La prima volta che ho visto Parigi (di John Fante)
Nel 2009 ricorre il centenario della nascita di John Fante (1909-1983), del quale di recente ho scoperto “La grande fame” una raccolta di racconti dispersi. In tutte le sue opere Fante rappresenta se stesso e la propria esperienza in modo comico, chiassoso, a volte caustico, a volte poetico, attraverso i personaggi e i loro monologhi interiori coi quali osserva e filtra la realtà con uno sguardo curioso, divertito, a tratti cinico ma sempre umano e inquieto. L’alternata sequenzialità di descrizioni, oggettive e soggettive, e di schiette e confuse riflessioni rivela la compiacenza, ora temuta, ora ostentata, di scavare e scoprirsi nella propria interiorità. “La sua opera è un teatro della memoria, nello stesso tempo allegro e spettrale. Ci sono autori malinconici o epici, autori che ti lasciano annientato o sconvolto. Fante è un autore che ti lascia di buon umore…” (Melania G. Mazzucco). Un piccolo omaggio a uno dei miei scrittori preferiti, al quale riconosco l’originale abilità di plasmare la parola scritta per scattare intense istantanee di vita.
Camminavo per la Avenue Georges V verso le otto di sera, un guado in un fiume di calore, col soprabito sulle spalle, e mi domandavo come diavolo facessero questi francesi, tutto il giorno in giro lindi e pinti come pinguini col colletto inamidato e la cravatta, e quelle loro donne sempre chic con quegli abiti scampanati, e alcune con la pelliccia malgrado il calore. Anche se poi la maggior parte delle pollastrelle impellicciate erano americane, e le loro stole di visone avevano un marchio d’identità globale, qualcosa di distintivo come le stelle e le strisce, Stars and Stripes mia cara, il che vuol dire che usciamo da Maxim’s ed entriamo in una bettola da strip –tease, nudo integrale, e quando ce ne torniamo all’albergo, a Harry che gli succede? Che è ridiventato ragazzo.
Ma poi a quest’angolo, appoggiata al muro della Croce Rosa francese, ecco che c’era questa vecchia, vecchia come Parigi, l’essere umano più vecchio, racchio e pidocchioso che abbia veduto a Parigi in nove intere settimane, con la pelle come Notre Dame e quattro peli in testa impastati di sudore, roba che poteva essere un nido di piccioni, e un abito di cotone di quelli che li puoi trovare in una remota baracca giù nel Texas orientale, quel genere di cose che vanno bene per turare una perdita di lavandino…e quelle caviglie, grosse come pali, gonfie,bianche come carne di pesce, infilate in un cuoio sbrindellato che poi sarebbero state le scarpe, e insomma era lì che piangeva, col viso nell’incavo del gomito, e singhiozzava con quei singhiozzi profondi come fiumi del genere oh mio figlio è morto oh mio figlio è morto, o magari mio marito l’hanno fatto fuori per sempre e sono sola, una cosa così strappacuore che mi è toccato di fermarmi e guardarla, e ho pensato che dovevo fare qualcosa, ma fare cosa? Almeno dire qualcosa, si è fatta male, ha bisogno di un medico,vuole qualche soldo Madame?
E invece ho proseguito col gruppone, immuni tutti al tormento di un altro essere umano, e come fluttuante nel calore della sera, però quando sono arrivato dall’altra parte della strada ho pensato aspetta, non puoi mica fare così, piantarla in asso in questo modo, devi tornare indietro e aiutarla, ma poi perché? Non gliene frega niente a nessuno, e perché dovrebbe fregarmene a me? Bè, magari viene qualcuno e allora ho aspettato, e l’unica cosa che si è fermata un momento a investigare il caso è stato un piccolo terrier scozzese grigio legato a un guinzaglio di metallo cromato che si è avvicinato, ha annusato quelle caviglie bianche come pesce ed è stato richiamato alla rispettabilità con uno strappo dalla sua padrona.
Poi si è fatto avanti un signore col soprabito su una spalla come me, forse era un panettiere perché era ricoperto dalla polvere di una giornata di lavoro e insomma si è fermato, si è grattato il mento e poi è ripartito, poi si è girato un’altra volta a sbirciare e si è allontanato per sempre. Lui e io, mi sono detto, lui e io e basta.
Mio Dio, non gliene frega niente a nessuno, che razza di civiltà, e Jacques Fath e le loro pasticcerie ecchè Giuda, ti spennano in quei bistrot pieni di puttane, che paese, non c’è da meravigliarsi che in guerra li hanno mazzolati. Neanche due gendarmi che sono arrivati ed erano a un metro da lei coi pollici nelle cinture e guardavano il cielo e naturalmente dicevano Dio, certo che ci vorrebbero due gocce d’acqua.
Allora mi sono detto, bè, testa di rapa, che fai, ti diverti o che cosa, insomma che ci fai qui a guardare, te la spassi? Mi sono voltato e ho proseguito per un altro isolato verso l’albergo, in mezzo a una folla di ragazzini che aspettavano al varco quel Presley, sono entrato e ho chiesto se c’erano messaggi per me. Non ce n’erano. E di colpo quasi mi mettevo a piangere al ricordo della mia bella California,e così mi sono diretto al bar che è tanto sfarzoso con le pareti rivestite di mogano alte venti piedi, semplicemente stupende, e mi sono seduto in una poltrona rossa guardandomi attorno se per caso vedevo uno di Fresno che conosco, che entra di corsa di tanto in tanto e arraffa una birra, ma non ho visto nessuno tranne una principessa indù, una diva del cinema italiano, una contessa che in realtà non è una contessa, quattro appetitossimi troioni,fiere della loro professione e terribilmente care,e i soliti azzimati francesi coi loro abiti scuri e colletti inamidati che indossano come noi indossiamo una maglietta della salute. Mi sono bevuto due cocktail mentre certe pollastrelle quasi troppo raffinate per poterle toccare mi danzavano negli occhi.
E tutt’a un tratto eccola lì di nuovo, quella vecchia di prima giù all’angolo: possibile che fosse ancora lì? Non poteva essere, e se invece sì? E insomma questa cosa mi era tornata in mente, questo scarto terribile di divina idiozia che mi sprona e mi incasina e che mi obbliga sempre a voler sapere che fa la gente, chi è, e mi impedisce di lasciarla sola.
E lei era ancora lì, l’ho vista da mezzo isolato di distanza, e non si era proprio mossa nel calore della sera e la cosa cominciava ad irritarmi e mi sono detto, testa di rapa, è un imbroglio, quella è un’accattona e la gente le sgancia qualche moneta per compassione, stupido che non sei altro! Però nessuno le sganciava niente, a parte un’occhiata veloce, e quando sono arrivato all’angolo, e lei era dall’altra parte della strada, la sua pena si era rifatta avanti, enorme, strisciante, storpia nel calore della sera e mi faceva male senza sosta e insomma ho capito che dovevo aiutare quella donna altrimenti mi sarebbe pesato e pesato e magari mi tagliava via un altro pezzetto di vita.
Ho attraversato la strada e mi sono fermato davanti a lei, e via col mio francese perfetto:- Qualcosa non va Madame posso aiutarla, Senora, no français, Ma’am, parla un poco italiano, ha bisogno, ci penso io, che succede vecchia ragazza?-E ho toccato la pelle dell’antica Notre Dame, ho posato dolcemente la mano sul doccione e mi sono domandato, d’improvviso timoroso, se magari era una santa, e questo era proprio possibile perché i santi possono essere anche le persone più strane nei posti più del cavolo. Lei si è voltata e mi ha guardato con quei suoi occhi molto piccoli e grinzosi, e lacrime grandi come gocce di pioggia che le scorrevano in viso nel calore della sera.
Ho detto:-Prego,Madame, non pianga più, l’aiuto io, vuole un medico, vuole mangiare, vuole del vino, qualsiasi cosa desideri il suo cuore,- e ho tirato fuori certi pesantoni di soldi di carta e le ho detto_Prenda,pour vous, merci, se vuole, gracias,è un piacere-. Lei ha scosso il capo e pareva che stesse per dirmi “oh,che imbecille che sei”, e io a gridare ancora di più.
E poi sono stato preso dal panico, ho perso il controllo, mi sono avvinghiato a questo tizio che aveva un ombrello e indossava un vestito a scacchi e magari era l’ambasciatore di Francia e gli ho detto: “In nome di Dio mi dica che cos’ha questa donna” e lui è parso sorpreso, si è girato e le ha parlato in un tono basso e melodioso e confidenziale, con la gentilezza di un figlio, e lei gli ha risposto in un tono basso e confidenziale, con la gentilezza di una madre.
Lui si è girato verso di me e ha detto: “Non ha bisogno di nulla, vuole starsene da sola col suo dolore”. Mi ha fatto un inchino come l’ambasciatore di Francia e se n’è andato.
Nel calore della sera ho sospirato e mi sono avviato all’albergo, oltre i ragazzi in attesa di quel Presley, ho ordinato da bere e c’è stato un momento che quasi restavo senza fiato pensando alla dignità umana, e di colpo Parigi era diventata una meraviglia di città.
(estate 1959, da “La grande fame” di John Fante- edizioni Einaudi)
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Bellissimo il racconto di John Fante, anche se l’autore non è tra i miei preferiti.
Mi piacciono questi consigli di lettura e mi incuriosisce sempre sapere che cosa leggono gli altri. Io in questo momento sto rileggendo Carver “Racconti in forma di poesia” e “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa.
Ciao Skip.
@filo: titoli accattivanti…poi me li presti?
A domani !
Grazie infinite per questa meravigliosa pagina che non avevo ancora avuto la fortuna di leggere..Fante è senza dubbio uno dei migliori(per me è il migliore)scrittori del Novecento…e queste parole me lo hanno ricordato
@joyce: benvenuto nel blog e grazie a te!
Anche a me piace John Fante: nell’apparente semplicità dei suoi racconti , a volte riletti, ci trovo sempre qualcosa di bello e profondo.
Grazie dei consigli di lettura. Non conosco molto di questo autore. Il tuo è un input per approfondire.
Buona fine settimana.
annarita
@ciao annarita.Buon week end e buona lettura