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Dalla Casa dell’Annunziata al “Ventre di Napoli” di Matilde Serao.
La Santa Casa dell’Annunziata era un’antica ed importante istituzione del Regno di Napoli, nata nel XIV secolo per accogliere orfani e bambini abbandonati. Nel 1318 circa una Congregazione della Santissima Annunziata chiese al re Roberto d’Angiò l’esproprio di un piccolo fondo per la costruzione di una chiesa e di un ospedale, sostenuta dalle offerte del popolo, e nel 1343, grazie a Sancia di Majorca, seconda moglie di Roberto il Saggio, sorse il nuovo complesso che comprendeva la chiesa, più volte modificata nel corso dei secoli e ricostruita dal Vanvitelli nel Settecento in seguito ad un incendio, l’ospedale, il brefotrofio e il conservatorio delle esposte. La Casa dell’Annunziata veniva amministrata da un cavaliere del Sedile Capuano e da quattro rappresentanti della piazza del popolo. Durante il XVII secolo divenne uno dei più importanti ospedali della città in grado di accogliere fino a cinquecento malati.
Sulla via dell’Annunziata c’era un’apertura che ospitava una ruota girevole ove madri in difficoltà appoggiavano i neonati, prelevati poi dalle suore all’interno della struttura. In tal modo le donne mantenevano l’anonimato ed affidavano i loro piccoli a qualcuno che poteva prendersene cura in una città afflitta da grandi miseria e mortalità infantile.
I bambini “esposti” nella ruota diventavano così figli della Madonna ( ne avevo accennato anche qui). Si registrava la loro presunta età, l’ora e il giorno del ritrovamento, eventuali segni distintivi, biglietti o piccoli oggetti che potevano consentirne un tardivo riconoscimento. Per tutto l’Ottocento quelli che non erano stati adottati imparavano un mestiere. I maschi erano impiegati nelle fabbriche del Real Albergo dei Poveri, alle ragazze era data una dote in caso di matrimonio, altrimenti potevano rimanere nella Casa dell’Annunziata. La ruota fu utilizzata fino al 1875 ma ancora per qualche tempo permase l’esposizione di bimbi sui gradini della chiesa.
Nel “Ventre di Napoli” la giornalista e scrittrice Matilde Serao racconta la pietà e la devozione, o più semplicemente la solidale umanità delle popolane napoletane.
Roma, autunno 1884
Quando una popolana napoletana non ha figli, essa non si addolora segretamente della sua sterilità, non fa una cura mirabile per guarirne, come le sposine aristocratiche, non alleva un cagnolino o una gattina o un pappagallo, come le sposette della borghesia. Una mattina di domenica ella si avvia, con suo marito, all’Annunziata, dove sono riunite le trovatelle, e fra le bimbe e i bimbi, allora svezzati o grandicelli, ella ne sceglie uno con cui ha più simpatizzato, e, fatta la dichiarazione al governatore della pia opera, porta con sé, trionfante, la piccola figlia della Madonna.
Questa creaturina, non sua, ella l’ama come se l’avesse essa messa al mondo; ella soffre di vederla soffrire, per malattia o per miseria, come se fossero viscere sue; nella piccola umanità infantile napoletana, i più battuti sono certamente i figli legittimi; di battere una figlia della Madonna, ognuno ha certo un ritegno; una certa pietà gentilissima fa esclamare alla madre adottiva: Puverella, non aggio core de la vattere, è figlia della Madonna. Se questa creatura fiorisce in salute e in bellezza, la madre ne va gloriosa come di opera sua, cerca di mandarla a scuola o almeno da una sarta per imparare a cucire, poiché certamente, per la sua bellezza, la bimba è figlia di un principe; in nessun caso di miseria o infermità, la madre riporta, come potrebbe, la figliuola all’Annunziata. E l’affezione, scambievole, è profonda, come se realmente fosse filiale; e a una certa età il ricordo dell’Annunziata scompare, e questa madre fittizia acquista realmente una figliuola.
Ma vi è di più: una madre ha cinque figli. Il più piccolo ammala gravemente, ella si vota alla Madonna, perché suo figlio guarisca; ella adotterà una creatura trovatella. Il figlio muore; ma la pia madre, portando al collo il fazzoletto nero che è tutto il suo lutto, compie il voto, lacrimando. Così, a poco a poco, la creatura viva e bella consola la madre della creatura morta, e vi resta in lei solo una dolcezza di ricordo e vi fiorisce una gratitudine grande per la figlia della Madonna.
Talvolta il figlio guarisce: il primo giorno in cui può uscire, la madre se lo toglie in collo e lo porta alla chiesa dell’Annunziata, gli fa baciare l’altare, poi vanno dentro a scegliere la sorellina o il fratellino. E fra i cinque o sei figli legittimi, la povera trovatella non sente mai di essere un’intrusa, non è mai minacciata di essere cacciata, mangia come gli altri mangiano, lavora come gli altri lavorano, i fratelli la sorvegliano perché non s’innamori di qualche scapestrato, ella si marita e piange dirottamente, quando parte dalla casa e vi ritorna sempre, come a rifugio e a conforto.
Un caso frequente di pietà è questo: una madre troppo debole o infiacchita dal lavoro ha un bambino ma non ha latte. Vi è sempre un’amica o una vicina o qualunque estranea pietosa, che offre il suo latte; ne allatterà due, che importa? Il Signore penserà a mandarle il latte sufficiente. Tre volte al giorno la madre dal seno arido porta il suo bambino in casa della madre felice: e seduta sulla soglia, guarda malinconicamente il suo figlio succhiare al vita. Bisogna aver visto questa scena e avere inteso il tono di voce sommesso, umile, riconoscente, con cui ella dice, riprendendosi in collo il bambino ‘O Signore t’ ‘o renne, la carità che fai a sto figlio ( Il Signore ti renda la carità che fai a questo figlio). E la madre di latte finisce per mettere amore a questo secondo bimbo, e allo svezzamento soffre di non vederlo più: e ogni tanto va a ritrovarlo, a portargli un soldo di frutta, o un amuleto della Vergine: il bimbo ha due madri.
Io ho visto anche altro: una povera donna andava in servizio, non poteva tenere presso di sé il suo bimbo; lo lasciava a un’altra povera donna, che orlava gli stivaletti, e lavorava in casa, cioè nella strada. Ella metteva i due bimbi, il suo e quello della sua amica, nello stesso sportone (culla di vimini), attaccava una funicella all’orlo dello sportone e dall’altra parte al proprio piede, e mentre orlava gli stivaletti, canticchiava la ninna nanna per i due bimbi; mentre orlava gli stivaletti, mandava avanti e indietro il piede, per cullare i due bimbi nello stesso sportone….
È naturale che il popolo non possa fare carità di denaro, al più povero di lui, non avendone: ma si vedono e si sentono carità più squisite, più gentili.
Una cuoca si metteva sempre di malumore quando la padrona ordinava il brodo: era soltanto felice quando si ordinavano maccheroni o legumi, o risotto, grosse e nutrienti minestre. Fu lungamente sospettata di ingordigia, sebbene alla sua personcina malandata fosse più necessario il brodo che i maccheroni: in realtà ella dava la sua minestra, ogni giorno, ai due bimbi della portinaia, e preferiva dar loro un grosso piatto, anziché tre cucchiaiate di brodo: ella rimaneva senza…
Nessuna donna che mangi, nella strada, vede fermarsi un bambino a guardare, senza dargli subito di quello che mangia: e quando non ha altro, gli dà del pane. Appena una donna incinta si ferma in una via, tutti quelli che mangiano o che vendono qualche cosa da mangiare, senza che ella mostri nessun desiderio, gliene fanno parte, la obbligano a prenderlo, non vogliono avere lo scrupolo. …
E ancora un altro fatto mi rammento. Un giorno, al larghetto Consiglio, una donna incinta, presa dalle doglie, si abbattè sugli scalini e partorì nella strada. Il tumulto fu grande: ella taceva, ma per pietà, per commozione, molte altre donne strillavano e piangevano. E in poco tempo, da tutti i bassi, da tutte le botteghe, da tutti i sottoscala, vennero fuori camicioline e fasce per avvolgervi la povera creaturina, e lenzuola per la povera puerpera. Una madre offrì la culla del suo bimbo morto; un’altra battezzò il bimbo, facendogli il segno della croce sul visino; una terza questuò per tutte le case del vicinato; una quarta, serva, si offrì e andò a fare il servizio per la povera puerpera. La moglie del fornaio divise il suo letto con al puerpera: e il fornaio dormì sopra una tavola per dieci giorni, avendo per cuscino un sacco. E quella miserella piangeva di emozione, ogni volta che baciava suo figlio.
Matilde Serao ( da “Il Ventre di Napoli” )