Archive for the 'poesie' Category
I calabroni e le api.

per un favo di miel una gran lite,
di cui volevano essere padroni
d’ambo le parti e con furore tale,
che infine il grande affare
d’una Vespa fu tratto al tribunale.
La Vespa non sapea che giudicare.
Intorno al miel alcuni testimoni
dicean d’aver veduto bestie alate
giallo-nere, ronzanti e fusolate,
ma in queste condizioni
potevan esser api e calabroni.
Torna la Vespa allora a investigare,
interroga un intero formicaio,
ma le cose non restano più chiare.
Allor disse una Pecchia: – O non vi pare
che duri già da un pezzo questo guaio?
Il miele va in malora e a danno nostro;
ché mentre noi spendiamo in bollo e in tassa,
in carta, in procedura ed in inchiostro,
del nostro miel è il giudice che ingrassa.
Andiam invece ed api e calabroni
a lavorar nell’orto,
e le case ed i favi più ben fatti
indicheranno la ragione e il torto -.
Naturalmente dissero di no
i Calabroni, e il miele
alle Pecchie la Vespa giudicò.
Magari si facesse ogni processo,
come dicon che facciano in Turchia,
senza tutta la lunga litania
di spese e ciarle inutili d’adesso!
Il buon senso val più di tutti quanti
i codici, o, sofferto strazi e croci,
il giudice di solito ha le noci,
e non restan che i gusci ai litiganti.
(Jean de La Fontaine : Favole- Libro primo)
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Pablo Neruda (da Cento sonetti d’amore)

XVII
Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l’ombra e l’anima.
T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T’amo senza sapere come, nè quando nè da dove,
t’amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perchè non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
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Silenzio

Benchè l’onda delle parole ci sovrasti sempre,
le nostre profondità sono sempre silenti.
Kahlil Gibran
(Sabbia e schiuma)
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Jorge Luis Borges
Il sogno
Se il sonno fosse (c’è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t’han rubato una fortuna?
Perché è triste levarsi presto? L’ora
ci deruba d’un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell’ombra,
d’un mondo intemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell’oscuro
sonno, dall’altra parte del tuo muro?
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Auguri, Signor Presidente!
Barack Obama, 44esimo Presidente degli Stati Uniti, è già il simbolo di una svolta storica, non solo per gli americani ma per il mondo intero.
È riuscito a trasmettere un sogno e una speranza in un momento critico ovunque. Ormai le aspettative fiduciose di tanti sono rivolte a lui e di certo non sarà facile riuscire a non deluderle, a realizzare quei messaggi di pace, ripresa, crescita, rispetto dello stato di diritto e dei diritti dell’uomo che hanno suscitato larghi consensi.
In occasione del giuramento Elizabeth Alexander, capo del dipartimento di studi afroamericani all’Università di Yale, ha letto una poesia inaugurale (Praise song for the day) di cui riporto la traduzione.
“Ogni giorno viviamo le nostre vite, incrociandoci, attirando i nostri sguardi oppure no, sul punto di parlare o parlando. Intorno a noi il rumore, intorno a noi il rumore e rovi e spine e il frastuono, ciascuno dei nostri antenati sulla nostra lingua. Qualcuno sta cucendo l’orlo di una gonna, rattoppando un’uniforme, sistemando un pneumatico, riparando le cose da riparare.
Da qualche parte, qualcuno sta provando a fare musica con un paio di mestoli di legno su un barile di benzina, con un violoncello, con uno stereo portatile, un’armonica, la voce.
Una donna aspetta l’autobus con il figlio.
Un contadino scruta il cielo che cambia; un insegnante ordina: “Tirate fuori le matite. Iniziate”.
Ci incontriamo tutti nelle parole. Parole taglienti o vellutate, sussurrate o declamate, parole su cui riflettere e riflettere ancora.
Attraversiamo strade sterrate o autostrade che segnano la volontà di qualcuno, e altri che hanno detto: “Devo vedere che cosa c’è dall’altro lato, so che c’è qualcosa di meglio alla fine della strada”.
Abbiamo bisogno di trovare un posto dove essere al sicuro; andiamo dritti verso ciò che non possiamo ancora vedere.
Ditelo chiaramente, dite che molti sono morti in nome di questo giorno. Cantate i nomi dei morti che ci hanno portato qui, che hanno posato i binari, eretto i ponti, raccolto il cotone e l’insalata, costruito mattone dopo mattone gli edifici risplendenti nei quali avrebbero poi lavorato e che avrebbero tenuto puliti.
Un inno di lode per questa lotta, un inno di lode per questo giorno; un inno di lode per ogni cartello scritto a mano, per ogni lettura al tavolo di una cucina.
Qualcuno vive secondo la massima “Ama il prossimo tuo come te stesso”; altri secondo “Primo non far male a nessuno” o “Non prendere più di quanto tu abbia bisogno”.
Ma se la parola più potente fosse l’amore? L’amore che va al di là di quello coniugale, filiale, patriottico; l’amore che getta una luce sempre più ampia, l’amore che non ha bisogno di prevenire il dolore.
In questa nitida scintilla, quest’aria invernale, tutto è possibile, qualsiasi frase può essere iniziata.
Sull’orlo, sul ciglio, sulla cuspide – un inno di lode per fare un passo in quella luce”.
Auguri stelluminosi, Signor Presidente!
11 commentsLa storia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
Eugenio Montale
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Ho dipinto la pace
Avevo una scatola di colori 
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero
per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo
per la sabbia ardente,
ma avevo l’arancio
per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace.
Tali Sorek
Inverno

Inverno, gracili sogni
sfioriscono sugli origlieri, (cuscini, guanciali)
giardini lontani fra nebbie
nella pianura che sfuma
in mezzo alle luci dell’alba.
Voci come in un ricordo
d’infanzia, prigioniere del gelo,
s’allontanano verso la campagna:
ninfe dagli occhi dolci e chiari
fra gli alberi spogli, sotto il cielo grigio,
cacciatori che attraversano un ruscello,
mentre uno stormo d’uccelli s’alza in volo.
Là in fondo quella casa
che ospitale appare,
coperta di bianco,
in un silenzio da fiaba.
E attraverso i vetri
si vede la fiamma rossa
nel caminetto vacillare.
I treni arrivano,
è domenica, è Natale?
Più non scende lieve
sulla terra la neve.
Attilio Bertolucci
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Il gatto inverno.

Ai vetri della scuola stamattina
l’inverno strofina
la sua schiena nuvolosa
come un vecchio gatto grigio:
con la nebbia fa i giochi di prestigio,
le case fa sparire
e ricomparire;
con le zampe di neve imbianca il suolo
e per coda ha un ghiacciolo…
Sì, signora maestra,
mi sono un po’ distratto:
ma per forza, con quel gatto,
con l’inverno alla finestra
che mi ruba i pensieri
e se li porta in slitta
per allegri sentieri.
Invano io li richiamo:
si saranno impigliati in qualche ramo
spoglio;
o per dolce imbroglio, chiotti chiotti,
fingon d’esser merli e passerotti.
Gianni Rodari
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Canta, canta la cicala…
La cicala depone uova negli steli d’erba dalle quali a settembre si schiudono le ninfe che sprofondano nella terra; le larve di cicala vivono circa quattro anni sottoterra e, dopo i sette stadi larvali, raggiungono la maturità e iniziano una nuova vita all’aperto. La cicala si nutre della dolce linfa delle piante, perforandone lo xilema ( tessuto vascolare); invece le formiche, insetti iperattivi di una comunità sociale super organizzata ove ogni componente ha un ruolo specifico ben definito, spesso sono attratte dalla linfa scoperta dalla cicala e accorrono per sfamarsi, costringendola a spostarsi e a trivellare la pianta in altri punti .
La famosa favola di La Fontaine narra invece di una formica laboriosa e provvida che faticava sotto il sole per accumulare provviste per l’inverno, mentre la cicala si dedicava all’ozio estivo e al canto.Quando arrivò il freddo, la cicala affamata chiese aiuto alla formica ma
“La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. – Brava, ho gusto;
balla adesso, se ti pare.”
Trilussa ribalta il finale in
La Cecala d’oggi
Una Cecala, che pijava er fresco
all’ombra der grispigno ( insalata) e de l’ortica,
pe’ da’ la cojonella (per canzonare) a ‘na Formica
cantò ‘sto ritornello romanesco:
“ Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane. “
“ Eh! da qui ar bel vedé ce corre poco:
- rispose la Formica -
nun t’hai da crede mica
ch’er sole scotti sempre come er foco!
A momenti verrà la tramontana:
commare, stacce attenta…”
Quanno venne l’inverno
la Formica se chiuse ne la tana.
ma, ner sentì che la Cecala amica
seguitava a cantà tutta contenta,
uscì fòra e je disse: “Ancora canti?
ancora nu’ la pianti?”
“ Io? – fece la Cecala – manco a dillo:
quer che facevo prima faccio adesso;
mó ciò l’amante: me mantiè quer Grillo
che ‘sto giugno me stava sempre appresso.
Che dichi? l’onestà? Quanto sei cicia! ( di poco spirito)
M’aricordo mi’ nonna che diceva:
Chi lavora cià appena una camicia,
e sai chi ce n’ha due? Chi se la leva.”
Se la morale della favola di La Fontaine è “chi nulla mai fa, nulla mai ottiene”, nei versi di Trilussa i marpioni ottengono comunque, senza troppi sforzi e lunghe attese.
In verità in entrambi i casi la cicala vive spensieratamente il presente senza troppi timori per il futuro…
E voi, vi sentite più cicala o più formica?
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