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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'poesie' Category

Silenzio

 

opera scultorea-di-Cosimo-Fanzago

   

 

              

Benchè l’onda delle parole ci sovrasti sempre,

le nostre profondità sono sempre silenti.

 

Kahlil Gibran

(Sabbia e schiuma)

 

 

 

 

 

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Jorge Luis Borges

 

Il sogno 

 

Se il sonno fosse (c’è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t’han rubato una fortuna?
Perché è triste levarsi presto? L’ora
ci deruba d’un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora
di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell’ombra,
d’un mondo intemporale, senza nome,
che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell’oscuro
sonno, dall’altra parte del tuo muro?

 

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Auguri, Signor Presidente!

Barack Obama, 44esimo Presidente degli Stati Uniti, è già il simbolo di una svolta storica, non solo per gli americani ma per il mondo intero. 

È riuscito a trasmettere un sogno e  una speranza in un momento critico ovunque. Ormai le aspettative fiduciose di tanti sono rivolte a lui e di certo non sarà facile riuscire a non deluderle, a realizzare quei messaggi di pace, ripresa, crescita, rispetto dello stato di diritto e dei diritti dell’uomo che hanno suscitato larghi consensi.

In occasione del giuramento Elizabeth Alexander, capo del dipartimento di studi afroamericani all’Università di Yale, ha letto una poesia inaugurale (Praise song for the day) di cui riporto la traduzione.

“Ogni giorno viviamo le nostre vite, incrociandoci, attirando i nostri sguardi oppure no, sul punto di parlare o parlando. Intorno a noi il rumore, intorno a noi il rumore e rovi e spine e il frastuono, ciascuno dei nostri antenati sulla nostra lingua. Qualcuno sta cucendo l’orlo di una gonna, rattoppando un’uniforme, sistemando un pneumatico, riparando le cose da riparare.

Da qualche parte, qualcuno sta provando a fare musica con un paio di mestoli di legno su un barile di benzina, con un violoncello, con uno stereo portatile, un’armonica, la voce.

Una donna aspetta l’autobus con il figlio.

Un contadino scruta il cielo che cambia; un insegnante ordina: “Tirate fuori le matite. Iniziate”.

Ci incontriamo tutti nelle parole. Parole taglienti o vellutate, sussurrate o declamate, parole su cui riflettere e riflettere ancora.

Attraversiamo strade sterrate o autostrade che segnano la volontà di qualcuno, e altri che hanno detto: “Devo vedere che cosa c’è dall’altro lato, so che c’è qualcosa di meglio alla fine della strada”.

Abbiamo bisogno di trovare un posto dove essere al sicuro; andiamo dritti verso ciò che non possiamo ancora vedere.

Ditelo chiaramente, dite che molti sono morti in nome di questo giorno. Cantate i nomi dei morti che ci hanno portato qui, che hanno posato i binari, eretto i ponti, raccolto il cotone e l’insalata, costruito mattone dopo mattone gli edifici risplendenti nei quali avrebbero poi lavorato e che avrebbero tenuto puliti.

Un inno di lode per questa lotta, un inno di lode per questo giorno; un inno di lode per ogni cartello scritto a mano, per ogni lettura al tavolo di una cucina.

Qualcuno vive secondo la massima “Ama il prossimo tuo come te stesso”; altri secondo “Primo non far male a nessuno” o “Non prendere più di quanto tu abbia bisogno”.

Ma se la parola più potente fosse l’amore? L’amore che va al di là di quello coniugale, filiale, patriottico; l’amore che getta una luce sempre più ampia, l’amore che non ha bisogno di prevenire il dolore.

In questa nitida scintilla, quest’aria invernale, tutto è possibile, qualsiasi frase può essere iniziata.

Sull’orlo, sul ciglio, sulla cuspide – un inno di lode per fare un passo in quella luce”.

Auguri stelluminosi, Signor Presidente!

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La storia

montale

 

La storia non si snoda

come una catena

di anelli ininterrotta.

In ogni caso

molti anelli non tengono.

La storia non contiene

il prima e il dopo,

nulla che in lei borbotti

a lento fuoco.

La storia non è prodotta

da chi la pensa e neppure

da chi l’ignora. La storia

non si fa strada, si ostina,

detesta il poco a poco, non procede

né recede, si sposta di binario

e la sua direzione

non è nell’orario.

La storia non giustifica

e non deplora,

la storia non è intrinseca

perché è fuori.

La storia non somministra carezze o colpi di frusta.

La storia non è magistra

di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve

a farla più vera e più giusta.

 

La storia non è poi

la devastante ruspa che si dice.

Lascia sottopassaggi, cripte, buche

e nascondigli. C’è chi sopravvive.

La storia è anche benevola: distrugge

quanto più può: se esagerasse, certo

sarebbe meglio, ma la storia è a corto

di notizie, non compie tutte le sue vendette.

 

La storia gratta il fondo

come una rete a strascico

con qualche strappo e più di un pesce sfugge.

Qualche volta s’incontra l’ectoplasma

d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.

Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.

Gli altri, nel sacco, si credono

più liberi di lui.

 

 Eugenio Montale

 

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Ho dipinto la pace

 

Avevo una scatola di colori                        pace3
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso 

per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero 

per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco 

per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo 

per la sabbia ardente,
ma avevo l’arancio 

per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace.

 

Tali Sorek

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Inverno

 

inverno-1

 

 

Inverno, gracili sogni

sfioriscono sugli origlieri, (cuscini, guanciali)

giardini lontani fra nebbie

nella pianura che sfuma

in mezzo alle luci dell’alba.

Voci come in un ricordo

d’infanzia, prigioniere del gelo,

s’allontanano verso la campagna:

ninfe dagli occhi dolci e chiari

fra gli alberi spogli, sotto il cielo grigio,

cacciatori che attraversano un ruscello,

mentre uno stormo d’uccelli s’alza in volo.

 

Là in fondo quella casa

che ospitale appare,

coperta di bianco,

in un silenzio da fiaba.

E attraverso i vetri

si vede la fiamma rossa

nel caminetto vacillare.

 

I treni arrivano,

è domenica, è Natale?

Più non scende lieve

sulla terra la neve.

 

Attilio Bertolucci

 

 

 

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Il gatto inverno.

 inverno4

              

                 Ai vetri della scuola stamattina                

l’inverno strofina

la sua schiena nuvolosa

come un vecchio gatto grigio:

con la nebbia fa i giochi di prestigio,

le case fa sparire

e ricomparire;

con le zampe di neve imbianca il suolo

e per coda ha un ghiacciolo…

Sì, signora maestra,

mi sono un po’ distratto:

ma per forza, con quel gatto,

con l’inverno alla finestra

che mi ruba i pensieri

e se li porta in slitta

per allegri sentieri.

Invano io li richiamo:

si saranno impigliati in qualche ramo

spoglio;

o per dolce imbroglio, chiotti chiotti,

fingon d’esser merli e passerotti.

 

 

Gianni Rodari

 

 

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Canta, canta la cicala…

 

 La cicala depone uova negli steli d’erba dalle quali a settembre si schiudono le ninfe che sprofondano nella terra; le larve di cicala vivono circa quattro anni sottoterra e, dopo i sette stadi larvali, raggiungono la maturità e iniziano una nuova vita all’aperto. La cicala si nutre della dolce linfa delle piante, perforandone lo xilema ( tessuto vascolare); invece le formiche, insetti iperattivi di una comunità sociale super organizzata ove ogni componente ha un ruolo specifico ben definito, spesso sono attratte dalla linfa scoperta dalla cicala e accorrono per sfamarsi, costringendola a spostarsi e a trivellare la pianta in altri punti .

La famosa favola di La Fontaine   narra invece di una formica laboriosa e provvida che faticava sotto il sole per accumulare provviste per l’inverno, mentre la cicala si dedicava all’ozio estivo e al canto.Quando arrivò il freddo, la cicala affamata chiese aiuto alla formica ma

“La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. – Brava, ho gusto;
balla adesso, se ti pare.”

Trilussa ribalta il finale in

La Cecala d’oggi

 

Una Cecala, che pijava er fresco

all’ombra der grispigno ( insalata) e de l’ortica,

pe’ da’ la cojonella (per canzonare) a ‘na Formica

cantò ‘sto ritornello romanesco:

“ Fiore de pane,

io me la godo, canto e sto benone,

e invece tu fatichi come un cane.

“ Eh! da qui ar bel vedé ce corre poco:

- rispose la Formica -

nun t’hai da crede mica

ch’er sole scotti sempre come er foco!

A momenti verrà la tramontana:

commare, stacce attenta…”  

Quanno venne l’inverno

la Formica se chiuse ne la tana.

ma, ner sentì che la Cecala amica

seguitava a cantà tutta contenta,

uscì fòra e je disse:  “Ancora canti?

ancora nu’ la pianti?”

“ Io? – fece la Cecala – manco a dillo:

quer che facevo prima faccio adesso;

mó ciò l’amante: me mantiè quer Grillo

che ‘sto giugno me stava sempre appresso.

Che dichi? l’onestà? Quanto sei cicia! ( di poco spirito)

M’aricordo mi’ nonna che diceva:

Chi lavora cià appena una camicia,

e sai chi ce n’ha due? Chi se la leva.”

 

Se la morale della favola di La Fontaine è “chi nulla mai fa, nulla mai ottiene”, nei versi di Trilussa i marpioni ottengono comunque, senza troppi sforzi e lunghe attese.

In verità in entrambi i casi la cicala vive spensieratamente  il presente senza troppi timori per il futuro…

 

E voi, vi sentite più cicala o più formica?

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” ‘A fenesta” di Eduardo De Filippo

 

A fenesta                                                        La finestra

 

E tengo na fenesta a pianterreno,                     Ho una finestra al pianterreno

c‘affaccia int’ a na strada scanusciuta;             che affaccia su una strada sconosciuta;

cu n’aria profumata, e na veduta,                      con un’aria profumata, e una veduta

ca si t’affacce, nun t’ ‘a scuorde cchiù.              che se t’affacci, non la scordi più.

 

Si stongo ‘e buonumore, affacci’ a mmare,     Se sono di buonumore, m’affaccio sul mare

e veco semp’ ‘o stesso bastimento                   e vedo sempre lo stesso bastimento

ca parte chin’ ‘e fede e sentimento,                 che parte pieno di fede e sentimento,

e c’ ‘a bandiera d’ ‘a sincerità.                         e con la bandiera della sincerità.

 

Parte ciuro, e nun arriva maje.                         Parte sicuro, e non arriva mai.

Quanno s’abbìa, sabbìa c’ ‘o maistrale;          Quando s’avvia, parte col maestrale;

ma ncòccia sempre ‘o stesso tempurale,         ma s’imbatte sempre nello stesso temporale,

o stesso maletiempo, e adda turnà!                 lo stesso maltempo, e deve tornare!

 

Quanno senza speranza, e senz’ammore         Quando senza speranza, e senza amore

m‘affaccio e vec’ ‘o stesso bastimento,             m’affaccio e vedo lo stesso bastimento

nce mengo dinto ‘o core mio scuntento,           non ci metto dentro il mio cuore scontento

e c’ ‘o mare ntempesta dico: “Va”.                   e col mare in tempesta dico: Va’

 

Quann’è bontiempo, ognuno è marenaro        Quando è buon tempo, ognuno è navigante

e se vulesse mettere a temmone…                   e vorrebbe mettersi al timone…

C‘ ‘o mare ncalma, tutte songo buone             Col mare calmo, tutti sono capaci

e purtà nu vapore a passià.                               a governare la nave.

 

Miéttece a buord’ ‘o bene ch’ ‘e vuluto,         Mettici a bordo il bene che hai voluto,

e tutt’ ‘o chianto amaro ch’è custato…          e tutto il pianto amaro che è costato.

Nisciunu bastimento s’è affunnato                 Nessun bastimento è affondato

quanno ce’ ‘e miso a buordo ‘a Verità.           quando ci hai messo a bordo la Verità.

 

1947

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Il cielo è di tutti

 

 

Qualcuno che la sa lunga

mi spieghi questo mistero:

il cielo è di tutti gli occhi

di ogni occhio è il cielo intero.

 

È mio, quando lo guardo.

È del vecchio, del bambino,

del re, dell’ortolano,

del poeta, dello spazzino.

 

Non c’è povero tanto povero

che non ne sia il padrone.

Il coniglio spaurito

ne ha quanto il leone.

 

Il cielo è di tutti gli occhi,

ed ogni occhio, se vuole,

si prende la luna intera

le stelle comete, il sole.

 

Ogni occhio si prende ogni cosa

e non manca mai niente:

chi guarda il cielo per ultimo

non lo trova meno splendente.

 

Spiegatemi voi dunque,

in prosa o in versetti,

perché il cielo è uno solo

e la terra è tutta a pezzetti.

 

(Gianni Rodari)

 

 

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