Archive for October, 2009
‘O munaciello
‘O munaciello ( piccolo monaco) è uno spiritello irrequieto, irriverente e beffardo che si nasconde, appare o si fa solo sentire, ride e diverte, piange e immalinconisce. Un piccolo e bizzarro folletto che fa sparire oggetti o li fa cadere di mano, disturba il sonno del malcapitato o lo fa inciampare, inaridisce le piante, inacidisce il vino, spaventa gli animali, innervosisce i bambini, provoca sbalzi d’umore nelle fanciulle e pensieri vogliosi nel coniuge. Spesso è dispettoso come un bambino capriccioso, talvolta aiuta l’infelice o il bisognoso. Pare che abbia in simpatia le donne, le belle donne, alle quali lascia ricompense o regali. Animella vagante, triste e rabbiosa, divertita e spiritosa, è di buon augurio se indossa un cappuccio rosso, preannuncia mala sorte se invece ha un cappuccio nero.
Una schiera di creature misteriose, magiche e soprannaturali popola caverne, foreste, montagne, pianure, campi, stagni e fiumi nelle tante leggende europee e in quelle delle nostre regioni italiane ( in Puglia un personaggio simile è detto scazzambrèidde, a Potenza ‘u munaciedd,in Basilicata monacchicchi, in Calabria augurielli o fuddettu,in Sicilia spiritu ‘nfullettu,in Veneto mazacal,in Toscana linchetto, in Emilia Romagna barabanen, in Piemonte guebillon di los ma il monaciello, nelle Marche mazamuriello).
Il monaciello appartiene invece alla tradizione napoletana: la sua esistenza è stata tramandata tra storia e leggenda nel “Piccolo saggio del monaciello” di Matilde Serao che avverte “ il discernere cose vere dalle false, lo speculare quale sia la favola, quale verità, lo lascio e lo raccomando alla prudenza ed alla saggezza del lettore”.
La quale istoria fu così. Nell’anno 1445 dalla fruttifera Incarnazione, regnando Alfonso d’Aragona, una fanciulla a nome Caterina Frezza, figlia di un mercante di panni, si innamorò di un nobile garzone, Stefano Mariconda. E com’è usanza d’amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto e di rado fu vista coppia d’amanti egualmente innamorata e fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Mariconda contro Stefano – e la Catarinella, in casa sua, era con ogni sorta di tormenti dal padre e dai fratelli torturata. Ma per tanto e continuo dolore, che si può dire mangiassero veleno e bevessero lagrime, avevano ore di gioia inestimabile. A tarda notte, quando nei chiassuoli dei mercanti non compariva viandante veruno, Stefano Mariconda avvolto dal bruno mantello, che mai sempre protesse ladri ed amanti, penetrava in andito nero ed angusto, saliva per una scala fangosa e dirupata, dove era facile il pericolo della rottura del collo, si trovava sopra un tetto e di là scavalcando, terrazzo per terrazzo, con una sveltezza ed una sicurezza che amore rinforzava, arrivava sul terrazzino dove lo aspettava, tremante dalla paura, Catarinella Frezza. Lettor mio, se mai fremesti d’amore, immagina quei momenti e non chiederne descrizione alla debole penna. Ma in una notte profonda, quando più alle anime loro si schiudeva la celestiale beatitudine del paradiso, mani traditrici e borghesi afferrarono Stefano alle spalle, e togliendogli ogni difesa, dalla ferriata lo precipitarono nella via, mentre Catarinella gridando e torcendosi le braccia, s’aggrappava ai panni degli assassini. Il bel corpo di Stefano Maricorda giacque, orribilmente sfracellato, nella fetida via per una notte ed un giorno: fino a che lo raccolse di là la pietà dei parenti, dandogli onorata sepoltura. Ma invero fu quella morte ignobilmente violenta; e perché vi è dubbio sul destino di quell’anima, strappata dalla terra e mandata innanzi all’Eterno carica di peccati, e perché a gentiluomo non conviensi altra morte violenta che di spada.
La Catarinella fuggì di casa, pazza di dolore, e fu piamente ricoverata in un monastero di monachelle. In un giorno, quando ancora il tempo assegnato dalla ragion divina e dalla ragion medica non era scorso, ella dette alla luce un bimbo piccino piccino, pallido e dagli occhi sgomentati. Per pietà di quel piccolo essere, le suore lasciarono la madre a nutrirlo e curarlo. Ma col tempo che passava, non cresceva molto il bambino e la madre, cui rimaneva confitta nella mente la bella ed aitante persona di Stefano Maricorda, se ne crucciava. Le suore la consigliarono di votarsi alla Madonna perché desse una fiorente salute al bambino; ed ella votossi e fece indossare al bimbo un abito nero e bianco da piccolo monaco. Ma ben altro aveva disposto il Signore nella sua infinita saggezza e la Catarinella non s’ebbe la grazia chiesta.
Il figliuoletto suo, crescendo negli anni, non crebbe che pochissimo nel corpo e fu simile a quei graziosi nani di cui si allietano molte corti di sovrani potenti. Sibbene ella continuò a vestirlo da piccolo monaco; onde è che la gente chiamava in suo volgare il bambino; ‘o munaciello. Le monache lo amavano, ma la gente della via, ma i bottegai delle strade Armieri, Lanzieri, Cortellari, Taffettanari, Mercanti, si mostravano a dito il bambino troppo piccolo, dalla testa troppo grande e quasi mostruosa, dal volto terreo in cui gli occhi apparivano anche più grandi, anche più spaventati, dall’abituccio strano: e talvolta lo ingiuravano, come fa spesso la plebe contro persona debole ed inerme. Quando ‘o munaciello passava innanzi la bottega dei Frezza, zii e cugini uscivano sulla soglia e gli scagliavano le imprecazioni più orribili. Non è dato a me indagare quanto comprendesse ‘o munaciello degli sgarbi e delle disoneste parole che gli venivano dirette, ma è certo che egli riedeva alla madre triste e melanconico. A volte un lampo di collera gli balenava negli occhi e allora la madre lo faceva inginocchiare e gli dettava le sante parole dell’orazione. A poco a poco in quei bassi quartieri dove egli muoveva i passi, si divulgò la voce che ‘o munaciello avesse in sé qualche cosa di magico, di soprannaturale. Ad incontrarlo, la gente si segnava e mormorava parole di scongiuro. Quando ‘o munaciello portava il cappuccetto rosso che la madre gli aveva tagliato in un pezzetto di lana porpora, allora era buon augurio; ma quando il cappuccetto era nero, allora cattivo augurio. Ma come il cappuccetto rosso compariva molto raramente, ‘o munaciello era bestemmiato e maledetto.
Era lui che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l’acqua, lui che toccando i cani li faceva arrabbiare, lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane, lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli. Appena ‘o munaciello scantonava, a capo basso, con l’occhio diffidente e pauroso, correndo o nascondendosi fra la folla, un coro di maledizioni lo colpiva. Il fango della via gli scagliavano a insudiciargli la tonacella; le bucce delle frutte troppo mature lo ferivano nel volto. egli fuggiva, senza parlare, arrotando i denti, tormentato più dall’impotenza della piccola persona che dal villano insulto di quella borghesia. Catarinella Frezza era morta; non lo poteva consolar più. Le monache lo impiegavano ai minuti servizi dell’orto; ma, anche esse, a vederlo d’improvviso, in un corridoio, nella penombra, si sgomentavano come per apparizione diabolica. S’avvalorava il detto della faccia cupa del munaciello, dal non averlo mai visto in chiesa, dal trovarlo in tutti i luoghi a poca distanza di tempo. Finché una sera ‘o munaciello scomparve. Non mancò chi disse che il diavolo lo avesse portato via pei capelli, come è solito per ogni anima a lui venduta. Ma per fede onesta di cronista, mi è d’uopo aggiungere che furono molto sospettati, e forse non a torto, i Frezza d’aver malamente strangolato ‘o munaciello e gittatolo in una cloaca lì presso, da certe ossa piccine e da un teschio grande che vi fu trovato. Il discernere le cose vere dalle false, e lo speculare quale sia favola, quale verità, lascio e raccomando specialmente alla prudenza e saggezza del lettore.
Questa qui è la cronaca. Ma nulla è finito – soggiungo io, oscuro commentatore moderno – con la morte del munaciello. Anzitutto è ricominciato. La borghesia che vive nelle strade strette e buie e malinconicamente larghe senza orizzonte, che ignora l’alba, che ignora il tramonto, che ignora il mare, che non sa nulla del cielo, nulla della poesia, nulla dell’arte; questa borghesia che non conosce, che non conosce se stessa, quadrata, piatta, scialba, grassa, pesante, gonfia di vanità, gonfia di nullaggine; questa borghesia che non ha, non può avere, non avrà mai il dono celeste della fantasia, ha il suo folletto. Non è lo gnomo che danza sull’erba molle dei prati, non è lo spiritello che canta sulla riva del fiume; è il maligno folletto delle vecchie case di Napoli, è ‘o munaciello. Non abita i quartieri aristocratici di Chiaia, di S. Ferdinando, del Chiatamone, di Toledo; non abita i quartieri nuovi di Mergellina, Rione Amedeo, Corso Salvator Rosa, Capodimonte: la parte ariosa, luminosa, linda della città non gli appartiene. Ma per i vicoli che da Toledo portano giù, per le tetre vie dei Tribunali e della Sapienza, per la triste strada di Foria, per i quartieri cupi e bassi di Vicaria, Mercato, Porto e Pendino il folletto borghese estende l’incontrastato suo regno.
Dove è stato vivo, s’aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonacella nera, la pazienza di lana bianca ed il cappuccetto nero, lì ricomparve; nella medesima parvenza, pel terrore delle donne, dei fanciulli e degli uomini. Dove lo hanno fatto soffrire, anima sconosciuta e forse grande in un corpo rattrappito, debole e malaticcio, là egli ritorna, spirito malizioso e maligno, nel desiderio di una lunga e insaziabile vendetta. Egli si vendica epicamente, tormentando coloro che lo hanno tormentato. Chiedete ad un vecchio, ad una fanciulla, ad una madre, ad un uomo, ad un bambino se veramente questo munaciello esiste e scorrazza per le case, e vi faranno un brutto volto, come lo farebbero a chi offende la fede. Se volete sentirne delle storie, ne sentirete; se volete averne dei documenti autentici, ne avrete. Di tutto è capace il munaciello…
Quando la buona massaia trova la porta della dispensa spalancata, la vescica dello strutto sfondata, il vaso dell’olio riverso e il prosciutto addentato dalla gatta, è senza dubbio la malizia del munaciello che ha schiusa quella porta e scagionato il disastro. Quando alla serva sbadata cade di mano il vassoio ed i bicchieri vanno in mille pezzi, colui che l’ha fatta incespicare è proprio lui, lo spiritello impertinente; è lui che urta il gomito della fanciulla borghese che lavora all’uncinetto e le fa pungere il dito; è lui che fa traboccare il brodo dalla pentola ed il caffè dalla cogoma; è lui che fa inacidire il vino dalle bottiglie; è lui che dà la iettatura alle galline che ammiseriscono e muoiono; è lui che pianta il prezzemolo, fa ingiallire la maggiorana e rosicchia le radici del basilico. Se la vendita in bottega va male, se il superiore dell’uffizio fa una rimenata, se un matrimonio stabilito si disfà, se uno zio ricco muore lasciando tutto alla parrocchia, se al lotto vien fuori 34, 62, 87 invece di 35, 61,88, è la mano diabolica del folletto che ha preparato queste sventure grandi e piccole.
Quando il bambino grida, piange, non vuole andare a scuola, scalpita, corre, salta sui mobili, rompe i vetri e si graffia le ginocchia, è il munaciello che gli mette i diavoli in corpo; quando la fanciulla diventa pallida e rossa senza ragione, s’immalinconisce, sorride guardando le stelle, sospira guardando la luna, e piange nelle tranquille notti di autunno, è il munaciello che le guasta così la vita; quando il giovanotto compra cravatte irresistibili, mette il profumo nel fazzoletto, e si fa arricciare i capelli, rincasa a tarda notte, col volto pallido e stanco, gli occhi pieni di visioni, l’aspetto trasognato, è il munaciello che turba la sua esistenza; quando la moglie fedele si ferma a guardar troppo il profilo aquilino ed i mustacchi biondi del primo commesso di suo marito e, nelle fredde notti invernali, veglia con gli occhi aperti nel vuoto e le labbra che invano tentano mormorare la salvatrice Avemmaria, è il munaciello che la tenta, è il diavolo che ha preso la forma del munaciello, è il diavoletto che dà la marito il vago desiderio di dare un pizzicotto alla serva MariaFrancesca; è il folletto che fa cadere in convulsioni le zitellone. È il munaciello che scombussola la casa, disordina i mobili, turba i cuori, scompiglia le menti, empiendole di paura. È lui, lo spirito tormentato e tormentatore, che porta il tumulto nella sua tonacella nera, la rovina nel suo cappuccetto nero.
Ma la cronaca veridica lo dice, o buon lettore: quando il munaciello portava il cappuccetto rosso, al sua venuta era di buon augurio. È per questa sua strana mescolanza di bene e di male, di cattiveria e di bontà, che il munaciello è rispettato, temuto ed amato. È per questo che le fanciulle innamorate si mettono sotto la sua protezione perché non venga scoperto il gentile segreto; è per questo che le zitellone lo invocano a mezzanotte, fuori il balcone, per nove giorni, perché mandi loro il marito che si fa tanto aspettare; è per questo che il disperato giuocatore di lotto gli fa scongiuro tre volte, per averne i numeri sicuri; è per questo che i bambini gli parlano, dicendogli di portar loro i dolci e di balocchi che desiderano.
10 commentsLa casa dove il munaciello è apparso è guardata con diffidenza, ma non senza soddisfazione; la persona che, allucinata, ha visto il folletto, è guardata compassionevolamente, ma non senza invidia. Ma colei che lo ha visto – apparisce per lo più a fanciulle ed a bimbi – tiene per sé il prezioso segreto, forse apportatore di fortuna. Infine il folletto della leggenda rassomiglia al munaciello della cronaca napoletana: è, vale a dire, un’anima ignota, grande e sofferente in un corpo bizzarramente piccolo, in un abito stranamente piccolo, in un abito stranamente simbolico; un’anima umana, dolente e rabbiosa; un’anima che ha un pianto e fa piangere; che ha sorriso e fa sorridere; un bimbo che gli uomini hanno torturato ed ucciso come un uomo; un folletto che tormenta gli uomini come un bambino capriccioso, e li carezza, e li consola come un bambino ingenuo ed innocente.
Il canto vuole essere luce (Federico García Lorca)
Il canto vuole essere luce.
Nel buio il canto ha
fili di fosforo e luna.
La luce non sa cosa vuole.
Nei suoi contorni d’opale,
incontra se stessa
e va via.
(da Canzoni- Federico García Lorca)
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Dentro il frullo di cordicella
Dentro il frullo di cordicella
salta sveltissima mia sorella.
La cordicella le passa sotto
le passa attorno, giro perfetto
la cordicella le passa accanto
gabbietta d’aria, palla di vento
giro leggero di corda molle
tana lievissima di fune folle
salta sveltissima mia sorella
dentro il frullo di cordicella.
Roberto Piumini
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La porta rossa
Il rosso capta l’attenzione, ferma la corsa, espelle nel gioco,segnala neutralità e tregua per aiuti umanitari, richiede intervento immediato per imminente pericolo di vita.
Il rosso simboleggia l’amore romantico e quello carnale dei sensi che, come un vino corposo, inebriano e sfrenano, scaldano e suggellano legami. Indica un debito da pagare in denaro o già saldato col sangue del martirio , della Passione, della rivoluzione che cambiò la storia, di un toro che rincorre il drappo traditore. Il rosso stoppa e ammutolisce quando avvampa sulle guance per eccessiva timidezza e vergogna in cuori sensibili e preziosi come rubini .
Rosso è il fuoco che dà luce e calore, purifica o distrugge .
Rosso è il colore di una porta, simile ad altre, ma questa volta è proprio rossa. Mi siedo di fronte e, mentre aspetto che si schiuda, il suo rosso cinabro mi attrae. Segna un confine tra la vita normale e quella sospesa. E’ un varco che all’inizio si teme di oltrepassare. Incute soggezione. Lì davanti si perde ogni ruolo, ogni condizionamento, età, esperienza. L’anima si contrae nella sua nudità. Si veste di speranza mentre il corpo scompare sotto un camice verde per accedere al limbo. L’atmosfera ovattata della sala regala risposte alle vanità di tutti i giorni. Non è un mondo fatato ma lì si riesce a credere ad ogni benefico incantesimo e a trovare parole magicamente banali per distrarre e infrangere quella densità emotiva che paralizza. Poi l’anima si riveste dei soliti panni e, allontanandosi da quella frontiera, respira , s’allarga, si sente leggera e più forte. E ogni cosa è ridimensionata nei suoi colori e spessori, perché quella porta cambia prospettiva, recupera e filtra l’essenza della vita rendendola linearmente semplice e lieve.
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Chi si loda, s’imbroda.
Lode e lodi fanno ormai le mode. Il lodo Mondadori ha fatto discutere sin dagli albori e il bocciato lodo Alfano sta animando il panorama politico italiano. Chi infuria di qua, chi replica di là, tanti invocano la giustizia contro dei giudici nequizia. S’appellano alla democrazia e del popolo sovranità , che ci azzecchino tutti sti bla bla , opinion mia, c’entra solo il comune bene che è quello che più conviene. Ovunque una gran confusione che bistratta la nazione, la politica e l’economia fanno ingerenza e talvolta sconfinano nell’indecenza . E non si faccia del vittimismo cedendo a mediatico protagonismo, che non si parli di storici valori perché qui si tratta solo di affari. E mentre i due colossi si fanno battaglia come molossi, mi sono persa a convertire i 750 milioni di euri in lire, e il numero calcolato è talmente elaborato che non so tenerlo a mente se non pensando che in 50 vite non ne percepirei l’equivalente.
Nuova tempesta spira ,l’Alfano lodo è causa di funesta ira : intrighi, complotti, manipolazioni sono della bocciatura le vere ragioni. Così il cavaliere accusa, adducendo offensiva scusa. La miglior difesa è l’attacco, per non subire uno smacco, per aprirsi la strada in ogni contrada: questa è la strategia della rampante borghesia contro chicchessia. E pure Il buon San Giorgio viene da ingiurie coinvolto, e della Bindi umiliazioni ne sono altro risvolto di quella imperante rabbia che andrebbe soffocata sotto la sabbia. Si sa la lingua batte dove il dente duole, ma il cervello la comanda , solo se vuole. Tante cose sono oggetto di contrattazione, esclusi il buon senso e la buona educazione. Ma gli schierati accusano a spada tratta le alte cariche di fare al Premier sgambetto. Ce l’hanno tutti con lui e chi non è con lui, è contro di lui. Parole datate, di altri tempi, ma lo stesso spirto anima le menti. La sindrome anti cavaliere imperversa, più della porcella influenza sversa. È contagiosa , infettiva assai, spicca nei dissenzienti e diffusi lai. Non appena i sintomi si affievoliscono, nuovi ed infelici exploit ci intristiscono. Ha contagiato pure della Camera Presidente , che pare più democratico e a sinistra di tanti. Ma perché a destra si è schierato? Forse non si è ben lateralizzato . Mannaggia alla vecchia maestra che obbligava tutti i bimbi a scrivere con la destra. Forse è un mancino corretto, ma esser ambidestro, in politica, è un difetto. Tra un po’ brevetteranno una vaccinazione per cambiare gli equilibri sanciti dalla Costituzione. Non si capisce più chi debba giudicare, se ai giudici o ai politici spetti sentenziare. Verdetto i giudici facciano! Anche se scontentano quelli che poi contestano. Comunque la gente acconsenta o dissenta, è meglio che taccia, che altri al posto lor ci mettono la faccia. Non siamo all’altezza dei giochi di potere, meglio occuparsi di umili cose e chimere. Forse è meglio perché gli smodati toni delle lillipuziane altezze sono il chicchirichì che il gallo fa sopra le monnezze. Intanto faccio preventivamente scorta di bicarbonato perché una dura prova vedrà lo stomaco impegnato con l’ assaggio del Cavaliere pasta che potrebbe esser indigesta.
Poi ho pensato a cose più vere riguardante la questione maschile del potere, perpetrato dalla notte dei tempi quando l’uomo si procurava a caccia gli alimenti. L’atavico richiamo del comando, del senso di possesso, di essere vincente in ogni campo, compreso quello del sesso, l’ambita dominanza è non solo antica costumanza ma una maschil prerogativa, in area personale e in quella lavorativa in cui le donne sono ancor considerate un’utile e piacevole refurtiva . La donna ha le sue ambizioni, ma alla base è mossa da interiori motivazioni o dalla convenienza più che dalla potenza. Forse è soltanto un mio ingenuo o artificioso convincimento per spiegarmi tutto sto sconvolgimento. Ma ascoltando il Cavaliere , più di una Duracell inesauribile, di tempra e ostinazione ricaricabile, ossequiando la sua rispettabilissima età, mi pongo sta domanda qua. Cosa gli manca? Non di certo un conto in banca. Cosa aspetta a vivere serenamente in una bella villa e con bella gente? Di salute ne guadagnerebbe, di armoniosi affetti s’ addolcirebbe, senza temere travasi di bile potrebbe vivere in santa pace e con più stile.
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Ho visto Annozero, per ascoltare dal vivo la voce delle famose escòrt. Sì, volevo sentire le loro dichiarazioni, visto che da tempo tanti parlano e scrivono per loro . Io son tarda, in tanti sensi, ma finalmente ho capito che se la gentil pulzella è bella e ha un vestitino nero ed elegante, viene invitata a cena da tutte le parti. Non solo le offrono la cena, ma la prelevano, la scortano, le pagano la trasferta, ma soprattutto un gettone di bella presenza . Una sorta di generosa offerta . Che poi per alcune questo gettone sia di 500 euro o 1000 euri, forse dipende dall’ avvenenza della conviviale , dalla capacità di portare avanti un progetto progettato da riprogettare oppure dalla capacità di conversare a tavola. Essere polliglotta torna sempre utile, apre la comunicazione nelle alte sfere e pure a livello internazionale.
Certo che le escòrt hanno uno spiccato senso degli affari per essere così giovani. Chissà perché tutti si accaniscono e non le comprendono. Tutta invidia delle donne comuni, poco divinamente belle e divinizzate?
Le escòrt sono incantevoli lavoratrici dello spettacolo da harem , se non professioniste della grande distribuzione, imprenditrici di se stesse. Madame del volontariato sociale, espletatrici di un lavoro socialmente utile. Fanno compagnia a quei poverelli che, in pausa da impegni e responsabilità ad alto livello, si sentono soli e si accontentano di godere della loro innocente visione e leggiadria durante una serata, allietata da piacevoli e formali conversazioni.
Mentre ascoltavo le intervistate, appartenenti , come dichiarato, al “disinteressato” sistema del do ut des , notavo la loro silhouette, poco rispondente alle cene e cenette, ma soprattutto la loro impudica, dignitosamente rivendicata sincerità che, con la diplomatica maestria del “non dico ma faccio capire e rispondo”, dipingevano con eleganza la charme gentile e la generosità dei maschietti che le avevano invitate ed intrattenute. Pareva quasi che nell’esibizione televisiva si fossero ribaltati i ruoli in nome di una tacita solidarietà di lupi e lupacchiotte. Mi ha colpito molto la furbizia di tutti i personaggi di barattare piacere e potere in questa nuova tragicommedia. Ho immaginato che s’incrociavano, s’ingarbugliavano, s’annodavano nel gioco privato di vizi e virtù in un regale serraglio.
Ora aspetto che vi si rinchiudano dentro tutti e che qualcuno ne butti via la chiave.
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