Archive for August, 2010
“Leonardo e il Rinascimento Fantastico” – Villa Fiorentino Sorrento
“Leonardo e il Rinascimento Fantastico” è il titolo di una mostra allestita nella Villa Fiorentino di Sorrento dal 26 giugno al 24 ottobre. Qui sono esposte opere di Della Robbia, Donatello, Tintoretto, Verrocchio, Anselmi, Bandinelli e Gianpietrino, riproduzioni delle macchine progettate da Leonardo e la Tavola Lucana dell’ autoritratto di Leonardo da Vinci, rinvenuto a Salerno nel novembre 2008 dallo studioso medievalista Nicola Barbatelli in una collezione privata, ove si identificava come ritratto di Galileo Galilei. Un dipinto eccezionale in quanto non è una copia ma un originale databile tra la fine del 1400 e gli inizi del 1500 che, dopo intense ricerche scientifiche, storico-artistiche e documentarie svolte da eccellenze accademiche italiane in collaborazione con esperti dell’università di Tallin e del Canada, è stato riconosciuto con un alto grado di probabilità come l’autoritratto di Leonardo da Vinci.
A questa conclusione si è giunti grazie ad innovative tecniche scientifiche di riconoscimento e indagini comparative di vario genere. La datazione al RadioCarbonio 14 fa risalire il legno della tavola ad un’età compresa tra il 1459 e il 1523 (Leonardo visse dal 1452 al 1519),mentre l’esame dei pigmenti consente di affermare che il dipinto è stato realizzato con una tecnica e materiali compatibili con l’età del supporto ligneo. La scritta sul retro “Pinxit mea” è al rovescio e dall’analisi della grafia e dell’inchiostro, ferro gallico solitamente usato da Leonardo, se ne è dedotta compatibilità con la scrittura presente nel Codice Atlantico. Frammenti di un’ impronta digitale sulla tela lucana, ritrovata a lato della piuma, risultano compatibili con quella trovata sulla Dama con l’Ermellino, altra opera di Leonardo. Un’ indagine cefalometrica dei tessuti molli , applicata per la prima volta nel confronto tra il volto del dipinto Lucano e altri volti attribuiti a Leonardo, rivelano una perfetta conoscenza dei muscoli facciali e le stesse proporzioni e caratteristiche facciali. Studi sulla fisiognomica del volto ne hanno permesso una ricostruzione tridimensionale, mentre esperimenti virtuali hanno dimostrato che il dipinto lucano nasce dalla combinazione di due viste del volto leggermente sfalsate di 18 ° , proprio come l’immagine che si ha ponendosi davanti ad uno specchio a circa 15-20 cm di distanza osservandosi prima con un occhio e poi con un altro, da qui si avvalora ulteriormente la tesi dell’ autoritratto. Ricerche storico documentarie svolte dall’Università del Canada confermano una coerenza storica che potrebbe avere portato il dipinto in Lucania. Pare che sia stato per lungo tempo a Moliterno in Lucania che, secondo la narrazione di Merezkovsky, autore russo degli inizi del ‘900, sarebbe il luogo dove morì Monna Lisa. Leggenda o straordinaria coincidenza … chissà.
Al grande Leonardo, che ha precorso i tempi con una genialità ineguagliabile in tanti campi, sono dedicate la mostra e una serie di conferenze scientifiche in un percorso ove confluiscono certezze, interpretazioni, fantasie e mistero dove l’ arte è scienza.
Leonardo e il Rinascimento Fantastico
“una mostra tra Napoli e le rotte del Mediterraneo”
dal 26 giugno al 24 ottobre 2010
Villa Fiorentino- Sorrento
Qui per informazioni ed approfondimenti.
Nel respiro del mare
La storia della terra e dell’uomo si srotola lungo i superbi costoni a picco sul mare, nelle ville d’altri tempi e nei borghi marinari accerchiati dall’argento degli ulivi e dall’odore di zagara , fino ai pendii assolati e alle torri solitarie che mirano delfini e naviganti.
Austeri giganti di roccia al vento narrano di sirene e di miti lontani.
Nulla è più dolce del nascondersi nel respiro di questo mare e nell’abbraccio di questo cielo. Nulla è più dolce del librarsi in questa serena libertà originaria, mai persa come l’istinto a scoprire il bello.
Ovunque regna un’eternità sospesa, una luce che placa misticamente i sensi e dispensa carezze di trasparenze alle rive e schegge di verde e di pietra, avvolte ora in una tenue foschia, ora in un intenso blu cobalto .
L’anima buona della natura palpita in queste profondità marine e celesti che inondano gli occhi e il cuore. E dopo averne carpito la magia, la cerchi per sempre.
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Area Marina Protetta Punta Campanella
La Penisola sorrentina comprende la fascia montuosa di terra e di costa nella parte sud orientale del Golfo di Napoli, ma nella toponomastica locale si considerano esclusivamente il versante costiero che va da Castellamare di Stabia a Punta Campanella, limitato ad est dal Monte Faito e a sud dai Monti Lattari. Le tante baie ed insenature, i borghi marinari a ridosso degli scogli, i pendii ricoperti da uliveti argentati e agrumeti contribuiscono a rendere spettacolare il paesaggio costiero, soprattutto se visto dal mare.
In questo ambito territoriale convenzionalmente è inclusa anche Capri, un tempo estremità della penisola, che in seguito a movimenti tellurici si è separata dalla terraferma.
Nel corso dei secoli la penisola, grazie alla sua natura calcarea , è stata interessata da un intenso fenomeno di carsismo delle acque che ha creato un paesaggio costiero e sottomarino ricco di grotte, insenature, di particolare valenza ambientale e naturalistica.
Dal 1997 in quest’area ci sono due zone protette: la riserva marina di Punta Campanella e la baia di Ieranto, luoghi incantevoli compresi in alcuni itinerari di pesca turismo e tutelati da un Consorzio di gestione comprendente i Comuni di Massa Lubrense, Positano, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento e Vico Equense.
Sulla Punta Campanella sorgeva un tempio, la cui fondazione mitica è attribuita ad Ulisse , e in età classica prese il nome Athenaion , in onore della dea Atena. In seguito i romani vi costruirono la strada che qui giungeva da Sorrento, e in alcuni tratti è ancora visibile il lastricato in pietra. La torre – faro eretta nel 1335 e rifatta nel 1556, segnalava l’arrivo dei pirati col suono di una campana, da cui è derivato il nome della punta.. Oggi sono visibili resti di una villa romana del I- II sec d. C e la Torre Minerva di epoca vicereale (1567).
La baia di Ieranto , compresa tra Punta Campanella e Punta Penna, , deriva il suo nome dal greco ierax che significa falco, ed ancor oggi in questa zona nidificano diverse specie di falco, tra cui quello pellegrino. Sui costoni che la circondano c’è una vegetazione a mirti, lentischi, ginestre ed euforbie anche se la tipica macchia mediterranea degli ambienti più caldi è stata sostituita, in molte zone circostante da oliveti.
Nell’area è visibile un’ex cava, di proprietà del FAI (Fondo Ambiente Italiano, dal cui sito è tratta la foto della baia). Si raggiunge via mare o attraverso un sentiero che da Nerano porta a punta Campanella e alla baia.
I fondali di quest’area custodiscono in alcuni tratti banchi di Posidonia Oceanica , margherite di mare, alghe verdi, foreste di gorgonie bianche e specie stanziali quali saraghi,polpi , aragoste, cernie,occhiate, scorfani. Particolare tutela è riservata al dattero di mare, un mollusco che impiega circa 20 anni per raggiungere 5 cm di lunghezza e la sua raccolta provoca effetti devastanti sul delicato ecosistema sottomarino.
Ho avuto il piacere di incontrare due delfini che si divertivano a girare intorno alla barca. Certo che fotografarli è stata un’impresa, sia per il precario mio equilibrio e per la mia imperizia fotografica
, sia perché non era facile seguirli mentre girovagavano sott’acqua ricomparendo sempre da tutt’altra parte. Beh una pinna è visibile lì al centro, nel mare delle sirene.
Le anime pezzentelle – Cimitero delle Fontanelle
Il Miglio Sacro è un itinerario restituito alla città di Napoli che parte dalle antiche catacombe di San Gennaro e arriva alla Cappella del Tesoro di San Gennaro attraversando tutto il Rione Sanità, un quartiere che può riscattarsi con la storia millenaria di un patrimonio artistico ed archeologico poco reclamizzato. Questa zona si può considerare la culla del culto dei morti, celebrato e consacrato attraverso funzioni, devozioni e rituali che fondono religione e magia. Qui sorsero la necropoli greca, in origine fuori dalle mura della città, le catacombe paleocristiane ed infine, in una cava di tufo, l’immenso ossario del cimitero delle Fontanelle che di recente è stato riaperto.
Tra il Seicento e il Settecento la cava fu utilizzata come cimitero per i poveri e soprattutto per le vittime della peste del 1656 che a Napoli aveva causato circa 300000 morti e non pochi problemi di igiene e di reperimento di spazi sufficientemente capienti per seppellirli, anche perché le catacombe avevano già accolto le vittime dell’epidemia del 1479. Come riferisce il canonico Andrea De Jorio, verso la fine del Settecento persone abbienti chiedevano di essere sepolte nelle chiese ma, a funerali avvenuti, di notte i becchini trasportavano le salme nelle cave inutilizzate per evitare sovraffollamento nelle chiese. Dopo un allagamento della cava, che portò in superficie le capuzzelle ( piccole teste, cioè i teschi) in uno scenario apocalittico, le ossa vi furono ricomposte e furono costruiti un muro e un altare nell’antro, riconosciuto ormai come ossario della città.
In seguito all’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, che vietò le sepolture nelle città e nei luoghi pubblici, nell’ossario furono raccolti anche i resti umani rinvenuti nelle terre sante delle tante chiese napoletane o durante gli scavi archeologici , come in Via Acton nei pressi del Maschio Angioino,oltre le vittime del colera del 1836. Sono visibili decine di migliaia di teschi e ossa lunghe ad eccezione delle due salme intatte e vestite di Filippo Carafa, conte di Cerreto e di Maddaloni, e di sua moglie Margherita.
Alla fine dell’Ottocento padre Gaetano Barbati coordinò alcuni devoti per riordinare le ossa in cataste e fece costruire la sobria chiesa di Maria Santissima del Carmine nel sito delle Fontanelle.
Da allora sorse uno spontaneo e particolare culto popolare per gli ignoti defunti, che consisteva nell’adozione delle anime pezzentelle del Purgatorio, bisognose di cure e preghiere, in cambio di grazie e favori. Questo culto, ancor oggi limitatamente praticato, è una porta rituale tra il mondo dei vivi e dei morti: i morti chiedono ai vivi una preghiera e i vivi, perlopiù donne, si rivolgono alle anime abbandonate che fanno da tramite tra la vita terrena e quella ultraterrena. Il limite tra la fede – tradizioni popolari e la superstizione è sottile, ma i devoti sentono più vicini a loro le anime pezzentelle di umili origini nelle quali ritrovano comuni miserie, sofferenze e solitudini.
L’adottante sceglieva una capuzzella, la puliva e la lucidava, la poneva su un fazzoletto ricamato ed infine, durante visite periodiche, le offriva lumini, fiori e preghiere “A refrische ‘e ll’anime d’o priatorio”. Poi la circondava con un rosario e la adagiava su un cuscino, ornato di pizzi e ricami . Solo dopo questo rituale pare che l’anima purgante apparisse in sogno , richiedendo “refrisco” ( cioè preghiere e cure per essere sollevata dalla sofferenza) e svelando la sua storia personale. Se la capuzzella iniziava a sudare, significava che si stava adoprando per intercessioni a favore del devoto o per concedergli la grazia . In realtà l’alto tasso di umidità della cava ancor oggi provoca la formazione di gocce di condensa sui teschi, facendoli sembrare sudati. A questo punto l’animella entrava a fare parte della famiglia e veniva custodita in un tempietto di marmo o di legno, in una teca di vetro, a volte pure in una semplice scatola metallica di biscotti , sui quali si incidevano il nome dell’adottante e l’anno di ricevimento della grazia.
Se però non venivano esaudite le richieste, quali guarigioni, matrimoni,vincite al lotto, il devoto poteva rimpiazzare la capuzzella con un’altra, nella speranza che si rivelasse più benevola. Se il teschio non sudava, significava che l’anima pezzentella era in uno stato di sofferenza ed impossibilitata ad elargire grazie, quindi bisognava confidare in entità celesti più potenti. Nel 1969 il cardinale di Napoli Ursi vietò come pagana e superstiziosa questa forma di devozione, frutto della religiosità popolare.
Gli oltre 40000 resti, sistemati nei lunghi corridoi del cimitero delle Fontanelle, a volte formano macabre strutture come quella del Tribunale e della Biblioteca. Quest’ultima ricorda gli scaffali di una libreria, formati da teschi e ossa lunghe, ben allineate e calcificate, che incorniciano l’edicola del Sacro Cuore di Gesù. Inquietante è il Tribunale con le sue tre croci su un Golgota di teschi, dinanzi al quale- così pare- i camorristi convenivano per lugubri rituali di affiliazione. Un’aria decisamente sinistra ha invece il Monacone, la statua decapitata di San Vincenzo Ferrer.
L’anima purgante più famosa delle Fontanelle è il Capitano, probabilmente spagnolo, che ha aiutato molti devoti . Esistono varie leggende sul Capitano ma la più nota riguarda due sposi. Si narra di una giovane promessa sposa che venerava molto quest’anima pezzentella. Il suo fidanzato, ritenendo che le cure prestate ad ignote ossa fossero inutili, un giorno accompagnò la futura consorte nell’ossario per veder da vicino il teschio. Infilò un bastone nella sua cavità orbitale e con modi provocatoriamente scherzosi lo invitò al matrimonio. Il giorno delle nozze tra gli invitati comparve un carabiniere che nessuno conosceva . Quando lo sposo gli chiese da chi fosse stato invitato, questi rispose che proprio lui l’aveva fatto e, aprendo la divisa, si mostrò in tutta la sua nudità scheletrica provocando la morte di crepacuore dei due sposi. La leggenda vuole che i resti degli sposi siano conservati presso la statua di Gaetano Barbati, mentre si pensa che essi siano stati dipinti sulle pareti delle catacombe di san Gaudioso. Non oso immaginare cosa sia potuto succedere nell’aldilà all’arrivo della promessa e mancata sposa che deve avere fatto una bella sfuriata sia al fantasma del Capitano che allo sprezzante fidanzato.
Altra anima pezzentella , per la quale si nutre particolare devozione, è la sposa Lucia, morta in naufragio col suo sposo o travolta da un’onda mentre lo attendeva su una scogliera. La sua capuzzella è ornata di velo nuziale ed omaggiata di fiori, lumini e suppliche scritte. Si trova però in via dei Tribunali, precisamente nella chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, dall’inconfondibile facciata barocca, realizzata da Cosimo Fanzago, adorna di teschi e femori di bronzo. La Chiesa, comunemente detta d’e cape ‘e morte o d’e capuzzelle fu costruita nel 1638 ad opera di una congregazione di nobili che dal 1604 raccoglieva fondi per la celebrazione di messe in suffragio alle anime del Purgatorio. Qui è esposta la tela la “Madonna delle Anime Purganti” di Massimo Stanzione (nel 1635) . Quando la chiesa fu chiusa in seguito al terremoto del 1980, molti devoti chiesero di potere accedere all’ipogeo in quanto spesso chiamati in sogno dalle anime purganti ma poterono riprendere le visite soltanto nel 1992.
Questo culto così particolare non solo è una sorta di misericordiosa alleanza e complice intesa tra i poveri vivi e i poveri morti per un aiuto reciproco, ma anche un’occasione per riflettere sull’aldilà attraverso i teschi, simboli di contemplazione dei santi nelle opere dei grandi autori, quali Caravaggio, Jusepe de Ribera, El Greco, Van Dick, Georges de La Tour, Rembrandt.
Il culto delle anime pezzentelle approda alla consapevolezza che in fondo “all’ àutro munno simmo tutte eguale” e “Simmo tutte cape ‘e morte”, cioè che “la morte è la completa uguaglianza degli ineguali”, è “una livella” a detta di Totò: ciò che era visibile e rilevante in vita diviene invisibile ed irrilevante nella dimensione sospesa (“queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri…apparteniamo alla morte”, proclama l’ombra del netturbino a quella del marchese che disdegnava di essere sepolto accanto a lui) .
Napoli si legge anche tra i vicoli , negli usi e costumi e in ciò che a prima vista non appare, come una metafora tra le righe. Visitare questi luoghi di culto popolare consente di esplorare il mistero, ove si confondono riti sacri e profani, religione e magia. L’iniziale incredulità o scetticismo svaniscono man mano che nel rituale delle anime pezzentelle si riconoscono un generale bisogno di essere ascoltati per ricevere conforto e sollievo, di ascoltarsi nel raccoglimento di una preghiera, per gli altri e per se stessi, di trovare conferme di protezione nei meandri della fede o della suggestione superstiziosa. Alla sensazione di profanare l’intimità della morte subentra la pietosa accoglienza del silenzio delle anime purganti e proprio nelle tenebre, percependo il destino dell’umanità di sempre, si intravede una speranza di redenzione dei vivi e dei morti per scattare in avanti nella vita terrena e ultraterrena.
“Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio.”
(Da “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao)
Rione Sanità- le catacombe di Napoli
Ai piedi della collina di Capodimonte si estende il rione Sanità, un noto quartiere popolare di Napoli che nel 1898 diede i natali a Totò in Via Santa Maria Antesaecula e in seguito ha ispirato trame e personaggi di numerosi film e opere teatrali. Qui hanno abitato popoli provenienti dal Sud e dall’Est del mondo, africani e cinesi, e sono passati nobili, papi, re e cardinali. Qui è molto forte il senso di appartenenza ai vicoli, ai palazzi, agli usi e costumi, ai riti sacri e profani dettati dalla religione e dalla magia.
Napoli ha un cuore e un ventre, in cui è dislocato un patrimonio nascosto, archeologico ed artistico, da scoprire attraverso una stratigrafia che s’addentra nelle viscere della terra.
L’invisibile Napoli sotterranea si articola in un labirinto di cunicoli, pozzi e cisterne, ipogei e cave greche, catacombe, gallerie di epoca romana, ossari e tombe scavati nel tufo. È una città oscura, luogo di passaggio e tramite tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto e silenzioso dell’Oltretomba, dove si confondono storia e leggende, fede e superstizione. Un mondo sommerso col quale i napoletani si conciliano per esorcizzare la paura della morte e, seppur limitatamente ancor oggi, si alleano offrendo preghiere e cure ad ignoti defunti, anime pezzentelle del Purgatorio, in cambio di grazie e favori, quali una guarigione, un matrimonio o numeri vincenti al lotto nella speranza di ingraziarsi la buona sorte per sopravvivere ad un’esistenza complicata, ad un atavico destino reso avverso dalle epidemie di peste e colera, dalle alluvioni e terremoti, dalle dominazioni del dio o del potente di turno accettati con fatalistica rassegnazione.
Un universo buio, lugubre, sospeso in un sonno eterno, che porta al nulla o a qualcosa, ove si smarriscono le coordinate di spazio e tempo .
Napoli è simbiosi di vita e di morte, entrambe celebrate e consacrate attraverso funzioni, devozioni e rituali che confluiscono nel radicato culto dei morti.
I sepolcri più antichi sono gli ipogei greci della Sanità e dei Vergini, situati a 10-11 metri di profondità dal livello della strada. Le necropoli risalgono al IV e II secolo a. C. e sono ricche di sarcofagi dipinti e scolpiti che ricordano le tombe anatoliche, macedoni ed alessandrine. Per lungo tempo rimasero sepolte dalla “lava”, cioè dal fiume alluvionale di detriti e fango che fino agli anni ’60 ha afflitto questa zona. In effetti sin dal tempo dei greci si estraeva il tufo , impiegato per le costruzioni, dando così luogo a immense grotte e cavità. Prima ancora che le cave di tufo fossero adibite ad ossari , le famiglie dell’aristocrazia greco-napoletana, che fuse elementi greci e sanniti, vi costruirono eleganti sepolcri. Da qui il nome di “Valle delle tombe”. Nelle stesse aree sotterranee dagli ipogei si è poi passati nel II secolo alle catacombe paleocristiane di San Gennaro, San Gaudioso e San Severo, che prendono nome dalle spoglie dei martiri.
Nelle vicinanze del santuario della Madonna del Buon Consiglio (zona di Capodimonte) si estende il vasto complesso cimiteriale delle catacombe di San Gennaro, nate tra il II e IV secolo e articolate su due piani e in più corridoi, a differenza di quelle romane. Divennero luogo religioso e di sepoltura quando accolsero i resti del vescovo Agrippino e nel V secolo furono dedicate a San Gennaro , il cui corpo pare sia stato collocato qui per lunghissimo tempo. Oltre a reperti e affreschi di interesse artistico, sono un luogo suggestivo cosparso di nicchie e loculi, grandi e piccoli. Pare che vicino al santo potessero riposare solo i puri di cuore, quali i bambini, e questo spiega la presenza di piccoli loculi sulle pareti. Fino all’XI secolo vi furono sepolti i vescovi napoletani, subirono saccheggi tra il XIII e XVIII secolo e infine furono restaurate dopo il trasferimento dell’ossario nel Cimitero delle Fontanelle. Dopo circa 40 anni di chiusura ora sono state riaperte al pubblico e vi si accede o dalla collina di Capodimonte, a fianco della chiesa della Madre del Buon Consiglio, o dalla Basilica di San Gennaro fuori le mura, situata all’interno dall’ospedale di San Gennaro dei Poveri nel rione Sanità.
L’intero quartiere Sanità è dominato dalla cupola della Basilica di Santa Maria della Sanità, rivestita di maioliche smaltate gialle e verdi . Fu costruita dai Domenicani tra il 1602 e il 1613 , su progetto di Giuseppe Donzelli detto Fra Nuvolo. E’ nota come la chiesa di San Vincenzo,detto o’ Munacone in onore del domenicano Vincenzo Ferreri, uno dei tanti santi protettori della città.. Una sontuosa scala a tenaglia, che porta all’altare maggiore, incornicia la cripta dalla quale si accede alle nascoste catacombe paleocristiane di San Gaudioso, risalenti al V sec d. C. dove fu sepolto Settimio Celio Gaudioso, vescovo di Abitine, una località non identificata dell’Africa proconsolare.
La catacomba di San Gaudioso è il secondo cimitero paleocristiano di Napoli per ampiezza e importanza, dopo quello di San Gennaro. Ha subito trasformazioni, per cui è difficile definirne l’estensione o l’esistenza di locali più antichi di quelli attuali. Fu abbandonato all’incirca nell’anno mille e in seguito le “ lave” lo invasero nascondendone l’ingresso.
In un’edicola nell’angolo nord della cripta , nel 1579 si scoprì un’immagine della Madonna alla quale iniziarono ben presto a rivolgersi alcuni devoti. E’ la più antica raffigurazione mariana dell’arte paleocristiana di Napoli, forse del V o VI secolo. La pittura è quasi svanita e la si nota osservandola da lontano: la Madonna, seduta e velata, ha in braccio il Bambino che stende il braccio destro spiegando le prime tre dita della mano quasi per benedire o indicare la Trinità, mentre la mano sinistra è sul globo sormontato dalla croce e appoggiato sul ginocchio della madre.
A questa Madonna si attribuirono una serie di miracoli e divenne oggetto di culto popolare e meta di pellegrinaggi. Un frate domenicano, Antonino da Camerota, in poco tempo raccolse elemosine per costruire una chiesa in onore della Vergine. Fu accusato di superstizione, idolatria, raggiro ed estorsione di denaro ma il processo fu insabbiato e nel 1581 il frate fu scarcerato e riabilitato. Ripresero i lavori di costruzione della chiesa che fu ultimata in pochi anni.
Caratteristica delle catacombe di San Gaudioso sono le nicchie a forma di sedile, dette “cantarelle” che servivano per una particolare tecnica di inumazione : il morto veniva sistemato nella nicchia dotata di un vaso a due manici sottoposto e ricavato nel tufo ( da kantharos , coppa greca a calice con due anse, da cui cantaro che nelle basiliche cristiane era la vasca per le abluzioni e da cui è derivato più prosaicamente il vocabolo napoletano o’ cantaro, cioè il vaso da notte). Il defunto veniva messo a “scolare” fino alla decomposizione, così poi i suoi resti venivano deposti in un ossario comune o in una tomba privata .Si pensa che gli “schiatta muort” in origine fossero coloro incaricati di incastrare i defunti in questi sedili e dalle cantarelle sia derivato l’imprecazione napoletana “Puozze sculà!”, che di fatto è un pessimo augurio.
Sulle pareti dei cunicoli ci sono dipinti del VI secolo e particolari effigi funerarie del XVII secolo: sotto i teschi veri, incorporati nel muro nel Seicento, i corpi venivano dipinti con le vesti e i simboli del rango del defunto. Ai lati del cranio si segnavano le iniziali del nome e cognome del defunto, accompagnati da una citazione biblica. Qui trovarono sepoltura frati domenicani e aristocratici come il magistrato Diego Longobardo, morto nel 1632, le nobildonne Maria De Ponte e la principessa di Montesarchio Sveva Gesualda. Uomini e donne erano separati anche nella sepoltura eccetto due personaggi le cui mani si intrecciano sui rispettivi cuori. Una credenza popolare vuole siano gli sposi che morirono di crepacuore alla vista del fantasma del Capitano spagnolo, ossequiato da lei e offeso da lui nel Cimitero delle Fontanelle, che si presentò alle nozze.
Unico “ borghese” dipinto è il pittore Giovanni Balducci, al quale si attribuiscono gli affreschi delle catacombe, il cui nome compare per esteso e viene raffigurato con una riga nella mano destra e una tavolozza nella sinistra.
La morte domina sul tempo, che scorre inesorabile come la sabbia nella clessidra, e sull’effimero potere dei mortali rappresentato dalla corona e dallo scettro.
A Napoli si dice “ Basta a’ salute, tira a’ campà” perché in fondo “a tutto c’è rimedio, tranne alla morte”. Saggezza popolare che spiega l’inconfondibile vitalità ed ilarità partenopea maturata tenendo gli occhi aperti anche nelle tenebre, dove lo sguardo guarisce dagli affanni del mondo.
“Sono nato in Rione Sanità, il più famoso di Napoli. ..
La domenica pomeriggio le famiglie napoletane usavano riunirsi nelle case dell’una o dell’altra, e là chi suonava la chitarra, chi diceva la poesia, e chi cantava. I giovanotti guardavano le ragazze, gli tenevano la mano, si innamoravano”
Il Principe Antonio De Curtis
( in arte Totò)
Per approfondimenti ed informazioni www.catacombedinapoli.it

































































