Archive for August, 2009
I valloni della penisola sorrentina
La penisola sorrentina è caratterizzata dalla presenza di valloni che comunicano direttamente col mare, formatisi coi movimenti tettonici dell’ultima glaciazione e i successivi processi esogeni. Come risulta da antiche stampe e dipinti che hanno consentito di ricostruirne la configurazione originaria, spesso riprodotta nei presepi, erano in parte percorribili e vi si svolgeva l’attività contadina resa possibile dai corsi d’acqua che li attraversavano. In seguito alcuni sono stati ricoperti da strade e restano visibili solo in tratti, perlopiù terminali, più vicini al mare.
I valloni creano un’atmosfera molto suggestiva per la rigogliosa vegetazione arborea e le pareti ripide e sono un patrimonio ambientale che merita di essere maggiormente valorizzato per gli endemismi tipici.
I più importanti sono:
il Vallone dello Scrajo a Vico Equense, il Vallone Centinaro che sorge nella frazione di Moiano in Vico Equense, il Vallone Rivo d’Arco di Seiano che costituisce il bacino idrografico più vasto del territorio di Vico Equense.
Il Vallone Lavinola (vedi foto), il più lungo (km. 4,150) e profondo, attraversa tutto il Comune di Meta fino al mare e segna il confine tra Piano di Sorrento e Meta. È uno dei più belli per la folta vegetazione arborea ben visibile dai tre ponti di Meta ( quello della zona Madonna di Rosella, quello del corso Italia e quello detto Ponte Orazio ( in origine O’ Razio – Ponte del Dazio che si pagava per attraversarlo).Lavinola è la zona più a monte, sede di antiche sepolture delle vittime della peste.
Il Vallone di San Giuseppe attraversa il territorio di Piano di Sorrento e sbocca alla Marina di Cassano. Sorge in località “Pezzella”, attraversa Monte Vico Alvano, il Formiello, San Liborio, Mortora, il Corso Italia per proseguire verso Savino e terminare al mare.
In epoca remota rappresentava l’unico asse di attraversamento trasversale per raggiungere il Piano, come risulta dalle testimonianze evidenziate dalla serie di rinvenimenti di tombe neolitiche del terzo millennio a.C. scoperte in località Petrulo durante gli scavi dl 1987. Di recente nei pressi della villa delle suore Pallottine è stata ripristinata la scala che consente di arrivare a piedi alla spiaggia e di osservare il tratto terminale del vallone.
Il Vallone di Sant’Agnello,detto di San Filippo, raccoglie le acque del versante ovest di
Montariello, attraversa via San Vito, passa adiacente la chiesa di San Giuseppe, attraversa Corso Italia, dove è stato interrato per tutta la lunghezza del Viale dei Pini e sfocia nel golfo del Pecoriello, di proprietà delle suore salesiane di Villa Crawford.
Il Vallone dei Mulini a Sorrento si estende fino alla marina Piccola, sede del porto, ed è la parte centrale di un sistema di tre valloni.
In epoca romana dal Vallone dei Mulini se ne diramava un altro che sfociava a Marina Grande, sede del borgo marinaro di Sorrento, attualmente colmato nella parte di Via degli Aranci. Il terzo vallone saliva dalla Villa La Rupe verso le colline, per biforcarsi poi verso la contrada Tigliana e la contrada Cesarano, ed attualmente è quasi tutto coperto dalla strada.
Nel’500 i valloni appartenevano alla famiglia Tasso e più tardi divennero di proprietà della famiglia Correale che fece costruire il porto di Marina Piccola, anticamente detto Capo Cervo poi Capo Cerere per un tempio romano dedicato alla dea Cerere che fu distrutto in seguito alle frane del vallone alla fine del ‘500. Il Vallone dei Mulini deriva il suo nome da un antico mulino che macinava grano, del quale sono visibili i ruderi insieme a quelli di un lavatoio pubblico e di una segheria alimentata dalle acque provenienti dalle colline di Cesarano, Baranica e Rivezzoli, e dalle acque sorgive. Qui vi sono grotte dalle quali probabilmente si estraeva il tufo , utilizzato per la costruzione di case, e in esse erano stati scavati pozzi che fornivano acqua ai sorrentini. Sul vallone c’era uno stretto ponte (riprodotto nel presepio della Cattedrale di Sorrento) e quando nel 1866 fu costruita Piazza Tasso, che ne colma una parte, il vallone dei Mulini fu isolato e abbandonato dall’uomo. Oggi vi cresce una rigogliosa vegetazione spontanea grazie anche all’alto tasso di umidità che s’aggira intorno all’80% durante tutto l’anno.
(notizie tratte dal web)
6 commentsUn sabato di fine estate.
Nelle località di mare il fine settimana è tanto atteso, quanto temuto, per le orde di bagnanti che sciamano dalla stazione ferroviaria riversandosi sulle spiagge più accessibili. Vacanzieri in pellegrinaggio, in cerca di un po’ di refrigerio, trascinano in borsoni e borse termiche l’ansia di trascorrere una giornata diversa, di vacanza al mare. Gli indigeni li guardano con un po’ di diffidenza perchè invadono con risa e passi rumorosi il loro territorio. I bambini, tenuti per mano,stanchi e incuriositi avanzano con passetti ravvicinati, i più piccoli sono sballottati in passeggini stracarichi e abilmente manovrati sui basoli sconnessi, i più grandi anticipano festosi la carovana dei familiari. I giovanotti in canotta e calzoncini baldanzosi annunciano il loro arrivo, tenendo per mano ragazzine graziose, acerbe miss dall’aria un po’ vissuta. Una folla chiassosa riempie le stradine che portano al mare finchè al belvedere il cielo turchese sconfinante nelle acque, di una sfumatura più scura al largo, riempie gli occhi, come un miraggio. Lo stupore di fronte a quella visione fa calare un religioso silenzio che dà voce soltanto a un paesaggio naturale che leva il fiato, anche se solo per qualche breve minuto.
Viste dall’alto le asciugamani disseminate in modo disordinato sulla spiaggia pubblica contrastano con le file di sdraio e ombrelloni ben allineati e tutti uguali dello stabilimento vicino. Sulla battigia pullulano bambini e ragazzi intenti a giocare, con l’entusiasmo di chi ha desiderato a lungo il mare o non ne ha dimestichezza ed è riuscito a lasciare lontani, nell’afa e nell’aria polverosa dell’entroterra, la miseria, il degrado, la mancanza di svago. Il divertimento, tanto atteso e spontaneo, li riscatta da una sorta di relegazione forzata in quell’unico lembo sabbioso di spiaggia pubblica, brulicante di trilli di gioia e richiami urlati da matrone.
Dall’ altra parte musica diffusa dall’impianto stereo dello stabilimento fa da sottofondo ad analoghi strepiti di bambini capricciosi, intenti a divertirsi con giochi a pagamento, come se stessero al luna park, e alle animate conversazioni di dame in costumi impietosi o in parei griffati sotto l’ombrellone. Uomini rilassati passeggiano sul bagnasciuga o cercano di riposare sulle sdraio e sui lettini, fingendo di dormire e sbirciando dietro occhiali da sole.
A quanto pare, c’è meno gente rispetto agli anni scorsi, ma a me sembra tanta e sorridente, oltre che più serena ed abbronzata. Un generale viavai sulla riva, più gente in acqua, più venditori ambulanti ai quali la solita signora, all’ennesimo tentativo di offerta di monili, fasce e fermagli per capelli, scaccia fantasmi di vetro, pareo e ventagli, animaletti di legno e giocattoli da spiaggia, declina prontamente l’invito ad osservare la mercanzia con un garbato quanto cinico “No grazie, non mi serve nulla, non li uso. Sto ‘nguaiata” ( nei guai, malmessa).
Un caldo torrido è l’ideale per bere e sudare, sudare e bere e rinfrescarsi più spesso. La piccola scogliera è la postazione privilegiata delle donne che, appollaiate, mettono le gambe a mollo nell’ acqua e nel frattempo chiacchierano e tengono d’occhio qualche pargolo nello specchio d’acqua antistante. I ragazzini giocano a tuffarsi dalla parte esterna o sperano di pescare qualcosa. A stento trovo un varco per accedere al mare, cercando di non dare fastidio ai bagnanti schierati in full position per guadagnarsi un refolo di brezza e un’ottima visuale. A nuoto mi allontano dalla folla,dalla ressa, dagli amici. Al largo osservo quel brulichio di bagnanti immersi a mezzo busto nell’acqua quasi per sacre abluzioni, come nel Gange. Altri sembrano granchietti che si rincorrono sul lido.
Forse è il caldo afoso o il rilassamento delle vacanze, sta di fatto che, mentre mi riavvicino alla riva e guardo in su l’alto costone roccioso a picco sul mare, sguazzando pigramente a mò di papera, provo un senso di pace, un’insolita calma in una movimentata giornata di fine agosto.
Forse è la magia di questi luoghi e delle acque limpide, o la malinconia che precede il distacco e la fine delle vacanze. Lo ammetto: non risalirei più… e non solo dalle acque.
Articoli correlati:
“Terre, acqua e fuoco” ( borgo Maiano di Sant’Agnello)
La terza edizione della manifestazione “Terre, acqua e fuoco” si svolge nell’antico borgo Maiano di Sant’Agnello (Na) in occasione della festa di San Rocco dal 20 al 23 agosto e prevede esposizioni e laboratori di ceramiche di maestri d’arte pugliesi e campani, spettacoli, concerti di musica popolare e classica, mostre fotografiche, conferenze, sagre di piatti tipici regionali. Quest’anno la gente del borgo Maiano apre i portoni delle case e i cortili per accogliere ed accompagnare gli ospiti in un percorso espositivo finalizzato alla valorizzazione dell’artigianato e della cultura locale e pugliese, alla scoperta di antichi sapori, odori e profumi, allo scambio culturale con i ceramisti e gli artisti di Grottaglie ( provincia di Taranto), attenti sia alla tradizione che alla ricerca di nuove forme espressive.
Grottaglie è rinomata per il Quartiere delle ceramiche, caratterizzato da botteghe scavate nella roccia, in alcune delle quali si conservano ancora antiche fornaci. All’età classica si fanno risalire antichi reperti ceramici, ma la diffusione di maioliche risale al ’700 con “l’arte ruagnara” per la produzione di oggetti d’uso comune e quella “faenzara” a carattere prevalentemente decorativo e ornamentale, per un uso più elitario.
Leggenda e realtà si confondono sull’origine di Sant’Agnello. Con certezza si può dire che prima gli Osci , poi i Fenici popolarono questa terra. Nell’ 89 a.C. Sorrento divenne municipio romano e quindi luogo di villeggiatura di ricchi romani. Nei secoli successivi anche i sovrani e i nobili, angioini ed aragonesi, fruirono delle bellezze e delle risorse naturali della penisola sorrentina. Nel gennaio 1808 Piano di Sorrento si separò da Sorrento come Comune a sé e Sant’Agnello divenne vassallo del nuovo Comune finchè nel 1866 conquistò la sua autonomia. Fu suddivisa in sei borgate, tra cui quella di Maiano, probabilmente una delle più antiche dove in epoca romana un certo Majus, ricco proprietario terriero, eresse una villa di campagna.
Il rione Maiano comprende molti vicoli caratteristici , sui quali si affacciano le tipiche case di tufo, alcune rimaste come erano in origine, coi grossi portoni di piperno che s’aprono su cortili interni . A tutt’oggi in questo borgo sopravvive la lavorazione dei mattoni, risalente all’epoca romana, ed esportati in ogni parte d’Italia per la costruzione di camini e forni. L’arte dei laterizi è uno dei magisteri più antichi della penisola sorrentina; il mattone attuale è affine a quelli della villa romana Pollio Felice del Capo di Sorrento probabilmente per la stessa creta utilizzata. Il terreno argilloso ricco di silicio, tipico di questi luoghi, lavorato a mano rende il laterizio molto poroso così da poter scaldarsi velocemente e trattenere a lungo il calore.
Il Comitato per la promozione turistica, culturale ed artigianale del Borgo Maiano s’adopra per far rinascere questo luogo con laboratori artigianali d’eccellenza e l’istituzione di una scuola di formazione nella speranza di avvicinare i ragazzi all’arte, all’artigianato e alle tradizioni locali e di creare opportunità di lavoro. Infatti all’evento hanno collaborato anche gli importanti Istituti Statali d’Arte di Grottaglie, Sorrento, Napoli, Caltagirone, Cerreto Sannita, Deruta.
Merita un cenno una delle feste più popolari della penisola sorrentina, cioè quella di San Rocco al quale è consacrata la chiesetta del borgo di Maiano. Per nove giorni la comunità si preparava a vivere la festa in onore del santo nell’ultima domenica di agosto e con devozione lo invocava per ottenere la liberazione dalla peste e da ogni male. Piatto tipico della festa, al quale è dedicata un’apposita sagra nel corso della manifestazione “Terre, acqua e fuoco”, sono le polpette.
Particolarmente interessante è l’antica ricetta delle polpette, dal sapore agrodolce, che contava ben 21 ingredienti: carne macinata, aglio, prezzemolo, parmigiano, romano, basilico, uova, frutta candita, uva passa, pinoli, pesca gialla, pesca bianca, pera, cioccolato, biscotti “Maria”, amaretti, vino bianco, pane raffermo, cannella, noce moscata e sale. Una polpetta valeva un pasto completo !
Questa manifestazione è soprattutto un’occasione di aggregazione per la comunità locale oltre che un’ attrazione turistica dove l’arte, la musica ,la ricreazione di angoli di antichi mestieri, l’accogliente aria di festa creano un’atmosfera suggestiva da non perdere.
No comments
Omaggio a Fernanda Pivano
“Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.” (da un suo ultimo articolo pubblicato sul Corriere della Sera in occasione del suo 92esimo compleanno)
Fernanda Pivano (1917-2009) è stata un ponte con l’America quando l’Italia, tra il fascismo e la guerra, era rimasta fuori dal circuito culturale internazionale (Gore Vidal), scopritrice di nuovi talenti , promotrice della poesia, scritta e cantata.
Ecco un suo bel ritratto, scritto da Sergio Perosa e pubblicato sul Corriere della Sera del 19 agosto, per salutare una grande intellettuale del ’900 che ha insegnato il valore della letteratura come esperienza di vita, quello della persona che è tutt’uno con lo scrittore, comprendendo che dietro i testi più provocatori, urlati, eversivi e sofferti si celano l’inquietudine e le passioni della vita contemporanea.
Articoli correlati:
“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta” (Nico Orengo)
Meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita (Rita Levi Montalcini)
12 comments
Una goccia d’acqua.
Una goccia scivola pian piano lungo un filo d’erba e assorbe frammenti di luce. Fragile perla vibra ad ogni soffio e riflette colori cangianti. A volte svanisce lievemente per ricongiungersi ad un raggio di sole, a volte pesantemente precipita, nutrendo la terra.
Rapida è la sua corsa per crescere, lenta è l’attesa del suo destino. Calmo lo stato di apparente quiete, in cui accoglie la vita intorno che vi si specchia.
Cristallo sospeso nel suo eterno splendore, palpita.
E dolcemente incanta.
6 commentsProverbi di agosto.
![selfservice-bozzetto[1] selfservice-bozzetto[1]](http://www.skipblog.it/wp-content/uploads/2009/08/selfservice-bozzetto1.jpg)
Chi è in ferie in montagna, al mare o a casa continui a godersi pure il solleone e l’afa estiva. In lontananza ho intravisto qualche nuvola – spero- di finta pioggia e, pensando ai temporali estivi, ho scovato qualche detto.
Alla prima acqua d’agosto il caldo s’è riposto ( l’estate sta finendo…paraparaparaatazum- più avanti eh, che ho iniziato da poco le ferie comandate)
Alla prima acqua d’agosto, pover uomo ti conosco ( finiscono i bagordi vacanzieri per i fedifraghi/e concubini/e di “Agosto, moglie/marito mia/o non ti conosco” ? )
Alla prima acqua d’agosto cadon le mosche, quella che vi rimane morde come un cane (e allora perchè si chiama mosca cavallina ? )
La prima pioggia d’agosto fa fuggire pulci e mosche ( e dove esulano? ).
Ma in tutto questo fuggi fuggi generale, le fastidiose zanzare e gli acerrimi pappataci non tirano mai le cuoia?
11 comments
La magica notte delle stelle cadenti (notte di San Lorenzo)
Nella notte di San Lorenzo tra il 10 e l’11 agosto, e anche in quelle successive, sono particolarmente visibili le stelle cadenti dei desideri, note anche come lacrime di San Lorenzo che, donate dal santo al cielo durante il supplizio, ogni anno ricadono sulla terra.
E’ una notte magica in cui, come tanti, provo a scrutare nel buio in attesa di una scia luminosa che ricami il cielo. Di solito per pochi secondi il mio sguardo accompagna la stellina in caduta libera e un senso di infantile stupore mi incanta. Quando mi ricordo di esprimere il desiderio, la lucina argentata è già sparita. Provo ugualmente a formularlo, ma in fin dei conti mi basta averla salutata nel suo fugace passaggio.
Quest’anno no. È un anno diverso. Non sarà nemmeno necessario fissare il cielo. Sento che la mia stella è lì che aspetta. Si mostrerà cogliendomi di sorpresa. Per qualche attimo ci incontreremo; lei danzerà al ritmo delle note che riecheggiano dentro di me. Ha già ascoltato altre volte il mio desiderio, dettato dalla mente e dal cuore. Non sarà necessario ricordarglielo. Ci scambieremo due faville: una scintilla dei miei occhi perchè possa brillare più a lungo e darmi il tempo di raccogliere una sua stilla di speranza .
Articolo correlato:
Dedicato alle stelle .
6 comments
Pere ‘mbuttunate ( pere e’ Mast’ Antuono ripiene)
Le pere ‘mbuttunate sono un dolce sorrentino ( per la precisione metese) del mese di agosto perchè in questo periodo maturano le pere e’ Mast’ Antuono che sono piccole, tondeggianti, profumate, croccanti e quindi anche adatte per essere cucinate in zuppe, dolci e marmellate.
Questo dolce non si trova in vendita nelle pasticcerie, ma è perlopiù preparato in casa grazie a ricette tramandate di generazione in generazione per fare sopravvivere la tradizione gastronomica locale.
Ingredienti:
1,5 Kg di pere e’ Mast’ Antuono, non troppo mature ( sono un prodotto tipico della costiera sorrentina)
250 g di ricotta
200 g di zucchero
100 g di amaretti
200g di cioccolato fondente grattugiato
due bicchierini di marsala
acqua (due tazzine da caffè)
Volendo si possono aggiungere una manciata di pinoli e di cedro candito, oppure un po’ di crema.
Lavare e asciugare le pere, senza sbucciarle, svuotarle pian piano del torsolo e della polpa, dopo avere tagliato con un coltello la parte attaccata al picciolo che servirà da cappuccetto.
Amalgamare la ricotta con lo zucchero, gli amaretti sbriciolati e 100 g di cioccolato fondente e con questo composto riempire le pere. Coprirle col cappuccetto.
In un pentolino lasciar cuocere la polpa della frutta in un po’ d’acqua ( di due tazzine da caffè). Quando è ben fluida, filtrarla con un passaverdure e raccoglierne il succo. In una teglia o pirofila versare il succo di pera, aggiungervi due bicchierini di marsala. Adagiarvi le pere e cospargerle con i rimanenti 100g di cioccolato fondente .
Infornare a 200° per circa 40 minuti. Sono un ottimo dessert freddo.
Articoli correlati:
La pastiera
Gli struffoli
Sorprese di melanzane al cioccolato
6 comments
Il nocillo (nocino)
Sin dall’antichità in Campania si producevano noci, come risulta documentato da resti carbonizzati di noce, ritrovati nella Casa di Argo ad Ercolano, e dai dipinti della Villa dei Misteri a Pompei . Esse sono un prodotto tipico di Sorrento: a tutt’oggi in molti giardini o aranceti spicca un maestoso noce, oltre a una pianta di alloro. In passato si credeva che tagliarlo portasse male, sia perchè i frutti erano considerati una riserva alimentare preziosa per l’inverno, sia perchè l’albero assumeva un significato propiziatorio (la noce è simbolo di fecondità) o inerente l’ occulto (sui suoi rami si appollaiavano le streghe) .
Ancor oggi nella penisola sorrentina è diffusa l’usanza di preparare il nocino in casa nella notte di San Giovanni (24 giugno) o a fine giugno, quando le noci sono ancora tenere, acerbe, poco legnose e quindi aromatizzano l’ alcool. Questo liquore, dal sapore intenso e corposo, può essere centellinato a fine pasto come digestivo oppure se ne può versare qualche goccia fredda anche sul gelato alla crema o alla panna.
Ingredienti:
1 litro di alcool
13 noci verdi col mallo
13 chicchi di caffè tostato
13 chicchi di caffè crudo
un bastoncino di cannella
3-4 chiodi di garofano
una noce moscata
Pulire bene le noci col mallo e tagliarle in quarti. Schiacciare un po’ la noce moscata , servendosi di un martello, se necessario . Mettere tutti gli ingredienti in un barattolo di vetro, con una larga apertura, e chiudere bene con un coperchio. Lasciarlo all’aperto per 40 giorni e 40 notti, agitandolo un po’ di tanto in tanto. Si possono trovare varianti sulla conservazione del nocino. Alcuni dicono che debba macerare al buio. Per altri il nocino deve essere esposto all’aperto per catturare i raggi del sole di giorno e il chiarore lunare di notte, come diceva mia nonna.
Al termine dei 40 giorni filtrare più volte con garze sottili di lino finchè non ci sono più residui degli ingredienti. In alternativa al lino si può utilizzare un colino con il fondo a retina sottile, o foderato con un po’ di carta assorbente da cucina.
Ingredienti dello sciroppo .
mezzo litro di acqua
300g di zucchero
buccia sottile di un limone verde
Per addolcire e diluire il nocino, preparare lo sciroppo con mezzo litro di acqua , 300 grammi di zucchero e la buccia sottile di un limone verde. Versare gli ingredienti in un pentolino sul fuoco, mescolare per fare sciogliere lo zucchero nell’acqua e spegnere non appena inizia a bollire. Aggiungere lo sciroppo freddo al nocino. Imbottigliare e lasciar riposare per altri 40 giorni prima di gustarlo.
No comments
Un ariete così così.


































![VanGogh-starry_night_ballance1[1] VanGogh-starry_night_ballance1[1]](http://www.skipblog.it/wp-content/uploads/2009/08/VanGogh-starry_night_ballance111-300x239.jpg)

![Aries2[1] Aries2[1]](http://www.skipblog.it/wp-content/uploads/2009/08/Aries21-266x300.jpg)