Non si può abrogare la serietà
Oggi si aprono le danze.
Mi ricordo di domenica scorsa quando su corriere.it ho seguito in diretta la manifestazione che si è svolta a Milano, promossa da Libera, per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Dal 1995 i familiari delle vittime si incontrano per trovare la forza di elaborare il lutto e continuare a ricercare giustizia per chi è caduto facendo il suo dovere di cittadino, che credeva nella legalità. Uomini, donne e ragazzi, colpevoli di avere resistito, di avere denunciato, di essersi opposti alle mafie. Ovunque. Sono intervenuti anche figli di desaparecidos dell’America latina e il figlio della scomoda giornalista Anna Politkovskaja. Mi sono commossa durante la lettura dei nomi delle 900 vittime della mafia e il discorso di Don Ciotti.Mi sono commossa per coloro che aspettano ancora giustizia e sperano. Don Luigi Ciotti, già scortato da vent’anni per avere osato mettere in piedi una rete antimafia solidale e soprattutto efficace, ha lanciato un appello perché magistrati e forze di polizia non siano lasciati soli nella lotta alle tante mafie e alla loro infiltrazione nelle istituzioni, nell’economia e nella società italiana. Ha chiesto che la politica torni ad essere politica con la “p” maiuscola che sappia fare a meno di darsi codici etici perchè deve rispondere al codice della propria coscienza. “Si fa fatica a parlare del problema del lavoro, dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, dell’indipendenza degli organi istituzionali, della libertà di informazione. Con umiltà non si può né si deve tacere contro una democrazia a doppio registro, forte coi deboli e conciliante coi potenti” . Oltre ad una crisi economica c’è una crisi morale in cui le tangenti e cotangenti, appalti, pressioni fanno parte di un sistema tollerato, quasi giustificato a diversi livelli, perché mal comune è mezzo gaudio, mentre i bei principi sono ridotti a slogan e le tante parole sono ritrattate all’opposto significato, a seconda della convenienza del momento. Quanto tempo perso dai nostri politicanti a emettere decreti per tutelare i diritti di alcuni, a fare una politica a tavolino mentre piccoli imprenditori e disoccupati compiono gesti estremi, impossibilitati ad accedere alle banche a differenza dei delinquenti dai colletti bianchi, mentre permane degrado sociale e culturale fomentato da sbandieratori di vessilli, pronti a ricordarci l’amore di patria, i principi della Costituzione, la sovranità del popolo ai quali danno un significato politicamente contraddittorio. Finchè nelle liste ci saranno persone con pendenze giudiziarie, con comportamenti e frequentazioni incoerenti, la politica di certi personaggi non è credibile. Purtroppo questi simboleggiano schieramenti di ambo le parti, e rischiano di annullare il lavoro onesto degli altri e dei nuovi candidati, animati da belle speranze. I compagni di partito affossano e sostengono, invece di scalciare come ciucci e farli decollare fuori dalle istituzioni. Essere servili in giochi di potere non significa servire, né rappresentare lo Stato. Ci sono dinamiche troppo concilianti all’interno dei partiti, che si autoassolvono proponendo gente che riscuote voti e consensi popolari. A quale prezzo e in quale modo non è dato sapere. Non ci rappresentano coloro che ottengono voti in cambio di favori di ogni sorta alla faccia mia, nostra e vostra, cari elettori ed elettrici. Si fa fatica ad ascoltare 900 nomi di donne, uomini e ragazzi , le cui morti spesso risultano ancora senza mandanti. Si fa fatica a credere che ogni forma di violenza e discriminazione siano solo espressione di teppismo. “Normale sia l’onestà, la trasparenza, il rispetto delle leggi. Bisogna sostenere, incoraggiare, distinguere e riconoscere le cose positive, educare ed educarci ad esse e ricorrere alla denuncia quando non lo sono”. È questione di serietà, termine aborrito come sinonimo di anacronistico moralismo bacchettante.
“È una persona seria” tuona vox populi. Lo stesso popolo così indulgente coi potenti che vota e così censore con i cittadini comuni, che passa al setaccio nella loro sfera pubblica e privata. Ebbene per parlare bisogna essere in condizione di poterlo fare. Non è questione di moralismo ma di reciproca serietà. Quella conquistata personalmente con le proprie forze e risorse e che ci viene chiesta tutti i giorni nel nostro piccolo raggio d’azione. Nessuna maldicenza, pregiudizio, ignoranza, invidia può intaccare la credibilità di chi è coerentemente serio. Si fa fatica ad esserlo nell’essere e nel fare , ma ne vale la pena se non altro per acquisire il diritto di replica. Se non si è all’altezza del mandato, si cambia strada, non si sgomita, né si declama. La rispettabilità si guadagna con lealtà e coi fatti, senza invettive, volgarità, pressioni, minacce. Questo è ciò che fa la differenza, e non passa mai di moda, anche se vogliono farci credere il contrario. Si fa fatica ad ascoltare 900 nomi di comuni cittadini, ma serve a ricordarci ben altro. Il diritto- dovere di voto consente di esprimerci e non deve essere barattato in cambio di promesse di case popolari, lavoro, favori, guadagni. Se si accetta questo sistema, è inutile poi lamentarsi. Casa, salute, lavoro ed istruzione non sono benevole concessioni da parte degli eletti, ma sono diritti dei cittadini che i rappresentanti politici di qualsiasi schieramento hanno il dovere di promuovere e garantire. Si dovrebbero dare per scontati in qualsiasi programma elettorale, invece che farsene un baluardo. Le tanto decantate riforme sul sistema elettorale dalle liste bloccate, grazie alle quali in alcune regioni sono risultati eletti candidati collusi con l’antistato mafioso o hanno consentito ad alcuni indagati di riproporsi ( e forse, non a caso, le modalità di voto non sono uniformi in tutte le regioni italiane) , la riforma sugli enti locali, la riforma della giustizia non sono state fatte. Solo decreti mirati, urlati e spesso raffazzonati, non finalizzati al bene della collettività. Credibilità? Qui ci vuole un atto di fede e una schiera di ciucci scalpitanti che facciano valere i principi sanciti dalla Costituzione. Quelle 900 persone e tante altre , indirettamente vittime di una mentalità che privilegia l’interesse di parte invece che quello comune, meritano una risposta forte e chiara di rispetto delle leggi e delle regole, improntata ad un senso di responsabilità personale ed istituzionale. Lo Stato siamo anche noi e tutti coloro che ci hanno creduto.
4 comments4 Comments so far
Leave a reply
Una arringa appassionata che unisce la commozione per le vittime e lo sdegno per il degrado in cui versa la nostra Res-publica.
Ciao Skip.
@filo: una filippica in risposta a quelle che ci sorbiamo da tempo.
Cara Skip noi siamo pesci fuor d’acqua, a tanti ormai piace invece nuotare nell’acqua sporca. Ciao.
@alberto:della serie: quando l’acqua è poca, la papera non galleggia