Archive for July, 2011
Il paese si chiamava Islabonita
Un’antica fontana,
un arco e un ponte su uno specchio d’acqua.
Un agente segreto in un paesino dell’entroterra ligure. Qu è?
Una sfera di cristallo e Fatima, una fanciulla da brivido, un’anguilla sospesa, giovanissimi pescatori di anguille, il federale Cinghiale, il marinaio spia e intermezzi musicali.
C’è aria di festa tra i presenti, tra chi lo ricorda e legge brani del suo ultimo romanzo “Islabonita”, dedicato a Isolabona.
Una piazzetta, una terrazza, una banda, un rinfresco e cappelli originali, ricoperti di foglie, rane, anguille e scorpioni che piacciono tanto non solo a me.
Ciao Alberto !
Due targhe. Una intitola ufficialmente la piazzetta al poeta, scrittore e giornalista che tanti sguardi rivolse al Ponente Ligure, l’altra suggella l’affetto degli Islaboniti per l’amico Nico Orengo.
Io lì con amici di rete, già conosciuti e nuovi ( Alberto, Adriano, Filo , Roberta, Marco, Pia), che è stato un piacere incontrare.
Sì, Alberto, con gli Islaboniti e tanti amici hai trovato un modo gentile e affettuoso per regalare un sorriso a noi e – chissà- forse anche al poeta delle Terre blu.
Grazie!
23 luglio 2011 : intitolazione piazzetta Nico Orengo
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Di che pasta siete?
… fra questo ceto c’è il maccheroncino,
Riccio di foretana e tagliarello
Cannarone di prete e fidelino
Cappelluccio, spaghetto e vermicello;
Lingua di passero e paternostrino
Di prete orecchio e scorza di nocello,
Lagana, tagliolino e stivaletto
Lasagna grossa e piccola, e anelletto:
Poscia le punte d’aghi, le stelline,
Che van più di mille in un boccone,
E le grate a mangiar rose marine
Li ditali e semenze di mellone,
Li tacchi e di scarola le semine,
Lo gnocchetto e di zita il maccherone
Acinetti di pepe e laganelle,
Seme di peparoli e tagliarelle.
Ma però, come diss’io, il primo vanto
Porta fra tutti quanti il maccherone.
(Antonio Viviani, “ Li maccheroni di Napoli”- 1824)
Ebbene sì, lo confesso: dopo aver letto questi versi, in piena notte fortissimamente resistetti alla tentazione di preparare un piatto di pasta… mi sarei accontentata anche di un po’ di pastina, sciuè sciuè.
Quante curiosità sulla storia della pasta !
I pastai producevano un nuovo formato di pasta in onore di re, regine, nobili e personaggi illustri che andavano a Gragnano per visitare i pastifici.
Nel luglio del 1845 re Ferdinando II con moglie, figli e corte al seguito, scortati da ben 40 cavalieri, visitò gli opifici di paste lunghe e gradì molto i maccheroni, così dispose che durante il suo soggiorno nel Real sito di Quisisana (presso Castellammare di Stabia) i pastai di Gragnano gli fornissero la pasta, che per l’occasione fu detta “ i maccheroni del Re”
Nel 1885 il re Umberto I di Savoia e la Regina Margherita inaugurarono una linea ferroviaria che avrebbe agevolato l’esportazione della pasta collegando Gragnano con Castellammare di Stabia, quindi con Napoli e Caserta. Per l’occasione i pastai di Gragnano crearono le margherite ( pasta minuta) e le tagliatelle smerlate di diversa larghezza dette mafalde e mafaldine .
I vari formati di pasta hanno nomi di curiosa derivazione che rispecchiano l’inesauribile fantasia dei pastai .
Orecchiette, linguine, gomiti, occhi, capellini, ricci richiamano il corpo umano.
Oggetti di uso comune hanno dato origine a ruote e rotelline, anelli, crocette, quadretti, puntine, penne (lisce e rigate), spaghetti e candele, mentre il coltello è indirettamente ricordato nei maltagliati, tagliatelle e tagliolini. L’abbigliamento ha ispirato il nome di fettucce, trenette, maniche e mezze maniche ( mancano gli scamiciati), nocchette, creste, stivaletti, perline, fiocchi, pennacchi, fibbie, guanti e cappelletti.
Dal cilindro o dall’idraulica sono derivati i tubetti, i tubettoni e i cannelloni, dalla forma attorcigliata le eliche, i fusilli, gli stortini,i tortiglioni. I solchi esterni hanno dato il nome alla famiglia di rigatoni, rigatoncelli e millerighe.
Fatti storici sono ricordati in tripoline, assabesi, bengasini, mentre la famiglia Savoia fu onorata con le succitate mafalde, mafaldine e margherite.
Paternostri e avemarie furono prodotti per i devoti in quanto il loro tempo di cottura bastava giusto giusto per recitare una preghiera. I fidelini non s’ispirarono alla fede, bensì al verbo arabo fâd che significa crescere.
Flora e fauna si sono riversate in tanti formati di pasta. Basti pensare alle lumache, farfalle, galletti, conchiglie, corallini, calamarata, occhi di lupo, di elefante e di pernice ( da non confondere coi calli), acini di pepe, semi di melone e di mela, risi e risoni, gramigna, sedani.
Della lasagna , dei vermicelli e degli ziti o maccheroni della zita, cioè della sposa, ne avevo parlato qui. Mi fa sorridere l’etimologia dei paccheri, che sono maccheroni giganti. In napoletano i paccheri indicano i sonanti schiaffoni a mano aperta ( pare che il nome derivi dal greco “ pan” e “keir” , cioè tutto e mano) . Per alcuni il rumore prodotto da un solenne ceffone richiama quello dei paccheri gustosamente “schiaffeggiati” dalla salsa quando sono rimescolati nella zuppiera, per altri i paccheri , ben conditi e magari pure farciti di ricotta, stordiscono i sensi.
Dopo questa indigestione di pasta lunga, corta e minuta, vorreste aggiungere qualche altro formato di pasta? E quale preferite?
Sulla storia della pasta
La pasta ha origini remote e si può fare risalire a quando l’uomo riuscì a mantenere compatto nell’acqua bollente l’impasto di acqua e farina; inizialmente la pasta, strappata in piccoli pezzi, veniva aggiunta a minestre di legumi e verdure, poi iniziò ad essere modellata con le dita. Nel I sec a. C. si cuocevano in acqua o in olio i lagana, strisce di schiacciata di farina , citate da Cicerone e Orazio, da cui discendono le lasagne.
Di antica origine sono anche i vermicelli e gli ziti . I primi, fatti a mano, erano corti, storti e simili a vermiciattoli , invece gli ziti , detti anche zite o maccheroni della zita ( cioè della sposa) erano preparati per il pranzo nuziale. Controversa è l’origine dei maccheroni, derivante dal genovese macaròn o dal siciliano maccaruni. In verità maccheroni e vermicelli erano prodotti in Liguria, Sardegna e poi in Campania, ma si ritiene che fino al XV secolo fossero una produzione siciliana acquisita tramite gli arabi che fecero conoscere la pasta secca ai popoli coi quali commerciavano. Ben presto la pasta fu apprezzata come alimento non deteriorabile e facilmente trasportabile. Sin dal Medioevo la pasta era un piatto riservato ai ricchi ma, viaggiando da Nord a Sud e viceversa, si esportavano anche cibi e ricette così i maccheroni trionfarono a Napoli come piatto tipico, gradito quotidianamente dai lazzari, borghesi e nobili . All’inizio del Cinquecento maccheroni e vermicelli erano largamente diffusi nel napoletano per cui si resero necessari interventi legislativi per regolamentarne la produzione e la vendita e per riconoscere le categorie dei vermicellari, poi dei maccheronari. Nel Seicento i napoletani attuarono una vera e propria rivoluzione gastronomica e da mangiafoglie (mangiatori di minestre di verdure) divennero mangiamaccheroni. La pasta, importata dalla Sicilia e dalla Sardegna che coltivavano grano duro, nella prima metà del Seicento fu prodotta a Napoli e dintorni (Gragnano, Torre Annunziata e località costiere le cui condizioni climatiche ne favorivano l’essiccazione) . Nella Valle dei Mulini , presso Gragnano, sorgevano 30 mulini ove si macinava il grano e si produceva la semola. Poichè i mulini erano distanti dalle abitazioni, le donne di casa preparavano i maccheroni e tutti insieme, padroni e lavoranti, li consumavano a pranzo . Ben presto una clientela sempre più allargata iniziò a recarsi ai mulini per comprare i maccheroni . Dalla macinazione del grano si passò quindi ad una produzione artigianale e poi industriale della pasta. Dal primo pastificio , fondato da Montella e Garofalo nel 1789, Gragnano arrivò ad averne un centinaio nell’Ottocento, grazie anche al re Francesco I che promosse lo sviluppo dell’industria pastaria con sistemi che rendevano più organizzata ed igienicamente sicura la produzione della pasta.
Il popolo prediligeva i maccheroni “vierdi vierdi”, cioè duri come i frutti acerbi , a differenza dei nobili che li lasciavano cuocere anche per un paio di ore per consumarli scotti, fino a quando in “Cucina teorica-pratica” del 1837 il nobile gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti Duca di Buonvicino ufficialmente sancì la regola della cottura al dente. Se i ricchi potevano permettersi di condire la pasta con burro, zucchero, cannella e spezie, il popolo mangiava i maccheroni in bianco, poco sgocciolati, con un po’ di pepe, a volte formaggio (pecorino o caciocavallo), oppure un filo d’olio d’oliva o strutto. Solo nel Seicento nel Regno di Napoli si iniziò ad usare il pomodoro come condimento per la pasta , superando pregiudizi radicati in molti paesi fino al Settecento perché si riteneva che lo sgargiante pomodoro fosse velenoso ed utilizzabile solo per decorazioni o preparati medicinali. Nell’Ottocento il sugo al pomodoro fu finalmente apprezzato come condimento ideale per la pasta, insaporito anche con olio, cipolla, aglio,basilico, peperoncino.
Re Ferdinando IV, (poi I), amava la pasta e molto poco la formalità tant’è che soprannominò “lasagnone” il figlio Francesco. Alla sua corte si consumavano di frequente ravioli, vermicelli al burro , tagliolini e maccheroni con salsicce o pomodoro e ad ogni pranzo di gala non mancava l’ ipercalorico timballo di maccheroni, che tutt’oggi vale per primo, secondo e contorno.
Il re sposò la plebea consuetudine di mangiare i maccheroni portandoli alla bocca con le mani e rivolgendo gli occhi al cielo perché “ ‘O maccarone se magna guardanno ‘ncielo!” . In verità questo gesto era quasi un invito a ringraziare Dio per la bontà concessa, sebbene suscitasse lo sdegno della raffinata sua consorte, la regina Maria Carolina. Ben presto questa pratica da unti e bisunti si trasformò in un’attrazione turistica (della serie: vedi un po’ ch’a s’adda fa’ pe’ campà) e i “maccaroni eaters” ( mangia maccheroni) guadagnarono con la loro fame cronica una fama internazionale. Comunque sia, grazie ad attori napoletani, maccheroni e vermicelli sbarcarono in Francia con la maschera popolare dell’affamato Pulcinella, esperto “abbrancatore” di pasta.
La pasta però si diffuse all’estero anche per merito di grandi cuochi come Francesco Leonardi che, dopo avere servito re e nobili del Bel Paese e non solo, con le sue ricette conquistò la corte di Caterina II Imperatrice di tutte le Russie.
“I maccheroni sono un’acuta invenzione della miseria. Essi costituivano la più semplice, la più razionale, la più essenziale utilizzazione del grano. Si mangiavano verdi e sciularielli.
Se ne prendeva un ciuffo con tre dita e si facevano cadere in bocca: la bocca li assorbiva, li succhiava, quasi senza colpo di dente ( ecco perché in napoletano si dice sciularielli )…
Il maccaronaro era lo snack -bar dei lazzari…
Lo stato di animo di Pulcinella, il suo permanente stato di animo, è la fame; il suo sogno costante, e mai del tutto appagato, i maccheroni; i maccheroni che erano già nel sei, nel sette e nell’ottocento il piatto unico, la pietanza nazionale dei napoletani…
I maccheroni sono la spina dorsale della gastronomia della libertà. I maccheroni chiedono una salsa o un complemento”
(Alberto Consiglio, “Sentimento del gusto ovvero della cucina napoletana”)
La pasta al pomodoro ormai è un piatto conosciuto in tutto il mondo. Oggi la fantasia culinaria di piatti a base di pasta si sbizzarrisce in sempre nuovi abbinamenti con salse ed alimenti di origine animale o vegetale che sono una nutriente ed energetica tentazione gastronomica, ma anche una conquista dell’estro creativo che amalgama sapori, colori, odori e buon gusto senza porre limiti alla storia della pasta.
Notizie tratte da “Maccheronea” di Lejla Mancusi Sorrentino- Grimaldi & C. Editori ( un libro da divorare!), immagine dal web.
Grazie di cuore
“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, poi la vita risponde”(Alessandro Baricco). Una chiamata improvvisa, inaspettata proprio quando avevo raggiunto un equilibrio vivendo in una sorta di standby, tra la rassegnazione e l’attesa con l’inconscia rimozione dell’inevitabile.
A volte ci sono cose difficili da narrare seguendo un filo logico. Proprio io, che cerco una logica in ogni cosa, oggi mi arrendo alla fatalità.
Il caso volle che, uscendo da una chiesa di Roma, l’occhio mi cadesse di sfuggita su un’immagine e, tornata sui miei passi, la scrutassi con attenzione ma non con gli occhi dell’arte. A quella santa degli impossibili rivolsi un pensiero, sempre lo stesso, prima svogliato poi più intenso.
La domenica successiva ripartii e tornai a casa. Nel pomeriggio di lunedì azzardai una scelta, combattuta, con la perplessità del distacco, di una necessaria lontananza che complica tutto e che potrei ovviare solo con una clonazione per conciliare le esigenze della famiglia di origine e di quella acquisita. Mi frullava in testa da tempo e la rinviavo da qualche anno. Ma nella notte di lunedì un cuore bambino chiamò e lei partì in fretta e furia per riceverlo. Era arrivato il momento tanto sperato e temuto da tutti noi. Col senno del poi, concludo che proprio questo allenamento di prevedere e rimuovere dai miei pensieri il rischioso evento risolutorio aveva indirettamente maturato un sorprendente autocontrollo, necessario nel momento dell’emergenza quando è inutile farsi prendere dal panico e non giova una qualsiasi decifrazione emotiva e razionale. Avevamo programmato il da farsi: la valigia e le cartelle cliniche erano pronte, l’ambulanza era stata preavvisata, ma l’imprevisto c’è sempre e ci mise lo zampino un benzinaio che invece del pieno di benzina pensò bene (anzi non pensò affatto) di farne uno di diesel all’auto di papà. Così dopo aver lasciato le chiavi di casa ad un’amica per provvedere a Skip vero, che si fece volontariamente rapire e coccolare, inforcai la mia Kiki quattroruote e sconfinai in quel di Lombardia con papà, ripetendomi più volte di guardare bene la strada per non distrarmi. Beato il giorno in cui mi decisi di riprendere a guidare! Quel verdetto di sei anni fa se da una parte ha aiutato a comprendere i pregressi quarant’anni di “forse, tentiamo, può darsi…” e a ricomporre la storia familiare di cuori indomiti, dall’altra ha innescato razionali meccanismi di autodifesa, perché in certe circostanze bisogna selezionare anche le paure per aggirare quelle più infondate e prepararsi a sbarcare sull’unica riva possibile, cercando di cogliere gli approdi più dolci.
Talvolta le ore sembrano ritagli di eternità. Frastornata la guardavo, stando dietro una vetrata con i miei genitori, che d’un tratto mi apparvero carichi di tutti gli anni e delle speranze riposte. Come noi anche tanti altri sconosciuti, provenienti da ogni parte d’ Italia, in piedi e in silenzio ad omaggiare la grandezza della scienza. Quanta solitudine a volte si prova nelle proprie emozioni. Abbassando lo sguardo sul marmetto di quel confine trasparente vidi una figurella e poi altre, una distesa di figurelle, tutte allineate, tra le quali c’era anche un rosario in una scatoletta. Tributi di fede per gli intercessori di una grazia ricevuta, testimonianze di speranza. Parlavo mentalmente all’ignoto bambino del cuore e continuavo a pensare che avrebbe dovuto sempre custodire in vita il proprio cuore e rincorrevo idealmente i suoi genitori, unicamente grandi nella generosità di offrire nuove opportunità di vita. Non riuscivo e non riesco ad immaginare quel donatore se non col volto dei miei figli a dodici anni. La vita è strana: ruba e regala quando meno te l’aspetti.
Quel cuore bambino ora palpita a nuovi compromessi, stillando in lei tante gocce, un flusso di vita, e lo penso spesso quando la osservo nei suoi costanti progressi. Da qualche mese si sta ambientando, batte più forte di un tamburo nella conquista di un nuovo ritmo per reclamare l’istinto alla vita. Quel cuore rappresenta una svolta per scrostarci dalla zavorra di una vita intera. Per me è quasi un nullaosta per lasciare le nostalgiche terre blu e rimettermi in gioco, tessere una nuova rete di interessi e di relazioni, perché ora posso sentire il bisogno di riappropriarmi dei miei desideri alla ricerca del bello e del nuovo in una città che mi affascina e mi ha parlato sin dal primo momento.
Tutto questo per confermare che l’Italia detiene un primato internazionale nel settore dei trapianti e che alcune malattie sono diagnosticabili grazie ai recenti progressi della ricerca sulla definizione degli aspetti diagnostici , decorso clinico della malattia e sviluppo di nuove strategie terapeutiche. Pochi sono i ricercatori clinici che si occupano di malattie rare e collaborano intensamente a livello internazionale con centri di ricerca americani ed europei , nonostante i limitati supporti finanziari. Convivere con malattie croniche per il paziente e i suoi familiari significa fare i conti con un senso d’ imprevedibilità ed una mancanza di controllo sull’ignoto, induce a ripensare le priorità della vita e a ristrutturare un nuovo ordine di ruoli e valori. Impone una corazza che scherma dalla leggerezza dell’essere, che sprona a cercare di vivere normalmente, per quanto possibile, e a trovare forza per trasmetterla e non fare perdere la speranza.
Accadono cose che sono come domande. Riemergono a tratti, poi ad un certo punto le zittisci per guardare avanti. A volte le eccezioni fanno saltare andamenti lineari, fermano il tempo che per lei si pensava scaduto e per lui che non avrebbe dovuto fermarsi in una staffetta ove punto di partenza e d’arrivo coincidono nell’ineluttabile trionfo della fatalità che sconfigge ogni logica. L’unica certezza è una profonda riconoscenza per coloro che hanno reso e rendono possibili i miracoli con grande professionalità medica da una parte, ma soprattutto con un’ammirevole generosità dall’altra.
A quei genitori noi tutti siamo vicini e vogliamo esprimere la nostra gratitudine per averci consentito di adottare il loro cuore bambino in una nuova vita.
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