Archive for December, 2011
Ode al primo giorno dell’anno
Ode al primo giorno dell’anno
Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.
Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.
Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.
Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?
Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.
La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.
Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.
Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.
Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.
Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!
(Pablo Neruda, Terzo libro delle odi, 1957)
Trad. Alessandra Mazzucco
Auguri di Buon Anno a tutti!
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La storia infinita del presepe napoletano (seconda parte)
Sacro e profano, fede e superstizione, realtà ed immaginazione, costante celebrazione di vita e di morte sono ingredienti ben amalgamati nel presepe napoletano che si apprezza non solo per la raffinata manifattura, ma anche se si comprende la valenza simbolica dei suoi elementi e dei suoi personaggi.
La grotta,simbolo del grembo materno, offre riparo al Bambino, ai pastori e agli animali e segna il confine tra la nuova luce e le tenebre . Le ripide montagne e le salite rendono arduo il cammino per raggiungere il Salvatore, come difficile è la redenzione dal male. L’anacronistico castello, non a caso posto in alto e difeso da un soldato romano rappresenta il potere e richiama la strage degli Innocenti, mentre la chiesa e le edicole votive esprimono la religiosità collettiva. Benino dormiente è colui che s’incammina verso la verità e la sua capanna rappresenta una vita semplice e precaria . Il pastore adorante è arrivato alla fine del percorso e può finalmente contemplare il divino.
L’acqua dei ruscelli, dei laghetti, delle fontane e dei pozzi simboleggia sia la vita che la morte, rigenera e purifica (acquaiolo e lavandaia ),ma può anche distruggere e rapire come quella della fontana e del pozzo che collegano col misterioso ed insidioso mondo sotterraneo degli Inferi (Maria Manilonga), mentre il ponte su corsi d’acqua o tra i monti agevola il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti.
La taverna è un luogo di “perdizione”, ove regnano i vizi di gola, lussuria, gioco ed ubriachezza; a volte vi compaiono anche un monaco ubriaco,che rappresenta la corruzione temporale della chiesa, e i giocatori di carte, detti Zì Vicienzo e Zì Pascale che hanno poteri divinatori.
La varietà di prodotti alimentari e ortofrutticoli, in bella mostra nelle botteghe o sui carretti, sono l’
abbondanza e la ricchezza della natura che può appagare l’atavica fame e la miseria del popolo spesso rappresentate da Pulcinella o dal mangiatore di maccaroni. Gli alberi simboleggiano conoscenza, sapienza e crescita, il fuoco è energia vitale, il mulino e la vecchia che fila la lana scandiscono il tempo che passa, la macina simboleggia morte e purezza.
Anticamente nel presepe, soprattutto sulle montagne, era presente anche un diavolo , poi soppiantato dal macellaio, dall’oste e dal barbiere che rievocano simbolicamente il male e il sangue. I numerosi mendicanti, spesso deformi (guercio, zoppo, storpio, la contadina col gozzo, la vedova rapata), rappresentano le anime purganti o pezzentelle che invocano preghiere di suffragio sulla terra.
La zingara preannuncia profezie non sempre serene,Ciccibacco ‘ncopp’a votte (Cicci Bacco sulla botte), su un carro simboleggia Dioniso, accompagnato da pastori e caprai, è l’umanità gaudente e festosa, la vecchia che dà mangime alle galline è il simbolo di Demetra che nutre Kore,Core cuntento ‘a loggia (Cuor contento sulla loggia) è l’allegria, la donna col bambino, cioè Stefania, rappresenta la maternità.
Gli animali hanno molti significati: il cane rappresenta la fedeltà e la promiscuità, la gallina indica fertilità, le pecore invece la morte, il maiale sia la lussuria che la parsimonia, i pappagalli, le scimmie e gli elefanti sono il gusto per l’esotico.
Il presepe è la sintesi dell’umanità di sempre che tra arti e mestieri, stagioni, scorci di case, mari, valli e montagne, gioia e dolore, piacere e spiritualità è tutta protratta alla celebrazione della vita, quella più semplice e innocente di un bambino, sospesa tra terra e cielo, prodigio della natura o magia divina. E’ difficile definire luce e amore. Ma quel bambino ne incarna il concetto. Suscita tenerezza ed evoca la fase iniziale di un percorso, dalla quale siamo partiti tutti.
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La storia infinita del presepe napoletano (prima parte)
Immancabile post sul presepe napoletano, sintesi di sacro e profano, di valori e della vita, confluenza di personaggi in cammino, appartenenti ad ambienti e contesti diversi, espressione di riti, di usi e costumi ,di arte e cultura, di storia napoletana.
Ogni elemento racchiude un significato simbolico che potete ritrovare in post precedenti: per esempio la grotta rappresenta le tenebre prima della venuta di Cristo, la capanna è la fede paziente, il tempio diroccato con colonne corinzie è il superamento del paganesimo con l’avvento del cristianesimo. In effetti Cristo nacque nel solstizio d’inverno, quando a Roma si festeggiavano i Saturnalia e Mitra, per cui il cristianesimo pare sovrapporsi alle feste pagane, in un continuum col substrato religioso precedente.
La struttura del presepe indica un percorso, spesso in salita, che porta alla Natività, al Bene,. che spazia dalla purezza e dalla rigenerazione di Maria, dalla fiducia di chi ha fede, dalla paternità e dall’umile laboriosità dell’anziano San Giuseppe fino alla luce salvifica del Bambino.
Nel gruppo della Natività compaiono altri personaggi: il bue e l’asino simbolicamente rappresentano il sole e la luna, la luce e l’oscurità, il bene e il male che influenzeranno la vita del Cristo. I due zampognari, il ciaramellaro e il suonatore di zampogna , esprimono la povertà, la semplicità e la purezza d’animo . Gli angeli e i puttini invece sono la gioia del lieto annuncio a tutti i popoli della Terra. Uno regge la scritta “Gloria in excelsis Deo”, un altro sparge incenso, altri ancora suonano la tromba del trionfo e un tamburo, piatti metallici in ossequio al potere temporale e spirituale e in coro cantano l’Osanna.
I tre Re Magi possono rappresentare i tre continenti allora conosciuti, ma anche il viaggio del sole durante la notte che termina quando si riunisce col nuovo sole nascente. Viaggiano su cavalli di vario colore: bianco ( l’aurora), rosso o baio ( il mezzogiorno) e nero (la notte) o più spesso sul dorso di un cammello.. Melchiorre, l’anziano dalla lunga barba, offre l’oro simbolo della regalità, il più giovane Gaspare l’incenso, simbolo di divinità, il moro Baldassarre la mirra che ricorda la natura mortale di Cristo. Tutti seguono la stella cometa ,che illumina e guida verso il bene.
Nei presepi del Settecento c’era anche una Re Magia, sposa del moro e simbolo della luna. Spesso al loro seguito compare uno sfarzoso Corteo, a ricordo di quello turco giunto a Napoli nel 1741, formato da schiavi, paggi, portantini, elefanti, pappagalli, cani, scimmie e oggetti che richiamano il gusto , la curiosità per il ricco e raffinato mondo esotico e il desiderio di conoscenza del Settecento.
Vi segnalo
La seconda edizione di “Maestri in Mostra”- il presepe napoletano a Villa Fiorentino
7 dicembre 2011- 8 gennaio 2012
Villa Fiorentino- Sorrento
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I Re Magi
Ventiquattresima Mostra di Arte Presepiale
Tradizione in azione (prima parte)
Tradizione in azione (seconda parte)
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Caro Babbo Natale…
Caro Babbo Natale mai come quest’anno si sono viste decorazioni e addobbi sin da novembre e non solo nelle vetrine e nelle strade, ma anche nelle case e nella mia nuova scuola.
Forse perché c’è voglia di recuperare un po’ di serenità, c’è voglia di rinascita e di aria di festa per dimenticare le preoccupazioni, allontanare quest’aria cupa che si respira ovunque, esorcizzare paure . A volte bisogna resettarsi per ritrovarsi e ripartire, ma è necessario crederci.
Che dire a chi ha perso il lavoro e a chi non l’ha ancora trovato, a chi ha smarrito la speranza se non augurare di trovare una nuova stella, a chi teme il futuro e si concentra sul presente , a chi vorrebbe superare il presente e proiettarsi in un futuro migliore. Non trovo parole, o meglio, nessuna parola mi pare giusta. Voglio però rivolgere un pensiero agli invisibili che si trovano in estrema difficoltà .Se ne vedono sempre più, di ogni età. Ogni mattina vedo incamminarsi con carrelli della spesa, dopo avere disceso una scarpata, un’umanità silenziosa che vaga in cerca di ferro o di qualcosa da riciclare e riutilizzare. Una processione di giovani patiti che sembrano vecchi e si scaldano vicino ad un falò. I loro bambini corrono nell’aria frizzante del mattino, senza giacca e cappotto, splendidi nel sorriso e nella vivacità della loro infanzia, riconosciuta e protetta nelle nostre scuole. Dormono in furgoni senza finestrini, e camminano da sempre, nomadi nella vita e nella morte. Quando quest’estate li ho visti giocare davanti alla scuola, saltellando su materassi rotti di gommapiuma, i più piccoli completamente nudi, mi sono chiesta come i loro occhi vedano il mondo. Farfalle di foglie che ondeggiano nei viali alberati di una città dolente e sontuosa .
Caro Babbo Natale, vorrei solo che vecchiaia e malattie abbiano sempre un dignitoso riparo, non siano abbandonate nell’indifferenza delle strade. L’elemosina non basta a sollevarsi da una carrozzella,né dalla miseria. In certi sguardi c’è sempre la stessa solitudine. Certe realtà sono dannatamente umilianti per chi le vive e per chi si vergogna della propria buona sorte.
In questa grande città mi sono ambientata in fretta; la nostalgia di casa e di affetti lontani è stata compensata dall’ accoglienza, dalla professionalità e da occasioni di confronto in un contesto non facile ma straordinariamente umano e solidale che mi conferma sempre più di avere fatto la scelta giusta. Qui c’è da fare; qui a volte si patisce ma comunque si cresce. Dentro.
Vi segnalo l’Emporio della Solidarietà, il primo supermercato gratuito, ove è possibile aiutare famiglie in difficoltà con prodotti alimentari di prima necessità. Un piccolo contributo, magari non solo a Natale, che può sollevare chi ha bisogno.
Che sia un Natale rigenerante per tutti, cari amici. Auguri!
Un abete speciale
Quest’anno mi voglio fare
un albero di Natale
di tipo speciale,
ma bello veramente.
Non lo farò in tinello,
lo farò nella mente,
con centomila rami
e un miliardo di lampadine,
e tutti i doni
che non stanno nelle vetrine.
Un raggio di sole
per il passero che trema,
un ciuffo di viole
per il prato gelato,
un aumento di pensione
per il vecchio pensionato.
E poi giochi,
giocattoli, balocchi
quanti ne puoi contare
a spalancare gli occhi:
un milione, cento milioni
di bellissimi doni
per quei bambini
che non ebbero mai
un regalo di Natale,
e per loro ogni giorno
all’altro è uguale,
e non è mai festa.
Perché se un bimbo
resta senza niente,
anche uno solo, piccolo,
che piangere non si sente,
Natale è tutto sbagliato.
Gianni Rodari
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Il regno della teletta in “Fascino muliebre” di Matilde Serao
Mentre ero a spasso per il mercato domenicale di Porta Portese, su una bancarella di stampe, manifesti pubblicitari e giornali ho scorto la scritta “ Matilde Serao” su un libretto nascosto tra vecchie etichette e cartoline. Il nome della scrittrice è già di per sé garanzia di uno stile ridondante in cui le descrizioni si snodano dall’esterno per intrecciarsi nella mente del lettore , inconfondibile per le sfumature lessicali e – cosa straordinaria delle grandi penne- per le riflessioni sempre attuali, forse perché attingono dall’animo umano e da un’intelligenza vivace. Il titolo del libricino è “Fascino Muliebre” e sinceramente credevo riservasse argute frecciate alle dame dei salotti che amavano spettegolare sull’anticonformismo della scrittrice. L’ho letto d’un fiato e ho scoperto che i vari capitoli esplorano l’universo della bellezza femminile attraverso immagini storiche e mitologiche, osannano l’acqua , l’idroterapia e i rituali del regno della teletta, suprema arte feminea, svelano consigli e segreti per esibire belle mani, bei piedi nel capitolo intitolato “La bellezza di Cenerentola”, una splendida capigliatura in “ La chioma di Berenice”, il profumo di belle labbra. Da riferimenti storico letterari di partenza la Serao arriva a reclamizzare – qui la sorpresa- prodotti chimico-farmaceutico- igienici della società A Bertelli di Milano , e in particolare modo della linea di profumeria igienica Venus (acqua, estratti, brillantina, lozioni, olio, profumi, saponi, pomate) elencati in un prezzario nelle ultime pagine.
Peccato che sul libretto non sia indicato l’anno di stampa . Presumo che fosse annesso a qualche altra pubblicazione, forse di un giornale dell’epoca?
Eccone uno stralcio tratto dal capitolo “Nel regno della teletta”
“La parola toilette- dicono i ricercatori delle origini delle parole- trasse la sua fortuna da un movente assai esiguo, come accade di quasi tutte le cose destinate ad una grande popolarità. Essa viene da toile, tela, giacchè al principio del diciassettesimo secolo, le signore solevano portare in viaggio, in un sacchetto di tela, esternamente assai lavorato e leggiadramente adorno, gli oggetti per l’abbellimento del volto e dei capelli; il sacchetto era fatto per modo che, aprendolo, si distendeva come una tovaglietta, una piccola tela, una toilette, sovra un tavolino da lavoro, che si collocava avanti alla specchiera, e lì la signora, la sua camerista, la sua pettinatrice o l’azzimato parrucchiere dalla mano lieve comme des pattes de papillons, compivano quella mirabile opera di architettura, di polverizzazione, d’incipriamento, di miniatura, di ritocco e di dipintura minuziosa che assurse poi agli onori della massima illustrazione, un secolo dopo, sotto lo scettro di Madame de Pompadour, di Maria Antonietta e della principessa di Metternich.
Alcuni filologi hanno invocato anche l’origine dalla parola provenzale e italiana tavoletta, taoletta ,e quindi anche tailetta, toilette, teletta.
Che cosa diventò, poi, la teletta! Ve ne erano, per le dame francesi, due, e non più di tela, ma fisse avanti all’enorme specchio,che le
avviluppava tutte nella sua ampiezza indiscreta: una era per la preparazione intima, la teletta privata, raccolta, discreta, l’altra, vero poema di merletti e di rabeschi, era per l’adornamento sontuoso, che la dama si faceva completare in presenza dei cortigiani e dei corteggiatori, in un salone dorato e rabescato. Questo era il salotto- boudoir- dalla tradizionale spinetta che accompagnava il passo molle e carezzoso del minuetto; ivi si compiva l’incipriamento, la postura dei nèi finti, si dava l’ultimo tocco di minio, si appuntava l’aigrette, fra le lodi sussurrate e le ciance dolci e banali. Oh, cari, spirituali, frivoli e pur affascinanti boudoirs, ritratti dal pennello di Watteau, ove aleggiava la poesia sottile come la cipria e colorita come una tortuosa pavana! Ancora, ancora da quelle figure di donne per le quali il supremo studio della vita era l’arte di piacere, di ammaliare, l’arte d’ingentilire in un’onda d’incanti la loro bellezza, ancora come da esseri viventi e gorgheggianti si sprigiona un caldo sapore di vita, un’onda di armonie che raramente possono ritrovarsi ai giorni nostri!
Che cosa vi era, allora, su la teletta tutta avorii, ori e argenti della signora elegante, dove i più celebri miniaturisti, orafi, argentieri, incisori e scultori annidavano le carezze della loro arte delicata, tutta leggiadrie e profumi? Chiedetelo a gli scrittori che ricostruirono quel mondo così gaio e così interessante: ai Goncourt, che ne penetrarono l’anima; a Théophile Gautier, che ne dipinse con pennellate nobilissime la merlettata esteriorità. Erano arsenali di ninnoli, di fiale, di cofanetti, di boccette, di ordegni, di ampolle, il contenuto dei quali era una immensa varietà sortita di fantasie sempre fertili, sempre tormentate dall’idea fissa dell’originalità.
Oggi, la moda, il gusto diverso, i ritrovati nuovi hanno semplificato ogni cosa; ma il piccolo arsenale della teletta di una signora elegante, che segua le norme dell’igiene con la stessa scrupolosità con cui cura la sua bellezza, non è meno interessante. Il tipo è unico, e la donna d’altronde è conservatrice per eccellenza, anche quando sembra subire qualche evoluzione…”
Seguono citazioni di prodotti Venus , acqua da teletta, vellutina, brillantina, glicerina, lozione, crema cosmetici antisettici ricciolina, essenze profumate al gelsomino, mughetto, violetta rosata, rosa thea, ylang-ylang … Usi, costumi e atmosfera di altri tempi, ma il piccolo arsenale, fisso e mobile, della teletta esiste ancora, a ogni età e non solo per le donne. Una ragione in più per difendere a spada tratta dalle critiche e dai tentativi di espropriazione o di sfratto le creme e le cremine idratanti, emollienti, struccanti,nutrienti, rigeneranti, antirughe, antistress, rassodanti, snellenti ecc…ben schierate nei mobiletti e sulle mensole del bagno.
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Il fascino dell’Oriente nella pittura dell’Ottocento italiano
“Gli Orientalisti. Incanti e scoperte nella pittura dell’Ottocento italiano” è la mostra allestita nel chiostro del Bramante a Roma fino al 22 gennaio 2012 .
Le voci sul lontano Oriente narravano il fascino di una terra e di una cultura tutte da scoprire nei colori dei bazar, nei profumi dei frutti e delle essenze, nel movimento delle folle nelle vie de Il Cairo e di Costantinopoli, nel caldo silenzio della preghiera e dei paesaggi assolati , nella malia seducente di donne misteriose. Un mondo che catturò la fantasia e ben presto conquistò molti pittori dell’Ottocento , come Domenico Morelli , Francesco Netti , Roberto Guastalla ,Stefano Ussi, Cesare Biseo, Ippolito Caffi , Pompeo Mariani, Augusto Valli ,Francesco Hayez , Ettore Cercone…, che ne svelarono l’atmosfera attraverso la loro arte.
Durante i suoi viaggi a Costantinopoli e nel Marocco anche Edmondo De Amicis colse le differenze culturali e sociali di quel mondo, intravedendone la bellezza nelle cappe bianche e turchine di cavalieri lanciati alla carica, nei caffetani rossi, gialli, verdi, azzurri di carovane che ondeggiavano nel deserto, nel turbinio dei cavalli e nello scintillio di sciabole levate verso il cielo. Alcuni brani dei suoi scritti ben completano l’atmosfera dei dipinti. I mercati straripano di masse vocianti e di merci , gli interni sono variopinte geometrie di tappeti, anfore, drappi, utensili, armi; “Ogni bottega è la cornice di un quadro pieno di colori e di pensiero, che fa balenare alla mente la storia intera di una vita avventurosa” .
Le donne orientali sono la vera novità agli occhi degli occidentali; sono “ le bellezze intriganti simili a segreti voluttuosi annusati nelle botteghe dei bazar”. Tutti gli artisti ne restano colpiti e ne ritraggono la sensualità nell’abbandono del riposo, della
seduzione e dell’evasione da oppio, nella quotidianità di gesti (Le ricamatrici levantine , La schiava nera ), una visibilità che sottende l’invisibile.
” Pare che alcune abbiano intorno al capo un nuvola bianca e diafana, che debba svanire in un soffio….altre sembrano inghirlandate di gigli e gelsomini…”
“L’hennè per le unghie, saponi che ammorbidiscono la pelle delle belle siriane, acqua di cedro e arancio, sacchetti di muschio, olio di sandalo, ambra grigia, l’aloè per profumare le chicchere e le pipe rappresentano un capriccio amoroso, un proposito di seduzione, un raffinamento di voluttà e spandono tutte insieme una fragranza acuta e sensuale.”
Le odalische trionfano in molti dipinti, si svelano in una nuda quiete o nell’esuberante vitalità facendo presagire rituali che incantano. Avvolte da un bel costume capriccioso o pomposo ogni donna assume la dignità di una principessa e la grazia di una bambina.
“Gli Orientalisti.Incanti e scoperte nella pittura dell’Ottocento italiano”
Chiostro del Bramante -Roma
Dal 20/10/2011 al 22/01/2012
Immagini tratte dal web
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