Skip blog

Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'poesie' Category

I calabroni e le api.

 

ape

 

Era sorta fra l’Api e i Calabroni
per un favo di miel una gran lite,
di cui volevano essere padroni
d’ambo le parti e con furore tale,
che infine il grande affare
d’una Vespa fu tratto al tribunale.

La Vespa non sapea che giudicare.
Intorno al miel alcuni testimoni
dicean d’aver veduto bestie alate
giallo-nere, ronzanti e fusolate,
ma in queste condizioni
potevan esser api e calabroni.

Torna la Vespa allora a investigare,
interroga un intero formicaio,
ma le cose non restano più chiare.
Allor disse una Pecchia: – O non vi pare
che duri già da un pezzo questo guaio?
Il miele va in malora e a danno nostro;
ché mentre noi spendiamo in bollo e in tassa,
in carta, in procedura ed in inchiostro,
del nostro miel è il giudice che ingrassa.
Andiam invece ed api e calabroni
a lavorar nell’orto,
e le case ed i favi più ben fatti
indicheranno la ragione e il torto -.
Naturalmente dissero di no
i Calabroni, e il miele
alle Pecchie la Vespa giudicò.

Magari si facesse ogni processo,
come dicon che facciano in Turchia,
senza tutta la lunga litania
di spese e ciarle inutili d’adesso!
Il buon senso val più di tutti quanti
i codici, o, sofferto strazi e croci,
il giudice di solito ha le noci,
e non restan che i gusci ai litiganti.

 

 

 (Jean de La Fontaine : Favole- Libro primo)

 

 

8 comments

Pablo Neruda (da Cento sonetti d’amore)

 

marc-chagall-fleurs-sur-fond-rouge-1970-8097712

XVII

 

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l’ombra e l’anima.
T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T’amo senza sapere come, nè quando nè da dove,
t’amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perchè non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

 

 

 

12 comments

Silenzio

 

opera scultorea-di-Cosimo-Fanzago

   

 

              

Benchè l’onda delle parole ci sovrasti sempre,

le nostre profondità sono sempre silenti.

 

Kahlil Gibran

(Sabbia e schiuma)

 

 

 

 

 

7 comments

Jorge Luis Borges

 

Il sogno 

 

Se il sonno fosse (c’è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t’han rubato una fortuna?
Perché è triste levarsi presto? L’ora
ci deruba d’un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell’ombra,
d’un mondo intemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell’oscuro
sonno, dall’altra parte del tuo muro?

 

6 comments

Auguri, Signor Presidente!

Barack Obama, 44esimo Presidente degli Stati Uniti, è già il simbolo di una svolta storica, non solo per gli americani ma per il mondo intero. 

È riuscito a trasmettere un sogno e  una speranza in un momento critico ovunque. Ormai le aspettative fiduciose di tanti sono rivolte a lui e di certo non sarà facile riuscire a non deluderle, a realizzare quei messaggi di pace, ripresa, crescita, rispetto dello stato di diritto e dei diritti dell’uomo che hanno suscitato larghi consensi.

In occasione del giuramento Elizabeth Alexander, capo del dipartimento di studi afroamericani all’Università di Yale, ha letto una poesia inaugurale (Praise song for the day) di cui riporto la traduzione.

“Ogni giorno viviamo le nostre vite, incrociandoci, attirando i nostri sguardi oppure no, sul punto di parlare o parlando. Intorno a noi il rumore, intorno a noi il rumore e rovi e spine e il frastuono, ciascuno dei nostri antenati sulla nostra lingua. Qualcuno sta cucendo l’orlo di una gonna, rattoppando un’uniforme, sistemando un pneumatico, riparando le cose da riparare.

Da qualche parte, qualcuno sta provando a fare musica con un paio di mestoli di legno su un barile di benzina, con un violoncello, con uno stereo portatile, un’armonica, la voce.

Una donna aspetta l’autobus con il figlio.

Un contadino scruta il cielo che cambia; un insegnante ordina: “Tirate fuori le matite. Iniziate”.

Ci incontriamo tutti nelle parole. Parole taglienti o vellutate, sussurrate o declamate, parole su cui riflettere e riflettere ancora.

Attraversiamo strade sterrate o autostrade che segnano la volontà di qualcuno, e altri che hanno detto: “Devo vedere che cosa c’è dall’altro lato, so che c’è qualcosa di meglio alla fine della strada”.

Abbiamo bisogno di trovare un posto dove essere al sicuro; andiamo dritti verso ciò che non possiamo ancora vedere.

Ditelo chiaramente, dite che molti sono morti in nome di questo giorno. Cantate i nomi dei morti che ci hanno portato qui, che hanno posato i binari, eretto i ponti, raccolto il cotone e l’insalata, costruito mattone dopo mattone gli edifici risplendenti nei quali avrebbero poi lavorato e che avrebbero tenuto puliti.

Un inno di lode per questa lotta, un inno di lode per questo giorno; un inno di lode per ogni cartello scritto a mano, per ogni lettura al tavolo di una cucina.

Qualcuno vive secondo la massima “Ama il prossimo tuo come te stesso”; altri secondo “Primo non far male a nessuno” o “Non prendere più di quanto tu abbia bisogno”.

Ma se la parola più potente fosse l’amore? L’amore che va al di là di quello coniugale, filiale, patriottico; l’amore che getta una luce sempre più ampia, l’amore che non ha bisogno di prevenire il dolore.

In questa nitida scintilla, quest’aria invernale, tutto è possibile, qualsiasi frase può essere iniziata.

Sull’orlo, sul ciglio, sulla cuspide – un inno di lode per fare un passo in quella luce”.

Auguri stelluminosi, Signor Presidente!

11 comments

La storia

montale

 

La storia non si snoda

come una catena

di anelli ininterrotta.

In ogni caso

molti anelli non tengono.

La storia non contiene

il prima e il dopo,

nulla che in lei borbotti

a lento fuoco.

La storia non è prodotta

da chi la pensa e neppure

da chi l’ignora. La storia

non si fa strada, si ostina,

detesta il poco a poco, non procede

né recede, si sposta di binario

e la sua direzione

non è nell’orario.

La storia non giustifica

e non deplora,

la storia non è intrinseca

perché è fuori.

La storia non somministra carezze o colpi di frusta.

La storia non è magistra

di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve

a farla più vera e più giusta.

 

La storia non è poi

la devastante ruspa che si dice.

Lascia sottopassaggi, cripte, buche

e nascondigli. C’è chi sopravvive.

La storia è anche benevola: distrugge

quanto più può: se esagerasse, certo

sarebbe meglio, ma la storia è a corto

di notizie, non compie tutte le sue vendette.

 

La storia gratta il fondo

come una rete a strascico

con qualche strappo e più di un pesce sfugge.

Qualche volta s’incontra l’ectoplasma

d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.

Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.

Gli altri, nel sacco, si credono

più liberi di lui.

 

 Eugenio Montale

 

5 comments

Ho dipinto la pace

 

Avevo una scatola di colori                        pace3
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso 

per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero 

per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco 

per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo 

per la sabbia ardente,
ma avevo l’arancio 

per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace.

 

Tali Sorek

2 comments

Inverno

 

inverno-1

 

 

Inverno, gracili sogni

sfioriscono sugli origlieri, (cuscini, guanciali)

giardini lontani fra nebbie

nella pianura che sfuma

in mezzo alle luci dell’alba.

Voci come in un ricordo

d’infanzia, prigioniere del gelo,

s’allontanano verso la campagna:

ninfe dagli occhi dolci e chiari

fra gli alberi spogli, sotto il cielo grigio,

cacciatori che attraversano un ruscello,

mentre uno stormo d’uccelli s’alza in volo.

 

Là in fondo quella casa

che ospitale appare,

coperta di bianco,

in un silenzio da fiaba.

E attraverso i vetri

si vede la fiamma rossa

nel caminetto vacillare.

 

I treni arrivano,

è domenica, è Natale?

Più non scende lieve

sulla terra la neve.

 

Attilio Bertolucci

 

 

 

5 comments

Il gatto inverno.

 inverno4

              

                 Ai vetri della scuola stamattina                

l’inverno strofina

la sua schiena nuvolosa

come un vecchio gatto grigio:

con la nebbia fa i giochi di prestigio,

le case fa sparire

e ricomparire;

con le zampe di neve imbianca il suolo

e per coda ha un ghiacciolo…

Sì, signora maestra,

mi sono un po’ distratto:

ma per forza, con quel gatto,

con l’inverno alla finestra

che mi ruba i pensieri

e se li porta in slitta

per allegri sentieri.

Invano io li richiamo:

si saranno impigliati in qualche ramo

spoglio;

o per dolce imbroglio, chiotti chiotti,

fingon d’esser merli e passerotti.

 

 

Gianni Rodari

 

 

5 comments

Canta, canta la cicala…

 

 La cicala depone uova negli steli d’erba dalle quali a settembre si schiudono le ninfe che sprofondano nella terra; le larve di cicala vivono circa quattro anni sottoterra e, dopo i sette stadi larvali, raggiungono la maturità e iniziano una nuova vita all’aperto. La cicala si nutre della dolce linfa delle piante, perforandone lo xilema ( tessuto vascolare); invece le formiche, insetti iperattivi di una comunità sociale super organizzata ove ogni componente ha un ruolo specifico ben definito, spesso sono attratte dalla linfa scoperta dalla cicala e accorrono per sfamarsi, costringendola a spostarsi e a trivellare la pianta in altri punti .

La famosa favola di La Fontaine   narra invece di una formica laboriosa e provvida che faticava sotto il sole per accumulare provviste per l’inverno, mentre la cicala si dedicava all’ozio estivo e al canto.Quando arrivò il freddo, la cicala affamata chiese aiuto alla formica ma

“La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. – Brava, ho gusto;
balla adesso, se ti pare.”

Trilussa ribalta il finale in

La Cecala d’oggi

 

Una Cecala, che pijava er fresco

all’ombra der grispigno ( insalata) e de l’ortica,

pe’ da’ la cojonella (per canzonare) a ‘na Formica

cantò ‘sto ritornello romanesco:

“ Fiore de pane,

io me la godo, canto e sto benone,

e invece tu fatichi come un cane.

“ Eh! da qui ar bel vedé ce corre poco:

- rispose la Formica -

nun t’hai da crede mica

ch’er sole scotti sempre come er foco!

A momenti verrà la tramontana:

commare, stacce attenta…”  

Quanno venne l’inverno

la Formica se chiuse ne la tana.

ma, ner sentì che la Cecala amica

seguitava a cantà tutta contenta,

uscì fòra e je disse:  “Ancora canti?

ancora nu’ la pianti?”

“ Io? – fece la Cecala – manco a dillo:

quer che facevo prima faccio adesso;

mó ciò l’amante: me mantiè quer Grillo

che ‘sto giugno me stava sempre appresso.

Che dichi? l’onestà? Quanto sei cicia! ( di poco spirito)

M’aricordo mi’ nonna che diceva:

Chi lavora cià appena una camicia,

e sai chi ce n’ha due? Chi se la leva.”

 

Se la morale della favola di La Fontaine è “chi nulla mai fa, nulla mai ottiene”, nei versi di Trilussa i marpioni ottengono comunque, senza troppi sforzi e lunghe attese.

In verità in entrambi i casi la cicala vive spensieratamente  il presente senza troppi timori per il futuro…

 

E voi, vi sentite più cicala o più formica?

9 comments

« Previous PageNext Page »