El can dell’avvocato.
L’amico El Toso racconta le vicende di Bepi, conosciuto negli anni ’70. Lo ricorda ancora con affetto per la sua simpatia e semplicità in questo bel post.
Grazie, Toso!
Bepi tornava a casa tutte le sere in bicicletta dopo una giornata di lavoro.
Abitava a Dese, un paese di campagna e lavorava a Mestre, lontano più di dieci chilometri, ogni giorno ne faceva di strada, ma lui prendeva tutto con calma, non aveva fretta, aveva le sue abitudini. Al mattino per arrivare al lavoro in orario, partiva presto e alla sera per tornare a casa andava con comodo, senza fretta e senza affaticarsi troppo, secondo il detto veneziano del “cò rivo…rivo” che sarebbe a dire “quando arrivo … arrivo”.
Fare tutta quella strada ci era abituato, la faceva da anni; della strada conosceva ogni curva, ogni fossato, ogni siepe, ogni campo, conosceva le coltivazioni, gli alberi, ogni angolo gli era familiare, conosceva le case e chi vi abitava e naturalmente conosceva tutte le osterie.
Quando faceva brutto tempo, Bepi non si spaventava, se c’era la nebbia si metteva il tabarro, se c’era vento si metteva un giornale sotto la maglia per ripararsi dall’aria, se pioveva, la mantellina, insomma non era certo il brutto tempo a fermarlo.
Al mattino non tanto, ma alla sera al ritorno faceva sempre qualche sosta, la prima era a Favaro Veneto all’osteria della “Pesa” dove una volta c’era il bilico di pesatura del Dazio.
Una volta, fino agli anni cinquanta, le merci che entravano in Comune dovevano pagare il Dazio e quindi venivano pesate su apposita piattaforma con tanto di stadera a bilico. Questa operazione richiedeva un po’ di tempo e nel mentre i dazieri facevano le bollette, i carrettieri o i conducenti si facevano un bicchiere all’osteria che immancabilmente sorgeva nei pressi della pesa pubblica.
A Favaro, il dazio e il bilico non c’erano più già da tempo ma l’osteria della pesa era rimasta come allora e oggi è una delle più antiche osterie con cucina del paese.
Trovava sempre qualche amico con cui fare due chiacchiere e bere un bicchiere, ma difficilmente si fermava a uno perché Bepi era un vero signore e se un amico gli offriva da bere, lui ricambiava sempre con la stessa generosità, non voleva mai essere sotto.
Era conosciuto da tutti e da tutti benvoluto e se gli amici erano tre o quattro e ognuno voleva fare le sua parte, allora anche i giri di ombrette erano tre o quattro, insomma stava un po’ in compagnia con gli amici e poi un bicchiere o due dopo una giornata di lavoro non hanno mai fatto male a nessuno.
La seconda tappa la faceva a Dese, un po’ prima di casa, all’Osteria del “Mussato” che in dialetto vuol dire la “zanzara” , cioè in quel paese di campagna, non lontano dalla laguna, le zanzare erano talmente tante e talmente grosse che gli avevano dedicato perfino il nome a un’osteria.
Poi tornava a casa per l’ora di cena, cercava di essere puntuale perché, se ritardava, la cena diventava fredda e si prendeva le parole da sua moglie Caterina, che gli diceva di tutto. Era una santa donna, ma aveva il suo caratterino.
Bepi lavorava a Mestre come aiutante in una bottega artigianale di tappezziere con altri operai, era il più anziano di tutti ma non era il capo, anzi era l’ultimo di bottega, gli dicevano cosa doveva fare e lui lo faceva.
Era andato a lavorare lì perché conosceva il padrone, non era il suo mestiere, lui aveva sempre fatto il contadino, ma negli ultimi anni aveva cercato lavoro come dipendente, e ora già un po’ anziano, un po’ per togliersi dalle grinfie della moglie e un po’ per guadagnare qualcosa, era andato a lavorare come aiutante di bottega, prendeva poco ma si accontentava.
Bepi era benvoluto e stimato da tutti i suoi compagni di lavoro per la sua calma e per la sua saggezza, quando c’era una discussione tra gli operai, andavano da lui per vedere chi aveva ragione e si rimettevano al suo giudizio.
A volte, quando il padrone non c’era, raccontava delle storie o degli aneddoti e tutti stavano ad ascoltare i suoi racconti che erano sempre permeati di buon senso e di umanità.
A volte raccontava di se stesso, come quella volta che in piena guerra, mentre era in bicicletta e portava a casa un sacco di farina, fu fermato per la strada dalle brigate nere che lo accusarono di fare la borsa nera, gli dissero che se non se ne fosse andato via subito lo avrebbero arrestato e mandato in Germania. Si spaventò talmente tanto che lasciò tutto lì e tagliò per i campi senza accorgersi che facendolo spaventare i militari gli avevano fregato il sacco della farina.
Fu tanta la paura che per qualche giorno divenne un po’ “ske ke” (balbuziente), insomma balbettava un po’.
Ebbene, un venerdì sera dopo aver tirato la paga, Bepi se ne ritornava a casa tranquillo, si era fermato a salutare gli amici e arrivato a Dese stava per percorrere l’ultimo tratto della stradina che portava a casa sua, quando vide Caterina in piedi fuori della porta con le mani sui fianchi come se lo stesse aspettando.
Bepi pensò ahi ahi … qui è successo qualcosa.
Posò la bicicletta nella baracca addossata alla casa e percorse il piccolo vialetto che portava all’ingresso, guardò la moglie con fare interrogativo.
Questa dopo un attimo di silenzio cominciò a dirgli di tutto, che era un buono a nulla e che lei l’aveva sempre detto che sarebbe andata a finire così, la rete era troppo bassa, dopo che si era un po’ sfogata raccontò il misfatto.
“Roki, el gà saltà ea rede e el se gà magnà nà gaina.”
“Roki … el gà magnà nà gaina?” ripeté incredulo el Bepi.
“Si … ti gà capio ben … Roki …. el can dell’avvocato.”
A Bepi si schiarì la situazione tutto in un colpo. Il recinto del cane confina con il ponaro delle galline, evidentemente il cane ha fatto un salto ha scavalcato la rete, è entrato nel ponaro e ha ammazzato una delle due galline che Caterina curava con tanto amore.
“Cossa intendi far adesso che quel cagnasso el me gà magnà eà gaina.”
“E cossa posso far … gnente … ormai no ghe xe gnente da far par sta povera gaina … ormai è successo…”
Caterina lo guardava inviperita.
“Ehh … no , non far come il to solito, non far finta de gnente, stà volta ti gà da farte e to ragion con l’avvocato, ti gà da andar a casa sua e farte risarcir eà gaina.”
Caterina non volle sentire ragioni, diceva che erano cose da uomini e Bepi doveva farsi valere, anche se il vicino di casa era un avvocato.
Bepi cercò di stemperare la collera della Caterina, ma non c’era niente da fare, quella sera cenò in silenzio e se ne andò a letto presto.
Ci mancava anche questa, il cane ha ammazzato proprio la gallina preferita di Caterina, quella che faceva più uova, almeno avesse ammazzato l’altra che uova era da un po’ che non ne faceva più… Quella bestia gli era stata sempre antipatica perche ringhiava e abbaiava a tutti, gliel’aveva anche detto all’avvocato che quel cane era troppo cattivo, ma questo gli rispose che faceva così perché era un cane da guardia, altrimenti che cane da guardia sarebbe stato, e adesso che mi ha mangiato la gallina che cane da guardia è, brutta bestiaccia.
Bepi con questi pensieri non riusciva a dormire, forse era meglio lasciare perdere, anzi se fosse per lui avrebbe lasciato perdere di sicuro ma c’era Caterina che ha un caratterino mica da ridere, mah … vedremo domani forse riuscirò a convincerla.
L’indomani, appena alzato, fu Caterina ad affrontarlo.
“E allora cossa gastu deciso de far … no cominciar come el to solito de far finta de gnente”.
“Ma Caterina ….”
“Caterina un corno … stavolta ti gà da farte e to ragion, avvocato o non avvocato, non mi iteressa gnente, ti gà da andar a casa sua e farte dar i schei dea gaina … poveretta, eà me faseva tanti vovi”.
“ Va ben Caterina … come che ti vol … pero ancùo gò tanto da far e dall’avvocato ndarò doman.”
Bepi cercava di guadagnare tempo, ma non riusciva a togliersi questo pensiero, a volte le donne non capiscono in che imbarazzo mettono i mariti, non è la questione della gallina in sè, ma andare dall’avvocato per una cosa di così poco conto, può creare delle incomprensioni, può compromettere i buoni rapporti tra vicini, insomma Bepi non è che non se la sentisse di affrontare l’avvocato, ma ad istinto gli pareva che se si poteva evitare… forse era meglio.
E poi l’avvocato Ermenegildo Spaccatorta e sua moglie Eleonora erano dei veri signori, è vero che non davano tanta confidenza agli altri, come d’altra parte fanno tutti i veri signori, ma noi, che siamo i loro vicini di casa, ci hanno sempre trattato con riguardo.
L’avvocato ha uno studio tra i più grandi della città, gente piena de schei e poi parlano tutt’e due in italiano, insomma proprio dei signori.
Per Bepi quelli che parlavano in italiano o erano dei foresti o erano dei gran signori, non conosceva nessun altro che parlasse in italiano. L’avvocato era veneziano e parlava anche in dialetto, ma la signora si sentiva che era foresta perché parlava solo l’italiano.
Avevano comperato un grande terreno limitrofo all’orto di Bepi e avevano costruito una villa con un grande giardino, con una fontana e un cancello che si apriva elettricamente.
Quella , la tenevano come casa di campagna, non stavano sempre lì, venivano al sabato e alla domenica, molte volte avevano chiamato Bepi per farsi accudire il giardino o curare gli alberi da frutta, pagando si intende, come fanno i veri signori.
Quando andavano via per le vacanze l’avvocato diceva sempre a Bepi di dargli un’occhiata alla casa, segno di gran fiducia e quando ritornavano si ricordavano sempre di portare un presente, ad esempio nell’ultimo viaggio fatto in Spagna avevano portato a Caterina un ventaglio.
Insomma Bepi era gratificato dell’amicizia che l’avvocato in certe circostanze gli dimostrava, anche sua moglie la signora Eleonora era gentile, ma a Caterina non gli era tanto simpatica perché diceva che si dava troppe arie.
La domenica mattina, Bepi dormì un poco di più, poi come al solito andò in cucina a tor el caffè che gli preparava Caterina che appena lo vide lo accolse con un “E allora …?”
Al povero Bepi non restò altro che dire “Vado … vado.”
Bepi si avviò verso la villa dell’avvocato, suonò il campanello, gli aprì la signora Eleonora.
Però i “siori”, sono tutto differenti dai “puareti” , anche in campagna la signora Eleonora era vestita bene con eleganza, con i capelli sempre in ordine con la messa in piega appena fatta, altro che Caterina che si lavava i cavei da sola in casa e si pettinava col “cocon.”
“Ohh Bepi … buon giorno Bepi … venga … venga avanti.”
“Buon giorno siora Eleonora … mia mogier la ringrazia tanto per il ventaglio…”
“Niente … niente Bepi, … per carità, cosa vuole che sia.”
“ Ea senta, dato che so qua … ghe xe miga l’avvocato… gavaria da domandarghe nà roba.”
“Si … si Bepi , glie lo chiamo subito, … Ermenegildooo …” chiamò forte la signora.
“Cosa c’è” si sentì dal piano di sopra.
“Vieni giù … che c’è Bepi.”
“Bepi chi.”
“Bepi no … il nostro vicino di casa.”
“Ahhh … Bepi, vegno, vegno subito.”
L’avvocato scese dallo scalone che dall’ingresso porta ai piani superiori.
“Oh caro Bepi … come mai …?”
“Sa sior avvocato, passavo de qua … e so vignio a ringrasiar la signora Eleonora per il ventaglio, ma dato che so qua … gavaria da domandarghe un parere …”
“Dime, dime pur Bepi…”
“Metemo che uno abbia delle gaine nel sò cortile e el can del visin de casa ghe ne magna una, al paron dee gaine ghe spetta un risarcimento!?”
L’avvocato restò un attimo in silenzio, perplesso per questa strana domanda, poi disse.
“Ma certamente Bepi … in base all’articolo tal dei tali, comma 1, capoverso 2 del Codice Civile, che in sostansa dise che chi rompe paga, con la massima certessa ti posso dire che al paron dea gaina ghe spetta un risarcimento …”
Poi un po’ incuriosito chiese a Bepi perché gli interessasse un caso cosi specifico.
Rispose Bepi “Sa sior avvocato, xe successo l’altro giorno, Roki gà saltà ea rede del ponaro e el se gà magnà nà gaina dea Caterina.”
Scese il gelo, si zittirono tutti, dopo le parole di Bepi, perfino la domestica restò immobile.
Dopo un attimo di silenzio in cui Bepi cercava di nascondersi dietro la montatura degli occhiali, riprese l’avvocato.
“ Ahh gò capìo … va ben Bepi … per l’amor de dio … ciò se se sta Roki … gnanca parlarne … se xe stà Roki , xe giusto che te vegna pagà ea gaina … dime … dime pur … quanto che xe … queo che xe giusto xe giusto.”
Bepi più imbarazzato che mai tentava di giustificarsi “Sa sior avvocato … mi non saria mai vegnio … per nà gaina … e xe robe che succedono, ma sa e gaine e xe dea Caterina, e sa come che le xe le done …”
“Non ti preoccupar Bepi … dime … dime pur quanto che xe.”
E Bepi “Saria diexe mie franchi, sior avvocato.”
(A Venezia in gergo dialettale, le lire si sono sempre chiamate franchi).
“Eleonora … prendi dieci mila lire e dagliele a Bepi … beh vado su che gò da far , ti saluto Bepi, stame ben.”
L’avvocato se ne tornò di sopra, la Signora Eleonora andò di là, prese un biglietto da diecimila lire e li fece avere a Bepi, che era rimasto solo nell’atrio, tramite la domestica.
Bepi tornò a casa con un po’ di agitazione, non sapeva se era contento o contrariato, trovò Caterina che era affaccendata con i lavori di casa, faceva finta di niente, aspettava che fosse Bepi a dirle come era andata.
Bepi mise il biglietto da dieci sul tavolo, non disse niente, ma parlò Caterina.
“Ahh … ti gà visto che gavèvo ragion … i gà capio che i gera in torto, bravo Bepi, così se gà da far, quando uno gà ragion … gà ragion, e se la deve far valer … bravo el me Bepi.”
Caterina prese il biglietto e lo mise nella credenza, ci voleva proprio, servirà domani per pagare la bolletta della luce.
A Caterina era tornato il sorriso, era orgogliosa di Bepi, lei lo conosceva bene, era un uomo bravo e buono ma se ci si metteva sapeva farsi rispettare, a mezzogiorno gli preparò un bel pranzetto, i gnocchi e la “anara rosta” (anatra al forno).
Bepi era un po’ contento di come erano andate le cose, anche perché era salito nella considerazione di Caterina, ma da uomo di mondo come era, tutta questa vicenda lo lasciava un po’ inquieto, continuava aver la sensazione che era meglio se tutto questo non fosse successo e comunque se fosse stato per lui non ci sarebbe andato dall’avvocato.
L’indomani andò al lavoro, ma di questo fatto non parlò a nessuno, durante la giornata gli venne in mente più volte questa vicenda, insomma non era tranquillo su come erano andate le cose.
Ermenegildo Spaccatorta era un affermato avvocato delle assicurazioni, lo conoscevano tutti, andare a farsi risarcire la gallina, non è che non fosse stato giusto, ma forse diciamo che non era stato opportuno, si sa un avvocato non è una persona qualsiasi e poi quello lì è uno che conta, corrono voci che se ci si mette è un po’ un carognetta , ma … per modo di dire … diciamo un po’ come tutti gli avvocati, cioè se un avvocato non è un po’ carogna che avvocato è … non è che tutti i carogne siano avvocati … ma se uno diventa avvocato in quell’ambiente lì, se non è carogna di suo, un po’ lo diventa se no che avvocato è, come fa a sopravvivere.
Preso dalle sue riflessioni, Bepi passò la giornata taciturno, andò a casa diritto senza fermarsi dagli amici, imboccata la stradina di casa che passa davanti alla villa dell’avvocato vide che c’era la serva ferma sul cancello che appena lo vide lo chiamò.
“Bepi, ghe xe l’avvocato che te vol parlar.”
Bepi continuò la corsa andò a posare la bicicletta in baracca, chissà cosa vorrà, forse vorrà qualche lavoretto sull’orto, o tagliar la siepe, mah … sentiamo un po’.
L’avvocato come lo vide gli disse “Bepi … vieni avanti … vieni avanti.”
Bepi lo guardava perplesso.
“Bepi , tu che sei un uomo giusto, devo domandarti un parere, secondo te, se uno va da un avvocato per chiedere un parere, un consiglio, diciamo una consulenza e quando l’ha avuta riesce ad aver ragione e ottenere il risarcimento, è giusto che debba pagare l’avvocato, o no?”
Bepi capì subito che era in trappola, l’avvocato sta volta parlava in italiano, ciò voleva dire che la cosa era seria, sentiva che non aveva scampo.
“Eh si, certo sior avvocato, xe giusto che l’avvocato sia pagato …” Venne subito interrotto.
“Ebbene Bepi, ieri mi hai domandato una consulenza, io te l’ho data, hai avuto ragione, sei stato risarcito e adesso mi devi pagare… Sono diecimila lire.” Aggiunse poi “Se non hai i soldi, puoi pagarmi con l’altra gallina.”
Bepi si sentì sconfitto, balbettò qualche cosa, disse di si, che in fondo era giusto e che gli avrebbe portato la seconda gallina.
L’avvocato lo fissava con gli occhi socchiusi dietro le spesse lenti e con un sorriso che sembrava un ghigno e aggiunse in dialetto “Pòrtimia subito che sta sera gò ospiti.”
Bepi uscì come uno straccio, andò nel ponaro, prese la seconda gallina e la portò a casa dell’avvocato, sul cancello c’era quella arpia della serva che gliela strappò di mano con un sorriso beffardo.
El povero Bepi tornò a casa bastonato, poco dopo ritornò anche Caterina che era all’oscuro di tutto, entrò in casa e disse tutta allarmata ”Bepi, Bepi, xe successo nà disgrasia, eà porta del ponaro xe verta e no ghe xe più eà gaina.”
Bepi non rispose, era seduto su una carega e guardava fuori dalla finestra, non disse niente a Caterina per non darle un altro dispiacere, era assorto nei suoi pensieri.
Era un uomo di grande esperienza, che conosceva la vita e l’animo umano, ma c’era una cosa che non sapeva capacitarsi: ma perché le donne, in questa vita così difficile, qualche volta, non stanno anche zitte?
Ciao a tutti dal Toso!
4 comments4 Comments so far
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Ma bravo El Toso!
Che bel racconto, scritto bene, un realismo amaro che fa riflettere. Lo dico sempre a mio figlio: studia e impara a difenderti dai soprusi!
Ciao Skip, ciao Toso.
@filo: povero Bepi ‘mazziato prima dal cane, poi dalla moglie e infine dall’avvocato… a domani
Bello e amaro!
Fa piacere ritrovare descritti tutti i posti di casa, Favaro, Dese, la Pesa, Mestre, casa mia, insomma
Grazie
P.S. per El Toso: se hai voglia vieni a leggere ,
questo blog sui dialetti, il veneto è molto presente.
Ciao Skip,
@gaz: ciao e buona giornata