Archive for December, 2010
Vischiosi auguri di Buon Anno!
Il vischio è una pianta particolare, alla quale sin dall’antichità si attribuivano magici poteri . Questo sempreverde semiparassita nasce su rami e tronchi di altre piante, qualora le sue bacche vi cadano dentro, e cresce volentieri su alberi da frutto ma anche su querce, pioppi, olmi e tigli . Secondo la tradizione il vischio, appeso alla porta di casa, è il simbolo di un potente mix beneaugurante di fecondità, longevità e fortuna, di cui si trova traccia in numerose leggende.
Una di queste narra del dio Baldr, figlio di Odino e della dea Frigg, un giovane forte, buono e benvoluto da tutti, ma angosciato da presagi di morte. Sua madre fece quindi giurare al popolo, agli animali, alle piante, ai minerali e agli elementi di non nuocere a Baldr. Da allora gli dei si divertirono a lanciargli per gioco oggetti e frecce per dimostrarne l’invulnerabilità. Loki, dio del disordine, mosso da invidia, si trasformò in ancella di Frigg e con l’inganno seppe che la dea non aveva fatto giurare il giovane ed inoffensivo vischio. Loki si procurò quindi un ramo di vischio, ne fece una freccia , la diede a Hoder, fratello cieco di Baldr, e guidò la sua mano per consentirgli di partecipare al gioco e uccidere, a sua insaputa, Baldr. Frigg pianse amaramente la morte del figlio e le sue lacrime, a contatto col vischio, si trasformarono in perle . Secondo una versione della leggenda, l’amore suo, di tutte le creature e degli dei, escluso il perfido Loki che dopo varie peripezie fu smascherato, riportò in vita Baldr. La dea Frigg dichiarò sacro il vischio e di qui l’auspicio di buona fortuna per coloro che, passando sotto i suoi rami, ricordano con un bacio il ritorno alla vita del dio nordico, il trionfo del Bene sul Male.
Anche per i celti il vischio, che non aveva bisogno di radici in terra, era una pianta sacra . Se cresceva su una quercia poteva dare forza e vigore, rendere fertili e guarire da ogni male. Nel sesto giorno dopo il solstizio d’inverno solo i druidi, di bianco vestiti , potevano tagliarlo con un falcetto d’oro per adagiarlo su teli bianchi, dopo avere fatto un sacrificio ai piedi dell’albero. Anche Plinio il Vecchio, naturalista romano del I secolo d. C, in Naturalis Historia afferma: ”…i druidi non avevano nulla di più sacro del vischio e dell’albero che lo porta, purchè sia una quercia, e che tutto ciò che spunta su quell’albero è inviato dal cielo…”
Oggi la tradizione lo privilegia come decorazione natalizia e festoso respingente di fulmini e di mala sorte.
Finalmente l’appiccicoso 2010 sta per finire, mi invischio volentieri in una foresta di vischiosi auguri per un Felice Anno Nuovo.
Buona fine e buon inizio a tutti !
7 comments
La stella Gatto
In quel tempo, a Roma, diverse persone andavano via con i gatti. Pensatori che, a causa delle automobili, non trovavano piú la quiete per pensare; vecchi che avevano delle storie da raccontare ma nessuno li stava a sentire e in casa per loro non c’era piú posto; donne rimaste sole in un appartamento vuoto: pigliavano su e sparivano. Di loro non si sapeva più nulla. Erano andati via con i gatti.
Come facevano? Questo si é saputo dopo, col tempo. Era una cosa molto semplice. Si faceva, piú che altro, in piazza Argentina.
Questa piazza é fatta cosí: tutt’in giro ci sono strade, palazzi, automobili, filobus, chiasso, ma in mezzo alla piazza c’ é uno spazio dove stanno alcuni gloriosi ruderi romani, le rovine di due o tre tempietti, mezze colonne rovesciate, praticelli, qualche pino, qualche cipresso. E i gatti. Non ci possono andare le automobili, lá dentro e laggiú, nei sotterranei ombrosi, sotto i portici antichi. É come un’isola serena in mezzo al mare del traffico, da cui la separano una cancellata e pochi gradini. Si scendono quei gradini e si é in mezzo ai gatti.
Sono molti, di tutte le razze. Ci sono giovani cuccioli che giocano ad acchiappare lucertole e vecchi gattoni che dormono tutto il tempo e si svegliano solo quando arrivano le “mamme dei gatti”, coi loro cartoccetti di avanzi per la cena. Ogni gatto si sceglie il posto che piú gli piace, si infila in una nicchia, si allunga ai piedi di una colonna, si acciambella sui gradini di un tempio.
Quelle persone scendevano i gradini, scavalcavano la bassa cancellata, diventavano gatti e cominciavano subito a leccarsi le zampe.
La gente che passava e guardava, mettiamo, dal finestrino di un filobus, vedeva soltanto gatti. Poteva distinguere quello con un occhio acciaccato da una sassata, quello che aveva perduto un orecchio in battaglia, il grigio, il rosso, il tigrato, il nero.
Ma non sapeva che tra quei gatti c’erano dei gatti- gatti, e dei gatti-persone che prima, nel mondo di su, erano stati funzionari al ministero delle Poste, capistazione, conducenti di autotreni o di tassí .
Veramente un modo per riconoscerli ci sarebbe stato. Per esempio, quando arrivavano le “mamme dei gatti” c’erano dei gatti che si precipitavano a disputarsi le frattaglie, le teste di pesce, le croste di formaggio, e questi erano i gatti- gatti. Ce n’erano altri che invece, senza parere, davano prima un’occhiata ai brandelli di giornale in cui quegli avanzi erano stati avvolti. Leggevano un mezzo titolo, dieci righe di una notizia strappata sul piú bello, guardavano la fotografia di una principessa che si sposava. Cosí, mettendo insieme le loro osservazioni, si tenevano al corrente delle cose del mondo di prima, sapevano quando il governo voleva aumentare le tasse e se era scoppiata in qualche posto una nuova guerra.
In quel tempo andó via con i gatti anche la signorina De Magistris, una maestra in pensione che non riusciva piú ad andare d’accordo con sua sorella e se ne andó via, lasciandole anche il suo amato gatto, che si chiamava Agostino. La signorina De Magistris, nella sua lunga vita, aveva insegnato a leggere a migliaia di bambini e aveva avuto decine di gatti, ma tutti di nome Agostino, perché cosí si era chiamato il suo primo gatto, morto sotto il tram, e lei non lo aveva mai dimenticato. Successero tante cose, tra i gatti, dopo l’arrivo della signorina De Magistris.
Una sera essa spiegava le stelle al signor Moriconi, giá netturbino ed ora gatto nero con stella bianca sul petto. Altri gatti-persone e non pochi gatti- gatti seguivano le sue spiegazioni, guardando per aria quando lei diceva:
- Ecco, lá, quella é la stella Arturo.
- Ho conosciuto uno che si chiamava Arturo,- diceva il signor Moriconi,- si faceva sempre prestare i soldi per giocare al lotto, ma non ha mai vinto.
- Vedete quelle sette stelle lá, lá e lá? Quella é l’Orsa Maggiore.
- Un’orsa in cielo?- domandó, scettico, il gatto Pirata, un gatto- gatto soprannominato cosí perché, come molti pirati della storia, era cieco da un occhio.
- Anzi,- rispose la signorina De Magistris,- ce ne sono due: Orsa Maggiore e Orsa Minore. Anche di cani ce ne sono due: Cane Maggiore e Cane Minore.
- Cani,- sputó Pirata, con disprezzo.- Bella roba.
- Ci sono molte altre stelle con nomi di animali?- domandó il signor Moriconi.
- Moltissime. Ci sono il Serpente, la Gru, la Colomba, il Tucano, l’Ariete, la Renna, il Camaleonte, lo Scorpione…
- Bella roba,- ripeté il Pirata.
- Ci sono la Capretta, il Leone, la Giraffa.
- Ma allora é proprio un giardino zoologico,- commentó il Pirata.
Un altro gatto- gatto, tanto timido che balbettava, soprannominato Zozzetto (“zozzo”, a Roma, vuol dire “sudicio”; ma Zozzetto non era sudicio per niente, si lavava venti volte al giorno; valli a capire, i soprannomi…), Zozzetto, dunque, domandó:
- E c’ é …cecé…c’ é pu-pure il Ga-gatto?
- Mi dispiace,- sorrise la signorina De Magistris,- il Gatto non c’ é.
- Fra tutte quelle stelle che si vedono,- fece il Pirata,- non ce n’ é una sola che porti il nostro nome?
-Nemmeno una.
Ci furono mormorii di disapprovazione e di protesta.
- Buona, questa…
-Scorpioni, millepiedi, scarafaggi, sí ; gatti, niente…
- Contiamo meno delle capre?
-Siamo i figli della serva, noi?
Ma l’ultima parola, per quella sera, toccó al Pirata:
-Non c’ é che dire, gli uomini ci vogliono proprio bene. Quando ci sono da pigliare i topi, micio di qui, micio di lá, ma le stelle le danno ai cani e ai porci. Mi caschi anche l’occhio buono se da oggi in avanti tocco piú un topo.
Passó qualche tempo. Ed ecco che un giorno il signor Moriconi lesse in un pezzo di giornale odoroso di baccalá un titolo che diceva “Gli studenti occupano l’uni…”
Il quel punto il giornale era strappato
-E che cosa mai avranno occupato? si domandó ad alta voce.
-L’universitá,- gli spiegó la signorina De Magistris, che, essendo stata una maestra, sapeva tutto.- Non erano contenti di qualcosa e, in segno di protesta, hanno occupato l’universitá.
-Ma occupato come?
-Penso che sia andata cosí : sono entrati, hanno chiuso le porte e hanno cominciato a fare dei comunicati ai giornali, per fare sapere che cosa vogliono.
-E…ecco- balbettó Zozzetto, emozionatissimo.
-Ecco, e poi?- borbottó il Pirata.
-Ma sic…sicuro, é cosí che do-dobbiamo fa-fare!
-Che cosa c’entriamo noi con l’universitá?
-Ma pe-per la ste… la ste…
-Ho capito,- interpretó il Pirata,- gli uomini non ci danno una stella, noi in segno di protesta occupiamo… Giá, che cosa occupiamo?
La conversazione diventó ben presto un tumulto. Gatti-gatti e gatti-persone, afferrata l’idea di Zozzetto, discutevano con entusiasmo il modo di metterla in pratica.
-Bisogna occupare un posto in vista, che la gente se ne accorga subito.
-La stazione!
-No, no niente disastri ferroviari.
-Piazza Venezia!
-Cosí ci arrestano perché intralciamo il traffico.
-La cupola di San Pietro!
-Sta troppo in alto, un gatto, lá in cima,bisogna avere il binocolo per vederlo.
Anche stavolta l’ultima parola toccó al Pirata.
- Il Colosseo, – disse. E subito tutti capirono che quella era l’idea giusta, che il Colosseo era il posto giusto da occupare.
Il Pirata prese subito il comando delle operazioni:-Noi dell’Argentina siamo pochi.Bisogna avvertire anche i gatti dell’Aventino, del Palatino, dei Fori, quelli del San Camillo…
-Sí quelli! Quelli non vengono, mangiano troppo bene.
Il San Camillo é un ospedale. Nei padiglioni ci stanno i malati, nei praticelli e nei cespugli che circondano i padiglioni ci stanno i gatti.All’ora dei pasti essi si schierano sotto le finestre, anche un quarto d’ora prima, e aspettano che i malati gettino loro gli avanzi del pranzo e della cena.
-Verranno,- sentenzió il Pirata.
Difatti, vennero. Durante la notte vennero da tutta Roma, dai ruderi e dalle cantine, dai luoghi illustri pieni di storia e dai vicoli pieni di immondizie, vennero da Trastevere e da Monti, da Panico e dal Portico d’Ottavia, da tutti i vecchi rioni del centro, dai villaggi di baracche della lontana periferia, a centinaia, a migliaia, vennero i gatti e occuparono il Colosseo. Ogni arcata, ad ogni piano, era occupata da una densa fila di gatti a coda ritta. Ce n’era una fila compatta in cima, sulle pietre piú alte. Erano visibili a occhio nudo e a grande distanza.
I primi a vederli furono gli operai e i garzoni dei bar, che sono i primi ad alzarsi, a Roma. Poi li videro gli impiegati statali, che vanno in ufficio alle otto (poi dicono che i romani sono dormiglioni…).In pochi minuti si fece una gran folla intorno al vecchio anfiteatro.I gatti stavano zitti zitti, ma la gente no.
-E ched’ é? ‘Na gara de bbelezza?
- É ‘na parata: ha da esse la festa nazionale de li gatti.
-Anvedi quanti. Mo’ telefono a casa pe’ fallo sapere ar mio: quanno so’ uscito, dormiva ancora. Ce vorrá vení lui puro.
Alle nove arrivó il primo gruppo di turisti.Volevano entrare al Colosseo per visitarlo, ma l’ingresso era ostruito, tutti gli ingressi erano occupati dai gatti, non si poteva passare.
-Fia, fia,pestiacce! Noi folere fetere Coliseo.
-Prutti catti, pussa fia!
Qualche romano ci si offese: – Brutti gatti? Sarete belli voi! Ma senti ‘ sti pellegrini!
Volarono parole grosse, stava per scoppiare una rissa tra romani e turisti, quando una signora turista gridó:
-Pravi! Pravi micini! Fifa i catti!
Il fatto é che un momento prima la signorina De Magistris aveva dato il segnale, e i gatti avevano spiegato e ora facevano sventolare una grande bandiera bianca su cui avevano scritto: “Vogliamo giustizia! Vogliamo la Stella Gatto!”
Romani e turisti, affratellati da una bella risata, applaudirono fragorosamente.
-E che,- gridó un vetturino borbottone, nun ve abbastano li sorci, mo’ ve volete magná puro le stelle!
La signora turista, che era una professoressa di astronomia e aveva capito di che si trattava, spiegó la questione al vetturino. Il quale borbottó, convinto:- Be’, cianno ragione puro loro, povere bbestie.
Insomma fu una magnifica occupazione e duró fino a mezzanotte. Poi le varie tribú dei gatti si dispersero, a passi felpati, per la capitale addormentata.
La signorina De Magistris, il signor Moriconi, il Pirata, Zozzetto e tutti gli altri gatti-gatti e gatti-persone dell’Argentina sfilarono silenziosamente per via dei Fori, piazza Venezia, via delle Botteghe Oscure.
Zozzetto, per la veritá, aveva qualche dubbio:- Ma o… ora la ste… stella ce ce la da-danno o no?
Disse il Pirata:- Calma, Zozzetto, Roma non é mica stata fatta in un giorno. Adesso sanno che cosa vogliamo, sanno che siamo capaci di occupare un Colosseo. La cosa deve fare la sua strada, poco alla volta. Se ci danno la stella Gatto subito, bene. Altrimenti avvertiremo i gatti di Milano, e loro occuperanno il Duomo; prenderemo contatto con i gatti di Parigi, e loro occuperanno la Torre Eiffel. Eccetera, mi sono spiegato?
Zozzetto, invece di rispondere, fece una capriola: a fare le capriole non balbettava mica.
Il signor Moriconi , peró, aggiunse:- Bene .Ma poi che non facciano scherzi. La stella Gatto ce la debbono dare che sia proprio sopra la piazza Argentina, altrimenti non vale.
-Sará cosí,- disse il Pirata. E come sempre l’ultima parola fu la sua.
(da “Fiabe lunghe un sorriso” di Gianni Rodari)
Caro Babbo Natale…
Caro Babbo Natale…
era il tradizionale incipit della letterina che sin dagli inizi di dicembre scrivevo con fiducia ad un papà invisibilmente presente, che rassicurava nel profondo dell’immaginazione e dei sogni dell’infanzia. Ad un amico fantastico indirizzavo desideri che si concretizzavano in un ambito giocattolo, anche se il “Dolce Forno” non è mai arrivato. Ogni anno la curiosità e l’attesa facevano un po’ trepidare per ottenere un qualcosa di concreto , perché comunque avevo la certezza di affetti e serenità familiare, poco ostentati da smancerie, ma consolidati nella fattiva presenza ed operosità di una madre e di un padre, forti nella loro univoca capacità di orientare.
In seguito ho trovato altre madri e padri, in grado di rispondere alle mie perplessità, timori e sogni, in persone per me speciali, in pensieri già pensati da altri, in esperienze di vita personale ed altrui. Adesso, a distanza di qualche decennio, a volte ho l’impressione che quei riferimenti di serietà e buoni principi siano un po’ volutamente rimossi in un contesto capace di accorciare tempi e distanze ma incapace di soffermarsi per trarne respiro, per riconoscerli, affermarli e garantirli senza screditarli come eccezionali o desueti.
Oggi sento il bisogno di scrivere a te , Babbo immaginario, alter ego che induce a bilanci periodici, per rinnovare le risorse interiori. Ti chiedo una sola cosa. Instilla ancora quella fiducia negli altri, in un domani possibile e raggiungibile attraverso un presente conquistato sì , ma non invano, e in quei padri, spesso latitanti, di cui c’è tanto bisogno per i ragazzi di oggi e anche per noi, ragazzi di ieri, che abbiamo avuto la fortuna di averli e di esserne sostenuti.
La rabbia dei figli rimasti senza padri di Alessandro D’Avenia è una riflessione che ben interpreta un Natale , che anch’io quest’anno percepisco come rallentato.
Cari amici e lettori, sono in ritardo con gli auguri, ma ve li faccio di cuore.
Buon Natale ! 
6 comments
Sulla matofobia e altro
“ L’esperienza scolastica di quegli anni ( Cinquanta) oltre all’istruzione non ha trasmesso sentimenti, né li ha educati. Ha inculcato una disciplina senza fierezza, un dovere senza bandiera, lasciando impronta sui nervi di una generazione di studenti, non sui loro slanci. Imparammo a governare le paure, a ragionare sulle ire. Altro che “ Cuore”: quella scuola ha arpeggiato e strimpellato sui nervi dei suoi alunni. Sarebbero esplosi un giorno.”
Così Erri De Luca conclude in Napòlide la descrizione di un terribile maestro di scuola elementare e a queste parole ho pensato quando Annarita ha proposto il tema della 32a edizione del Carnevale della Matematica di quest’anno, cioè la matofobia, paura o avversione per la matematica. In effetti questa paura non è la causa di mancato apprendimento ma la conseguenza di un approccio metodologico che non ha funzionato o di una relazione conflittuale col docente che segnano il percorso scolastico di chi ha paura della matematica ( ma ciò potrebbe riferirsi anche ad altre discipline, anche se è più diffusa la matofobia). Vi concorrono anche le convinzioni sociali che questa disciplina sia per pochi eletti, come se le abilità matematiche fossero congenite.
Mi chiedo quanti di quegli alunni degli anni Cinquanta- Sessanta siano diventati insegnanti, portandosi dentro la scuola che hanno vissuto. Sì perché un insegnante trasmette conoscenze ma anche indirettamente parte di sé nel modo di relazionarsi e di comunicare, che cambia con gli anni, con l’esperienza e con la formazione, sempre che non si oppongano resistenze al proprio cambiamento. L’insegnante non è tenuto a fare psicologia, ma è necessario che conosca la psicologia evolutiva per programmare in modo efficace e mirato gli apprendimenti e comprendere che spesso le sue aspettative e il suo modo di porsi influiscono sul rendimento dell’alunno. “L’apprendimento è possibile solo tenendo conto che non è un fatto esclusivamente intellettuale, né esclusivamente legato allo sviluppo delle strutture neurologiche, ma dipende, invece, direttamente dallo sviluppo delle emozioni, dei vissuti e delle fantasie che determinano la qualità del mondo interno dell’individuo e il tipo di incontro con gli oggetti del mondo” (Melanie Klein). Ogni atto di pensiero e conoscenza mantiene, in ogni fase della vita dell’individuo, una dimensione relazionale.
L’insegnamento solleva continui problemi di relazione con caratteri diversi. Non ci sono indicazioni in merito al rapporto docente-alunno, se non la sincerità di un comportamento da parte dell’insegnante, più liberale o più severo a seconda della sua personalità, e il farsi carico dell’alunno trasmettendogli un po’ di passione per la materia. Gli allievi sentono questa sincerità e non accettano il rigore imposto se non sono messi in condizione di rispondere alle aspettative del docente. Non si può pretendere se non si rende accessibile la materia con un metodo efficace e un linguaggio comprensibile, se non ci s’adopra per colmare lacune, se non si sostiene l’alunno nelle difficoltà e si costruisce autorevolezza sulla base di reciproca stima e fiducia, se non si incanala l’intelligenza e si potenziano le risorse dell’alunno, perché dietro la cosiddetta svogliatezza e rinuncia possono esserci cause diverse. Partiamo dal postulato che tutti i ragazzi sono intelligenti, anche se in modo diverso. Spesso alla prontezza richiesta agli allievi di venti,trenta, quaranta anni più giovani del docente, non corrisponde la prontezza di chi dovrebbe essere in grado di mettersi a loro livello e di riuscire a capire perché non apprendono . E di solito chi pretende di più è anche il meno incline a mettersi in discussione. Non è facile per un adulto uscire da sé, ma è ancora più difficile per i più giovani crescere.
Dall’accordo o dal disaccordo che si stabilisce tra l’insegnante e l’alunno ne deriva che il bambino o ragazzo trasferisca questa relazione alla materia insegnata perché in fondo attrazione o rigetto si basano su dinamiche di comunicazione e di interazione. Esistono varie forme di intelligenza, più o meno mobilitate dalla personalità, che le tende o le rilassa, e bisogna partire da quelle che l’alunno attiva di più per agganciarsi metodologicamente a forme di sapere più ampie. La matematica lo consente perché è ovunque: nella vita pratica, nella natura, nella musica, nelle nuove tecnologie, nell’arte. Quando un alunno ha paura, è demotivato o rinuncia ad apprendere, è un brutto segno. Forse perché si è presentato un sapere come raro ed inaccessibile, ci si propone come antichi maestri autoritari e non autorevoli , perchè si è attirati dalla scienza più che dall’insegnamento, non c’è integrazione nella classe o subentrano condizionamenti familiari e socio culturali. “Comunque siano le ragioni che hanno determinato la scelta professionale dell’insegnante, l’atteggiamento nei confronti dell’allievo è sempre direttamente influenzato dalla personalità individuale. Ognuno ha la certezza che il suo atteggiamento sia perfettamente legittimo, se non il migliore: né potrebbe pensare altrimenti.” ( “Gli insuccessi scolastici” –André Le Gall) Spesso si dice “ altrimenti non sopravvivo”…
In ogni segmento dell’istruzione l’insegnante si trova di fronte a soggetti, in un particolare periodo dell’età evolutiva, dei quali è opportuno conoscere interessi, potenzialità, gradi e modalità di apprendimento per guidarlo verso abilità e comportamenti individuali e sociali, che sono alla base della graduale crescita, fisica ed intellettuale, come persone e cittadini.
“Poiché i bambini hanno poco potere personale, spesso hanno poca fiducia nelle proprie capacità e sono insicuri. I loro timori possono causare regressione ad una fase precedente in cui si sentivano più protetti e sicuri. Tacere le paure può essere scambiato come segno di maturità, ma nasconderle non è metterci fine, cosicchè il bambino che non ha il coraggio di svelarle può sviluppare un sentimento profondamente radicato di inadeguatezza e di inettitudine, ansia. “ (da “Le paure dei bambini” di B. Wolman). Gli adulti, i genitori ma soprattutto gli insegnanti-educatori, dovrebbero quindi riuscire a captare e ad accogliere le sue sensazioni ed esperienze per individuare strategie idonee a rafforzare la sua autostima, cui ricorrere nei momenti critici, valorizzando altre sue capacità, dovrebbero spiegargli che si impara sbagliando e che un insuccesso può essere superato in quanto è il punto di partenza per rimediare e cercare di riuscire, che i voti non sono né punizioni né giudizi di valore sulla sua persona ( semmai sulla professionalità del docente), ma una verifica per capire se c’è stato apprendimento, progresso o da dove bisogna ripartire. Occorre indirizzare l’allievo perché sia capace di rispondere in modo razionale alle prove che servono a dare conferma di quanto appreso o sul metodo di studio, così da non sopravvalutare, né sottovalutare i potenziali rischi, in modo che non affronti il compito impreparato. Lo studente impara che non si può sempre riuscire e che a volte insuccessi meritati, e non affidati alla luna storta del docente, possono essere un’occasione per migliorare. Quando le battute d’arresto scoraggiano gli sforzi futuri e danneggiano la fiducia in se stesso, l’alunno non apprende e l’insegnante ha fallito su tutti i fronti.
Torniamo alla matematica. A differenza dei programmi del 1955 che parlavano di istruzione aritmetica, coi Nuovi Programmi Didattici per la scuola primaria del 1985 si introdusse uno spirito profondamente diverso nell’insegnamento della matematica. Essa venne intesa non più come disciplina dei numeri e dei calcoli, ma come modalità di uso del pensiero, in rapporto alle funzioni cognitive del fanciullo, per avviare alla capacità di esaminare scientificamente la realtà, di formulare ipotesi e verificare risultati. “ La matematica non è più intesa come un settore di studi limitato, ma nel pensiero matematico rientrano aspetti e concetti che sono propri del linguaggio, delle scienze, della logica, dell’analisi scientifica. Il valore del suo insegnamento è molto più ampio di un tempo, non più limitato alla risoluzione di problemi pratici, diviene un ponte tra una cultura umanistica ed una cultura tecnologica. In questo senso la matematica diviene una scienza creativa, progettuale e aperta, nella quale si opera per concetti, simboli, raffigurazioni, dove si considerano ipotesi, cause effetti, probabilità e non solo tecnica manipolatoria dei numeri …
Grazie agli studi di psicologia evolutiva, alla richiesta di educazione da parte delle famiglie e della società, alla necessità di migliorare la formazione e la preparazione culturale degli alunni, alla rinnovata attenzione dei matematici verso la didattica, dopo il 1960 nella scuola elementare iniziò un rinnovamento radicale per conseguire obiettivi formativi. Un rinnovamento faticoso, non solo per la metodologia ma soprattutto per il nuovo scopo dell’insegnamento, che talvolta registrò equivoci e conseguenze negative più dannose forse degli errori che si volevano correggere. Talvolta si continuò a privilegiare l’aspetto contenutistico a quello metodologico dell’insegnamento, proponendo il linguaggio matematico con netto anticipo rispetto alle capacità di comprensione e di uso, utilizzando a volte il materiale didattico non come mezzo ma fine a se stesso perdendo di vista la globalità di una corretta formazione matematica. Si parlava di didattica della nuova matematica invece che di nuova didattica della matematica” (da “il nuovo Maestri domani”-ed. Le Monnier) che deve accostare il bambino al pensiero matematico attraverso un approccio concreto e diversificato perché, partendo dall’esperienza passi alla sua rappresentazione per giungere alla formalizzazione.
Fondamentale è stato ed è l’insegnamento della logica , che consiste nell’uso sistematico ed organizzato di un pensiero preciso,oggettivo e chiaramente formulato sul piano del linguaggio. Scegliere accuratamente attributi verbali, dare prime definizioni, proporre confronti, esaminare cause ed effetti e loro interazioni, riflettere con ordine sull’esperienza per argomentare, congetturare e risolvere problemi, nella scuola primaria significa educare trasversalmente alla logica e gradualmente a pensare. In fondo dare ordine ai pensieri è il fine ultimo di tutta l’educazione intellettuale.
Da allora ci sono state altre riforme scolastiche e indicazioni per l’insegnamento nella scuola primaria. Dagli anni Novanta si è consolidata una didattica basata sull’acquisizione di competenze generali, cui si giunge attraverso abilità specifiche, sempre in un’ottica di formazione globale dell’alunno.
L’educazione è però la risultante di tante variabili, perché il bambino matura esperienze non solo a scuola, ma soprattutto nel contesto familiare e sociale in cui vive e col quale interagisce. Queste interazioni strutturano i suoi comportamenti, i modi di pensare, di percepire sé, gli altri e l’ambiente e concorrono al processo di crescita della sua personalità.
L’apprendere è un fenomeno naturale perché esiste un’innata curiosità nell’essere umano. I bambini imparano in modo inconsapevole facendo, giocando, sperimentando nel loro mondo. I ragazzi intelligenti imparano a prescindere dai “cattivi insegnanti” e per tutta la vita si continua ad apprendere, a cercare conoscenze anche se non soddisfano interessi prammatici.
Apprendere equivale a essere intellettualmente e affettivamente attivi ed è un continuum, un processo che connota l’esistenza di ciascuno e si integra nel proprio vissuto. L’insegnante deve motivare all’apprendimento, che richiede sforzo e cambiamento. Pensiamo a quanti cambiamenti fa e deve fare un bambino nell’arco dei suoi primi dieci anni di vita, e poi l’adolescente negli anni successivi. Il mutamento implica autovalutazione e autocritica, perché ciò che prima pareva certo diviene confutabile alla luce di nuove conoscenze e quindi necessita ripensamento e flessibilità, elasticità mentale e rassicurazione.
Quando un alunno si blocca e rinuncia ad apprendere, qualcosa si è incrinato, manca la curiosità, la spinta al nuovo, all’apertura. Cessa di ripensare e ripensarsi. Se non è motivato e sostenuto, si appiattisce, regredisce o rivolge la sua intelligenza laddove si sente gratificato ( il rischio è la devianza con esplosione di rabbia). L’intervento didattico personalizzato è una soluzione . L’allievo non è una macchina ove è possibile sostituire un pezzo rotto, o da rottamare. Ogni allievo ha una personalità , attitudini, interessi che lo rendono simile ma non uguale agli altri, e spesso il programma didattico e la metodologia vanno adattati a quelle diversità, per poter garantire un insegnamento efficace. Questo è un caposaldo della scuola dell’obbligo. Le scuole secondarie di secondo grado hanno un impianto metodologico-culturale diverso perchè l’ insegnamento efficace, che susciti interesse, motivazione all’apprendimento e successo scolastico è di fatto affidato alla buona volontà, alla sensibilità, alla formazione del singolo docente in quanto gli insegnanti tendono ad una valutazione selettiva e ad omogeneizzare la classe. Purtroppo però le statistiche sull’ abbandono e sulla dispersione scolastica dovrebbero indurre a riflettere sulle responsabilità individuali del docente e su quelle collegiali del Consiglio di Classe, sulla formazione psico-pedagogica degli insegnanti che molto probabilmente hanno svolto un percorso di studi più adatto alla ricerca che all’insegnamento. La professionalità docente si arricchisce e si cimenta con i ragazzi in difficoltà in quanto gli altri riescono ad apprendere comunque.
“Il successo e l’insuccesso scolastico dipendono almeno tanto dal carattere- e, per suo tramite dall’ambiente- quanto dall’intelligenza. Perchè è soprattutto certo che l’uomo è un’unità e che non si può mobilitarne l’intelligenza se non mobilitandolo nel suo intero.” (“Gli insuccessi scolastici” di André Le Gall).
La scuola può fare molto, nel bene ma anche nel male. L’insuccesso e le situazioni di disagio affettivo, sociale, culturale mettono alla prova e in alcuni casi stoppano, precludendo opportunità non solo di formazione ma anche di vita.
Come diceva Don Milani “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde… A questo punto gli unici incompetenti di scuola siete voi che li perdete e non tornate a cercarli.” ( Don Milani-da scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa)
Articoli correlati:
Il fascino della matematica
Lo zero scappato
Cinque più più, sei meno meno
“Sorelle, a voi non dispiace…” di Antonia Pozzi
Sorelle, a voi non dispiace…
Sorelle, a voi non dispiace
ch’io segua anche stasera
la vostra via?
Così dolce è passare
senza parole
per le buie strade del mondo -
per le bianche strade dei vostri pensieri -
così dolce è sentirsi
una piccola ombra
in riva alla luce -
così dolce serrarsi
contro il cuore il silenzio
come la vita più fonda
solo ascoltando le vostre anime andare -
solo rubando
con gli occhi fissi
l’anima delle cose -
Sorelle, se a voi non dispiace -
io seguirò ogni sera
la vostra via
pensando ad un cielo notturno
per cui due bianche stelle conducano
una stellina cieca
verso il grembo del mare.
Milano, 6 dicembre 1930
Antonia Pozzi
(Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938)



