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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'altri blogger' Category

Cinabro

 

uroboro

 

uroboro

Io e Filo ci siamo azzardate a scrivere un raccontino a due tastiere.

Buona domenica!  

 

 

 

Le tre. La luna scorticava la pelle oleosa del mare di luce sulfurea, appena sufficiente a scorgere le sagome degli alberi e il profilo degli scogli  davanti alla villa. Qualche nuvola brucava il chiarore lattiginoso. Non si udiva altro rumore dello sciacquio lento delle onde sulla riva sassosa.

Marta uscì dall’ombra al riparo del muro. Guardò la luna e le venne in mente un verso “C’è tanta solitudine in quell’oro”, ma non ricordava l’autore.

Si concentrò con freddezza su ciò che stava per compiere. Tirò il cappuccio di lattice sulla testa, chiuse la cerniera della muta subacquea, infilò la torcia e il coltello nella cintura e si immerse con un lieve fruscio nell’acqua nera.

 

 

 

La grande luna segna la strada obbligata. Lo stesso cammino percorso ogni giorno, ora splende solo in parte, come la bianca signora, elegante , distaccata, assorta che gridava, che cercava appigli in qualcosa che le era negato. Quella mattina aveva detto con voce astiosa: “Devi andartene Maddalena. Lui non ti vuole più vedere, ed è meglio per tutti. Sei giovane, ti rifarai una vita, una vita tua per davvero. E’ tempo che tu vada, che strappi le radici. Una pianta non può avere radici su quelle di un’altra. Una delle due è destinata a soccombere. Buona fortuna!”

Fortuna! Penso alla mia fortuna, sola, su questa nave, dove l’odore della salsedine e l’umidità serale mi coprono come uno scialle, mentre parto senza sapere nulla della mia destinazione. La luna splende su un cammino che altri hanno tracciato per me, non ho mai potuto scegliere un granchè, finora. Non ho scelto l’amore. Pietro ha scelto me. Sono stata attratta dalla sua gentilezza, l’ho seguito e mi sono lasciata guidare, ma la vita che porto in grembo lo ha allontanato da me, per sempre.

 

 

 

 

Nel pomeriggio aveva effettuato un accurato sopralluogo intorno al muro di cinta che circondava il parco e la villa. L’ingresso principale era costituito da un ampio portale secentesco ligneo incardinato a due pilastri e sormontato da un timpano ovale sul quale era scolpito un uroboro che  conservava ancora la traccia sbiadita  delle scaglie rosse e nere con le quali era stato in origine rivestito il serpente.

Quando lo vide, Marta  fu certa di aver trovato quello che cercava..

Nel darle le indicazioni per rintracciare la villa, la nonna  le aveva descritto minuziosamente quel portale e il simbolo scolpito sul timpano. Il legno del portone pareva ben conservato e non mostrava  fessure dalle quali poter dare un’occhiata all’interno. Da fuori era possibile vedere soltanto l’intricato fogliame  di eucaliptus, alberi del pepe, palme, ulivi in parte ricoperti di edera che facevano del parco una foresta lussureggiante e in  stato di abbandono. Della villa, disabitata da molti anni, si scorgeva appena la torretta color cinabro che sovrastava il corpo principale dell’edificio.

Il muro, alto tre metri, proseguiva sul lato ovest lungo il sentiero che conduceva alla spiaggia per poi svoltare a sud  a ridosso della scogliera in una piccola insenatura dal fondale basso e sabbioso. La nonna le aveva assicurato che l’unica via di accesso alla villa era il cancello che dava sulla scogliera. Un tempo, quando davanti alla casa si stendeva una lunga distesa di sabbia oltre la scogliera, da quel cancello si accedeva direttamente alla spiaggia. La signora vi faceva lunghe passeggiate al mattino presto quando il mare era calmo, d’estate, tutta vestita di bianco con un cappello a larghe tese che la riparava dal sole. Era sempre nervosa, tormentata dall’emicrania, e quelle camminate solitarie, a suo dire, la ristoravano.

Il cancello c’era ancora. Marta l’aveva visto nel pomeriggio  nuotando nell’acqua della baia, divorato dal salino e ostruito fino a metà da cumuli di alghe secche. Negli ultimi tempi la fisionomia della baia era cambiata. Le mareggiate invernali  spingevano le onde fino a penetrare oltre le sbarre di ferro del cancello, nel giardino, depositando alghe, sassi e sabbia sul terreno ormai incustodito. Non doveva essere facile per una persona fragile di nervi, nei giorni di tempesta e di mistral, sopportare il fragore delle onde che si schiantavano a due passi dal muro della villa.

 

 

 

 

Questo viaggio è interminabile. Sulla nave c’è odore di disperazione e miseria. C’è odore di paura. Ho vomitato tutta la mia solitudine, il silenzio, la delusione, la rabbia, l’ingenuità. Ho abbassato lo sguardo per evitare ogni forma di contatto con uomini così diversi da quelli del mio paese, così diversi da Pietro. Lui sbirciava dietro la finestra mentre raccoglievo fiori in giardino per la tavola, mi scrutava con sguardo attento e curioso, mi sorrideva con dolcezza nei rari momenti di intimità. “Ti dipingo coi colori freschi della tua giovinezza” diceva. Non mi ha nemmeno salutata.

 

 

 

 

 

La notte era pastosa, immobile, impregnata dell’odore umido di salmastro e resina di pino.

Marta scivolava con lente bracciate smuovendo appena l’acqua. Il mare richiudeva all’istante gli strappi che lei  lasciava dietro di sé. La luce opaca della luna era sufficiente a rischiarare il punto dove nel pomeriggio aveva stabilito di approdare. Mise un piede su uno spuntone di roccia , si issò in piedi e raggiunse senza difficoltà la soglia del cancello. Appostata dietro il muro, attese che i battiti del cuore rallentassero il galoppo che le scalciava nel petto. Fin qui era andato tutto  secondo i piani, ora doveva affrontare la parte più difficile.

Ripassò mentalmente la pianta della casa che aveva disegnato sulla base delle indicazioni fornite dalla nonna. Lo studio era al secondo piano sul lato est ed era l’unica stanza che da quel lato avesse un balcone .La nonna ricordava che il giardiniere, su ordine della Signora, aveva fatto arrampicare con cura su quel balcone  un glicine che negli anni era diventato un magnifico pergolato di tralci contorti, aggrovigliati tra loro come spire di serpente  che già  in aprile diventava una cascata di grappoli viola procurando  un’ombra screziata, profumata dove Pietro  si sedeva spesso  a leggere o disegnare.

Marta si augurava che il glicine fosse rimasto al suo posto.

Si sporse dal muro e puntò lo sguardo oltre le sbarre del cancello. Buio. Silenzio.

Gli ombrelli neri dei pini marittimi gettavano ombre scure nascondendo parte della facciata sud della casa. Si intravedevano alcune persiane chiuse e quel rosso cinabro così intenso delle pareti che nel chiarore lunare appariva quasi nero.

Estrasse da una cerniera laterale della muta i guanti e li indossò. Si aggrappò alle lance acuminate, appoggiò i piedi sulla sbarra orizzontale  e con un balzo scavalcò il cancello atterrando dall’altra parte sul tappeto di alghe secche .

Attese qualche istante.

Pensò che doveva sbrigarsi. Improvvisamente si sentiva inquieta. Percepiva una vaga insidia, una trappola. Voleva essere al più presto lontano da lì. La casa ora le pareva sinistra e minacciosa. Si diresse velocemente verso il lato est. I suoi passi erano attutiti dal folto strato di aghi di pino che ricopriva il sentiero.

Il glicine era là. Un intrico di foglie e rami che stritolavano la ringhiera del balcone.

Saggiò la resistenza del tronco rugoso e si sollevò fino alla terrazza. La luna proiettava una lunga ombra sul pavimento corroso. Due finestre. Senza esitare si avvicinò a quella di sinistra. Il legno marcio delle persiane cedeva facilmente. Usò il coltello per svellere alcune stecche e infilare la mano per tirare su il gancio. La persiana si aprì senza rumore.

Cominciava a sudare nella muta di gomma. Sfilò il cappuccio e rimase in ascolto.

Più di ogni altro, aveva temuto il momento di rompere i vetri della finestra. L’effrazione della finestra poteva scatenare la sirena di qualche allarme, sebbene dubitasse che la villa fosse dotata di un simile  impianto.

In ogni caso aveva previsto questa evenienza e sapeva che avrebbe avuto tutto il tempo di portare a termine l’operazione prima che giungesse qualcuno.

 

 

 

 

La maternità, l’abbandono di Pietro, la vita famigliare con Giacomo in un paese così diverso e lontano dal mio, mi hanno fatta crescere all’improvviso, ma mi reputo fortunata. Giacomo era un gran lavoratore, silenzioso, poco incline alla risata ma buono e, a modo suo, sapeva essere affettuoso e premuroso. Pietro però non l’ho mai dimenticato. Una volta ho provato a scrivergli. L’attesa di una risposta, una qualunque risposta che non è mai arrivata, mi ha logorato per qualche tempo. Il silenzio uccide lentamente più di un diniego. Ho riversato le mie energie in mia figlia, in lei ho mantenuto le mie radici e amato ciò che ero stata a mio tempo. Ed ora, dopo tanti anni, la lettera di questo sconosciuto che mi riporta alla casa da dove sono partita. Per Marta, devo farlo per Marta, lei deve conoscere il mio segreto.

 

 

 

 

Con il manico della torcia vibrò un colpo deciso. I vetri andarono in frantumi schiantandosi con fracasso sul pavimento all’interno della stanza.

Marta si ritrasse in fretta e si appoggiò al muro. Sentiva il sordo pulsare del cuore  nelle orecchie. Nessun allarme era scattato. Le parve di udire l’abbaiare di un cane poco lontano. Guardò l’orologio: le tre e trenta. Presto. Doveva fare presto. Il suo aereo partiva alle sette. Aprì la maniglia che chiudeva la finestra ed entrò nella stanza.  Accese la torcia e la puntò alle pareti. L’informatore aveva detto che  il quadro si trovava ancora appeso al muro davanti allo scrittoio. Pietro non aveva mai permesso a nessuno di toccarlo o rimuoverlo dal suo posto. Marta non esitò a riconoscerlo. La luce vivida della torcia illuminava una tela incorniciata in mezzo alla parete  che ritraeva una giovane donna seduta a cucire accanto alla finestra col viso rivolto di tre quarti verso colui che la dipingeva. I capelli biondi ramati sprigionavano scintille di fuoco raccolti sul capo in una morbida acconciatura. Alcune ciocche sfuggivano dallo chignon e ricadevano con grazia sul collo contornato da una collana di granati da cui pendeva un ciondolo che raffigurava lo stesso uroboro del portale della villa.

La donna del quadro era sua nonna.

 

 

 

 

Un detto popolare dice “Ogni cosa a suo tempo”. Forse. So solo che il tempo ritrovato all’ improvviso squarcia la memoria dei ricordi . Una sensazione, una frase, una melodia… nel mio caso una lettera, non quella da parte sua, tanto attesa e mai arrivata che mi aiutasse a farmene una ragione, bensì  di uno sconosciuto. A volte le vite procedono  in parallelo e non sempre per scelta. La giovinezza aiuta a rinnovarsi, a lasciarsi coinvolgere con l’ incoscienza dell’ età, a disperdere le ombre  e inseguire le stagioni. Ora quei fili che parevano spezzati  si rinsaldano, quasi  per risarcirmi di ciò che volevo credere e salvare . In fondo le  cose belle del cuore tornano sempre. Il risentimento le ha solo coperte. Forse è  la prima volta che scelgo davvero, che riesco a riconoscere uno spazio a quel silenzio che mi ha consentito di diventare ciò che sono. 

 

 

 

Qualcuno la chiamava da lontananze remote. Udiva il suo nome pronunciato dalla  voce sconosciuta di un uomo che parlava italiano. Lentamente la sua coscienza emergeva galleggiando su acquitrini paludosi tra dense spirali di nebbia e improvvisi squarci di luce che le impedivano di vedere. Non riusciva ad aprire gli occhi. Ansimava mentre correva sul viale verso il cancello stringendo la sacca impermeabile che conteneva la tela del quadro. Il suo corpo allenato scattava con falcate poderose verso la meta, la mente lucida teneva a bada la paura che la attanagliava. Aveva raggiunto il cancello, le mani aggrappate alle sbarre,coi muscoli tesi delle braccia si era sollevata da terra puntando i piedi sulla stanga orizzontale.

Aveva fatto in tempo a vedere un drago bianco che divorava la luna.

Un colpo improvviso le era esploso in testa ed era caduta all’indietro sul tappeto di alghe secche.

 

Spalancò gli occhi e si sedette di scatto sul letto. Una fitta lancinante alla base del cranio le strappò un gemito di dolore. Si portò una mano alla testa e si accorse di indossare ancora la muta. La stanza dove si trovava era debolmente illuminata da una luce rosata che proveniva da un abatjour accanto al letto.

Prima di riuscire a formulare un pensiero, una sagoma nera uscì dall’ombra

-Marta…non temere. Sono tuo amico. Non voglio farti del male-

L’uomo era alto, magro, sui quaranta, abbronzato, i capelli dorati come quelli di Marta. Parlava italiano a bassa voce con accento francese.

-Bastardo- sibilò lei tastando la cintura per afferrare il coltello – sei tu che mi hai colpito. Chi sei? Che intenzioni hai?-

-Il tuo coltello ce l’ho io. Te lo restituisco dopo. Non temere ti dico, sei libera, non voglio trattenerti né denunciarti, il quadro è tuo .Devi riportarlo a Maddalena. Sono passati sessant’anni, ma deve sapere che Pietro non l’ha mai dimenticata. Io  volevo solo vederti, conoscerti …Mi chiamo Enrico …sono tuo cugino di secondo grado.

-Bel modo di fare conoscenza- disse Marta – per poco non mi ammazzavi!

-Scusami. Sei stata troppo veloce. Non avevo scelta.

Marta si guardò intorno. La tensione di quella notte cominciava a sciogliersi. Un po’ di calore circolava nei suoi muscoli rigidi, sempre all’erta. Aprì la cerniera della muta per liberare le braccia.

- Tieni. Indossa questi.- L’uomo le passò una maglietta e dei pantaloni corti

-Sei tu l’informatore!

-Sì. Sono io. Avevo lasciato un numero di telefono nella lettera che ho spedito a Maddalena. Avresti dovuto contattarmi. Hai corso un brutto rischio a entrare nella villa come una ladra.

-Non ne sapevo niente. E poi io faccio a modo mio. Sono venuta a prendere il quadro, non mi interessa altro.

-Lo immagino!

Marta arrotolò la muta e la mise in una borsa. Si avvicinò alla finestra. La luna era scomparsa dietro il promontorio lasciando una caligine bianca che  schiariva il cielo.

Era quasi l’alba.

Guardò l’orologio. Se si sbrigava sarebbe riuscita a prendere l’aereo.

-Perché hai fatto tutto questo?-

Sussurrò la donna voltandosi a guardare Enrico.

Il parco e la villa sono stati venduti a una società che ne farà alloggi turistici. Pietro ha lasciato solo debiti. Tutto quello che vedi andrà perduto, distrutto. Lui voleva che Maddalena sapesse che non l’aveva dimenticata e che  avesse il ritratto che le apparteneva. C’è anche questa.-

Le porse un sacchettino di pelle . Marta lo prese e fece scivolare in mano una collana di granati con un ciondolo che raffigurava l’uroboro.

-Il cerchio si chiude.-  Disse con un sospiro.- Peccato che sia così tardi!-

Enrico si  mise le mani in tasca  e le andò vicino.

-Sono anni che vi cerco. Maddalena era sparita senza lasciare tracce.

- Fu costretta ad andarsene, ma il suo cuore non si è mai allontanato da questa casa.-

- Assomigli molto al ritratto del quadro. – mormorò Enrico scostandole una ciocca di capelli dal viso.

 

Marta vide il sole levarsi sul mare dal finestrino dell’aereo. Borges. Prima di sprofondare nel sonno  le era tornato  in mente il nome del poeta.

 

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Il leccio malato e la palma storta (sottotitolo: devo rifare i vetri)

Ecco a voi un post di Giove all’insegna della botanica. :)

Siete arrivati puntuali alle 8!  Il giorno prima, con il sigaro tra i denti e l’accento toscano, mi avete detto “Ovvìa domani lo si taglia, l’è malato.” Ma che me frega, fa ombra, mi tiene su i cartelli , in pratica mi serve.
L’ ho conosciuto a fine ottobre – primi di novembre 2007. Alto, robusto, più o meno 37 anni … Ho contato i cerchi una volta caduto a terra. Io fermo al mio angolo mi giro e lo vedo. La testa verde, poi man mano che si scendeva verso il  corpo, ormai abbastanza secco, tutto diventava marrone chiaro, croccante, secco.

Ho provato a darti da bere (anche io ero secco e bevendo sono ingrassato) ma niente! Hai tenuto un anno e mezzo e poi …Hanno cominciato dall’alto. Prima le tue piccole braccia, poi piano piano sempre più giù fino ad arrivare al corpo. “Vedi -mi avete detto- l’è qui  al centro che …” E un ultimo taglio preciso portava il mio amico a circa 20 cm di altezza.


Tu sei arrivata una decina di giorni dopo, legata, sdraiata, alta, un bel corpo.Ti hanno sollevata e poi con dolcezza adagiata nel tuo posto. Ti ho guardato.Niente male – ho pensato- è giovane ma crescerà! Sono passati tre mesi, sei ancora piccola ma non è questo il problema. Sei storta. Ti guardo 10 ore al giorno, da tutte le parti , da tutti gli angoli… Sei storta.Non fai ombra, non ripari da quello che cade dalle tue sorelle quando c’è vento, in pratica ogni giorno devo pulire i vetri! Non mi piaci !


Però così ha deciso l’imperatore Tano I e così sia!


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È nato Filigrana’s posterous.

libellula

Sono felice di annunciare il debutto di Filo nella rete, in un angolo tutto suo. Da tempo condivide con tanti di noi le sue riflessioni in  preziosi commenti e post come qui e qui.

Ora potremo seguirla in Filigrana’s posterous per scoprire la sua innata  sensibilità  e il  piacere di una buona lettura.

Auguri , cara amica mia, con l’immagine di una filigrana naturale, delicata come i tuoi scritti.

Un grazie di cuore anche a gaz e novalis, e loro sanno perché   ;)

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Perche’ la … via e’ una muraglia con in cima cocci aguzzi di bottiglia (racconto pulp tarantiniano)

Un post di Giove, che a distanza di tempo si scopre stregato da una leggiadra visione.

Ti ho rivisto oggi, dopo tanto tempo .Io fermo al mio solito angolo, mi sei passata davanti ,mi hai visto e neanche ciao. Eppure mi hai baciato 41 anni fa. Quanti ricordi in un attimo. Via Asse cominciava tra la tintoria e l’autoscuola fino al cinema Europa e, quando via Roma non esisteva, passato un campo di garofani si stringeva un po’ proprio davanti alla casa di “pisciadella”.
Avanti , oltre la casa di Armando “lissa”, si arrivava al bivio di vico Pescatori tra la casa di Ninetta e la casa del glicine. Eri bella ….ti ho amato come può amare un ragazzino di 15 anni (sbagliavo già allora).A casa mia si mangiava alle 7, io finivo alle 7 e un minuto. Presa la bici inforcavo via
Asse tra fantino e il galeone per arrivare da te. Carina…bellissima , capelli corti neri, magrolina, qualche foruncolo. Mah! Forse non eri poi così bella ma per me sì. Salivi sulla bici e andavamo verso il mare uscendo a fianco di Taverna e via ….dispensario….fino al camping. Ero robustello (non grasso) e pedalare in due fino al camping…beh!!!Vedete voi …..Quindi ti portavo sempre a
quella fontana che c’era all’inizio di quella stradina dietro l’ospedale per rinfrescarmi. Oggi eri vestita bene  nonostante i tuoi 56 anni : jeans pinko, canottierina bianca, reggiseno bianco linea basic intimissimi , capelli cortissimi biondi…superabbronzata!

Per arrivare alla fontana si passava al buio in una piccola stradina tra due muri. Lì mi fermavo e, con il cuore in gola, le mie labbra si univano alle tue cercando di mettere in pratica i nostri studi sul bacio. Le mie mani non osavano sfiorare il tuo corpo e le ….alzavo. Fu una di quelle sere che, alzate le mani, le ho messe in cima al muretto pieno di vetri di bottiglia: quattro punti. Da quel giorno le mie fidanzatine non l’hanno passata liscia .Le mani cercavo di metterle sempre addosso a loro,certe volte quattro schiaffi , ma tante volte…Sei andata via verso la posta, tra la gente, ti ho seguita con lo sguardo, ho guardato la mia mano….almeno quella cicatrice è sparita.

Questo racconto è per te Silvia….non lo leggerai mai, ma non importa. Ma se ti
capitasse di leggerlo, perchè passi dal blog di skip-prof e ti riconosci, STRONZA !

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Il pargolo

 

El Toso descrive un viaggio in treno, piuttosto  movimentato …

 

Ero seduto lato corridoio, unico viaggiatore in uno scompartimento vuoto, quando alla fermata di San Remo entrò una piccola e chiassosa comitiva formata da due ragazze e tre bambini.

Le ragazze avranno avuto forse 23 anni la più grande e 18 la più giovane, e i tre bambini potevano avere rispettivamente circa  8, 6 e 5 anni.

La bella brigata invase  lo scompartimento come uno tzunami. Dopo concitati bisticci tutti trovarono l’accordo per sedersi:  i piccoli si sistemarono vicino al finestrino per guardare fuori, il più grandicello sul sedile di fianco al mio e le due ragazze di fronte.

Sistemare i bambini, i bagagli, borse, zainetti, pacchetti, sacchetti, fu una bella impresa. Quella che si dava più da fare era la ragazza grande. Si vedeva che era quella che si era assunta la responsabilità della gita.

Non poteva essere la mamma, data la giovane età, e non poteva essere la sorella maggiore, perché le sorelle maggiori hanno metodi più sbrigativi verso i fratellini più piccoli, visto il modo e la cura che dedicava ai bambini. Pensai che fosse la baby sitter .

Dall’entusiasmo dei bambini  e dai discorsi  che facevano ho capito che andavano a Gardaland.

Per sistemarsi c’è voluto un po’ di tempo, ma poi tornò la calma. Erano tutti seduti e anche la ragazza grande si era rilassata. Ma c’era qualcosa di strano. Il bambino  più grandicello, accanto a me, era seduto diritto senza appoggiare la schiena sul sedile e osservava continuamente la baby sitter di fronte che, dopo aver sistemato tutto e tutti, aveva preso posto e aveva iniziato a sfogliare una rivista.

In un momento in cui tutti erano zitti, il pargolo ruppe il silenzio con un “Ho fame”.

Erano le nove e mezza del mattino. Mi stupii un po’ che quel bambino avesse fame a quell’ora.

Come per un riflesso condizionato la baby sitter scattò in piedi e chiese premurosamente “Ah … hai fame … cosa vuoi? La  merendina?”.  “No”.

“Vuoi  il panino con la nutella?”. “No”.

“Vuoi il Kinder Brioche?” “No”.

“Cosa vuoi?”.  “Voglio la torta”.  “Ma la torta … è per oggi a mezzogiorno”.  “No, voglio la torta” insistette il pargolo con piglio deciso.

Ne seguì una manovra che non vi dico. La torta era sul fondo della borsa grande. Nel frattempo i piccoli dissero “anche io ho fame” e ne seguì un disfacimento di pacchetti, sacchetti, cartine, merendine, panini, tovaglioli di carta, briciole dappertutto.

Quella povera ragazza ebbe il suo da fare per accontentare tutti e, alla fine del pasto, per  rimettere tutto a posto. Dopo un bel po’ tornò la calma e la ragazza poté sedersi e leggere la sua rivista.

Il ragazzino era sempre dritto sul sedile,  continuava a osservarla come se fosse in attesa di qualche cosa.

Quando la vide tranquilla disse: “Ho sete” .

 La baby sitter , richiuse la rivista e chiese al pargolo cosa voleva bere.

“Vuoi l’aranciata?” “No”

  “Vuoi l’acqua?”  “No”   

“Vuoi il succo di frutta?”   “No, voglio la coca cola”.

Ne seguì una nuova baraonda, perché  anche i piccoli si accorsero di avere sete e tutti volevano una bevanda diversa. La povera baby sitter  da quelle borse tirò fuori di tutto: le bottiglie dell’aranciata e  dell’acqua, i bicchieri di carta, le scatole dei succhi di frutta, gli yogurt. Con pazienza accontentò tutti, uno alla volta.

Il bambino beveva la sua coca cola soddisfatto. Mentre osservava le nuove manovre della  baby sitter  che tentava di riordinare, le  porse la lattina ancora piena, come per dire “non la voglio più”.

La ragazza, che si era appena seduta, si rialzò di nuovo per sistemare la lattina aperta da qualche parte affinché non si rovesciasse.

Dopo un po’ tornò la calma.

Il mostriciattolo non si era ancora appoggiato allo schienale, era ancora seduto dritto e continuava ad osservare tutto.  Quando vide che la baby sitter si era rilassata, esordì con un : “Pipì”.

La ragazza mise giù la rivista, guardò il pargolo con uno sguardo rassegnato, come se quel ruolo le fosse stato assegnato dal destino, si alzò per accompagnare il pargolo alla toilette. Nel mentre gli altri bambini fecero coro  “Anche io, pipì”e così andarono tutti alla toilette del treno.

Dopo un po’ rientrarono nello scompartimento. Ognuno riprese il suo posto, ma il despota stava sempre seduto dritto, non sembrava ancora soddisfatto. La ragazza gli diede un giornaletto da leggere, ma il pargolo non lo aprì nemmeno e disse “Nintendo”.

Io non so cosa sia esattamente questo Nintendo.Presumo sia  un giocattolo giapponese.

La ragazza, non ne poteva più, tiro un sospiro  e disse con dolcezza ”Il Nintendo è dentro la valigia” tentando di convincerlo a leggere il giornalino. Ma il pargolo replicò “Voglio il Nintendo”.

Avrei voluto venire in soccorso di  quella ragazza, buttandolo fuori dal finestrino, ma invece restai impassibile per vedere come sarebbe andata a finire.

La ragazza era esasperata, ad un certo punto ebbe una reazione inaspettata, alzò un po’ la voce e disse “Basta … leggi il giornalino!”.

Il mostro restò interdetto, sorpreso da una reazione del genere. Forse  non era abituato ad essere contrariato, guardava la ragazza con uno sguardo fisso, ma capiva che questa volta non l’avrebbe vinta.

Con calma prese il giornalino lo aprì in una pagina qualsiasi e restò con lo sguardo fisso su quella pagina, e finalmente si appoggiò allo schienale. Questa volta aveva perso …  ma la gita a Gardaland era ancora lunga.

 

Secondo voi cosa stava pensando il bambino mentre fissava il giornaletto?  Avanti con le vostre opinioni.

Ciao a tutti dal Toso.

 

   

  

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Lo psicologo della lasagna ( sottotitolo: cambiamo la macchina )

 

Una storia d’amore raccontata da giove.

 

Proprio così psicologo della lasagna il mio attuale lavoro. Un lavoro
particolare, difficile ,dove una parte della mente deve essere collegata ad un
occhio che guarda la strada verso il mare e l’altra mente all’altro occhio che
guarda la strada verso la collina (la sera porto gli occhiali per riposare la
vista). Domenica mentre lavoravo ho pensato a te amore mio e a noi….al mio
lavoro. Quanto tempo insieme …10 anni. Pensa non ti volevo  e poi invece mi hai
conquistato. Eri dura ma in fondo la tua era una pasta morbida , ti sei
presentata tenera….candida e allo stesso tempo grintosa …scattante…
nervosa. Ci siamo nutriti uno dell’altro e quanta strada abbiamo fatto insieme.
Ricordo i tuoi occhi grandi “luminosi” ma in fondo oggi capisco senza sugo. Oggi
qualcosa è cambiato…sei ammuffita, la tua batteria è morta, non riesci più a
fermarti, vorrei andassi di qua e invece vai di là; mi accorgo che non mi puoi
più dare nulla se non …farmi del male allo stomaco e alle tasche. Ho cambiato
vita per te, ti ho amato con tutto il cuore, oggi per te ho smesso anche di
bere. Ma qualcosa si è guastato, forse ho preteso troppo dalla tua vita quando è
cominciata la salita, forse ti ho lasciato andare troppo e hai cominciato a
sbandare forse dovevo smettere la dieta forse pensavo fossi troppo buona e non
ho osato morderti. Oggi sono qui …ti guardo, siamo stanchi tutti e due e io
più di te non riesco a lasciarti. Buttarti nella spazzatura…..no! Ti lascerò
seccare piano piano,  amore mio, ammuffirai con me. Ma no ormai hai quasi 180.000
kilometri e forse è meglio che ti rottamo…faccio le rate …non le pago e con
i soldi mi compro le lasagne.

Dedico questa storia a skip che un po’ mi conosce e forse mi può capire… gli
altri  beh! lo dico sempre che sono scemo!

L’ironia è … in fin dei conti maschera la tristezza.                       

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Il delinquente.

 

El Toso ci descrive la vita da…cigni a Ventimiglia.

cigno-fiume

 A Ventimiglia si aggira un pericoloso delinquente che ha commesso parecchi crimini; è già stato più volte catturato e messo dentro, o meglio dietro le sbarre, anzi più precisamente dietro la rete.

E’ andato più volte a finire sui giornali con titoli anche da prima pagina. Ma non c’è niente da fare. Impenitente e cattivo come la peste,  continua a incutere paura e  a terrorizzare con azioni di sopraffazione e tirannia fino ad arrivare al papericidio plurimo.

E’ un bellissimo esemplare di cigno maschio che domina la foce del fiume Roya di Ventimiglia. Tiranneggia tutti gli altri animaletti dell’habitat: oche, anatre, folaghe, cormorani di passaggio, gabbiani,  colombi, passeri  ecc …  grandi o cuccioli non ha importanza.

Ormai è conosciuto da tutti. Quando passa, tutte le papere si spostano in fretta portandosi a distanza di sicurezza. Talvolta non basta. Quando ne adocchia una,  per quella non c’è scampo. Ce l’ha specialmente con le papere che hanno avuto i piccoli e spesso ammazza anche questi se gli capitano a tiro.

Insomma un vero e pericoloso delinquente.

 

L’altro giorno, sulla passerella  che  attraversa il Roya, mi sono fermato a parlare con una signora anziana che osservava le papere nell’alveo del fiume e mi raccontava le imprese del delinquente.

Aveva molto a cuore il problema e mi diceva che lei ,quando passa la passerella, si porta sempre dei sassi dentro la borsetta  in modo che se il cigno, in quel mentre, aggredisce una papera, lei dall’alto della passerella gli tira i sassi.

 

La famiglia.

C’è anche il cigno femmina che però è più mite e non è aggressiva. I cigni sono sempre in coppia e assieme. L’anno scorso sono nati due piccoli, che hanno allevato con cura e amore. Un giorno,mentre i piccoli cigni nuotavano alla foce, la corrente del fiume li ha portati in mare, in mezzo alle onde. Il maschio li vide, fece un volo e andò a prenderli facendogli scudo con le ali aperte e portandoli sulla spiaggia.

Restarono assieme  ai genitori finché non sono diventati grandi quasi come loro. Poi sono spariti. Forse sono andati a trovare qualche altro territorio.

Anche quest’anno la femmina è un cova e si è posizionata sulla riva destra del Roya poco più a valle della passerella.  In quel punto  passano migliaia di persone e tutti si  fermano a guardarla da sopra. Le hanno fatto una tettoia di legno per proteggerla dal sole e dalla pioggia, le hanno portato della paglia per fare il nido e quotidianamente qualcuno le porta verdure da mangiare.

Il maschio gira sempre lì attorno. Dicono che ogni tanto dà il cambio nella cova. A me sembra che ci sia sempre la femmina… e poi uno così è più adatto a fare la guardia.

 

Il dramma

La femmina è in cova da più di quaranta giorni. All’inizio aveva otto uova , dopo alcuni giorni sono diventate sei, poi  due e ora ne ha uno solo.

Oggi sono passato e l’ho visto spenta, quasi senza vita, con il lungo collo e la testa appoggiata sul dorso, accovacciata sopra questo ultimo uovo. Pareva tramortita. Ho avuto la sensazione che stia vivendo un piccolo dramma e che forse ha capito che da quell’ ultimo uovo non uscirà nessun pulcino. Ma non vuole abbandonarlo e continua a covarlo fino all’ultima speranza.

 

 

Ciao a tutti dal  Toso!

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Una delle tante mansioni domestiche…

  

Un post di Toso, particolarmente apprezzato dal mio consorte!    :D

 Uno dei compiti peculiari dei mariti è portar fuori la spazzatura, ne vedo tanti e io sono uno di loro.Tale compito non è  frutto di  una voluta ripartizione degli incarichi, che di solito si fa all’interno della famiglia per aiutarsi a vicenda per mandare avanti la baracca, dove ogni uno fa qualche cosa di utile secondo le sue attitudini o capacità. Nel mio caso è  venuto così,  in modo quasi naturale che della spazzatura me ne dovessi occupare io.Che sia io a portar fuori la spazzatura,  in famiglia è  un fatto ormai consolidato.  Forse pensano  che io abbia delle attitudini particolari o forse ritengono che tra  me e la spazzatura ci siano delle affinità.

 Ho iniziato io e continuo a farlo io, non lo fa nessun altro,  sicuramente non lo fanno per correttezza, ovvero per evitare invasioni di campo nell’ area di competenza dei compiti altrui, se no si sa come è,  uno, vedendo che non c’è più la spazzatura, potrebbe aversela a male. Questa però è la versione nobile, in realtà se la spazzatura non la porto fuori io non la porta fuori nessuno, neanche se il mucchio cresce. Visto che ormai è una mansione assegnatami  a vita, cerco di svolgere il compito nel miglior modo possibile, per non sfigurare verso la famiglia che ha riposto in me cotanta fiducia.Per svolgere un così alto incarico, che ormai faccio da tanti anni, ho un mio metodo personalizzato.Una cosa cui tengo in particolare è  che il sacchetto sia elegante, deve essere proprio un sacchetto della spazzatura, con i lacci di chiusura e non un sacchetto  qualsiasi.Questo perché spesso incrocio altri mariti che fanno lo stesso servizio e vedo che  guardano la mia spazzatura per confrontarla con la loro e non possono non notare che la mia è molto più ordinata  e ben confezionata.Non faccio per dire, ma nella spazzatura dò loro molti punti.  Ca c’est la classe.

 

Suddivido i rifiuti facendo una piccola cernita: metto le bottiglie di vetro con il vetro, le bottiglie di plastica con la plastica, i giornali vecchi con la carta e così via.Quindi parto da casa con più sacchetti , quello bello elegante che contiene la “varia” diciamo “l’umido” e quelli con gli altri materiali suddivisi, e butto il loro contenuto sul cassonetto corrispondente. Fatto questo, ogni volta mi coglie un dubbio. Non so se ho fatto il mio dovere da buon cittadino o se ancora una volta ho fatto la figura del  pirla, visto che quando passa il camion della spazzatura mettono tutto assieme.Queste operazioni ormai le faccio in modo automatico, quasi tutti i giorni, senza pensarci su, ma l’altro ieri mi sono soffermato a riflettere su quello che stavo facendo.Nel sacchetto del vetro avevo messo due bottiglie del vino; le ho osservate erano bellissime, una era bordolese , di vetro spesso, di colore verde scuro, con il fondo incuso, ancora con l’ etichetta integra. L’altra era dello spumante, bella, pesante,  riutilizzabile con i tappi a corona; avevo messo anche alcune bottiglie di vetro dell’acqua minerale Fiuggi con i loro tappi e  due bottiglie di salsa di pomodoro, anch’esse belle pulite con i loro coperchi ermetici e poi  dei vasetti  di vetro, belli ben fatti con i loro coperchi di chiusura.  Ho notato che i vasetti e le bottiglie erano pulite, che strano, non mi ero mai accorto che prima di buttar  via le bottiglie le lavo e le faccio scolare. Roba da matti!Nella plastica avevo messo delle bottiglie dell’acqua minerale non gasata, anch’esse belle con i loro tappi di plastica a chiusura ermetica, la bottiglia dello Svelto con la sua maniglia prensile. Nella carta avevo messo dei contenitori in tetra pack vuoti  con la loro chiusura ermetica e poi giornali illustrati, riviste, quotidiani  ecc…  Mi sono fermato a osservare tutta questa roba che da lì a poco avrei buttato nel bidone, roba bella,  buona, da riutilizzare e costosa e ho provato un senso di inquietudine e per un istante ho avuto la sensazione che per tutto questo spreco,  un giorno il Signore ci punirà.

 

 Ciao a tutti dal Toso.

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El can dell’avvocato.

 

L’amico El Toso racconta le vicende di  Bepi, conosciuto negli anni ’70. Lo ricorda ancora con affetto per la sua simpatia e semplicità in questo bel post.

Grazie, Toso!

 

Bepi  tornava a casa tutte le sere in bicicletta dopo una giornata di lavoro.

Abitava a Dese, un paese di campagna e lavorava a Mestre, lontano più di dieci chilometri, ogni giorno ne faceva di strada, ma lui prendeva tutto con calma, non aveva fretta, aveva le sue abitudini. Al mattino per arrivare al lavoro in orario, partiva presto e alla sera per tornare a casa andava con comodo, senza fretta e senza affaticarsi troppo, secondo il detto veneziano del “cò rivo…rivo” che sarebbe a dire “quando arrivo … arrivo”.

Fare tutta quella strada ci era abituato, la faceva da anni; della strada conosceva ogni curva, ogni fossato, ogni siepe, ogni campo, conosceva le coltivazioni, gli alberi, ogni angolo gli era familiare, conosceva le case e chi vi abitava e naturalmente conosceva tutte le osterie.

Quando faceva brutto tempo, Bepi non si spaventava, se c’era la nebbia si metteva il tabarro, se c’era vento si metteva un giornale sotto la maglia per ripararsi dall’aria, se pioveva, la mantellina, insomma non era certo il brutto tempo a fermarlo.  

Al mattino non tanto, ma alla sera al ritorno faceva sempre qualche sosta, la prima era a Favaro Veneto all’osteria della “Pesa” dove una volta c’era il bilico di pesatura del Dazio.

Una volta, fino agli anni cinquanta, le merci che entravano in  Comune dovevano pagare il Dazio e quindi venivano pesate su apposita piattaforma con tanto di stadera a bilico. Questa operazione richiedeva un po’ di tempo e nel mentre i dazieri facevano le bollette, i carrettieri o i conducenti si facevano un bicchiere all’osteria che immancabilmente sorgeva nei pressi della pesa pubblica.

A Favaro, il dazio e il bilico non c’erano più già da tempo ma l’osteria della pesa era rimasta come allora e oggi è una delle più antiche osterie con cucina del paese.

Trovava sempre qualche amico con cui fare due chiacchiere e bere un bicchiere, ma difficilmente si fermava a uno perché Bepi era un vero signore e se un amico gli offriva da bere, lui ricambiava sempre con la stessa generosità, non voleva mai essere sotto.

Era conosciuto da tutti e da tutti benvoluto e se gli amici erano tre o quattro e ognuno voleva fare le sua parte, allora anche i giri di ombrette erano tre o quattro, insomma stava un po’ in compagnia con gli amici e poi un bicchiere o due dopo una giornata di lavoro non hanno mai fatto male a nessuno.

La seconda tappa la faceva a Dese,  un po’ prima di casa, all’Osteria del  “Mussato” che in dialetto vuol dire la “zanzara” , cioè in quel paese di campagna, non lontano dalla laguna, le zanzare erano talmente tante e talmente grosse che gli avevano dedicato perfino il nome a un’osteria.

Poi tornava a casa per l’ora di cena, cercava di essere puntuale perché, se ritardava, la cena diventava fredda e si prendeva le parole da sua moglie Caterina, che gli diceva di tutto. Era una santa donna, ma aveva il suo caratterino.

 

Bepi lavorava a Mestre come aiutante in una bottega artigianale di tappezziere con altri operai, era il più anziano di tutti ma non era il capo, anzi era l’ultimo di bottega, gli dicevano cosa doveva fare e lui lo faceva.

Era andato a lavorare lì perché conosceva il padrone,  non era il suo mestiere, lui aveva sempre fatto il contadino, ma negli ultimi anni aveva cercato lavoro come dipendente, e ora già un po’ anziano, un po’ per togliersi dalle grinfie della moglie e un po’ per guadagnare qualcosa, era andato a lavorare come aiutante di bottega,  prendeva poco ma si accontentava.

Bepi era benvoluto e stimato da tutti i suoi compagni di lavoro per la sua calma e per la sua saggezza, quando c’era una discussione tra gli operai, andavano da lui per vedere  chi aveva ragione e si rimettevano al suo giudizio.

A volte, quando il padrone non c’era, raccontava delle storie o degli aneddoti e tutti stavano ad ascoltare i suoi racconti che erano sempre permeati di buon senso e di umanità.

 A  volte raccontava di se stesso, come quella volta che in piena guerra, mentre era in bicicletta e portava a casa un sacco di farina, fu fermato per la strada dalle brigate nere che lo accusarono di fare la borsa nera, gli dissero che se non se ne fosse andato via subito lo avrebbero arrestato e mandato in Germania. Si spaventò talmente tanto che lasciò tutto lì e tagliò per i campi senza accorgersi che facendolo spaventare i militari gli avevano fregato il sacco della farina.

Fu tanta la paura che per qualche giorno divenne un po’  “ske ke” (balbuziente), insomma balbettava un po’.

 

Ebbene, un venerdì sera dopo aver tirato la paga, Bepi se ne ritornava a casa tranquillo, si era fermato a salutare gli amici e arrivato a Dese stava per percorrere l’ultimo tratto della stradina che portava a casa sua, quando vide Caterina in piedi fuori della porta con le mani sui fianchi come se lo stesse aspettando.

Bepi pensò ahi ahi …  qui è successo qualcosa.

Posò la bicicletta nella baracca addossata alla casa e percorse il piccolo vialetto che portava all’ingresso, guardò la moglie con fare interrogativo.

Questa dopo un attimo di silenzio cominciò a dirgli di tutto, che era un buono a nulla e che lei l’aveva sempre detto che sarebbe andata a finire così, la rete era troppo bassa, dopo che si era un po’ sfogata raccontò il misfatto.

Roki, el gà saltà ea rede e el se gà magnà nà gaina.”

Roki … el gà magnà nà gaina?” ripeté  incredulo el Bepi.

Si … ti gà capio ben … Roki ….  el can dell’avvocato.”

A Bepi si schiarì la situazione tutto in un colpo. Il recinto del cane confina con il ponaro delle galline, evidentemente il cane ha fatto un salto ha scavalcato la rete, è entrato nel ponaro e ha ammazzato una delle due galline che Caterina curava con tanto amore.

Cossa intendi far adesso che quel cagnasso el me gà magnà eà gaina.”

E cossa posso far … gnente … ormai no ghe xe gnente da far par sta povera gaina … ormai è successo…

Caterina lo guardava inviperita.

Ehh … no , non far come il to solito, non far finta de gnente, stà volta ti gà da farte e to ragion  con l’avvocato, ti gà da andar a casa sua e farte risarcir eà gaina.”

Caterina non volle sentire ragioni, diceva che erano cose da uomini e Bepi doveva farsi valere, anche se il vicino di casa era un avvocato.

Bepi cercò di stemperare la collera della Caterina, ma non c’era niente da fare, quella sera cenò in silenzio e se ne andò a letto presto.

Ci mancava anche questa, il cane ha ammazzato proprio la gallina preferita di Caterina, quella che faceva più uova, almeno avesse ammazzato l’altra che uova era da un po’ che non ne faceva più… Quella bestia gli era stata sempre antipatica perche ringhiava e abbaiava a tutti, gliel’aveva anche detto all’avvocato che quel cane era troppo cattivo, ma questo gli rispose che faceva così perché era un cane da guardia, altrimenti che cane da guardia sarebbe stato, e adesso che mi ha mangiato la gallina che cane da guardia è, brutta bestiaccia.

Bepi con questi pensieri non riusciva a dormire, forse era meglio lasciare perdere, anzi se fosse per lui avrebbe lasciato perdere di sicuro ma c’era Caterina che ha un caratterino mica da ridere, mah … vedremo domani forse riuscirò a convincerla.

 

L’indomani, appena alzato, fu Caterina ad affrontarlo.

E allora cossa gastu deciso de far … no cominciar come el to solito de far finta de gnente”.

“Ma Caterina ….”

Caterina un corno … stavolta ti gà da farte e to ragion, avvocato o non avvocato,  non mi iteressa gnente, ti gà da andar a casa sua e farte dar i schei dea gaina … poveretta, eà me faseva tanti vovi”.

Va ben Caterina … come che ti vol … pero ancùo gò tanto da far e dall’avvocato ndarò doman.”

 

Bepi cercava di guadagnare tempo,  ma non riusciva a togliersi questo pensiero, a volte  le donne non capiscono in che imbarazzo mettono i mariti, non è la questione della gallina in sè, ma andare dall’avvocato per una cosa di così poco conto, può creare delle incomprensioni, può compromettere i buoni rapporti tra vicini, insomma Bepi non è che non se la sentisse di affrontare l’avvocato, ma ad istinto gli pareva che se si poteva evitare… forse era meglio.

E poi l’avvocato Ermenegildo Spaccatorta e sua moglie Eleonora erano dei veri signori, è vero che non davano tanta confidenza agli altri, come d’altra parte fanno tutti i veri signori, ma noi, che siamo i loro vicini di casa, ci hanno sempre trattato con riguardo.

L’avvocato  ha uno studio tra i più grandi della città, gente piena de schei e poi parlano tutt’e due in italiano, insomma proprio dei signori.

Per Bepi quelli che parlavano in italiano o erano dei foresti o erano dei gran signori, non conosceva nessun altro che parlasse in italiano. L’avvocato era veneziano e parlava anche in dialetto, ma la signora si sentiva che era foresta perché  parlava solo l’italiano.

Avevano comperato un grande terreno limitrofo all’orto di Bepi e avevano costruito una villa con un grande giardino, con una fontana e un cancello che si apriva elettricamente.

Quella , la tenevano come casa di campagna, non stavano sempre lì, venivano al sabato e alla domenica, molte volte avevano chiamato Bepi per farsi accudire il giardino o curare gli alberi da frutta, pagando si intende, come fanno i veri signori.

Quando andavano via per le vacanze l’avvocato diceva sempre a Bepi di dargli un’occhiata alla casa, segno di gran fiducia e quando ritornavano si ricordavano sempre di portare un presente, ad esempio nell’ultimo viaggio fatto in Spagna avevano portato a Caterina un ventaglio.

 Insomma Bepi era gratificato dell’amicizia che l’avvocato in certe circostanze gli dimostrava, anche sua moglie la signora Eleonora era gentile, ma a Caterina non gli era tanto simpatica perché diceva che si dava troppe arie.

 

La domenica mattina, Bepi dormì un poco di più, poi come al solito andò in cucina a tor el caffè che gli preparava Caterina che appena lo vide  lo accolse con un “E allora …?

Al povero Bepi non restò altro che dire “Vado … vado.”

Bepi si avviò verso la villa dell’avvocato, suonò il campanello, gli aprì la signora Eleonora.

Però i “siori”, sono tutto differenti dai “puareti” , anche in campagna la signora Eleonora era vestita bene con eleganza, con i capelli sempre in ordine con la messa in piega appena fatta, altro che Caterina che si lavava i cavei da sola in casa e si pettinava col “cocon.”

 

 

Ohh  Bepi … buon giorno Bepi … venga … venga avanti.”

Buon giorno siora Eleonora … mia mogier la ringrazia tanto per il ventaglio…”

Niente … niente Bepi, … per carità, cosa vuole che sia.”

Ea senta, dato che so qua … ghe xe miga l’avvocato… gavaria da domandarghe nà roba.”

 Si … si Bepi , glie lo chiamo subito, … Ermenegildooo …” chiamò forte la signora.

Cosa c’è” si sentì dal piano di sopra.

Vieni giù … che c’è Bepi.”

Bepi chi.

“Bepi  no … il nostro vicino di casa.”

Ahhh … Bepi, vegno, vegno subito.”

L’avvocato scese dallo scalone che dall’ingresso porta ai piani superiori.

Oh caro Bepi … come mai …?”

Sa sior avvocato, passavo de qua … e so vignio a ringrasiar la signora Eleonora per il ventaglio, ma dato che so qua … gavaria da domandarghe  un parere …”

Dime,  dime pur Bepi…”

Metemo che uno abbia delle gaine nel sò cortile e el can del visin de casa ghe ne magna una, al paron dee gaine ghe spetta un risarcimento!?

L’avvocato restò un attimo in silenzio, perplesso per questa strana domanda, poi disse.

Ma certamente Bepi …  in base all’articolo tal dei tali, comma 1,  capoverso 2 del Codice Civile, che in sostansa dise che chi rompe paga, con la massima certessa ti posso dire che al paron dea gaina ghe spetta un risarcimento …”

Poi un po’ incuriosito chiese a Bepi perché gli interessasse un caso cosi specifico.

Rispose Bepi “Sa sior avvocato,  xe successo l’altro giorno, Roki gà saltà ea rede del ponaro e el se gà magnà nà gaina dea Caterina.”

Scese il gelo, si zittirono tutti, dopo le parole di Bepi, perfino la domestica restò immobile.

Dopo un attimo di silenzio in cui Bepi cercava di nascondersi dietro la montatura degli occhiali, riprese l’avvocato.

Ahh gò capìo … va ben Bepi …  per l’amor de dio … ciò se se sta Roki …  gnanca parlarne … se xe stà Roki , xe giusto che te vegna pagà ea gaina … dime … dime pur … quanto che xe … queo che xe giusto xe giusto.”

Bepi più imbarazzato che mai tentava di giustificarsi “Sa sior avvocato … mi non saria mai vegnio … per nà gaina … e xe robe che succedono, ma sa e gaine e xe dea Caterina, e sa come che le xe le done …”

Non ti preoccupar Bepi … dime … dime pur quanto che xe.”

E Bepi “Saria diexe mie franchi, sior avvocato.”

(A Venezia in gergo dialettale, le lire si sono sempre chiamate franchi).

Eleonora …  prendi dieci mila lire e dagliele a Bepi … beh vado su che gò da far , ti saluto Bepi,  stame ben.”

 L’avvocato se ne tornò di sopra, la Signora Eleonora andò di là, prese un biglietto da diecimila lire e li fece avere a Bepi, che era rimasto solo nell’atrio, tramite la domestica.

Bepi tornò a casa con un po’ di agitazione, non sapeva se era contento o contrariato,  trovò Caterina che era affaccendata con i lavori di casa, faceva finta di niente, aspettava che fosse Bepi a dirle come era andata.

 

Bepi mise il biglietto da dieci sul tavolo, non disse niente, ma parlò Caterina.

Ahh … ti gà visto che gavèvo ragion … i gà capio che i gera in torto, bravo Bepi, così se gà da far, quando uno gà ragion … gà ragion, e se la deve far valer …  bravo el me Bepi.”

Caterina prese il biglietto e lo mise nella credenza, ci voleva proprio, servirà domani per pagare la bolletta della luce.

 

A  Caterina era tornato il sorriso, era orgogliosa di Bepi, lei lo conosceva bene, era un uomo  bravo e buono ma se ci si metteva sapeva farsi rispettare, a mezzogiorno gli preparò un bel pranzetto, i  gnocchi e la “anara rosta” (anatra al forno).

Bepi era un po’ contento di come erano andate le cose, anche perché era salito nella considerazione di Caterina, ma da uomo di mondo come era, tutta questa vicenda lo lasciava un po’ inquieto, continuava aver la sensazione che era meglio se tutto questo non fosse successo e comunque se fosse stato per lui non ci sarebbe andato dall’avvocato.

L’indomani andò al lavoro, ma di questo fatto non parlò a nessuno, durante la giornata gli venne in mente più volte questa vicenda, insomma non era tranquillo su come erano andate le cose.

Ermenegildo Spaccatorta  era un affermato avvocato delle assicurazioni, lo conoscevano tutti, andare a farsi risarcire la gallina, non è che non fosse stato giusto, ma forse diciamo che non era stato opportuno, si sa un avvocato non è una persona qualsiasi e poi quello lì è uno che conta, corrono voci che se ci si mette è un po’ un carognetta , ma … per modo di dire … diciamo un po’ come tutti  gli avvocati, cioè se un avvocato non è un po’ carogna che avvocato è … non è che tutti i carogne siano avvocati … ma se uno diventa avvocato in quell’ambiente lì, se non è carogna di suo, un po’ lo diventa se no che avvocato è, come fa a sopravvivere.

Preso dalle sue riflessioni, Bepi passò la giornata taciturno, andò a casa diritto senza fermarsi dagli amici, imboccata la stradina di casa che passa davanti alla villa dell’avvocato vide che c’era la serva ferma sul cancello che appena lo vide lo chiamò.

Bepi, ghe xe l’avvocato che te vol  parlar.”

Bepi continuò la corsa andò a posare la bicicletta in baracca, chissà cosa vorrà,  forse vorrà qualche lavoretto sull’orto, o tagliar la siepe, mah … sentiamo un po’.

L’avvocato come lo vide gli disse “Bepi … vieni avanti … vieni avanti.”

Bepi lo guardava perplesso.

 Bepi , tu che sei un uomo giusto, devo domandarti un parere, secondo te, se uno va da un avvocato per chiedere un parere, un consiglio, diciamo una consulenza e quando l’ha avuta riesce ad aver ragione e ottenere il risarcimento, è giusto che debba pagare l’avvocato, o no?”

Bepi capì subito che era in trappola, l’avvocato sta volta parlava in italiano, ciò voleva dire che la cosa era seria, sentiva che non aveva scampo.

Eh si, certo sior avvocato, xe giusto che  l’avvocato sia pagato …” Venne subito interrotto.

Ebbene Bepi, ieri mi hai domandato una consulenza, io te l’ho data, hai avuto ragione, sei stato risarcito e adesso mi devi pagare… Sono diecimila lire.”  Aggiunse poi “Se non hai i soldi, puoi pagarmi con  l’altra gallina.”

Bepi si sentì sconfitto, balbettò qualche cosa, disse di si, che in fondo era giusto e che gli avrebbe portato la seconda gallina.

L’avvocato lo fissava con gli occhi socchiusi dietro le spesse lenti e con un sorriso che sembrava un ghigno e aggiunse in dialetto “Pòrtimia subito che sta sera gò ospiti.”

Bepi uscì come uno straccio, andò nel ponaro, prese la seconda gallina e la portò a casa dell’avvocato, sul cancello c’era quella arpia della serva che gliela strappò di mano con un sorriso beffardo.

El povero Bepi tornò a casa bastonato, poco dopo ritornò anche Caterina che era all’oscuro di tutto, entrò in casa e disse tutta allarmata ”Bepi, Bepi, xe successo nà disgrasia, eà porta del ponaro xe verta e no ghe xe più eà gaina.”

Bepi non rispose, era seduto su una carega e guardava fuori dalla finestra, non disse niente a Caterina per non darle un altro dispiacere, era assorto nei suoi pensieri.

Era un uomo di grande esperienza, che conosceva la vita e l’animo umano, ma c’era una cosa che non sapeva  capacitarsi: ma perché le donne, in questa vita così difficile, qualche volta, non stanno anche zitte?

 

 

Ciao a tutti dal Toso!

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Un limerick per Mister Rick.

 

Potevo ignorare il concitato appello del webmastèr ai self made dogs ?

 

Nella rete c’è un mentore di Milano 

scrive di tutto e  di ogni caso strano.

Segue classifiche, commenti nei blog  

assiduo frequenta i social network .

Ridente, nella rete c’è un mentore di Milano.

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