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	<title>Commenti a: Lo zero scappato</title>
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		<title>Di: maria</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-591</link>
		<dc:creator><![CDATA[maria]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 12:56:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[@Rosy:benvenuta nel blog, Rosy!Non essere timida, mi fa molto piacere averti qui e avere scoperto il tuo blog.
Noto che le cape di pezza colpiscono anche nei tuoi ricordi e ciò fa riflettere sui metodi educativi di una volta. Meglio riderne  

Ciao, a presto!]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Rosy:benvenuta nel blog, Rosy!Non essere timida, mi fa molto piacere averti qui e avere scoperto il tuo blog.<br />
Noto che le cape di pezza colpiscono anche nei tuoi ricordi e ciò fa riflettere sui metodi educativi di una volta. Meglio riderne  </p>
<p>Ciao, a presto!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Di: Rosy</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-589</link>
		<dc:creator><![CDATA[Rosy]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 12:49:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Attraverso il tuo commento che hai lasciato sul mio post, arrivo da te.
Ho iniziato a leggere e ho letto parecchi tuoi  post.

Ero indecisa se lasciarti un commento, ma solo per timidezza.
Ma leggendo questo post, non ho resistito.
Più leggevo e più mi convincevo che dovevo lasciarti un commento.

Con le cape di pezza ci ho vissuto dai quattro ai quindici anni, le conosco bene.
Il primo film che ho visto è stato Marcellino pane e vino e anche a me questo film fece lo stesso tuo effetto.

Noi interne stavamo sempre all&#039;ultimo banco a scuola.
Una sorte di vero razzismo, che non so se ci abbia segnate, ma credo che un poco si.

Ti ho letto con molto piacere, complimenti! 

Ti inserirò tra i preferiti.

Ciao]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Attraverso il tuo commento che hai lasciato sul mio post, arrivo da te.<br />
Ho iniziato a leggere e ho letto parecchi tuoi  post.</p>
<p>Ero indecisa se lasciarti un commento, ma solo per timidezza.<br />
Ma leggendo questo post, non ho resistito.<br />
Più leggevo e più mi convincevo che dovevo lasciarti un commento.</p>
<p>Con le cape di pezza ci ho vissuto dai quattro ai quindici anni, le conosco bene.<br />
Il primo film che ho visto è stato Marcellino pane e vino e anche a me questo film fece lo stesso tuo effetto.</p>
<p>Noi interne stavamo sempre all&#8217;ultimo banco a scuola.<br />
Una sorte di vero razzismo, che non so se ci abbia segnate, ma credo che un poco si.</p>
<p>Ti ho letto con molto piacere, complimenti! </p>
<p>Ti inserirò tra i preferiti.</p>
<p>Ciao</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Di: maria</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-348</link>
		<dc:creator><![CDATA[maria]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 21:44:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[@Sandra M: ho letto il tuo post, hai subito una tristissima esperienza. Ti ho commentato nel tuo blog e ti ringrazio per la segnalazione del post. Ciao!]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Sandra M: ho letto il tuo post, hai subito una tristissima esperienza. Ti ho commentato nel tuo blog e ti ringrazio per la segnalazione del post. Ciao!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Di: maria</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-347</link>
		<dc:creator><![CDATA[maria]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 19:46:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[@Transit:  Certo che le &quot;zellose  cape &#039;e pezza&quot; erano perlopiù  tremende e ognuno ne ricorda qualcuna, tale e quale alla tua descrizione :)
Come è strana la vita, regala e ruba  quando meno te l&#039;aspetti, e il vuoto che lascia resta dentro per sempre, come una voragine. Scappa  Transit, scappa da scuola per paura di perdere anche tua madre e con lei un&#039;altra parte di te. Quell&#039;inaspettata arancia dorata ed energetica però ti ferma, ti sostiene,ti nutre  e  segna  il passaggio, la transizione, la forza di continuare,nonostante tutto. E ti ha fatto diventare un poeta. 

Grazie,poeta!]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Transit:  Certo che le &#8220;zellose  cape &#8216;e pezza&#8221; erano perlopiù  tremende e ognuno ne ricorda qualcuna, tale e quale alla tua descrizione <img src="http://www.skipblog.it/wp-includes/images/smilies/simple-smile.png" alt=":)" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /><br />
Come è strana la vita, regala e ruba  quando meno te l&#8217;aspetti, e il vuoto che lascia resta dentro per sempre, come una voragine. Scappa  Transit, scappa da scuola per paura di perdere anche tua madre e con lei un&#8217;altra parte di te. Quell&#8217;inaspettata arancia dorata ed energetica però ti ferma, ti sostiene,ti nutre  e  segna  il passaggio, la transizione, la forza di continuare,nonostante tutto. E ti ha fatto diventare un poeta. </p>
<p>Grazie,poeta!</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Di: Transit</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-344</link>
		<dc:creator><![CDATA[Transit]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 18:26:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Scuola, suore, donne e l&#039; arancia


In ordine cronologico ricordo due suore in particolare. Ma le arance non c’erano in entrambe le conoscenze. Invece un arancia mi fu data come regalo da … abbiate un po’ di pazienza … tutto a tempo debito.

Ero militare, precisamente al CAR(centro addestramento reclute:la leva una volta era di massa, adesso invece il nostro esercito è composto solo di professionisti)e pesce di cannuccia con il mondo in generale, la vita e le donne. Come in tutto le cose, bisogna fare addestramento, comprese gli incidenti, le ferite, le capocciate e le cadute e gli addii.

L’adolescenza come tutti sanno tiene la bocca di latte.

Erano trascorsi quasi due mesi, prima di spedirmi al reggimento, con una parentesi di qualche giorno per accertamenti nell&#039;ospedale militare di Bari. Ebbene c’era una suora bassa, grassa e tracagnotta. Era burbera e dai modi spicci e duri. Aveva persino i baffi. E poteva essere il classico sergente di ferro. I baffi li aveva fuori ma il sergente, cioè la disciplina militare, l’aveva dentro. Certo che la religione/le religioni si son sempre sposate non a Gesù sposo, ma agli eserciti delle armi.
Comunque in quell&#039;ospedale, almeno le reclute e militari di grado inferiore, avevano paura di lei, me compreso. Ah, ci sarebbe un terzo caso di suorità e suorezze da me, anzi citate da mia moglie. La scuola che frequentava era quelle delle suore, quindi privata: sui soldi da spillare erano assai precise e spingevano alunne e alunni a compare questo e quello: usavano la furbizia. E così la mamma di mia moglie un giorno andò a scuola per disdire quel che il giorno prima aveva comprato sua figlia: beh, la mia futura moglie in quei due giorni si beccò due sanghe d&#039;a maronna &#039;e mazziate: una da sua madre e l&#039;altra da suor Orsola, la venditrice. Mia moglie mi ha detto che quelle erano tutte represse e tenevano una cazzimma peggio degli usurai. - Solo una si salvava, suor Angela, era buona e brava, ama tutte le altre erano represse e dispettose e poi tenevano una maronna di cazzimma. -     

Avevo trent&#039;anni e lavoravo in ospedale. In quello stesso ospedale in cui, quando io avevo quattro anni, mio padre era un paziente e di anni ne aveva cinquanta in più; verso le cinque di mattina, senza mamma o la presenza di qualche figlio/a, colto da una crisi respiratoria, morì.

(Ma io senza saper né leggere e né scrivere, ma anche senza avere una pezza di coscienza lo maledissi: - Ma comm&#039;é? tieni una famiglia numerosa, &#039;nu figlio piccirillo, e tu, (pe&#039; &#039;na botta sbagliata)mentre io te vulesse vicino a mme pe&#039; t&#039;abbraccià e vasà; mentre tu, fesso che sei, te fai fa &#039;a stà zoccola d&#039;a morte. Pecchè nun le mannata a fa &#039;nculo sta faccia &#039;e carogna ca nun tene pietà nemmeno d&#039;e cfriature &#039;e latte. -)

C’era un una parte di storia personale in quel luogo. Lì era stato versato il sangue di mio padre: non avevamo telefono e la distanza, aspettando e usando il bus, allungava il tempo per poterlo vedere e stargli accanto.

Quell&#039;episodio era lontano e il tempo, forse, esiste solo per incollare e sotterrare i pezzi di ogni storia. Ma a me non dissero nulla e i pezzi mi cadevano addosso come fantasmi inesistenti, ma dalla pressione fortissima. A mia insaputa ero un sommergibile e la vita con le sue facce, i suoi respiri, le ansie e persino con l&#039;amore, premeva contro il petto, la pancia e l&#039;intera corporeità.

Un giorno ero impegnato in un reparto e venne da me una suora, qualche collega le aveva fatto il mio nome, dato che ero uno che si interessava di movimento e di posti di lavoro e dell’andamento di altre questioni.

- Lei è il Signor … – disse la suora che vedevo per la prima volta e di cui non conoscevo il nome.
- E lei, madre, come si chiama? -
- Suor Paola -
Le strinsi la mano. Era esile e timida. Pensai a mio padre. Chissà, forse l’aveva conosciuto e assistito.
- Volevo chiederle … una preghiera … -
Ero quanto turbato. Una suora che mi pregava per qualcosa.
- Dica, cosa posso fare … -
- Ho un nipote che attualmente non lavora. Se lei potesse fare qualcosa per fargli fare il corso per … -
- Madre, innanzitutto, se vuole, mi dia del tu. Vorrei tanto fare qualcosa per suo nipote, ma non ho questo potere. Se noi, me compreso siamo qui, è perché non abbiamo chiesto a qualche notabile e a non vogliamo chiedere a nessun mammasantissima di darci un posto di lavoro. E non solo il lavoro. E se abbiamo ottenuto qualcosa è solo attraverso la lotta. Ecco, le posso indicare semmai qualche comitato di disoccupati organizzati in cui iscriversi. Nessuno ti da niente e non ci rivolgiamo a nessun santo né in terra né in cielo. – e le sorrisi, perché lei di santi ne aveva una carriola.

L’arancio mi fu dato sul muretto con le inferriate fuori all&#039;ospedale dei Pellegrini a Montesanto. Mamma mi disse: – Lui è don Pasquale – Era la prima volta che lo vedevo. Mamma mi disse che don Pasquale andava al mercato della frutta ad aiutare un fruttivendolo del quartiere. E quando se ne tornava aveva sempre qualche frutto nelle tasche del cappotto o del giaccone. Mi carezzo la testa, sorrise e disse: – Tieni questo arancia è per te. –
Anche lui aveva le rughe, gli anni e la testa pelata come le avrebbe avuto mio padre fosse ancora vivo. Non lo rividi mai più. Mi fece tenerezza e malinconia. Avrei forse voluto abbracciarlo come se fosse stato mio padre. Ma no era mio padre. Forse anche lui si senti solo; forse pianse e forse morì solo come mio padre. Forse solo mentre scrivo ho capito che quell’arancia mi fu dato con la fatica e con cuore. Forse lui era mio padre: il secondo; almeno, forse, così mi dicono le lacrime di adesso, &#039;e quann’ero ancora ‘nu criaturo.

Ca nun vulevo ji(andare)’a scola. Sosora mia Tellina d’o Mar’, nun appena m’accumpagnava, saglienno ‘e scalinate, sunava ‘a campanella; ma doppo ‘nu poco ca essa se n’era iuta, io facevo ‘e scale a quatto a quatto, comme si dint’e sacche d’o cazone culore cucozza, tenevo a neve ca ‘o sango vullente d’e cosce sciuglieva.

Traduzione dell’ultima parte in dialetto:

Ero ancora un bambino che non voleva andare a scuola. Mia sorella Tellina di Mare, non appena mi accompagnava, salendo le scale, suonava la campanella; ma dopo un po’ che lei era andata via, io facevo le scale a quattro a quattro, come se nelle tasche d’o cazone color arancione, tenessi la neve che il sangue bollente delle cosce scioglieva.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Scuola, suore, donne e l&#8217; arancia</p>
<p>In ordine cronologico ricordo due suore in particolare. Ma le arance non c’erano in entrambe le conoscenze. Invece un arancia mi fu data come regalo da … abbiate un po’ di pazienza … tutto a tempo debito.</p>
<p>Ero militare, precisamente al CAR(centro addestramento reclute:la leva una volta era di massa, adesso invece il nostro esercito è composto solo di professionisti)e pesce di cannuccia con il mondo in generale, la vita e le donne. Come in tutto le cose, bisogna fare addestramento, comprese gli incidenti, le ferite, le capocciate e le cadute e gli addii.</p>
<p>L’adolescenza come tutti sanno tiene la bocca di latte.</p>
<p>Erano trascorsi quasi due mesi, prima di spedirmi al reggimento, con una parentesi di qualche giorno per accertamenti nell&#8217;ospedale militare di Bari. Ebbene c’era una suora bassa, grassa e tracagnotta. Era burbera e dai modi spicci e duri. Aveva persino i baffi. E poteva essere il classico sergente di ferro. I baffi li aveva fuori ma il sergente, cioè la disciplina militare, l’aveva dentro. Certo che la religione/le religioni si son sempre sposate non a Gesù sposo, ma agli eserciti delle armi.<br />
Comunque in quell&#8217;ospedale, almeno le reclute e militari di grado inferiore, avevano paura di lei, me compreso. Ah, ci sarebbe un terzo caso di suorità e suorezze da me, anzi citate da mia moglie. La scuola che frequentava era quelle delle suore, quindi privata: sui soldi da spillare erano assai precise e spingevano alunne e alunni a compare questo e quello: usavano la furbizia. E così la mamma di mia moglie un giorno andò a scuola per disdire quel che il giorno prima aveva comprato sua figlia: beh, la mia futura moglie in quei due giorni si beccò due sanghe d&#8217;a maronna &#8216;e mazziate: una da sua madre e l&#8217;altra da suor Orsola, la venditrice. Mia moglie mi ha detto che quelle erano tutte represse e tenevano una cazzimma peggio degli usurai. &#8211; Solo una si salvava, suor Angela, era buona e brava, ama tutte le altre erano represse e dispettose e poi tenevano una maronna di cazzimma. &#8211;     </p>
<p>Avevo trent&#8217;anni e lavoravo in ospedale. In quello stesso ospedale in cui, quando io avevo quattro anni, mio padre era un paziente e di anni ne aveva cinquanta in più; verso le cinque di mattina, senza mamma o la presenza di qualche figlio/a, colto da una crisi respiratoria, morì.</p>
<p>(Ma io senza saper né leggere e né scrivere, ma anche senza avere una pezza di coscienza lo maledissi: &#8211; Ma comm&#8217;é? tieni una famiglia numerosa, &#8216;nu figlio piccirillo, e tu, (pe&#8217; &#8216;na botta sbagliata)mentre io te vulesse vicino a mme pe&#8217; t&#8217;abbraccià e vasà; mentre tu, fesso che sei, te fai fa &#8216;a stà zoccola d&#8217;a morte. Pecchè nun le mannata a fa &#8216;nculo sta faccia &#8216;e carogna ca nun tene pietà nemmeno d&#8217;e cfriature &#8216;e latte. -)</p>
<p>C’era un una parte di storia personale in quel luogo. Lì era stato versato il sangue di mio padre: non avevamo telefono e la distanza, aspettando e usando il bus, allungava il tempo per poterlo vedere e stargli accanto.</p>
<p>Quell&#8217;episodio era lontano e il tempo, forse, esiste solo per incollare e sotterrare i pezzi di ogni storia. Ma a me non dissero nulla e i pezzi mi cadevano addosso come fantasmi inesistenti, ma dalla pressione fortissima. A mia insaputa ero un sommergibile e la vita con le sue facce, i suoi respiri, le ansie e persino con l&#8217;amore, premeva contro il petto, la pancia e l&#8217;intera corporeità.</p>
<p>Un giorno ero impegnato in un reparto e venne da me una suora, qualche collega le aveva fatto il mio nome, dato che ero uno che si interessava di movimento e di posti di lavoro e dell’andamento di altre questioni.</p>
<p>&#8211; Lei è il Signor … – disse la suora che vedevo per la prima volta e di cui non conoscevo il nome.<br />
&#8211; E lei, madre, come si chiama? &#8211;<br />
&#8211; Suor Paola &#8211;<br />
Le strinsi la mano. Era esile e timida. Pensai a mio padre. Chissà, forse l’aveva conosciuto e assistito.<br />
&#8211; Volevo chiederle … una preghiera … &#8211;<br />
Ero quanto turbato. Una suora che mi pregava per qualcosa.<br />
&#8211; Dica, cosa posso fare … &#8211;<br />
&#8211; Ho un nipote che attualmente non lavora. Se lei potesse fare qualcosa per fargli fare il corso per … &#8211;<br />
&#8211; Madre, innanzitutto, se vuole, mi dia del tu. Vorrei tanto fare qualcosa per suo nipote, ma non ho questo potere. Se noi, me compreso siamo qui, è perché non abbiamo chiesto a qualche notabile e a non vogliamo chiedere a nessun mammasantissima di darci un posto di lavoro. E non solo il lavoro. E se abbiamo ottenuto qualcosa è solo attraverso la lotta. Ecco, le posso indicare semmai qualche comitato di disoccupati organizzati in cui iscriversi. Nessuno ti da niente e non ci rivolgiamo a nessun santo né in terra né in cielo. – e le sorrisi, perché lei di santi ne aveva una carriola.</p>
<p>L’arancio mi fu dato sul muretto con le inferriate fuori all&#8217;ospedale dei Pellegrini a Montesanto. Mamma mi disse: – Lui è don Pasquale – Era la prima volta che lo vedevo. Mamma mi disse che don Pasquale andava al mercato della frutta ad aiutare un fruttivendolo del quartiere. E quando se ne tornava aveva sempre qualche frutto nelle tasche del cappotto o del giaccone. Mi carezzo la testa, sorrise e disse: – Tieni questo arancia è per te. –<br />
Anche lui aveva le rughe, gli anni e la testa pelata come le avrebbe avuto mio padre fosse ancora vivo. Non lo rividi mai più. Mi fece tenerezza e malinconia. Avrei forse voluto abbracciarlo come se fosse stato mio padre. Ma no era mio padre. Forse anche lui si senti solo; forse pianse e forse morì solo come mio padre. Forse solo mentre scrivo ho capito che quell’arancia mi fu dato con la fatica e con cuore. Forse lui era mio padre: il secondo; almeno, forse, così mi dicono le lacrime di adesso, &#8216;e quann’ero ancora ‘nu criaturo.</p>
<p>Ca nun vulevo ji(andare)’a scola. Sosora mia Tellina d’o Mar’, nun appena m’accumpagnava, saglienno ‘e scalinate, sunava ‘a campanella; ma doppo ‘nu poco ca essa se n’era iuta, io facevo ‘e scale a quatto a quatto, comme si dint’e sacche d’o cazone culore cucozza, tenevo a neve ca ‘o sango vullente d’e cosce sciuglieva.</p>
<p>Traduzione dell’ultima parte in dialetto:</p>
<p>Ero ancora un bambino che non voleva andare a scuola. Mia sorella Tellina di Mare, non appena mi accompagnava, salendo le scale, suonava la campanella; ma dopo un po’ che lei era andata via, io facevo le scale a quattro a quattro, come se nelle tasche d’o cazone color arancione, tenessi la neve che il sangue bollente delle cosce scioglieva.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: maria</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-337</link>
		<dc:creator><![CDATA[maria]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 14:21:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[@Giulio GMDB: ciao bentornato nel blog! Immagino quanto fumo passivo abbiate dovuto respirare, anime innocenti! :D
Certo che la scuola di anni fa era molto diversa da quella di oggi, ma tutti, giovani e meno giovani, ricordiamo qualche insegnante in particolare, comprese le terribili suore.
Io però ricordo con affetto suor Pia, la mia maestra di asilo che mi accolse a un anno e mezzo, quando intrapresi precocemente, causa forza maggiore- o meglio materna-, la mia carriera scolastica.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Giulio GMDB: ciao bentornato nel blog! Immagino quanto fumo passivo abbiate dovuto respirare, anime innocenti! 😀<br />
Certo che la scuola di anni fa era molto diversa da quella di oggi, ma tutti, giovani e meno giovani, ricordiamo qualche insegnante in particolare, comprese le terribili suore.<br />
Io però ricordo con affetto suor Pia, la mia maestra di asilo che mi accolse a un anno e mezzo, quando intrapresi precocemente, causa forza maggiore- o meglio materna-, la mia carriera scolastica.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Giulio GMDB</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-327</link>
		<dc:creator><![CDATA[Giulio GMDB]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 11:14:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.skipblog.it/?p=317#comment-327</guid>
		<description><![CDATA[Io ricordo bene il mio maestro: fumava 60 sigarette al giorno ed in classe con il mozzicone di una si accendeva quella nuova ma quella volta nessuno ci faceva caso, nemmeno io... Era un nostalgico del ventennio infatti a ginnastica ho imparato a marciare, autonumerarmi in fila per tre, a tenere il passo... Insomma eravamo dei piccoli Balilla ;-) Però, per quanto severo, era anche giusto ed un bravo maestro che ricordo con affetto. 
Ricordo solo una suora acida che fortunatamente avemmo solo un&#039;ora alla settimana per un anno. Per il resto avevamo un vecchio sacerdote che spesso e volentieri si addormentava alla cattedra :-D]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Io ricordo bene il mio maestro: fumava 60 sigarette al giorno ed in classe con il mozzicone di una si accendeva quella nuova ma quella volta nessuno ci faceva caso, nemmeno io&#8230; Era un nostalgico del ventennio infatti a ginnastica ho imparato a marciare, autonumerarmi in fila per tre, a tenere il passo&#8230; Insomma eravamo dei piccoli Balilla 😉 Però, per quanto severo, era anche giusto ed un bravo maestro che ricordo con affetto.<br />
Ricordo solo una suora acida che fortunatamente avemmo solo un&#8217;ora alla settimana per un anno. Per il resto avevamo un vecchio sacerdote che spesso e volentieri si addormentava alla cattedra 😀</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: maria</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-292</link>
		<dc:creator><![CDATA[maria]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 20:57:11 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.skipblog.it/?p=317#comment-292</guid>
		<description><![CDATA[@Transit: Rosa non è mai andata via, e&#039; stata sempre nascosta dentro di te e ogni tanto parla al Transit piccirillo.

Mi ha fatto ridere l&#039;espressione  &quot;me sento nu sorece dint’o mastrillo&quot;, l&#039;avevo dimenticata, ma rende bene la sensazione di stare in trappola e volere scappare via. 
Grazie per questa bella condivisione.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Transit: Rosa non è mai andata via, e&#8217; stata sempre nascosta dentro di te e ogni tanto parla al Transit piccirillo.</p>
<p>Mi ha fatto ridere l&#8217;espressione  &#8220;me sento nu sorece dint’o mastrillo&#8221;, l&#8217;avevo dimenticata, ma rende bene la sensazione di stare in trappola e volere scappare via.<br />
Grazie per questa bella condivisione.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Transit</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-288</link>
		<dc:creator><![CDATA[Transit]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 19:33:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.skipblog.it/?p=317#comment-288</guid>
		<description><![CDATA[Mi ricordo. M’arricordo. Tengo cinche, sei e ott’anne: tutti in una volta; e corro di qua e di là come fa la vita coi pensieri. Essa, Enzina tene  sette e miezzo. Stammo pazzianno a nasconnere. Filumena, faccia a muro, inizia a cuntà. Il resto s’annasconne a ccà e a llà. Enzina me zennea e fujmmo dint’o palazzo a 19. Dint’o vascio, sotto ‘o lietto, di sua zia Fortuna ‘a Ciaccessa(la chiacchierona). Me ienche di baci vavusielli ca sanno di fragolelle. Ciuciunea ‘ntrechessa. E, mette le mani miezzo le cosce. Miracolo!: ‘o pesce s’ ‘ntosta comme ‘na mazza. E, ce mettimmo a ridere. M’arricordo il primo giorno di scuola lementare. Dopo dieci minuti già stongo fujenno giù per le scale, miezz’a via. Dint’a scola me sento nu sorece dint’o mastrillo. La strada è libbertà? Nun ‘o saccio, ma aggio bisogno ‘e ll’aria aperta. Aggia fa ambresso. Dint’e sacche arrepezzate si sta sciuglienno ‘o ghiaccio. Mi ricordo criaturo piccirillo. 
Volevo giocare e giocavo con i pensieri, e i giocattoli, rari: loro scappavano da tutte le parti e io li inseguivo. Dovevo almeno starci insieme, e quando scurava notte, ritornavo a casa vivo.
Ricordo. M’arricordo l’asilo: l’entrata e l’uscita, e il pranzo col piatto caldo e fumante. Ricordo lei, e il suo nome: si chiamava Rosa. Mamma sua la prendeva per mano e io con gli occhi l’accompagnavo fin dove svoltava il vicolo. Poi, di nascosto dalla mamma di lei e di mia sorella Tellina d’o mar’, che non so perché si faceva il pizzo a riso, con le labbra arricciate, le mandavo un bacio nell’aria. Poi, non la vidi più. Era di maggio, il mese in cui le famiglie cambiavano casa, e anche la sua famiglia cambiò quartiere. 
Ricordo. M’arricordo, era la prima volta che piangevo per una femmina. Avevo pianto per il latte, il pane, le scarpe e ‘o cazone di colore cocozza. Intanto ho fatto cadere il piatto con i piselli e, lei è venuta faccia a faccia vicino,vicino a me: mi ha offerto il suo e, mi ha azzeccato le sue labbra sulle mie. Poi, si è messa a ridere. –Che ride a ffà – l’aggio ditto ‘mpicciusiello.
 - Il muco appeso, il sugo e le lacrime sono salate – ha detto Rosa ridendo ancora, pulendomi ‘a vocca. E poi non l’ho vista più: se ne andata. Era di maggio. E criaturo, come dint’a &#039;nu suonno, l’aspetto ancora.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi ricordo. M’arricordo. Tengo cinche, sei e ott’anne: tutti in una volta; e corro di qua e di là come fa la vita coi pensieri. Essa, Enzina tene  sette e miezzo. Stammo pazzianno a nasconnere. Filumena, faccia a muro, inizia a cuntà. Il resto s’annasconne a ccà e a llà. Enzina me zennea e fujmmo dint’o palazzo a 19. Dint’o vascio, sotto ‘o lietto, di sua zia Fortuna ‘a Ciaccessa(la chiacchierona). Me ienche di baci vavusielli ca sanno di fragolelle. Ciuciunea ‘ntrechessa. E, mette le mani miezzo le cosce. Miracolo!: ‘o pesce s’ ‘ntosta comme ‘na mazza. E, ce mettimmo a ridere. M’arricordo il primo giorno di scuola lementare. Dopo dieci minuti già stongo fujenno giù per le scale, miezz’a via. Dint’a scola me sento nu sorece dint’o mastrillo. La strada è libbertà? Nun ‘o saccio, ma aggio bisogno ‘e ll’aria aperta. Aggia fa ambresso. Dint’e sacche arrepezzate si sta sciuglienno ‘o ghiaccio. Mi ricordo criaturo piccirillo.<br />
Volevo giocare e giocavo con i pensieri, e i giocattoli, rari: loro scappavano da tutte le parti e io li inseguivo. Dovevo almeno starci insieme, e quando scurava notte, ritornavo a casa vivo.<br />
Ricordo. M’arricordo l’asilo: l’entrata e l’uscita, e il pranzo col piatto caldo e fumante. Ricordo lei, e il suo nome: si chiamava Rosa. Mamma sua la prendeva per mano e io con gli occhi l’accompagnavo fin dove svoltava il vicolo. Poi, di nascosto dalla mamma di lei e di mia sorella Tellina d’o mar’, che non so perché si faceva il pizzo a riso, con le labbra arricciate, le mandavo un bacio nell’aria. Poi, non la vidi più. Era di maggio, il mese in cui le famiglie cambiavano casa, e anche la sua famiglia cambiò quartiere.<br />
Ricordo. M’arricordo, era la prima volta che piangevo per una femmina. Avevo pianto per il latte, il pane, le scarpe e ‘o cazone di colore cocozza. Intanto ho fatto cadere il piatto con i piselli e, lei è venuta faccia a faccia vicino,vicino a me: mi ha offerto il suo e, mi ha azzeccato le sue labbra sulle mie. Poi, si è messa a ridere. –Che ride a ffà – l’aggio ditto ‘mpicciusiello.<br />
 &#8211; Il muco appeso, il sugo e le lacrime sono salate – ha detto Rosa ridendo ancora, pulendomi ‘a vocca. E poi non l’ho vista più: se ne andata. Era di maggio. E criaturo, come dint’a &#8216;nu suonno, l’aspetto ancora.</p>
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		<title>Di: maria</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2013/01/12/lo-zero-scappato/#comment-282</link>
		<dc:creator><![CDATA[maria]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 14:06:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[@Sandra M.: benvenuta nel blog! Sono approdata a g+ da poco tempo e cerco di districarmi, ma grazie a g+ possiamo scambiarci opinioni. 
Chi non ricorda le tappe principali della propria vita scandite dagli anni scolastici? La scuola ci ha accompagnato nella crescita e nella formazione. 
In fondo siamo quel che siamo grazie a quel bambino o bambina che vive ancora in ognuno di noi, che ci ha lasciato una sorta di imprinting dentro e rivediamo nei bambini delle nuove generazioni ai quali insegniamo. Io ricordo molto la scuola che ho vissuto , nelle sue luci e ombre, perciò ho scelto di insegnare.
A presto!]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Sandra M.: benvenuta nel blog! Sono approdata a g+ da poco tempo e cerco di districarmi, ma grazie a g+ possiamo scambiarci opinioni.<br />
Chi non ricorda le tappe principali della propria vita scandite dagli anni scolastici? La scuola ci ha accompagnato nella crescita e nella formazione.<br />
In fondo siamo quel che siamo grazie a quel bambino o bambina che vive ancora in ognuno di noi, che ci ha lasciato una sorta di imprinting dentro e rivediamo nei bambini delle nuove generazioni ai quali insegniamo. Io ricordo molto la scuola che ho vissuto , nelle sue luci e ombre, perciò ho scelto di insegnare.<br />
A presto!</p>
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