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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'poesie' Category

Quando nevica a Roma

 

 

Ieri si aspettava la  neve a Roma. Il 2 pomeriggio era giunta la comunicazione del sindaco Alemanno che venerdì 3 e sabato 4  febbraio le attività didattiche sarebbero state sospese, non si sarebbero registrate le assenze degli alunni e le scuole sarebbero rimaste aperte per l’accoglienza. Già immaginavo un’orda  di  pinguini imbacuccati , incalzati da mammut siberiani al galoppo, che invadevano i locali scolastici e noi maestre lì a distribuire cioccolata calda e ad illustrare gli itinerari turistici della città. Ieri siamo state in servizio a scuola, pochissimi gli alunni presenti e dalle ore 12 una forte e continua nevicata ha imbiancato Roma.

 

Oggi tutte le scuole di ogni ordine e grado, uffici pubblici e musei  sono chiusi per ordine del sindaco e del prefetto,  in quanto  è stato dichiarato lo stato di emergenza neve. Traffico stradale e  ferroviario paralizzato, voli aerei cancellati, invito alla popolazione di rimanere a casa. Ci sono oltre 20 cm di neve,  almeno nella zona dove abito, e le vie sono gelate.

 

 

 

C’è un silenzio irreale che ricorda i versi di Ada Negri.

 

Sui campi e sulle strade

silenziosa e lieve

volteggiando, la neve  cade.

 

 

Danza la falda bianca

nell’ampio ciel scherzosa,

poi sul terren si posa,  stanca.

 

In mille immote forme

sui tetti e sui camini

sui cippi e sui giardini,  dorme.

 

Tutto d’intorno è pace,

chiuso in un oblìo profondo,

indifferente il mondo  tace.

 

Ada Negri

 

 

 

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La cipolla – Wisława Szymborska

 

La cipolla.

 

La cipolla è un’altra cosa.

Interiora non ne ha.

Completamente cipolla

fino alla cipollità.

Cipolluta di fuori,

cipollosa fino al cuore,

potrebbe guardarsi dentro

senza provare timore.

 

 

In noi ignoto e selve

di pelle appena coperti,

interni d’inferno,

violenta anatomia,

ma nella cipolla – cipolla,

non viscere ritorti.

Lei piú e piú volte nuda

fin nel fondo e cosí via.

 

 

Coerente è la cipolla,

riuscita è la cipolla.

Nell’una ecco sta l’altra,

nella maggiore la minore,

nella seguente la successiva,

cioè la terza e la quarta.

Una centripeta fuga.

Un’eco in coro composta.

 

La cipolla, d’accordo:

il piú bel ventre del mondo.

A propria lode di aureole

da sé si avvolge in tondo.

In noi – grasso, nervi, vene,

muchi e secrezione.

E a noi resta negata

l’idiozia della perfezione.

 

Wisława Szymborska

 

 

 

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La Befana vola e i giocattoli scappano

 

Il viaggio della Freccia azzurra

La Freccia azzurra

 

 

La Befana, come lei sa,

a Piazza Navona se ne sta

e noi stavamo, lei non lo ignora,

nelle vetrine della signora.

E’ un negozietto come tanti,

con una scritta sul davanti.

Ci vanno le mamme, i babbi, i nonnini

ad ordinare i regalini.

La signora, quand’è la sua festa,

mette i doni nella cesta

e li porta volando in aria

con la sua scopa straordinaria,

una scopa nuovo modello

col manubrio e il campanello;

li porta ai bimbi che li hanno ordinati

e che li aspettano sognando beati

e a capo del letto,per la Befana,

hanno appeso la calza di lana.

Ma la Befana, cara vecchietta,

ha la memoria piuttosto imperfetta…

una memoria un po’ così

che non ricorda da qui fin lì.

Essa inoltre ha un segretario,

un tipo pignolo e abitudinario,

che appena passata è l’Epifania,

fa le fatture e le manda via,

ossia manda il conto da pagare

come se un dono fosse un affare;

e lui, che memoria! è sorprendente

non si dimentica un cliente!

Così, per queste e per altre ragioni,

molti bimbi son senza doni.

Ce n’era uno, un ragazzetto,

innamorato del treno diretto

che davanti alla vetrina

passava quasi ogni mattina,

spargendo molti lacrimoni

per la macchina e per i vagoni.

Si chiama Francesco, ci siamo informati,

è figlio di poveri disoccupati

che un treno elettrico, manco a pensarlo,

non potrebbero comperarlo.

Per questo, signore, siamo scappati

abbiamo i vetri rosicchiati

e abbiamo deciso senza meno

di andar da Francesco con tutto il treno.

La Befana avrà pazienza,

lei di certo non resta senza,

ha un magazzino e uno scantinato

pieni di giochi da togliere il fiato.

 

Gianni Rodari – da una lunga filastrocca inedita composta in occasione della “Befana dell’Unità”,

tratta dal sito del  Centro Studi Gianni Rodari di Orvieto

 

 

La Freccia azzurra è un famoso libro di Gianni Rodari  che deriva il nome da un trenino elettrico sul quale i giocattoli, che pur hanno un cuore, scappano dal negozio della Befana  per raggiungere i bambini che li desiderano davvero. Infatti i bambini rischiavano di non avere doni in occasione dell’Epifania, ma il piccolo Francesco e  tanti personaggi fantastici, come il cane di pezza Spicciola, il capitano Mezzabarba,  la bambola, l’orsacchiotto, il pilota,i  cowboys e i pellerossa  vivono magicamente divertenti avventure per rendere felici i bambini. La Freccia azzurra è uno dei primi capolavori di Rodari che ha ispirato molte rappresentaioni teatrali e un film d’animazione.

 

 

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Ode al primo giorno dell’anno

Ode al primo giorno dell’anno

 

Lo distinguiamo dagli altri

come se fosse un cavallino

diverso da tutti i cavalli.

Gli adorniamo la fronte

con un nastro,

gli posiamo sul collo sonagli colorati,

e a mezzanotte

lo andiamo a ricevere

come se fosse

un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia

al pane di ieri,

come un anello a tutti gli anelli: i giorni

sbattono le palpebre

chiari, tintinnanti, fuggiaschi,

e si appoggiano nella notte oscura.

 

Vedo l’ultimo

giorno

di questo

anno

in una ferrovia, verso le piogge

del distante arcipelago violetto,

e l’uomo

della macchina,

complicata come un orologio del cielo,

che china gli occhi

all’infinito

modello delle rotaie,

alle brillanti manovelle,

ai veloci vincoli del fuoco.

 

Oh conduttore di treni

sboccati

verso stazioni

nere della notte.

Questa fine dell’anno

senza donna e senza figli,

non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

 

Dalle vie

e dai sentieri

il primo giorno, la prima aurora

di un anno che comincia,

ha lo stesso ossidato

colore di treno di ferro:

e salutano gli esseri della strada,

le vacche, i villaggi,

nel vapore dell’alba,

senza sapere che si tratta

della porta dell’anno,

di un giorno scosso da campane,

fiorito con piume e garofani.

 

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno

dorato, grigio, celeste,

lo dispiegherà in colline

lo bagnerà con frecce

di trasparente pioggia

e poi lo avvolgerà

nell’ombra.

 

Eppure

piccola porta della speranza,

nuovo giorno dell’anno,

sebbene tu sia uguale agli altri

come i pani

a ogni altro pane,

ci prepariamo a viverti in altro modo,

ci prepariamo a mangiare, a fiorire,

a sperare.

 

Ti metteremo

come una torta

nella nostra vita,

ti infiammeremo

come un candelabro,

ti berremo

come un liquido topazio.

 

Giorno dell’anno nuovo,

giorno elettrico, fresco,

tutte le foglie escono verdi

dal tronco del tuo tempo.

 

Incoronaci

con acqua,

con gelsomini aperti,

con tutti gli aromi spiegati,

sì,

benché tu sia solo un giorno,

un povero giorno umano,

la tua aureola palpita

su tanti cuori stanchi

e sei,

oh giorno nuovo,

oh nuvola da venire,

pane mai visto,

torre permanente!

 

(Pablo Neruda, Terzo libro delle odi, 1957)

Trad. Alessandra Mazzucco

Auguri di Buon Anno a tutti! :)

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Quartine di Omar Khayyām

103

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,

Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,

E tu su quell’ erba verde fa’ conto d’esser rugiada

Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.


49

In ogni campo dove fioriscono i tulipani

Il loro rosso colore viene dal sangue d’un re;

Ed ogni foglia di viola che spunta su dalla terra

Fu un tempo neo vezzoso su guancia di bella fanciulla.


92

Ogni mattina, quando il volto del tulipano gocciola di rugiada

E l’esile vita della viola sul prato si piega a un inchino,

Davvero m’allieta allora vedere il virgineo bocciolo

Avvolgersi stretto nel manto colorato di rosa.



135

Nemmen per un giorno libero sono dal laccio del mondo,

E per un attimo solo lieto non sono dell’esistenza mia.

Per lunga stagione fui l’allievo alla scuola del Tempo,

E pur nelle cose del Mondo non sono ancora Maestro.

 

 

236

Coloro  che il suolo tutto consumarono a corsa con avidi piedi,

E pieni di brama sui due mondi spaziarono a gara,

Non so, davvero, se n’hanno ritratto sapienza

Più grande,di quello ch’è il Mondo nella sua essenza più vera.

 

 

249

Questi vasai che han sempre la mano sul fango,

Se all’agir loro bene applicasser ragione e intelletto,

Schiaffi e pugni e calci mai non darebbero al fango:

La polvere dei padri loro tratterebbero meglio.

 

 

282

Puri venimmo dal Nulla, e ce ne andammo impuri.

Lieti entrammo nel Mondo, e ne partimmo tristi.

Ci accese un Fuoco nel cuore l’Acqua degli occhi:

La vita al Vento gettammo, e poi ci accolse la Terra.

 

 

Omar Khayyām, Quartine ( a cura di Alessandro Bausani)


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“Sorelle, a voi non dispiace…” di Antonia Pozzi

Sorelle, a voi non dispiace…


Sorelle, a voi non dispiace
ch’io segua anche stasera
la vostra via?
Così dolce è passare
senza parole
per le buie strade del mondo -
per le bianche strade dei vostri pensieri -
così dolce è sentirsi
una piccola ombra
in riva alla luce -
così dolce serrarsi
contro il cuore il silenzio
come la vita più fonda
solo ascoltando le vostre anime andare -
solo rubando
con gli occhi fissi
l’anima delle cose -
Sorelle, se a voi non dispiace -
io seguirò ogni sera
la vostra via
pensando ad un cielo notturno
per cui due bianche stelle conducano
una stellina cieca
verso il grembo del mare.


Milano, 6 dicembre 1930


Antonia Pozzi

(Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938)


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Notte d’autunno

Notte d’autunno


Pesante d’olezzi, sul folto

del parco la Notte s’adagia.

Le stelle, tacendo

rimiran la pallida luna:

barchetta d’argento,

che sogna l’approdo

per entro le chiome dei tigli.

Richioccola lungi una fiaba

la garrula fonte, sommessa.

Un tonfo leggero di pomi

su l’erba che immobile sta.

Dal poggio vicino,

la brezza notturna sospira,

recando sovr’ali d’azzurra

falena, traverso le querce,

un greve sentore

di fervidi mosti recenti.


Rainer Maria Rilke


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Il grande pi greco

Il grande pi greco



Degno di meraviglia è il numero pi greco

tre virgola uno quattro uno.

Le sue cifre seguenti sono ancora tutte iniziali,

cinque nove due, perché non ha mai fine.

Non si fa abbracciare sei cinque tre cinque con lo sguardo,

otto nove con il calcolo,

sette nove con l’immaginazione,

e neppure tre due tre otto per scherzo, o per paragone

quattro sei con qualsiasi cosa

due sei quattro tre al mondo.

Il più lungo serpente terrestre dopo una dozzina di metri s’interrompe.

Così pure, anche se un po’ più tardi,  fanno i serpenti delle favole.

La fila delle cifre che compongono il numero Pi greco

non si ferma al margine del foglio,

riesce a proseguire sul tavolo, nell’aria,

su per il muro, il ramo, il nido, le nuvole, diritto nel cielo,

per tutto il cielo atmosferico e stratosferico.

Oh come è corta, quasi quanto quella di un topo, la coda della cometa!

Quanto è debole il raggio di una stella, che s’incurva nello spazio!

Ed ecco invece due tre quindici trecento diciannove

il mio numero di telefono il tuo numero di camicia

l’anno mille novecento settanta tre sesto piano

numero di abitanti sessanta cinque centesimi

giro dei fianchi due dita una sciarada e una cifra,

in cui vola vola e canta, mio usignolo

e si prega di mantenere la calma,

e così il cielo e la terra passeranno,

ma il Pi greco no, quello no,

lui sempre col suo bravo ancora cinque,

un non qualsiasi otto,

un non ultimo sette,

stimolando, oh sì, stimolando la pigra eternità

a durare.


Wislawa Szymborska


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“…corpo e mente, un’emozione controllata dall’intelletto. Allora sì, io il lettore lo coinvolgo così” (Edoardo Sanguineti)

Poeta, intellettuale, professore di letteratura all’Università di Torino, Salerno e Genova, autore di teatro, critico, saggista. Così oggi si ricorda Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930- Genova,18 maggio 2010) esponente della neoavanguardia e  del Gruppo 63 che negli anni Sessanta propose un’innovativa  ricerca sperimentale di forme linguistiche e contenuti. I suoi scritti sono complessi, a volte ostici, evocativi, provocatori e sorprendenti.

Prendere o lasciare. Una forma letteraria vicina alla musica, per i ritmi incalzanti o spezzati, le pause e l’andamento in crescendo o diminuendo,  come le immagini che, simili a flash,scendono nella profondità dei pensieri per risalire nella superficie delle sensazioni.


acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l’etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell’aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore):


(da “Corollario”1992-1996)


Ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia cruda carta nuda,
che ti segno, che ti sogno, con i miei seri, severi semi neri, con i miei teoremi,
i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso e duro, tra le tue fratte,
con il mio oscuro, puro latte, con le mie lente vacche, tritamente, che ti accendo,
se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine, che ti aspiro, ti respiro
con le tue nebbie e trebbie, che ti timbro con tutti i miei timpani, con le mie dita
che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora, ti perfora, che ti adora,
mia vita, mio avaro amore amaro:
io sono qui così, la zampa del mio uccello, di quello
che ti gode e ti vigila, sono la papilla giusta che ti degusta, la pupilla che ti vibra
e ti brilla, che ti tintinna e titilla; sono un irto, un erto, un ermo ramo, io che
ti pungo, mio fungo, io che ti bramo: sono pallida pelle che si spella, mia bella, io,
passero e pettirosso del tuo fosso: io la piuma, io l’osso, che ti scrivo: io, che ti vivo.



a quella reginella ridarella, a quella raganella griderella, la bella sopranella
in sottanella, a quella stella bianca, stella nana, unica mia sovrana disumana,
alla sua bianca mano, al piede bianco e stanco, e storto, e morto, a quel suo buco
nero, buco vero, dunque io parlo, e così parlando dico:
felice la tua faccia
di vinaccia, felici le tue braccia di focaccia, principessina di uvaspina,
manducabile inconfutabile, amabile potabile: felice, mia selvaggia, chi ti assaggia
candeggiante albeggiante, sola, tra due lenzuola: felice il tuo sensibile cannibale,
felice chi ti inghiotte in una notte, chi ti concuoce veloce, e ti digerisce
e smaltisce, e ti chilifica e chimifica: felice chi ti dice, e ti nientifica:



(da L’ultima passeggiata – Omaggio a Pascoli – 1982)


5.

esiste il vuoto tempo dell’attesa, esistono irrazionali
meteore e, ad occhi aperti, ciechi nomadismi:


esiste


(in forma informe di ballata) la vuota attesa del vuoto (le nobili
attenzioni, la profonda pietà cristiana, i misteri dell’anima,
la luce…)


esistono gli “stati di necessità”, esistono i governi


di (centro-)destra


oh, al confine con la mia catastrofe, esisti, catastrofico
sguardo d’amore, sempre


(…ma resiste,


figlio, inamabile e vero, il duro tempo della nostra storia).


(da Mikrokosmos -poesie 1951-2004)



Questo è il cuore dei monti


Questo è il cuore dei monti, che è il tuo cuore,
vinosa vena di fresco sapore:


vedi, un corno di luna è un paio di ali,
nodo è di nidi, in luci vendemmiali:


questo è un vecchio castello di tarocchi:
questo è il cuore del mondo, nei tuoi occhi:


bevendo bianca pace settembrina,
saltami in cerchio, bella furlanina.



Ballata delle donne


Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.


Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.


Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.


Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.


Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.


(da Ballate 1982-1989  in “Il gatto lupesco -poesie 1982-2001)


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I limoni – Eugenio Montale

I limoni



Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante

dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.

Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi

fossi dove in pozzanghere

mezzo seccate agguantano i ragazzi

qualche sparuta anguilla:

le viuzze che seguono i ciglioni,

discendono tra i ciuffi delle canne

e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.


Meglio se le gazzarre degli uccelli

si spengono inghiottite dall’azzurro:

più chiaro si ascolta il susurro

dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,

e i sensi di quest’odore

che non sa staccarsi da terra

e piove in petto una dolcezza inquieta.

Qui delle divertite passioni

per miracolo tace la guerra,

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza

ed è l’odore dei limoni.


Vedi, in questi silenzi in cui le cose

s’abbandonano e sembrano vicine

a tradire il loro ultimo segreto,

talora ci si aspetta

di scoprire uno sbaglio di Natura,

il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,

il filo da disbrogliare che finalmente ci metta

nel mezzo di una verità.


Lo sguardo fruga d’intorno,

la mente indaga accorda disunisce

nel profumo che dilaga

quando il giorno più languisce.

Sono i silenzi in cui si vede

in ogni ombra umana che si allontana

qualche disturbata Divinità.


Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo

nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra

soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.

La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta

il tedio dell’inverno sulle case,

la luce si fa avara-amara l’anima.

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo del cuore si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.



Eugenio Montale

(da Ossi di seppia)


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