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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for June, 2009

I casi della vita…

beatriz-milhazes

Tutti, chi più , chi meno, hanno sofferto del mal di scuola, talvolta per il disagio di mettersi alla prova nello studio, in un rapporto “conflittuale” con i compagni di classe o con uno o più insegnanti. Mettersi in gioco ,come alunno e come docente, implica un reciproco dare per avere. In fondo a scuola l’alunno si confronta con coetanei e adulti, che fanno richieste diverse da quelle dei familiari e stabiliscono un’interazione basata sulla stima reciproca e sulla motivazione all’apprendimento.

Ma forse ognuno di noi ha vivo dentro di sé anche il ricordo di un bravo insegnante , non necessariamente accomodante o indulgente nei voti , ma imparziale, obiettivo, appassionato e che sapeva distinguere il momento della lezione dalla libera conversazione, che non s’arroccava su un piedistallo ma sapeva porsi , senza confusione di ruoli, a livello dell’alunno accompagnandolo nella sua crescita con una presenza apparentemente distaccata ma costante.

Dopo le movimentate vicissitudini di scuola elementare in cui ebbi l’onore di conoscere uno zero scappato sul mio quaderno, trascorsi gli anni delle scuole medie in una classe turbolenta con ragazzi problematici , alcuni dei quali erano veri e propri bulli (tant’è vero che picchiarono il professore di lettere, un prete che insegnava nella scuola statale, incapace di difendersi anche verbalmente) . Ma all’epoca gli altri docenti intervennero compatti nelle dinamiche relazionali della classe per garantire in qualche modo il diritto dovere allo studio a chi voleva imparare ed era intimorito da certi atteggiamenti. Stimavo di più l’insegnante fermo, risoluto, deciso a fare lezione a mantenere la disciplina che quello rilassato che assecondava i ragazzi che imperterriti continuavano nelle loro provocazioni. Anni fa non si parlava di disagio giovanile e rischio di devianza come oggi. Alcuni di quei compagni di classe non arrivarono nemmeno a vent’anni, il resto continuò gli studi.


Eppure della scuola tutto sommato ho un duplice ricordo. Un po’ angosciante se penso a certi insegnanti che rispecchiavano la loro formazione, non sempre efficace, e ad alcuni odiosi compagni di classe. Integrarmi più volte in un contesto nuovo, diffidente e poco accogliente non è stato facile, ma imparai a selezionare le mie amicizie, a fregarmene di alcuni e a battagliare con altri e il successo scolastico fu per me anche un mezzo per affermarmi nel gruppo con un senso di rivalsa e riscatto. Allo stesso tempo della scuola ricordo anche amicizie sincere , sopravvissute a distanza di tempo e spazio, e insegnanti coscienziosi. Ma soprattutto associo gli anni del liceo classico alla professoressa di storia e filosofia . Mi incantava con le sue spiegazioni, mi motivò nello studio trasmettendomi interesse per le sue materie ( che secondo me sono molto formative) e un metodo di studio basato sul confronto di diverse interpretazioni storiografiche di fenomeni ed eventi storici. Precorse i tempi insegnando la storia per filoni conduttori costanti, per favorire, prima attraverso l’analisi e poi la sintesi, una visione globale in un’ottica di cause effetti, senza uno studio esasperato di nozioni.

Era imparziale, autorevole e molto esigente, ma metteva i ragazzi in condizioni di essere all’altezza delle sue richieste durante le temute interrogazioni. Non assegnava mai una lezione se non l’aveva prima spiegata, integrava e approfondiva il libro di testo, ci faceva prendere appunti e fare collegamenti interdisciplinari. Aveva il tempo per interrogare tutti ( bè al quinto anno eravamo soltanto in dieci, ben tartassati tutte le settimane ) e se registravamo un’insufficienza, rispiegava l’argomento e ci interrogava di nuovo per farci colmare le lacune. Non ci ha mai fatto fare una verifica scritta, eppure i nostri temi di storia furono ben valutati all’esame di maturità.


Sembrava indifferente, ma dietro i suoi occhi azzurri e intelligenti, capiva più di quanto non desse a vedere. E’ stata una delle poche persone che riuscì a leggermi dentro in un periodo che per me era di gran confusione e perplessità. Me lo disse al termine del ciclo di studi delle superiori. Finito l’esame di maturità dove ebbi la fortuna di passare per ultima nell’ultimo giorno delle prove orali a fine luglio, semimorta a causa dell’ansiosa attesa del fatidico giorno e della tremarella, al risveglio di un sonno ristoratore di 27 ore durante il quale i miei si chiesero se fosse il caso di chiamare un medico o un prete, seppi che voleva parlarmi. Mi chiesi cosa fosse successo di grave… o cosa avessi inconsapevolmente combinato. Mi disse che aveva apprezzato il mio impegno nei tre anni e che a volte le occhiaie di una notte insonne parlavano più di me, e che , secondo lei, ero portata per la filosofia. Allora la sola idea di diventare un’insegnante mi faceva scappare in tutt’altra direzione.. Oggi ne sorrido ma all’epoca vivevo in pieno la contestazione di qualsiasi cosa. Non condivisi le sue parole ma solo dopo molti anni ho concluso che non si era sbagliata. Il mio primo esame universitario fu filosofia del diritto. Lo preparai senza sapere da che parte cominciare. Mi interessava la materia e la studiai nell’incertezza di avere capito e nel dubbio perenne di non saperne abbastanza. A Genova mi iniziò ad interrogare un assistente universitario, poi si avvicinò il professore Tarello che continuò il colloquio. Io lo conoscevo solo di fama e non pensavo ad altro che a schizzare via dalla sedia. Alla fine del colloquio ritirai il libretto, lo aprii e non vidi nessuno scarabocchio. Pensai di essere stata bocciata . Un ragazzo mi disse che era il suo ultimo esame prima della discussione della tesi e io con l’anima sconsolata , alla sua richiesta, gli porsi il libretto. Lo girò e scandì un 29 . Non sapevo se ridere per il voto o piangere per la mia imbranataggine. Brillavo in autostima al punto tale che qualche anno dopo mollai gli studi, sebbene avessi una media alta e mi mancasse un terzo degli esami per concludere il corso di laurea. Ma grazie a quella professoressa ho vissuto di rendita nella preparazione per una seconda maturità che conseguii da privatista più tardi, quando mia madre pose come condizione al mio matrimonio il conseguimento del diploma magistrale “perché nella vita non si sa mai cosa può succedere.” Portai nuovamente storia come prima materia. Il presidente della commissione era un severo preside di Varese, che mi fece fare un excursus filosofico ( meno male che portavo storia) e in cuor mio benedissi gli appunti del liceo che avevo conservato come sacre reliquie.


In questi giorni mia figlia è alle prese con gli esami di maturità e tra le sue ansie, libri e quaderni sparsi ovunque, nottate di studio, ho ripensato a quegli anni , a quella insegnante. Avrei voluto ringraziarla ma mancò dopo poco tempo l’esame di maturità del 1980 in seguito ad una malattia di cui non parlava mai. E il pensiero è volato, dopo circa 30 anni, alla stessa scuola e a un professore di mia figlia col quale ho più volte avuto il piacere di confrontarmi e che ha saputo trasmettere sia a lei che a centinaia di studenti tanto, che va ben oltre i programmi di arte, e sfocia in uno sguardo commosso dei ragazzi ogni volta che lo ricordano.

Ad entrambi, in un salto generazionale e dall’altra parte della cattedra, riconosco quell’ elastica forma mentis di cui scrissi nel tema della maturità magistrale col seguente titolo:

Einstein, rivolgendosi ai giovani, disse loro: “Tenete bene a mente che le cose meravigliose che imparate a conoscere nella scuola sono opere di molte generazioni: sono state create in tutti i paesi della terra a prezzo di infiniti sforzi e dopo appassionato lavoro. Questa eredità è lasciata ora nelle vostre mani, perché possiate onorarla, arricchirla e un giorno trasmetterla ai vostri figli. E così che noi, esseri mortali, diventiamo immortali mediante il nostro contributo al lavoro della collettività”. Riflettete su questo appello a voi indirizzato.


Questa traccia mi ispirò , fece emergere quei principi fondanti dell’insegnamento che all’epoca non conoscevo, ma che forse avevo appreso indirettamente e inconsapevolmente dalla scuola che avevo vissuto tra luci e ombre. Poi li ho ritrovati in occasione della preparazione per il concorso magistrale e in seguito durante la mia formazione ed esperienza professionale.

Il tema piacque alla commissione e mi iniziò a fare capire quale fosse la mia strada. Lo scrissi con l’anima pensando soprattutto alla mia professoressa che a tutt’oggi ricordo con grande stima, sia come insegnante che come persona. Grazie prof !


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Lo zero scappato

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L’amore della libertà è amore degli altri; l’amore del potere è amore di se stessi .

 

“Ma la violenza contro le donne non è aumentata e non è una questione di rumeni, tunisini o altro. E’ questione di maschi che non sanno avere relazioni positive con le donne, che hanno bisogno di agire la violenza per sfogare frustrazioni e trarre godimento dal dominio e dalla sopraffazione. Molti maschi italiani sono esattamente così, sono stati cresciuti in un modo che li rende incapaci ad esempio di accettare di essere rifiutati in una relazione, di accettare in generale la libertà femminile senza imporre un dominio, che può essere solo verbale  ma alcune volte finisce per essere fisico. Sono ancora molte le donne che non si riconoscono vittime di violenza perchè ad agire la violenza è il proprio compagno o marito, come se questo facesse parte della normalità di un rapporto affettivo. Ed è questa la vera emergenza da combattere: una cultura maschile autoreferenziale e incapace di confrontarsi con la libertà femminile. Del resto questo della difesa della propria donna dallo straniero è un vecchio adagio che ritorna periodicamente, e non è da molto che nel nostro codice lo stupro è diventato reato contro la persona e non contro la morale Questa mentalità, sfondo culturale della violenza di genere, non è una cosa nuova, quello che c’è di nuovo è che sono aumentati i casi di donne che denunciano, ma la maggior parte delle violenze domestiche ancora non vengono fuori. E soprattutto, i maschi italiani e occidentali in generale non hanno certo il diritto di accusare altre etnie. Un rom sfollato che stupra una sconosciuta in un parco compie lo stesso crimine di un medico italiano che stupra in casa la propria moglie che vuole separarsi da lui. Semmai dovrebbero essere diverse le attenuanti generiche se il diritto fosse tale, e non a favore del medico italiano. Ma dire questo oggi in Italia sembra dire un’eresia. Lo ripeto perchè sia più chiaro quello che voglio dire: è un problema di uomini, di maschi, di relazioni tra i generi. Non è un problema di ordine pubblico, è un problema sociale e culturale tutto nostro, soprattutto di noi maschi, anche di noi che non agiamo la violenza e non pensiamo in termini sessisti. Perchè dobbiamo costruire una cultura alternativa a tutto questo, una nuova soggettività maschile. Chi vuole farlo diventare un problema etnico, vuole sviare i termini reali e fare propaganda per altri interessi: prendere voti, creare paure ( la paura indotta)  e insicurezze, avere un controllo sociale delle informazioni e delle menti. Forse può sembrare pesante questo quadro, ma è solo perchè è l’esatto contrario di quello che si sente in televisione ogni giorno. Ma molti e molte la pensano così, soprattutto chi si occupa ogni giorno di questi problemi.”

Sono le dichiarazioni  di  associazioni di uomini : Maschìle Plurale e Cerchio degli uomini . La questione è maschile. Incapacità di relazionarsi, di accettare i cambiamenti, il distacco,  l’abbandono. La perdita di potere. In genere l’uomo è restio a parlare di sé. È più incline a scriverne,semmai.  Parla di lavoro, sport, politica, belle donne…tutto ciò in cui possa battagliare per auto gratificarsi da vincente . Queste associazioni di uomini per un anno hanno discusso del potere, poi della paternità, della coppia, del lavoro, delle relazioni e infine della violenza sulle donne. Quando leggo e sento parlare di eventuali e spontanee ronde notturne a tutela delle donne, ho un brutto presentimento. Ne sono diffidente. Come lo sono  di un gruppo di tifosi scalmanati o un branchetto di paese sempre pronto a commentare, importunare e gloglottare quando si passa davanti a un bar. Ci vedo lo stesso narcisismo, intolleranza, onnipotente  provocazione per auto affermarsi al di fuori della propria sfera di potere e controllo, al di fuori del proprio pollaio.  Usanza diffusa è fare apprezzamenti sulle donne, più sfacciata quella maschile, più nascosta quella femminile. A volte mi chiedo se non abbiano altre cose  per la testa che impicciarsi degli altri. Se una donna si permette di commentare sugli uomini che passano, viene  additata come superficiale, acida o  adescatrice.L’uomo si gonfia spavaldo. Prassi diffusa tra i doppio petti blu e le tute, giovani e meno giovani, acculturati e non. Lo stesso taglia e cuci che rende merito alla maschile incapacità, prima di uscire da una dimensione egocentrica  e poi di riconoscere  le identità altrui, o meglio delle altre che non siano la santissima femmena mia( madre, moglie e figlia) L’uomo ruspante non si domanda se la destinaria gradisca le sue tarzanesche esibizioni.. Del resto col proprio metro di valori ed educazione si giudicano gli altri,e ancor più le altre.  Deve segnare  il territorio, come i cani che orinano sugli alberi . Ma chi non raccoglie le battute insinuanti, vede e sente. Tace non per viltà ma lo riconosce come identità diversa da sé, pur non condividendone gli atteggiamenti.

 Non è una questione femminile, ma ma-schi-  le. Gli uomini tendono a rimuovere non solo la violenza più eclatante ma anche la semplice molestia  o perché ne sono consapevoli e si vergognano dei loro simili o perché  sentono compromessa la propria autoreferenzialità di uomini piccoli, forti della solidarietà di gruppo o della prevaricazione perché ben sanno quanto valgono da soli o si sentono inadeguati . Rimuovono e si nascondono dietro la burla innocente, accusando di permalosità la controparte ( vorrei vedere se la controparte scendesse al loro livello con la stessa cortesia ).  Quanta leale signorilità e gorgheggiante chicchirichì, assecondati  o dagli stessi uomini che credono di prenderne  le distanze, fingendo di non vedere per timore di essere derisi, o dalle   stesse gallinelle che necessitano di conferme e consensi maschili per emergere ed essere considerate, ricorrendo alla più facile arma dell’assenso compiacente.

È questione di potere. Del resto la sola parola impotente è  percepita come uno degli handicap più gravi nell’immaginario maschile. Si parla tanto di pari opportunità., quote rosa e  di scarsa ambizione delle donne italiane alle cariche  dirigenziali. A prescindere dal fatto che qualsiasi eletto rappresenta anche le donne e può garantire le pari opportunità , oltre alle  difficoltà concrete di conciliare impegni di  famiglia e carriera , siamo proprio sicuri che alle donne più indipendenti  interessi il potere, fine a se stesso? O invece preferiscono in fondo essere più libere dalla competizione e dal compromesso che i giochi di potere implicano? È una questione di comodo, una libera scelta o una scelta condizionata?

 Una cosa mi pare più certa: la donna può vivere e sentirsi realizzata anche senza potere o senza  un  uomo ( una volta si parlava di zitella, ora  viene additata come appartenente all’altra sponda alla luce dei nuovi stereotipi. ).  L’uomo no. L’uomo ha bisogno della donna, che sia la regina –compagna di vita , oppure il passatempo di turno o  un morbido sofà a pagamento.

Questo è un punto di forza o di debolezza nel suo  presunto potere?

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Strega

occhi2Alla fine eravamo arrivati in cima, anche se Triora era in realtà il punto di avvio per salire ancora più in alto,verso la tesa della Nava e il Collardente,verso il passo del Pellegrino,il Carmo del Corvo e la Croce dei Campi,che si alzavano come muraglie azzurre alle spalle dell’abitato. Come descriverla?

Da lontano sembrava solo una cresta dentata,un grumo di pietra e d’ardesia che faceva da cappello ad un picco. Da vicino era piuttosto un merlettto grigio:le mura della cinta si alzavano e si abbassavano seguendo il contorno del terreno,in cima a una gradinata di terrazze e di fasce che salivano dalla valle come lo scalone di un gigante.

All’interno poi le case si accatastavano e s’incastravano una dentro l’altra,e quando un viottolo le separava in basso allora si univano fra loro più in alto,con arcate di mattoni e di sassi. Il paese aveva un aspetto solido,compatto, sembrava girare le spalle al mondo, dal quale venivano soltanto rogne, guai e vento gelido,e si avvolgeva intorno ai vicoli che gli si infilavano dentro,entravano nelle case,sfondavano gli atri, si aprivano all’improvviso in loggiati e piazzette, e tornavano a immergersi nel buio dei sottopassi,in un continuo su e giù che il sole riusciva a illuminare soltanto quando era a picco, sul mezzogiorno.” (da Strega di Remo Guerrini)

La storia di Battistina, una ragazza ritenuta diversa, è ambientata nella città di Triora al tempo della Santa l’Inquisizione. Nel 1588 nell’antica rocca della città arriva una spedizione organizzata dalla Repubblica di Genova, composta dall’arguto e spietato Giulio Scribani, Commissario straordinario deciso a debellare le streghe, dall’esperto Juan Ferdinando Centurione, che con la sua logica preveggente intuisce le cause della stregoneria contro l’ottusità dei vicari dell’Inquisizione, e da Niccolò, giovane scrivano che scoprirà nella piccola strega dodicenne un’attrazione per la vita . La caccia alla “setta abominevole di donne” descritta , di fatto è avvenuta. I personaggi sono realmente esistiti e furono condannati a supplizi dei quali restano traccia nel Museo delle streghe di Triora .La vicenda è documentata storicamente dall’autore, Remo Guerrini, che ha ricreato un’atmosfera calata nella civiltà contadina tra superstizioni e credenze popolari, riti e cerimonie infernali, condanne e torture dell’epoca. Un libro di alta poesia sia nelle descrizioni paesaggistiche che in quelle caratteriali dei protagonisti. Una storia particolare e avvincente, a volte amara, a volte delicata dove la piccola Battistina si muove in una natura alla quale scopre di appartenere più di quanto immagini, mossa dalla curiosità e dalla saggezza pratica di chi impara presto a sopravvivere tra gli stenti che incattiviscono gli uomini. Inizialmente afferma la sua innocente e spontanea vitalità , libera da ogni schema, poi, braccata dal pregiudizio, fa della sua diversità una prerogativa individuale da difendere con precoce determinazione femminile contro le ottuse, brutali e dogmatiche certezze di quel tempo. La piccola strega colpevole , come tante altre sorelle, di comprendere i misteri e parlare il linguaggio della natura, rivendica la libertà di essere ciò che è . Nell’orgoglio trova la forza di non cedere al supplizio e con orgoglio si ricongiunge alla madre Terra, che con le sue erbe, acque,vite,venti, rocce ha sempre dolcemente cullato i sensi e il cuore di una bambina straordinaria.

“Fu anche un inverno strano (a cavallo tra il 1587 e 1588), soprattutto perché Battistina completò la sua istruzione in modo che mai si sarebbe aspettata ,visto che i suoi maestri furono un vecchio gipeto,una giovane lontra e una volpe distratta.

Il gipeto fu il primo. Era grande quasi quanto lei, aveva una barbetta lunga e nera sotto il becco, gli occhi gialli e un bel paio di calzoni di piume candide. Da lui Battistina imparò a sbattere contro una pietra le ossa dei cervi e delle capre morti da poco, proprio come contro un’incudine, e a nutrirsi con il midollo che c’era dentro. La prima volta le fece un po’ schifo, poi si accorse che, dopo aver succhiato, le veniva un gran caldo nello stomaco e una gran forza nelle gambe.

Decise così che da quell’uccello saggio e silenzioso c’era molto da imparare. Il gipeto, ora che era avanti negli anni e d’inverno gli era venuta meno la voglia di accoppiarsi, se ne stava su uno spuntone del bricco di Borniga, appeso sul precipizio, e passava il tempo con lo sguardo perso nel cielo grigio. Ma quando in quella sterminata lavagna compariva un minuscolo punto nero allora arruffava le piume, allargava le ali grandi come lenzuola e si lasciava cadere nell’abisso. Solo dopo un po’ Battistina si accorgeva che quel punto nero era in realtà un altro rapace, magari un’aquila che ritornava al nido con una preda fa gli artigli. Allora il gipeto si avvicinava all’aquila con la sua ombra immensa, e le andava addosso finchè l’altra non mollava il coniglio o l’agnello, che però precipitavano solo per poco, visto che il gipeto li riprendeva al volo e se li portava sul suo bricco. Dal gipeto Battistina imparò l’arte di starsene seduta a guardare il mondo dall’alto, e la facilità con la quale si ruba ai ladri, che mise in pratica più volte facendo sparire una pagnotta a un contadino che ne aveva portate via due al fornaio di Verdeggia, e prendendosi il mantello d’orbace di un giovanotto che se l’era tolto per infilarsi in un pollaio d’altri, appena fuori Realdo.

La giovane lontra l’incontrò invece più in basso,dove il torrente che scende da Verdeggia s’incrocia con il rio Infernetto, e insieme formano un torrente un po’ più grande che, più a valle ancora, va a immettersi nel Capriolo. L’acqua era gelida, ma la lontra non se ne curava. Giocava da sola:si tuffava, raccattava un sasso dal fondo, lo portava a galla tenendolo sulla pancia, poi se lo metteva sul muso e con un colpo secco dal collo lo scaraventava in aria. Se la pietra, invece che finire sulla riva, ricadeva in acqua la lontra si lanciava rapidissima, per recuperarla prima che toccasse il fondo. Battistina restò accucciata su uno scoglio per un’intera mattinata, e per un’intera mattinata la lontra giocò davanti a lei. Battistina imparò che la solitudine non è nemica del divertimento, e imparò anche altre cose: che per entrare nell’acqua è meglio adoperare uno scivolo d’erba piuttosto che rovinasi i piedi sulle rocce, che se si vuol catturare un pesce con le mani bisogna aver pazienza e avvicinarsi da sotto e da dietro, e perfino che si può scoprire il rango di un animale o di una persona dai suoi escrementi. Quelli della lontra, per esempio, puzzavano di pesce e contenevano le squame di quello che aveva mangiato.

Che la volpe fosse distratta Battistina lo stabilì, invece, quando l’inverno prese ad addolcirsi: mentre a dicembre e a gennaio era infatti impossibile trovar tracce del suo passaggio, a febbraio la volpe cominciò a lasciare in giro il suo pelo, a ciuffi e batuffoli dorati, appesi ai rami più bassi delle piante, impigliati agli arbusti e ai rovi, perfino dentro ai cespugli. Come se l’approssimarsi della primavera le avesse fatto perdere la testa.

Dalla volpe imparò a non perdersi nei boschi. E come la volpe segnava le piante che voleva riconoscere strofinandogli contro il culo e lasciandoci sopra odore di mandorle ( il che era segno di grandissima stregoneria), così Battistina iniziò a segnare tronchi e sentieri togliendo le foglie a un ramo basso sempre nello stesso modo, tre da una parte e tre dall’altra. E imparò pure che spesso è meglio fingersi morti e seppellirsi nell’erba piuttosto che scappare ( e così sfuggì a un gruppo di gendarmi che andava dietro a un contrabbandiere verso il passo di Collardente), che quando una preda è troppo difficile da maneggiare è meglio lasciarla perdere ( a dire il vero la volpe faceva di peggio ai ricci e ai rospi velenosi che non riusciva ad azzannare:gli pisciava addosso), e che nella stagione dell’amore c’è una cosa che fa diventare matto il maschio, leccargli il muso (ma questo si promise di verificarlo più avanti).

In realtà, perché gipeto, lontra e volpe distratta le consentissero di gironzolare intorno e la considerassero come una specie di parente tonta da sopportare con benevolenza, non se lo chiese mai. Pensò che per una strega come lei , fosse naturale vivere da bestia fra le bestie. Mangiò ghiande e castagne raccolte fra le radici degli alberi prima che arrivassero i legittimi proprietari, sfilò le uova di sotto alle chiocce e le bevve ancora tiepide, arrostì di nascosto nei seccatoi ormai freddi i pesci avanzati dalla lontra e andò di notte a mungere le vacche di Greppo e Bregalla, tanto che i contadini continuarono per settimane a immaginarsi, per via di quelle mammelle improduttive,nuove maledizioni scagliate contro le loro stalle.”

Da “Strega” di Remo Guerrini. Ed.Interno Giallo

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La notte di San Giovanni

 

La notte di San Giovanni  è nota per gli antichi riti propiziatori di inizio stagione che si svolgevano  in occasione del solstizio d’estate al quale veniva attribuito  il connubio di sole e luna e il conseguente riversamento sulla terra di grandi energie benefiche. Nella stessa  notte  però  le streghe (in napoletano dette anche janare da ianua- porta-  perché passavano invisibilmente sotto le porte oppure da Diana) confluivano a Benevento  da ogni parte per il grande Sabba .Le forze del bene e del male festeggiavano rispettivamente la  luce e l’ ombra  del ciclo della vita,  intersecandosi in antiche credenze popolari e tradizioni della civiltà contadina.

 

 

La  rugiada di questa magica notte difendeva la persona da ogni male e corruzione e le  erbe bagnate dalla rugiada potenziavano le loro proprietà terapeutiche e magiche. Infatti veniva  preparata l’acqua di San Giovanni utilizzando  foglie e fiori di lavanda, iperico mentuccia, ruta e rosmarino che, messi  in un catino pieno d’acqua, erano lasciati all’aperto per tutta la notte. Il giorno dopo le  donne si lavavano con quest’acqua per diventare più belle e preservarsi dalle malattie. Oltre all’acqua si ricorreva  al fuoco, accendendo falò propiziatori e purificatori, per ingraziarsi la benevolenza del sole affinchè rallentasse idealmente  la discesa e continuasse ad irrorare la terra con la sua energia o per allontanare malasorte, avversità, malefici di spiriti maligni e streghe vaganti in cerca di erbe ( spesso si bruciava  un fantoccio di paglia o si facevano  rotolare ruote di fascine lungo i pendii). Nella mattina del 24 giugno i contadini, che possedevano  alberi di noce, intrecciavano spighe di orzo e avena da legare ai tronchi degli alberi per poter garantirsi frutti buoni e  abbondanti. Invece   24 spighe di grano, conservate per tutto l’anno, fungevano   da amuleto contro le avversità.

 

 

Tutt’oggi a San Giovanni si prepara il nocino con noci,  racchiuse nel mallo verde, messe a macerare nell’alcool per circa un mese e mezzo. Poi si strizzano i frutti, si cambia e si zucchera l’alcool, che viene filtrato più volte con garze sottili e poi  travasato in bottiglioni esposti all’aperto.

 

 

 

 

 In  questa notte si svolgevano  anche pratiche divinatorie. Per esempio dall’albume d’uovo, coperto d’acqua ed esposto alla rugiada della notte, si traevano auspici sul futuro, anche sentimentale, o dalla forma che assumeva il  piombo fuso e versato nell’acqua, si facevano  previsioni  sull’attività lavorativa di un probabile marito. E altri riti praticati nella “notte che  parla d’Amore”sono splendidamente descritti nel blog della Placida Signora del web.

 

 

Una curiosità:  a San Giovanni molti mangiano le lumache,  per preservarsi  dalla sfortuna e da eventuali tradimenti amorosi. La lumaca è considerata un simbolo lunare  di rigenerazione periodica, rappresentata dalle  sue antenne  che si distendono e si ritirano come la luna che appare e scompare nel suo ciclo.

 

Ma preferisco ricordare la notte di San Giovanni con  i versi  tratti da Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

 

 

La tua virtù è la mia sicurezza.
E allora non è notte se ti guardo in volto,
e perciò non mi par di andar nel buio,
e nel bosco non manco compagnia.
Perchè per me tu sei l’intero mondo.
E come posso dire di esser sola se tutto il mondo è qui che mi contempla?

 

 

Intanto auguri a tutti i Giovanni e Giovanne e attenzione alle janarelle!

 

 

 

 

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Il pargolo

 

El Toso descrive un viaggio in treno, piuttosto  movimentato …

 

Ero seduto lato corridoio, unico viaggiatore in uno scompartimento vuoto, quando alla fermata di San Remo entrò una piccola e chiassosa comitiva formata da due ragazze e tre bambini.

Le ragazze avranno avuto forse 23 anni la più grande e 18 la più giovane, e i tre bambini potevano avere rispettivamente circa  8, 6 e 5 anni.

La bella brigata invase  lo scompartimento come uno tzunami. Dopo concitati bisticci tutti trovarono l’accordo per sedersi:  i piccoli si sistemarono vicino al finestrino per guardare fuori, il più grandicello sul sedile di fianco al mio e le due ragazze di fronte.

Sistemare i bambini, i bagagli, borse, zainetti, pacchetti, sacchetti, fu una bella impresa. Quella che si dava più da fare era la ragazza grande. Si vedeva che era quella che si era assunta la responsabilità della gita.

Non poteva essere la mamma, data la giovane età, e non poteva essere la sorella maggiore, perché le sorelle maggiori hanno metodi più sbrigativi verso i fratellini più piccoli, visto il modo e la cura che dedicava ai bambini. Pensai che fosse la baby sitter .

Dall’entusiasmo dei bambini  e dai discorsi  che facevano ho capito che andavano a Gardaland.

Per sistemarsi c’è voluto un po’ di tempo, ma poi tornò la calma. Erano tutti seduti e anche la ragazza grande si era rilassata. Ma c’era qualcosa di strano. Il bambino  più grandicello, accanto a me, era seduto diritto senza appoggiare la schiena sul sedile e osservava continuamente la baby sitter di fronte che, dopo aver sistemato tutto e tutti, aveva preso posto e aveva iniziato a sfogliare una rivista.

In un momento in cui tutti erano zitti, il pargolo ruppe il silenzio con un “Ho fame”.

Erano le nove e mezza del mattino. Mi stupii un po’ che quel bambino avesse fame a quell’ora.

Come per un riflesso condizionato la baby sitter scattò in piedi e chiese premurosamente “Ah … hai fame … cosa vuoi? La  merendina?”.  “No”.

“Vuoi  il panino con la nutella?”. “No”.

“Vuoi il Kinder Brioche?” “No”.

“Cosa vuoi?”.  “Voglio la torta”.  “Ma la torta … è per oggi a mezzogiorno”.  “No, voglio la torta” insistette il pargolo con piglio deciso.

Ne seguì una manovra che non vi dico. La torta era sul fondo della borsa grande. Nel frattempo i piccoli dissero “anche io ho fame” e ne seguì un disfacimento di pacchetti, sacchetti, cartine, merendine, panini, tovaglioli di carta, briciole dappertutto.

Quella povera ragazza ebbe il suo da fare per accontentare tutti e, alla fine del pasto, per  rimettere tutto a posto. Dopo un bel po’ tornò la calma e la ragazza poté sedersi e leggere la sua rivista.

Il ragazzino era sempre dritto sul sedile,  continuava a osservarla come se fosse in attesa di qualche cosa.

Quando la vide tranquilla disse: “Ho sete” .

 La baby sitter , richiuse la rivista e chiese al pargolo cosa voleva bere.

“Vuoi l’aranciata?” “No”

  “Vuoi l’acqua?”  “No”   

“Vuoi il succo di frutta?”   “No, voglio la coca cola”.

Ne seguì una nuova baraonda, perché  anche i piccoli si accorsero di avere sete e tutti volevano una bevanda diversa. La povera baby sitter  da quelle borse tirò fuori di tutto: le bottiglie dell’aranciata e  dell’acqua, i bicchieri di carta, le scatole dei succhi di frutta, gli yogurt. Con pazienza accontentò tutti, uno alla volta.

Il bambino beveva la sua coca cola soddisfatto. Mentre osservava le nuove manovre della  baby sitter  che tentava di riordinare, le  porse la lattina ancora piena, come per dire “non la voglio più”.

La ragazza, che si era appena seduta, si rialzò di nuovo per sistemare la lattina aperta da qualche parte affinché non si rovesciasse.

Dopo un po’ tornò la calma.

Il mostriciattolo non si era ancora appoggiato allo schienale, era ancora seduto dritto e continuava ad osservare tutto.  Quando vide che la baby sitter si era rilassata, esordì con un : “Pipì”.

La ragazza mise giù la rivista, guardò il pargolo con uno sguardo rassegnato, come se quel ruolo le fosse stato assegnato dal destino, si alzò per accompagnare il pargolo alla toilette. Nel mentre gli altri bambini fecero coro  “Anche io, pipì”e così andarono tutti alla toilette del treno.

Dopo un po’ rientrarono nello scompartimento. Ognuno riprese il suo posto, ma il despota stava sempre seduto dritto, non sembrava ancora soddisfatto. La ragazza gli diede un giornaletto da leggere, ma il pargolo non lo aprì nemmeno e disse “Nintendo”.

Io non so cosa sia esattamente questo Nintendo.Presumo sia  un giocattolo giapponese.

La ragazza, non ne poteva più, tiro un sospiro  e disse con dolcezza ”Il Nintendo è dentro la valigia” tentando di convincerlo a leggere il giornalino. Ma il pargolo replicò “Voglio il Nintendo”.

Avrei voluto venire in soccorso di  quella ragazza, buttandolo fuori dal finestrino, ma invece restai impassibile per vedere come sarebbe andata a finire.

La ragazza era esasperata, ad un certo punto ebbe una reazione inaspettata, alzò un po’ la voce e disse “Basta … leggi il giornalino!”.

Il mostro restò interdetto, sorpreso da una reazione del genere. Forse  non era abituato ad essere contrariato, guardava la ragazza con uno sguardo fisso, ma capiva che questa volta non l’avrebbe vinta.

Con calma prese il giornalino lo aprì in una pagina qualsiasi e restò con lo sguardo fisso su quella pagina, e finalmente si appoggiò allo schienale. Questa volta aveva perso …  ma la gita a Gardaland era ancora lunga.

 

Secondo voi cosa stava pensando il bambino mentre fissava il giornaletto?  Avanti con le vostre opinioni.

Ciao a tutti dal Toso.

 

   

  

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‘A fatica

rose

È una necessità , un’ambizione, una passione, una vocazione,una missione, una fortuna .A volte frustrazione e rinuncia. Una sfida. Indipendenza e dipendenza, flessibilità, mobilità, sedentarietà, movimento, lontananza. Crescita, progresso, relazione, interesse, confronto, competizione, creatività, ingegno, manualità, talento, concentrazione, soddisfazione o scontento, ripetitività, alienazione, allenamento e resistenza. Operosità. Responsabilità.

Assorbe, sfibra, motiva, gratifica, stanca, logora, stressa, arricchisce, sfrutta, condiziona, orienta. Tempra. Mette in gioco… a volte in discussione. Costruisce un progetto di vita più ampio, dà dignità e identità sociale, nobilita, talvolta abbrutisce.

Qualunque esso sia, è il lavoro: investimento di tempo, energie, risorse, capacità, competenze, potenzialità, impegno, costanza, fatica. Diritto della persona e dovere sociale.

Morire sul lavoro è cadere con onore sul fronte di una quotidianità che appartiene a tutti .

La morte bianca assolve nel martirio ma ci condanna a un intimo dolore.

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Staffetta delle donne contro la violenza sulle donne (UDI)

La Staffetta delle donne contro la violenza sulle donne , è una manifestazione nazionale, apartitica, organizzata dall’U.D.I. alla quale l’associazione P.E.N.E.L.O.P.E., (gruppo donne del Ponente per le pari opportunità) di Bordighera e la rete di Consigliere di parità della Regione Liguria hanno aderito, coinvolgendo associazioni culturali e Amministrazioni locali, per far sentire anche la loro voce, per dire basta alla violenza sulle donne e promuovere un’ educazione al riconoscimento e al rispetto dell’identità di genere, impartita sin dalle scuole primarie nella provincia di Imperia.

La staffetta è iniziata il 25 novembre 2008, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, partendo da Niscemi (Sicilia) dove è stata uccisa Lorena e terminerà il 25 novembre 2009, dopo aver percorso la penisola e toccato tutte le regioni, a Brescia dove è stata uccisa Hina.

Il testimone di questa staffetta è un’anfora con due manici in modo che possa essere portata da due donne a simboleggiare l’importanza della solidarietà che lega le donne su un tema così importante e che ci tocca tutte nel profondo.

In ogni luogo dove passerà la staffetta, le due donne che hanno avuto in consegna l’anfora la passeranno ad altre due pubblicamente e, strada facendo, chiunque lo desidera potrà metterci un biglietto contenente un messaggio, una poesia,un pensiero,una denuncia.

L’anfora è arrivata in Liguria il 13 giugno e si fermerà sino al 26. Sarà a Bordighera dal 21 al 24 giugno.

Perchè partecipare a questa Staffetta: perchè l’ultima indagine ISTAT su un campione di donne dai 16 ai 70 anni dicono che la violenza sulle donne è in continuo aumento:

6.743.000 le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale

6.092.000 le donne che hanno subito violenza psicologica

1.100.000 le donne che hanno subito stalking.

Per un totale di 14 milioni di donne che nel corso della loro vita sono state vittime di violenze, e il 90% non sono state denunciate.

Purtroppo anche il Ponente Ligure ricorda le vittime di questa violenza, le meno note e quelle tristemente più note come Pina Sola di Vallecrosia, Antonella Multari di Vallecrosia , Maria Angela Rubino di Ventimiglia , Carmelina Gagliardi di Calvo.

EVENTI PER LA STAFFETTA UDI

21 GIUGNO

h.20.45 BORDIGHERA – CENTRO CULTURALE EX CHIESA ANGLICANA: Ricevimento dell’ANFORA alla presenza delle autorità cittadine e della banda locale.

h.21.30. “INSIEME CONTRO LA VIOLENZA” conferenza teatrale, condotta dalla giornalista Silvia Neonato: immagini,performance, riflessioni, contributi maschili per un sereno confronto, con la partecipazione di Roberto Poggi del Cerchio degli Uomini. e di Gulshan Jivraj Antivalle, presidente Comunità ismailita italiana e componente della Consulta per l’Islam italiano. Mostra grafica con fotografie di Anna Maria Matone, “pensieri di carta” di Piero Astraldi, elaborati delle scuole primarie di Imperia e Ventimiglia, dell’Istituto d’Arte e del Liceo “De Amicis”di Imperia.

locandina-bordighera1

22 GIUGNO

h.18.00 Castello Doria di DOLCEACQUA: “STORIA DI DONNE, STORIA DI VIOLENZE” conferenza tenuta dalla scrittrice dolceacquina Vera Lorenzi. Intermezzi poetici, a cura del Centro Culturale di Dolceacqua, recitati da Pia Orsini. Momenti musicali diretti da Cristina Squarciafichi .

23 GIUGNO

h.21.00 VENTIMIGLIA – FORTE DELL’ ANNUNZIATA: “DIS-ARMONIA FEMMINILE” evento artistico/musicale, diretto dalla cantante Bruna Vietri con la partecipazione di cantanti locali, delle allieve della Scuola CARL ORFF di Camporosso e del chitarrista Matteo Negrin. Proiezione video prodotto dalle alunne dell’Istituto Tecnico “ Marco Polo” di Ventimiglia. Esposizione di opere di artisti locali. Premiazione del concorso grafico per gli alunni della Scuola Media “Biancheri” di Ventimiglia

24 GIUGNO

h.16.30 BORDIGHERA – PALAZZETTO DELLO SPORT:“LE MANI PER GIOCARE” partita di pallamano per squadre under 14/16, organizzata dalla Società Athletic Bordighera Club.

h.21.00 BORDIGHERA – CENTRO CULTURALE EX CHIESA ANGLICANA: presentazione del libro “L’AMORE CRUDELE” organizzata dalla libreria Amico Libro di Bordighera, con l’intervento delle autrici Silvana Mazzocchi e Patrizia Pistagnesi.

25 GIUGNO

SANREMO:passaggio dell’ anfora al CID di Sanremo

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Vita da… bufale


Immagina 450 bufale intelligenti (pare lo siano più delle mucche) che si autogestiscono grazie a un sistema computerizzato per cui tutti i bracci robotici le riconoscono dai  microchip nelle orecchie. Le bufale sanno che possono disfarsi del latte ogni otto ore. Si avviano verso il recinto e il cancello si apre solo se la precedente mungitura è avvenuta a sufficiente distanza. Entrano e si posizionano da sole all’altezza del braccetto per farsi mungere in modo comodo, elegante e piuttosto discreto. La quantità di latte, versata e valutata dalle macchine, modula anche la quantità di cibo di cui avranno  bisogno. Se ci sono problemi, per esempio una mastite, malattia piuttosto comune e ricorrente, il latte è deviato in altri recipienti e l’animale vedrà aprirsi il cancello dell’infermeria alla sua sinistra. Se tutto fila liscio, dopo la mungitura, le bufale fanno i loro bisogni, poi un piccolo spuntino e infine escono dal paddock. Possono  anche decidere per una seduta rilassante di massaggio e farsi spazzolare da enormi rulli che – in ragione di questi benedetti chip – si mettono in movimento al loro arrivo. Decidono dove, come e quanto spazzolarsi. Dopo la seduta, se è sera, vanno nel loro spazio privato di venticinque metri quadrati, e si distendono su un comodo materassino di gomma che  custodiscono con gelosia, mostrando rispetto e tutela per il loro benessere.
Quando le luci diventano soffuse, trascolorando dal rosso fuoco al blu night, sprofondano in un  sonno tranquillo e profondo.
Al mattino le bufale possono pascolare in quindici ettari disponibili. Con il caldo estivo si muovono  poco e a ogni ora possono  fare una doccia rinfrescante. In caso di gravidanza, godono di un permesso sindacale di tre mesi di astensione dal lavoro prima del parto, vivono allo stato brado,vanno  su e giù senza far nulla fino all’arrivo della figliolanza. ( da repubblica.it)

Non è  fantascienza ma quanto ha dichiarato ed è riuscito a fare con le buone maniere il signor Antonio Palmieri, che ha investito mezzi e inventiva per rendere piacevolmente  produttive le  bufale del suo allevamento. “Il loro benessere garantisce la qualità del latte e, per proprietà transitiva, la mia mozzarella… Capii presto che le bufale non amano lo sporco e nella palude ci sguazzano se non ne possono fare a meno. Sono invece piuttosto educate, democratiche nella gestione della vita di mandria, delicate nell’utilizzo degli attrezzi che le fanno star bene. Non legano con chi è scorbutico: i mungitori per esempio hanno spesso fretta e le indispongono. L’uomo sa essere cattivo e quindi loro restituiscono pan per focaccia”.

Pare che le bufale primipare si adattino più facilmente al robot, mentre le pluripare meno ( e ti pareva che le più vecchie siano più indomite e diffidenti delle novità…). Inoltre con questo sistema sono meno soggette allo stress  della mungitura perché negli spazi tradizionali di mungitura, le femmine sono costrette a rimanere in fila, anche per ore, senza potersi muoversi nei recinti di attesa, dove spesso si creano gerarchie con fenomeni di dominanza tra gli animali.

Dopo una vita artificialmente più agiata, il destino di queste bufale è comune a quello delle altre, cioè vanno al macello. Suppongo non di spontanea volontà.

Non è una bufala. Che cosa ne pensate?

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Referendum

Il 21 e 22 giugno i cittadini sono chiamati a rispondere a 3 quesiti referendari su scheda viola,beige e verde .

“Il primo e il secondo quesito prevedono premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento. Le attuali leggi elettorali di Camera e Senato prevedono un sistema proporzionale con premio di maggioranza attribuito, su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato, alla “singola lista” o alla “coalizione di liste” che ottiene il maggior numero di voti. Il primo e il secondo quesito – che valgono, rispettivamente, per la Camera dei Deputati (scheda viola) e per il Senato (scheda beige)
propongono l’abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste.

In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza è che il premio di maggioranza sarà attribuito alla singola lista (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. Un secondo effetto del referendum è che abrogando la norma sulle coalizioni verrebbero anche innalzate le soglie di sbarramento: per ottenere rappresentanza parlamentare le liste devono raggiungere un consenso del 4% alla Camera e 8% al Senato. Dunque la lista più votata ottiene il premio che le assicura la maggioranza dei seggi in palio. Le liste minori devono superare lo sbarramento.

Il terzo quesito riguarda l’abrogazione delle candidature plurime di uno stesso candidato in più circoscrizioni (scheda verde). Con l’attuale legge l’eletto in più circoscrizioni decide il destino di tutti gli altri candidati, perché scegliendo uno dei seggi che ha conquistato, lascia liberi gli altri e rende possibile l’elezione di altri candidati. Attualmente circa un terzo dei parlamentari sono stati eletti in questo modo. Per spiegare l’attuale meccanismo se il candidato X eletto in più liste sceglie per sé il seggio “A” favorisce l’elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione “B”; se sceglie il seggio “B” favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione “A”. Con l’approvazione del terzo quesito la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato.” ( da il Sole 24 ore.com )

Riflessioni.

Il referendum è uno strumento di democrazia diretta, esercitato direttamente dagli elettori, valido solo  se la maggioranza degli aventi diritto partecipa alla votazione, e se viene raggiunta  la maggioranza dei voti validamente espressi (art 75 Costituzione). Astenersi dal voto significa delegittimare l’istituto del referendum, perdere l’opportunità di esprimersi direttamente.

Purtroppo fino ad oggi  si assiste a una mancata  e chiara informazione sulla sostanza dei quesiti ai quali siamo chiamati a rispondere il 21 e 22 giugno. Non votare significa continuare a sperperare inutilmente  soldi pubblici  e oggi ancor di più, visto che si sono svolti separatamente il referendum e le consultazioni elettorali del 6-7  giugno, grazie al ricatto della Lega.  Ma con questo referendum, mi pare che ci sia più confusione e disorientamento che in passato. I quesiti sono estremamente tecnici e non di facile risposta. Se tutti auspichiamo di avere governi più stabili e vicini all’effettiva volontà dell’ elettorato, ci si rende conto che il bipartitismo (quesito 1 e 2) , da una parte impedirebbe a partiti minori di fare capricci e ricattare la maggioranza, opponendo veti e minacciando crisi di governo su questioni care solo a pochi e non condivise,  ma dall’altra parte le minoranze, che hanno svolto correttamente la loro partecipazione politica, rischiano di non essere rappresentate.  Paghiamo un po’ lo scotto di alleanze partitiche ambigue e voltagabbane alle  quali finora non è mai stato chiesto, come requisito di appartenenza alla coalizione, di presentare all’elettorato un  programma con obiettivi condivisi,  linee programmatiche comuni e riconoscimento di un leader. Il bipartitismo potrebbe funzionare se ci fossero davvero compattezza e condivisione di  intenti in entrambi gli schieramenti e soprattutto non fosse così irrisolta la questione morale. Forse  si spera in questo…

Sono incerta sui primi due quesiti, che in teoria mi sembrano validi, ma nella pratica nutro forti perplessità se penso all’ attuale clima politico. Allo  stesso tempo constato che esiste  un eccessivo proliferare di gruppi, spesso indecisi sul da farsi, che fanno opposizione fine a se stessa nella stessa coalizione di appartenenza e di certo poco finalizzata al bene del Paese.

A riguardo del terzo quesito non ho dubbi perché  spesso sono risultati eletti parlamentari, discutibili a riguardo di esperienza, competenze, trascorsi giudiziari e modalità di rapportarsi a tutto l’elettorato e rappresentanti delle cariche istituzionali, messi a mò di pedine in base a giochi interni, solo perché rientranti nelle grazie di illustri plurieletti e dirigenza di partito. Con il sì ci sarebbe più rispondenza tra la volontà degli elettori  e gli eletti.

Questo referendum non è né della sinistra né della destra. Non è il referendum degli italiani che non capiscono. Se ci sforziamo, riusciamo a capire e a votare. Troppo facile non partecipare e poi continuare a lamentarsi.

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Lo psicologo della lasagna ( sottotitolo: cambiamo la macchina )

 

Una storia d’amore raccontata da giove.

 

Proprio così psicologo della lasagna il mio attuale lavoro. Un lavoro
particolare, difficile ,dove una parte della mente deve essere collegata ad un
occhio che guarda la strada verso il mare e l’altra mente all’altro occhio che
guarda la strada verso la collina (la sera porto gli occhiali per riposare la
vista). Domenica mentre lavoravo ho pensato a te amore mio e a noi….al mio
lavoro. Quanto tempo insieme …10 anni. Pensa non ti volevo  e poi invece mi hai
conquistato. Eri dura ma in fondo la tua era una pasta morbida , ti sei
presentata tenera….candida e allo stesso tempo grintosa …scattante…
nervosa. Ci siamo nutriti uno dell’altro e quanta strada abbiamo fatto insieme.
Ricordo i tuoi occhi grandi “luminosi” ma in fondo oggi capisco senza sugo. Oggi
qualcosa è cambiato…sei ammuffita, la tua batteria è morta, non riesci più a
fermarti, vorrei andassi di qua e invece vai di là; mi accorgo che non mi puoi
più dare nulla se non …farmi del male allo stomaco e alle tasche. Ho cambiato
vita per te, ti ho amato con tutto il cuore, oggi per te ho smesso anche di
bere. Ma qualcosa si è guastato, forse ho preteso troppo dalla tua vita quando è
cominciata la salita, forse ti ho lasciato andare troppo e hai cominciato a
sbandare forse dovevo smettere la dieta forse pensavo fossi troppo buona e non
ho osato morderti. Oggi sono qui …ti guardo, siamo stanchi tutti e due e io
più di te non riesco a lasciarti. Buttarti nella spazzatura…..no! Ti lascerò
seccare piano piano,  amore mio, ammuffirai con me. Ma no ormai hai quasi 180.000
kilometri e forse è meglio che ti rottamo…faccio le rate …non le pago e con
i soldi mi compro le lasagne.

Dedico questa storia a skip che un po’ mi conosce e forse mi può capire… gli
altri  beh! lo dico sempre che sono scemo!

L’ironia è … in fin dei conti maschera la tristezza.                       

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