni, lo conoscevano tutti, andare a farsi risarcire la gallina, non è che non fosse stato giusto, ma forse diciamo che non era stato opportuno, si sa un avvocato non è una persona qualsiasi e poi quello lì è uno che conta, corrono voci che se ci si mette è un po’ un carognetta , ma … per modo di dire … diciamo un po’ come tutti  gli avvocati, cioè se un avvocato non è un po’ carogna che avvocato è … non è che tutti i carogne siano avvocati … ma se uno diventa avvocato in quell’ambiente lì, se non è carogna di suo, un po’ lo diventa se no che avvocato è, come fa a sopravvivere.

Preso dalle sue riflessioni, Bepi passò la giornata taciturno, andò a casa diritto senza fermarsi dagli amici, imboccata la stradina di casa che passa davanti alla villa dell’avvocato vide che c’era la serva ferma sul cancello che appena lo vide lo chiamò.

Bepi, ghe xe l’avvocato che te vol  parlar.”

Bepi continuò la corsa andò a posare la bicicletta in baracca, chissà cosa vorrà,  forse vorrà qualche lavoretto sull’orto, o tagliar la siepe, mah … sentiamo un po’.

L’avvocato come lo vide gli disse “Bepi … vieni avanti … vieni avanti.”

Bepi lo guardava perplesso.

 Bepi , tu che sei un uomo giusto, devo domandarti un parere, secondo te, se uno va da un avvocato per chiedere un parere, un consiglio, diciamo una consulenza e quando l’ha avuta riesce ad aver ragione e ottenere il risarcimento, è giusto che debba pagare l’avvocato, o no?”

Bepi capì subito che era in trappola, l’avvocato sta volta parlava in italiano, ciò voleva dire che la cosa era seria, sentiva che non aveva scampo.

Eh si, certo sior avvocato, xe giusto che  l’avvocato sia pagato …” Venne subito interrotto.

Ebbene Bepi, ieri mi hai domandato una consulenza, io te l’ho data, hai avuto ragione, sei stato risarcito e adesso mi devi pagare… Sono diecimila lire.”  Aggiunse poi “Se non hai i soldi, puoi pagarmi con  l’altra gallina.”

Bepi si sentì sconfitto, balbettò qualche cosa, disse di si, che in fondo era giusto e che gli avrebbe portato la seconda gallina.

L’avvocato lo fissava con gli occhi socchiusi dietro le spesse lenti e con un sorriso che sembrava un ghigno e aggiunse in dialetto “Pòrtimia subito che sta sera gò ospiti.”

Bepi uscì come uno straccio, andò nel ponaro, prese la seconda gallina e la portò a casa dell’avvocato, sul cancello c’era quella arpia della serva che gliela strappò di mano con un sorriso beffardo.

El povero Bepi tornò a casa bastonato, poco dopo ritornò anche Caterina che era all’oscuro di tutto, entrò in casa e disse tutta allarmata ”Bepi, Bepi, xe successo nà disgrasia, eà porta del ponaro xe verta e no ghe xe più eà gaina.”

Bepi non rispose, era seduto su una carega e guardava fuori dalla finestra, non disse niente a Caterina per non darle un altro dispiacere, era assorto nei suoi pensieri.

Era un uomo di grande esperienza, che conosceva la vita e l’animo umano, ma c’era una cosa che non sapeva  capacitarsi: ma perché le donne, in questa vita così difficile, qualche volta, non stanno anche zitte?

 

 

Ciao a tutti dal Toso!

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Auguri,Susan! Il tuo sogno si avvererà.

 

Susan Boyle, una sacrestana 47enne, ha partecipato a Britain’s Got Talent (uno spettacolo simile a X Factor al quale partecipano 75mila concorrenti) cantando “I dreamed a dream”, tratto dal musical Les Miserables.

Susan è stata vittima del bullismo, sin da piccola, e ha ripiegato sulla musica dedicandosi al canto all’età di cinque anni. Vive da sola e da tempo sogna di diventare una cantante professionista.

Finalmente ha osato proporsi allo show.

 

È apparsa un po’ goffa, decisamente fuori dagli stereotipi dei personaggi televisivi, soprattutto femminili. Inizialmente derisa, ha poi sbalordito tutti con il suo talento, apprezzato dalla giuria e dal pubblico presente.

 

Il  video della sua performance su You Tube ha superato 5 milioni di visite. Qui la sua esibizione… una voce che emoziona.

 

A voi i commenti!

 

 

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Gemito – Museo Pignatelli

 

Villa Pignatelli ( Napoli) ,splendida dimora inglese che mescola lo stile neoclassico  e neo palladiano, fu progettata nel 1826 da Pietro Valente per Sir Acton, passò poi ai Rothschild e infine ai Pignatelli Cortes d’Aragona che nel 1952 la donarono allo Stato Italiano. La villa, immersa in un parco, merita di esser visitata  per gli  arredi,statue, dipinti, decorazioni in stucco, collezioni di porcellane, argenti e  cristalli che la rendono simile a un raffinato gioiello d’epoca.

 

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È sede del   Museo Pignatelli dove a distanza di cinquant’anni dalla mostra monografica tenutasi al Palazzo Reale di Napoli nel 1953, dal 29 marzo al 5 luglio 2009 sono esposte  più di centocinquanta opere – tra disegni, terrecotte, bronzi, gessi, cere e argenti- che documentano  l’ attività creativa di Vincenzo Gemito, geniale protagonista del panorama artistico europeo tra l’Ottocento e il Novecento. Una mostra di foto d’epoca, autoritratti, ritratti di parenti, meduse e sibille,  grandi personaggi artistici e storici- come Verdi,Alessandro Magno e Carlo V-  e soprattutto popolani e scugnizzi (bambini di strada) ripresi dal vero nelle vesti di acquaioli e pescatori , rappresentanti di un’umanità atemporale che vive nelle opere scultoree e grafiche di Gemito.

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Gemito  visse la sua esperienza umana e artistica come una continua prova da superare, pagando con la follia la sua tensione espressiva. Tutta la sua produzione ( sculture e  disegni, in parte inediti, realizzati a penna,a matita, a carboncino, a seppia e ad acquerello ) riflette una personale ricerca sia sull’uomo, sia sull’essenza della forma fissata nel gesto e nell’attimo.

 

 

È interessante la vita di quest’artista che fece dell’arte la sua ragione di vita fino a divenirne quasi una mitica vittima.

“Egli aveva nome Vincenzo Gemito. Era povero, nato dal popolo; e all’implacabile fame dei suoi occhi veggenti, aperti sulle forme, si aggiungono talora la fame bruta che torce le viscere. Ma egli, come un Elleno, poteva nutrirsi con tre olive e con un sorso d’acqua (G.D’Annunzio, In morte di Giuseppe Verdi).”

 

 

il-pescatore-di-gemito

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Il 18 luglio 1852 Suor Maria Egiziaca Esposito si presentò all’orfanatrofio dell’Annunziata con un bambino che di notte era stato deposto nella ruota (i bambini indesiderati venivano in tal modo affidati alle suore).Il bimbo aveva solo un pezzo di tela e l’ orecchio destro bucato. Gli fu dato il nome Vincenzo Gemito. Adottato da un’umile famiglia, che da poco aveva perso un figlio,  sin da piccolo fu avviato all’arte della scultura e si dedicò a ritrarre giovinetti di strada. Fu subito notato nell’ambiente artistico napoletano. Si classificò tra i primi nelle prove di ammissione al Real Istituto d’Arte e nel 1868 lo stesso re Vittorio Emanuele I acquistò il suo Giocatore in terracotta per la reggia napoletana di Capodimonte.Gemito si formò studiando i bronzi di Ercolano e dall’arte antica ricavava la solennità che nobilita ogni soggetto “…Se a l’artista manca la cognizione del passato non potrà mai fare un capolavoro. Le mie opere sono prese dal vivo così come sono esistite…”. Prima lavorò materiali duttili, plasmabili con le mani, come cera e terracotta, poi utilizzò anche il bronzo e l’argento che gli consentivano di controllare la forma in modo quasi ossessivo. Tra il 1877 e il 1880 visse a Parigi ove divenne amico di Meissonier, famoso pittore, che acquistò il suo innovativo Pescatore di bronzo e, pur mantenendo un’autonomia artistica, ebbe relazioni coi grandi artisti dell’epoca, da Boldini a Rodin.

 Nel 1880 tornò a Napoli e realizzò la statua di Carlo V. L’insoddisfazione per la resa in marmo della sua opera scatenò un esaurimento psichico che lo portò quasi alla follia “io non ho più la genialità di prima e non mi sento più lo stesso uomo…”.Per poco tempo soggiornò in una casa di cura, poi dal 1887 al 1909 si isolò volontariamente nella sua casa, ove  fu assistito dal padre “mastro Ciccio”, dalla moglie Anna e dalla figlia Giuseppina , che ispirarono molte sue opere. Nel 1909 riprese a viaggiare e a lavorare tra Roma a Parigi finchè, ormai famoso,  tornò alla natia Napoli dove morì il 1° marzo del 1929 . Anche la sua scomparsa diventò mitica., come la sua fama.  Si narra che, quando il corteo funebre giunse davanti alla marina, i becchini sentirono d’un tratto la bara più leggera sulle spalle. Ci fu un po’ di scompiglio tra i personaggi ufficiali finchè un signore in tuba levò la mano a indicare il golfo di Napoli: scortato da due delfini, Gemito navigava verso i mari della Grecia”.

 

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