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La storia infinita del presepe napoletano (seconda parte)
Sacro e profano, fede e superstizione, realtà ed immaginazione, costante celebrazione di vita e di morte sono ingredienti ben amalgamati nel presepe napoletano che si apprezza non solo per la raffinata manifattura, ma anche se si comprende la valenza simbolica dei suoi elementi e dei suoi personaggi.
La grotta,simbolo del grembo materno, offre riparo al Bambino, ai pastori e agli animali e segna il confine tra la nuova luce e le tenebre . Le ripide montagne e le salite rendono arduo il cammino per raggiungere il Salvatore, come difficile è la redenzione dal male. L’anacronistico castello, non a caso posto in alto e difeso da un soldato romano rappresenta il potere e richiama la strage degli Innocenti, mentre la chiesa e le edicole votive esprimono la religiosità collettiva. Benino dormiente è colui che s’incammina verso la verità e la sua capanna rappresenta una vita semplice e precaria . Il pastore adorante è arrivato alla fine del percorso e può finalmente contemplare il divino.
L’acqua dei ruscelli, dei laghetti, delle fontane e dei pozzi simboleggia sia la vita che la morte, rigenera e purifica (acquaiolo e lavandaia ),ma può anche distruggere e rapire come quella della fontana e del pozzo che collegano col misterioso ed insidioso mondo sotterraneo degli Inferi (Maria Manilonga), mentre il ponte su corsi d’acqua o tra i monti agevola il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti.
La taverna è un luogo di “perdizione”, ove regnano i vizi di gola, lussuria, gioco ed ubriachezza; a volte vi compaiono anche un monaco ubriaco,che rappresenta la corruzione temporale della chiesa, e i giocatori di carte, detti Zì Vicienzo e Zì Pascale che hanno poteri divinatori.
La varietà di prodotti alimentari e ortofrutticoli, in bella mostra nelle botteghe o sui carretti, sono l’
abbondanza e la ricchezza della natura che può appagare l’atavica fame e la miseria del popolo spesso rappresentate da Pulcinella o dal mangiatore di maccaroni. Gli alberi simboleggiano conoscenza, sapienza e crescita, il fuoco è energia vitale, il mulino e la vecchia che fila la lana scandiscono il tempo che passa, la macina simboleggia morte e purezza.
Anticamente nel presepe, soprattutto sulle montagne, era presente anche un diavolo , poi soppiantato dal macellaio, dall’oste e dal barbiere che rievocano simbolicamente il male e il sangue. I numerosi mendicanti, spesso deformi (guercio, zoppo, storpio, la contadina col gozzo, la vedova rapata), rappresentano le anime purganti o pezzentelle che invocano preghiere di suffragio sulla terra.
La zingara preannuncia profezie non sempre serene,Ciccibacco ‘ncopp’a votte (Cicci Bacco sulla botte), su un carro simboleggia Dioniso, accompagnato da pastori e caprai, è l’umanità gaudente e festosa, la vecchia che dà mangime alle galline è il simbolo di Demetra che nutre Kore,Core cuntento ‘a loggia (Cuor contento sulla loggia) è l’allegria, la donna col bambino, cioè Stefania, rappresenta la maternità.
Gli animali hanno molti significati: il cane rappresenta la fedeltà e la promiscuità, la gallina indica fertilità, le pecore invece la morte, il maiale sia la lussuria che la parsimonia, i pappagalli, le scimmie e gli elefanti sono il gusto per l’esotico.
Il presepe è la sintesi dell’umanità di sempre che tra arti e mestieri, stagioni, scorci di case, mari, valli e montagne, gioia e dolore, piacere e spiritualità è tutta protratta alla celebrazione della vita, quella più semplice e innocente di un bambino, sospesa tra terra e cielo, prodigio della natura o magia divina. E’ difficile definire luce e amore. Ma quel bambino ne incarna il concetto. Suscita tenerezza ed evoca la fase iniziale di un percorso, dalla quale siamo partiti tutti.
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La storia infinita del presepe napoletano (prima parte)
Immancabile post sul presepe napoletano, sintesi di sacro e profano, di valori e della vita, confluenza di personaggi in cammino, appartenenti ad ambienti e contesti diversi, espressione di riti, di usi e costumi ,di arte e cultura, di storia napoletana.
Ogni elemento racchiude un significato simbolico che potete ritrovare in post precedenti: per esempio la grotta rappresenta le tenebre prima della venuta di Cristo, la capanna è la fede paziente, il tempio diroccato con colonne corinzie è il superamento del paganesimo con l’avvento del cristianesimo. In effetti Cristo nacque nel solstizio d’inverno, quando a Roma si festeggiavano i Saturnalia e Mitra, per cui il cristianesimo pare sovrapporsi alle feste pagane, in un continuum col substrato religioso precedente.
La struttura del presepe indica un percorso, spesso in salita, che porta alla Natività, al Bene,. che spazia dalla purezza e dalla rigenerazione di Maria, dalla fiducia di chi ha fede, dalla paternità e dall’umile laboriosità dell’anziano San Giuseppe fino alla luce salvifica del Bambino.
Nel gruppo della Natività compaiono altri personaggi: il bue e l’asino simbolicamente rappresentano il sole e la luna, la luce e l’oscurità, il bene e il male che influenzeranno la vita del Cristo. I due zampognari, il ciaramellaro e il suonatore di zampogna , esprimono la povertà, la semplicità e la purezza d’animo . Gli angeli e i puttini invece sono la gioia del lieto annuncio a tutti i popoli della Terra. Uno regge la scritta “Gloria in excelsis Deo”, un altro sparge incenso, altri ancora suonano la tromba del trionfo e un tamburo, piatti metallici in ossequio al potere temporale e spirituale e in coro cantano l’Osanna.
I tre Re Magi possono rappresentare i tre continenti allora conosciuti, ma anche il viaggio del sole durante la notte che termina quando si riunisce col nuovo sole nascente. Viaggiano su cavalli di vario colore: bianco ( l’aurora), rosso o baio ( il mezzogiorno) e nero (la notte) o più spesso sul dorso di un cammello.. Melchiorre, l’anziano dalla lunga barba, offre l’oro simbolo della regalità, il più giovane Gaspare l’incenso, simbolo di divinità, il moro Baldassarre la mirra che ricorda la natura mortale di Cristo. Tutti seguono la stella cometa ,che illumina e guida verso il bene.
Nei presepi del Settecento c’era anche una Re Magia, sposa del moro e simbolo della luna. Spesso al loro seguito compare uno sfarzoso Corteo, a ricordo di quello turco giunto a Napoli nel 1741, formato da schiavi, paggi, portantini, elefanti, pappagalli, cani, scimmie e oggetti che richiamano il gusto , la curiosità per il ricco e raffinato mondo esotico e il desiderio di conoscenza del Settecento.
Vi segnalo
La seconda edizione di “Maestri in Mostra”- il presepe napoletano a Villa Fiorentino
7 dicembre 2011- 8 gennaio 2012
Villa Fiorentino- Sorrento
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“Il Sanguanelo della Valle del Ciòn”
“Si racconta che il mitico folletto vestito di rosso col cappellino a sonagli, si aggirasse di notte per fare dispetti gli uomini e agli animali e che si divertisse ad andare nelle stalle ad intrecciare le code dei cavalli, a rubare i panni rossi stesi ad asciugare nelle corti, a sostituire i bambini nelle culle e a far perdere la strada di notte a chi malauguratamente si fosse messo a seguire le sue impronte.”
È una leggenda delle valli dell’Altopiano di Asiago , ricostruita e narrata dall’amica Filo nel libro “Il Sanguanelo della Valle del Ciòn”, pubblicato di recente.
Il personaggio burlone nacque da una còrnola, forse “da quella più grossa e lucida di quel ramo che spiava il torrente, un po’ isolata dalle sue sorelle…
Toc-toc-toc tre salti ammorbiditi dalla sabbia per fermarsi vicino al bordo della pozza di acqua stagnante. La cornola rimase in terra per qualche tempo, come in attesa dell’evento che di lì a poco sarebbe avvenuto. L’acqua infatti pian piano, quasi in risposta a un irresistibile richiamo, cominciò con lieve movimento ad avvicinarsi alla cornola solitaria, accarezzò il frutto e l’avvolse nel suo dolce abbraccio cullandolo dolcemente.
Passò il giorno e arrivò la notte. La luna spuntando dietro la cresta dei Ronchi, fece la sua comparsa nel cielo stellato e limpido e si mise all’opera per completare l’impresa iniziata dall’acqua. Con la sua straordinaria forza di gravità capace di alzare e abbassare le acque dei mari e degli oceani, come una misteriosa alchimia, mescolò le molecole dell’acqua con
le vitamine della cornola dando così origine a una nuova forma di vita sconosciuta sulla terra.”
Nei racconti di Filo, tra suggestive descrizioni ed un’apparente semplicità narrativa che fanno decollare la fantasia e pensieri più profondi, vivono personaggi reali ed immaginari dei monti e dei boschi ,come le magiche Anguane , accomunati dall’improvvisa apparizione dello gnometto rosso.
“Te vedessi Cati, da soto al paion xè scapà fora un ometo picolo e tuto rosso.”
Salta fuori Checo del Ciòn, con voce ancora più alta:” Te vedessi come ch’el corea, el ga traversà el Ciòn e l’è ‘ndà su par i Ronchi come un ghiro.”
“El gera rosso come ‘na cornola”- borbottò Piero È.
“Come el sangue!” aggiunse infervorato Checo.
I due si guardarono con gli occhi ancora fuori dalle orbite per la sorpresa e dissero: “Podaria essere el Sanguanelo!”
“Ora che i nostri figli stanno perdendo il ricordo dell’originaria armonia in cui tutti gli esseri erano interconnessi e il magico serviva a spiegare l’ignoto, vorremmo anche noi, con l’aiuto del Sanguanelo contribuire a salvare la memoria dei vecchi lavori, degli antichi nomi dei nostri nonni, dei toponimi e delle magiche creature che accompagnavano i giorni dei nostri antenati, creature nate dalla loro accesa fantasia, o forse, da occhi più attenti dei nostri…”
È misteriosamente sparito Skipblog proprio quando stavo scrivendo questo post . Secondo me, il Sanguanelo ha voluto testimoniare così la sua presenza e la sua fama di burlone dispettoso.
Una ragione in più per farlo rivivere nella nostra fantasia.
“Il Sanguanelo della Valle del Ciòn”
di Fiorella Lorenzi, illustrato con le opere di Severino Abriani
ed. La Serenissima
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Per Giorgio Celli, il grande amico degli animali
Ci ha lasciati Giorgio Celli, noto etologo, entomologo, ecologo, professore universitario, scrittore, attore, europarlamentare, che ha avuto l’abilità sia di farci capire gli animali e le loro relazioni con l’ambiente, sia di amalgamare la poesia e la scienza della vita, rendendole accessibili a tutti con un coinvolgimento allo stesso tempo razionale ed emotivo.
Divenne popolare con trasmissioni televisive in cui spiegava il misterioso regno degli animali a partire dall’ affascinante microcosmo degli insetti, in particolare delle api, poco considerati nelle loro incredibili forme di organizzazione sociale, ma raccontava anche l’arte musicale degli uccelli, l’intelligenza dei cani, il fascino enigmatico dei gatti per i quali stravedeva perché “Guardare un gatto è come guardare il fuoco: si rimane sempre incantati” e ai quali riconobbe di essere stati i suoi maestri di etologia “Maestri senza parole ma con gesti trasparenti; ed io, a poco a poco, sono diventato un loro ammiratore e loro complice.”
In effetti per carattere si sentiva simile ai gatti , affettuosi ed indipendenti, perché “ non amo comandare , ma nemmeno obbedire” e ne aveva quasi acquisito l’aria sorniona che sorprendeva per la semplicità con cui riusciva ad esprimere pensieri profondi e la sensibilità buona e spontanea, propria di chi coglie il bello in ogni forma di vita e nella perfezione della natura, di cui l’uomo sovverte l’equilibrio.
Sosteneva che spesso si parla di animali pensando che sono diversi da noi. “Ma in fondo, anche noi siamo animali, solo che spesso ce lo dimentichiamo…” “Mentre il mondo dell’uomo è un mondo di razionalità e di emozioni, perché la nostra razionalità tende sempre a limitare le emozioni, nel caso degli animali il mondo è principalmente di emozioni, poi ci sono isole di razionalità”.
Trasmetteva la grandezza di chi ha trovato una chiave di lettura di un mondo vasto e magnificamente armonioso di cui dovremmo fare parte non come esseri dominanti.
5 comments“Se credi giusto, come è giusto, il dovere di amare il tuo prossimo, l’animale non è escluso, perché – San Francesco insegna- non credo possa esistere vera bontà se non è estesa ai nostri compagni di viaggio sul pianeta, con due ali o quattro zampe non importa. Sono l’eterna minoranza del mondo, e tu non fare mai a loro ciò che non vorresti fosse fatto agli uomini.”
150 anni dell’Unità d’Italia: piccoli e grandi eroi
Sulla sommità del Gianicolo , suggestivo luogo della memoria che ricorda le radici e le lotte per l’Italia , domina l’imponente monumento equestre di Giuseppe Garibaldi, realizzato da Emilio Gallori e inaugurato nel 1895. Sul basamento spiccano le figure allegoriche dell’Europa e dell’America, oltre a gruppi di bronzo che rievocano le imprese più importanti dell’Eroe dei due mondi( lo sbarco a Marsala, la resistenza di Boiada, la difesa di Roma).
La storia è soggetta a diverse e mutevoli interpretazioni, ma le prodezze di Garibaldi divennero poi memorabili sia per la destra che la sinistra. A mio parere proprio la forte e carismatica personalità di Garibaldi suscitava e suscita tutt’oggi un certo fascino. Egli temprò il carattere per mare, navigando prima in Oriente col padre Domenico, capitano mercantile, e altri armatori, poi combattendo nel Sud America per lo stato Rio Grande do Sul, di cui comandò la flotta di guerra, nella ribellione contro il governo brasiliano.
È passato alla storia come l’uomo d’azione, l’avventuriero, il rivoluzionario, l’anticlericale, il promotore della libertà, della giustizia e dell’amicizia tra i popoli, il difensore dell’identità nazionale. Animato contraddittoriamente da ideali nazionali e cosmopoliti, da militarismo e pacifismo, fu critico non solo del pontefice ma anche dei politici di professione e della politica piemontese. Accolto freddamente dal governo sardo quando rientrò nel 1848 dal Sud America poiché i tempi erano propizi per la libertà e la rivoluzione di Palermo faceva ben sperare, poi espulso dai territori del Piemonte ove ritirò dopo la disfatta della Repubblica Romana e il tentativo di raggiungere Venezia che resisteva agli austriaci, abbandonò ogni ambizione quando capì che la monarchia sabauda poteva essere la soluzione per l’unità d’Italia, e al re Vittorio Emanuele consegnò il Sud nel 1860, rifiutando però la nomina a generale con le annesse ricompense. I suoi ideali in fin dei conti furono sfruttati da una politica sabauda che si rivelò più di conquista che di liberazione, soprattutto del ricco Sud Italia.La sua popolarità lo fece diventare simbolo dell’unità nazionale, richiamata nelle tante piazze e strade d’Italia che portano il suo nome, facendo dimenticare lo spirito rivoluzionario degli anni giovanili e quello antipolitico della vecchiaia. Garibaldi da lassù guarda Roma, capitale di quell’Italia libera e unita in cui tanti, come lui, avevano creduto.
I tanti, più noti, sono ricordati in 84 busti marmorei che in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sono stati ripuliti e restaurati. Sono erme di patrioti garibaldini, politici ed intellettuali, combattenti per la difesa e la liberazione di Roma, compresi quattro garibaldini stranieri (l’inglese John Peard , il finlandese Herman Lijkanen, l’ungherese Istvàn Türr e il bulgaro Petko Voivoda). Nel parco del Gianicolo ci sono anche quattro stele dedicate agli studenti che da ogni parte confluirono a Roma per difendere la breve Repubblica Romana. Se la passione è il motore dei grandi cambiamenti, in questi busti se ne trova conferma.
La mia attenzione però è stata attirata da questa targa, dedicata al tredicenne Lorenzo Brunetti, di cui il viale del Gianicolo porta il nome. Lorenzo morì col padre Angelo Brunetti, più noto come Ciceruacchio (1800- 1849 ), il cui monumento, realizzato da Ettore Ximenes e inaugurato nel 1907, è stato trasferito da Trastevere al Gianicolo.
Ciceruacchio, soprannominato così dalla madre in quanto paffuto, era figlio di un maniscalco, divenne carrettiere poi oste. Generoso e coraggioso s’adoprò per il bene del popolo in occasione del colera e dell’alluvione. Non era istruito ma in compenso era dotato di buona capacità dialettica, espressa solo in romanesco, con la quale interpretava e trasmetteva gli umori della gente comune, e capì che l’istruzione per tutti poteva essere un mezzo per acquisire maggiore consapevolezza e dignità di vita. Fu apprezzato anche da nobili e governanti, oltre Mazzini e Garibaldi che gli chiesero consigli e collaborazione durante la breve vita della Repubblica Romana. Incoraggiò il papa Pio IX a promuovere riforme liberali e donò vino per festeggiare la liberazione dei prigionieri politici nel 1846. Dopo il voltafaccia del pontefice, Ciceruacchio si schierò contro la politica del papa re che non realizzò le riforme tanto attese dal popolo. Da buon patriota e capopopolo difese la Repubblica Romana nel 1849 e , dopo la sua caduta , seguì Garibaldi con l’intento di raggiungere Venezia. Costretto ad approdare in prossimità del delta del Po, fu denunciato alle autorità dalla gente del posto e nella notte del 10 agosto 1849 fu fucilato insieme ai suoi due figli Luigi e Lorenzo.
Nel parco del Gianicolo tra i grandi citati nella storia del Risorgimento Italiano, è ricordato anche il giovane trasteverino Righetto, simbolo dei ragazzini caduti in difesa della Repubblica Romana nel 1849. Roma era soggetta a pesanti attacchi da parte dei francesi corsi in aiuto del papa e Trastevere era particolarmente bombardata. Una banda di ragazzini, guidati da Righetto, un dodicenne senza famiglia che lavorava presso un fornaio, pensò di difendere la gente del quartiere avvisandola della caduta della bombe e precipitandosi a spegnerne la miccia con uno straccio bagnato. Nel giugno del 1849 sulla piccola spiaggia della Renella, sotto ponte Sisto, Righetto morì con la sua inseparabile cagnetta Sgrullarella a causa di una bomba che gli cadde sulle mani.
Altre generazioni di altri tempi, animate da quella grande passione che rende fieri e coraggiosi in ogni circostanza.
Noi, italiani del Duemila, riusciremo mai a scrivere pagine di storia di cui i posteri si sentiranno orgogliosi?
Qui la splendida interpretazione di Nino Manfredi in un estratto del film “In nome del popolo sovrano” di Luigi Magni, che sarebbe bello rivedere in tv .
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Donne del Risorgimento: Anita Garibaldi
Il Gianicolo è un parco pubblico molto suggestivo sia perché offre dall’alto una splendida veduta di Roma, sia perché è un luogo della memoria, che nei grandi monumenti equestri di Giuseppe e di Anita Garibaldi, negli 84 busti e nelle quattro stele dedicati ai combattenti garibaldini di ogni parte d’Italia , ricorda la strenua difesa della breve Repubblica Romana tra l’ aprile e il luglio del 1849.
Il monumento celebrativo di Anita Garibaldi , realizzato da Mario Rutelli ed inaugurato nel 1932, custodisce le ceneri di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, universalmente nota come Anita Garibaldi (Morrinhos, 30 agosto 1821- Mandriole di Ravenna 4 agosto 1849).
Anita stringe tra le braccia un bambino, molto probabilmente Menotti, il figlio appena nato, portato in salvo dalla madre che di notte scappò a cavallo per sottrarsi alle violente truppe imperiali giunte a San Simon (Rio Grande) nel 1840 . Garibaldi, che l’aveva lasciata a casa di amici per cercare vesti per lei e il piccolo, la ritrovò nella foresta mentre allattava il primogenito.
Anita, l’unica donna veramente amata da Garibaldi, a diciotto anni divenne la sua inseparabile compagna , condividendo fino alla fine una vita avventurosa e difficile tra stenti, rinunce e sacrifici, ideali e battaglie per terra e per mare, sia in Sud America che in Italia. È passata alla storia come l’Eroina dei due mondi, emblema della donna combattente e leggenda vivente del Risorgimento Italiano.
Da Garibaldi ebbe quattro figli: Menotti (1840), Rosita (1843) morta all’età di due anni, Teresita (1845) e Ricciotti (1847) . Di umili origini, sin da ragazzina mostrò un carattere indomito, forte e determinato. Alta, fiera, dai grandi occhi scuri conobbe e conquistò il cuore di Garibaldi nel 1839 a Laguna, piccola città a sud del Brasile, durante le lotte sudamericane per l’indipendenza repubblicana. Una giovane donna “ il cui coraggio io mi sarei desiderato tante volte”- come scrisse di lei il marito nelle Memorie autobiografiche- e che Anita mostrò nella strenua difesa della breve Repubblica Romana.
Dopo la resa di Roma Garibaldi , con l’inseparabile Anita e i suoi compagni, compì un disperato viaggio verso Venezia che ancora resisteva agli Austriaci. Sperava di accendere l’insurrezione nell’Italia centrale ma, inseguito da truppe francesi, pontificie e poi austriache, nel luglio del 1849 si diresse verso la repubblica di San Marino.
Nelle sue “ Memorie” descrisse con un’analisi umanamente schietta la criticità del momento, le condizioni disperate di Anita, incinta di sei mesi, e la viltà dei disertori “ codardi nell’abbandonare vilmente la causa santa del loro paese, essi naturalmente scendevano ad atti osceni e crudeli cogli abitanti. Ciò sommamente mi straziava, peggiorava ed umiliava non poco la già sventurata posizione nostra! Come potevo io mandare dietro a quelle scellerate masnade, attorniato come mi trovavo dai nemici! Alcuni colti in flagrante erano fucilati; ma ciò poco rimediava, andando la maggior parte impuniti. La situazione divenuta disperata, io cercai d’arrivare a S. Marino. Avvicinatomi alla sede di quelli eccellenti Repubblicani, giunsemi una loro deputazione, ed avvendone avuto notizie, mi avvicinai per conferire con essa. E mentre io mi trovavo conferendo colla deputazione di S. Marino, un corpo di Austriaci comparì alla nostra retroguardia e vi cagionò confusione tale, che tutti presero a fuggire quasi senza veder nemici, almeno la maggior parte.
Avvertito di tal contrattempo, retrocessi, trovai la gente fuggendo, e la mia valorosa Anita, che col colonnello Forbes facevano ogni sforzo per trattenere i fuggenti. Quella incomparabile donna incapace di qualunque timore aveva lo sdegno dipinto sul volto e non poteva darsi pace di tanto spavento in uomini che poco prima s’eran battuti valorosamente….”
Giunti a San Marino Garibaldi scrisse su un gradino d’una chiesa al di fuori della città l’ordine del giorno:
“ Militi, io vi sciolgo dall’impegno d’accompagnarmi. Tornate alle vostre case;ma ricordatevi che l’Italia non deve rimanere nel servaggio, e nella vergogna!” Dei circa 4000 uomini, partiti da Roma, rimasero solo 200 seguaci coi quali giunse a Cesenatico per poi imbarcarsi su barche da pesca ( bragozzi) alla volta di Venezia.
“Per parte mia, però, non avendo idea di depor le armi, con un pugno di compagni, io sapevo non impossibile aprirsi strada e guadagnar Venezia. E così s’era deciso. Un carissimo e ben doloroso impiccio era la mia Anita, avanzata in gravidanza, ed inferma. Io la supplicavo di rimanere in quella terra di rifugio ( San Marino) , ove un asil almeno per lei poteva credersi assicurato, ed ove gli abitanti ci avevan mostrato molta amorevolezza. Invano! Quel cuore virile e generoso si sdegnava a qualunque delle mie ammonizioni su tale assunto, e m’imponeva silenzio, colle parole: “ tu vuoi lasciarmi”.
Gli Austriaci scorsero i garibaldini e iniziarono a sparare da lontano cannonate e razzi.
“Io lascio pensare qual era la mia posizione in quei sciagurati momenti. La donna mia infelice, moribonda! Il nemico perseguendo dal mare, con quella alacrità che dà una vittoria facile. Aprodando ad una costa, ove tutte le probabilità di trovarvi altri, e numerosi nemici, non solamente Austriaci, ma papalini, allora in fiera reazione. Comunque fosse, noi aprodammo. Io presi la mia preziosa compagna nelle braccia, sbarcai e la deposi sulla sponda. Dissi ai miei compagni, che collo sguardo mi chiedevano ciocchè dovevano fare:d’incamminarsi alla spicciolata, e di cercar rifugio, ove potrebbero trovarlo. In ogni modo d’allontanarsi dal punto ove ci trovavamo, essendo imminente l’arrivo dei palischermi nemici. Per [me] esser impossibile seguitar oltre, non potendo abbandonare mia moglie moribonda…
Io rimasi nella vicinanza del mare in un campo di melica, colla mia Anita, e col tenente Leggiero, indivisibile mio compagno….Le ultime parole della donna del mio cuore erano state per i suoi figli! Ch’essa presentì di non poter più rivedere!”
Il tenente Leggero andò in cerca di aiuto e tornò col colonnello Nino Bonnet, uno degli ufficiali più valorosi che, ferito a Roma nell’assedio, si era ritirato a casa, in quel di Comacchio, per curarsi. Egli propose di avvicinarsi ad una casupola nelle vicinanze .Qui povera gente offrì acqua e primo soccorso ad Anita. Poi Garibaldi e i compagni trasportarono la donna in casa della sorella di Bonnet ed infine alla Mandriola per trovare un medico. “Guardate di salvare questa donna”!- raccomandò al dottore ma “Nel posare la mia donna in letto, mi sembrò di scoprire sul suo volto, la fisionomia della morte. Le presi il polzo…più non batteva! Avevo davanti a me la madre de’ miei figli, ch’io tanto amava! Cadavere!…
Io piansi amaramente la perdita della mia Anita! Di colei che mi fu compagna inseparabile nelle più avventurose circostanze della mia vita!”
A fatica il fedelissimo Leggero convinse il generale a riprendere la fuga per salvarsi dalle truppe pontificie e dai soldati austriaci. “Generale, dovete farlo. Per i vostri figli, per l’Italia…”.
Garibaldi raccomandò alla buona gente che lo circondava di seppellire Anita e s’allontanò.
“Io, conobbi il gran male che feci, il dì, in cui sperando ancora di rivederla in vita io, stringeva il polso d’un cadavere: e piangevo il pianto della disperazione! Io, errai grandemente ed errai solo!”.
Queste parole sigillano un profondo rimorso, non spiegato, forse per avere cambiato la vita di quell’intrepida ragazza dai grandi occhi scuri, che a 28 anni è entrata a fare parte della storia come figura esemplare dell’amore romantico e del nostro Risorgimento.
Donne del Risorgimento: Rosalia Montmasson e Giuditta Tavani Arquati
Il Risorgimento è stato un processo storico complesso, un intrigo di diplomazia e di alleanze, un’illuminazione di ideali liberali che contagiò gli intellettuali, una partecipazione di masse conquistate dalla speranza di cambiamento e poi in parte disilluse. Tante sono le interpretazioni del Risorgimento, ma certamente ci fu una generale intraprendenza di tanti giovani che osarono combattere per ció in cui credevano.
L’ideale di un’unica Italia, libera dagli stranieri, mosse i cuori e armò le braccia, infervorò gli animi come la bella Gigogin quello del giovane Mameli.
Ieri, giornata di celebrazioni ufficiali per i 150 anni dell’unitá d’Italia sul monumento commemorativo di Mameli, reso immortale dai versi del nostro inno nazionale, c’erano fiori e corone, ma il cimitero monumentale del Verano a Roma custodisce le spoglie di altri patrioti e patriote, tra i quali non posso tralasciare Rose Montmasson, piú nota come Rosalia Montmasson Crispi, l’unica donna che partecipò alla spedizione dei Mille.
Rose Montmasson (1823-1904) , originaria della Savoia, giunse a Torino nel 1849 dove inizió a lavorare come lavandaia e stiratrice. Qui conobbe Francesco Crispi, un giovane rivoluzionario, esule in Piemonte dopo il fallimento dei moti rivoluzionari siciliani del 1848. Rose condivise col suo uomo una vita avventurosa. Prima lo seguì in esilio in Piemonte e a Malta, dove si sposarono, poi a Parigi ove rimasero finché non furono accusati di complotto con Felice Orsini, ed infine a Londra ove, nuovamente in fuga, raggiunsero Mazzini. Rientrati in Italia nel 1859, collaborarono per la realizzazione dello sbarco in Sicilia. Rose si recó con un vapore postale in Sicilia e a Malta per avvisare della spedizione dei Mille i patrioti siciliani e i rifugiati. Fece in tempo a rientrare a Genova e, contro la volontá del marito, travestita da uomo s’imbarcó con le camicie rosse a Quarto.
Durante la battaglia di Calatafimi s’adopró per portare in salvo e curare i feriti, imbracciando il fucile se necessario. I siciliani la ribattezzarono Rosalia, nome che compare sulla sua lapide.
Dopo l’unitá d’Italia cambiarono molte cose, anche i sogni. Crispi, in veste di deputato, abbandonó i repubblicani per schierarsi con i monarchici. Ben presto ripudió Rosalia, denunciando l’irregolaritá del matrimonio, celebrato a Malta da un prete sospeso a divinis per le sue simpatie patriottiche, e nel 1878 convoló a nuove nozze con Lina Barbagallo, un’aristocratica di Lecce dalla quale, cinque anni prima, aveva avuto una figlia. In effetti Rosalia consideró la scelta politica del consorte un vero e proprio tradimento di quegli ideali che li avevano uniti e per i quali avevano combattuto insieme. Scoppió uno scandalo e Crispi fu accusato di bigamia. In veritá fu poi assolto, ma non dalla regina Margherita di Savoia che si rifiutó di stringergli la mano e gli tolse il saluto.
Rosalia rimase a Roma dove morí in povertá. La sua salma é in un loculo concesso gratuitamente dal Comune di Roma.
Un’altra patriota sepolta al Verano é Giuditta Tavani Arquati (1832-1867) che, incinta del quarto figlio, morí col marito , con il figlio dodicenne Antonio e altri cospiratori durante il massacro nel lanificio Ajani a Trastevere. La tentata insurrezione contro il governo di Pio IX e la mancata rivolta del popolo romano contro il Papa Re anticiparono la disfatta garibaldina di Mentana del 1867. In effetti la vera unitá d’Italia si ebbe nel 1870 quando la breccia di porta Pia segnó la fine dello Stato pontificio.
Ho celebrato e festeggiato il 150 ˚ dell’Unitá d’Italia non solo con un tricolore esposto sul balcone, ma ho voluto ringraziare idealmente nel cimitero del Verano tutti coloro, e sono davvero tanti, che hanno contribuito alla storia e alla cultura dell’Italia. Dopo avere girovagato a lungo e letto centinaia di lapidi (ahimé non basta la mappa), mi sono emozionata dinanzi al piccolo ritratto di Rosalia, l’ umile lavandaia che divenne un’intrepida patriota. In Via della Lungaretta 97 a Trastevere ho invece scovato una targa e un busto che ricordano Giuditta Tavani Arquati, divenuta il simbolo della lotta per la liberazione di Roma.
Rosalia Montmasson e Giuditta Tavani Arquati sono due protagoniste del Risorgimento italiano, che sfidarono i tempi e i costumi con scelte di vita che all’epoca dovevavo apparire- a dir poco- inusuali. Entrambe tradite, piú che dalle dinamiche del cuore e del potere, soprattutto dalla storia… una storia che ancora oggi, a mio parere, risulta scritta e interpretata dagli uomini.
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“Leonardo e il Rinascimento Fantastico” – Villa Fiorentino Sorrento
“Leonardo e il Rinascimento Fantastico” è il titolo di una mostra allestita nella Villa Fiorentino di Sorrento dal 26 giugno al 24 ottobre. Qui sono esposte opere di Della Robbia, Donatello, Tintoretto, Verrocchio, Anselmi, Bandinelli e Gianpietrino, riproduzioni delle macchine progettate da Leonardo e la Tavola Lucana dell’ autoritratto di Leonardo da Vinci, rinvenuto a Salerno nel novembre 2008 dallo studioso medievalista Nicola Barbatelli in una collezione privata, ove si identificava come ritratto di Galileo Galilei. Un dipinto eccezionale in quanto non è una copia ma un originale databile tra la fine del 1400 e gli inizi del 1500 che, dopo intense ricerche scientifiche, storico-artistiche e documentarie svolte da eccellenze accademiche italiane in collaborazione con esperti dell’università di Tallin e del Canada, è stato riconosciuto con un alto grado di probabilità come l’autoritratto di Leonardo da Vinci.
A questa conclusione si è giunti grazie ad innovative tecniche scientifiche di riconoscimento e indagini comparative di vario genere. La datazione al RadioCarbonio 14 fa risalire il legno della tavola ad un’età compresa tra il 1459 e il 1523 (Leonardo visse dal 1452 al 1519),mentre l’esame dei pigmenti consente di affermare che il dipinto è stato realizzato con una tecnica e materiali compatibili con l’età del supporto ligneo. La scritta sul retro “Pinxit mea” è al rovescio e dall’analisi della grafia e dell’inchiostro, ferro gallico solitamente usato da Leonardo, se ne è dedotta compatibilità con la scrittura presente nel Codice Atlantico. Frammenti di un’ impronta digitale sulla tela lucana, ritrovata a lato della piuma, risultano compatibili con quella trovata sulla Dama con l’Ermellino, altra opera di Leonardo. Un’ indagine cefalometrica dei tessuti molli , applicata per la prima volta nel confronto tra il volto del dipinto Lucano e altri volti attribuiti a Leonardo, rivelano una perfetta conoscenza dei muscoli facciali e le stesse proporzioni e caratteristiche facciali. Studi sulla fisiognomica del volto ne hanno permesso una ricostruzione tridimensionale, mentre esperimenti virtuali hanno dimostrato che il dipinto lucano nasce dalla combinazione di due viste del volto leggermente sfalsate di 18 ° , proprio come l’immagine che si ha ponendosi davanti ad uno specchio a circa 15-20 cm di distanza osservandosi prima con un occhio e poi con un altro, da qui si avvalora ulteriormente la tesi dell’ autoritratto. Ricerche storico documentarie svolte dall’Università del Canada confermano una coerenza storica che potrebbe avere portato il dipinto in Lucania. Pare che sia stato per lungo tempo a Moliterno in Lucania che, secondo la narrazione di Merezkovsky, autore russo degli inizi del ‘900, sarebbe il luogo dove morì Monna Lisa. Leggenda o straordinaria coincidenza … chissà.
Al grande Leonardo, che ha precorso i tempi con una genialità ineguagliabile in tanti campi, sono dedicate la mostra e una serie di conferenze scientifiche in un percorso ove confluiscono certezze, interpretazioni, fantasie e mistero dove l’ arte è scienza.
Leonardo e il Rinascimento Fantastico
“una mostra tra Napoli e le rotte del Mediterraneo”
dal 26 giugno al 24 ottobre 2010
Villa Fiorentino- Sorrento
Qui per informazioni ed approfondimenti.
“Terre che si fanno di un blu dolce, ai primi soffi dell’alba. Terre blu” (Nico Orengo)
Il silenzio imparai a conoscerlo in barca con il Rebissu, Dante e con il Giga. Ma anche con Bruno. L’avevo “sentito” con mio nonno Antonio che non parlava quasi mai, ma pensavo non si trovasse bene in città, al mondo, al mare, perché gli avevano fatto dei torti. Poi una volta al mare capii che quel suo silenzio era una disponibilità d’ascolto, un risparmio a dir belinate, e un rispetto verso altri silenzi. A dar voce c’era il mare, la sua risacca, il passaggio del treno, il colpo di magaglio, il vento che si andava a scontrare con le foglie di canna e di ulivo, le voci delle donne e dei bambini, quello delle campane e dei preti, dentro e fuori la chiesa. Così imparai che il suo silenzio non era un risentimento ma una discrezione, che valeva più un “bona”, di mattino o di sera che tante messe e salamelecchi fra marciapiede e caffè. E quel mio nonno Antonio se ne stava giornate in silenzio con il suo basco e il suo bastone su di una sedia a guardare come si svolgeva il mondo, incuriosito dalla piega che prendeva e poco disposto, l’accettasse o meno, nel volerla cambiare, convinto che nella dimensione del silenzio, ben distante a quella del “mugugno”, ci fosse uno spazio immenso di libertà, di tempo, di riflessione, immune da pentimento, riavvicinamento, conversione, intrigo utilitaristico.
Come il Giga, l’Ernesto, il Rebisso, il Bruno. Che andavano per terra e per mare badando al vento e all’onda, alla chiazza di corrente e al taglio di luna, pragmatici con attenzione ai confini dell’altro, fossero reti e nasse altrui, finanzieri o branchi di gianchetti da lasciar crescere, attenti ad un equilibrio che li proteggeva e che loro proteggevano.
Così come si fa con la vita, senza tante balle, senza tante parole.
Era meraviglioso usare più silenzio e meno parole, era qualcosa come giocare a carte e non commentare il gioco di chi giocava a carte, pescare e non trovare da dire su come si pescava. Era una dimensione del fare. Era fare e non criticare il fare che forse, non avresti saputo fare. Così avresti potuto chiedere la critica da chi aveva esperienza.
E quelli te la davano attraverso il silenzio, il saluto di un “bona”. Così faceva mio nonno, un sorriso stretto, sotto il suo basco, i pugni chiusi sul bastone, sulla sua sedia sotto il portico di casa Notari, a Latte.
Il “bona” eguale di Libero, quando non era costretto ad entrare in magazzino o a parlare da compagno. Il “bona” del Giga e del rebisso e dell’Ernè una volta scesi dalla barca e impegnati con i villeggianti. Il “bona” di Bruno, da ragazzo, da uomo, per cortesia verso chi non aveva la minima idea di una conversazione fatta di silenzio.
Il silenzio ce lo portava la pietra, l’ulivo, gli animali, il mare, il cielo mai troppo alto, le nuvole. Ce lo portavano le curve, la terra aggrovigliata di Liguria che attutiva i rumori, li ovattava, li filtrava, attraverso le sue fasce, le sue “piramidi”, il senso del camminare solitario, con un peso sulle spalle e un cane avanti e indietro, verso un confine che non è mai diritto, ma continuamente spezzato, distorto, rimbalzato da un capriccio degli Dei che ti placano con una fascia d’azzurro, che potrebbe anche essere il cielo.
( Da “Terre blu” – Sguardi sulla riviera di ponente di Nico Orengo- ed. il melangolo)
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“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta” (Nico Orengo)
“…corpo e mente, un’emozione controllata dall’intelletto. Allora sì, io il lettore lo coinvolgo così” (Edoardo Sanguineti)
Poeta, intellettuale, professore di letteratura all’Università di Torino, Salerno e Genova, autore di teatro, critico, saggista. Così oggi si ricorda Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930- Genova,18 maggio 2010) esponente della neoavanguardia e del Gruppo 63 che negli anni Sessanta propose un’innovativa ricerca sperimentale di forme linguistiche e contenuti. I suoi scritti sono complessi, a volte ostici, evocativi, provocatori e sorprendenti.
Prendere o lasciare. Una forma letteraria vicina alla musica, per i ritmi incalzanti o spezzati, le pause e l’andamento in crescendo o diminuendo, come le immagini che, simili a flash,scendono nella profondità dei pensieri per risalire nella superficie delle sensazioni.
acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l’etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell’aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore):
(da “Corollario”1992-1996)
Ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia cruda carta nuda,
che ti segno, che ti sogno, con i miei seri, severi semi neri, con i miei teoremi,
i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso e duro, tra le tue fratte,
con il mio oscuro, puro latte, con le mie lente vacche, tritamente, che ti accendo,
se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine, che ti aspiro, ti respiro
con le tue nebbie e trebbie, che ti timbro con tutti i miei timpani, con le mie dita
che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora, ti perfora, che ti adora,
mia vita, mio avaro amore amaro:
io sono qui così, la zampa del mio uccello, di quello
che ti gode e ti vigila, sono la papilla giusta che ti degusta, la pupilla che ti vibra
e ti brilla, che ti tintinna e titilla; sono un irto, un erto, un ermo ramo, io che
ti pungo, mio fungo, io che ti bramo: sono pallida pelle che si spella, mia bella, io,
passero e pettirosso del tuo fosso: io la piuma, io l’osso, che ti scrivo: io, che ti vivo.
a quella reginella ridarella, a quella raganella griderella, la bella sopranella
in sottanella, a quella stella bianca, stella nana, unica mia sovrana disumana,
alla sua bianca mano, al piede bianco e stanco, e storto, e morto, a quel suo buco
nero, buco vero, dunque io parlo, e così parlando dico:
felice la tua faccia
di vinaccia, felici le tue braccia di focaccia, principessina di uvaspina,
manducabile inconfutabile, amabile potabile: felice, mia selvaggia, chi ti assaggia
candeggiante albeggiante, sola, tra due lenzuola: felice il tuo sensibile cannibale,
felice chi ti inghiotte in una notte, chi ti concuoce veloce, e ti digerisce
e smaltisce, e ti chilifica e chimifica: felice chi ti dice, e ti nientifica:
(da L’ultima passeggiata – Omaggio a Pascoli – 1982)
5.
esiste il vuoto tempo dell’attesa, esistono irrazionali
meteore e, ad occhi aperti, ciechi nomadismi:
esiste
(in forma informe di ballata) la vuota attesa del vuoto (le nobili
attenzioni, la profonda pietà cristiana, i misteri dell’anima,
la luce…)
esistono gli “stati di necessità”, esistono i governi
di (centro-)destra
oh, al confine con la mia catastrofe, esisti, catastrofico
sguardo d’amore, sempre
(…ma resiste,
figlio, inamabile e vero, il duro tempo della nostra storia).
(da Mikrokosmos -poesie 1951-2004)
Questo è il cuore dei monti
Questo è il cuore dei monti, che è il tuo cuore,
vinosa vena di fresco sapore:
vedi, un corno di luna è un paio di ali,
nodo è di nidi, in luci vendemmiali:
questo è un vecchio castello di tarocchi:
questo è il cuore del mondo, nei tuoi occhi:
bevendo bianca pace settembrina,
saltami in cerchio, bella furlanina.
Ballata delle donne
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.
(da Ballate 1982-1989 in “Il gatto lupesco -poesie 1982-2001)
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