Archive for February, 2010
Nel blu dipinto di blu
Ogni anno è la stessa storia. Il Festival di Sanremo è sempre preceduto da qualche pronostico e polemica, prima sugli ospiti e poi, in itinere, sui concorrenti ammessi o esclusi. Quest’anno la kermesse canora ha stupito non poco tra stonature, vocalizzi e magistrali interpretazioni.
“ Beati gli ultimi perché saranno i primi” ha ispirato il verdetto finale, provocando una standing ovation di protesta in galleria e la reazione dei professori d’orchestra. Confesso che sono rimasta incollata al televisore per seguire l’ultima serata del Festival , come non mi succedeva da anni. Ho tifato e volevo televotare gli insurrezionisti orchestrali che lanciavano gli spartiti e desideravano rendere pubblici i voti espressi a favore degli esclusi, che forse lasceranno qualche traccia nella storia della canzone italiana. Ho temuto un abbandono in massa del palco, con finale a sorpresa, a conferma del “ve la suonate e ve la cantate da soli”.
Tutto fa audience: la curiosità, la promozione e la condanna delle persone e dei personaggi che sul palcoscenico cantano l’ amore, le delusioni, i sogni di sempre, esibendosi in un repertorio di vita ed emozioni, che a volte si cristallizzano nella memoria dei nostri giorni, a volte si dissolvono nel nulla.
Io premio tutti i titoli delle canzoni della 60a Edizione del Festival di Sanremo con questo romantico collage.
Baby, non parlare più! Il mondo piange su questa panchina d’ Italia, amore mio.
I mesi sono aeroplani: come l’autunno è il linguaggio della resa per l’uomo che amava le donne. Buio e luce. Malamorenò. Credimi ancora, non mi dai pace. Meno male, ricomincio da qui. Jammo jà (andiamo)! Un attimo con te come la cometa di Halley oppure per tutta la vita. La verità non è una canzone ma dirsi che è normale la notte delle fate, dove non ci sono le ore.
I fantasmi di Teheran
Pietro Masturzo, fotografo indipendente, ha vinto il premio World Press Photo of the Year 2009 con questa foto dove si vedono alcune donne iraniane che, di notte, dai tetti di Teheran lanciano grida di indignazione contro il regime di Ahmadinejad.
Dopo la laurea in Scienze internazionali e diplomatiche, conseguita a Napoli, qualche anno fa Pietro ha deciso di fare il fotografo per raccontare ciò che lo spinge a viaggiare per il mondo. Si è formato facendo la gavetta: inizialmente ha frequentato stage presso l’Associated Press e corsi serali di fotogiornalismo organizzati dal Comune di Roma, poi ha collaborato con agenzie e giornali italiani, e nel 2009 ha vinto , come secondo classificato, il concorso Fotoleggendo. Nel mese di giugno è andato in Iran con giornalisti free lance per vedere e documentare come gli iraniani stavano vivendo quello che definivano un momento storico a trent’anni dalla rivoluzione islamica che, tra l’altro, coincideva con le elezioni presidenziali. Pietro sentiva di dover esserci. E’ stato arrestato per avere scattato foto per le strade. Rilasciato e costretto a stare in casa nei giorni degli scontri tra oppositori e sostenitori di Ahmadinejad, ha iniziato a salire sui tetti delle case, incuriosito dalle grida che partivano dall’alto. Lassù ha scoperto i fantasmi di Teheran, persone timorose di farsi riprendere dall’ obiettivo fotografico, che gli hanno spiegato che questa forma di protesta fu adottata già trent’anni fa contro lo Scià. Uomini e donne, che euforici avevano sfilato per le strade in occasione dell’Election Day confidando nella vittoria del moderato Mir-Hossein Moussawi , ora gridano sogni e speranze tradite, affidando al cielo urla di indignazione, di protesta, di lotta. World Press Photo ha premiato non solo fotografie tecnicamente meritevoli, ma anche in grado di esprimere messaggi sociali forti. Gli scatti di Pietro in Iran Day, Election Day, Roofs of Teheran rivelano il modo in cui gli iraniani stanno vivendo un disperato tentativo di non arrendersi, che la giuria ha definito l’inizio di una nuova e grande storia .
Anche le donne gridano dall’alto dei tetti. La protesta delle donne in Iran è stata forte e proprio alcune donne sono diventate tristi simboli del dissenso. Hanno fatto il giro del mondo i giovani volti di Neda Soltan, la studentessa uccisa il 20 giugno 2009 da un componente Basij durante una manifestazione di protesta per l’esito sospetto delle elezioni, e di Taraneh Mousavi rapita per essere seviziata e bruciata. Donne troppo belle ed emancipate per potere opporsi a un paese reazionario che da tre decenni ha riconosciuto l’apartheid tra i sessi, forme di violenza e abuso a discapito delle donne, subordinazione dei diritti civili della donna (possibilità di viaggiare, intrattenere relazioni sociali, partecipare ad attività sociali) al permesso del marito, padre o di altro uomo di famiglia, vendita delle donne islamiche e poligamia, negazione dei fondamentali diritti umani, pene capitali che prevedono tortura, frusta , lapidazione (Delara Darabi, la pittrice ventitreenne iraniana condannata all’impiccagione per un delitto di cui si era addossata al colpa a 17 anni, scosse l’opinione pubblica. Qui il manifesto di liberazione delle donne in Iran) .Immagini e storie diffuse anche grazie a Internet.
In questa fotografia altre donne fanno echeggiare la loro voce in un’atmosfera impalpabile, nell’apparente e calma quiete della notte, interrotta da un grido che fa presagire davvero l’inizio di una grande storia per le nuove generazioni, delle quali Pietro ha colto anche occhi grandi e scuri , a volte spaventati, a volte proiettati altrove con l’entusiasmo pre- elettorale, e abbracci solitari, ma tenaci, dell’ideale di libertà dall’oppressione che tanti iraniani desiderano vivere non più come una chimera.
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Non è facile conquistare l’ amicizia di un gatto.
Ieri era la Festa Nazionale del Gatto, celebrata con un bellissimo post e una galleria fotografica di gatti nel mitico blog Placida Signora. Alle mie belve di casa, che hanno adottato Skip vero stringendo con lui un’affettuosa amicizia da associazione a delinquere, allietata da allegre scorribande, avevo già dedicato qualche post. Oggi vorrei ricordare i tanti gatti coi quali sono vissuta sin da bambina, prima a casa di nonna e poi a casa mia.
Vediamo da dove posso cominciare questa lunga saga felina.
La Gegia era una gatta che non si può definire una bella gatta. Aveva un pelo di un nero che sfumava nel viola. Invece di miagolare gnaognalava con una voce straziante Era molto indipendente e incuteva soggezione coi suoi grandi occhi gialli che brillavano al buio. Secondo me incarnava qualche monaciello, perché compariva e scompariva all’improvviso. A quel tempo c’era pure Il Rosso, famoso non solo per le prodezze venatorie ma anche per l’abilità a saltare sulle maniglie ed aprire le porte. Suo compagno era Caribù, cosiddetto per la folta pelliccia invernale,bianca con chiazze a strisce. Era il tipico gatto sornione che finge di non vedere e non sentire. Un giorno si addormentò dentro il focolare della cucina, che fungeva da inceneritore, e ne schizzò fuori bruciacchiato quando la nonna vi accese un piccolo falò. Fortuna volle che i suoi miagolii la indussero ad aprire lo sportello evitando così di cuocere un gattò al forno.
Sandrino invece era un maestoso gattone dal pelo lungo. Amico inseparabile della nonna, sedeva sul tavolo tondo quando lei ricamava e pareva ascoltarla quando inscenava scherzosi dialoghi, chiamandolo Signor Gatto. Grazie a lui imparai molto presto a fare la spesa, perché la nonna non gli faceva mai mancare papponi di riso e alici.
Molto più tardi arrivò Biòs (vita), una dolce micetta bianca. Fu chiamata così perché sottratta da mia zia al regno dei morti del cimitero. In verità era molto viva perché ben presto sfornò tre mici. In contemporanea il destino portò Bissi Bissi ,un micino bianco e nero che io e mia cugina estraemmo da un bidone della spazzatura, incuriosite dai suoi flebili lamenti. Temendo di portarlo a casa della nonna, già popolata di gatti, spesso abbandonati da ignoti sul portone di casa , lo nascosi in un deposito del giardino. Quando mia zia usciva per andare al lavoro, io andavo in giardino e gli somministravo latte diluito col contagocce. Il micetto poi imparò a camminare , seguendomi ovunque. Quando rientravo in casa, lo lasciavo nel deposito. Ma i piccoli mici crescono e quindi iniziò ad esplorare i dintorni, venendo allo scoperto. Io e mia cugina confessammo l’accaduto e mia zia, apprezzando il nobile gesto, lo accolse nella tribù felina. Una volta tornò col pelo non più bianco,ma sporco e unto di grassa fuliggine, perché forse era andato a dormire su una caldaia. Così pensai bene di lavarlo. Lo pulii con estrema cautela per timore di un’artigliata, inizialmente con una spugna inumidita, poi osai immergerlo in una bacinella , piena di acqua e bagnoschiuma. È stato l’unico gatto di mia conoscenza, che non solo amava fare il bagno ma anche essere asciugato col phon.
Rugiò ( si legge alla francese , ora lo scrivo Rougeau) , come rivela il suo nome, era un gatto rosso. Una mattina vidi tre gatti rossi, allineati su un pergolato . Le tre civette di Ambarabàciccicoccò mi richiamano quell’immagine. Per due giorni la zia pensò che avessi le traveggole perché parlavo continuamente di statuari gatti sul pergolato che lei non riusciva a vedere. Finalmente al terzo giorno i tre compari si degnarono di farsi scorgere e fu salva la mia reputazione. Le tre anime rosse erano state abbandonate nel giardino da una signora che si era trasferita in un’altra città. Rougeau pian piano si fece accarezzare ed arrivò in casa. Dopo un iniziale assedio alla Maina, un merlo indiano che in seguito ai miei lunghi tentativi di addestramento riuscì a pronunciare “Maina”, “Marì” ( che soddisfazione! Ma giuro che le parlavo in italiano doc) e Ciccià ( nome del cane), Rougeau si mise l’anima in pace e desistette dalle voraci ambizioni. Imparò presto a coricarsi per terra, ad allungare le zampe per aprire un mobile basso della cucina e a rovesciare la scatola dei croccantini.
Romeo era invece uno dei tre figli di Biòs. Per un paio di anni si comportò come un indolente gattone domestico, fino a quando madre natura lo portò a scoprire il seducente mondo delle gatte e si inselvatichì. Divenne il boss del rione e cambiò pure voce. Che potere hanno le gatte morte innamorate! La voce roca ben si addiceva allo sfregio sotto l’occhio e all’ orecchia mozza, forse trofei di duelli notturni con qualche rivale in amore. A volte lo incontravo per strada e lo chiamavo. Si avvicinava ma non si lasciava più accarezzare. Ne perdemmo le tracce, ma lo ricordiamo sempre con ammirazione per la conquistata libertà di gatto randagio.
Dei gatti della casa della nonna è sopravvissuto Fusarello che gode ancora di ottima salute. Un giorno nascose una biscia viva in un cesto. Di sera andò a scovarla e scatenò un putiferio e un fuggi fuggi generale, simile a quello causato dalla fuiuta del capitone dalle vasche delle pescherie nel periodo natalizio. Un suo fratello, Gri Gri, detto Capucchione, è venuto a mancare poco tempo fa. Un gatto strano. Era talmente timido che stava sempre nascosto dietro una cristalliera. Si lasciava prendere ed accarezzare solo dalla zia. Col tempo imparò a vincere la timidezza e a volte entrava pure in cappella e ascoltava (?) la messa. Un giorno si ammalò e mia cugina lo portò dal veterinario. Un’altra zia, trovandolo addormentato, pensò che fosse morto e così lo seppellì in giardino. In verità l’ignaro Capucchione era sotto l’effetto dell’anestesia e mia cugina corse a salvarlo. Dopo la drammatica, non voluta esperienza, il redivivo visse ancora, felice e contento a conferma del detto che a volte si può “ nascere sotto una buona stella”.
Quando con la mia famiglia mi trasferii in Liguria, continuai a coltivare il mio feeling felino. Un’unica e selvatica gatta randagia approdò nel giardino di casa e da lei ebbe origine una lunga discendenza.
Ogni giorno Mamma Gatta si avvicinava al balcone della cucina in cerca di qualcosa da mangiare. Ogni sera la aspettavamo e ci impensierivamo se tardava a venire. A lei devo la più naturale lezione di educazione sessuale perché un pomeriggio , sentendola miagolare in modo strano, la vidi mentre partoriva un micetto. Grazie a lei capii che i gatti nascono dal culetto, mentre i bambini continuavano a nascere dalla pancia della mamma, perché gli umani non sono gatti. Beata ingenuità dei miei dieci anni che mi faceva immaginare una straordinaria dilatazione dell’ombelico dal quale uscivano i bebè. Non riuscivo a spiegarmi altrimenti l’utilità di quel buco che i gatti non avevano.
Mamma gatta non tornò più, quindi adottammo i suoi cuccioli. Pallino diventò il raìs del rione. Lo inseguivo quando afferrava per la collottola i micini appena nati, cercando di avere per sé le attenzioni di mamma gatta. Un chiaro esempio di sciovinismo ed egoismo felino. Suo fratello, detto il Grigio, era molto diverso. Aveva un pelo vellutato, color grigio scuro, e grandi occhi giallo-verdi, come il più aristocratico certosino, e soffriva invece di crisi di identità. Divenne l’ inseparabile amico del mio bassotto Dusky. Di sera lo aspettava sullo zerbino del portone e, camminandogli a fianco, se ne andava a dormire con lui nella cuccia. Poi dicono “ cani e gatti…”
Celestina invece era una gattina dolcemente timorosa e molto silenziosa. Mia madre aveva un debole per lei e le parlava di nascosto. Alle 17. 30 Celestina si sedeva sulla scala esterna e aspettava mio padre che rientrava dal lavoro. Riconosceva il clacson dell’auto e gli andava incontro, come fanno i cani. Poi lo seguiva fin sull’uscio di casa. Forse capiva che a breve avremmo cenato e le avremmo dato da mangiare. Chissà! Delle prodezze feline di quegli anni ricordo un’insolita seduta di gatti in semicerchio. Sembravano ipnotizzati, quasi cementati per terra. All’interno dell’ assembramento c’era un riccio. Sì un porcospino ben avvoltolato, che era sconfinato nel mio giardino. Poveretto! Era circondato da una schiera di curiosi cacciatori che ci omaggiavano un giorno sì e uno no di cadaveriche prede ( uccellini, lucertole, insetti, gusci di uova, topolini, a volte pure qualche biscia). Dopo un quarto d’ora di silenzioso appostamento, l’incauto riccio osò fare spuntare il naso. I gatti , sempre seduti, concentrati fissavano la nuova vittima. Non appena il riccio tirò fuori la testa, Celestina con un balzo gli si avventò sopra rimbalzando subito all’indietro, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. Liberai la povera bestiola dall’assedio e la riportai nella pineta confinante col giardino.
I gatti sono sempre stati i miei compagni di gioco e stavo ore intere a osservarli, cercando di decifrare il linguaggio della coda e delle orecchie e tentando di imitare i loro miagolii. Circa dieci anni fa ho deciso di adottarne due, Tigro e Gri Gri. Pure il consorte ha vinto l’iniziale diffidenza e ha imparato a parlottare coi gatti. Mio figlio non va a dormire se prima non ha salutato Gri Gri, che poi quatta quatta si appallottola ai suoi piedi. Che dire? Fanno ormai parte della famiglia, trasmettono affetto, ci si rispecchia un po’ in loro, si acquattano nel trolley quando captano immediate partenze, ci vengono incontro quando rientriamo a casa, ci fanno compagnia con la loro silenziosa presenza, ci coccolano con le fusa e ci logorano con miagolii insistenti. Ma quando si nascondono, ci mancano.
I gatti sono regalmente eleganti, misteriosi ed istintivi; scelgono chi amare e non dipendono da nessuno. Sono semplici nei loro bisogni primari ma eternamente cuccioli nell’ entusiasmo e curiosità, affascinanti quando ci osservano e sembrano capire. Interlocutori attenti, muti eppur presenti, abitudinari ma non facilmente addomesticabili .
Un gatto è un gentiluomo. Sotto quel pelo morbido si trova ancora uno degli spiriti più liberi del mondo ( Eric Gurney ) perché Non è facile conquistare l’ amicizia di un gatto. Vi concederà la sua amicizia se mostrerete di meritarne l’ onore, ma non sarà mai il vostro schiavo. (Théophile Gautier).
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1° Concorso di poesia “Ermes” – Chiusura fase preliminare
Le poesie selezionate dalla giuria, in base alla correttezza formale e alla pertinenza al tema della speranza, sono 16. Risultano quindi ammesse alla semifinale del 1° Concorso di Poesia “Ermes”.
Ora tocca a voi, cari lettori! Potete votare due poesie, esprimendo un voto da 6 a 10 con un commento nel blog “Poesie in vetrina” di Stella. Le due poesie accederanno alla finale insieme ad altre tre, scelte dalla giuria.
Qui potete leggerle ed esprimere le vostre preferenze.
Buona lettura e grazie a tutti coloro che hanno partecipato.
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Pizza di Carnevale
La pizza di Carnevale appartiene alla tradizione gastronomica sorrentina e si prepara nel periodo di Carnevale. È un piatto molto sostanzioso che prevede l’uso di ricotta, ma preferisco non usarla e aggiungere più uova e uvetta per ottenere un sapore agrodolce.
Ingredienti.
400 g di salsiccia
metà caciocavallo fresco, oppure 600 g di mozzarella o provola
5 uova
50 g di parmigiano grattugiato
uvetta passa
pasta sfoglia surgelata
Preparazione.
Ammorbidire una manciata di uvetta in una tazza d’acqua.
Dopo aver tolto il budello, spezzettare e cuocere la salsiccia in padella ed infine lasciarla raffreddare. Tagliare a dadini il caciocavallo fresco, in alternativa la mozzarella ben sgocciolata o la provola. Sbattere a parte e a lungo le uova. In una terrina versare la salsiccia, aggiungere il formaggio, l’uvetta ben strizzata, le uova sbattute e il parmigiano. Mescolare lentamente e lasciare riposare il composto ottenuto perché si amalgamino i sapori. Foderare con la pasta sfoglia una teglia leggermente imburrata (uso quella di circa 30 cm di diametro), versarvi il ripieno livellando bene, coprire con altra pasta sfoglia. Punzecchiare la superficie e bagnarla con un filo di olio. Cuocere in forno a 180° C per circa un’ora. Lasciare intiepidire.
Si può servire come piatto unico o con un contorno di verdure cotte o grigliate.
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La città dell’amore
Tanti sono i miti sulle origini di Napoli. Antiche leggende narrano delle sirene Leucosia, Ligeia e Partenope che dimoravano nell’arcipelago delle Sirenuse (oggi detto Li Galli), e stregavano con dolci parole i naviganti che, beatamente sedotti nel cuore e nell’intelletto – ahimè- poi naufragavano contro gli scogli. Si narra che in primavera la sirena Partenope emergesse dalle acque del Golfo di Napoli per salutare con canti di gioia le genti della costa. Le sirene furono però sconfitte da Ulisse, al quale avevano promesso di rivelare i segreti della conoscenza di ciò che sarebbe avvenuto in ogni tempo e luogo della terra. L’eroe, legato all’albero della nave, dopo aver furbamente turato con la cera le orecchie dei suoi marinai, invano cercò di svincolarsi dalle corde per cedere alle dolci lusinghe. Poiché non erano immortali ma vivevano finchè riuscivano ad incantare, le semidivine sirene si uccisero, gettandosi nel mare dall’alto delle isole. Il corpo di Partenope fu portato tra gli scogli di Megaride, dove sorse il primo insediamento di quella che sarebbe poi diventata Napoli.
Invece , secondo Licofrone e Stazio, Apollo guidò col volo di una colomba fino al golfo di Napoli la bellissima Partenope, figlia di Eumelo re di Tessaglia.La fanciulla sbarcò con le sue genti a Baia, qui vi morì e fu sepolta. I Cumani, decimati da una feroce pestilenza, per consiglio di Apollo raggiunsero il sepolcro di Partenope e lì iniziarono a edificare una nuova città, detta appunto Partenope, ove vissero tranquilli e prosperarono per molti anni. In seguito a litigi tra i cittadini, il giovane e ricco Tiberio Iulio Tarso, fondò un’altra città poco lontano, sotto le falde del monte Falerno, nella zona oggi detta di sant’Eframo. La chiamò Neapolis, città nuova, e vi fece costruire un grande tempio in onore di Apollo. Pian piano Neapolis si estese, mentre il nome Partenope cadde in disuso e fu soppiantato da Paleopoli (antica città) , finchè poi la città fu definitivamente chiamata soltanto Neapolis ( da “Leggende e racconti popolari di Napoli” di Angela Matassa)
In “Leggende napoletane” la grande Matilde Serao ha scritto “La città dell’amore” ove la mitica Parthenope bella come una dea, forte dell’amore per Cimone “Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre… non è morta … Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare… Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore.
Napoli è la città dell’amore.”
Una bella leggenda dedicata all’Amore, che da una dimensione naturalmente umana assume il carattere universale ed eterno della più bella delle civiltà, quello dello spirito innamorato.
Una pagina di letteratura italiana che suscita sempre profonde emozioni.
“Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito.
Lassù una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di strani deliri della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive in un sogno che è vita. Lassù i solitari e tristi piaceri della immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo creato. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio ed il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell’anima, inebbriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel misticismo che è il massimo punto divino a cui può giungere un’esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell’amore. Le nostre leggende sono l’amore. E Napoli è stata creata dall’amore.
Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l’immagine della forte e vigorosa bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dello Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sbattere il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s’incavernavano sotto la roccia, scavandola a poco, a poco. L’anima cominciava per immergersi in un pensiero; oltre quel mare, lontano lontano, dove l’orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l’ignoto, il mirabile, l’indefinibile. In questo pensiero la fantasia si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo e di potere stringere nel suo immenso amplesso tutto il mondo. Ma presto questi sogni svaniscono. Ora ella ama Cimone, con l’unico possente, imperante amore della fanciulla, che si trasforma in donna.
Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all’amata:
– Parthenope, vuoi tu seguirmi?
– Partiamo, amore.
– Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole egli per tuo sposo e suo figliolo. Ami tu Eumeo?
– Amo te, Cimone.
– Lode a Venere santa e grazie a te, suo figliola! Pensa dunque quale nero incubo sarebbe la vita, divisi, lontani – e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?
– Io sono la tua schiava, amore.
– Pensa: dimenticare la faccia di tuo padre, cancellare dal tuo volto il bacio delle sorelle, fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto…
– Partiamo, Cimone.
– Partire, o dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una via ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno; affidarsi ai flutti, sempre nemici degli amanti; partire per andare lontano, molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno l’inverno, dove il pallido sole si fascia di nuvole, dove l’uomo non ama l’uomo, dove non sono giardini, non sono rose, non sono templi…
Ma nei grandi occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile e nella sua voce armoniosa vibra la passione:
– Io t’amo – ella dice – partiamo.
Sono mille anni che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora.
Da mille anni attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate. Quando i due amanti giungono al lido divino un sussulto di gioia fa fremere la terra, la terra nata per l’amore, che senza amore è destinata a perire, abbruciata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l’amore. Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l’uno all’altra, essi hanno portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima, eternamente fiorita di Poggioreale, alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne che rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle vallate profonde che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno amato. Nelle stellate notti di estate, Parthenope si è distesa sull’arena del lido fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne’ tramonti di porpora dell’autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in essi più vivo l’amore; nelle brevi e belle giornate invernali hanno sorriso senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto bonario ed ha cantata loro la canzoncina d’amore, la natura leale non ha avuto agguati per essi; sugli azzurri orizzonti ha spiccato il profilo bellissimo della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo, un palpito ha loro risposto e fra l’uomo e la natura si è affermato il profondo, l’invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza, attendeva Parthenope e Cimone; ricca, ma solitaria, ricca, ma mortale, ricca, ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.
Ma il destino non è compito ancora. Più alto scopo ha l’amore di Parthenope. Ecco: dalla Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle e amici e parenti che vennero a ritrovarla; ecco: sino al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la voce misteriosa di una plaga felice dove nella bella festa dei fiori e dei frutti, nella dolcezza profumata dell’aria, trascorre beatissime la vita. Sulle fragili imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i loro figliuoli, le immagini degli dèi, gli averi, le comuni risorse; alla capanna del pastore sorge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva arte dell’agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull’altura, il villaggio a grado a grado guadagna la pianura; un’altra colonia se ne va sopra un’altra collina ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica delle mura, cui tutti concorrono, rinserra poco a poco nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope. Lei volle la città. Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina umana e clemente, da lei si appella la città; da lei la legge, da lei il costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi sorgono a dèe, invocate protettrici della città: Cerere e Venere. Ivi si prega, ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell’olibano. Una pace profonda e costante è nel popolo su cui regna Parthenope; ed il lavorio operoso dell’uomo non è che una leggiera spinta alla natura benigna.
La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore efficace, fervido, onnipossente è l’ambiente vivificante della nuova città. Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dello Ionio, l’anima sua si assorbisce in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l’indefinibile, ecco, è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga, si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi le pare di toccare il cielo col capo e di stringere il mondo in un immenso amplesso.
Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull’altura di San Giovanni Maggiore, dove allora il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte. Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare. Quando nelle giornate d’aprile un’aura calda c’inonda di benessere è il suo alito soave: quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate; è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci, indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i suoi baci; quando un fruscio di abiti ci fa fremere al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull’arena, è il suo piede leggiero che sorvola; quando di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.”
(“La città dell’amore” da “Leggende Napoletane” di Matilde Serao)
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Quando il gioco virtuale sdogana la devianza
La cronaca riporta di frequente fatti truci, di fronte ai quali spesso e volentieri si reagisce verbalmente, invocando la legge del taglione, soprattutto nel caso di delitti a discapito di bambini, donne, anziani, persone che reputiamo più deboli ed indifese.
“Ma dal linguaggio solitamente non passiamo all’azione. A fermarci non è tanto l’uso della ragione, già messa fuori gioco dall’odio, ma dalla dimensione sentimentale che registra la differenza tra il bene e il male, tra la gravità di un’azione e la sua irrilevanza.
Questa dimensione antecede persino i sentimenti di amore e di odio con cui conduciamo la nostra vita emotiva. Ed è grazie alla dimensione sentimentale che impediamo al nostro amore di soffocare e al nostro odio di uccidere. Ma quando questa dimensione non c’è? Quando nessuna risonanza emotiva avverte il nostro cuore della differenza tra un gesto innocuo e un gesto truce? Allora siamo nella psicopatia. Un termine coniato nell’Ottocento per designare una psiche apatica, incapace di registrare, a livello emotivo, la differenza tra ciò che è consentito e ciò che è aberrante, tra un’azione senza conseguenze e un’azione irreparabile. Una psiche priva di quella risonanza emotiva che ciascuno di noi registra quando compie un’azione, dice o ascolta una parola.
Eh sì, perché la psiche non è una dote naturale che uno possiede per il solo fatto di essere nato e cresciuto. La psiche è quel qualcosa che si forma attraverso quel veicolo, così spesso trascurato,che è il sentimento. Ora capita spesso che ai bambini insegniamo a mangiare, a dormire, a parlare. Ammiriamo i loro sprazzi di intelligenza, le loro intuizioni, ma poco ci curiamo delle qualità del sentimento che in loro si forma e talvolta, a nostra insaputa, non si forma.
Il sentimento è quell’organo che ci consente di distinguere cos’è bene e cos’è male…
I bambini di oggi sono sottoposti a troppi stimoli che la loro psiche infantile non è in grado di elaborare. Stimoli scolastici, stimoli televisivi, processi accelerati di adultismo, mille attività in cui sono impegnati, eserciti di baby sitter a cui sono affidati, in un deserto di comunicazione dove passano solo ordini, insofferenza, poco ascolto, scarsissima attenzione a quel che nella loro interiorità vanno elaborando.
Quando gli stimoli sono eccessivi rispetto alla capacità di elaborarli, al bambino restano solo due possibilità: andare in angoscia o appiattire la propria psiche in modo che gli stimoli non abbiano più alcuna risonanza. In questo secondo caso siamo alla psicopatia, all’apatia della psiche che più non elabora e più non evolve, perché più non “sente”
L’appiattimento del sentimento solitamente non è avvertito, perché l’intelligenza non subisce alcun ritardo. Anzi , si sviluppa con una lucidità impressionante, perché non è turbata da interferenze emotive, come tutti noi possiamo constatare quando di fronte ad una prova, quale può essere una prova d’esame, le nostre prestazioni sono sempre inferiori alla nostra preparazione, per via dell’interferenza dell’emozione.”
Gli psicopatici spesso compiono delitti efferati e sembrano non provano né pentimenti né ripensamenti, né senso di colpa.
“I giudici spesso accertano la loro capacità di intendere e di volere, che spesso funziona benissimo, Bisognerebbe però anche valutare la loro capacità di “sentire”.E qui si scoprirebbe la radice di certe condotte che risultano aberranti a noi tutti che viviamo sostenuti dal nostro sentimento, ma che non acquistano alcuna rilevanza per chi il sentimento non l’ha mai conosciuto, perché a suo tempo non è stato raccolto, ascoltato, coltivato.
Gli psicopatici sono un caso limite dell’umano, ma la psicopatia come tonalità dell’anima a bassa emotività e a scarso sentimento è qualcosa che si va diffondendo tra giovani di oggi che, nella loro crescita, acquisiscono valori di intelligenza, prestazione, efficienza, arrivismo, quando non addirittura cinismo, nel silenzio del cuore. E quando il cuore tace e più non registra le cadenze del sentimento, il terribile è già accaduto, anche se non approda ad una strage.
Illustrare questi casi è opportuno, non per sollecitare la nostra curiosità morbosa, ma per capire dove può arrivare la nostra condotta quando non è accompagnata dal sentimento, e quindi richiamare l’attenzione sui processi di crescita dei nostri figli, onde evitare che l’intelligenza si sviluppi disancorata dal sentimento e diventi intelligenza lucida, fredda, cinica e potenzialmente distruttiva.”
(da “I miti del nostro tempo” di Umberto Galimberti -Cap 5 Il mito dell’ intelligenza: La capacità di “intendere e di volere”)
Perché tutto questo? Perché di recente, da La Stampa, sono venuta a conoscenza di una notizia che mi ha lasciato allibita con la sensazione che il mondo giri al contrario.Ho ripreso testualmente le parole del professore Galimberti , una risposta chiara ed esauriente per i difensori nostrani di un videogame giapponese, risalente al 2006 e ritirato dal commercio ma reperibile in rete , in cui si agisce per molestare e stuprare ripetutamente madre e figlie minorenni, “procacemente tentatrici” e modificabili a proprio piacimento, atte a soddisfare le voglie virtuali del maniaco di turno, che vince in base al numero delle vittime solo se riesce a costringerle all’aborto. Altrimenti finisce sotto un treno. Secondo la logica violenta del gioco mi sarei aspettata per lui una punizione finale, ispirata alla legge del taglione.
Di una cosa simile ne avevo parlato tempo fa, condannando videogiochi coi quali si torturavano le vittime. Concordo quando si contestano immagini violente, raccapriccianti o di pessimo gusto propinate dalla televisione per dovere di cronaca o per fare audience, che inducono ad una sorta di assuefazione a scene del genere che, se turbano o attivano la risonanza emotiva dell’adulto su realtà tristemente esistenti, non sempre sortiscono lo stesso effetto nei piccoli.
Lasciano però perplessi i commenti in difesa di questi giochi, ritenuti innocui in quanto inscenano una finzione appartenente al mondo virtuale . Esistono anche giochi di guerra e di corse d’auto che mietono vittime, che possono ritenersi “innocui” o valvole di scarico per chi è in grado di distinguere il reale dal virtuale, tra ciò che è possibile o non è possibile. Non li condivido, ma con questo videogame mi pare che si sia superato ogni limite in un tentativo di autoassoluzione da devianze. Se in un gioco di guerra si mette in atto una strategia di attacco e di difesa, in questo caso le donne non possono reagire, se non supplicando il maniaco. Il videogame non si subisce come un film porno. Qui si agisce virtualmente perché si realizzi un qualcosa. Di eccitante? Costringere all’aborto, una vittima di violenza, per quanto virtuale possa essere, è una conquista da sancire una vittoria? Coinvolgere i passanti nella condivisione delle vittime, come risulta dalla versione più aggiornata del videogame, c’ è divertimento o violenza?
Si giustifica dicendo che in Giappone c’è una bassa percentuale di stupri o forse , più semplicemente, sono una vergogna ancora nascosta. I giapponesi hanno molto il senso dell’onore e della disciplina, impartiscono un’educazione severa ( i regolamenti scolastici sono rigorosissimi), ma hanno una concezione della donna molto lontana da quella occidentale, improntata alle pari opportunità. Di sicuro sia qui che in Giappone, tollerando questi videogames, si continua a diffondere mancanza di rispetto per le donne in nome dell’ innato senso di possesso e potere maschile, si promuovono stereotipi e pregiudizi sociali senza cogliere la differenza di genere come valore in un’ottica di reciprocità, creando, a mio avviso, ulteriori frustrazioni quando nel reale ci si dovrà confrontare con donne che poco rispondono ai modelli immaginati e virtualmente desiderati. Ulteriore caso di diseducazione che conferma la dipendenza degli uomini dallo spettro dell’impotenza , che nell’immaginario maschile è percepita come uno degli handicap più gravi.Penso che non si debba nemmeno tacere per evitare di reclamizzare il gioco.Forse occorre di più parlarne e riflettere.
Il testo del prof. Galimberti dovrebbe essere letto nelle scuole. Altro che moralismi!
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L’amore della libertà è amore degli altri; l’amore del potere è amore di se stessi .
Come eravamo… a Carnevale

Da bambina mi travestivo sempre da pellerossa , armandomi di scudo e pugnale rigorosamente finti, per rivendicare con i cugini e mia sorella l’appartenenza alla Tribù dei Piedi Scalzi e la libertà, almeno a Carnevale, di urlare, correre a piedi nudi nel giardino e dipingermi il viso col rossetto e tappi di sughero bruciati. Negli anni dell’adolescenza, in cui ero piuttosto disorientata sui miei naturali cambiamenti e sul mio futuro da grande, abbandonai l’usanza del travestimento, per non complicarmi ulteriormente la vita col dilemma di un’identità carnevalesca. Ormai ventenne, apparentemente con le idee più chiare, iniziai ad accettare inviti a feste in maschera, pur non sapendo assolutamente come fare. Non potendo permettermi di noleggiare un costume, decisi di confezionarli con ciò che trovavo negli armadi e con l’aiuto di una zia che sapeva cucire. La prima volta indossai una giacchetta di raso rossa, ottenuta in prestito, pantaloni e top nero. Un cilindro o bombetta, il trucco e le pailettes mi aiutarono a fare la mia sporca figura. L’anno successivo ero piuttosto agguerrita e quindi mi vestii da rivoluzionario francese, con tanto di mantello e tricorno nero, camicia extralarge bianca e stivali fuori dai pantaloni. Il cerone bianco mi dava un’aria esageratamente pallida, se non funerea, ma anche misteriosamente tenebrosa . La terza volta mi improvvisai esploratrice in Africa: riciclai pantaloni estivi e sahariana beige, i soliti stivali e, dopo una supplica di giorni, riuscii ad indossare l’originale cappello da esploratore inglese appartenuto a nonsochi e scovato in uno dei tanti armadi della nonna. Ma non ci fu verso di completare il travestimento portando a spasso il fucile del nonno.
Sono poi balzata ai Carnevali dei miei figli. Trasformai la primogenita in una paffuta Paperina dal becco arancione e candide piumotte, e più tardi in una tenera Primavera finchè, ormai in grado di intendere e volere almeno un costume carnevalesco, lei ne scelse uno da zebra. Sì, proprio da zebra, e lo indossò per un bel po’di anni. Anche quando divenne troppo piccolo, ne reclamò un altro che dovetti far cucire di proposito. Sin da piccola preannunciava lo spirito di tifosa giuventina e un’autostima altalenante dalle stelle alle stalle, dal bianco al nero senza sfumature intermedie.
Il secondogenito, dopo una breve parentesi da Peter Pan, fedele sempre fu, taratan zambù, all’Uomo Ragno. In tutto. Non solo nelle collezioni di pupazzetti e figurine, ma soprattutto nell’abilità ad arrampicarsi dappertutto. Imparò presto, ancor prima di camminare, a scalare tutto ciò che poteva pregiudicare la sua incolumità. Il suo esordio fu sul tavolo con le rotelle, poi prudentemente smontate per evitare che slittasse nella cristalliera di fronte, per dare l’arrembaggio al porta bon bon che regalmente vi trionfava. In seguito passò alle sbarre del lettino che scavalcava di notte in cerca dei ghinghin , cioè i tre ciucciotti che misteriosamente sfuggivano dalla barriera dei paracolpi. Ancor oggi ricorda la conquista della vetta del pitosforo, nel giardino della scuola materna, sul quale rimase appollaiato un bel po’, fino a quando le maestre trovarono una scala e lo fecero atterrare tra i comuni bipedi umani.
Dopo una fase dark, semi reale, e un’altra horror, per fortuna solo carnevalesca, anche i figli hanno smesso di travestirsi. Guai se oso associare al Carnevale il loro estroso look serale. Meno male che ignorano il mio, che alla loro età, ne vantavo uno indescrivibile…tutti i giorni
.
E voi, che cosa ricordate del Carnevale?
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A palazzo Oro Ror
Nel cuor della notte, ogni notte,
la veglia incomincia a palazzo Oro Ror.
In riva allo stagno s’innalza il palazzo,
soltanto lo stagno lo guarda perenne e lo specchia.
Già lenta l’orchestra incomincia la danza,
la notte è profonda.
Comincian le dame che giungon da lungi,
discendon silenti dai cocchi dorati.
Dei ricchi broccati ricopron le dame,
ricopron le vesti cosparse di gemme i ricchi broccati.
Finestra non s’apre a palazzo Oro Ror,
ma solo la porta, la sera, pel passo alle dame.
In fila infinita si seguono i cocchi dorati,
discendon le dame silenti ravvolte nei ricchi broccati.
Lo stagno ne specchia l’entrata,
e l’oro dei cocchi risplende nell’acqua estasiata.
L’orchestra soltanto si sente.
Si perde il vaghissimo suono
confuso fra muover di serici manti.
La veglia ora è piena.
Di fuori più nulla.
Silenzio.
Un cocchio lucente ancora lontano risplende,
s’appressa più ratto del vento
e rapida scende la dama tardante.
Se n’ode soltanto il leggero frusciare del serico manto.
Il cocchio ora lento nell’ombra si perde.
Aldo Palazzeschi
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