Archive for January, 2011
Per un’indimenticabile verità storica
“… Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l’uno sull’altro. Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera.
Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. “
(da ” Se questo è un uomo” di Primo Levi)
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Mirabilia coralii: l’arte del corallo.
Mirabilia coralii è una mostra sulle manifatture in corallo a Genova, Livorno e Napoli tra il XVII e il XIX secolo, che si può visitare fino al 30 gennaio presso il Palazzo Vallelonga di Torre del Greco (Na).
Una mostra particolarmente raffinata che lascia attoniti per le cose incredibilmente belle che i cesellatori del corallo sono riusciti a creare. Dalle relazioni commerciali tra Genova, Livorno e Napoli dalla fine dell’epoca barocca all’inizio del ‘900 si comprende la diffusione, l’ evoluzione artistica e il declino della lavorazione del corallo, che non si riduce a mera produzione artigianale ma è espressione di una civiltà artistica e mercantile in cui si identifica ancora oggi Torre del Greco. L’ esposizione consta di 150 preziosi manufatti di corallo del Mediterraneo e di Sciacca, provenienti da musei e da collezioni private, non solo gioielli ( collane, bracciali, orecchini,spille,ciondoli, diademi ), ma anche oggetti di uso comune ( pettini,fermagli, tagliacarte, specchi, manici di ombrellini, pomi di bastoni da passeggio) e pezzi unici, quali la spada di gala di Napoleone e la culla dei Savoia.
Interessante è la storia della lavorazione del corallo. In seguito al bando degli ebrei del 1492, alcune comunità ebraiche migrarono dalla Sicilia verso Genova, che era in concorrenza con Trapani e le città catalane nell’egemonia sui traffici del corallo verso l’Oriente. Altre comunità, espulse dalla Spagna, furono accolte a Livorno dalla fine del 1500 con le Leggi Livornine con le quali i Granduchi di Toscana garantivano libertà di commercio. Con l’editto del 1740 anche re Carlo di Borbone richiamò gli ebrei nel Regno delle due Sicilie, sperando di potenziare i traffici marittimi come Livorno. Questi regnanti innovarono e diedero impulso all’artigianato locale della lavorazione del corallo che assunse sempre più carattere industriale.
Dopo la gloriosa stagione barocca, le opere di incisione e scultura di grande valenza artistica vennero meno, salvo rare eccezioni , e si diffuse la produzione di sfere, grani, bottoni per rosari o per piccoli e semplici ornamenti, finchè all’inizio del XIX secolo si riaffermò una lavorazione del corallo estremamente originale, raffinata e ricca con l’assoluto primato di Torre del Greco. Ciò fu possibile in quanto cambiò la considerazione del corallo e pure il gusto estetico. Se in passato era utilizzato per creazioni di alta oreficeria , anche perché, secondo il pensiero cattolico della Controriforma, era il simbolo sacro del sangue , nell’800 la nascente borghesia apprezzò il corallo come elemento decorativo di oggetti personali e di uso comune. Si diffuse quindi una nuova tipologia di produzione, non più di opere uniche per regnanti o oggetti sacri, ma di opere realizzate in più esemplari da distribuire in un mercato più ampio che ne faceva sempre più richiesta.
Il materiale corallino veniva pescato nel mare antistante Livorno, nei mari di Sardegna e di Africa e nel ‘600 era lavorato a Genova , Pisa e Livorno , soprattutto come tondi, olivette e botticelle per paternostri e collane da esportare in India, Asia minore, paesi europei , Africa occidentale. Agli inizi del 1800 Livorno divenne il centro più importante per il commercio del corallo grezzo ( circa 40 tonnellate annue e nel 1810 da 500 si passò a circa 1000 lavoranti nell’industria corallina),ma alla fine del secolo si verificò una parziale recessione delle ditte livornesi in quanto un’enorme quantità di corallo rosa arancio, scoperto a Sciacca, invase il mercato. In seguito molte fabbriche e laboratori artigianali livornesi chiusero a causa dell’emergenza dei due conflitti mondiali e delle crisi dei dopoguerra.
La lavorazione del corallo si diffuse nel napoletano soltanto nel 1800. In effetti sin dalla metà del XV secolo si praticava la pesca del corallo lungo le coste della penisola sorrentina, di Capri, oltre che della Corsica, Sardegna e Africa settentrionale e molto probabilmente i manufatti artistici di corallo, apprezzati dai nobili napoletani sin dal 1600, venivano prodotti in opifici trapanesi. Con l’editto cattolico della fine del ‘400 prima, e poi con la seconda diaspora dei corallari siciliani nella seconda metà del ‘600, maestri siciliani giunsero a Napoli portando la loro “arte”. Fino alla fine del ‘700 però gli artigiani erano dediti alla lavorazione del liscio, mentre gran parte del corallo grezzo confluiva a Livorno. Nella seconda metà del ‘700 Ferdinando IV di Borbone pensò di fare lavorare il grezzo a Torre del Greco per promuovere lo sviluppo dell’artigianato locale, ridusse quindi l’imposta sul grezzo importato, favorì la vendita del corallo a Napoli e nel 1790 emanò il Codice Corallino e lo Statuto della Compagnia per disciplinare l’attività di pesca, la custodia e la vendita del corallo. Il re però non riuscì ad avviare una fabbrica a Torre del Greco per vicende di politica internazionale (rivoluzione francese) e per calamità naturali (esplosione del Vesuvio).
Subentrò però un intraprendente francese, Paul Barthèlemy Martin che, sulla scia della moda del corallo molto apprezzato da Carolina Bonaparte, agli inizi dell’800 col consenso di Ferdinando IV aprì la prima fabbrica di lavorazione del corallo a Torre del Greco, esente da dazi per l’esportazione del corallo lavorato e per il commercio interno al Regno, a condizione che formasse giovani apprendisti nell’arte del corallo. Il successo fu immediato: nel primo anno la fabbrica del Martin, che impiegava un centinaio di lavoranti, ottenne da Napoleone I il diritto di produrre e vendere in tutto il regno e il divieto per chiunque di contraffarne la produzione. La produzione di sculturine e cammei di gusto neoclassico era molto apprezzata da Carolina Bonaparte che al fratello Napoleone regalò una spada di gala, dalla splendida elsa con cammei in corallo, esposta per la prima volta in Italia in questa mostra.. I Bonaparte e la nascente borghesia fecero la fortuna del corallo, lavorato in oggetti di uso personale secondo la moda in stile impero che si ispirava alla classicità romana. Nella prima metà dell’800 a Torre del Greco operavano otto fabbriche e a Napoli una cinquantina di botteghe di corallari. Dalla metà dell’800 si realizzarono creazioni ispirate a modelli rinascimentali e naturalistici ( bouquets di fiori, foglie, frutti) e lavorazioni scolpite a tutto tondo realizzabili con tutto il materiale corallino, compreso quello di scarto non adatto per pallini. L’arte del corallo fu reclamizzata in esposizioni nazionali ed estere ( Londra, Parigi, Vienna), conquistando il riconoscimento di attività tipica di Torre del Greco. La scoperta di enormi banchi di corallo a Sciacca provocò un collasso del mercato. Le ottanta fabbriche che nel 1880 impiegavano 4000 lavoranti si ridussero a circa sei, di grandi dimensioni, solo dieci anni più tardi, e il prezzo del grezzo scese dell’80 %. A Torre del Greco continuò la lavorazione del tondo soprattutto a domicilio e ad opera di donne. Alla fine dell’800 si diffuse la lavorazione di cammei su modelli classici , la produzione di oggetti che si rifacevano all’arte pompeiana e altri ancora in stile liberty che ricercavano ed utilizzavano materiali diversi, quali conchiglie e madreperla. Le opere più pregiate furono realizzate col corallo giapponese, sempre più importato, e perlopiù destinate a un mercato straniero. Una parte della produzione veniva realizzata su richiesta dei mercati orientali e africani, mentre in Italia furono largamente richiesti il gioiello popolare di corallo e l’amuleto porta fortuna.
Qui alcune foto dei capolavori esposti ed ulteriori informazioni.
Mirabilia Coralii
Manifatture in corallo a Genova, Livorno e Napoli tra il XVII e il XIX secolo
Palazzo Vallelonga, Torre del Greco
12 dicembre- 30 gennaio
ingresso gratuito
“Maestri in mostra” : quando l’artigianato diventa arte.
“Maestri in mostra – il presepe napoletano a Villa Fiorentino, Sorrento” ha offerto una splendida panoramica sull’arte presepiale.
Circa quaranta maestri hanno esposto opere che , nel rispetto dei canoni del ‘700 e dell’800, rivelano perfezionismo tecnico, cura dei particolari, creatività e armonia d’insieme sia in gruppi presepiali, sia in soggetti avulsi da un contesto presepiale e modellati singolarmente come opera d’arte a se stante.
Durante la dominazione spagnola a Napoli si affermò una scuola di presepistica che iniziò a definire le regole per costruire il pastore napoletano. Il corpo, alto circa trentacinque centimetri , era di stoppa con un’anima di filo di ferro, le mani e i piedi di legno, gli occhi di vetro, la testa e il collo di terracotta.
Le teste, l’una diversa dall’altra, sono prima modellate a mano, poi cotte secondo un particolare procedimento. La tecnica di pittura della testa e degli arti è lunga e complessa per poter rendere delicatamente sfumati l’incarnato e le mani della Vergine, degli angeli e delle nobildonne , secchi e bruni i visi e le mani dei popolani.
Grande cura si dà alla vestitura dei soggetti. Dopo un’attenta ricerca storica, il manichino viene ricoperto con i costumi dell’epoca e dei vari luoghi . Semplici e grezzi sono i vestiti dei mendicanti e dei contadini, raffinati ed eleganti quelli di re e dei ricchi, impreziositi da ricami, rifiniture, bordini e merletti, sete e pregiate stoffe anticate. Stessa ricercata attenzione per le calzature e gli accessori ( i gioielli, pugnali, bastoni, bisacce, grembiuli).
La caratterizzazione di alcuni personaggi, espressivi negli sguardi o nei gesti, incuriosisce e sorprende .
Questa scena rappresenta la nascita della speranza. La natività è protesa verso il mendicante che è il vero protagonista dell’opera di Ulderico Pinfildi.
L’opera di Vincenzo Garofalo, preziosa sia per le pietre dello “scoglio” (ametiste, citrite,quarzo… ), che per il corallo, i turchesi e i lapislazzuli utilizzati dai cesellatori di Torre del Greco per i pastori, crea invece un’atmosfera quasi fiabesca.
Creazioni e manufatti che riescono a stupirmi ogni volta e per ragioni diverse.
I Re Magi
Durante le feste di Natale mi piace scovare presepi nelle chiese, nelle mostre, nelle botteghe artigianali e ogni anno scopro qualcosa di nuovo nella storia infinita del presepe e dei suoi personaggi. L’arte presepiale ha un qualcosa di immortale sia per chi crede, sia per chi non crede.
Qui alcune foto della Mostra di Arte Presepiale, giunta alla XXV edizione, allestita nel Complesso Monumentale San Severo al Pendino, Napoli . Le foto documentano l’originalità, la creatività e la passione degli artisti del presepe.
Quest’anno ho riscoperto i Re Magi, grazie all’interessante articolo “ I Re Magi, tra verità e leggenda” di Bruno Perchiazzi, segretario dell’ Associazione Italiana Amici del Presepe- sezione Napoli.
Nella tradizione presepiale della mia famiglia i re Magi – non ricordo bene se a cavallo di cammelli o dromedari – incutevano quasi soggezione con la loro imponente e sfarzosa regalità e avevano il privilegio di essere spostati. In verità anche qualche altro personaggio veniva misteriosamente spostato, anzi abbattuto dalla gatta che durante raid notturni cercava di accaparrarsi i rametti, faticosamente posizionati come alberi. Ogni giorno i tre Re Magi facevano un solenne, piccolo passo per avvicinarsi alla meta, cioè al Bambino Gesù. A volte precipitavano, perchè procedere su montagne innevate a cavallo di dromedari o cammelli non era facile. Ma tanto armeggiavo sui rilievi di carta che li assestavo in un piccolo spiazzo, magari tra greggi abbarbicate, o nei pressi di una cascata. Il loro percorso era degno di un teletrasporto impazzito: un giorno erano in alto a ponente, l’indomani in alto a levante e giorno dopo giorno scendevano a valle. Alla vigilia dell’Epifania, finalmente potevano scendere dal dorso dei cammelli- dromedari e sgranchirsi le gambe. Venivano sostituiti dalle tre statuine dei Magi in adorazione, non più nomadi ma stanziali. Questi stavano in contemplazione della radiosa Natività fino a quando il presepe non veniva smantellato. Due Magi sempre in piedi e uno sempre in ginocchio. Mica era facile essere Re Mago, riuscire a rimanere impassibilmente fermi, nonostante i turbanti, i mantelli e gli scrigni protesi come offerta,e a non farsi distrarre dai vocianti pastori e dai celestiali cori di angeli svolazzanti che facevano a gara a chi allelujava meglio.
Ma chi erano i Magi? I Magoi erano membri di una casta sacerdotale persiana, dediti allo studio del cielo e delle stelle, discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina.
“Secondo il Vangelo di Matteo, i Re Magi partirono dall’ oriente verso occidente seguendo una Stella che annunciava la nascita del Re dei Giudei; nel “Vangelo arabo siriaco dell’Infanzia” la predizione della venuta del Messia è attribuita a Zarathustra. Quando nacque Gesù, la congiunzione di Giove e Saturno, (che avviene ogni 854 anni) e non una stella, fece sì che fosse presente una luminosità molto intensa, per effetto della diffrazione. É questa la luce che porta i Re Magi a ritenere che sia nato il Soccorritore e li conduce fino a Betlemme.
L’idea del tempo che ciclicamente si rinnova, è propria del mazdeismo (religione della Persia preislamica),come l’attesadi un “Soccorritore divino”;in tal senso il mazdeismo si collega all’attesa messianica.” ( da “I Re Magi tra verità e leggenda di Bruno Perchiazzi).
Nel presepe i Magi sono tre e per alcuni rappresentano le tre età dell’uomo ( gioventù, maturità e vecchiaia), per altri i popoli o i continenti del mondo conosciuto (Europa, Asia, Africa).I loro doni fanno riferimento alla natura umana e divina di Gesù.
Gaspare è il mago più giovane, il cui nome significa “Puro”. Dona l’incenso, anticamente usato nelle corti orientali, che rappresenta il riconoscimento e l’adorazione della natura divina di Gesù.
Melchiorre, il più anziano (il cui nome significa “Luce”), porta l’oro, dono prezioso riservato ai Re. Il moro Baldassarre, il cui nome significa “ Padrone del Tempo”, dona la mirra, che era utilizzata per imbalsamare corpi e fa quindi riferimento alla natura umana del Cristo.
Si pensa che i Magi dovessero essere più di tre. Una leggenda narra di un quarto re, di nome Altabar che arrivò a Betlemme in ritardo e senza doni. In verità confessò che aveva con sé tre perle preziose per Gesù, ma le aveva donate una alla volta durante il viaggio, prima per fare curare un vecchio mendicante ammalato, poi per liberare una giovane donna dalle violenze di alcuni soldati ed infine per liberare un bambino che stava per essere ucciso da un soldato di Erode. A quelle parole Gesù Bambino si volse sorridente verso Altabar e Maria lo pose tra le mani vuote del mago.
Interessante è la storia delle spoglie dei Re Magi, portate da Sant’Elena a Costantinopoli nel 326 , poi – così si narra- a Milano dal vescovo Eustorgio ed infine a Colonia ad opera di Federico Barbarossa che nel 1162 aveva distrutto la città lombarda. Ai milanesi rimase solo il sarcofago di pietra nella Cappella dei Magi della basilica romanica di Sant’Eustorgio, perchè per lungo tempo non riuscirono a riavere le spoglie. Solo nel 1904 l’arcivescovo Fischer offrì alcuni resti dei Magi a Milano e dal 1962 riprese la tradizionale processione del 6 gennaio che da San Lorenzo va fino a Sant’Eustorgio.
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Ventiquattresima Mostra di Arte Presepiale
4 commentsSvelato l’Enigma sulla facciata del Gesù Nuovo di Napoli
Una recente scoperta musicale sta suscitando curiosità e stupore. Sul bugnato della facciata della chiesa del Gesù Nuovo di Napoli sono incisi strani segni , di circa dieci centimetri ( per vederli, cliccate sulle foto a lato del testo ). Fino a qualche giorno fa si credeva fossero i simboli delle diverse cave, da cui provenivano le pietre utilizzate per le bugne a forma di diamante, oppure, secondo un’ altra interpretazione, si pensava che rivelassero segreti alchemici,capaci di caricare la pietra di energie positive dall’esterno verso l’interno del palazzo. In verità l’edificio attirò energie negative e sciagure perchè – così si narra- gli operai non posero correttamente le pietre: ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano come civile abitazione per i potenti Sanseverino, il palazzo fu confiscato da Pedro di Toledo nel 1547, perchè i nobili avevano sostenuto la rivolta popolare contro l’Inquisizione. Fu quindi ceduto ai gesuiti che, mantenendo solo la facciata a bugne e il portale rinascimentale, lo ristrutturarono e lo trasformarono in basilica . Ma anch’essa fu sfortunata: prima subì un incendio, poi più volte crollò la cupola e furono cacciati i gesuiti. Solo durante la seconda guerra mondiale, fortuna volle che una bomba, caduta sul soffitto di una navata, non esplodesse.
Di recente lo storico dell’arte rinascimentale napoletana, Vincenzo De Pasquale, e i musicologi ungheresi, Csar Dors e Lòrànt Réz, hanno scoperto che quei segni misteriosi sono lettere dell’alfabeto aramaico, corrispondenti a note musicali. In pratica il bugnato cela una melodia per strumenti a plettro e della durata di circa tre quarti d’ora, che si legge da destra a sinistra e dal basso verso l’alto. Gli studiosi hanno intitolato Enigma questa partitura musicale, che contribuisce a restituire un po’ di fama buona ad una città d’arte di cui si tende a reclamizzare solo gli aspetti più sporchi.
Lo storico De Pasquale spiega che i Sanseverino già avevano fatto incidere simboli musicali nel loro palazzo a Lauro di Nola e che la notazione musicale in aramaico fu dimenticata forse per effetto della Controriforma che limitò l’arte, cancellando tutto ciò che di terreno contrastasse con le verità trascendenti del cattolicesimo. I gesuiti s’adoprarono in tal senso ma- ironia della sorte- il padre gesuita ungherese Csar Dors, esperto di aramaico, oggi ha contribuito a svelare il segreto musicale della facciata del Gesù Nuovo.
Qui l’articolo de Il Mattino e qui il filmato.





































