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I Re Magi
Durante le feste di Natale mi piace scovare presepi nelle chiese, nelle mostre, nelle botteghe artigianali e ogni anno scopro qualcosa di nuovo nella storia infinita del presepe e dei suoi personaggi. L’arte presepiale ha un qualcosa di immortale sia per chi crede, sia per chi non crede.
Qui alcune foto della Mostra di Arte Presepiale, giunta alla XXV edizione, allestita nel Complesso Monumentale San Severo al Pendino, Napoli . Le foto documentano l’originalità, la creatività e la passione degli artisti del presepe.
Quest’anno ho riscoperto i Re Magi, grazie all’interessante articolo “ I Re Magi, tra verità e leggenda” di Bruno Perchiazzi, segretario dell’ Associazione Italiana Amici del Presepe- sezione Napoli.
Nella tradizione presepiale della mia famiglia i re Magi – non ricordo bene se a cavallo di cammelli o dromedari – incutevano quasi soggezione con la loro imponente e sfarzosa regalità e avevano il privilegio di essere spostati. In verità anche qualche altro personaggio veniva misteriosamente spostato, anzi abbattuto dalla gatta che durante raid notturni cercava di accaparrarsi i rametti, faticosamente posizionati come alberi. Ogni giorno i tre Re Magi facevano un solenne, piccolo passo per avvicinarsi alla meta, cioè al Bambino Gesù. A volte precipitavano, perchè procedere su montagne innevate a cavallo di dromedari o cammelli non era facile. Ma tanto armeggiavo sui rilievi di carta che li assestavo in un piccolo spiazzo, magari tra greggi abbarbicate, o nei pressi di una cascata. Il loro percorso era degno di un teletrasporto impazzito: un giorno erano in alto a ponente, l’indomani in alto a levante e giorno dopo giorno scendevano a valle. Alla vigilia dell’Epifania, finalmente potevano scendere dal dorso dei cammelli- dromedari e sgranchirsi le gambe. Venivano sostituiti dalle tre statuine dei Magi in adorazione, non più nomadi ma stanziali. Questi stavano in contemplazione della radiosa Natività fino a quando il presepe non veniva smantellato. Due Magi sempre in piedi e uno sempre in ginocchio. Mica era facile essere Re Mago, riuscire a rimanere impassibilmente fermi, nonostante i turbanti, i mantelli e gli scrigni protesi come offerta,e a non farsi distrarre dai vocianti pastori e dai celestiali cori di angeli svolazzanti che facevano a gara a chi allelujava meglio.
Ma chi erano i Magi? I Magoi erano membri di una casta sacerdotale persiana, dediti allo studio del cielo e delle stelle, discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina.
“Secondo il Vangelo di Matteo, i Re Magi partirono dall’ oriente verso occidente seguendo una Stella che annunciava la nascita del Re dei Giudei; nel “Vangelo arabo siriaco dell’Infanzia” la predizione della venuta del Messia è attribuita a Zarathustra. Quando nacque Gesù, la congiunzione di Giove e Saturno, (che avviene ogni 854 anni) e non una stella, fece sì che fosse presente una luminosità molto intensa, per effetto della diffrazione. É questa la luce che porta i Re Magi a ritenere che sia nato il Soccorritore e li conduce fino a Betlemme.
L’idea del tempo che ciclicamente si rinnova, è propria del mazdeismo (religione della Persia preislamica),come l’attesadi un “Soccorritore divino”;in tal senso il mazdeismo si collega all’attesa messianica.” ( da “I Re Magi tra verità e leggenda di Bruno Perchiazzi).
Nel presepe i Magi sono tre e per alcuni rappresentano le tre età dell’uomo ( gioventù, maturità e vecchiaia), per altri i popoli o i continenti del mondo conosciuto (Europa, Asia, Africa).I loro doni fanno riferimento alla natura umana e divina di Gesù.
Gaspare è il mago più giovane, il cui nome significa “Puro”. Dona l’incenso, anticamente usato nelle corti orientali, che rappresenta il riconoscimento e l’adorazione della natura divina di Gesù.
Melchiorre, il più anziano (il cui nome significa “Luce”), porta l’oro, dono prezioso riservato ai Re. Il moro Baldassarre, il cui nome significa “ Padrone del Tempo”, dona la mirra, che era utilizzata per imbalsamare corpi e fa quindi riferimento alla natura umana del Cristo.
Si pensa che i Magi dovessero essere più di tre. Una leggenda narra di un quarto re, di nome Altabar che arrivò a Betlemme in ritardo e senza doni. In verità confessò che aveva con sé tre perle preziose per Gesù, ma le aveva donate una alla volta durante il viaggio, prima per fare curare un vecchio mendicante ammalato, poi per liberare una giovane donna dalle violenze di alcuni soldati ed infine per liberare un bambino che stava per essere ucciso da un soldato di Erode. A quelle parole Gesù Bambino si volse sorridente verso Altabar e Maria lo pose tra le mani vuote del mago.
Interessante è la storia delle spoglie dei Re Magi, portate da Sant’Elena a Costantinopoli nel 326 , poi – così si narra- a Milano dal vescovo Eustorgio ed infine a Colonia ad opera di Federico Barbarossa che nel 1162 aveva distrutto la città lombarda. Ai milanesi rimase solo il sarcofago di pietra nella Cappella dei Magi della basilica romanica di Sant’Eustorgio, perchè per lungo tempo non riuscirono a riavere le spoglie. Solo nel 1904 l’arcivescovo Fischer offrì alcuni resti dei Magi a Milano e dal 1962 riprese la tradizionale processione del 6 gennaio che da San Lorenzo va fino a Sant’Eustorgio.
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Ventiquattresima Mostra di Arte Presepiale
4 commentsSvelato l’Enigma sulla facciata del Gesù Nuovo di Napoli
Una recente scoperta musicale sta suscitando curiosità e stupore. Sul bugnato della facciata della chiesa del Gesù Nuovo di Napoli sono incisi strani segni , di circa dieci centimetri ( per vederli, cliccate sulle foto a lato del testo ). Fino a qualche giorno fa si credeva fossero i simboli delle diverse cave, da cui provenivano le pietre utilizzate per le bugne a forma di diamante, oppure, secondo un’ altra interpretazione, si pensava che rivelassero segreti alchemici,capaci di caricare la pietra di energie positive dall’esterno verso l’interno del palazzo. In verità l’edificio attirò energie negative e sciagure perchè – così si narra- gli operai non posero correttamente le pietre: ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano come civile abitazione per i potenti Sanseverino, il palazzo fu confiscato da Pedro di Toledo nel 1547, perchè i nobili avevano sostenuto la rivolta popolare contro l’Inquisizione. Fu quindi ceduto ai gesuiti che, mantenendo solo la facciata a bugne e il portale rinascimentale, lo ristrutturarono e lo trasformarono in basilica . Ma anch’essa fu sfortunata: prima subì un incendio, poi più volte crollò la cupola e furono cacciati i gesuiti. Solo durante la seconda guerra mondiale, fortuna volle che una bomba, caduta sul soffitto di una navata, non esplodesse.
Di recente lo storico dell’arte rinascimentale napoletana, Vincenzo De Pasquale, e i musicologi ungheresi, Csar Dors e Lòrànt Réz, hanno scoperto che quei segni misteriosi sono lettere dell’alfabeto aramaico, corrispondenti a note musicali. In pratica il bugnato cela una melodia per strumenti a plettro e della durata di circa tre quarti d’ora, che si legge da destra a sinistra e dal basso verso l’alto. Gli studiosi hanno intitolato Enigma questa partitura musicale, che contribuisce a restituire un po’ di fama buona ad una città d’arte di cui si tende a reclamizzare solo gli aspetti più sporchi.
Lo storico De Pasquale spiega che i Sanseverino già avevano fatto incidere simboli musicali nel loro palazzo a Lauro di Nola e che la notazione musicale in aramaico fu dimenticata forse per effetto della Controriforma che limitò l’arte, cancellando tutto ciò che di terreno contrastasse con le verità trascendenti del cattolicesimo. I gesuiti s’adoprarono in tal senso ma- ironia della sorte- il padre gesuita ungherese Csar Dors, esperto di aramaico, oggi ha contribuito a svelare il segreto musicale della facciata del Gesù Nuovo.
Qui l’articolo de Il Mattino e qui il filmato.
Chapeau, Rottejomfruen!
Strana questa statua, vero? La vecchina dei topi, opera dell’ artista Marit Norheim Benthe, si trova nel parco Ibsen di Sorrento e richiama un personaggio de“Il Piccolo Eyolf”, dramma moderno di Ibsen. E’ stata donata dalla città natale di Ibsen , Skien in Norvegia, in onore dell’apertura del parco e riproduce la statua originale, molto più grande e alta 7 metri, inaugurata il 20 marzo 2006, ( nel giorno in cui ricorre la nascita dello scrittore norvegese) .
Il dramma narra del piccolo Eyolf, un bambino che diviene storpio in seguito ad una caduta causata dalla negligenza dei suoi genitori, Alfred e Rita Allmers, e che sparisce misteriosamente nelle acque di un fiordo, forse attratto dalla vecchina dei topi. Suo padre sposa Rita, ricca di oro e foreste ma anche di sensualità e bellezza, che nutre un amore esclusivo e morbosamente possessivo per lui, “ così discreto in tutto” ed incapace di produrre, di portare a termine un trattato sull’umana responsabilità e di compiere scelte sentimentali sentite. Asta, sorellastra di Alfred, serba in cuor suo un amore inconfessato per il fratellastro, dal quale scopre di non essere legata da vincoli parentali, e tentenna con Borgheim, l’ingegnere innamorato che costruisce strade.
Eyolf è il povero, piccolo, pallido, dagli occhi belli ed intelligenti Porta un nome appartenuto all’infanzia di Asta, chiamata così da Alfred, immaginandola un maschio, che inconsapevolmente ne è attratto e la protegge sin da quando rimasero orfani in giovane età .Il bambino è respinto da genitori che rincorrono piacere e ambizioni smarrendosi in conflittualità interiori, respinto dai coetanei coi quali non riesce a giocare e a condividere il suo sogno di divenire soldato, respinto da un padre che per anni lo limita a vivere solo per lo studio e da una madre che ammette di desiderare l’infanticidio, uno dei tabù più indigesti alla società di ogni tempo, pur di avere il marito tutto per sé. Ma ciò che scrive suo padre( il trattato sull’umana responsabilità) conta per Eyolf. “ Credimi, verrà qualcuno che lo farà meglio”- risponde Alfred. “ Chi dovrebbe essere?” replica il bambino. “Verrà senz’altro e si farà conoscere” conclude lui. E compare Rottejomfruen, la vergine, leggendariamente più nota come vecchina dei topi, che vaga per mare e terra per scacciare- accogliere tutti i topi. Cerca qualcosa che rosicchia in casa e con piacere aiuterebbe i signori a liberarsene. Promette pace a tutti quelli che gli esseri umani odiano e perseguitano, conducendoli dolcemente nell’acqua alta. “Lugubre femmina” vede ciò che gli altri non vedono e indirettamente fa aprire gli occhi a tutti su profondità inesplorate. Da un sacco estrae un carlino, un cagnetto- guida che la aiuta a scovare i topi, creaturine infestate e infestanti, che rodono, come dentro rodono i sensi di colpa, l’amore di Rita respinto da un coniuge che confessa di averla sposata per interesse, la gelosia di Alfred per la sorellastra Asta,l’amore inconfessato di lei per il fratello maggiore che scopre non essere tale, l’amore tenace dell’ingegnere Borgheim per la giovane Asta . Rosicchiano dentro le passioni morbose, il tormento di una perdita, di un fallimento, di una frustrazione, dell’inettitudine. Eyolf in questo drammone pare una comparsa in un girotondo di amori diversi ,non destinati a lui, in cui tutti gli ruotano intorno più per dovuta compassione che per amore. È escluso dall’odio della madre e dall’estraneità del padre, da adulti ciechi ed ostinati che se ne servono per recitare ruoli non sentiti. Lo stesso padre cela la sua inanità dietro l’intento più recente di adoprarsi per portare coerenza fra i desideri del bambino e ciò che gli è accessibile, negandogli però la possibilità di sognare, convinto di creare così nel suo animo il sentimento della felicità. Un inetto con l’ambizione di stratega e manipolatore della vita altrui, incapace di accettare il figlio. Eyolf scompare nelle acque del fiordo, forse incantato dalla vecchia, e non viene soccorso dai figli “selvaggi” dei pescatori. Solo, nel suo destino e nella sua scelta, lascia traccia di sé in una gruccia sull’acqua e nella sua sagoma galleggiante con occhi aperti che tormenta sua madre in sogno. La sua uscita di scena induce i personaggi a riflettere e finalmente ad operare scelte, interrompendo un circolo chiuso ed intricato di segreti, di egoismi, di ambiguità e di interessi personali.
Alla fine del dramma Rita cerca di riscattarsi adoprandosi per istruire i figli dei pescatori, e suo marito, che prima pensava di defilarsi, come aveva sempre fatto da ogni responsabilità di cui non poteva scrivere, condivide questo progetto di volontariato assistenziale per bambini emarginati che “abiteranno nelle stanze di Eyolf, leggeranno i suoi libri e giocheranno con i suoi giochi, faranno a turno per sedersi sulla sua sedia al tavolo.” Solo così Rita spera di blandire quegli occhi spalancati che le rinnovano il rimorso. Asta segue il tenace costruttore di strade, colui che spiana il terreno per renderlo percorribile a tutti, creando collegamenti, comunicazione e continuità. Alfred e Rita, che si erano spaventati del figlio quando era in vita, lo ritrovano solo nel dolore della sua perdita e, dopo una vorticosa e confusa dimensione reale, immaginata e desiderata, sospesi tra ciò che è necessario e possibile e ciò che non lo è , sembrano dare senso alla loro vita e conciliarsi con il mondo, forse infine anche con loro stessi.
“Vedrai il silenzio della domenica scenderà di tanto in tanto su di noi….Forse allora ci accorgeremo della visita degli spiriti….allora forse saranno intorno a noi, – quelli che abbiamo perduto. Il nostro piccolo Eyolf. E anche il nostro grande Eyolf…Dobbiamo guardare in alto, verso le cime, verso le stelle. E verso il grande silenzio.” Rita, incapace di vivere nel dormiveglia del rimorso e del risentimento riconosce che “ Siamo creature terrene” “Sì ma anche imparentate con il mare e con il cielo, più di quanto non si creda.” aggiunge Alfred.
Un dramma esasperato, costruito da Ibsen che non svela mai del tutto . Come questa statua così particolare che suscita curiosità. In fondo questa vecchia dei topi, predatrice e liberatrice di angosce, fecondatrice di coscienze, scruta l’imperscrutabile con migliaia di occhi che sono quelli indagatori e puliti dei bambini, che osservano ed intuiscono ciò che spesso gli adulti, nelle varie dinamiche personali e relazionali, non riescono più a vedere né a distinguere.
E non a caso gli occhi variopinti, che ornano la veste di questo insolito personaggio, sono stati realizzati proprio da centinaia e centinaia di bambini che all’inaugurazione della statua di Skien si erano travestiti da topolini.
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Un nuovo anno…
Forza e coraggio! Ieri ho sorpreso un doppio arcobaleno e l’ho catturato per augurare un buon anno scolastico a chi ricomincia e a chi spera di ricominciare …
Nel respiro del mare
La storia della terra e dell’uomo si srotola lungo i superbi costoni a picco sul mare, nelle ville d’altri tempi e nei borghi marinari accerchiati dall’argento degli ulivi e dall’odore di zagara , fino ai pendii assolati e alle torri solitarie che mirano delfini e naviganti.
Austeri giganti di roccia al vento narrano di sirene e di miti lontani.
Nulla è più dolce del nascondersi nel respiro di questo mare e nell’abbraccio di questo cielo. Nulla è più dolce del librarsi in questa serena libertà originaria, mai persa come l’istinto a scoprire il bello.
Ovunque regna un’eternità sospesa, una luce che placa misticamente i sensi e dispensa carezze di trasparenze alle rive e schegge di verde e di pietra, avvolte ora in una tenue foschia, ora in un intenso blu cobalto .
L’anima buona della natura palpita in queste profondità marine e celesti che inondano gli occhi e il cuore. E dopo averne carpito la magia, la cerchi per sempre.
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Tutti al mare (come eravamo… )
Area Marina Protetta Punta Campanella
La Penisola sorrentina comprende la fascia montuosa di terra e di costa nella parte sud orientale del Golfo di Napoli, ma nella toponomastica locale si considerano esclusivamente il versante costiero che va da Castellamare di Stabia a Punta Campanella, limitato ad est dal Monte Faito e a sud dai Monti Lattari. Le tante baie ed insenature, i borghi marinari a ridosso degli scogli, i pendii ricoperti da uliveti argentati e agrumeti contribuiscono a rendere spettacolare il paesaggio costiero, soprattutto se visto dal mare.
In questo ambito territoriale convenzionalmente è inclusa anche Capri, un tempo estremità della penisola, che in seguito a movimenti tellurici si è separata dalla terraferma.
Nel corso dei secoli la penisola, grazie alla sua natura calcarea , è stata interessata da un intenso fenomeno di carsismo delle acque che ha creato un paesaggio costiero e sottomarino ricco di grotte, insenature, di particolare valenza ambientale e naturalistica.
Dal 1997 in quest’area ci sono due zone protette: la riserva marina di Punta Campanella e la baia di Ieranto, luoghi incantevoli compresi in alcuni itinerari di pesca turismo e tutelati da un Consorzio di gestione comprendente i Comuni di Massa Lubrense, Positano, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento e Vico Equense.
Sulla Punta Campanella sorgeva un tempio, la cui fondazione mitica è attribuita ad Ulisse , e in età classica prese il nome Athenaion , in onore della dea Atena. In seguito i romani vi costruirono la strada che qui giungeva da Sorrento, e in alcuni tratti è ancora visibile il lastricato in pietra. La torre – faro eretta nel 1335 e rifatta nel 1556, segnalava l’arrivo dei pirati col suono di una campana, da cui è derivato il nome della punta.. Oggi sono visibili resti di una villa romana del I- II sec d. C e la Torre Minerva di epoca vicereale (1567).
La baia di Ieranto , compresa tra Punta Campanella e Punta Penna, , deriva il suo nome dal greco ierax che significa falco, ed ancor oggi in questa zona nidificano diverse specie di falco, tra cui quello pellegrino. Sui costoni che la circondano c’è una vegetazione a mirti, lentischi, ginestre ed euforbie anche se la tipica macchia mediterranea degli ambienti più caldi è stata sostituita, in molte zone circostante da oliveti.
Nell’area è visibile un’ex cava, di proprietà del FAI (Fondo Ambiente Italiano, dal cui sito è tratta la foto della baia). Si raggiunge via mare o attraverso un sentiero che da Nerano porta a punta Campanella e alla baia.
I fondali di quest’area custodiscono in alcuni tratti banchi di Posidonia Oceanica , margherite di mare, alghe verdi, foreste di gorgonie bianche e specie stanziali quali saraghi,polpi , aragoste, cernie,occhiate, scorfani. Particolare tutela è riservata al dattero di mare, un mollusco che impiega circa 20 anni per raggiungere 5 cm di lunghezza e la sua raccolta provoca effetti devastanti sul delicato ecosistema sottomarino.
Ho avuto il piacere di incontrare due delfini che si divertivano a girare intorno alla barca. Certo che fotografarli è stata un’impresa, sia per il precario mio equilibrio e per la mia imperizia fotografica
, sia perché non era facile seguirli mentre girovagavano sott’acqua ricomparendo sempre da tutt’altra parte. Beh una pinna è visibile lì al centro, nel mare delle sirene.
Le anime pezzentelle – Cimitero delle Fontanelle
Il Miglio Sacro è un itinerario restituito alla città di Napoli che parte dalle antiche catacombe di San Gennaro e arriva alla Cappella del Tesoro di San Gennaro attraversando tutto il Rione Sanità, un quartiere che può riscattarsi con la storia millenaria di un patrimonio artistico ed archeologico poco reclamizzato. Questa zona si può considerare la culla del culto dei morti, celebrato e consacrato attraverso funzioni, devozioni e rituali che fondono religione e magia. Qui sorsero la necropoli greca, in origine fuori dalle mura della città, le catacombe paleocristiane ed infine, in una cava di tufo, l’immenso ossario del cimitero delle Fontanelle che di recente è stato riaperto.
Tra il Seicento e il Settecento la cava fu utilizzata come cimitero per i poveri e soprattutto per le vittime della peste del 1656 che a Napoli aveva causato circa 300000 morti e non pochi problemi di igiene e di reperimento di spazi sufficientemente capienti per seppellirli, anche perché le catacombe avevano già accolto le vittime dell’epidemia del 1479. Come riferisce il canonico Andrea De Jorio, verso la fine del Settecento persone abbienti chiedevano di essere sepolte nelle chiese ma, a funerali avvenuti, di notte i becchini trasportavano le salme nelle cave inutilizzate per evitare sovraffollamento nelle chiese. Dopo un allagamento della cava, che portò in superficie le capuzzelle ( piccole teste, cioè i teschi) in uno scenario apocalittico, le ossa vi furono ricomposte e furono costruiti un muro e un altare nell’antro, riconosciuto ormai come ossario della città.
In seguito all’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, che vietò le sepolture nelle città e nei luoghi pubblici, nell’ossario furono raccolti anche i resti umani rinvenuti nelle terre sante delle tante chiese napoletane o durante gli scavi archeologici , come in Via Acton nei pressi del Maschio Angioino,oltre le vittime del colera del 1836. Sono visibili decine di migliaia di teschi e ossa lunghe ad eccezione delle due salme intatte e vestite di Filippo Carafa, conte di Cerreto e di Maddaloni, e di sua moglie Margherita.
Alla fine dell’Ottocento padre Gaetano Barbati coordinò alcuni devoti per riordinare le ossa in cataste e fece costruire la sobria chiesa di Maria Santissima del Carmine nel sito delle Fontanelle.
Da allora sorse uno spontaneo e particolare culto popolare per gli ignoti defunti, che consisteva nell’adozione delle anime pezzentelle del Purgatorio, bisognose di cure e preghiere, in cambio di grazie e favori. Questo culto, ancor oggi limitatamente praticato, è una porta rituale tra il mondo dei vivi e dei morti: i morti chiedono ai vivi una preghiera e i vivi, perlopiù donne, si rivolgono alle anime abbandonate che fanno da tramite tra la vita terrena e quella ultraterrena. Il limite tra la fede – tradizioni popolari e la superstizione è sottile, ma i devoti sentono più vicini a loro le anime pezzentelle di umili origini nelle quali ritrovano comuni miserie, sofferenze e solitudini.
L’adottante sceglieva una capuzzella, la puliva e la lucidava, la poneva su un fazzoletto ricamato ed infine, durante visite periodiche, le offriva lumini, fiori e preghiere “A refrische ‘e ll’anime d’o priatorio”. Poi la circondava con un rosario e la adagiava su un cuscino, ornato di pizzi e ricami . Solo dopo questo rituale pare che l’anima purgante apparisse in sogno , richiedendo “refrisco” ( cioè preghiere e cure per essere sollevata dalla sofferenza) e svelando la sua storia personale. Se la capuzzella iniziava a sudare, significava che si stava adoprando per intercessioni a favore del devoto o per concedergli la grazia . In realtà l’alto tasso di umidità della cava ancor oggi provoca la formazione di gocce di condensa sui teschi, facendoli sembrare sudati. A questo punto l’animella entrava a fare parte della famiglia e veniva custodita in un tempietto di marmo o di legno, in una teca di vetro, a volte pure in una semplice scatola metallica di biscotti , sui quali si incidevano il nome dell’adottante e l’anno di ricevimento della grazia.
Se però non venivano esaudite le richieste, quali guarigioni, matrimoni,vincite al lotto, il devoto poteva rimpiazzare la capuzzella con un’altra, nella speranza che si rivelasse più benevola. Se il teschio non sudava, significava che l’anima pezzentella era in uno stato di sofferenza ed impossibilitata ad elargire grazie, quindi bisognava confidare in entità celesti più potenti. Nel 1969 il cardinale di Napoli Ursi vietò come pagana e superstiziosa questa forma di devozione, frutto della religiosità popolare.
Gli oltre 40000 resti, sistemati nei lunghi corridoi del cimitero delle Fontanelle, a volte formano macabre strutture come quella del Tribunale e della Biblioteca. Quest’ultima ricorda gli scaffali di una libreria, formati da teschi e ossa lunghe, ben allineate e calcificate, che incorniciano l’edicola del Sacro Cuore di Gesù. Inquietante è il Tribunale con le sue tre croci su un Golgota di teschi, dinanzi al quale- così pare- i camorristi convenivano per lugubri rituali di affiliazione. Un’aria decisamente sinistra ha invece il Monacone, la statua decapitata di San Vincenzo Ferrer.
L’anima purgante più famosa delle Fontanelle è il Capitano, probabilmente spagnolo, che ha aiutato molti devoti . Esistono varie leggende sul Capitano ma la più nota riguarda due sposi. Si narra di una giovane promessa sposa che venerava molto quest’anima pezzentella. Il suo fidanzato, ritenendo che le cure prestate ad ignote ossa fossero inutili, un giorno accompagnò la futura consorte nell’ossario per veder da vicino il teschio. Infilò un bastone nella sua cavità orbitale e con modi provocatoriamente scherzosi lo invitò al matrimonio. Il giorno delle nozze tra gli invitati comparve un carabiniere che nessuno conosceva . Quando lo sposo gli chiese da chi fosse stato invitato, questi rispose che proprio lui l’aveva fatto e, aprendo la divisa, si mostrò in tutta la sua nudità scheletrica provocando la morte di crepacuore dei due sposi. La leggenda vuole che i resti degli sposi siano conservati presso la statua di Gaetano Barbati, mentre si pensa che essi siano stati dipinti sulle pareti delle catacombe di san Gaudioso. Non oso immaginare cosa sia potuto succedere nell’aldilà all’arrivo della promessa e mancata sposa che deve avere fatto una bella sfuriata sia al fantasma del Capitano che allo sprezzante fidanzato.
Altra anima pezzentella , per la quale si nutre particolare devozione, è la sposa Lucia, morta in naufragio col suo sposo o travolta da un’onda mentre lo attendeva su una scogliera. La sua capuzzella è ornata di velo nuziale ed omaggiata di fiori, lumini e suppliche scritte. Si trova però in via dei Tribunali, precisamente nella chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, dall’inconfondibile facciata barocca, realizzata da Cosimo Fanzago, adorna di teschi e femori di bronzo. La Chiesa, comunemente detta d’e cape ‘e morte o d’e capuzzelle fu costruita nel 1638 ad opera di una congregazione di nobili che dal 1604 raccoglieva fondi per la celebrazione di messe in suffragio alle anime del Purgatorio. Qui è esposta la tela la “Madonna delle Anime Purganti” di Massimo Stanzione (nel 1635) . Quando la chiesa fu chiusa in seguito al terremoto del 1980, molti devoti chiesero di potere accedere all’ipogeo in quanto spesso chiamati in sogno dalle anime purganti ma poterono riprendere le visite soltanto nel 1992.
Questo culto così particolare non solo è una sorta di misericordiosa alleanza e complice intesa tra i poveri vivi e i poveri morti per un aiuto reciproco, ma anche un’occasione per riflettere sull’aldilà attraverso i teschi, simboli di contemplazione dei santi nelle opere dei grandi autori, quali Caravaggio, Jusepe de Ribera, El Greco, Van Dick, Georges de La Tour, Rembrandt.
Il culto delle anime pezzentelle approda alla consapevolezza che in fondo “all’ àutro munno simmo tutte eguale” e “Simmo tutte cape ‘e morte”, cioè che “la morte è la completa uguaglianza degli ineguali”, è “una livella” a detta di Totò: ciò che era visibile e rilevante in vita diviene invisibile ed irrilevante nella dimensione sospesa (“queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri…apparteniamo alla morte”, proclama l’ombra del netturbino a quella del marchese che disdegnava di essere sepolto accanto a lui) .
Napoli si legge anche tra i vicoli , negli usi e costumi e in ciò che a prima vista non appare, come una metafora tra le righe. Visitare questi luoghi di culto popolare consente di esplorare il mistero, ove si confondono riti sacri e profani, religione e magia. L’iniziale incredulità o scetticismo svaniscono man mano che nel rituale delle anime pezzentelle si riconoscono un generale bisogno di essere ascoltati per ricevere conforto e sollievo, di ascoltarsi nel raccoglimento di una preghiera, per gli altri e per se stessi, di trovare conferme di protezione nei meandri della fede o della suggestione superstiziosa. Alla sensazione di profanare l’intimità della morte subentra la pietosa accoglienza del silenzio delle anime purganti e proprio nelle tenebre, percependo il destino dell’umanità di sempre, si intravede una speranza di redenzione dei vivi e dei morti per scattare in avanti nella vita terrena e ultraterrena.
“Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio.”
(Da “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao)
Rione Sanità- le catacombe di Napoli
Ai piedi della collina di Capodimonte si estende il rione Sanità, un noto quartiere popolare di Napoli che nel 1898 diede i natali a Totò in Via Santa Maria Antesaecula e in seguito ha ispirato trame e personaggi di numerosi film e opere teatrali. Qui hanno abitato popoli provenienti dal Sud e dall’Est del mondo, africani e cinesi, e sono passati nobili, papi, re e cardinali. Qui è molto forte il senso di appartenenza ai vicoli, ai palazzi, agli usi e costumi, ai riti sacri e profani dettati dalla religione e dalla magia.
Napoli ha un cuore e un ventre, in cui è dislocato un patrimonio nascosto, archeologico ed artistico, da scoprire attraverso una stratigrafia che s’addentra nelle viscere della terra.
L’invisibile Napoli sotterranea si articola in un labirinto di cunicoli, pozzi e cisterne, ipogei e cave greche, catacombe, gallerie di epoca romana, ossari e tombe scavati nel tufo. È una città oscura, luogo di passaggio e tramite tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto e silenzioso dell’Oltretomba, dove si confondono storia e leggende, fede e superstizione. Un mondo sommerso col quale i napoletani si conciliano per esorcizzare la paura della morte e, seppur limitatamente ancor oggi, si alleano offrendo preghiere e cure ad ignoti defunti, anime pezzentelle del Purgatorio, in cambio di grazie e favori, quali una guarigione, un matrimonio o numeri vincenti al lotto nella speranza di ingraziarsi la buona sorte per sopravvivere ad un’esistenza complicata, ad un atavico destino reso avverso dalle epidemie di peste e colera, dalle alluvioni e terremoti, dalle dominazioni del dio o del potente di turno accettati con fatalistica rassegnazione.
Un universo buio, lugubre, sospeso in un sonno eterno, che porta al nulla o a qualcosa, ove si smarriscono le coordinate di spazio e tempo .
Napoli è simbiosi di vita e di morte, entrambe celebrate e consacrate attraverso funzioni, devozioni e rituali che confluiscono nel radicato culto dei morti.
I sepolcri più antichi sono gli ipogei greci della Sanità e dei Vergini, situati a 10-11 metri di profondità dal livello della strada. Le necropoli risalgono al IV e II secolo a. C. e sono ricche di sarcofagi dipinti e scolpiti che ricordano le tombe anatoliche, macedoni ed alessandrine. Per lungo tempo rimasero sepolte dalla “lava”, cioè dal fiume alluvionale di detriti e fango che fino agli anni ’60 ha afflitto questa zona. In effetti sin dal tempo dei greci si estraeva il tufo , impiegato per le costruzioni, dando così luogo a immense grotte e cavità. Prima ancora che le cave di tufo fossero adibite ad ossari , le famiglie dell’aristocrazia greco-napoletana, che fuse elementi greci e sanniti, vi costruirono eleganti sepolcri. Da qui il nome di “Valle delle tombe”. Nelle stesse aree sotterranee dagli ipogei si è poi passati nel II secolo alle catacombe paleocristiane di San Gennaro, San Gaudioso e San Severo, che prendono nome dalle spoglie dei martiri.
Nelle vicinanze del santuario della Madonna del Buon Consiglio (zona di Capodimonte) si estende il vasto complesso cimiteriale delle catacombe di San Gennaro, nate tra il II e IV secolo e articolate su due piani e in più corridoi, a differenza di quelle romane. Divennero luogo religioso e di sepoltura quando accolsero i resti del vescovo Agrippino e nel V secolo furono dedicate a San Gennaro , il cui corpo pare sia stato collocato qui per lunghissimo tempo. Oltre a reperti e affreschi di interesse artistico, sono un luogo suggestivo cosparso di nicchie e loculi, grandi e piccoli. Pare che vicino al santo potessero riposare solo i puri di cuore, quali i bambini, e questo spiega la presenza di piccoli loculi sulle pareti. Fino all’XI secolo vi furono sepolti i vescovi napoletani, subirono saccheggi tra il XIII e XVIII secolo e infine furono restaurate dopo il trasferimento dell’ossario nel Cimitero delle Fontanelle. Dopo circa 40 anni di chiusura ora sono state riaperte al pubblico e vi si accede o dalla collina di Capodimonte, a fianco della chiesa della Madre del Buon Consiglio, o dalla Basilica di San Gennaro fuori le mura, situata all’interno dall’ospedale di San Gennaro dei Poveri nel rione Sanità.
L’intero quartiere Sanità è dominato dalla cupola della Basilica di Santa Maria della Sanità, rivestita di maioliche smaltate gialle e verdi . Fu costruita dai Domenicani tra il 1602 e il 1613 , su progetto di Giuseppe Donzelli detto Fra Nuvolo. E’ nota come la chiesa di San Vincenzo,detto o’ Munacone in onore del domenicano Vincenzo Ferreri, uno dei tanti santi protettori della città.. Una sontuosa scala a tenaglia, che porta all’altare maggiore, incornicia la cripta dalla quale si accede alle nascoste catacombe paleocristiane di San Gaudioso, risalenti al V sec d. C. dove fu sepolto Settimio Celio Gaudioso, vescovo di Abitine, una località non identificata dell’Africa proconsolare.
La catacomba di San Gaudioso è il secondo cimitero paleocristiano di Napoli per ampiezza e importanza, dopo quello di San Gennaro. Ha subito trasformazioni, per cui è difficile definirne l’estensione o l’esistenza di locali più antichi di quelli attuali. Fu abbandonato all’incirca nell’anno mille e in seguito le “ lave” lo invasero nascondendone l’ingresso.
In un’edicola nell’angolo nord della cripta , nel 1579 si scoprì un’immagine della Madonna alla quale iniziarono ben presto a rivolgersi alcuni devoti. E’ la più antica raffigurazione mariana dell’arte paleocristiana di Napoli, forse del V o VI secolo. La pittura è quasi svanita e la si nota osservandola da lontano: la Madonna, seduta e velata, ha in braccio il Bambino che stende il braccio destro spiegando le prime tre dita della mano quasi per benedire o indicare la Trinità, mentre la mano sinistra è sul globo sormontato dalla croce e appoggiato sul ginocchio della madre.
A questa Madonna si attribuirono una serie di miracoli e divenne oggetto di culto popolare e meta di pellegrinaggi. Un frate domenicano, Antonino da Camerota, in poco tempo raccolse elemosine per costruire una chiesa in onore della Vergine. Fu accusato di superstizione, idolatria, raggiro ed estorsione di denaro ma il processo fu insabbiato e nel 1581 il frate fu scarcerato e riabilitato. Ripresero i lavori di costruzione della chiesa che fu ultimata in pochi anni.
Caratteristica delle catacombe di San Gaudioso sono le nicchie a forma di sedile, dette “cantarelle” che servivano per una particolare tecnica di inumazione : il morto veniva sistemato nella nicchia dotata di un vaso a due manici sottoposto e ricavato nel tufo ( da kantharos , coppa greca a calice con due anse, da cui cantaro che nelle basiliche cristiane era la vasca per le abluzioni e da cui è derivato più prosaicamente il vocabolo napoletano o’ cantaro, cioè il vaso da notte). Il defunto veniva messo a “scolare” fino alla decomposizione, così poi i suoi resti venivano deposti in un ossario comune o in una tomba privata .Si pensa che gli “schiatta muort” in origine fossero coloro incaricati di incastrare i defunti in questi sedili e dalle cantarelle sia derivato l’imprecazione napoletana “Puozze sculà!”, che di fatto è un pessimo augurio.
Sulle pareti dei cunicoli ci sono dipinti del VI secolo e particolari effigi funerarie del XVII secolo: sotto i teschi veri, incorporati nel muro nel Seicento, i corpi venivano dipinti con le vesti e i simboli del rango del defunto. Ai lati del cranio si segnavano le iniziali del nome e cognome del defunto, accompagnati da una citazione biblica. Qui trovarono sepoltura frati domenicani e aristocratici come il magistrato Diego Longobardo, morto nel 1632, le nobildonne Maria De Ponte e la principessa di Montesarchio Sveva Gesualda. Uomini e donne erano separati anche nella sepoltura eccetto due personaggi le cui mani si intrecciano sui rispettivi cuori. Una credenza popolare vuole siano gli sposi che morirono di crepacuore alla vista del fantasma del Capitano spagnolo, ossequiato da lei e offeso da lui nel Cimitero delle Fontanelle, che si presentò alle nozze.
Unico “ borghese” dipinto è il pittore Giovanni Balducci, al quale si attribuiscono gli affreschi delle catacombe, il cui nome compare per esteso e viene raffigurato con una riga nella mano destra e una tavolozza nella sinistra.
La morte domina sul tempo, che scorre inesorabile come la sabbia nella clessidra, e sull’effimero potere dei mortali rappresentato dalla corona e dallo scettro.
A Napoli si dice “ Basta a’ salute, tira a’ campà” perché in fondo “a tutto c’è rimedio, tranne alla morte”. Saggezza popolare che spiega l’inconfondibile vitalità ed ilarità partenopea maturata tenendo gli occhi aperti anche nelle tenebre, dove lo sguardo guarisce dagli affanni del mondo.
“Sono nato in Rione Sanità, il più famoso di Napoli. ..
La domenica pomeriggio le famiglie napoletane usavano riunirsi nelle case dell’una o dell’altra, e là chi suonava la chitarra, chi diceva la poesia, e chi cantava. I giovanotti guardavano le ragazze, gli tenevano la mano, si innamoravano”
Il Principe Antonio De Curtis
( in arte Totò)
Per approfondimenti ed informazioni www.catacombedinapoli.it
Hic sumus felices – le Lune di Pompei
Da maggio a ottobre 2010 il Parco Archeologico degli Scavi di Pompei ospita una nuova edizione di “ Le Lune di Pompei”. Nel chiarore magico e misterioso delle Lune Eterne ( la Luna di Morte, la Luna della Speranza, la Luna Virtuale, la Luna della Vita, la Luna che non c’è, la Luna che si Diverte) l’antica città sepolta racconta i misteri non svelati, che mai hanno abbandonato Pompei .
Il percorso parte dalla necropoli di Porta Nocera, prosegue nell’Orto dei Fuggiaschi, continua verso la Casa del Giardino d’Ercole, in via dell’Abbondanza, soffermandosi nella casa del profumiere, di Octavius Quartius,erroneamente chiamata in un primo tempo domus di Loreius Tiburtinus, di Venere in Conchiglia ed infine si conclude con suggestivi ed onirici giochi di luce nell’Anfiteatro. La voce dell’attore Luca Ward e alcune proiezioni guidano il pubblico in una suggestiva ed eterna realtà parallela per fare vivere e rivivere Pompei.
L’eruzione del Vesuvio, per l’esattezza del monte Somma, nel 79 d. C. fermò la vita di Pompei sotto una coltre di cenere e lapilli spessa 6-7 metri. La maggior parte degli abitanti, fuggiti dalle case, trovarono la morte sul litorale. I pochi rimasti, sperando di salvarsi nei sotterranei delle abitazioni, morirono asfissiati. Toccanti testimonianze della tragedia sono i calchi dei Fuggiaschi, ricostruiti dall’archeologo Giuseppe Fiorelli nel 1863 versando gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi nello stratto di cenere.
Camminare per le vie di uno dei siti archeologici più suggestivi e famosi del mondo, è sempre emozionante. È come viaggiare a ritroso nel tempo. Passeggiare di notte in una Pompei illuminata da splendenti Lune piene, seguendo un itinerario tracciato da fiammelle, è un’esperienza unica ed affascinante.
Passare in punta di piedi sulla strada esterna alla cinta della città e conducente a Nocera, fiancheggiata da numerosi sepolcri monumentali, dà l’impressione di violare e consacrare allo stesso tempo la profonda intimità della morte in una città apparentemente muta e deserta. Qui si coglie la ciclicità di vita e morte, ove la morte non è frattura o interruzione, ma è una delle incombenze dell’uomo, un continuum della vita, e la vita è commistione di otia e negotia , di sacro e profano confluenti nel mito.
“Si tenevano in casa le ceneri o le immagini dei propri avi; li si salutava entrando, i vivi restavano in contatto con loro; all’entrata della città, le loro tombe allineate ai due lati della strada, somigliavano a una prima città, quella dei fondatori”(H.Taine – “Viaggio in Italia”)
Qui però stranamente si continua a respirare la vita quotidiana dell’antichità nelle abitazioni e nelle botteghe, il fermento dei luoghi pubblici, la devozione per gli dei e la pietas per i defunti, il gusto raffinato per l’arte e i piaceri della vita, il valore del talento, dell’ingegno e dell’operosità.
Le Lune di Pompei splendono in alto riversando un’aura di bianca quiete su luoghi che raccontano a tutti per essere ascoltati da alcuni.
Gli orti, arricchiti di filari e di ulivi dalla chiome argentate, nel 1961 restituirono alla storia tredici vittime dell’eruzione, asfissiate dal gas e dalle ceneri durante la fuga. Nei cosiddetti Orti dei Fuggiaschi il destino di Pompei parla a chiunque. La pietas erompe alla vista di sagome contorte e sofferenti. L’immaginazione assume una dimensione tristemente più concreta, ma proprio quei calchi fanno rivivere la città. I vuoti dei corpi si riempiono di tutta la vita narrata sui muri e sui basoli sconnessi, nelle domus, tabernae, terme, nei teatri e nel foro dando una dimensione umana ad una civiltà grandiosa.
Ogni muro, colonna, cubiculum, peristilio, cespuglio di rosmarino, giardino interno respira ancora e l’immaginazione restituisce gli affreschi, i mosaici, le suppellettili e le statue che arricchivano gli spazi, ora deserti, dove ti senti un intruso in uno scenario fuori dal tempo e percepisci un invadente senso di solitudine che ti riempie di riverente stupore ed ammirazione per un qualcosa di irraggiungibile e grande.
Come il bello che traspare dalla domus più raffinate. E ti pare di sentire le fragranze della casa del profumiere, di vedere scorrere l’acqua nella lunga vasca di marmo, ombreggiata da una pergola, nella casa di Octavius Quartius e brillare al sole i personaggi mitici e leggendari di altri tempi e civiltà.
E ti chiedi chi possa avere calpestato quella strada, chi si sia fermato sull’uscio di quella locanda, chi sia l’autore di questi graffiti che, in tal caso, non informavano nè provocavano, ma comunicavano per davvero un modus vivendi.
“ HIC SUMUS FELICES” cioè “QUI SIAMO FELICI”.
Una solenne proclamazione di gioia e di vitalità collettiva che associo a tutte le genti che vivevano Pompei . Uno squillo per i secoli a venire , una speranza di buon augurio per noi, provenienti dal futuro, incapaci di definire la felicità, se non per difetto, e tanto meno di scrivere una cosa del genere sui muri di una qualsiasi città. “Qui siamo felici.” E sarà una delle magiche lune di Pompei o il fascino acuito dalle ombre di una dolce notte d’estate, sarà il mistero di queste strade percorse da chissà chi e di questi muri che raccontano più di mille parole, ma in questa scritta graffiata c’è tutta la vita, la forza prorompente e la grandezza di una civiltà. Qui siamo felici. E non provo invidia, ma commozione e un senso di compiaciuta appartenenza a un patrimonio universale, a una sorta di Eden nascosto, carpito attraverso le fonti storiche.
Pompei, maledetta dalla natura e benedetta dagli dei, suggestiona chiunque nei suoi chiaroscuri, nell’eco remota che risuona dentro, nella sua immensità costellata da vibranti fiammelle che segnano il percorso, quasi a ricordo del percorso esistenziale dell’umanità .
“Qui siamo felici” è l’epitaffio più bello in memoria di una città che ha ancora tanto da dire indistintamente a tutti.
Scontenti e perennemente incontentabili, riusciremo mai ad annunciare ai posteri “Qui siamo felici” non per effetto di una momentanea scarica di adrenalina o senza cedere ad una qualsiasi forma di finzione?
Le Lune di Pompei
Visite notturne degli Scavi di Pompei
maggio- ottobre 2010
www.lelunedipompei.it
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Gli uccelli mortali dell’anima


























































































































