I casi della vita…
Tutti, chi più , chi meno, hanno sofferto del mal di scuola, talvolta per il disagio di mettersi alla prova nello studio, in un rapporto “conflittuale” con i compagni di classe o con uno o più insegnanti. Mettersi in gioco ,come alunno e come docente, implica un reciproco dare per avere. In fondo a scuola l’alunno si confronta con coetanei e adulti, che fanno richieste diverse da quelle dei familiari e stabiliscono un’interazione basata sulla stima reciproca e sulla motivazione all’apprendimento.
Ma forse ognuno di noi ha vivo dentro di sé anche il ricordo di un bravo insegnante , non necessariamente accomodante o indulgente nei voti , ma imparziale, obiettivo, appassionato e che sapeva distinguere il momento della lezione dalla libera conversazione, che non s’arroccava su un piedistallo ma sapeva porsi , senza confusione di ruoli, a livello dell’alunno accompagnandolo nella sua crescita con una presenza apparentemente distaccata ma costante.
Dopo le movimentate vicissitudini di scuola elementare in cui ebbi l’onore di conoscere uno zero scappato sul mio quaderno, trascorsi gli anni delle scuole medie in una classe turbolenta con ragazzi problematici , alcuni dei quali erano veri e propri bulli (tant’è vero che picchiarono il professore di lettere, un prete che insegnava nella scuola statale, incapace di difendersi anche verbalmente) . Ma all’epoca gli altri docenti intervennero compatti nelle dinamiche relazionali della classe per garantire in qualche modo il diritto dovere allo studio a chi voleva imparare ed era intimorito da certi atteggiamenti. Stimavo di più l’insegnante fermo, risoluto, deciso a fare lezione a mantenere la disciplina che quello rilassato che assecondava i ragazzi che imperterriti continuavano nelle loro provocazioni. Anni fa non si parlava di disagio giovanile e rischio di devianza come oggi. Alcuni di quei compagni di classe non arrivarono nemmeno a vent’anni, il resto continuò gli studi.
Eppure della scuola tutto sommato ho un duplice ricordo. Un po’ angosciante se penso a certi insegnanti che rispecchiavano la loro formazione, non sempre efficace, e ad alcuni odiosi compagni di classe. Integrarmi più volte in un contesto nuovo, diffidente e poco accogliente non è stato facile, ma imparai a selezionare le mie amicizie, a fregarmene di alcuni e a battagliare con altri e il successo scolastico fu per me anche un mezzo per affermarmi nel gruppo con un senso di rivalsa e riscatto. Allo stesso tempo della scuola ricordo anche amicizie sincere , sopravvissute a distanza di tempo e spazio, e insegnanti coscienziosi. Ma soprattutto associo gli anni del liceo classico alla professoressa di storia e filosofia . Mi incantava con le sue spiegazioni, mi motivò nello studio trasmettendomi interesse per le sue materie ( che secondo me sono molto formative) e un metodo di studio basato sul confronto di diverse interpretazioni storiografiche di fenomeni ed eventi storici. Precorse i tempi insegnando la storia per filoni conduttori costanti, per favorire, prima attraverso l’analisi e poi la sintesi, una visione globale in un’ottica di cause effetti, senza uno studio esasperato di nozioni.
Era imparziale, autorevole e molto esigente, ma metteva i ragazzi in condizioni di essere all’altezza delle sue richieste durante le temute interrogazioni. Non assegnava mai una lezione se non l’aveva prima spiegata, integrava e approfondiva il libro di testo, ci faceva prendere appunti e fare collegamenti interdisciplinari. Aveva il tempo per interrogare tutti ( bè al quinto anno eravamo soltanto in dieci, ben tartassati tutte le settimane ) e se registravamo un’insufficienza, rispiegava l’argomento e ci interrogava di nuovo per farci colmare le lacune. Non ci ha mai fatto fare una verifica scritta, eppure i nostri temi di storia furono ben valutati all’esame di maturità.
Sembrava indifferente, ma dietro i suoi occhi azzurri e intelligenti, capiva più di quanto non desse a vedere. E’ stata una delle poche persone che riuscì a leggermi dentro in un periodo che per me era di gran confusione e perplessità. Me lo disse al termine del ciclo di studi delle superiori. Finito l’esame di maturità dove ebbi la fortuna di passare per ultima nell’ultimo giorno delle prove orali a fine luglio, semimorta a causa dell’ansiosa attesa del fatidico giorno e della tremarella, al risveglio di un sonno ristoratore di 27 ore durante il quale i miei si chiesero se fosse il caso di chiamare un medico o un prete, seppi che voleva parlarmi. Mi chiesi cosa fosse successo di grave… o cosa avessi inconsapevolmente combinato. Mi disse che aveva apprezzato il mio impegno nei tre anni e che a volte le occhiaie di una notte insonne parlavano più di me, e che , secondo lei, ero portata per la filosofia. Allora la sola idea di diventare un’insegnante mi faceva scappare in tutt’altra direzione.. Oggi ne sorrido ma all’epoca vivevo in pieno la contestazione di qualsiasi cosa. Non condivisi le sue parole ma solo dopo molti anni ho concluso che non si era sbagliata. Il mio primo esame universitario fu filosofia del diritto. Lo preparai senza sapere da che parte cominciare. Mi interessava la materia e la studiai nell’incertezza di avere capito e nel dubbio perenne di non saperne abbastanza. A Genova mi iniziò ad interrogare un assistente universitario, poi si avvicinò il professore Tarello che continuò il colloquio. Io lo conoscevo solo di fama e non pensavo ad altro che a schizzare via dalla sedia. Alla fine del colloquio ritirai il libretto, lo aprii e non vidi nessuno scarabocchio. Pensai di essere stata bocciata . Un ragazzo mi disse che era il suo ultimo esame prima della discussione della tesi e io con l’anima sconsolata , alla sua richiesta, gli porsi il libretto. Lo girò e scandì un 29 . Non sapevo se ridere per il voto o piangere per la mia imbranataggine. Brillavo in autostima al punto tale che qualche anno dopo mollai gli studi, sebbene avessi una media alta e mi mancasse un terzo degli esami per concludere il corso di laurea. Ma grazie a quella professoressa ho vissuto di rendita nella preparazione per una seconda maturità che conseguii da privatista più tardi, quando mia madre pose come condizione al mio matrimonio il conseguimento del diploma magistrale “perché nella vita non si sa mai cosa può succedere.” Portai nuovamente storia come prima materia. Il presidente della commissione era un severo preside di Varese, che mi fece fare un excursus filosofico ( meno male che portavo storia) e in cuor mio benedissi gli appunti del liceo che avevo conservato come sacre reliquie.
In questi giorni mia figlia è alle prese con gli esami di maturità e tra le sue ansie, libri e quaderni sparsi ovunque, nottate di studio, ho ripensato a quegli anni , a quella insegnante. Avrei voluto ringraziarla ma mancò dopo poco tempo l’esame di maturità del 1980 in seguito ad una malattia di cui non parlava mai. E il pensiero è volato, dopo circa 30 anni, alla stessa scuola e a un professore di mia figlia col quale ho più volte avuto il piacere di confrontarmi e che ha saputo trasmettere sia a lei che a centinaia di studenti tanto, che va ben oltre i programmi di arte, e sfocia in uno sguardo commosso dei ragazzi ogni volta che lo ricordano.
Ad entrambi, in un salto generazionale e dall’altra parte della cattedra, riconosco quell’ elastica forma mentis di cui scrissi nel tema della maturità magistrale col seguente titolo:
Einstein, rivolgendosi ai giovani, disse loro: “Tenete bene a mente che le cose meravigliose che imparate a conoscere nella scuola sono opere di molte generazioni: sono state create in tutti i paesi della terra a prezzo di infiniti sforzi e dopo appassionato lavoro. Questa eredità è lasciata ora nelle vostre mani, perché possiate onorarla, arricchirla e un giorno trasmetterla ai vostri figli. E così che noi, esseri mortali, diventiamo immortali mediante il nostro contributo al lavoro della collettività”. Riflettete su questo appello a voi indirizzato.
Questa traccia mi ispirò , fece emergere quei principi fondanti dell’insegnamento che all’epoca non conoscevo, ma che forse avevo appreso indirettamente e inconsapevolmente dalla scuola che avevo vissuto tra luci e ombre. Poi li ho ritrovati in occasione della preparazione per il concorso magistrale e in seguito durante la mia formazione ed esperienza professionale.
Il tema piacque alla commissione e mi iniziò a fare capire quale fosse la mia strada. Lo scrissi con l’anima pensando soprattutto alla mia professoressa che a tutt’oggi ricordo con grande stima, sia come insegnante che come persona. Grazie prof !
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Quanto è importante da giovani trovare un adulto, che quasi mai è un genitore, che sappia dirti ciò che sei e che vali, che ti dia fiducia e la spinta che a volte ti manca per intraprendere una strada, proprio nell’età in cui devi fare le scelte più impegnative, quelle che segneranno il tuo futuro e ancora non sei altro che un fagotto confuso e pieno di paura.
Ciao Skip.
Ottime riflessioni e ottimi spunti di riflessione, skip!
quoto anche filo (ciao filo!)
Un affettuoso in bocca al lupo per tua figlia che fa la maturità.
ciao,
g
@giovanna: grazie ! adda passà ‘sta maturità
@filo: altro che fagotto! Ero un cofano pieno di dubbi e timori… bè a volte non mi smentisco nemmeno oggi
Cara Maria, dei ricordi significativi che confortano. Sono pienamente d’accordo con filo. La figura di un adulto, che sappia guidare il giovane a riconoscere le proprie potenzialità e che sia di guida, è fondamentale.
In bocca al lupo alla tua ragazza:)
Salutoni
annarita
@annarita:Speriamo che se la cavi… e il lupo non se la mangi
Ma certo che no!
E’ una fortuna conoscere da ragazzi un adulto che ti ascolti, ti capisca, e ti valuti. Ne ho conosciuto uno di grande cultura, molto ironico su un pessimismo di fondo. Quando se n’è andato ho pianto a dirotto. Ciao.
@annarita: è tutto ok, finalmente !
@alberto: sì e in questo sono stata molto fortunata ad avere diverse e belle figure di riferimento. Ciao