Archive for May, 2010
“Terre che si fanno di un blu dolce, ai primi soffi dell’alba. Terre blu” (Nico Orengo)
Il silenzio imparai a conoscerlo in barca con il Rebissu, Dante e con il Giga. Ma anche con Bruno. L’avevo “sentito” con mio nonno Antonio che non parlava quasi mai, ma pensavo non si trovasse bene in città, al mondo, al mare, perché gli avevano fatto dei torti. Poi una volta al mare capii che quel suo silenzio era una disponibilità d’ascolto, un risparmio a dir belinate, e un rispetto verso altri silenzi. A dar voce c’era il mare, la sua risacca, il passaggio del treno, il colpo di magaglio, il vento che si andava a scontrare con le foglie di canna e di ulivo, le voci delle donne e dei bambini, quello delle campane e dei preti, dentro e fuori la chiesa. Così imparai che il suo silenzio non era un risentimento ma una discrezione, che valeva più un “bona”, di mattino o di sera che tante messe e salamelecchi fra marciapiede e caffè. E quel mio nonno Antonio se ne stava giornate in silenzio con il suo basco e il suo bastone su di una sedia a guardare come si svolgeva il mondo, incuriosito dalla piega che prendeva e poco disposto, l’accettasse o meno, nel volerla cambiare, convinto che nella dimensione del silenzio, ben distante a quella del “mugugno”, ci fosse uno spazio immenso di libertà, di tempo, di riflessione, immune da pentimento, riavvicinamento, conversione, intrigo utilitaristico.
Come il Giga, l’Ernesto, il Rebisso, il Bruno. Che andavano per terra e per mare badando al vento e all’onda, alla chiazza di corrente e al taglio di luna, pragmatici con attenzione ai confini dell’altro, fossero reti e nasse altrui, finanzieri o branchi di gianchetti da lasciar crescere, attenti ad un equilibrio che li proteggeva e che loro proteggevano.
Così come si fa con la vita, senza tante balle, senza tante parole.
Era meraviglioso usare più silenzio e meno parole, era qualcosa come giocare a carte e non commentare il gioco di chi giocava a carte, pescare e non trovare da dire su come si pescava. Era una dimensione del fare. Era fare e non criticare il fare che forse, non avresti saputo fare. Così avresti potuto chiedere la critica da chi aveva esperienza.
E quelli te la davano attraverso il silenzio, il saluto di un “bona”. Così faceva mio nonno, un sorriso stretto, sotto il suo basco, i pugni chiusi sul bastone, sulla sua sedia sotto il portico di casa Notari, a Latte.
Il “bona” eguale di Libero, quando non era costretto ad entrare in magazzino o a parlare da compagno. Il “bona” del Giga e del rebisso e dell’Ernè una volta scesi dalla barca e impegnati con i villeggianti. Il “bona” di Bruno, da ragazzo, da uomo, per cortesia verso chi non aveva la minima idea di una conversazione fatta di silenzio.
Il silenzio ce lo portava la pietra, l’ulivo, gli animali, il mare, il cielo mai troppo alto, le nuvole. Ce lo portavano le curve, la terra aggrovigliata di Liguria che attutiva i rumori, li ovattava, li filtrava, attraverso le sue fasce, le sue “piramidi”, il senso del camminare solitario, con un peso sulle spalle e un cane avanti e indietro, verso un confine che non è mai diritto, ma continuamente spezzato, distorto, rimbalzato da un capriccio degli Dei che ti placano con una fascia d’azzurro, che potrebbe anche essere il cielo.
( Da “Terre blu” – Sguardi sulla riviera di ponente di Nico Orengo- ed. il melangolo)
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“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta” (Nico Orengo)
Pizza di scarola
Questa è la ricetta napoletana di un saporito tortino, che si prepara anche per il pranzo del 24 e del 31 dicembre, in attesa del più sostanzioso cenone. Si gusta tiepido o freddo, quindi si può cucinare in anticipo e lasciare pronto per quando famelici rientrate a casa per pranzo o cena. Con le stesse dosi, invece della pizza, è possibile preparare dei calzoni ripieni di scarola . La mia variante prevede l’aggiunta di formaggio grattugiato e semi di finocchietto .
Ingredienti
Per la pasta
400g di farina
mezzo bicchiere di olio di oliva
un bicchiere di acqua
1 cucchiaino di sale
un cubetto di lievito di birra
Disporre la farina a fontana e nell’incavo centrale versare il lievito sciolto in acqua tiepida. Iniziare a impastare prendendo dai lati altra farina. Aggiungere pian piano l’olio, il sale e l’acqua necessaria per ottenere un impasto piuttosto consistente .Lavorare la pasta in modo che risulti elastica e liscia. (esercizio tonificante per i bicipiti di ogni età). Lasciare lievitare per un’ora circa.
In alternativa si può usare la pasta di pane già lievitata.
Per il ripieno
3-4 scarole
1 spicchio di aglio
100g di olive ( 50g di olive verdi e 50g di olive Gaeta)
1-2 acciughe salate
50 g di capperi
70 g di uvetta sultanina
50g di pinoli
una manciata di pecorino romano grattugiato
alcuni semi di finocchietto ( se piacciono)
olio di oliva
Preparazione
Ammorbidire l’uvetta in acqua tiepida ,sciacquare e strizzare i capperi, snocciolare le olive, spezzettare le acciughe.
Lavare le scarole, lessarle in una pentola larga e coperta con poca acqua ( la verdura rilascerà la propria) e scolarle bene. In un tegame ,dai bordi alti, versare l’olio d’oliva e soffriggere l’ aglio schiacciato , che sarà estratto e sostituito dai capperi, olive snocciolate, pinoli ,uvetta sultanina, acciughe. Lasciarli per pochi minuti sul fuoco, aggiungere le scarole stufate, i semi di finocchietto e il pecorino grattugiato. Mescolare per amalgamare i sapori.
In una teglia, unta con un filo di olio, adagiare una sfoglia di pasta, versare il ripieno di scarole e ricoprire con un’altra sfoglia, bucherellata in superficie. Cuocere al forno per circa 40 minuti a 200° .
Se preferite un piatto più semplice, potete “affogare” le scarole con gli stessi ingredienti (eccetto il formaggio) e servirle come contorno.
Il secondo Skippleanno
Dopo corse, rincorse e improvvise fughe, Skip blog compie due anni. La creaturella continua a zompettare. A volte si arena dolcemente su opere altrui che le piacciono, altre volte sorride sorniona o pensierosa su ciò che vive, per non strepitare più di quanto non faccia quando è gagliardamente polemica o triste.
Non saprei definire l’immensità e complessità della blogosfera, nella quale navigo più silenziosamente rispetto a qualche tempo fa quando, incosciente, non percepivo la risonanza che può avere questa forma di comunicazione condivisa che banalmente riesco ad immaginare solo come un mare tanto vasto…
“L’illimitata distesa è segnata da rotte commerciali, molto trafficate e ben pubblicizzate, ed è costellata da terre già scoperte e civilizzate, mete di conquista o di svago. Spesso sotto costa affiorano scogli. Emergono o scompaiono a seconda della marea. Non li trovi facilmente sulle carte nautiche. Eppure esistono e vivono nello stesso mare, quasi di vita propria, non riflessa in depliant, bandiere, carta stampata. Ogni tanto qualche re o semplice pescatore vi si reca. Forse per curiosità, per vedere se c’è o si è sviluppata la vita e si aspettano di trovarci le forme di vita che più servono o apprezzano. Al pescatore interessa trovarci pesci e conchiglie, al re invece coralli, perle, madreperle. Risorse. E lo scoglio resta lì in mezzo al mare. Talvolta nei suoi dintorni emergono altri scogli, magari di origine vulcanica. Lì c’è ben poco da comprare, reclamizzare, scoprire. Ci trovi la stessa vita di tanti altri scogli che, messi vicini, rendono la navigazione perigliosa, fastidiosa, non sempre agevole. La voce del mare vi s’infrange per ripartire a sua volta, echeggiando in altra forma, non aulica, né supponente. Può sembrare fragore, l’eco lontana in una conchiglia, lo scroscio devastante di un’onda anomala o il leggero mormorio di ondine delicate. Puoi trovarci la solitudine che serve per ritrovarsi o quella che cattura per smarrirti, l’alto e superbo volo di un gabbiano o il suo goffo zompettio terrestre, un morbido velluto di alghe o incrostazioni di salsedine. Le caratteristiche geomorfiche, comuni ai tanti e insignificanti scoglietti, suggeriscono a qualche sognatore di librarsi con fantasia e creatività, di scrutare l’orizzonte e gli abissi del mare, sconfinato patrimonio universale. I suoi pensieri partono per non approdare, restano sospesi, senza ancore e coordinate. Possono sembrare inutili, mediocri, superficiali, imprecisi, confusi ed incoerenti, ma sono liberamente vissuti.
Chiunque può accoglierli e nessuno possederli. È tanto vasto il mare e ci vedi ciò che vuoi vedere, ascolti ciò che vuoi ascoltare, affermare e negare, credere e rinnegare, assolvere e condannare. Ci trovi ciò che vuoi trovare.”
È tanto vasto questo mare, di cui fa parte anche Skip blog, ma esiste soprattutto grazie a tutti voi che vi affacciate, leggete, scrivete commenti e post lasciando una pinnata più o meno visibile.
La creaturella vi ringrazia tutti ed io ancor di più.
Maria
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“…corpo e mente, un’emozione controllata dall’intelletto. Allora sì, io il lettore lo coinvolgo così” (Edoardo Sanguineti)
Poeta, intellettuale, professore di letteratura all’Università di Torino, Salerno e Genova, autore di teatro, critico, saggista. Così oggi si ricorda Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930- Genova,18 maggio 2010) esponente della neoavanguardia e del Gruppo 63 che negli anni Sessanta propose un’innovativa ricerca sperimentale di forme linguistiche e contenuti. I suoi scritti sono complessi, a volte ostici, evocativi, provocatori e sorprendenti.
Prendere o lasciare. Una forma letteraria vicina alla musica, per i ritmi incalzanti o spezzati, le pause e l’andamento in crescendo o diminuendo, come le immagini che, simili a flash,scendono nella profondità dei pensieri per risalire nella superficie delle sensazioni.
acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l’etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell’aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore):
(da “Corollario”1992-1996)
Ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia cruda carta nuda,
che ti segno, che ti sogno, con i miei seri, severi semi neri, con i miei teoremi,
i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso e duro, tra le tue fratte,
con il mio oscuro, puro latte, con le mie lente vacche, tritamente, che ti accendo,
se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine, che ti aspiro, ti respiro
con le tue nebbie e trebbie, che ti timbro con tutti i miei timpani, con le mie dita
che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora, ti perfora, che ti adora,
mia vita, mio avaro amore amaro:
io sono qui così, la zampa del mio uccello, di quello
che ti gode e ti vigila, sono la papilla giusta che ti degusta, la pupilla che ti vibra
e ti brilla, che ti tintinna e titilla; sono un irto, un erto, un ermo ramo, io che
ti pungo, mio fungo, io che ti bramo: sono pallida pelle che si spella, mia bella, io,
passero e pettirosso del tuo fosso: io la piuma, io l’osso, che ti scrivo: io, che ti vivo.
a quella reginella ridarella, a quella raganella griderella, la bella sopranella
in sottanella, a quella stella bianca, stella nana, unica mia sovrana disumana,
alla sua bianca mano, al piede bianco e stanco, e storto, e morto, a quel suo buco
nero, buco vero, dunque io parlo, e così parlando dico:
felice la tua faccia
di vinaccia, felici le tue braccia di focaccia, principessina di uvaspina,
manducabile inconfutabile, amabile potabile: felice, mia selvaggia, chi ti assaggia
candeggiante albeggiante, sola, tra due lenzuola: felice il tuo sensibile cannibale,
felice chi ti inghiotte in una notte, chi ti concuoce veloce, e ti digerisce
e smaltisce, e ti chilifica e chimifica: felice chi ti dice, e ti nientifica:
(da L’ultima passeggiata – Omaggio a Pascoli – 1982)
5.
esiste il vuoto tempo dell’attesa, esistono irrazionali
meteore e, ad occhi aperti, ciechi nomadismi:
esiste
(in forma informe di ballata) la vuota attesa del vuoto (le nobili
attenzioni, la profonda pietà cristiana, i misteri dell’anima,
la luce…)
esistono gli “stati di necessità”, esistono i governi
di (centro-)destra
oh, al confine con la mia catastrofe, esisti, catastrofico
sguardo d’amore, sempre
(…ma resiste,
figlio, inamabile e vero, il duro tempo della nostra storia).
(da Mikrokosmos -poesie 1951-2004)
Questo è il cuore dei monti
Questo è il cuore dei monti, che è il tuo cuore,
vinosa vena di fresco sapore:
vedi, un corno di luna è un paio di ali,
nodo è di nidi, in luci vendemmiali:
questo è un vecchio castello di tarocchi:
questo è il cuore del mondo, nei tuoi occhi:
bevendo bianca pace settembrina,
saltami in cerchio, bella furlanina.
Ballata delle donne
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.
(da Ballate 1982-1989 in “Il gatto lupesco -poesie 1982-2001)
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Presagio
“Tutto a posto e niente in ordine” è il riepilogo di una giornata particolarmente rumorosa. In una sera come tante lascia decantare lo sguardo nelle piccole onde di perla che inciampano sulla riva. La lenta distesa grigia sfuma nell’orizzonte viola.
Lui si ferma. La brezza serale spinge indietro il suo pelo arruffato che un po’ sbiadito sul muso contrasta coi suoi occhi neri. Si guardano reciprocamente per un attimo, poi riprendono a camminare. Lei per inerzia lo segue. Lascia che il suo peluche spettinato la guidi , quando ha ormai gettato le redini della giornata. D’un tratto il cagnone rasta punta qualcosa. Più in là intravedono un’insolita e tenera coppia. Rallentano il passo per non disturbarla, per osservarla a distanza mentre procede con passo regolare:la femmina avanti e il maschio dietro . Hanno sconfinato in quella zona eppure, inseparabili, sembrano a loro agio nel prato dell’aiuola. In alto i gabbiani si stanno ritirando, e loro due tranquilli dondolano per terra. Forse hanno sbagliato direzione e, invece di tornare alla foce lontana, continuano a camminare nell’erba nuova lungo la recinzione della ferrovia, ignorando la gente che passeggia sul lungomare. Quel verde brillante le è sempre piaciuto. Il germano reale ha davvero qualcosa di regalmente prezioso nel lucido piumaggio . Lascia che la sua femmina indichi il percorso, la asseconda. Non sembrano disorientati.
Sorride divertita a quel segno premonitore delle attese di domani. A volte l’istinto porta altrove prima di sparire casualmente, così come talvolta capita di vivere in un posto non scelto.
Il vero regno di mia madre ( da John Fante)
“La cucina : il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori.”
(John Fante da La confraternita del Chianti)
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“Voi non potete dubitare delle cose in cui credete: io devo” (Ipazia di Alessandria in Agorà )
Nel film Agorà , di recente giunto nelle sale cinematografiche italiane, Alejandro Amenabàr narra la vita di Ipazia, nota matematica, astronoma e filosofa della tarda antichità e inventrice di strumenti, come il planisfero, l’astrolabio e l’idroscopio. Nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C, Ipazia vive in un’epoca di grande confusione, di scontro tra la civiltà ellenistica e il proto cristianesimo, politeismo e monoteismo in un’alternanza di giochi di potere ed intolleranza tra eruditi saggi e masse in cerca di riscatto, fomentate da fanatici monaci ( parabolani) che interpretano a modo loro la parola di Cristo divenendo persecutori di tutti coloro che non condividono il loro credo. Alessandria, capitale delle scienze dell’Impero romano , ove convivevano etnie diverse, diventa ben presto scenario di lotte fratricide tra pagani,cristiani e ebrei .
Ipazia, come il padre Teone, si dedica a studi di filosofia , matematica ed astronomia, divenendo a 31 anni la più nota esponente alessandrina della scuola neoplatonica. Per lungo tempo studia il cielo, si interroga sulle stelle e, partendo dalla “bizzarra”teoria di Aristarco, alla concezione tolemaica geocentrica oppone l’intuizione del movimento della Terra che ruota intorno al Sole lungo un’orbita ellittica, poi resa ufficiale da Keplero molti secoli più tardi. A lungo osserva, ipotizza, dubita, riformula ipotesi, deduce .Il suo pensiero scientifico, improntato alla necessità logica che spiega fenomeni e fatti, si fonda sul dubbio e approda a verità approssimate, confutabili e difficili da dimostrare con gli strumenti esistenti a quei tempi. La sua forma mentis si scontra col fanatismo religioso e la politica che misconoscono il valore positivo del dubbio e impongono dogmaticamente verità e certezze assolute, non necessariamente da dimostrare, spesso richieste e volute dagli uomini per rispondere ai misteri della vita e del creato o per governare. Ipazia afferma la sua neutralità di pagana, prende distanza dal potere con una saggezza maturata grazie allo studio e ad una straordinaria sensibilità. Pare distaccarsi dalle umane passioni abbracciando i misteri dell’universo che rispondono a leggi talvolta incomprensibili e conquista spazi infiniti varcando i confini del mondo umano. La filosofia diviene il suo stile di vita in una costante ricerca di verità, non sempre certe e assolute, che la avvicina al rispetto della vita, più di ogni altro dogmatico dio.
Donna di eccezionale bellezza ed intelligenza è affascinata dal misterioso e perfetto equilibrio esistente in natura, spesso simboleggiato dal cerchio ove tutti i punti della circonferenza sono equidistanti dal centro. Una perfezione idealmente auspicabile per un’equilibrata forma di governo ispirata alla tolleranza, alla convivenza, alla giustizia, al bene. Un cerchio che, in alcune inquadrature dall’alto, incornicia, ma non riesce ad arginare, masse impazzite simili a formiche che scappano senza meta.
Ipazia esercita una grande infuenza non solo culturale ma anche politica, perciò paga con la vita quello che all’epoca tutti le riconoscevano un eccezionale privilegio in quanto donna. Accusata di eresia e stregoneria, è assassinata nel 415 , sebbene stimata per la fervida mente e virtù. Va incontro al suo destino, rifiuta la conversione al cristianesimo proclamando la sua libertà di pensiero, la sua indipendenza da ruoli prestabiliti e il suo impegno civile. Con la sua morte viene sancita l’esclusione delle donne dal sapere.
Ecco la testimonianza di Socrate Scolastico, storico cristiano:
“C’era in Alessandria una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che aveva fatto tali conquiste in scienza e letteratura da sorpassare tutti i filosofi del suo tempo. Essendo succeduta al padre nella guida della scuola di Platone e di Plotino, ella insegnava i principi della filosofia ai suoi discepoli, molti dei quali venivano da lontano per assistere alle sue lezioni. A dimostrazione della sua erudizione e delle sua abilità di conversazione, che aveva acquisito in seguito alla coltivazione della sua mente, appariva spesso in pubblico in presenza di magistrati, e non aveva vergogna di partecipare alle assemblee di uomini. Per questo gli uomini la ammiravano sempre più, per la sua straordinaria dignità e virtù. Eppure anch’essa cadde vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Poiché ella aveva frequentazioni con Oreste, fu calunniosamente riportato tra i cristiani che era stata lei ad impedire che Oreste si riappacificasse con il vescovo. Allora alcuni di essi, il cui capo era un lettore chiamato Pietro, presi da uno zelo bigotto e ferino, la assalirono sulla via di casa e, trascinatala giù dal carro, la trascinarono alla chiesa chiamata Cesarèo dove la spogliarono completamente e la uccisero a colpi di tegola. Dopo aver fatto a pezzi il suo corpo, portarono le sue membra sanguinanti in un posto chiamato Cinaron, e lì le bruciarono. Questo episodio ha portato l’obbrobrio non solo su Cirillo, ma anche sull’intera chiesa di Alessandria. E di certo nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che la giustificazione di massacri, battaglie, e cose di questo genere. Questo accadde nel mese di Marzo durante la Quaresima, nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio e il sesto di Teodosio”.
Ipazia è una bella figura femminile della storia e della scienza. Nel film è tanto amata ma in modi diversi, dal padre col quale condivide affinità intellettive, dal prefetto Oreste che si accontenta di amore platonico, dallo schiavo Davo che nutre un’ attrazione fisica. Tutti, chi prima, chi dopo, le riconoscono la libertà di essere ciò che vuole. Agorà propone conflittualità ancora attuali , forse senza soluzione, proclama quel bisogno umano di avere certezze, credute o possedute, per legittimare ogni forma di potere, sociale , politico, religioso.
In questo Ipazia è sempre stata libera e tutti, anche coloro che la condannarono, riconobbero la sua libertà.
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Buon 1° Maggio
“È una necessità , un’ambizione, una passione, una vocazione,una missione, una fortuna .A volte frustrazione e rinuncia. Una sfida. Indipendenza e dipendenza, flessibilità, mobilità, sedentarietà, movimento, lontananza. Crescita, progresso, relazione, interesse, confronto, competizione, creatività, ingegno, manualità, talento, concentrazione, soddisfazione o scontento, ripetitività, alienazione, allenamento e resistenza. Operosità. Responsabilità.
Assorbe, sfibra, motiva, gratifica, stanca, logora, stressa, arricchisce, sfrutta, condiziona, orienta. Tempra. Mette in gioco… a volte in discussione. Costruisce un progetto di vita più ampio, dà dignità e identità sociale, nobilita, talvolta abbrutisce.
Qualunque esso sia, è il lavoro: investimento di tempo, energie, risorse, capacità, competenze, potenzialità, impegno, costanza, fatica. Diritto della persona e dovere sociale…” (da ‘A fatica in skip blog)
“ La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”(art. 4 Cost.)
Ogni cittadino ha quindi diritto ad avere un lavoro col quale possa realizzarsi, vivere dignitosamente e progredire sia personalmente che contribuendo al benessere collettivo.
Lo Stato deve impegnarsi a promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto- dovere perché “ l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art 1 Cost) , che si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art 3 Cost)
Buon 1° Maggio a tutti i lavoratori ma soprattutto un augurio speciale ai disoccupati , a coloro che vivono il lavoro in condizioni di precarietà o sfruttamento perchè possano realizzare le loro aspirazioni.


