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La dannazione di Haiti
Gli incantevoli paesaggi dei Caraibi, che spiccano sui depliant pubblicitari, sono rimossi da immagini crudelmente reali che di recente scuotono la coscienza del mondo intero. Haiti, perla francese nel XVIII secolo, ha pagato l’ indipendenza con degrado e miseria, per noi inimmaginabili. Da tempo la gente ha abbandonato le campagne per ammassarsi in città che non offrono né lavoro né speranza, e ha vissuto alla mercè di dittatori come Francois Duvalier, “papa doc”, e di suo figlio baby doc, artefici di terrificanti e cruente follie e dell’esodo di quella fascia della popolazione che dava fastidio, perché consapevole dei soprusi. Agli occhi dei paesi civili Haiti è una realtà straordinariamente infernale, raccolta e assistita dai tanti missionari e operatori di associazioni umanitarie, che da decenni s’adoprano per garantire la sopravvivenza ad una delle popolazioni più dannate e povere della Terra. I potenti si stanno impegnando in una gara di solidarietà, forse per riscattarsi da gravi dimenticanze. Pare che la natura, con un terremoto 35 volte più forte di quello che ha colpito L’Aquila, abbia steso un velo pietoso su uno scempio provocato dagli uomini. La natura fa il suo corso e ricorda un’umanità che fa i conti con la morte tutti i giorni. I morti, abbandonati per strada o trasportati con mezzi di fortuna, ci turbano. Il riconoscimento di una salma, con un nome e una degna sepoltura, è una mera formalità, quasi un lusso in un paese in cui finora sono state negate l’identità della persona e la dignità ai vivi. Haiti appare come il paese dei morti viventi, relegati in un continuo stillicidio di violazione di diritti umani, dove è prassi consolidata abbandonare e schiavizzare i bambini, dove il 60% dei piccoli non compie cinque anni e l’ 80 % della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, varcando a stento la soglia dei 50 anni, privilegiata condanna ad un’esistenza in baracche senza acqua e luce , in strade in cui il più forte e armato prevale sul più debole perpetrando ogni forma violenza e razzia di beni, vite e anime.
Gli zombi, anime soggiogate da riti vudù e dalla superstizione, questa volta non resusciteranno dagli Inferi. Il sisma ricorda che l’inferno è su questa Terra ed è voluto dagli uomini. Ad Haiti i vivi muoiono tra mille emergenze e i morti rivivono nella magica confusione di miti, superstizione, fede, paura, sacrificio e rinascita. Ad Haiti la natura incontaminata si ribella periodicamente nel ritmo di canti e danze che alleviano stenti e paure, consacrano l’istinto vitale ed esorcizzano la brutalità dell’uomo, in un vortice di seducente bellezza, inebriante stordimento, fatalistica rassegnazione che diabolicamente sconfinano dal divino.
Questa forse è la ragione per cui si prova pietà e solidarietà per le vittime, ma soprattutto un senso di colpa per avere ignorato quella schiera di oppressi che come ombre, silenziosamente invisibili, da tempo sovrappopolano una terra dimenticata e in balia di se stessa. Ora Haiti a stento piange chi è rimasto sotto le macerie, ma chiede aiuto alla Comunità internazionale con la disperazione di chi finora è rimasto schiavo di altri mali.
Qui per aiutare Haiti.
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Erre… come Rosarno
Rissosa rivolta di raggirati reietti rappresenta reazione a regia di reprobi, rapaci rais. Ragazzi racimolavano ridicole retribuzioni, raccogliendo.
Recentemente raggrumano rantolanti respiri mentre rapide ruspe raspano Rognetta, rivoltano rancidi rifiuti e resti di riscossa.
Rimpatrio , risarcito rimborso di rinnegato rispetto nelle rimbalzanti responsabilità, risveglierà rimorsi? Rosarno resterà roccaforte di rustici rampanti che reingaggeranno remissive reclute, riconquisteranno recinti, o riconoscerà rovinose ribalderie? Ruggente si riarmerà, resisterà per risanarsi, ricostruire relazioni, redimersi, o ruffianamente riverirà racket e ragguardevoli rampolli reggicoda?
Reiterata recrudescenza ricerca riflessioni, rivendica regole, raccomanda reale e reciproco recupero. Rabbia e revanscismo reclamano ragionevoli rimedi, risposte, risultati.
Requiescat Rognetta, rugginoso ritratto, risaputo reflusso, rude radiografia di rilassata Repubblica.
Recondita rapsodia riconcili, restituisca rispetto a reduci di rivolta, relegati in rinunce, ricatti e restrizioni. Redivivi repressi raggranellano rare reliquie di remoti ricordi, rimpiante ragnatele di radici.
Rincresce ricordare, romita Rosarno!
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Sul crocifisso in aula.
La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha accolto il ricorso presentato da una cittadina italo- finlandese atea che nel 2002 chiese all’istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato. Poiché la direzione della scuola diede risposta negativa e a nulla valsero i ricorsi della signora, la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha di recente sentenziato che «La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni» e quindi il governo italiano dovrà versare un risarcimento di cinquemila euro per danni morali.
Immediate le reazioni dal mondo politico italiano e della CEI. che contestano la decisione ritenendo che il crocifisso è inteso come simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell’identità del Paese, e sottende principi di eguaglianza, libertà e tolleranza.
Il crocifisso è innanzitutto un simbolo della fede religiosa cristiana, facente parte anche delle nostre radici storiche e culturali. Per un credente può assumere il significato di amore per gli altri non meno di quello che , in questo senso, potrebbe avere una colomba come simbolo della pace. Ma in questo caso ci vedo forzature ideologiche da ambo le parti: l’obbligo di esporre il crocifisso risale all’articolo 140 del Regio Decreto n. 4336 del 15 settembre 1860 del Regno di Piemonte e Sardegna che stabiliva «ogni scuola dovrà senza difetto essere fornita (…) di un crocifisso», ripreso poi in età fascista. Oggi è consuetudine esporlo nelle scuole pubbliche, senza alcun obbligo di preghiera. È una presenza silenziosa nella sua verità di fede come, d’altra parte, credo che altrettanto silenziosa possa essere un ciondolo a forma di croce al collo degli insegnanti che, a mio avviso, nessuna norma potrebbe obbligare a privarsene.
Con la revisione del Concordato tra Stato- Chiesa del 1984 la religione cattolica è stata riconosciuta non più come religione ufficiale dello Stato Italiano, ma maggioritaria, cioè prevalente sulle altre. Ciò ha sottolineato il carattere laico della scuola pubblica italiana dove gli studenti, o chi per essi, scelgono se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica , che è quindi diventato opzionale. La scuola è un’ istituzione neutrale in cui si impara a conoscere e conoscersi in un’ottica di accoglienza e pari opportunità per tutti e “l’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace “ (art 29 Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo).
A mio avviso,l’esposizione di un crocifisso non turba né condiziona più di tanto se si spiega il suo valore per promuovere scambio e confronto tra culture. Il che non significa né tradire la nostra cultura ancorata al cattolicesimo e comprensiva di più religioni, né negare quelle altrui, né ledere chi non crede. Come non significa rinnegare la propria fede qualora si cerchi di capire i simboli di altre religioni o altre correnti di pensiero. Il discorso di fede è personale e riguarda la sfera privata e ciascuno ha libertà di professare il proprio credo nelle sedi opportune.
In molte religioni si riconosce il principio di non fare agli altri ciò che non vorresti sia fatto a te, evidenziati nell’incontro di Assisi tra i capi spirituali del mondo, e l’accoglienza, la solidarietà,la giustizia, il rispetto per gli altri in effetti sono principi fondamentali di convivenza civile oltre che messaggio morale positivo della fede cristiana, che arriverebbe quindi a esprimere valori costituzionali laici. Valori che si trasmettono ugualmente, anche senza un crocefisso esposto e, in teoria, condivisi da tutti. Anzi sono dell’opinione che in una scuola laica si dovrebbe insegnare anche la storia comparata delle religioni per risalire a punti di contatto ed esaminare quelli più specifici, avere una visione globale ed evidenziare quei principi universali che riconoscono il valore della persona in quanto tale. Il che non significa rinnegare la propria identità culturale, anzi potrebbe rafforzarla, e allo stesso aiutare a comprendere quella altrui. Non condivido né il relativismo esasperato che nega ogni verità, né il fondamentalismo che pretende di possederla integralmente e la impone. Dubito che un’eventuale rimozione di un oggetto simbolico sia un attentato alle propria identità quando constato comportamenti contraddittori di ferventi detentori di verità di fede che cedono a pregiudizi ed intolleranza in campo politico e sociale nei riguardi delle varie forme di diversità che veramente contrastano col messaggio universale del crocefisso. Cristo è morto per tutti gli uomini, indistintamente, che poi alcuni lo riconoscano o meno, è un altro discorso. Ognuno ha il proprio dio esposto dentro di sé che dovrebbe esser reso visibile attraverso azioni coerenti e conformi al suo esempio, se veramente si crede in ciò che rappresenta e non cadere in un bigottismo apparente.
D’altra parte mi pare sia in atto una battaglia ideologica perché basterà rimuovere un crocifisso per ottenere un’istruzione equamente rispettosa della libertà di fede e di pensiero di tutti? Oppure, al contrario, siamo sicuri che un crocifisso esposto assuma veramente il suo valore intrinseco se contraddetto dai più frequenti, e meno visibili, pensieri,parole, opere ed omissioni di coloro che oggi si spacciano per difensori della storia e della cultura italiana e che si sono mostrati molto più indulgenti nei riguardi di chi ha vilipeso altri simboli della nostra storia, quale il tricolore?
23 commentsChi si loda, s’imbroda.
Lode e lodi fanno ormai le mode. Il lodo Mondadori ha fatto discutere sin dagli albori e il bocciato lodo Alfano sta animando il panorama politico italiano. Chi infuria di qua, chi replica di là, tanti invocano la giustizia contro dei giudici nequizia. S’appellano alla democrazia e del popolo sovranità , che ci azzecchino tutti sti bla bla , opinion mia, c’entra solo il comune bene che è quello che più conviene. Ovunque una gran confusione che bistratta la nazione, la politica e l’economia fanno ingerenza e talvolta sconfinano nell’indecenza . E non si faccia del vittimismo cedendo a mediatico protagonismo, che non si parli di storici valori perché qui si tratta solo di affari. E mentre i due colossi si fanno battaglia come molossi, mi sono persa a convertire i 750 milioni di euri in lire, e il numero calcolato è talmente elaborato che non so tenerlo a mente se non pensando che in 50 vite non ne percepirei l’equivalente.
Nuova tempesta spira ,l’Alfano lodo è causa di funesta ira : intrighi, complotti, manipolazioni sono della bocciatura le vere ragioni. Così il cavaliere accusa, adducendo offensiva scusa. La miglior difesa è l’attacco, per non subire uno smacco, per aprirsi la strada in ogni contrada: questa è la strategia della rampante borghesia contro chicchessia. E pure Il buon San Giorgio viene da ingiurie coinvolto, e della Bindi umiliazioni ne sono altro risvolto di quella imperante rabbia che andrebbe soffocata sotto la sabbia. Si sa la lingua batte dove il dente duole, ma il cervello la comanda , solo se vuole. Tante cose sono oggetto di contrattazione, esclusi il buon senso e la buona educazione. Ma gli schierati accusano a spada tratta le alte cariche di fare al Premier sgambetto. Ce l’hanno tutti con lui e chi non è con lui, è contro di lui. Parole datate, di altri tempi, ma lo stesso spirto anima le menti. La sindrome anti cavaliere imperversa, più della porcella influenza sversa. È contagiosa , infettiva assai, spicca nei dissenzienti e diffusi lai. Non appena i sintomi si affievoliscono, nuovi ed infelici exploit ci intristiscono. Ha contagiato pure della Camera Presidente , che pare più democratico e a sinistra di tanti. Ma perché a destra si è schierato? Forse non si è ben lateralizzato . Mannaggia alla vecchia maestra che obbligava tutti i bimbi a scrivere con la destra. Forse è un mancino corretto, ma esser ambidestro, in politica, è un difetto. Tra un po’ brevetteranno una vaccinazione per cambiare gli equilibri sanciti dalla Costituzione. Non si capisce più chi debba giudicare, se ai giudici o ai politici spetti sentenziare. Verdetto i giudici facciano! Anche se scontentano quelli che poi contestano. Comunque la gente acconsenta o dissenta, è meglio che taccia, che altri al posto lor ci mettono la faccia. Non siamo all’altezza dei giochi di potere, meglio occuparsi di umili cose e chimere. Forse è meglio perché gli smodati toni delle lillipuziane altezze sono il chicchirichì che il gallo fa sopra le monnezze. Intanto faccio preventivamente scorta di bicarbonato perché una dura prova vedrà lo stomaco impegnato con l’ assaggio del Cavaliere pasta che potrebbe esser indigesta.
Poi ho pensato a cose più vere riguardante la questione maschile del potere, perpetrato dalla notte dei tempi quando l’uomo si procurava a caccia gli alimenti. L’atavico richiamo del comando, del senso di possesso, di essere vincente in ogni campo, compreso quello del sesso, l’ambita dominanza è non solo antica costumanza ma una maschil prerogativa, in area personale e in quella lavorativa in cui le donne sono ancor considerate un’utile e piacevole refurtiva . La donna ha le sue ambizioni, ma alla base è mossa da interiori motivazioni o dalla convenienza più che dalla potenza. Forse è soltanto un mio ingenuo o artificioso convincimento per spiegarmi tutto sto sconvolgimento. Ma ascoltando il Cavaliere , più di una Duracell inesauribile, di tempra e ostinazione ricaricabile, ossequiando la sua rispettabilissima età, mi pongo sta domanda qua. Cosa gli manca? Non di certo un conto in banca. Cosa aspetta a vivere serenamente in una bella villa e con bella gente? Di salute ne guadagnerebbe, di armoniosi affetti s’ addolcirebbe, senza temere travasi di bile potrebbe vivere in santa pace e con più stile.
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L’amore della libertà è amore degli altri, l’amore del potere è amore di se stessi.
Sui lupi e lupacchiotte.
Ho visto Annozero, per ascoltare dal vivo la voce delle famose escòrt. Sì, volevo sentire le loro dichiarazioni, visto che da tempo tanti parlano e scrivono per loro . Io son tarda, in tanti sensi, ma finalmente ho capito che se la gentil pulzella è bella e ha un vestitino nero ed elegante, viene invitata a cena da tutte le parti. Non solo le offrono la cena, ma la prelevano, la scortano, le pagano la trasferta, ma soprattutto un gettone di bella presenza . Una sorta di generosa offerta . Che poi per alcune questo gettone sia di 500 euro o 1000 euri, forse dipende dall’ avvenenza della conviviale , dalla capacità di portare avanti un progetto progettato da riprogettare oppure dalla capacità di conversare a tavola. Essere polliglotta torna sempre utile, apre la comunicazione nelle alte sfere e pure a livello internazionale.
Certo che le escòrt hanno uno spiccato senso degli affari per essere così giovani. Chissà perché tutti si accaniscono e non le comprendono. Tutta invidia delle donne comuni, poco divinamente belle e divinizzate?
Le escòrt sono incantevoli lavoratrici dello spettacolo da harem , se non professioniste della grande distribuzione, imprenditrici di se stesse. Madame del volontariato sociale, espletatrici di un lavoro socialmente utile. Fanno compagnia a quei poverelli che, in pausa da impegni e responsabilità ad alto livello, si sentono soli e si accontentano di godere della loro innocente visione e leggiadria durante una serata, allietata da piacevoli e formali conversazioni.
Mentre ascoltavo le intervistate, appartenenti , come dichiarato, al “disinteressato” sistema del do ut des , notavo la loro silhouette, poco rispondente alle cene e cenette, ma soprattutto la loro impudica, dignitosamente rivendicata sincerità che, con la diplomatica maestria del “non dico ma faccio capire e rispondo”, dipingevano con eleganza la charme gentile e la generosità dei maschietti che le avevano invitate ed intrattenute. Pareva quasi che nell’esibizione televisiva si fossero ribaltati i ruoli in nome di una tacita solidarietà di lupi e lupacchiotte. Mi ha colpito molto la furbizia di tutti i personaggi di barattare piacere e potere in questa nuova tragicommedia. Ho immaginato che s’incrociavano, s’ingarbugliavano, s’annodavano nel gioco privato di vizi e virtù in un regale serraglio.
Ora aspetto che vi si rinchiudano dentro tutti e che qualcuno ne butti via la chiave.
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Regginella
Tragicommedia (11 mesi dopo)
Crescete e moltiplicatevi ?
Finalmente il problema di accudimento dei piccoli e degli anziani che grava soprattutto sulle donne, implicando talvolta limitazioni o rinunce all’attività lavorativa fuori casa, viene preso in considerazione.
L’attivissimo e agguerrito Renato Brunetta, Ministro per la Pubblica Amministrazione , su Sky Tg24 ha annunciato che la prossima settimana lancerà un grande piano per gli asili nido in tutte le amministrazioni pubbliche. I ministri Carfagna e Sacconi, in collaborazione con le regioni, definiranno un piano specifico per assegnare alle famiglie meno abbienti buoni prepagati per usufruire di servizi per l’infanzia e l’ assistenza ( asili nido e badanti).
Altri progetti riguardano l’introduzione della tagesmutter, la cosiddetta baby sitter condominiale, molto diffusa nei Paesi dell’Europa del Nord, e albi per le badanti e le baby sitter, la cui gestione sarebbe affidata ai Comuni.
Mi chiedo perché mai creare asili nido solo per i bebè degli impiegati statali.
Che cosa ne pensate?
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Conferenza Internazionale sulla Violenza contro le Donne
Un passo ufficiale che considera a livello internazionale la violenza contro le donne.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell’apertura della Conferenza Internazionale sulla Violenza contro le Donne svoltasi a Roma il 9 e 10 settembre, su iniziativa della Presidenza italiana del G8, ha dichiarato:
“In paesi evoluti e ricchi come l’Italia, dotati di Costituzione e di sistemi giuridici altamente sensibili ai diritti fondamentali delle donne, continuano a verificarsi fatti raccapriccianti, in particolare, negli ultimi tempi, di violenza di gruppo contro donne di ogni etnia, giovanissime e meno giovani…Nessuno può essere chiamato fuori, perché il riconoscimento dei diritti umani è condizione di convivenza civile, libera e democratica”. Ha inoltre invitato a non ignorare la Costituzione, riferendosi anche all’omofobia e alla xenofobia che, come la violenza sulle donne, nascono “dall’ignoranza, dalla perdita di valori ideali e morali, da un allontanamento spesso inconsapevole dei principi sui quali si basa la nostra Costituzione”.
Ecco il documento finale che sintetizza le conclusioni raggiunte e condivise dalle delegazioni che hanno partecipato alla Conferenza .
1. Al termine dei lavori della Conferenza Internazionale sulla Violenza contro le Donne, tenutasi a Roma il 9 e 10 Settembre 2009 su iniziativa della Presidenza italiana del G8, affermiamo con rinnovato slancio e determinazione che è giunto il momento per una nuova epoca di cooperazione internazionale e di una grande alleanza tra tutti i Governi e la società civile per affrontare la sfida comune di porre fine ad ogni forma di violenza contro le donne.
2. La violenza nei confronti delle donne e delle bambine rappresenta un’inaccettabile forma di violazione e privazione dei diritti umani. Per questo motivo, vogliamo reiterare la nostra condanna assoluta del fenomeno, in tutte le sue forme e manifestazioni. Ogni atto di violenza contro le donne e le bambine – da chiunque ed ovunque sia commesso – è un crimine. Impedisce il godimento dei diritti e delle libertà fondamentali e l’autodeterminazione libera e scevra da condizionamenti e minacce.
3. In determinate circostanze, la violenza contro le donne e le bambine è un crimine di guerra e contro la stessa umanità. Le Risoluzioni 1325 e 1820 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU costituiscono un importante progresso nell’azione congiunta per affermare il rispetto dei diritti delle donne nelle situazioni di conflitto e promuovere la loro partecipazione ai negoziati di pace e alla ricostruzione postbellica. Ci impegniamo a rafforzare l’attuazione di questi strumenti anche al fine di eliminare il senso di impunità ancora diffuso tra chi commette questi crimini.
4. Le donne sono agenti di pace. La pace e la sicurezza mondiali dipendono anche dalla loro attiva e paritaria partecipazione allo sviluppo delle società e ai meccanismi di governance, a livello locale, nazionale e mondiale. Dobbiamo impegnarci a garantire alle donne pari opportunità di accesso e la possibilità di trasformarsi da vittime di violenza ad agenti di pace, di giustizia, di sviluppo economico e sociale. Il ruolo degli uomini è essenziale per raggiungere questi obiettivi.
5. L’empowerment della donna è uno strumento essenziale di sviluppo, la via per la promozione della democrazia, l’antidoto contro l’estremismo e l’instabilità sociale. Riteniamo che la più importante risorsa inutilizzata ai fini dello sviluppo siano proprio i milioni di donne e bambine a cui viene negato l’accesso all’educazione, alle cure sanitarie, alla salute riproduttiva, all’integrità del proprio corpo, ad un lavoro dignitoso e alla partecipazione paritaria. Dobbiamo impegnarci affinché siano riconosciuti e applicati standards internazionali di tutela nel campo dei diritti economici e sociali, oltre che dei diritti umani. In questo senso l’adesione senza riserve agli strumenti pattizi di tutela dei diritti delle donne è un passo fondamentale. Ci impegniamo altresì a sostenere le iniziative che, ai vari livelli, promuovono il rispetto dei diritti delle donne, come la campagna “UNiTE to End Violence against Women” del Segretario Generale delle Nazioni Unite. I finanziamenti decisi dal G8 al Vertice dell’Aquila dello scorso luglio in difesa della salute e della sicurezza alimentare potranno raggiungere pienamente il loro obbiettivo solo se accompagnati da azioni specifiche per i diritti umani e di lotta alla violenza contro le donne.
6. La trasformazione delle nostre società per effetto della globalizzazione e dei movimenti migratori che ne risultano incentivati, richiede l’apporto fondamentale delle donne per la diffusione di un multiculturalismo che non ceda a costumi lesivi della dignità femminile e sia basato sulla tolleranza e sul rispetto reciproco, e per lo sviluppo di politiche d’integrazione fondate sull’osservanza di tutti i diritti umani. La donna rappresenta uno strumento formidabile contro l’intolleranza, la discriminazione e la xenofobia.
7. Un sistema democratico fondato sull’eguaglianza di tutti gli individui e un apparato giudiziario indipendente sono strumenti essenziali per contrastare ogni forma di violenza. La legge svolge un insostituibile ruolo educativo, non solo repressivo, per tutelare la donna contro ogni forma di sopruso, di sopraffazione e di comportamenti ritorsivi e per garantirle il pieno godimento dei propri diritti. Dobbiamo fare di più e meglio per non vanificare nei fatti gli impegni raggiunti a livello internazionale. E’ giunto il momento che ogni governo inserisca nella propria agenda politica e normativa la promozione e la protezione dei diritti delle donne e delle bambine secondo un approccio non settoriale, ma trasversale (mainstreaming), attribuendo priorità all’educazione per promuovere i diritti umani e l’eguaglianza di genere, specie fra le giovani generazioni.
8. Di pari passo con la protezione giuridica contro ogni forma di abuso, va incoraggiato un cambiamento radicale nelle norme sociali. Anche attraverso il fondamentale contributo delle ONG e della società civile, vanno Sostenute iniziative volte a divulgare e radicare a livello delle comunità il concetto stesso di diritti umani. E’ questo il veicolo più efficace per promuovere alla base una cultura del rispetto e dell’inclusività e l’abbandono di comportamenti e pratiche
violente nei confronti delle donne, a prescindere dalla cultura, dalla religione e dalle tradizioni.
9. Rivolgiamo un appello ai mezzi di comunicazione e d’informazione affinché svolgano pienamente il loro ruolo centrale nel promuovere l’abbandono di stereotipi sociali degradanti e l’immagine della donna come protagonista ed artefice del progresso della comunità. Richiamiamo i media a denunciare violenze e abusi anche quando essi vengono perpetrati, come purtroppo continua ad accadere, nell’ambito della famiglia.
10. La Presidenza Italiana del G8 si impegna a proseguire nel cammino avviato con la Conferenza di Roma, mantenendo la questione della violenza contro le donne al centro dell’agenda internazionale. Confidiamo nella prossima Presidenza canadese affinché raccolga il testimone che questa Conferenza le affida.
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Oggi sciopero.
Il 14 luglio questo blog aderisce all’appello di Diritto alla Rete contro il Ddl Alfano che imbavaglia la Internet italiana.
Diritto alla rete: 14 luglio 2009.
Per il 14 luglio è confermata la giornata di silenzio rumoroso della Rete con pubblicazione di un post e una manifestazione in piazza Navona a Roma .
La protesta è contro il comma 28 art 1 ddl, noto come decreto Alfano (vedi link) che vuole equiparare i siti informatici( quindi anche blog e social network come Twitter e Face Book) alle testate giornalistiche con obbligo di rettifica entro 48 ore in caso di inesattezza, e quindi il responsabile di sito informatico al direttore di un giornale. Ciò servirà solo a disincentivare le pubblicazioni dei post, perché i blogger e gli utenti di siti di condivisione, che spesso non sono professionisti con una redazione alle spalle, temeranno di ricevere notifiche e non avranno la voglia né la disponibilità economica di sostenere spese legali per evitare sanzioni fino a 25 milioni di lire . Quali sono i criteri o parametri di riferimento legali che definiranno offensive o imprecise le notizie? In tal modo si lascia ampio spazio alla suscettibilità di una persona .
La discussione è accesa .
Esistono problematiche e vuoti legislativi a riguardo della rete, avente caratteristiche proprie e in parte diverse da quelle degli altri media , che richiedono semmai interventi normativi specifici, studiati, discussi e condivisi da esperti del settore e non raffazzonati con norme poco chiare ed equivocamente interpretabili. Qui un caso, verificatosi di recente , che dimostra come l’obbligo di rettifica sui siti informatici è inapplicabile.
Come cittadini di uno stato, che si vanta di essere democratico, abbiamo il diritto di avere una pluralità di informazioni, esprimerci, ascoltare e di essere ascoltati, criticare, proporre in un’ottica di confronto diretto.
Per ulteriori aggiornamenti segnalo Diritto alla Rete, alla quale potete aderire se interessati, che ha ricevuto più di 700 adesioni in pochi giorni, la proposta di emendamento del comma 28 art 1, redatta dal senatore Belisario già presentata al Senato ed infine la breve sintesi su YouTube .
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Chi è causa del suo mal, pianga se stesso…
Adoro Massimo Gramellini che sa sempre trovare le parole giuste. Su La Stampa dell’8 luglio ha scritto “Il galateo secondo Matteo”.
“Un politico della famigerata Prima Repubblica si sarebbe mai fatto beccare da YouTube intento a cantare a squarciagola coretti contro i napoletani? Secondo me no, e per due ragioni. La prima è tecnica: YouTube non esisteva ancora e un razzista poteva andarsene tranquillamente in giro a intonare le sue odi al Vesuvio, correndo al massimo il rischio di ricevere una pizza salutare sul grugno,ma certo non di essere ripreso da un telefonino e poi esposto al pubblico ludibrio della Rete. La seconda ragione è squisitamente estetica: fino a una ventina di anni fa, i politici desideravano ancora dimostrarsi diversi dalla parte più becera dei loro elettori. E questa diversità imponeva il rispetto di un galateo minimo: ipocrita fin che si vuole, ma tale da tirare una netta linea di confine fra il Parlamento e il bar dello sport. In seguito è scattata la rivoluzione della sedicente spontaneità: la politica ha smesso di parlare con la gente, ma ha cominciato a parlare come la gente. Vantandosene pure, e spacciandola per evoluzione della democrazia. ..”





