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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for April, 2009

La colomba

 

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Il re longobardo Alboino, fu un guerriero valoroso ma spietatissimo. Si pensi che durante una serata  di bagordi nella reggia di Verona , Alboino bevve vino in una coppa ricavata dal cranio del padre di Rosmunda ( un tale  Cunimondo) e costrinse perfino la moglie a imitarlo pronunziando  la storica frase “Bevi Rosmunda dal teschio di tuo padre!”. Firmò così la sua condanna a morte : infatti l’amata Rosmunda  ordì una congiura per vendicarsi .Come? Legò al suo fodero la spada del marito, che all’arrivo dei congiurati cercò invano di difendersi con uno scranno…lo spietato fu poi sepolto a Verona (e allora, secondo me , nacque il detto  “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”) .

L’orda dei barbari, guidati da Alboino , calò nell’Italia settentrionale nel  568.  In  fretta e furia i  longobardi, con famiglie e  mandrie di bestiame al seguito ( insomma una sorta di migrazione …ma all’ epoca  non c’era ancora Borghezio ),  conquistarono prima Aquileia, Vicenza e Verona , poi nel 569  Milano e Pavia .

Si narra che la città di Milano   dovesse  rendere al conquistatore un considerevole tributo : oro, gioielli , stoffe pregiate,  oggetti dell’artigianato locale, cibi prelibati e dieci giovani  fanciulle, scelte tra  le più belle , di cui il re potesse disporre a suo piacimento ( mica scemo!). Ma a Pasqua  , dopo la consueta offerta dei preziosi doni, i milanesi offrirono al re un dolce nuovo, creato poco tempo prima da un fornaio. Il dolce era simile al panettone ma con l’aggiunta di mandorle e granella di zucchero e aveva la forma di una colomba, simbolo cristiano della pace. Il re apprezzò molto quella squisitezza e proclamò che si sarebbe impegnato a rispettare e far rispettare la colomba come simbolo della pace e della Santa Pasqua. Poi impaziente attese la presentazione dell’ultimo dono: le dieci leggiadre giovinette che sarebbero state sacrificate,come  agnelli, alle sue voglie di lupo famelico e zozzone.  Le ragazze dovettero sfilare dinanzi ai dignitari di corte, convenuti per l’occasione. Erano  state  ornate con vesti finissime e profumate con essenze , perché riuscissero gradite al re marpione. Alboino si avvicinò alla prima  fanciulla e, accarezzandole la guancia, le chiese come si chiamasse. La fanciulla, intuendo il suo destino ingrato dallo sguardo bramoso del re, prontamente rispose: “Colomba!”…e così fecero anche tutte le altre. Alboino , che nonostante tutto era un re, non potè  venir meno all’impegno poco prima proclamato. Non solo . Liberò  le fanciulle dopo averle premiate con una cospicua dote. Quell’ anno potè assaporare solo la colombella candita e zuccherata , che diventò il prelibato e tipico dolce  di Pasqua  prima a Milano poi in tutta Italia.

 

Morale della storia: mai sottovalutare le colombelle.

 

E voi conoscete altre storie sui dolci di Pasqua?

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Buona Pasqua.

 

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Auguri di nuova luce e vita.  :)

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Eccole…

 

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Accennavo alle palme di confetti a forma di alberello costellato di confettini argentati. Le ho trovate alla Mostra Concorso “Le palme di confetti” a Villa Fiorentino ( Sorrento). Alcune composizioni decorative sono state create con un’altra tecnica che impiega e flette il midollo bianco della pianta di fico.

 

 L’iniziativa é stata promossa  dalla Commissione per le pari opportunitá per valorizzare l’arte e l’artigianato femminile, tutelare un’espressione della cultura tradizionale locale, divulgare la memoria di un rito sacro e civile, promuovere economicamente la palma come prodotto tipico locale e trasferire la tecnica produttiva tipica della palma per la realizzazione di altri prodotti con diversa destinazione per conquistare mercati più ampi, oltre quello locale e il tempo pasquale.

 

Ecco alcune creazioni!

 

 

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La casa.

 

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Mai come quest’anno la Passione é tangibile negli sguardi che rivelano sgomento, muto dolore, disorientamento, fragilitá emotiva, sofferenza dell’anima. Difficile recuperare quando si resta colpiti negli affetti e nelle radici più profonde, quando si perdono i punti di riferimento della propria storia personale, del senso di appartenenza collettiva, sia sociale che culturale.Tutto sembra ruotare intorno a quei feretri di pietre che svelano spudoratamente mobili rotti, piccole cose a ricordo di chi ha vissuto tra quelle mura, ormai violate e annientate.

 

Se i muri delle case potessero parlare, narrare saghe familiari,vicende personali, le tante passioni che le hanno dato vita con amori, nascite, cambiamenti, abbandoni. La casa raccoglie il tempo vissuto. Nelle sue fondamenta e muri portanti affondano le nostre radici. La casa non ruba mai. Nasconde nel perpetuarsi di generazioni la ciclicitá delle stagioni della vita. Non importa se sia grande o piccola, modesta o lussuosa. È la casa. La casa che offre rifugio e sicurezza.Un punto di partenza e di approdo, quasi un padre adottivo che vincola, orienta, accoglie comunque. S’affaccia sulle strade di vite diverse, scalda cuori, culla sogni, speranze e riposi.

 

Quando crolla una casa si perde parte di se’, di quel tempo trascorso, costato fatica, fede, gioia, entusiasmo e conquiste. È un lutto di radici, perdita di un qualcosa che appartiene più di quanto si creda e di cui ci si accorge quando non si possiede più. Con essa si perde una certezza, un testimone silenzioso della propria interioritá perché non é   solo un recinto di quattro mura, ma uno specchio dell’anima e della propria quotidianitá,  visibili a chi ci si proietta dentro. Le sue voci e rumori accompagnano, la sua violazione ferisce come un’intima violenza, il suo danneggiamento é un’amputazione di parte di sé, la sua distruzione é uno strappo lancinante.

 

Quando si cambia casa si ricomincia di nuovo. A volte dal niente, a volte recuperando un quadro,un mobile, oggetti utili o cari per mantenere un legame col passato e ció che rappresenta. A tutto c’ é rimedio tranne che alla morte. È vero. Una casa si ricostruisce, ma la precedente, quella che rappresenta l’infanzia o fasi della vita significative, non si dimentica. Mancano i suoi odori, le sue correnti d’aria, luci e ombre, silenzi e rumori, geometrie di leggere aperture e massicce chiusure, i suoi difetti e pregi che la rendevano unica e speciale, la spazialitá delle piccole cose che le davano una dimensione e un ordine a volte illogico ma funzionale a se stessi, un significato comprensibile a chi la viveva.

La casa cambia quando vengono a mancare le sue persone. Cessa quell’empatia di passi, di discreta intesa, di intima dialettica. Perde la sua voce originaria per acquisirne e ricrearne una nuova.

 

Una nuova casa svelerá arcani segreti in altro modo.Sprigionerá un’altra atmosfera, un’ altra semplice e sicura certezza. Sì sicura certezza: perché la casa deve essere un tempio che custodisce la sacralitá della vita e degli  affetti che danno significato all’esistenza. Non dovrebbe mai essere una tomba di lacrime e sangue, come quelle macerie che hanno unito nel dolore tutta l’Italia.

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Solidarietà per l’Abruzzo.

 

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Un piccolo fiore si perde nel prato, ma tanti fiori hanno in sé una  forza prorompente e una preziosa energia vitale che stupisce anche nell’ombra.

Nel sito  di Catepol troverai utili  indicazioni sia per aiutare i terremotati dell’Abruzzo, sia per ricevere informazioni .

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Per l’Abruzzo.

 

A tiempe de sorve

Al tempo delle sorbe

Nu gricele alla vite…Me retrove
ancora na cullane
de sorve mmane; e quile piuoppe ancore
remire abballe l’acque chela fronna
gialle che treme e lùcceche, ammussite
mpizze a nu rame nire; e revà ammonte
la voce, pe lu colle: “Quande è tiempe
de sorve, amore amore, già l’estate
ha pigliate la vìe d’attraviezze…”
E pure mandemane, chela fronne
se raggruglie a nu fiate
de la muntagne. E dellà da nu vele
de nebbie, nfunne funne alla campagne,
chi ancora chiame? Chi redà na voce?


Vittorio Clemente
da Canzune de tutte tiempe, 1970

 

Un brivido per la vita…Mi ritrovo

ancora una collana

di sorbe in mano; e quel pioppo ancora

rimira giù nel fiume quella foglia

gialla che trema e luccica, immalinconita

in pizzo a un ramo nero; e ritorna su

la voce per il colle: “Quando è tempo

delle sorbe, amore amore, già l’estate

ha imboccato la via per di là…”

E pure questa mattina quella foglia

si riaccartoccia a un soffio

della montagna. E al di là di un velo

di nebbia, in fondo in fondo ai campi,

chi ancora chiama? Chi ridà una voce?

 

 

 

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Le palme di confetti.

 

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 Durante una domenica delle Palme  del XVI sec., mentre i sorrentini si avviavano a benedire i rami d’ulivo, le campane risuonarono e diedero l’allarme. Navi saracene all’orizzonte, erano pronte ad assalire la costa per l’ennesima volta. Il prete però invitò i presenti a benedire l’ulivo in chiesa , prima di correre a difendersi. Un pescatore, fatto il segno della croce,  non partecipò al rito della benedizione, ma  andò sulla spiaggia di Marina Grande. All’improvviso scoppiò una provvidenziale tempesta che affondò le navi nemiche. Al naufragio sopravvisse soltanto una schiava che, trascinata a riva dalle onde, prima fu tratta in salvo dal pescatore, poi fu accolta dai sorrentini. In segno di gratitudine la giovane  regalò loro una manciata di  confetti portati dalla sua terra e custoditi in un sacchetto legato al collo.

 

Da questo gesto di pace e  riconoscenza  sarebbe nata la tradizione delle palme di confetti, bianchi e colorati. Queste sono prodotti dell’artigianato locale e richiedono una complessa lavorazione e precisa manifattura. Di solito intere famiglie si dedicano a quest’attività, che si svolge perlopiù in casa, e rischia di estinguersi perché è poco redditizia. Da qualche tempo si organizzano corsi per  imparare a creare le palme e mantenere viva la tradizione locale.

 

Dopo un’attenta selezione, i confetti sono infilati , uno alla volta , in fili di ferro riscaldati che  si lasciano ad asciugare sotto barattoli di vetro per almeno un giorno. I fili sono poi avvolti in apposite cartine e  infine sono adornati e assemblati  con merletti e foglie di carta in ramoscelli fioriti. Da bambina  ricevevo in regalo un alberello, una sorta di cono di confetti bianchi di varie dimensioni, costellato di confettini argentati…un piccolo e laborioso capolavoro artistico, soppiantato dai più diffusi e variopinti rametti.

 

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De bloggheritudine.

 

Una confidenza da week end così e così.

 In quel di maggio dell’ anno scorso scrissi che di solito in primavera cado in una sorta di bradisismo astenico ( da non confondere col bradisismo del mio carattere) e che l’apertura di un  blog  poteva servire sia a raccogliere quanto già scritto, sia a  condividere quel che mi  piace scrivere. Ebbene sono perplessa. Forse è soltanto una primaverile stanchezza demotivante o la crisi del quarto anno, quella in cui periodicamente interrompo una cosa in cui mi sono cimentata per iniziarne una diversa ,  incapacità di avere la mente più libera e bisogno di starmene tranquilla perché mi sento un po’ svuotata. Forse è che il tempo non basta mai e non sempre è facile conciliare impegni di famiglia, lavoro ecc… potrei investire le mie energie  in qualcosa che a medio termine potrebbe rivelarsi più proficuo in ambito professionale.

 Più probabilmente invece è  insofferenza a tutto ciò che inizio a sentire stretto, come l’eccessiva curiosità suscitata nei paesi piccoli e pieni di devozione, dove gli altri si prodigano a sapere tutto di tutti, me compresa, e di poter interferire nella loro vita privata, spiandola e blaterando.

Eppure questo angolo, dove mi appollaio e tutti possono accedere, mi ha dato tanto. Soprattutto mi ha consentito di  mettermi in gioco, comunicare e confrontarmi con persone che stimo e alle quali mi sono un po’ affezionata, di spaziare dentro di me ritrovando o scoprendo fili rimasti nascosti per lungo tempo … perché la scrittura diverte, aiuta e  ti cambia, organizza e approfondisce quei pensieri che altrimenti rimarrebbero solo a livello superficiale. A volte però ho la conferma  che questo svelare parte di sé in modo più o meno esplicito,  quasi senza pudore e pretesa, sia oggetto di una sorta di molesta invadenza da parte di chi crede di poterlo fare in concreto, forti del fatto che per me sono anonimi sconosciuti convinti però di conoscermi, anche se indirettamente. E allora, strano a dirsi per un cane in fuga, sono combattuta tra lo scappare via  per sempre nel reale senza lasciar tracce o continuare a condividere la mia visibile bloggheritudine invitando solennemente gli esemplari reali di fauna mediterranea, della specie “teste di ellisoide di rotazione a più assi”, ad investire altrove il  loro macho talento e  scusandomi se, più o meno volutamente, non sono all’altezza delle loro aspettative.

 

 

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