Skip blog

Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for January, 2012

I bambini nascosti e Irena Sendler

 

Durante l’Olocausto furono assassinati circa due milioni di bambini. Si stima che circa venti, trentamila bambini di età inferiore ai quattordici anni, tra i quali molti neonati, siano sopravvissuti alla guerra perché affidati dai genitori a persone di buon cuore  e a istituzioni cristiane o perché rimasero a lungo nascosti in vari rifugi . Alcuni bambini nascosti sopravvissero da soli nelle foreste e nei fienili, vivendo in un continuo stato d’allerta.

 

“Non eravamo come gli altri.Nessun altro poteva capire il nostro passato. Noi, i bambini dell’Olocausto, eravamo stati ignorati, le nostre parole troppo deboli per essere ascoltate. Invisibili, portavamo il nostro fardello in silenzio e da soli.

Avevo 12 anni nel 1942 quando, nel pieno della notte, dei soldati tedeschi a Żabno, in Polonia, dove vivevamo, mi puntarono addosso una pistola e mi chiesero dove fosse mio padre. Dissi che non lo sapevo. scesero nello scantinato dove mio padre si nascondeva e gli spararono a morte. Mia madre, mia sorella Rachel e io dovemmo fuggire in una fattoria nelle vicinanze…

 

La proprietaria ci fece rimanere controvoglia, ignorandoci totalmente. Rimanemmo lì per due anni e mezzo. in tutto quel tempo non ci diede mai nemmeno un bicchiere d’acqua…Potevo uscire solo quando non c’era la luna. Se mi avessero visto sarei stata spacciata… dovevamo bisbigliare – per due anni e mezzo non parlammo mai con un tono di voce più alto del sussurro! Né potevamo uscire con la luce del sole. Eravamo attaccati alla vita con un filo sottile, sempre infreddoliti, con la paura delle ombre, di corsa, in ascolto. Ogni giorno, ogni notte, portava del nuovo terrore. Era un’esistenza veramente terribile ma, nonostante fossi così spaventata, non ho mai pensato di darmi per vinta” (Ann Shore (Hania Goldman), in seguito divenne presidente della Hidden Child Fundation).

 

 

 

 

Ci furono però anche persone che si esposero in prima persona per aiutare i più indifesi, cioè le migliaia di bambini che morivano di fame, freddo e tifo nel ghetto di Varsavia. Dal 1939 al 1942 nel ghetto furono trasferite dai villaggi centinaia di migliaia di ebrei; nel 1941 c’erano oltre 400.000 persone, tra le quali tanti bambini, che si pensava di sterminare lentamente per fame. I più piccoli impararono ad uscire dal ghetto, spesso attraverso le fogne, per raggiungere la zona ariana in cerca di qualcosa da mangiare per sé e per gli altri, sfidando tanti pericoli e la sorveglianza dei soldati. Quelli rimasti orfani furono abbandonati a loro stessi per le strade. In seguito furono deportati nei lager, perlopiù a Treblinka. (informazioni  tratte da “Il futuro spezzato- i nazisti contro i bambini”, di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida.)

 

Un‘ infermiera ed assistente sociale, Irena Sendler, ebbe il permesso di lavorare nel ghetto di Varsavia; spesso si spacciò per tecnico di condutture idrauliche per collaborare con la Resistenza polacca e portare in salvo circa 2500 bambini ebrei, nascondendo i più piccoli nella cassetta degli attrezzi e i più grandi in un sacco di iuta. Si avvalse del prezioso aiuto di un cane addestrato a stare nel camion e ad abbaiare per avvisare dell’arrivo dei nazisti o per coprire il pianto dei bambini. Quando fu scoperta, Irena subì la violenza dei soldati tedeschi che le spezzarono braccia e gambe. A guerra finita cercò di rintracciare i genitori sopravvissuti di quei bambini, dei quali aveva scritto i nomi veri accanto a quelli falsi in elenchi ben nascosti in barattoli sepolti sotto un albero del suo giardino; sistemò molti orfani presso famiglie affidatarie ed istituti. Al parlamento polacco che nel 2007 la proclamò eroe nazionale, Irena scrisse:

“Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria”.

 

Tempo fa è stata proposta per il premio Nobel per la pace, ma non è stata nominata. Qualche anno fa è volata via all’età di 98 anni.

 

 

 

6 comments

Le pietre d’inciampo per non dimenticare ( Giornata della Memoria)

 

 

“Foste i nostri liberatori, ma noi sopravvissuti, malati, emaciati, a malapena umani, fummo i vostri maestri. Vi insegnammo a comprendere il regno della notte” (Elie Wiesel, liberato a Buchenwald).

Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria in ricordo degli ebrei e di tutte le vittime dei campi di sterminio che hanno lasciato un segno indelebile nella coscienza civile. A Roma capita di imbattersi nelle pietre d’inciampo collocate dinanzi ad alcune abitazioni: si chiamano “Stolpersteine”, opere dell’artista tedesco Gunter Demnig realizzate su richiesta dei parenti di coloro che inciamparono in un tragico destino. Sono sampietrini ricoperti da una lastra di ottone sulla quale sono incisi il nome, la data di nascita e di morte, il luogo di deportazione di un perseguitato dai nazi-fascisti per motivi razziali, politici e militari. Inducono a fermarsi e a riflettere su un dolore profondo, di cui a stento si riesce a parlare.

La mattina di sabato 16 ottobre 1943 le SS irruppero nel ghetto di Roma e deportarono circa 1040 persone ad Auschwitz. Ne tornarono solo 17. Su 288 bambini e ragazzi da 0 a 15 anni, ne sopravvisse solo uno, Enzo Camerino nato nel 1928. Tra 288 giovanissimi c’erano 10 ragazzi di quindici anni, 15 di quattordici, 19 di tredici, 17 di dodici, 16 di undici, 17 di dieci,10 di nove, 16 di otto anni e 16 di sette, 23 di sei, 21 di cinque, 24 di quattro, 23 di tre, 25 di due anni e 13 di un anno. Con loro  2 bimbi di 10 mesi, uno di 9, due di 8, due di 7, 5 di sei, 2 di  cinque , due di 4, tre di tre mesi, uno di 15 giorni e un neonato venuto alla luce poche ore dopo l’arresto della madre. Si aggiungano un bimbo e una bimba dei quali non si conosce l’età.

 

 

 

 

Di mattina presto un merciaio ambulante, Settimio Calò di 44 anni, abitante nel Portico d’Ottavia n.19 uscì da casa per fare la coda in una tabaccheria. Al ritorno trovò la casa vuota: i tedeschi avevano portato via la moglie, Clelia Frascati di 43 anni, e i figli: Bellina di 22 anni, Esterina di 20, Rosa di 18, Ines di 16, Raimondo di 14, David di 13, Elena di 11, Angelo di 8, Nella di 6, Lello Samuele di circa 6 mesi. Con loro anche il cuginetto Settimio di 12 anni che quella notte per caso era stato ospitato dai Calò. Morirono tutti nelle camere a gas appena arrivati ad Auschwitz il 23 ottobre 1943. (informazioni  tratte da “Il futuro spezzato- i nazisti contro i bambini”, di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. Libro dedicato alla piccola Sissel Vogelmann e a tutti i bambini assassinati.)

Ci sono libri che a volte possono cambiare la vita; nella loro documentazione storica sono un pugno allo stomaco, aiutano però a definire i valori fondamentali della vita. Ci sono descrizioni di obbrobri che una mente “normale” respinge nella sua capacità di immaginazione perché turbano troppo e lasciano dentro il monito “Mai più”, in nessuna parte del mondo, si ripeta quel delirante accanimento che non concedeva alcuna pietà, nemmeno nei riguardi dei bambini. Libri scritti perché “la condizione dei bambini non è una faccenda di lacrime o di buon cuore, ma il sintomo di un’umanità che, senza accorgersene, sta abdicando alla condizione della propria conservazione e alla conservazione della propria identità. Questa condizione si chiama trasmissione culturale che ha proprio nei bambini i loro destinatari. Dimenticarlo significa avviarsi rapidamente alla fine del mondo … “ (U. Galimberti  “Che cosa sono i bambini?”,  in  la Repubblica ,24 marzo 1997).

Articoli correlati:

Per un’indimenticabile verità storica.

Giornata della Memoria .

Per non dimenticare.

No comments

La cipolla – Wisława Szymborska

 

La cipolla.

 

La cipolla è un’altra cosa.

Interiora non ne ha.

Completamente cipolla

fino alla cipollità.

Cipolluta di fuori,

cipollosa fino al cuore,

potrebbe guardarsi dentro

senza provare timore.

 

 

In noi ignoto e selve

di pelle appena coperti,

interni d’inferno,

violenta anatomia,

ma nella cipolla – cipolla,

non viscere ritorti.

Lei piú e piú volte nuda

fin nel fondo e cosí via.

 

 

Coerente è la cipolla,

riuscita è la cipolla.

Nell’una ecco sta l’altra,

nella maggiore la minore,

nella seguente la successiva,

cioè la terza e la quarta.

Una centripeta fuga.

Un’eco in coro composta.

 

La cipolla, d’accordo:

il piú bel ventre del mondo.

A propria lode di aureole

da sé si avvolge in tondo.

In noi – grasso, nervi, vene,

muchi e secrezione.

E a noi resta negata

l’idiozia della perfezione.

 

Wisława Szymborska

 

 

 

5 comments

“Le donne che hanno fatto l’Italia” dal Risorgimento in poi.

 

“Le donne che hanno fatto l’Italia” (presso il complesso del Vittoriano fino al 20 gennaio)  si colloca tra le varie iniziative del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ed è una bella retrospettiva su figure femminili più o meno conosciute, che direttamente ed indirettamente hanno influito sull’evoluzione culturale, sociale, economica e politica dell’Italia.

Si parte  dalle donne del Risorgimento, dalle più famose protagoniste dei salotti intellettuali e dell’alta società , come  Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Adelaide Bono Cairoli e Sara Nathan, alle più sconosciute donne del popolo che disinnescavano bombe inesplose, consegnavano carte segrete, depistavano la polizia, combattevano con i garibaldini e soccorrevano i feriti . Donne di un’Italia ancora da fondare, accomunate dalla stessa passione e dalla voglia di partecipare al cambiamento.

La panoramica sull’universo femminile è molto ampia e non ignora donne schierate su altri fronti ma altrettanto determinate, come le regine che diedero un diverso apporto alla storia e alla cultura del paese, e le brigantesse che per miseria, paura, convinzione o ignoranza combatterono strenuamente esponendosi alle persecuzioni del loro tempo e ad un’ impietosa storiografia.

Il Risorgimento segnò più ufficialmente un Risorgimento  delle donne, in seguito all’ istruzione di un’elite femminile e alla diffusione dei grandi ideali rivoluzionari di libertà, fraternità ed uguaglianza del ‘700. Le donne vennero allo scoperto sulle barricate, nelle piazze, nei salotti , nei campi. Nell’800  manifestarono pubblicamente il loro pensiero, soprattutto per iscritto, con epistolari, memorie, diari, romanzi, poesie esprimendo coscienza di sé, capacità critica ed autonomia di giudizio sul loro tempo e sulle vicende personali, emergendo sempre più come presenze attive nella vita comunitaria.

 

 

Con l’Unità d’Italia le donne continuarono nel loro cammino per lo sviluppo culturale, sociale ed economico del paese, seppure ignorate dalla storia. Si pensi alle maestre che in paesi sperduti promossero la prima alfabetizzazione, rinunciando spesso ad una propria vita affettiva, alle operaie che sostituirono gli uomini nelle fabbriche, alle infermiere volontarie impegnate al fronte durante le guerre mondiali, alle mondine e alle tabacchine che sollevarono questioni sociali di disagio e di sfruttamento lavorativo, alle balie che, forse inconsapevolmente, collegarono l’isolato mondo rurale con  quello cittadino più aperto al nuovo.

 

 

 

Pian piano le donne conquistarono titoli di studio, un posto di lavoro, un nuovo ruolo nella società che si consolidò con le adesioni ad associazioni, ai partiti, ai sindacati, alla Resistenza. Lottarono non poco e a lungo per ottenere il diritto di voto che in Italia si esercitò per la prima volta  soltanto nel 1946, circa quarant’anni dopo la  Finlandia. Ai seggi affluirono circa 14.600.000 donne contro i 13.350.000 uomini , che elessero nell’Assemblea Costituente 21 donne su 556 membri. Erano perlopiù giovani e laureate: tra  insegnanti e giornaliste vi erano anche una sindacalista e una casalinga. Cinque di loro fecero parte della Commissione dei 75 per elaborare la Costituzione. Lotte, sacrifici e sconfitte nella storia dell’emancipazione femminile furono in un certo modo riscattate dalla possibilità di accedere alle più alte cariche istituzionali.

 

 

 

Tra le tantissime donne nella mostra del Complesso del Vittoriano, alcune sono evidenziate come protagoniste della storia d’Italia perché con intelligenza e passione, capacità e determinazione seppero vedere oltre e contribuire  al progresso e all’affermazione dell’Italia a livello internazionale. Figure femminili unicamente grandi, per meriti diversi, alcuni dei quali- confesso- non conoscevo.

Anna Kulishoff, l’ esule russa che come medico operò nei quartieri più poveri di Milano, condusse battaglie per l’ indipendenza economica delle donne, necessaria per il conseguimento di  libertà, diritti e parità, per il diritto al voto e per la difesa delle lavoratrici operaie e contadine.

 

Matilde Serao, l’attenta lettrice del pentagramma dell’anima, ha lasciato tanti scritti introspettivi e descrittivi che ben rendono il quadro socio, economico e culturale del suo tempo. Riscattò l’intelligenza delle donne in un ruolo anticonformista sia nella vita privata che in quella pubblica, in quanto fu la prima donna a fondare e a dirigere un quotidiano ( il Mattino).

 

Madre Francesca  Saverio Cabrini, una religiosa che fondò la Compagnia delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e circa 80 case missionarie in sette paesi del mondo. Nel 1889  partì per gli Stati Uniti e s’adoprò negli slums, affinchè gli emigranti imparassero la lingua e le usanze del luogo e si integrassero nel nuovo contesto. Valicò le Ande a dorso di un asino e raggiunse luoghi impervi in Sud America dove diffuse la sua missione. Ovunque costruì asili, scuole, convitti per studentesse, orfanotrofi, case di riposo, ospedali che seppe bene amministrare. Fu beatificata nel 1938 e riconosciuta patrona di tutti gli emigranti nel 1950.

 

Maria Montessori, pedagogista, filosofa, scienziata, educatrice di grande cultura, col suo trattato sul metodo della pedagogia scientifica ha rivoluzionato il mondo dell’educazione e della didattica. Nel corso della sua vita s’adoprò molto per la liberazione,la difesa e il riconoscimento  della dignità del bambino.

 

Luisa Spagnoli, una semplice casalinga che diventò l’’abile imprenditrice della Perugina, una delle più antiche aziende italiane. Entrata nel consiglio d’amministrazione dell’azienda nel 1923, promosse strutture sociali per migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle dipendenti ( ad esempio un  asilo nido nello stabilimento di Fontivegge  per i figli delle operaie). Negli anni ’30 si dedicò con le lavoranti ad una nuova attività, cioè all’allevamento di conigli d’angora per ricavarne pregiati filati di lana, ma non vide i risultati di questa felice intuizione a causa di una morte prematura.

 

 

Oriana Fallaci, la giornalista che seguì in prima persona e in tutto il mondo  i grandi fermenti sociali e politici: le insurrezioni dell’America latina, la dittatura in Grecia , le contestazioni giovanili, i conflitti indo pakistani e mediorientali.  Coraggiosa corrispondente di guerra in un’epoca in cui non esistevano le tecnologie e gli attuali mezzi di comunicazione, per dodici volte in sette anni tornò in Vietnam per documentare la verità e le menzogne, l’eroismo e la dannazione di un conflitto che ha segnato un’intera generazione. Intervistò i grandi della storia degli anni ’70 (Kissinger, Golda Meir, Khomeini, Gheddafi); suscitò grandi dibattiti su questioni di coscienza e di politica internazionale.

Marisa Bellisario, una pioniera del nascente settore elettronico dei computer e della programmazione, si distinse per capacità professionali e manageriali. Nel 1965 si trasferì in  America ove fece carriera,nel 1979 divenne presidente dell’Olivetti Corporation e nel 1981 diresse l’Italtel. Nel 1984 fece parte della Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna. Ottenne il premio di manager dell’anno nel 1986, due anni prima della sua prematura morte. Una top manager a livello mondiale in un mondo ove- come asserì- “una dirigente deve nascondere il più possibile il suo essere donna”.

 

Anna Magnani: l’energica e fragile Nannarella, straordinaria  interprete del cinema neorealista del dopoguerra che ci ha mostrato la vita reale attraverso la dimensione umana di personaggi comuni . Una donna che, pur riscuotendo fama mondiale, in varie stagioni della vita fronteggiò grandi solitudini che ci fanno ricordare con affetto i suoi indimenticabili e profondi sguardi, la spontanea  ironia, la dolce e sofferta malinconia.

Rita Levi Montalcini , la scienziata che nel ’36 si rifugiò in Belgio ma anni dopo rientrò a Torino per proseguire la ricerca sulle cellule nervose, allestendo un laboratorio in camera da letto, finchè nel 1947 raggiunse gli Stati Uniti ove lavorò per venti anni. Animata da un continuo  bisogno di conoscenza, anche nei periodi più cruciali della sua vita si è dedicata alla ricerca scientifica . Ha  conseguito il premio Nobel per la medicina nel 1986 ed è senatrice a vita dal 2001.

 

Palma Bucarelli, esperta di storia e di critica dell’arte anche molto bella ed anticonformista, all’età di trent’anni fu la prima donna a dirigere un museo pubblico. Dagli  anni ’40 a metà degli anni ’70 si occupò della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma: salvò opere in tempo di guerra, promosse l’astrattismo, rese accessibile al grande pubblico l’arte moderna.

 

Una lunga  galleria fotografica svela in ordine cronologico i volti di  donne che dall’ 800 in poi hanno contribuito alla storia d’Italia . Sono tantissime ad avere conseguito i primi traguardi nella cultura, nell’arte, nella politica, nella società e nello sport. Ne  voglio elencare alcune.

1872 Caterina Scarpelli, medaglia d’oro per il valore scientifico delle sue ricerche

1875 Enrichetta Girardi, prima donna che conseguì la laurea in lettere a Napoli

1879 Ersilia Caetani Lovatelli, prima donna ammessa all’accademia dei Lincei, per conoscenze di archeologia , di lingue classiche e del sanscrito

1887 Iginia Massarini, prima donna a conseguire la laurea in matematica

1898 Aurelia Pincherle Rosselli, prima donna che scrisse per il teatro

1906 Elvira Coda Notari, prima donna regista

1908 Emma Strada, prima donna ingegnere e Rina Monti che a 37 anni fu la prima donna ad ottenere la cattedra universitaria di zoologia a Sassari

1913 Adelaide Cocco, prima donna medico a Sassari

1913 Rosina Ferraro ,ottava donna al mondo a conseguire il brevetto di pilota degli aerei numero 203

1915-1918  Ester Danesi Traversari, prima giornalista italiana corrispondente di guerra per il Messaggero

1926 Grazia Deledda , premio Nobel per la letteratura

1940  la poetessa Ada Negri  fu ammessa tra gli Accademici d’Italia

1943 Ondina Peteani partigiana, a 18 anni entrò nel Movimento di Liberazione operaia dei cantieri di Monfalcone

1947 Franca Viola, prima donna che denunciò e fece condannare il suo stupratore, rifiutando un matrimonio riparatore

1948 Angela Merlin, prima senatrice

1953-1956  le suore Maria Cleofe e suor Maria Innocenza furono le prime religiose a prendere la licenza di volo per recarsi, rispettivamente  in Pakistan e in India, a servizio dei bisognosi

Seguono tante , tante altre.

La  storia dell’emancipazione femminile in Italia può vantare donne intraprendenti di diversa estrazione socio-culturale che con lungimiranza hanno messo a frutto le proprie inclinazioni e capacità in scelte di vita , a volte inconsuete, apprezzate tardivamente perchè spesso hanno precorso i tempi.

Mi sono resa conto di appartenere  ormai ad un’altra generazione, quando  ho notato due ragazze ventenni che osservavano l’Olivetti con cui Oriana Fallaci scriveva i suoi articoli. Non avevano mai visto, tanto meno usato, una macchina da scrivere. “Le donne che hanno fatto l’Italia” riassume aspetti della storia italiana che si dovrebbero divulgare nelle scuole , soprattutto tra le nuove generazioni troppo distanti da quella vite vissute alla luce di speranze, attese e conquiste durate per secoli. Non a caso ancor oggi, nel 2012, bisogna promuovere la cultura di genere e delle pari opportunità perché, a mio parere, non si conosce e di conseguenza non si apprezza quel percorso di crescita, progresso e civiltà delle tante donne che hanno fatto e possono continuare a fare l’Italia.

 

“Le donne che hanno fatto l’Italia”

Roma, complesso del Vittoriano

fino al 20 gennaio 2012

Ingresso gratuito

 

 

 

Articoli correlati:

150 anni dell’Unità d’Italia. Le donne del Risorgimento

 

 

Donne del Risorgimento. Rosalia Montmasson e Giuditta Tavani Arquati

 

 

Donne del Risorgimento: Anita Garibaldi

Immagini tratte dal web

5 comments

La Befana vola e i giocattoli scappano

 

Il viaggio della Freccia azzurra

La Freccia azzurra

 

 

La Befana, come lei sa,

a Piazza Navona se ne sta

e noi stavamo, lei non lo ignora,

nelle vetrine della signora.

E’ un negozietto come tanti,

con una scritta sul davanti.

Ci vanno le mamme, i babbi, i nonnini

ad ordinare i regalini.

La signora, quand’è la sua festa,

mette i doni nella cesta

e li porta volando in aria

con la sua scopa straordinaria,

una scopa nuovo modello

col manubrio e il campanello;

li porta ai bimbi che li hanno ordinati

e che li aspettano sognando beati

e a capo del letto,per la Befana,

hanno appeso la calza di lana.

Ma la Befana, cara vecchietta,

ha la memoria piuttosto imperfetta…

una memoria un po’ così

che non ricorda da qui fin lì.

Essa inoltre ha un segretario,

un tipo pignolo e abitudinario,

che appena passata è l’Epifania,

fa le fatture e le manda via,

ossia manda il conto da pagare

come se un dono fosse un affare;

e lui, che memoria! è sorprendente

non si dimentica un cliente!

Così, per queste e per altre ragioni,

molti bimbi son senza doni.

Ce n’era uno, un ragazzetto,

innamorato del treno diretto

che davanti alla vetrina

passava quasi ogni mattina,

spargendo molti lacrimoni

per la macchina e per i vagoni.

Si chiama Francesco, ci siamo informati,

è figlio di poveri disoccupati

che un treno elettrico, manco a pensarlo,

non potrebbero comperarlo.

Per questo, signore, siamo scappati

abbiamo i vetri rosicchiati

e abbiamo deciso senza meno

di andar da Francesco con tutto il treno.

La Befana avrà pazienza,

lei di certo non resta senza,

ha un magazzino e uno scantinato

pieni di giochi da togliere il fiato.

 

Gianni Rodari – da una lunga filastrocca inedita composta in occasione della “Befana dell’Unità”,

tratta dal sito del  Centro Studi Gianni Rodari di Orvieto

 

 

La Freccia azzurra è un famoso libro di Gianni Rodari  che deriva il nome da un trenino elettrico sul quale i giocattoli, che pur hanno un cuore, scappano dal negozio della Befana  per raggiungere i bambini che li desiderano davvero. Infatti i bambini rischiavano di non avere doni in occasione dell’Epifania, ma il piccolo Francesco e  tanti personaggi fantastici, come il cane di pezza Spicciola, il capitano Mezzabarba,  la bambola, l’orsacchiotto, il pilota,i  cowboys e i pellerossa  vivono magicamente divertenti avventure per rendere felici i bambini. La Freccia azzurra è uno dei primi capolavori di Rodari che ha ispirato molte rappresentaioni teatrali e un film d’animazione.

 

 

4 comments

Al galoppo nella storia infinita del presepe napoletano.

 

 

Nel ‘700 si verificò un processo di laicizzazione nell’allestimento del  presepe napoletano che rappresentava realisticamente costumi, personaggi, paesaggi e il gusto dell’epoca e quindi sconfinò sempre più dalle  chiese e dai salotti dei nobili nelle case dei borghesi e dei più umili . Re Carlo di Borbone fu un appassionato di presepi e, quando nel 1759 salì al trono di Spagna, portò con sé artigiani e artisti, promuovendo la diffusione del presepe in tutta Europa. Grazie al grande scultore G. Sammartino il presepe napoletano conquistò il riconoscimento  di vera espressione artistica. Anche re Ferdinando di Borbone  incentivò l’arte presepiale  e di conseguenza anche il  lavoro artigianale di falegnami, orefici, fabbri, sarti, ricamatori, armaioli . Con la fuga del re a Palermo e poi con la fine della Repubblica  napoletana nel 1799, molti presepi privati furono smembrati in successioni ereditarie, in  vendite o in trasferimenti in Francia. Dopo il periodo francese (1806-1815), con il rientro dei Borbone  a Napoli riemerse la passione per il presepe ed allestimenti importanti furono realizzati nella reggia di Portici e di Capodimonte.


 

La crisi economica dal 1822 al 1840 e l’unità  d’Italia determinarono  cambiamenti sociali, politici ed economici  e anche un declino della produzione presepiale  che coinvolgeva architetti, scenografi, sarti, scultori e  piccoli artigiani. Per fare fronte a difficoltà economiche , i grandi presepi di nobili famiglie furono venduti a pezzi, parte di essi furono ricollocati su scogli di sughero (lo scoglio è la  base) .Via via le collezioni private risultarono incomplete e ben presto si allestirono scogli monoscenici che rappresentavano solo il gruppo della Natività, della taverna, della fontana, di scorci cittadini. Il presepe dell’800 si caratterizzò per la fedele riproduzione di scene di vita quotidiana e allo stesso tempo di maggiore sacralità nell’uso di tinte forti nei gruppi della Natività e nell’adorazione dei pastori con mani protese verso il Salvatore . Il presepe piacque alla borghesia che curò una scenografia popolare che rispecchiava la vita delle piazze, delle case, dei cortili e delle botteghe. Anche le statuine cambiarono: a differenza di  quelle del Settecento furono realizzate totalmente con la  terracotta, più facilmente riproducibili in serie e più piccole, fino ad un minimo di 4 cm, dette moschelle. Se in origine i piccoli pastori venivano collocati in lontananza , nell’800 popolarono presepi in miniatura.

 

Nel ‘900 decadde l’arte presepiale:  in tempo di guerra gli antichi pastori spesso furono venduti per necessità o per disinteresse sia  da privati che da preti, finendo in collezioni private. Solo alla fine degli anni ’70 si assiste ad un rinascita  della cultura presepiale  grazie anche al recupero  delle tradizioni natalizie e degli antichi mestieri; si riscoprono i laboratori artigianali di San Gregorio Armeno che hanno suscitato interesse e passione in giovani divenuti poi grandi artisti del presepe.


 

Tra i tanti merita un’attenzione particolare il maestro Marcello Aversa di Sant’Agnello, paese della costiera sorrentina, che ha saputo valorizzare in modo originale una forma di artigianato trasformatasi in arte.  Iniziò a lavorare nel  piccolo opificio del padre nel Borgo Maiano dove da generazioni

si producono laterizi per forni a legna con antiche tecniche che prevedono solo l’uso delle mani e di forme di legno. Negli anni ’80 scoprì su una rivista il mondo  del presepe del ‘700 ed iniziò a dedicarsi ad allestimenti presepiali in chiese locali e a partecipare a concorsi. Durante un’esposizione di prodotti artigianali italiani a Bruxelles le sue opere suscitarono grande interesse anche nell’Associazione Amici del Presepe-sez Napoli. I microcosmi presepiali in terracotta di Aversa, fedeli alle scene e ai personaggi del presepe napoletano, ben presto sono stati largamente apprezzati  in mostre collettive e personali in Italia e all’estero per la maestria tecnica, la meticolosa cura dei particolari, la perfezione nelle proporzioni, nei gesti e nelle fattezze dei personaggi e l’armonia d’insieme . Scoglio e piccole figure, alte da 8 mm a 4 cm, sono realizzati con  l’esclusivo utilizzo di una stecca e di uno spillo e formano un unico blocco che viene infornato a 920 °,  sul quale poi in un secondo tempo sono collocati gli angeli. Stupiscono non poco i gruppi della Natività e scene con circa 20 figure racchiuse in campane di vetro di  3 cm di diametro.

 

Capolavori di terracotta, espressione dell’estro creativo e della passione di Marcello Aversa, si possono ammirare qui e nel negozio-laboratorio in Via Sersale a Sorrento.


 

 



 

 

 

 

 

 

2 comments