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	<title>Skip blog &#187; prosa</title>
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	<description>Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo...</description>
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		<title>“Terre che si fanno di un blu dolce, ai primi soffi dell’alba. Terre blu” (Nico Orengo)</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 21:17:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il silenzio imparai a conoscerlo in barca con il Rebissu, Dante e con il Giga. Ma anche con Bruno. L’avevo “sentito” con mio nonno Antonio che non parlava quasi mai, ma pensavo non si trovasse bene in città, al mondo, al mare, perché gli avevano fatto dei torti. Poi una volta al mare capii che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.skipblog.it/wp-content/uploads/2010/05/mare-ventimiglia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2964" title="mare ventimiglia" src="http://www.skipblog.it/wp-content/uploads/2010/05/mare-ventimiglia.jpg" alt="" width="448" height="254" /></a></p>
<h3><span style="color: #000000;">Il silenzio imparai a conoscerlo in barca con il Rebissu, Dante e con il Giga. Ma anche con Bruno. L’avevo “sentito” con mio nonno Antonio che non parlava quasi mai, ma pensavo non si trovasse bene in città, al mondo, al mare, perché gli avevano fatto dei torti. Poi una volta al mare capii che quel suo silenzio era una disponibilità d’ascolto, un risparmio a dir belinate, e un rispetto verso altri silenzi. A dar voce c’era il mare, la sua risacca, il passaggio del treno, il colpo di magaglio, il vento che si andava a scontrare con le foglie di canna e di ulivo, le voci delle donne e dei bambini, quello delle campane e dei preti, dentro e fuori la chiesa. Così imparai che il suo silenzio non era un risentimento ma una discrezione, che valeva più un “bona”, di mattino o di sera che tante messe e salamelecchi fra marciapiede e caffè. E quel mio nonno Antonio se ne stava giornate in silenzio con il suo basco e il suo bastone su di una sedia a guardare come si svolgeva il mondo, incuriosito dalla piega che prendeva e poco disposto, l’accettasse o meno, nel volerla cambiare, convinto che nella dimensione del silenzio, ben distante a quella del “mugugno”, ci fosse uno spazio immenso di libertà, di tempo, di riflessione, immune da pentimento, riavvicinamento, conversione, intrigo utilitaristico.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Come il Giga, l’Ernesto, il Rebisso, il Bruno. Che andavano per terra e per mare badando al vento e all’onda, alla chiazza di corrente e al taglio di luna, pragmatici con attenzione ai confini dell’altro, fossero reti e nasse altrui, finanzieri o branchi di  gianchetti da lasciar crescere, attenti ad un equilibrio che li proteggeva e che loro proteggevano.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Così come si fa con la vita, senza tante balle, senza tante parole.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Era meraviglioso usare più silenzio e meno parole, era qualcosa come giocare a carte e non commentare il gioco di chi giocava a carte, pescare e non trovare da dire su come si pescava. Era una dimensione del fare. Era fare e non criticare il fare che forse, non avresti saputo fare. Così avresti potuto chiedere la critica da chi aveva esperienza.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">E quelli te la davano attraverso il silenzio, il saluto di un “bona”. Così faceva mio nonno, un sorriso stretto, sotto il suo basco, i pugni chiusi sul bastone, sulla sua sedia sotto il portico di casa Notari, a Latte.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Il “bona” eguale di Libero, quando non era costretto ad entrare in magazzino o a parlare da compagno. Il “bona” del Giga e del rebisso e dell’Ernè una volta scesi dalla barca e impegnati con i villeggianti. Il “bona” di Bruno, da ragazzo, da uomo, per cortesia verso chi non aveva la minima idea di una conversazione fatta di silenzio.</span></h3>
<blockquote>
<h3><span style="color: #000000;">Il silenzio ce lo portava la pietra, l’ulivo, gli animali, il mare, il cielo mai troppo alto, le nuvole. Ce lo portavano le curve, la terra aggrovigliata di Liguria che attutiva i rumori, li ovattava, li filtrava, attraverso le sue fasce, le sue “piramidi”, il senso del camminare solitario, con un peso sulle spalle e un cane avanti e indietro, verso un confine che non è mai diritto, ma continuamente spezzato, distorto, rimbalzato da un capriccio degli Dei che ti placano con una fascia d’azzurro, che potrebbe anche essere il cielo.</span></h3>
</blockquote>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">( Da “Terre blu” – Sguardi sulla riviera di ponente di Nico Orengo- ed. il melangolo)</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Articolo correlato:</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><br />
</strong></span></p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong> </strong></span></h3>
<h3><a title="Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta (Nico Orengo) in skip blog" href="http://www.skipblog.it/2009/05/31/%E2%80%9Cio-vengo-da-quel-giardino-sul-mare-che-e-per-me-luogo-di-osservazione-e-rivolta%E2%80%9D-nico-orengo/" target="_blank"><span style="color: #ff6600;"><strong>“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta” (Nico Orengo)</strong></span></a></h3>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><br />
</strong></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il vero regno di mia madre ( da John Fante)</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 21:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Skip</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura e società]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;La cucina : il vero regno di mia madre, l&#8217;antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d&#8217;erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #000000;">&#8220;La cucina : il vero regno di mia madre, l&#8217;antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d&#8217;erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l&#8217;altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori.&#8221;</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #000000;">(John Fante da <em>La confraternita del Chianti</em>)</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Articoli correlati:</strong></span></p>
<h3></h3>
<p><a title="m come mamma in skip blog" href="http://www.skipblog.it/2008/08/09/m-come-mamma/" target="_blank"><span style="color: #ff6600;"><strong>M…come mamma</strong></span></a></p>
<p><a title="Quando in skip blog" href="http://www.skipblog.it/2009/03/29/quando/" target="_blank"><span style="color: #ff6600;"><strong>Quando … (a mia madre)</strong></span></a></p>
<p><a title="omaggio ad oriana fallaci in skip blog" href="http://www.skipblog.it/2008/06/14/omaggio-ad-oriana-fallaci/" target="_blank"><span style="color: #ff6600;"><strong>Omaggio ad Oriana Fallaci</strong></span></a></p>
<p><a title="La signora Gioconda in skip blog" href="http://www.skipblog.it/2009/05/09/la-signora-gioconda/" target="_blank"><span style="color: #ff6600;"><strong>La signora Gioconda </strong></span></a></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong><br />
</strong></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La coincidenza</title>
		<link>http://www.skipblog.it/2010/03/24/la-coincidenza/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 00:26:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Skip</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fatica a trovare un motivo per non tacere, sente che è una forzatura in una stasi. E’ come volere turbare la quiete sul fondale, prendere la voce del mare da una conchiglia senza viverlo, intorbidire una sorgente. Parole non scritte perché giacciono ancora nascoste. Una piccola gemma che preannuncia la fioritura del ramo in  una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #000000;">Fatica a trovare un motivo per non tacere, sente che è una forzatura in una stasi. E’ come volere turbare la quiete sul fondale, prendere la voce del mare da una conchiglia senza viverlo, intorbidire una sorgente. Parole non scritte perché giacciono ancora nascoste. Una piccola gemma che preannuncia la fioritura del ramo in  una prevedibile attesa, ma non necessaria conseguenza.  Un capriccio di freddo potrebbe fermarla, se non bruciarla. Si snoda un’intuizione svogliata, repressa. Rinvia, gira, cerca tra pensieri già pensati qualcosa che la ispiri. Volute già aperte, tracciate: non stupiscono. Cerchi fermi e dorati  la distraggono. Il gatto la scruta da un angolo.  Si fissano a vicenda. Lui statuario ed immobile. Lei lo imita per sorprenderlo in  un movimento qualsiasi di vibrisse, orecchie e coda. Ipnoticamente monotono. Si distrae di nuovo, fissa lo schermo, la pagina.  L’inquietudine genera una rallentata capriola che varia di poco l’ottica, come  il desiderio sceglie spiragli di piacere e svanisce. Parole senza senso, o meglio, senza quel senso sentito, voluto, plasmato, tradotto, sgorgato dal profondo quando si concatenano velocemente l’un l’altra di getto,  senza interruzione, pausa, sospensione. È questione di trovare la giusta intonazione, l’inizio del labirinto, la prima definizione di un cruciverba, poi tutto viene da sé, come le onde che si rincorrono, i cerchi che si allargano concentrici nell’acqua e l’eco che rimbalza più volte. La pagina è muta. Aspetta quella fortuita coincidenza che dia il via ad ali di cristallo. La notte è serena, lentamente dissolve ogni traccia d’alito sullo specchio dell’anima.</span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>La città dell&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2010 16:27:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Skip</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura e società]]></category>
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		<description><![CDATA[Tanti sono i miti sulle origini di Napoli. Antiche  leggende narrano delle sirene Leucosia, Ligeia e Partenope che dimoravano nell’arcipelago delle Sirenuse (oggi detto Li Galli), e stregavano con dolci parole i naviganti che, beatamente sedotti nel cuore e nell’intelletto &#8211; ahimè- poi naufragavano contro gli scogli.  Si narra che in primavera la sirena Partenope [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="color: #000000;"><br />
</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Tanti sono i miti sulle origini di Napoli. Antiche  leggende narrano delle sirene Leucosia, Ligeia e Partenope che dimoravano nell’arcipelago delle Sirenuse (oggi detto Li Galli), e stregavano con dolci parole i naviganti che, beatamente sedotti nel cuore e nell’intelletto &#8211; ahimè- poi naufragavano contro gli scogli.  Si narra che in primavera la sirena Partenope emergesse dalle acque del Golfo di Napoli  per salutare con canti di gioia le genti della costa. Le sirene furono però  sconfitte da Ulisse, al quale avevano promesso di  rivelare i segreti della conoscenza di ciò che sarebbe avvenuto in ogni tempo e luogo della terra. L’eroe, legato all’albero della nave, dopo aver furbamente turato con la cera le orecchie dei suoi marinai, invano cercò di svincolarsi dalle corde per cedere  alle dolci lusinghe. Poiché non erano immortali ma vivevano finchè riuscivano ad incantare, le semidivine sirene si uccisero, gettandosi nel mare dall’alto delle isole. Il corpo di Partenope fu portato tra gli scogli di Megaride, dove sorse il primo insediamento di quella che sarebbe poi diventata Napoli.</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<h3><span style="color: #000000;">Invece , secondo Licofrone e Stazio, Apollo guidò col volo di una colomba fino al golfo di Napoli la bellissima Partenope, figlia di Eumelo re di Tessaglia.La fanciulla  sbarcò con le sue genti a Baia, qui vi morì e fu sepolta. I Cumani, decimati da una feroce pestilenza, per consiglio di Apollo raggiunsero il sepolcro di Partenope e lì iniziarono a edificare una nuova città, detta appunto Partenope, ove vissero tranquilli e prosperarono per molti anni. In seguito a litigi tra i cittadini, il giovane e ricco Tiberio Iulio Tarso, fondò un’altra città poco lontano,  sotto le falde del monte Falerno, nella zona  oggi detta di sant’Eframo. La chiamò Neapolis, città nuova, e vi fece costruire un grande tempio in onore di Apollo. Pian piano Neapolis si estese, mentre il nome Partenope cadde in disuso e fu soppiantato da Paleopoli (antica città) , finchè poi la città fu definitivamente chiamata soltanto Neapolis ( <em>da “Leggende e racconti popolari di Napoli” di Angela Matassa</em>)</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">In “Leggende napoletane”  la grande <a title="Matilde Serao in wikipedia.org" href=" http://it.wikipedia.org/wiki/Matilde_Serao" target="_blank">Matilde Serao</a> ha scritto “La città dell’amore” ove la mitica Parthenope bella come una dea, forte dell’amore per Cimone  “Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre… non è morta &#8230; Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare… Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Napoli è la città dell’amore.”</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><strong><span style="color: #0000ff;"><strong>Una bella leggenda  dedicata all’Amore, che da una dimensione naturalmente umana assume il carattere universale ed eterno della più bella delle civiltà, quello dello spirito innamorato. </strong></span></strong></h3>
<h3><strong><span style="color: #0000ff;"><strong>Una pagina di letteratura italiana che suscita sempre profonde emozioni.</strong></span></strong></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #000000;">“Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito.</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<blockquote>
<h3><span style="color: #000000;">Lassù una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di strani deliri della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive in un sogno che è vita. Lassù i solitari e tristi piaceri della immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo creato. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio ed il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell’anima, inebbriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel misticismo che è il massimo punto divino a cui può giungere un’esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell’amore. Le nostre leggende sono l’amore. E Napoli è stata creata dall’amore.</span></h3>
</blockquote>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l’immagine della forte e vigorosa bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dello Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sbattere il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s’incavernavano sotto la roccia, scavandola a poco, a poco. L’anima cominciava per immergersi in un pensiero; oltre quel mare, lontano lontano, dove l’orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l’ignoto, il mirabile, l’indefinibile. In questo pensiero la fantasia si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo e di potere stringere nel suo immenso amplesso tutto il mondo. Ma presto questi sogni svaniscono. Ora ella ama Cimone, con l’unico possente, imperante amore della fanciulla, che si trasforma in donna.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all’amata:</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Parthenope, vuoi tu seguirmi?</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Partiamo, amore.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole egli per tuo sposo e suo figliolo. Ami tu Eumeo?</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Amo te, Cimone.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Lode a Venere santa e grazie a te, suo figliola! Pensa dunque quale nero incubo sarebbe la vita, divisi, lontani – e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Io sono la tua schiava, amore.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Pensa: dimenticare la faccia di tuo padre, cancellare dal tuo volto il bacio delle sorelle, fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto&#8230;</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Partiamo, Cimone.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Partire, o dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una via ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno; affidarsi ai flutti, sempre nemici degli amanti; partire per andare lontano, molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno l’inverno, dove il pallido sole si fascia di nuvole, dove l’uomo non ama l’uomo, dove non sono giardini, non sono rose, non sono templi&#8230;</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Ma nei grandi occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile e nella sua voce armoniosa vibra la passione:</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">– Io t’amo – ella dice – partiamo.</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span></p>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Sono mille anni che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Da mille anni attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate. Quando i due amanti giungono al lido divino un sussulto di gioia fa fremere la terra, la terra nata per l’amore, che senza amore è destinata a perire, abbruciata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l’amore. Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l’uno all’altra, essi hanno portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima, eternamente fiorita di Poggioreale, alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne che rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle vallate profonde che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno amato. Nelle stellate notti di estate, Parthenope si è distesa sull’arena del lido fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne’ tramonti di porpora dell’autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in essi più vivo l’amore; nelle brevi e belle giornate invernali hanno sorriso senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto bonario ed ha cantata loro la canzoncina d’amore, la natura leale non ha avuto agguati per essi; sugli azzurri orizzonti ha spiccato il profilo bellissimo della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo, un palpito ha loro risposto e fra l’uomo e la natura si è affermato il profondo, l’invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza, attendeva Parthenope e Cimone; ricca, ma solitaria, ricca, ma mortale, ricca, ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
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<h3><span style="color: #000000;">Ma il destino non è compito ancora. Più alto scopo ha l’amore di Parthenope. Ecco: dalla Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle e amici e parenti che vennero a ritrovarla; ecco: sino al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la voce misteriosa di una plaga felice dove nella bella festa dei fiori e dei frutti, nella dolcezza profumata dell’aria, trascorre beatissime la vita. Sulle fragili imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i loro figliuoli, le immagini degli dèi, gli averi, le comuni risorse; alla capanna del pastore sorge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva arte dell’agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull’altura, il villaggio a grado a grado guadagna la pianura; un’altra colonia se ne va sopra un’altra collina ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica delle mura, cui tutti concorrono, rinserra poco a poco nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope. Lei volle la città. Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina umana e clemente, da lei si appella la città; da lei la legge, da lei il costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi sorgono a dèe, invocate protettrici della città: Cerere e Venere. Ivi si prega, ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell’olibano. Una pace profonda e costante è nel popolo su cui regna Parthenope; ed il lavorio operoso dell’uomo non è che una leggiera spinta alla natura benigna.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore efficace, fervido, onnipossente è l’ambiente vivificante della nuova città. Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dello Ionio, l’anima sua si assorbisce in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l’indefinibile, ecco, è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga, si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi le pare di toccare il cielo col capo e di stringere il mondo in un immenso amplesso.</span></h3>
<p><span style="color: #000000;"><br />
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<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<blockquote>
<h3><span style="color: #000000;">Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull’altura di San Giovanni Maggiore, dove allora il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte. Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare. Quando nelle giornate d’aprile un’aura calda c’inonda di benessere è il suo alito soave: quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate; è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci, indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i suoi baci; quando un fruscio di abiti ci fa fremere al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull’arena, è il suo piede leggiero che sorvola; quando di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.”</span></h3>
</blockquote>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><em>(<strong>“La città dell’amore”  da “Leggende Napoletane” di Matilde Serao</strong>)</em></strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Articoli correlati:</strong></span></p>
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<h3><span style="color: #ff6600;"> </span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>Cinabro</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 14:35:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Skip</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  Io e Filo ci siamo azzardate a scrivere un raccontino a due tastiere. Buona domenica!         Le tre. La luna scorticava la pelle oleosa del mare di luce sulfurea, appena sufficiente a scorgere le sagome degli alberi e il profilo degli scogli  davanti alla villa. Qualche nuvola brucava il chiarore lattiginoso. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<div id="attachment_2436" class="wp-caption alignleft" style="width: 292px"></p>
<h3><a href="http://www.skipblog.it/wp-content/uploads/2009/11/uroboro-.jpg"><img class="size-medium wp-image-2436" title="uroboro" src="http://www.skipblog.it/wp-content/uploads/2009/11/uroboro--282x300.jpg" alt="uroboro" width="282" height="300" /></a></h3>
<p> </p>
<p><p class="wp-caption-text">uroboro</p></div>
<h3><span style="color: #000000;">Io e <a title="Filo in skip blog" href="http://filigrana.posterous.com/" target="_blank">Filo </a>ci siamo azzardate a scrivere un raccontino a due tastiere.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Buona domenica!  </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Le tre. La luna scorticava la pelle oleosa del mare di luce sulfurea, appena sufficiente a scorgere le sagome degli alberi e il profilo degli scogli  davanti alla villa. Qualche nuvola brucava il chiarore lattiginoso. Non si udiva altro rumore dello sciacquio lento delle onde sulla riva sassosa.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Marta uscì dall’ombra al riparo del muro. Guardò la luna e le venne in mente un verso “C’è tanta solitudine in quell’oro”, ma non ricordava l’autore.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Si concentrò con freddezza su ciò che stava per compiere. Tirò il cappuccio di lattice sulla testa, chiuse la cerniera della muta subacquea, infilò la torcia e il coltello nella cintura e si immerse con un lieve fruscio nell’acqua nera.</span></h3>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<h3><span style="color: #0000ff;">La grande luna segna la strada obbligata. Lo stesso cammino percorso ogni giorno, ora splende solo in parte, come la bianca signora, elegante , distaccata, assorta che gridava, che cercava appigli in qualcosa che le era negato. Quella mattina aveva detto con voce astiosa: “Devi andartene Maddalena. Lui non ti vuole più vedere, ed è meglio per tutti. Sei giovane, ti rifarai una vita, una vita tua per davvero. E’ tempo che tu vada, che strappi le radici. Una pianta non può avere radici su quelle di un’altra. Una delle due è destinata a soccombere. Buona fortuna!”</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Fortuna! Penso alla mia fortuna, sola, su questa nave, dove l’odore della salsedine e l’umidità serale mi coprono come uno scialle, mentre parto senza sapere nulla della mia destinazione. La luna splende su un cammino che altri hanno tracciato per me, non ho mai potuto scegliere un granchè, finora. Non ho scelto l’amore. Pietro ha scelto me. Sono stata attratta dalla sua gentilezza, l’ho seguito e mi sono lasciata guidare, ma la vita che porto in grembo lo ha allontanato da me, per sempre.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
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<p> </p>
<h3><span style="color: #000000;">Nel pomeriggio aveva effettuato un accurato sopralluogo intorno al muro di cinta che circondava il parco e la villa. L’ingresso principale era costituito da un ampio portale secentesco ligneo incardinato a due pilastri e sormontato da un timpano ovale sul quale era scolpito un uroboro che  conservava ancora la traccia sbiadita  delle scaglie rosse e nere con le quali era stato in origine rivestito il serpente.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Quando lo vide, Marta  fu certa di aver trovato quello che cercava..</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Nel darle le indicazioni per rintracciare la villa, la nonna  le aveva descritto minuziosamente quel portale e il simbolo scolpito sul timpano. Il legno del portone pareva ben conservato e non mostrava  fessure dalle quali poter dare un’occhiata all’interno. Da fuori era possibile vedere soltanto l’intricato fogliame  di eucaliptus, alberi del pepe, palme, ulivi in parte ricoperti di edera che facevano del parco una foresta lussureggiante e in  stato di abbandono. Della villa, disabitata da molti anni, si scorgeva appena la torretta color cinabro che sovrastava il corpo principale dell’edificio.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Il muro, alto tre metri, proseguiva sul lato ovest lungo il sentiero che conduceva alla spiaggia per poi svoltare a sud  a ridosso della scogliera in una piccola insenatura dal fondale basso e sabbioso. La nonna le aveva assicurato che l’unica via di accesso alla villa era il cancello che dava sulla scogliera. Un tempo, quando davanti alla casa si stendeva una lunga distesa di sabbia oltre la scogliera, da quel cancello si accedeva direttamente alla spiaggia. La signora vi faceva lunghe passeggiate al mattino presto quando il mare era calmo, d’estate, tutta vestita di bianco con un cappello a larghe tese che la riparava dal sole. Era sempre nervosa, tormentata dall’emicrania, e quelle camminate solitarie, a suo dire, la ristoravano.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Il cancello c’era ancora. Marta l’aveva visto nel pomeriggio  nuotando nell’acqua della baia, divorato dal salino e ostruito fino a metà da cumuli di alghe secche. Negli ultimi tempi la fisionomia della baia era cambiata. Le mareggiate invernali  spingevano le onde fino a penetrare oltre le sbarre di ferro del cancello, nel giardino, depositando alghe, sassi e sabbia sul terreno ormai incustodito. Non doveva essere facile per una persona fragile di nervi, nei giorni di tempesta e di mistral, sopportare il fragore delle onde che si schiantavano a due passi dal muro della villa.</span></h3>
<h3> </h3>
<h3> </h3>
<h3> </h3>
<h3> </h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">Questo viaggio è interminabile. Sulla nave c’è odore di disperazione e miseria. C’è odore di paura. Ho vomitato tutta la mia solitudine, il silenzio, la delusione, la rabbia, l’ingenuità. Ho abbassato lo sguardo per evitare ogni forma di contatto con uomini così diversi da quelli del mio paese, così diversi da Pietro. Lui sbirciava dietro la finestra mentre raccoglievo fiori in giardino per la tavola, mi scrutava con sguardo attento e curioso, mi sorrideva con dolcezza nei rari momenti di intimità. “Ti dipingo coi colori freschi della tua giovinezza” diceva. Non mi ha nemmeno salutata.</span></h3>
<h3> </h3>
<h3> </h3>
<h3> </h3>
<h3> </h3>
<h3> </h3>
<h3><span style="color: #000000;">La notte era pastosa, immobile, impregnata dell’odore umido di salmastro e resina di pino.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Marta scivolava con lente bracciate smuovendo appena l’acqua. Il mare richiudeva all’istante gli strappi che lei  lasciava dietro di sé. La luce opaca della luna era sufficiente a rischiarare il punto dove nel pomeriggio aveva stabilito di approdare. Mise un piede su uno spuntone di roccia , si issò in piedi e raggiunse senza difficoltà la soglia del cancello. Appostata dietro il muro, attese che i battiti del cuore rallentassero il galoppo che le scalciava nel petto. Fin qui era andato tutto  secondo i piani, ora doveva affrontare la parte più difficile.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Ripassò mentalmente la pianta della casa che aveva disegnato sulla base delle indicazioni fornite dalla nonna. Lo studio era al secondo piano sul lato est ed era l’unica stanza che da quel lato avesse un balcone .La nonna ricordava che il giardiniere, su ordine della Signora, aveva fatto arrampicare con cura su quel balcone  un glicine che negli anni era diventato un magnifico pergolato di tralci contorti, aggrovigliati tra loro come spire di serpente  che già  in aprile diventava una cascata di grappoli viola procurando  un’ombra screziata, profumata dove Pietro  si sedeva spesso  a leggere o disegnare.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Marta si augurava che il glicine fosse rimasto al suo posto.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Si sporse dal muro e puntò lo sguardo oltre le sbarre del cancello. Buio. Silenzio.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Gli ombrelli neri dei pini marittimi gettavano ombre scure nascondendo parte della facciata sud della casa. Si intravedevano alcune persiane chiuse e quel rosso cinabro così intenso delle pareti che nel chiarore lunare appariva quasi nero.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Estrasse da una cerniera laterale della muta i guanti e li indossò. Si aggrappò alle lance acuminate, appoggiò i piedi sulla sbarra orizzontale  e con un balzo scavalcò il cancello atterrando dall’altra parte sul tappeto di alghe secche .</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Attese qualche istante.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Pensò che doveva sbrigarsi. Improvvisamente si sentiva inquieta. Percepiva una vaga insidia, una trappola. Voleva essere al più presto lontano da lì. La casa ora le pareva sinistra e minacciosa. Si diresse velocemente verso il lato est. I suoi passi erano attutiti dal folto strato di aghi di pino che ricopriva il sentiero.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Il glicine era là. Un intrico di foglie e rami che stritolavano la ringhiera del balcone.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Saggiò la resistenza del tronco rugoso e si sollevò fino alla terrazza. La luna proiettava una lunga ombra sul pavimento corroso. Due finestre. Senza esitare si avvicinò a quella di sinistra. Il legno marcio delle persiane cedeva facilmente. Usò il coltello per svellere alcune stecche e infilare la mano per tirare su il gancio. La persiana si aprì senza rumore.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Cominciava a sudare nella muta di gomma. Sfilò il cappuccio e rimase in ascolto.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Più di ogni altro, aveva temuto il momento di rompere i vetri della finestra. L’effrazione della finestra poteva scatenare la sirena di qualche allarme, sebbene dubitasse che la villa fosse dotata di un simile  impianto.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">In ogni caso aveva previsto questa evenienza e sapeva che avrebbe avuto tutto il tempo di portare a termine l’operazione prima che giungesse qualcuno.</span></h3>
<h3> </h3>
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<h3> </h3>
<h3> </h3>
<h3><span style="color: #0000ff;">La maternità, l’abbandono di Pietro, la vita famigliare con Giacomo in un paese così diverso e lontano dal mio, mi hanno fatta crescere all’improvviso, ma mi reputo fortunata. Giacomo era un gran lavoratore, silenzioso, poco incline alla risata ma buono e, a modo suo, sapeva essere affettuoso e premuroso. Pietro però non l’ho mai dimenticato. Una volta ho provato a scrivergli. L’attesa di una risposta, una qualunque risposta che non è mai arrivata, mi ha logorato per qualche tempo. Il silenzio uccide lentamente più di un diniego. Ho riversato le mie energie in mia figlia, in lei ho mantenuto le mie radici e amato ciò che ero stata a mio tempo. Ed ora, dopo tanti anni, la lettera di questo sconosciuto che mi riporta alla casa da dove sono partita. Per Marta, devo farlo per Marta, lei deve conoscere il mio segreto.</span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3> </h3>
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<h3><span style="color: #000000;">Con il manico della torcia vibrò un colpo deciso. I vetri andarono in frantumi schiantandosi con fracasso sul pavimento all’interno della stanza.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Marta si ritrasse in fretta e si appoggiò al muro. Sentiva il sordo pulsare del cuore  nelle orecchie. Nessun allarme era scattato. Le parve di udire l’abbaiare di un cane poco lontano. Guardò l’orologio: le tre e trenta. Presto. Doveva fare presto. Il suo aereo partiva alle sette. Aprì la maniglia che chiudeva la finestra ed entrò nella stanza.  Accese la torcia e la puntò alle pareti. L’informatore aveva detto che  il quadro si trovava ancora appeso al muro davanti allo scrittoio. Pietro non aveva mai permesso a nessuno di toccarlo o rimuoverlo dal suo posto. Marta non esitò a riconoscerlo. La luce vivida della torcia illuminava una tela incorniciata in mezzo alla parete  che ritraeva una giovane donna seduta a cucire accanto alla finestra col viso rivolto di tre quarti verso colui che la dipingeva. I capelli biondi ramati sprigionavano scintille di fuoco raccolti sul capo in una morbida acconciatura. Alcune ciocche sfuggivano dallo chignon e ricadevano con grazia sul collo contornato da una collana di granati da cui pendeva un ciondolo che raffigurava lo stesso uroboro del portale della villa.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">La donna del quadro era sua nonna.</span></h3>
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<h3><span style="color: #0000ff;">Un detto popolare dice “Ogni cosa a suo tempo”. Forse. So solo che il tempo ritrovato all’ improvviso squarcia la memoria dei ricordi . Una sensazione, una frase, una melodia… nel mio caso una lettera, non quella da parte sua, tanto attesa e mai arrivata che mi aiutasse a farmene una ragione, bensì  di uno sconosciuto. A volte le vite procedono  in parallelo e non sempre per scelta. La giovinezza aiuta a rinnovarsi, a lasciarsi coinvolgere con l’ incoscienza dell’ età, a disperdere le ombre  e inseguire le stagioni. Ora quei fili che parevano spezzati  si rinsaldano, quasi  per risarcirmi di ciò che volevo credere e salvare . In fondo le  cose belle del cuore tornano sempre. Il risentimento le ha solo coperte. Forse è  la prima volta che scelgo davvero, che riesco a riconoscere uno spazio a quel silenzio che mi ha consentito di diventare ciò che sono. </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #0000ff;"> </span></h3>
<h3> </h3>
<h3><span style="color: #000000;">Qualcuno la chiamava da lontananze remote. Udiva il suo nome pronunciato dalla  voce sconosciuta di un uomo che parlava italiano. Lentamente la sua coscienza emergeva galleggiando su acquitrini paludosi tra dense spirali di nebbia e improvvisi squarci di luce che le impedivano di vedere. Non riusciva ad aprire gli occhi. Ansimava mentre correva sul viale verso il cancello stringendo la sacca impermeabile che conteneva la tela del quadro. Il suo corpo allenato scattava con falcate poderose verso la meta, la mente lucida teneva a bada la paura che la attanagliava. Aveva raggiunto il cancello, le mani aggrappate alle sbarre,coi muscoli tesi delle braccia si era sollevata da terra puntando i piedi sulla stanga orizzontale.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Aveva fatto in tempo a vedere un drago bianco che divorava la luna.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Un colpo improvviso le era esploso in testa ed era caduta all’indietro sul tappeto di alghe secche.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Spalancò gli occhi e si sedette di scatto sul letto. Una fitta lancinante alla base del cranio le strappò un gemito di dolore. Si portò una mano alla testa e si accorse di indossare ancora la muta. La stanza dove si trovava era debolmente illuminata da una luce rosata che proveniva da un abatjour accanto al letto.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Prima di riuscire a formulare un pensiero, una sagoma nera uscì dall’ombra</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Marta…non temere. Sono tuo amico. Non voglio farti del male-</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">L’uomo era alto, magro, sui quaranta, abbronzato, i capelli dorati come quelli di Marta. Parlava italiano a bassa voce con accento francese.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Bastardo- sibilò lei tastando la cintura per afferrare il coltello &#8211; sei tu che mi hai colpito. Chi sei? Che intenzioni hai?-</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Il tuo coltello ce l’ho io. Te lo restituisco dopo. Non temere ti dico, sei libera, non voglio trattenerti né denunciarti, il quadro è tuo .Devi riportarlo a Maddalena. Sono passati sessant’anni, ma deve sapere che Pietro non l’ha mai dimenticata. Io  volevo solo vederti, conoscerti …Mi chiamo Enrico …sono tuo cugino di secondo grado.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Bel modo di fare conoscenza- disse Marta &#8211; per poco non mi ammazzavi!</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Scusami. Sei stata troppo veloce. Non avevo scelta.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Marta si guardò intorno. La tensione di quella notte cominciava a sciogliersi. Un po’ di calore circolava nei suoi muscoli rigidi, sempre all’erta. Aprì la cerniera della muta per liberare le braccia.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">- Tieni. Indossa questi.- L’uomo le passò una maglietta e dei pantaloni corti</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Sei tu l’informatore!</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Sì. Sono io. Avevo lasciato un numero di telefono nella lettera che ho spedito a Maddalena. Avresti dovuto contattarmi. Hai corso un brutto rischio a entrare nella villa come una ladra.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Non ne sapevo niente. E poi io faccio a modo mio. Sono venuta a prendere il quadro, non mi interessa altro.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Lo immagino!</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Marta arrotolò la muta e la mise in una borsa. Si avvicinò alla finestra. La luna era scomparsa dietro il promontorio lasciando una caligine bianca che  schiariva il cielo.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Era quasi l’alba.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Guardò l’orologio. Se si sbrigava sarebbe riuscita a prendere l’aereo.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Perché hai fatto tutto questo?-</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Sussurrò la donna voltandosi a guardare Enrico.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Il parco e la villa sono stati venduti a una società che ne farà alloggi turistici. Pietro ha lasciato solo debiti. Tutto quello che vedi andrà perduto, distrutto. Lui voleva che Maddalena sapesse che non l’aveva dimenticata e che  avesse il ritratto che le apparteneva. C’è anche questa.-</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Le porse un sacchettino di pelle . Marta lo prese e fece scivolare in mano una collana di granati con un ciondolo che raffigurava l’uroboro.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Il cerchio si chiude.-  Disse con un sospiro.- Peccato che sia così tardi!-</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Enrico si  mise le mani in tasca  e le andò vicino.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">-Sono anni che vi cerco. Maddalena era sparita senza lasciare tracce.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">- Fu costretta ad andarsene, ma il suo cuore non si è mai allontanato da questa casa.-</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">- Assomigli molto al ritratto del quadro. – mormorò Enrico scostandole una ciocca di capelli dal viso.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
<h3><span style="color: #000000;">Marta vide il sole levarsi sul mare dal finestrino dell’aereo. Borges. Prima di sprofondare nel sonno  le era tornato  in mente il nome del poeta.</span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"> </span></h3>
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