Archive for April, 2010
Sul cartellone pubblicitario a Sanremo
Non è la prima volta che scrivo a riguardo della pubblicità offensiva delle donne. Molte associazioni femminili stanno promuovendo campagne contro messaggi ambigui o palesemente volgari, e comunque svilenti della donna. Alcune trasmissioni televisive e certi periodici brillano di scelte pruriginose, con pupe in déshabillé che “artisticamente” stimolano l’istinto degli utenti .
La pubblicità, soprattutto dei cartelloni affissi, è subita a differenza di certi programmi televisivi o pubblicazioni che si possono scegliere. La grande visibilità della pubblicità di strada implica maggiore attenzione nella selezione di immagini e messaggi trasmessi, impliciti e non, in funzione di chi dovrebbe decodificarla.
L’armonioso, invidiabile lato B della pulzella in primo piano, associato allo slogan “Questo può essere TUO” ( si noti la collocazione meramente “casuale” di questo), a tutto fa pensare tranne che alla vendita di uno spazio pubblicitario, che si trova sulla parete di uno stabilimento di Sanremo( voi lo direste?).
Ho avuto conferma dei miei limiti cogliendo in essa un invito seducente, gratuito o prezzolato, rivolto ad un ipotetico e strabuzzante osservatore o un’esortazione ad un’ipotetica osservatrice affinchè possa avere quelle forme, slip compreso, per sentirsi più bella, se non essere sessualmente più appetibile. C’è intrinseca ironia provocatoria nello slogan? Forse sì, e consiste nel deridere gli uomini, provocati negli atavici istinti da tanta grazia ingraziante, e le donne che si sentono prese – è proprio il caso di scriverlo- per l’air bag posteriore.
La comunicazione è efficace quando i messaggi sono compresi, possibilmente da tutti i riceventi e non solo da chi li emette. Riconosco la mia incapacità di avvicinarmi alla creatività di chi gioca su facili, stuzzicanti, stucchevoli doppi sensi. Facile captare la superficiale attenzione di chi osserva, dubito che se ne conquisti un’ effettiva condivisione e interesse. Il messaggio dice e non dice, l’immagine mostra e non mostra, a seconda che siano considerati congiuntamente o separatamente slogan e fotografia. La scritta sottende una possibilità di volgare possesso, reale e immaginato, ma sicuramente è scorretta perché inefficace. Solo la fervida immaginazione degli ideatori, dall’inaccessibile talento, fa approdare alla vendita di spazi pubblicitari.
L’azienda è riuscita a guadagnare la visibilità di “cervelli al pascolo”
( leggasi in alto a destra tra parentesi) , non a caso maschili, dal discutibile gusto. A mio avviso la volgarità è sottilmente indotta senza nemmeno una chiara, inequivocabile posizione ideologica. Giusto per poter trincerarsi dietro una valida scusante, in caso di prevedibile e sopraggiunta critica, che è l’osservatore a pensare male, che è la consenziente pulzella a prestare la parte migliore di sé ad un messaggio che provoca una superficiale approvazione maschile e un dubbio consenso generale. La polemica è aperta nel tentativo di frenare la pubblicità sessista, che viene giustificata da alcuni grazie a programmi televisivi , a dir poco demenziali. Ma il canale televisivo si cambia, il cartellone per strada è imposto.
Forse c’è più ipocrisia in chi volutamente rasenta il confine della mercificazione pubblicitaria del corpo femminile rispetto a chi osa prenderne le distanze come può, con un riso, una rassegnazione forzata, una critica, un’eclatante protesta e viene accusato di falso moralismo. Dietro un presumibile talento professionale ci sia perlomeno la correttezza di ammettere che con questa forma di pubblicità, dalle facili seduzioni visive, c’è la semplice volontà di guadagnare altrettanto facilmente visibilità e risonanza. Non di certo credibilità per una comunicazione corretta, come vanta l’azienda, ma solo perplessità su una comunicazione ipocritamente ambigua , fuorviante e di pessimo gusto.
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15 comments25 Aprile
Quest’anno ricorre il 65° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Una pagina di storia italiana da non dimenticare, scritta dai soldati alleati ma soprattutto da tanti italiani (partigiani, militari,deportati, internati e civili) che si opposero alla dittatura in nome della libertà e resero possibile la nascita della Repubblica e della democrazia, sancite poi nella Costituzione.
Ecco alcune lettere che testimoniano le aspirazioni, gli ideali e le ultime volontà di uomini e donne in procinto di morte, consapevoli del loro destino e fiduciosi di trasmettere ad altri l’opportunità di vivere con dignità da uomini liberi . ( Da lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana)
Lettera di Bruno Parmesan (Venezia)
Udine, 10 febbraio 1945
Caro Papà e tutti miei cari di famiglia e parenti,
dalla soglia della morte vi scrivo queste mie ultime parole. Il mondo e l’intera umanità mi è stata avversa. Dio mi vuole con sé.
Oggi 10 febbraio, il tribunale militare tedesco mi condanna. Strappa le mie carni che tu mi avevi fatto dono, perché hanno sete di sangue.
Muoio contento perché lassù in cielo rivedrò la mia adorata mamma. Sento che mi chiama, mi vuole vicino come una volta, per consolarmi della mia dura sorte. Non piangete per me, siate forti, ricevete con serenità queste mie parole, come io sentii la mia sentenza.
Ore mi separano dalla morte, ma non ho paura perché non ho fatto del male a nessuno; la mia coscienza è tranquilla.
Papà, fratelli e parenti tutti, siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra.
Vedo le mie care sorelline Ida ed Edda che leggono queste ultime mie parole: le vedo così belle come le vidi l’ultima volta, col loro dolce sorriso. Forse qualche lacrima righerà il loro volto. Dà loro coraggio, tu Guido, che sei il più vecchio.
Quando finirà questa maledetta guerra che tanti lutti ha portato in tutto il mondo, se le possibilità ve lo permetteranno fate che la mia salma riposi accanto a quella della mia cara mamma.
Guido abbi cura della famiglia, questo è il mio ultimo desiderio che ti chiedo sul punto di morte. Auguri a voi tutti miei cari fratelli, un buon destino e molta felicità. Perdonatemi tutti del male che ho fatto. Vi lascio mandandovi i miei più cari baci.
Il vostro per sempre
Bruno
(Di anni 19 , meccanico tornitore , nato a Venezia il 14 aprile 1925 . Partigiano nel Battaglione “Val Meduna”, 4ª Brigata della 1ª Divisione Osoppo-Friuli .Catturato dai militi delle Brigate Nere nel gennaio 1945 a Meduno (Udine), in seguito a delazione, fu processato il 2 febbraio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine e poi fucilato da un plotone d’esecuzione di militi fascisti con altri ventitre partigiani alle ore 6 dell’11 febbraio 1945, contro il muro di cinta del cimitero di Udine.)
Lettera di Giancarlo Puecher Passavalli
Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto… Accetto con rassegnazione il suo volere.
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono. Viva l’Italia. Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent’anni della mia vita.
L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
A te Papà l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.
Gino e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà. Baci a tutti.
Giancarlo
(Di anni 20 . Nacque a Milano il 23 agosto 1923 . Iscrittosi alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Milano, sospese gli studi per arruolarsi nell’aviazione come allievo ufficiale pilota volontario. Dopo l’armistizio si ricongiunse coi familiari, che nel frattempo erano sfollati a Lambrugo (CO) Subito dopo l’8 settembre 1943 diventò l’organizzatore ed il capo dei gruppi partigiani nella zona di Erba-Pontelambro (Como). Svolse numerose azioni, fra cui rilevante fu quella al Crotto Rosa di Erba, per il ricupero di materiale militare e di quadrupedi . Catturato da militi delle locali Brigate Nere il 12 novembre 1943 a Erba, fu rinchiuso nelle carceri di San Donnino in Como. Processato il 21 dicembre 1943 dal Tribunale Speciale Militare di Erba, fu poi fucilato da militi delle Brigate Nere lo stesso 21 dicembre 1943, al cimitero nuovo di Erba. Suo padre, Giorgio Puecher Passavalli, si spense nel campo di Mauthausen il 7 aprile 1945. Dopo la liberazione, alla memoria di Giancarlo Puecher è stata concessa la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Patriota di elevatissime idealità, scelse con ferma coscienza dal primo istante la via del rischio e del sacrificio. Subito dopo l’armistizio attrasse, organizzò, guidò un gruppo di giovani iniziando nella zona di Lambrugo, Ponte Lambro, il movimento clandestino di liberazione ed offrendo la sua casa come luogo di convegno. Con lo esempio personale fortificò nei compagni la fede nell’azione che essi dovevano più tardi proseguire in suo nome. Presente e primo in ogni impresa gettò nella lotta tutto se stesso prodigandovi le risorse di una mente evoluta e di un forte fisico, ed associando all’audacia un particolare spirito cavalleresco. Braccato dagli sgherri fascisti, insidiata la sicurezza della sua famiglia, non desistette. Incarcerato con numerosi suoi compagni e poi col padre, d’accordo con questi rifiutò la evasione per non allontanarsi dai compagni di fede e di sventura. Condannato a morte dopo sommario processo, volle essere animatore sino all’estremo, lasciando scritti di ardente amor patrio e di incitamento alla continuazione dell’opera intrapresa. Trasportato al luogo del supplizio, chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, ad ognuno lasciando in memoria un oggetto personale, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere. Cadde a vent’anni da apostolo e da soldato, sublimando nella morte la multiforme e consapevole spiritualità che aveva contraddistinto la sua azione partigiana” ( da Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia)
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I limoni – Eugenio Montale
I limoni
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara-amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
Eugenio Montale
(da Ossi di seppia)
Raimondo Vianello
È scomparso Raimondo Vianello, un galantuomo del mondo dello spettacolo. È stato un protagonista della commedia italiana e del varietà, ma soprattutto di quella televisione che entrava nelle case coinvolgendo tutti, che accompagnava dall’infanzia e si continua a ricordare perchè piacevole a vedersi. Indimenticabili sono le sue performance con Ugo Tognazzi e Sandra Mondaini, inseparabile compagna di vita e di palcoscenico. Lo ricordo nella sua eleganza mai imposta, nella misura dei toni e nella compostezza dei gesti, nella comicità delle pause sarcastiche e delle sottili battute finali, nell’abilità di sdrammatizzare e non prendersi mai troppo sul serio. Se ne è andato in punta di piedi, con semplice discrezione, lasciandoci la sua garbata ironia, talvolta irriverente, ammiccante, paradossale ma mai sguaiatamente volgare, di una leggerezza che comunque lasciava il piacere del divertimento spontaneo grazie ad interpretazioni e caricature che sfioravano la realtà. Un personaggio versatile, autoironico e di talento, espresso con la naturalezza propria dei professionisti di scena, che ha saputo innovare e farsi apprezzare da più generazioni, raccontando la società italiana e i suoi mutamenti di costume con un humour pungente e amabile.
Gattò di patate
Il gattò non è un gatto al forno ( giammai! ), ma uno sformato di patate, tipico della Campania e della Sicilia, il cui nome deriva dal francese gâteau (torta ).
Quando nel 1768 Maria Carolina d’Austria, figlia di Maria Teresa Lorena – Asburgo, sposò il re delle Due Sicilie Ferdinando I di Borbone, Napoli divenne luogo di confronto delle grandi cucine europee. L’energica regina introdusse nella capitale il gusto francese ricorrendo a cuochi d’alto rango, detti “monsieurs” che i napoletani ben presto chiamarono “monzù’” ed i siciliani “monsù”. Di conseguenza alcuni piatti tipici assunsero denominazioni francesi, come il succitato gattò , ma anche i crocchè (da croquettes) e il ragù (da ragoût).
Ingredienti
1,5 Kg di patate
2 bicchieri di latte
100 g di burro
4 cucchiai di parmigiano grattugiato
2 cucchiai di pecorino grattugiato
4 uova
250 g di mozzarella (ben sgocciolata)
pangrattato
sale
pepe
Volendo si può rendere più sostanzioso questo piatto unico aggiungendo alla mozzarella anche pezzetti di mortadella, salame o prosciutto cotto, sia congiuntamente, sia usando un solo tipo di salume. In alternativa si può sostituire la mozzarella con la provola affumicata ( o usare entrambe, half and half), e il latte con 200ml di panna da cucina .
Preparazione
Accendere il forno a 180°.
Lessare e sbucciare le patate, poi passarle nello schiacciapatate.
Aggiungere un po’ alla volta il latte, il burro, il sale, il pepe, i formaggi grattugiati, i tuorli d’uovo e infine gli albumi, separatamente montati a neve.
Mescolare bene per amalgamare tutti gli ingredienti. Aggiungere un po’ di latte se il composto risulta troppo consistente.
Imburrare una pirofila e spolverizzare con pangrattato.
Versare metà del composto formando un primo strato, distribuire la mozzarella tagliata a dadini e ricoprire con un altro strato di composto.
Livellare con un coltello. Con i rebbi di una forchetta tracciare delle linee parallele ( se volete
, giusto per dare un po’ di movimento alla piatta superficie ) .
Cospargere con qualche fiocchetto di burro e un velo di pangrattato.
Infornare a 200° finchè non si forma una crosta dorata.
Lasciarlo rapprendere e intiepidire per circa 15 minuti prima di servire in tavola.
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Come ti senti?
“ I figli crescono e le mamme imbiancano.” cantavano Gino Latilla e Giorgio Consolini in “Tutte le mamme del mondo”, nel lontano 1954. Deo gratias, c’è rimedio… se non altro alla capigliatura!
Se nel primo anno di vita il pupetto cresce a vista d’occhio, muove i primi passi, azzanna di tutto,conosce ed esplora e i genitori si destreggiano in allenamenti continui per accudirlo, educarlo e salvaguardare l’ incolumità di tutti, poi precipitevolissimevolmente si cimenta in conquiste, progressi, delusioni, esperienze e i genitori arrancano dietro in una sorta di slalom, crescono e cambiano a modo loro e con lui , cercando di mantenere l’ equilibrio della coppia.
All’improvviso un evento induce il figlio a chiederti un completo, con giacca e cravatta. E te lo vedi dinanzi: alto, ben piazzato, con quei capelli lunghi, ai quali concede di dare un abbozzo di forma dopo suppliche di mesi. A nulla valgono le esasperate ed esasperanti minacce parentali, ispirate a Dalila e Sansone, da attuare a tradimento nel suo placido sonno. Se non fosse per il viso quasi imberbe, per gli sbalzi d’umore e i picchi ormonali, gli daresti molti più anni e penseresti che sia apparso dal futuro il suo Avatar.
Fa effetto scoprire un figlio diciassettenne vestito prematuramente (?) da omo, invece che col solito jeans e felpe informi. Sorprende. Non poco. Al mio “ Come ti senti?”, mi ha fissato con uno sguardo al contempo imbarazzato e compiaciuto. Lo stesso di quando a sei anni scoprì che la signora del filmino, con i capelli mossi e raccolti e l’abito da sposa, era sua madre. L’Avatar del mio passato. Strano come i figli a stento riescano ad immaginare giovani i genitori. E sembrano lontane le contese, le litigate, i suoi atteggiamenti ora provocatori e scanzonati, ora dolcemente protettivi e possessivi, gli inevitabili compromessi che ci mettono alla prova nel divario generazionale e nei rispettivi ruoli.
Dopo due ore di preparativi ed un’estenuante e sofistica discussione sulla lunghezza dei calzini, quantità di indumenti e l’occorrente per il viaggio con annesse e connesse valutazioni probabilistiche di ogni evenienza ,variazioni atmosferiche comprese, finalmente ha chiuso la valigia. Di conseguenza ho tirato un sospiro di sollievo, perché sono riuscita a fargli portare un paio di ciabatte nella speranza che abbandoni l’usanza della “Tribù dei piedi neri” di girare scalzo, perlomeno fuori casa. L’illusione è durata poco, perché si è lanciato alla ricerca della sua maglia preferita. Quella stinta che non mi piace ma a lui sì, e tanto. Era nervoso, preoccupato- a suo dire- dell’onda anomala ! E io che pensavo fosse il timore di questa sorta di iniziazione nel suo primo viaggio per mare, che potrebbe essere l’occasione per iniziare a capire se gli piacerà la strada intrapresa. Del resto è un viaggio di istruzione di soli 9 giorni e sarà sicuramente in bella compagnia. Chissà che cosa intendeva per onda anomala e chissà se me lo dirà mai.
Vederlo fare la prima valigia, quella che lo porta lontano e dovrebbe segnare –spero- una diversa autonomia, è una gioia che litiga con un naturale moto di ansia. Non è l’istintiva ansia del distacco di mammà italica dal suo scarrafone. Un’ansia nata in un lungo giorno d’estate, in cui io e consorte non riuscivamo a contattare mia figlia quindicenne che si trovava a Londra per motivi di studio, proprio quando nel 2005 ci fu l’attacco terroristico nel metro. E poi dicono che le mamme ( e i padri) imbiancano. Non sono mai stata dipendente tanto dal cellulare come in quel periodo. Non ho mai desiderato tanto una telefonata in vita mia, proprio io che detesto lo squillo del telefono. Se tutto va bene, deve tacere. Se squilla fuori orario, potrebbe essere per qualche emergenza. Strano come certe circostanze lascino impronte emotive. Anni fa concordavo appuntamenti telefonici col consorte e l’attesa di averne notizie era vissuta con un’emozione diversa e con la certezza che era in grado di badare a se stesso. Un’agognata civetta di Harry Potter sarebbe stata un gradito ausilio per comunicare più spesso e in seguito vi hanno sopperito la telefonia mobile ed internet, che accorciano ogni distanza e non fanno tuttuì né spargono piume come la civetta.
Mentre la vita corre su tanti fronti, i figli crescono ed è giusto che vadano incontro alla loro con la voglia e il più o meno celato timore di investire se stessi per scoprire questo mondo, al tempo stesso meraviglioso e dannato. A pelle intuisci che le loro perplessità sono anche le tue, nascoste dietro le solite , ammorbanti raccomandazioni. Ed è bello vederli così, sospesi tra le acquisite certezze dell’infanzia e le incognite delle età successive. È tempo di seguirli a distanza con la mente e il cuore, di allungare sempre più quel cordone ombelicale finchè non sarà reciso davvero. O forse sarà soltanto meno visibile e sentito.
Certo che la Mammitudine, tacciata di iperprotezione viscerale, marchia a fuoco dentro un tatuaggio indelebile e coesiste con quella trasmessa dai miei ansiosi e anacronistici caudilli (genitori), protagonisti e destinatari del sempiterno scontro generazionale. Quante volte leggo commenti e articoli di figli e di genitori, in un ruolo ribaltato a distanza di anni, nei quali si alternano la stessa insofferenza, le stesse intenzioni di non compiere gli stessi errori, di vivere e lasciare vivere. Sono talvolta tentativi di conciliazione con sé e con loro, dichiarazioni di affetto o rifiuto, accuse a lungo sopite o espresse, che non rinnegano, anzi sembrano riconoscere ancor più quel legame sottile e profondo, a prescindere dalle reciproche aspettative, difficoltà a non deluderle, senso di inadeguatezza e gratificazione.
Concedetemi di dire, che oggi, nel mio 48° compleanno mi sento in uno stato di un’ indulgente, vanesia auto compiacenza per tutte le luci ed ombre della vita di questi miei, solo miei 48 anni.
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L’uovo di Pasqua
L’uovo è il simbolo della vita che nasce, magica,misteriosa e sacra. Secondo alcune credenze pagane il cielo e la terra erano due emisferi che formavano un unico uovo. Sin dall’antichità esso rappresentava la fertilità della natura, perciò gli Egizi regalavano uova decorate in occasione dell’equinozio di primavera, invece i Greci, i Cinesi e i Persiani donavano uova di gallina per le feste primaverili.
Con l’avvento del Cristianesimo l’uovo divenne il simbolo pasquale della rinascita dell’uomo e della Resurrezione di Cristo. Nel Medioevo si diffuse l’usanza di donare uova decorate, inizialmente come semplici regali per la servitù , poi come artificiali e raffinate creazioni in oro e argento per i nobili.
Nel 1885 l’orafo russo Peter Carl Fabergé , su commissione dello zar Alessandro III di Russia, realizzò un uovo di platino contenente preziosissime sorprese per la zarina Maria Fyodorovna. Nominato gioielliere di corte, Fabergé divenne famoso per la sfarzosa ed originale produzione di uova pasquali ma anche per l’idea della sorpresa interna .
Oggi permane la tradizione pasquale di donare uova: vere ( come gallina le ha fatte
) oppure sode , dipinte o di cioccolata. Sono l’augurio di vita rinnovata, un dolce auspicio con piacevoli sorprese, ma soprattutto un segno di amicizia e amore.
Auguri di Buona Pasqua !
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