Archive for August, 2011
Un pezzo di una Napoli diversa, dove l’umanesimo o diventa umanità, o muore.
Il libro “Rione Sanità”, storie di ordinario coraggio e di straordinaria umanità, di Cinzia Massa e Vincenzo Moretti- Ediesse, collana Cartabianca , è un excursus di testimonianze, esperienze di vita, voglia di riscatto in tante iniziative che nel tempo possono davvero incidere su un contesto socio culturale complesso.
Napoli e provincia ( da Pozzuoli a Sorrento) consta di quattro milioni di abitanti e su cinque chilometri quadrati vivono i 50000 abitanti del Rione Sanità. La Sanità non vive solo di storie di criminalità ma anche di storie belle non reclamizzate. Il cimitero delle Fontanelle è stato riaperto grazie all’occupazione della gente del rione che si è anche “ appropriata” del parco di San Gennaro, destinato ai bambini, che per lungaggini burocratiche non veniva a aperto.
Da tempo qui operano associazioni molto attive di volontari profondamente motivati, che si sono sentiti mortificati nelle proprie radici e hanno deciso di fare qualcosa per la propria città. Come Ernesto Albanese che ha messo insieme alcuni napoletani, residenti tra Roma e Milano, e ha fondato “L’Altra Napoli” investendo competenze manageriali per attuare un progetto operativo in rete sul territorio. Dove? Alla Sanità che pur avendo tutti i problemi dei quartieri degradati, ha straordinarie potenzialità, non solo nel patrimonio storico ed artistico che si sta valorizzando, ma soprattutto nell’antica umanità dei napoletani, purtroppo mai ricordata perché non fa notizia , ed ormai scomparsa nelle periferie suburbane dominate da altri traffici. Così quest’associazione ha procurato finanziamenti, si è coordinata con altre associazioni presenti nel rione, ha promosso il turismo, spettacoli, iniziative, ha incentivato la formazione dei giovani e dei giovanissimi cercando esperti, volontari, spazi di aggregazione, supportando le due “istituzioni” più sentite , cioè la famiglia e la scuola. Le altre istituzioni sono latitanti e si ricordano dei popolosi rioni solo come bacino elettorale.
Qui sono molto attivi uomini di chiesa che operano cercando di responsabilizzare i giovani, dando loro orientamento e fiducia . Come Padre Antonio Vitiello dell’Associazione Centro La Tenda che dal 1981 si occupa di coloro che vivono per strada, aiutato dalla gente del posto “che sa guardare al disagio non solo con gli occhi di chi si difende , ma anche di chi sa compatire”, in un rione ove convivono tutti : il disoccupato, l’operaio, l’impiegato, l’artista, il nobile, il delinquente.
Padre Alex Zanotelli di “La casa nel campanile” promuove la cultura della solidarietà ed una fede che porta ad un impegno concreto sul territorio contro un’atavica e passiva rassegnazione; la speranza sta nel mettersi insieme, di fare unione e rete tra tutte le realtà della Sanità per autogestirsi laddove le istituzioni hanno fallito e sono percepite dall’altra parte della barricata in una sorta di incomunicabilità.
Affetto, prendersi cura e in carico di chi ha bisogno è la ricetta perchè le nuove generazioni crescano con un senso di identità e speranza . L’Associazione “ La Casa dei Cristallini”, nata grazie a padre Antonio Loffredo , oggi opera anche con volontarie in un contesto ove esiste tutto il campionario del disagio sociale, supportando la genitorialità ed accogliendo i bambini con attività ludiche e di doposcuola. Sia “La Casa dei Cristallini” che “L’Altra Casa ” contattano e coinvolgono le famiglie, soprattutto le mamme, che giovanissime giocano per necessità con un bambolotto in carne ed ossa, spesso poi affidato alle nonne. Le aiutano ad acquisire consapevolezza, a formarle, ad accudire i piccoli, a conseguire il diploma di scuola media, a cercare lavoro,a scoprire altre realtà affinchè escano dal loro mondo e riconoscano la loro ricchezza, come Vittoria che, dopo avere iniziato a lavorare ad 8 anni al seguito della mamma, ha scoperto la fotografia che è diventata la sua professione. Il fine di queste associazioni è coinvolgere i ragazzi dandogli l’arma della parola, rendendoli protagonisti del cambiamento.
Padre Antonio Loffredo nella basilica di Santa Maria la Sanità ha dato input a molte associazioni, ha incoraggiato “La Paranza”, una cooperativa di giovani, che s’impegnano come guide turistiche, elettricisti, artigiani ed assistenti, proponendosi come un piccolo esempio di legalità per i più giovani. “ I giovani hanno capacità di fare e pensare, da loro partirà una rivoluzione di coscienze, dei cervelli, dei comportamenti in un processo di liberazione e di autonomia” per una graduale crescita collettiva.
I risultati si vedono nell ‘Orchestra giovanile “Sanitansamble” , nata col musicista Maurizio Baratta che in tre anni è riuscito ad appassionare 34 ragazzi, dai 7 ai 13 anni, allo studio di uno strumento musicale, affidato loro come un figlio, una persona cara cui pensare. Ragazzi che imparano regole e affrontano i problemi in gruppo. Non riuscendo a rispondere alle numerose richieste di partecipazione all’orchestra, il maestro organizzerà un coro con un centinaio di bambini e ragazzi .
“Sott’o ponte” è una compagnia teatrale di un centinaio di ragazzi, nata nel 1993 con don Sebastiano Pepe e dal 1999 diretta da Vincenzo Pirozzi che aveva mosso i primi passi in questa compagnia diventando poi attore e regista. “È importante che i ragazzi possano scegliere, non vedere vincere solo il male, ma avere l’opportunità di esprimersi e tirare fuori ciò che hanno dentro attraverso la danza, il teatro, la cinematografia, la musica per conoscersi e riconoscersi nei propri punti di debolezza e di forza, imparando ad usarli.”
Tante altre sono le associazioni e le iniziative di una Napoli civile e solidale di uomini e donne che investono tempo, energie e passione in una impegnativa scelta di vita per gli altri.
“Certo. Bisognerebbe parlare con tutti. Uno ad uno. Bisognerebbe chiamarli a uno ad uno per dire noi siamo questi. Siamo la semplicità, siamo le persone che la mattina si svegliano, portano i figli a scuola, vanno a lavorare, tornano, hanno sempre qualcuno a cui dare retta, sicuramente noi non siamo come quelli del mulino bianco, nella vita non funziona come nella pubblicità.
Se ne rende conto anche lei. E’ un sogno. Ma una volta il vento ha portato da un posto lontano una voce che diceva che quando si sogna da soli è un sogno. Quando si sogna in due comincia la realtà. Sinceramente, io un po’ ci spero.”
L’umanità della Sanità può aiutare a sconfiggere la povertà, l ’ignoranza, la sfiducia e dare speranza di un cambiamento. Un cambiamento in atto che si deduce da quanto hanno scritto i giovani della cooperativa La Paranza qui :
“Sanità, inafferrabile, incostante bellezza, uno di quei posti dove l’umanesimo o diventa umanità, o muore. Chi ama la Sanità ci resta. Qui è davvero Napoli, tremendum fascinans, qui una sottile magia ti trattiene, affatturato. Qui la gente bellissima e orgogliosa, ti discopre inattese tenerezze, così che, in fondo, ti spiacerebbe andartene. Qui potresti scrivere una storia, in bilico tra l’umile e il sublime, che forse nessuno leggerà, ma ti potrà accadere la ventura di essere capito, e t’ameranno”
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Quinta edizione di “Terre , acqua e fuoco” (borgo Maiano di sant’Agnello)
È giunta alla quinta edizione la manifestazione “Terre,acqua e fuoco” che dal 18 al 21 agosto si svolge nell’antico Borgo Maiano di Sant’Agnello (Na), in occasione dei festeggiamenti patronali di San Rocco. Il Comitato per la promozione turistica, culturale ed artigianale e gli abitanti del Borgo Maiano, i maestri ceramisti e gli artisti accolgono i visitatori con esposizioni di ceramiche e prodotti dell’artigianato locale, laboratori dal vivo con maestri d’arte campani e marchigiani, musica e giochi popolari, balli, mostre fotografiche, letture delle poesie di Viviani, degustazione di piatti locali e marchigiani ( crostolo e bostrengo) e la prima edizione del concorso “Polpetta d’oro”.
Anche quest’anno nei cortili delle case e negli agrumeti di Maiano si articola un percorso espositivo finalizzato alla valorizzazione dell’artigianato e della cultura locale e marchigiana, alla scoperta di antichi sapori, allo scambio culturale tra i ceramisti e gli artisti della Campania, di Urbania e delle città ospiti nelle precedenti edizioni (Caltagirone, Deruta, Grottaglie Gualdo Tadino).
Durante questi anni il Comitato promotore ha fatto tesoro delle esperienze maturate con il gemellaggio artistico con città ricche di arte e storia, e proprio in questa quinta edizione consegue il meritato traguardo della pubblica presentazione del progetto di riqualificazione del borgo. Scambi non solo culturali e commerciali, ma collaborazioni tra gente che ama le proprie radici e vuole salvaguardare usi e costumi, antichi mestieri, attività artigianali d’eccellenza recuperate, arricchite, rinnovate anche in nuove forme espressive .
Il rione Maiano comprende molti vicoli caratteristici , sui quali si affacciano le tipiche case di tufo, alcune rimaste come erano in origine, coi grossi portoni di piperno che s’aprono su cortili interni . A tutt’oggi in questo borgo sopravvive la lavorazione dei mattoni, risalente all’epoca romana ed esportati in ogni parte d’Italia per la costruzione di camini e forni, l’antica devozione a san Rocco che liberò Sant’Agnello dal colera nel 1836 e 1837 e dalla tremenda peste del 1656 , e la tradizionale sagra gastronomica della polpetta che consta di circa 20 ingredienti ( sulla storia e sulla polpetta di Maiano vedi qui).
Situata nel nord delle Marche, nell’alta valle del fiume Metauro, nel 1636 Casteldurante, dominata dai duchi di Urbino, diventò Urbania in onore del papa Urbano VIII e fu elevata a città e diocesi “per la civiltà degli abitanti e la bellezza del luogo”.
In effetti Urbania cambiò nome più volte: Urbinum Metaurense, forse municipio romano, poi nel medioevo fino al XIII secolo Castel delle Ripe, quindi Casteldurante dal 1284 ed infine Urbania .
Castel delle Ripe, fedele al partito guelfo, si trovò in conflitto con la vicina Urbino e fu distrutta da Galasso da Montefeltro nel 1277. Per volere del papa Martino IV, Guglielmo Durante, Uditore delle Romagne e vescovo di Mende, la fece ricostruire sulle rive del Metauro dal 1280. Pian piano Casteldurante acquistò autonomia e potere e fece parte del Ducato di Urbino sotto la signoria dei Montefeltro nel Quattrocento e dei Della Rovere nel Cinquecento.
Proprio nel Cinquecento Casteldurante fu caratterizzata da una raffinata produzione di maioliche del Rinascimento, richieste da committenti italiani ed europei. Qui sorgevano ben 40 forni ove 150 maiolicari, tra cui abili incisori e pittori, producevano fini ceramiche e splendide maioliche istoriate che hanno reso grande l’arte dei maestri durantini fino ad oggi. Questi, oltre a creare decorazioni proprie, si cimentavano nell’illustrazione delle historie, cioè dei racconti mitologici e biblici, con un gusto raffinato ed innovativo che diede il nome allo stile istoriato che ben presto fu conosciuto in tutta Europa.
Piatti,ciotole,bacili,anfore,boccali erano decorati con fiori, stemmi, festoni, historie, cerquate (decorazioni con rami e foglie di quercia in omaggio dei duchi di Urbino), e dipinti con una gamma di colori che spaziava dal verde al giallo, dall’arancione al blu fino al bianco su bianco. L’arte della ceramica visse un periodo d’oro ancora nel Seicento ma a fine Settecento si ridusse ad una produzione di oggetti di uso comune, mentre nell’Ottocento e nel Novecento molte ceramiche furono esportate e appartengono ormai a collezioni pubbliche e private. Nel secondo dopoguerra Federico Melis ripropose la tradizione della maiolica nella scuola artigiana Arte Ceramica Metauro e alla fine degli anni’60 don Corrado Leonardi fondò il Centro Piccolpasso che ha formato una nuova generazione di ceramisti.
Dal 1994 Urbania è uno dei 36 comuni riconosciuti “Città di Antica Tradizione Ceramica”, rinomata per il Museo Diocesano che custodisce una preziosa raccolta di ceramiche del passato, e per la recente produzione di ceramiche che vede la sperimentazione di nuovi materiali e tecniche .
La sempre più consolidata manifestazione “Terre, acqua e fuoco” è un incontro tra realtà e culture diverse che rendono più significativo il presente.
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L’incostante bellezza del Rione Sanità: Palazzo Sanfelice e Palazzo dello Spagnolo
Già al tempo degli Angioini le scale erano un elemento importante dei palazzi napoletani ma dall’inizio del XVII secolo il barocco straripò in forme incredibilmente originali anche nelle scale. A dir poco spettacolari sono quelle progettate da Ferdinando Sanfelice (1675- 1748), figura straordinaria dell’architettura civile. Se la doppia scala a rampa della chiesa di san Giovanni a Carbonara sembra abbracciare il visitatore per accompagnarlo verso i portali, altra cosa sono le scale di palazzo Sanfelice e del palazzo dello Spagnuolo. Qui la scala diviene un elemento architettonico portante, quasi scenografico, più importante della facciata dei palazzi, che nel gioco di di trasparenza, di pieni e vuoti resi dall’intreccio di archi, rampe e volte a vista, come una trina cattura lo sguardo del visitatore.
Tra il 1724 e il 1726 l’architetto Sanfelice costruì un palazzo per la propria famiglia nel rione della Sanità, famoso per l’aria salubre. In effetti l’edificio consta di due corpi distinti, uniti dalla facciata principale sulla quale due ingressi si aprono in via Arena alla Sanità, n. 2 e n. 6. Tra le due coppie di sirene che sorreggono i balconi del primo piano ci sono iscrizioni di Matteo Egizio che decantano l’opera del Sanfelice. I palazzi sono molto diversi all’interno. Uno ha un cortile a pianta ottagonale dal quale parte una scalinata a doppia rampa. Purtroppo questo corpo ha subito antiestetici rimaneggiamenti che fanno piangere il cuore. L’altro cortile è molto più ampio, e da qui parte una grande scala ad ali di falco con cinque arcate per piano che ricorda un po’ lo splendido palazzo dello Spagnuolo, che fa tutto un altro effetto. La scala prende luce anche dal giardino retrostante. Si sa che all’interno del palazzo c’erano affreschi di Francesco Solimena e nella cappella privata le quattro statue delle stagioni,andate perdute, attribuite alla scuola di Giuseppe Sanmartino.
Nello scoprire questi due palazzi ho provato stupore ma allo stesso tempo impotenza di fronte allo sfregio dell’incuria per questo patrimonio architettonico ancora imponente, nonostante tutto, che ho associato alle pesanti occhiaie di un volto dai lineamenti delicati.
Una sensazione molto diversa si prova in via dei Virgini 19, sempre nel rione della Sanità, accedendo al cortile del palazzo dello Spagnuolo che mi ha strappato un “Quant’è bbbello” in concomitanza ad un grido di meraviglia di una turista, che poi mi ha chiesto di scattarle una foto sulla scalinata.
Il palazzo fu costruito nel 1738 per volere del marchese Nicola Moscati e molte fonti ritengono che sia stato progettato dal Sanfelice. Nel 1759 fu ereditato da Giuseppe Moscati, il medico che non esitò ad investire ricchezze e patrimonio nella cura dei poveri. Ben presto i Moscati persero prestigio economico e così il tribunale decise di vendere alcuni appartamenti ai loro creditori. Tra questi c’era don Tomaso Atienta, detto lo Spagnolo, che nel 1813 lo fece ampliare e lo arricchì di affreschi sulle pareti e sui soffitti e preziosi arredi, andati perduti.
Più tardi il palazzo fu messo all’asta e a metà dell’ottocento era quasi tutto di proprietà della famiglia Costa. Nel 1925 fu dichiarato monumento nazionale in occasione della visita di re Umberto di Savoia. Fu valorizzato da lavori di restauro negli anni sessanta e dopo il terremoto del 1980, finchè dal 1997 lo scultore Perez, proprietario di un appartamento, riuscì a recuperare antiche decorazioni nascoste dai vari e selvaggi rimaneggiamenti. La scala a doppia rampa con le cinque aperture per piano ricorda molto quella del palazzo Sanfelice. Essa separa due cortili, quello più interno è in pessimo stato.
Lunette, stucchi, medaglioni con busti e motivi floreali, tipicamente roccocò, sono attribuiti ad Aniello Prezioso che nel 1742 impreziosì la scala. In passato il palazzo ha ospitato l’Istituto e il Museo delle guarattelle, cioè delle marionette, tradizione di origine spagnola che attecchì facilmente a Napoli. Al secondo e terzo piano si aprirà, chissà quando, un museo dedicato a Totò, nato nel rione Sanità.
Due palazzi rappresentano lo stesso passato ma due diversi aspetti del presente. A questo pensavo mentre li osservavo e mi sono tornate in mente le parole del tassista che mi aveva rassicurato dicendo: ” Signò, cà nun ve succede niente” . Altri diversi aspetti dell’incostante bellezza del Rione Sanità.
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Chiesa di San Giovanni a Carbonara, Napoli
Via San Giovanni a Carbonara, in origine aperta fuori dalle mura della città, fino alla fine del medioevo fu destinata alla raccolta e combustione dei rifiuti (storia vecchia!). Su un terreno donato dal nobiluomo Gualtiero Galeota gli Agostiniani iniziarono a costruire nel 1343 una chiesa ed un convento che furono ultimati all’inizio del XV secolo durante il regno di re Ladislao d’Angiò- Durazzo. Questo è uno dei complessi religiosi più particolari e belli della Napoli del Quattro e del Cinquecento, realizzato in molteplici periodi.
Vi si accede da una scala ellittica a doppia rampa del 1707 , frutto dell’ingegno di Ferdinando Sanfelice, un grande architetto che trasformò le scale in un elemento architettonico scenografico. La scalinata conduce alla cappella di Santa Monica (XIV secolo) ove si trova il sepolcro di Ruggero Sanseverino realizzato da Andrea da Firenze. La chiesa fu nascosta dalla costruzione della cappella Somma del XVI secolo e pertanto vi si accede dal portale laterale ornato da testine di animali e foglie, da stemmi angioini e dal sole splendente dei Caracciolo.
L’edificio consta di un’unica navata a croce latina con cappelle aggiunte e, soprattutto nel presbiterio, conserva l’originaria struttura gotica. In fondo spicca il monumento funebre del re di Napoli Ladislao (1428), espressione artistica del primo Rinascimento, caratterizzato da logge, nicchie, sculture, figure allegoriche come le quattro Virtù poste alla base. È ornato dalle statue di Ladislao e di sua sorella Giovanna II, che gli successe e gli dedicò l’imponente monumento funebre, alto 18 metri e sormontato da un re a cavallo che, cosa piuttosto rara da vedersi in
una chiesa, brandisce una spada. La parete laterale all’altare ospita la Crocefissione del Vasari.
Oltrepassando il sepolcro del re, si accede all’abside che ospita la splendida cappella Caracciolo del Sole (1427) a pianta ottagonale. Qui si trova un altro sepolcro, attribuito ad Andrea da Firenze (1443), eretto per l’amante della regina Giovanna II, Ser Gianni Caracciolo, assassinato nel 1432.
Incantevole nelle tante sfumature del blu è il pavimento maiolicato di stile toscano , interessanti sono gli affreschi murali di Leonardo da Besozzo e Perinetto da Benevento raffiguranti le storie della Vergine e scene di vita eremitica. A lato del presbiterio si apre la cappella Caracciolo di Vico in puro stile rinascimentale (ultimata nel 1516). È a pianta circolare e ricca di arcate, colonne, nicchie, sarcofagi, statue raffiguranti gli esponenti del casato Caracciolo. Di fronte all’entrata della chiesa si trova l’altare di Miroballo di scuola lombarda ,iniziato nel XVI
secolo da Jacopo della Pila e terminato da Tommaso Malvito. Racchiude un imponente gruppo di statue ed è decorato con scene della vita di san Nicola da Tolentino, dipinte nel Quattrocento, una Vergine con Bambino di Michelangelo Naccherino (1601) e le statue di sant’Agostino e san Giovanni Battista di Annibale Caccavello.
La cappella di Somma a sinistra dell’ingresso fu eretta tra il 1557 e il 1566 su disegno del D’Auria e dal Caccavello, che realizzarono rispettivamente la parte inferiore dell’altare (Assunta) e il sepolcro di Scipione di Somma di fronte alla porta di accesso.
Scendendo a piedi dal rione Sanità, mi ha attratto la scala monumentale della Chiesa di San Giovanni a Carbonara che ho poi visitato. Ogni volta che vado a Napoli, da turista fai da te, scopro sempre qualche raffinata bellezza nascosta, perciò mi affascina questa città che si concede un po’ alla volta nei suoi quartieri più popolosi e nelle oltre cinquecento chiese, nonostante altri clamori sviino l’attenzione su altri fronti. Napoli si ama o si odia, senza mezze misure. Napoli meraviglia nel bene e nel male, è un sorriso compiaciuto e un pugno allo stomaco, una metropoli dalle emozioni contrastanti e contraddittorie che ti scaraventano dal buio alla luce quando meno te l’aspetti. Una città che ti fa abbassare lo sguardo per la vergogna e ti solleva lo spirito di fronte a capolavori dimenticati o repressi nel suo ventre, che meriterebbero altra memoria, e ti commuovono come quando riconosci un talento o un cuore gentile in una persona che a prima vista appare insignificante.
Quando arrivi a Napoli percepisci la confusione del rumore e del movimento, quando te ne vai porti dentro il fascino intrigante delle razze miste, il languore di una gloria passata che la mala sorte non riesce a rovinare del tutto, come la sensazione di un bacio rubato.
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Villa Floridiana e il Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina
Nel quartiere del Vomero a Napoli s’erge Villa Floridiana, un’oasi di bellezza naturale ed artistica, che re Ferdinando I di Borbone volle come residenza estiva per la moglie morganatica Lucia Migliaccio di Partanna, duchessa di Floridia. La duchessa , nata a Siracusa nel 1770, era molto bella oltre che molto ricca. A soli sei anni ereditò titolo nobiliare e feudo e ad undici sposò il ventiseienne principe Benedetto Grifeo di Partanna dal quale prima ebbe nove figli, poi una prematura vedovanza. Nel novembre del 1814, tre mesi dopo la morte della regina Maria Carolina, convolò a nuove nozze col re di Borbone, esule in Sicilia, pertanto fu invisa ai sudditi e, rientrata col consorte a Napoli dopo la Restaurazione , visse nelle residenze a lei destinate dal re ( palazzo Reale, palazzo Partanna in Piazza dei Martiri e Villa Floridiana).
Tra il 1817 e il 1819 l’architetto Antonio Niccolini ristrutturò in stile neoclassico la palazzina ed ideò un parco all’inglese, un teatrino all’aperto, un tempietto ionico, serre e grotte per animali esotici. Villa Floridiana divenne quindi una suggestiva scenografia per i ricevimenti estivi della duchessa. Quando nel gennaio del 1825 re Ferdinando morì in seguito a una breve malattia , Lucia lasciò il palazzo Reale e si ritirò nel palazzo Partanna.
Circa un anno più tardi, nell’aprile del 1826, morì anch’ella e le sue spoglie furono custodite nella chiesa di San Ferdinando.
Nel 1919 Villa Floridiana fu acquistata dallo Stato italiano. Dal 1931 divenne sede del Museo della Ceramica Duca di Martina che ospita la collezione di oggetti d’arte di Placido di Sangro, appunto duca di Martina, donata dai suoi eredi alla città di Napoli nel 1911. Il duca, nato a Napoli nel 1829 da Riccardo e Maria Argentina Caracciolo, apparteneva ad un illustre casato strettamente legato alla corte borbonica.
Dopo l’unità d’ Italia si trasferì a Parigi e lì entrò in contatto con famosi collezionisti, come i Rothschild, ed iniziò ad acquistare oggetti d’arte applicata che in parte venivano inviati nella sua residenza napoletana. Il Museo Duca di Martina nella Villa Floridiana si articola in più sale, dislocate su tre piani, ove si possono ammirare circa seimila opere di manifattura occidentale ed orientale, databili dal XII al XIX secolo. Avori, smalti, tartarughe, coralli, bronzi di epoca medievale e rinascimentale, maioliche, vetri e cristalli dal XV al XVIII secolo, porcellane europee, cinesi di epoca Ming ,Qing e giapponesi Kakiemon ed Imari.
È piacevole passeggiare nel parco della Villa Floridiana, all’ombra della folta e rigogliosa vegetazione, lontano dai rumori della città e dal caldo estivo.
Una pausa rigenerante prima di ricominciare a girovagare per Napoli.
Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina
Villa Floridiana
via Cimarosa 77
via Aniello Falcone 171, 80127 – Napoli
Un ariete così così ad agosto
Oggi mi sono concessa uno zapping tra gli oroscopi del mese, in verità ne ho spulciati un paio per curiosità ( in virgilio.it e oroscopi.com) e via, sono partiti a raffica i miei commenti.
“Grande energia è il dono degli astri per questo mese (Ovomaltina docet). Non solo il Sole ti supporta ( bontà sua, pardon avevo letto “ti sopporta…” ), ma anche Mercurio ti rende amabile, simpatico ( chissà che mi racconta ).
Dal ventinove luglio all’otto agosto il pianeta della comunicazione cammina in Vergine ( ehhh?): nello sport sei vincente ( lo dirò alla mia dolente spalla sinistra). Il nove agosto l’astro alato retrocede in Leone ( sciò sciò): brio, efficacia, lungimiranza, simpatia, sono le doti che illumina Mercurio ( papabile ‘sto Mercurio).
I rapporti interpersonali sono minacciati dal transito di Venere in quarta casa ( e io la sfratto). In famiglia scoppia una polemica ( allarme rosso!), col partner il litigio è dietro l’angolo ( ma poi facciamo pace, dai). Non darti per vinto ( giammai!): dal ventinove luglio Madama Fortuna ( quanto mi sta simpatica questa signora) entra in trigono ( in trigoche?). Col compagno torna a splendere la serenità ( te l’avevo detto), i single fanno grandi conquiste ( buon per loro). Puoi progettare un futuro importante con la tua dolce metà ( sisssissì).
Fino al tre agosto, Marte sprigiona la tua simpatia, esalta il tuo erotismo ( eroismo semmai
): dal quattro, invece, la situazione si complica perché il pianeta rosso entra in quadratura ( con l’allarme rosso?). Emergono nervosismi tra le mura domestiche (nata vota = un’altra volta), problemi relativi all’abitazione affittata per le vacanze ( non è per me, meno male) .
Giove ( pure lui ci si mette), dal canto suo, ti rassicura, rendendoti accattivante ( e cattiva, se è il Giove che penso io), piacevole.
Con Saturno nemico ( altolà), poni più attenzione ai rapporti con i parenti di una certa età ( jamm’ bell sii preciso: età del primo, secondo, terzo giro di boa? Qui siamo abbastanza stagionati): possono emergere complicazioni ( ma una cosa più tranquilla no, vero?) .
Urano ( questo mi mette soggezione) ti rende dinamico, pimpante ( alla faccia della mia spalla sinistra). Dal sei agosto, Nettuno in Acquario ( finalmente un po’ di fresco) ti aiuta ad ampliare le conoscenze ( gastronomiche sicuramente) : le vacanze sono al bacio ( ussignùr… ma lo sanno pure gli astri? E la nocciola ve la siete dimenticata?). Ferragosto al massimo: parola delle stelle ( e se vi siete sbagliate che facciamo?) “
Questo sembra proprio per me.
“ Cerchi una svolta professionale? ( uhm…nì). Ad agosto ricevi una chiamata che inaugura un periodo importante (assegnaziò, assegnaziò… paraponziponzipò). Arriva un momento di rinascita (evvai): il nuovo impiego ti regala molte soddisfazioni ( non mi dici una bugia , vero?)
Dal ventidue, con Venere in sesta casa ( ma come fa a pulire tutte queste case?) la routine procede al meglio. Il portafoglio si ingrossa ( sì, di scontrini), ma occhio allo stress (eggià)
Venere, in aspetto sontuoso, vi rende speciali e calorosi (si dice caldanosi). Nel mese del solleone, la vostra forza si sprigionerà con tutto l’entusiasmo e l’energia di cui siete capaci, rendendovi irresistibili ( quante lusinghe… passiamo oltre ) .
Sarete in forma, grazie a Venere ( la dea delle case), ma con un cielo che invita al tempo stesso a non essere esosi ( aspetta che rileggo la frase). Potreste infatti somatizzare qualche tensione sull’apparato digerente ( storia vecchia), o essere soggetti a strappi ( turna, la spalla ), qualora doveste chiedere troppo al vostro corpo (Io? È lui che è un insubordinato!).
Ritagliatevi pause rilassanti ( sì), magari immagazzinando le energie solari in riva al mare ( finalmente concordo).“
Beh, tutto sommato non è male. Quasi quasi ci credo. Poi vi racconto…
E voi leggete l’oroscopo?
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