Come eravamo… a Carnevale

Da bambina mi travestivo sempre da pellerossa , armandomi di scudo e pugnale rigorosamente finti, per rivendicare con i cugini e mia sorella l’appartenenza alla Tribù dei Piedi Scalzi e la libertà, almeno a Carnevale, di urlare, correre a piedi nudi nel giardino e dipingermi il viso col rossetto e tappi di sughero bruciati. Negli anni dell’adolescenza, in cui ero piuttosto disorientata sui miei naturali cambiamenti e sul mio futuro da grande, abbandonai l’usanza del travestimento, per non complicarmi ulteriormente la vita col dilemma di un’identità carnevalesca. Ormai ventenne, apparentemente con le idee più chiare, iniziai ad accettare inviti a feste in maschera, pur non sapendo assolutamente come fare. Non potendo permettermi di noleggiare un costume, decisi di confezionarli con ciò che trovavo negli armadi e con l’aiuto di una zia che sapeva cucire. La prima volta indossai una giacchetta di raso rossa, ottenuta in prestito, pantaloni e top nero. Un cilindro o bombetta, il trucco e le pailettes mi aiutarono a fare la mia sporca figura. L’anno successivo ero piuttosto agguerrita e quindi mi vestii da rivoluzionario francese, con tanto di mantello e tricorno nero, camicia extralarge bianca e stivali fuori dai pantaloni. Il cerone bianco mi dava un’aria esageratamente pallida, se non funerea, ma anche misteriosamente tenebrosa . La terza volta mi improvvisai esploratrice in Africa: riciclai pantaloni estivi e sahariana beige, i soliti stivali e, dopo una supplica di giorni, riuscii ad indossare l’originale cappello da esploratore inglese appartenuto a nonsochi e scovato in uno dei tanti armadi della nonna. Ma non ci fu verso di completare il travestimento portando a spasso il fucile del nonno.
Sono poi balzata ai Carnevali dei miei figli. Trasformai la primogenita in una paffuta Paperina dal becco arancione e candide piumotte, e più tardi in una tenera Primavera finchè, ormai in grado di intendere e volere almeno un costume carnevalesco, lei ne scelse uno da zebra. Sì, proprio da zebra, e lo indossò per un bel po’di anni. Anche quando divenne troppo piccolo, ne reclamò un altro che dovetti far cucire di proposito. Sin da piccola preannunciava lo spirito di tifosa giuventina e un’autostima altalenante dalle stelle alle stalle, dal bianco al nero senza sfumature intermedie.
Il secondogenito, dopo una breve parentesi da Peter Pan, fedele sempre fu, taratan zambù, all’Uomo Ragno. In tutto. Non solo nelle collezioni di pupazzetti e figurine, ma soprattutto nell’abilità ad arrampicarsi dappertutto. Imparò presto, ancor prima di camminare, a scalare tutto ciò che poteva pregiudicare la sua incolumità. Il suo esordio fu sul tavolo con le rotelle, poi prudentemente smontate per evitare che slittasse nella cristalliera di fronte, per dare l’arrembaggio al porta bon bon che regalmente vi trionfava. In seguito passò alle sbarre del lettino che scavalcava di notte in cerca dei ghinghin , cioè i tre ciucciotti che misteriosamente sfuggivano dalla barriera dei paracolpi. Ancor oggi ricorda la conquista della vetta del pitosforo, nel giardino della scuola materna, sul quale rimase appollaiato un bel po’, fino a quando le maestre trovarono una scala e lo fecero atterrare tra i comuni bipedi umani.
Dopo una fase dark, semi reale, e un’altra horror, per fortuna solo carnevalesca, anche i figli hanno smesso di travestirsi. Guai se oso associare al Carnevale il loro estroso look serale. Meno male che ignorano il mio, che alla loro età, ne vantavo uno indescrivibile…tutti i giorni
.
E voi, che cosa ricordate del Carnevale?
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i vestiti di carta che duravano un giorno confezionati da Virginia,la volpe della nonna Gioconda,con gli occhi di vetro e i dentini che servivano a farle mordere la coda,l’odore di canfora e naftalina delle pizzicaglie conservate religiosamente nel grande armadio,dove si poteva trovare di tutto per travestirsi da tutti, la pizza di carnevale ‘nchiommata che mi fece venire mal di pancia, le uova marce e la farina, il sanguinaccio che ora è tabù, le chiacchiere, i coriandoli fatti in casa che venivano fuori da ogni fessura fino a Pentecoste, le filastrocche antiche di nonna Luisa, la morte di Carnevale e la corsa dal pollivendolo per avere le penne più belle per la pupazza della Quaresima…..
Che belli i tuoi “com’ero…”!
– il Domino nero.
Io ricordo solo che da bambina e ragazzina prediligevo i travestimenti da “maschio” ! Allora anche in occasione del carnevale si indossava il costume sardo: io sceglievo quello maschile.
Da adolescente: per i balli in discoteca di pomeriggio, anti-veglione – oddio, come si chiamavano???
Ai veglioni si andava accompagnate dai fratelli maggiori!
Sempre Domino nero!
ciao skip,
g
@kim: è vero, mi sono dimenticata la volpe… la pizza di carnevale ‘nchiommata (leggasi :pesante come il piombo, in verità è energetica ) ho una ricetta più light
@giovanna:per fortuna non c’era mio fratello a scortarmi. Bello il travestimento da Domino nero
Anch’io da piccolo da indiano, ma anche da pistolero, e forse da qualche parte dovrebbero esserci ancora i revolver e il fodero, poi è stata una sfilza di travestimenti, antico romano, mendicante, frate, col frac (che manco sapevo che personaggio fossi), da donna.
@alberto: da frate?
Da Cowboy con pistola e pantaloni con le frange, tipo questo. Poi ventenne solo “trucco” in faccia per il carnevale veneziano.
ps: ho ricordato che i balli pomeridiani si chiamavano “Thé danzanti”

g
ps2: hai ragione per la fortuna di non avere fratello maggiore di scorta! grrrrrh!! chep…. allora!!!
g
Ricordo di aver prima dipinto e poi cucito un costume per mio figlio da Tartaruga Ninja con tanto di carapace realizzato con un cuscino.Mi sono sempre rifiutata di comprargli costumi confezionati e lui non me lo ha mai chiesto.
Sui miei carnevali stendo un velo pietoso!
Sì, da frate. Ma adesso che ci penso anche da bandito con i capelli rossi, e non era carnevale.
@novalis: non ci sono più tanti cowboy in giro, ma si vede ancora qualche zorro
@giovanna: mio fratello era “grande” e ci snobbava poi, quando i 5 anni di differenza non sembravano tanti, era lontano
@filo: hai una splendida identità da poetica stella filante
@alberto: mi ricordo bene quel travestimento e ti ho immortalato in una foto
carissima skip……….io ricordo un anno, a 5 anni, quando mia madre mi vesti da fatina…il vestitino di raso rosa, il cappello a forma di cono, con qualche capello d’angelo che scendeva dalla sommità…la mia bacchetta con la punta a stella e ricordo quanto mi piaceva farmi ammirare e quanto mi sentivo speciale con quell’abito! Credo sia stato il più bel carnevale perchè nei precedenti non mi sono più sentita così unica e speciale!
mando un bacio a te, a Gigi a Rox e Tortellino…..e se l’hai ancora….al vero Skip!!!!!!!
@sirtawa: ciao, sirt, che sorpresa! Un caro saluto a te e a tua madre da parte di noi tutti, compreso il vero Skip