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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'personaggi' Category

“Leonardo e il Rinascimento Fantastico” – Villa Fiorentino Sorrento

“Leonardo e il Rinascimento Fantastico” è il titolo di una mostra allestita nella Villa Fiorentino di Sorrento dal 26 giugno al 24 ottobre. Qui sono esposte opere di Della Robbia, Donatello, Tintoretto, Verrocchio, Anselmi, Bandinelli e Gianpietrino, riproduzioni delle macchine progettate da Leonardo e la Tavola Lucana dell’  autoritratto di Leonardo da  Vinci, rinvenuto a Salerno nel novembre 2008 dallo studioso medievalista Nicola Barbatelli in una collezione privata,  ove si identificava come  ritratto di Galileo Galilei. Un dipinto eccezionale in quanto non è una copia ma un originale databile tra la fine del 1400 e gli inizi del 1500 che, dopo intense ricerche scientifiche, storico-artistiche e documentarie  svolte da eccellenze accademiche italiane in collaborazione con esperti dell’università di Tallin e del Canada, è stato riconosciuto con un alto grado di probabilità  come l’autoritratto di Leonardo da Vinci.


A questa conclusione si è giunti grazie ad innovative tecniche scientifiche di riconoscimento e  indagini comparative  di vario genere. La datazione al RadioCarbonio 14 fa risalire il legno della tavola ad un’età compresa tra il 1459 e il 1523 (Leonardo visse dal 1452 al 1519),mentre l’esame dei pigmenti consente di affermare che il dipinto è stato realizzato con una tecnica e materiali compatibili con l’età del supporto ligneo. La scritta sul retro “Pinxit mea” è al rovescio e dall’analisi della grafia e dell’inchiostro, ferro gallico solitamente usato da Leonardo, se ne è dedotta compatibilità con la scrittura presente nel Codice Atlantico. Frammenti di un’ impronta digitale sulla tela lucana, ritrovata a lato della piuma, risultano compatibili con  quella trovata sulla Dama con l’Ermellino, altra opera di Leonardo.  Un’ indagine cefalometrica dei tessuti molli , applicata per la prima volta nel confronto tra  il volto del dipinto Lucano e altri volti attribuiti a Leonardo, rivelano una perfetta conoscenza dei muscoli facciali e le stesse proporzioni e caratteristiche facciali.  Studi sulla fisiognomica del volto ne hanno  permesso una ricostruzione tridimensionale, mentre esperimenti virtuali hanno dimostrato che il dipinto lucano nasce dalla combinazione di due viste del volto leggermente sfalsate di 18 ° , proprio come l’immagine che si ha ponendosi davanti ad uno specchio a circa 15-20 cm di distanza osservandosi prima con un occhio e poi con un altro, da qui si avvalora ulteriormente la tesi dell’ autoritratto. Ricerche storico documentarie svolte dall’Università del Canada confermano una coerenza storica che potrebbe avere portato il dipinto in Lucania. Pare che sia stato per lungo tempo a Moliterno in Lucania  che, secondo la narrazione di Merezkovsky, autore russo degli inizi del ‘900, sarebbe il luogo dove morì Monna Lisa. Leggenda o straordinaria coincidenza … chissà.


Al grande Leonardo, che ha precorso i tempi con  una genialità ineguagliabile in tanti campi,  sono dedicate la mostra e una serie di conferenze scientifiche in un percorso ove confluiscono certezze, interpretazioni, fantasie e  mistero dove l’ arte è scienza.


Leonardo e il Rinascimento Fantastico

“una mostra tra Napoli e le rotte del Mediterraneo”

dal 26 giugno al 24 ottobre 2010

Villa Fiorentino- Sorrento



Qui per informazioni ed approfondimenti.





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“Terre che si fanno di un blu dolce, ai primi soffi dell’alba. Terre blu” (Nico Orengo)

Il silenzio imparai a conoscerlo in barca con il Rebissu, Dante e con il Giga. Ma anche con Bruno. L’avevo “sentito” con mio nonno Antonio che non parlava quasi mai, ma pensavo non si trovasse bene in città, al mondo, al mare, perché gli avevano fatto dei torti. Poi una volta al mare capii che quel suo silenzio era una disponibilità d’ascolto, un risparmio a dir belinate, e un rispetto verso altri silenzi. A dar voce c’era il mare, la sua risacca, il passaggio del treno, il colpo di magaglio, il vento che si andava a scontrare con le foglie di canna e di ulivo, le voci delle donne e dei bambini, quello delle campane e dei preti, dentro e fuori la chiesa. Così imparai che il suo silenzio non era un risentimento ma una discrezione, che valeva più un “bona”, di mattino o di sera che tante messe e salamelecchi fra marciapiede e caffè. E quel mio nonno Antonio se ne stava giornate in silenzio con il suo basco e il suo bastone su di una sedia a guardare come si svolgeva il mondo, incuriosito dalla piega che prendeva e poco disposto, l’accettasse o meno, nel volerla cambiare, convinto che nella dimensione del silenzio, ben distante a quella del “mugugno”, ci fosse uno spazio immenso di libertà, di tempo, di riflessione, immune da pentimento, riavvicinamento, conversione, intrigo utilitaristico.

Come il Giga, l’Ernesto, il Rebisso, il Bruno. Che andavano per terra e per mare badando al vento e all’onda, alla chiazza di corrente e al taglio di luna, pragmatici con attenzione ai confini dell’altro, fossero reti e nasse altrui, finanzieri o branchi di  gianchetti da lasciar crescere, attenti ad un equilibrio che li proteggeva e che loro proteggevano.

Così come si fa con la vita, senza tante balle, senza tante parole.

Era meraviglioso usare più silenzio e meno parole, era qualcosa come giocare a carte e non commentare il gioco di chi giocava a carte, pescare e non trovare da dire su come si pescava. Era una dimensione del fare. Era fare e non criticare il fare che forse, non avresti saputo fare. Così avresti potuto chiedere la critica da chi aveva esperienza.

E quelli te la davano attraverso il silenzio, il saluto di un “bona”. Così faceva mio nonno, un sorriso stretto, sotto il suo basco, i pugni chiusi sul bastone, sulla sua sedia sotto il portico di casa Notari, a Latte.

Il “bona” eguale di Libero, quando non era costretto ad entrare in magazzino o a parlare da compagno. Il “bona” del Giga e del rebisso e dell’Ernè una volta scesi dalla barca e impegnati con i villeggianti. Il “bona” di Bruno, da ragazzo, da uomo, per cortesia verso chi non aveva la minima idea di una conversazione fatta di silenzio.

Il silenzio ce lo portava la pietra, l’ulivo, gli animali, il mare, il cielo mai troppo alto, le nuvole. Ce lo portavano le curve, la terra aggrovigliata di Liguria che attutiva i rumori, li ovattava, li filtrava, attraverso le sue fasce, le sue “piramidi”, il senso del camminare solitario, con un peso sulle spalle e un cane avanti e indietro, verso un confine che non è mai diritto, ma continuamente spezzato, distorto, rimbalzato da un capriccio degli Dei che ti placano con una fascia d’azzurro, che potrebbe anche essere il cielo.


( Da “Terre blu” – Sguardi sulla riviera di ponente di Nico Orengo- ed. il melangolo)


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“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta” (Nico Orengo)


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“…corpo e mente, un’emozione controllata dall’intelletto. Allora sì, io il lettore lo coinvolgo così” (Edoardo Sanguineti)

Poeta, intellettuale, professore di letteratura all’Università di Torino, Salerno e Genova, autore di teatro, critico, saggista. Così oggi si ricorda Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930- Genova,18 maggio 2010) esponente della neoavanguardia e  del Gruppo 63 che negli anni Sessanta propose un’innovativa  ricerca sperimentale di forme linguistiche e contenuti. I suoi scritti sono complessi, a volte ostici, evocativi, provocatori e sorprendenti.

Prendere o lasciare. Una forma letteraria vicina alla musica, per i ritmi incalzanti o spezzati, le pause e l’andamento in crescendo o diminuendo,  come le immagini che, simili a flash,scendono nella profondità dei pensieri per risalire nella superficie delle sensazioni.


acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l’etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell’aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore):


(da “Corollario”1992-1996)


Ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia cruda carta nuda,
che ti segno, che ti sogno, con i miei seri, severi semi neri, con i miei teoremi,
i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso e duro, tra le tue fratte,
con il mio oscuro, puro latte, con le mie lente vacche, tritamente, che ti accendo,
se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine, che ti aspiro, ti respiro
con le tue nebbie e trebbie, che ti timbro con tutti i miei timpani, con le mie dita
che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora, ti perfora, che ti adora,
mia vita, mio avaro amore amaro:
io sono qui così, la zampa del mio uccello, di quello
che ti gode e ti vigila, sono la papilla giusta che ti degusta, la pupilla che ti vibra
e ti brilla, che ti tintinna e titilla; sono un irto, un erto, un ermo ramo, io che
ti pungo, mio fungo, io che ti bramo: sono pallida pelle che si spella, mia bella, io,
passero e pettirosso del tuo fosso: io la piuma, io l’osso, che ti scrivo: io, che ti vivo.



a quella reginella ridarella, a quella raganella griderella, la bella sopranella
in sottanella, a quella stella bianca, stella nana, unica mia sovrana disumana,
alla sua bianca mano, al piede bianco e stanco, e storto, e morto, a quel suo buco
nero, buco vero, dunque io parlo, e così parlando dico:
felice la tua faccia
di vinaccia, felici le tue braccia di focaccia, principessina di uvaspina,
manducabile inconfutabile, amabile potabile: felice, mia selvaggia, chi ti assaggia
candeggiante albeggiante, sola, tra due lenzuola: felice il tuo sensibile cannibale,
felice chi ti inghiotte in una notte, chi ti concuoce veloce, e ti digerisce
e smaltisce, e ti chilifica e chimifica: felice chi ti dice, e ti nientifica:



(da L’ultima passeggiata – Omaggio a Pascoli – 1982)


5.

esiste il vuoto tempo dell’attesa, esistono irrazionali
meteore e, ad occhi aperti, ciechi nomadismi:


esiste


(in forma informe di ballata) la vuota attesa del vuoto (le nobili
attenzioni, la profonda pietà cristiana, i misteri dell’anima,
la luce…)


esistono gli “stati di necessità”, esistono i governi


di (centro-)destra


oh, al confine con la mia catastrofe, esisti, catastrofico
sguardo d’amore, sempre


(…ma resiste,


figlio, inamabile e vero, il duro tempo della nostra storia).


(da Mikrokosmos -poesie 1951-2004)



Questo è il cuore dei monti


Questo è il cuore dei monti, che è il tuo cuore,
vinosa vena di fresco sapore:


vedi, un corno di luna è un paio di ali,
nodo è di nidi, in luci vendemmiali:


questo è un vecchio castello di tarocchi:
questo è il cuore del mondo, nei tuoi occhi:


bevendo bianca pace settembrina,
saltami in cerchio, bella furlanina.



Ballata delle donne


Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.


Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.


Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.


Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.


Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.


(da Ballate 1982-1989  in “Il gatto lupesco -poesie 1982-2001)


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“Voi non potete dubitare delle cose in cui credete: io devo” (Ipazia di Alessandria in Agorà )

Nel film Agorà , di recente giunto nelle sale cinematografiche italiane,  Alejandro Amenabàr narra la vita di Ipazia,  nota matematica, astronoma  e filosofa della tarda antichità e  inventrice di strumenti, come il planisfero, l’astrolabio e l’idroscopio. Nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 d.C,  Ipazia vive in un’epoca di grande confusione, di scontro tra la civiltà ellenistica e il proto cristianesimo, politeismo e monoteismo in un’alternanza di giochi di potere ed intolleranza tra eruditi saggi e masse in cerca di riscatto, fomentate da fanatici monaci ( parabolani) che interpretano a modo loro la parola di Cristo divenendo persecutori di tutti coloro che non condividono il loro credo. Alessandria, capitale delle scienze dell’Impero romano , ove convivevano etnie diverse, diventa ben presto scenario di lotte fratricide tra pagani,cristiani e ebrei .


Ipazia, come il padre Teone, si dedica a  studi di filosofia , matematica ed astronomia, divenendo a 31 anni  la più nota esponente alessandrina della scuola neoplatonica.  Per lungo tempo studia il cielo, si interroga sulle stelle e,  partendo dalla “bizzarra”teoria di Aristarco, alla concezione tolemaica geocentrica oppone l’intuizione del movimento della Terra che ruota intorno al Sole lungo un’orbita ellittica, poi resa ufficiale  da Keplero molti secoli più tardi. A lungo osserva, ipotizza, dubita, riformula ipotesi, deduce .Il suo pensiero scientifico,  improntato alla necessità logica che spiega fenomeni e fatti, si fonda sul dubbio e approda a verità approssimate, confutabili e difficili da dimostrare con gli strumenti esistenti a quei tempi. La sua forma mentis si scontra col fanatismo  religioso e la politica che misconoscono il valore positivo del dubbio e impongono dogmaticamente verità e certezze assolute, non necessariamente da dimostrare, spesso richieste e volute dagli uomini per rispondere ai misteri della vita e del creato o per governare. Ipazia afferma la sua neutralità di pagana, prende distanza dal potere con una saggezza maturata grazie allo studio e ad una straordinaria sensibilità. Pare distaccarsi  dalle umane passioni abbracciando  i misteri dell’universo che rispondono a  leggi talvolta incomprensibili e conquista spazi infiniti varcando i confini del mondo umano. La filosofia diviene il suo stile di vita in una  costante ricerca di verità, non sempre certe e assolute, che la avvicina  al rispetto della vita, più di ogni altro dogmatico dio.


Donna di eccezionale bellezza ed intelligenza è affascinata dal misterioso e perfetto equilibrio esistente in natura, spesso simboleggiato dal cerchio ove tutti i  punti della circonferenza sono equidistanti dal centro. Una perfezione  idealmente auspicabile per un’equilibrata forma di governo ispirata alla tolleranza, alla convivenza, alla giustizia, al bene. Un cerchio che,  in alcune inquadrature dall’alto, incornicia, ma non riesce ad arginare, masse impazzite simili a formiche che scappano senza meta.


Ipazia esercita una grande infuenza non solo culturale ma anche politica, perciò  paga con la vita quello che all’epoca tutti le riconoscevano un eccezionale privilegio in quanto donna. Accusata di eresia e stregoneria, è assassinata nel 415 , sebbene stimata per la  fervida mente e virtù. Va incontro al suo destino, rifiuta la conversione al cristianesimo  proclamando la sua libertà di pensiero,  la sua indipendenza da ruoli prestabiliti e il suo impegno civile. Con la sua morte viene sancita  l’esclusione delle donne dal sapere.


Ecco la testimonianza di  Socrate Scolastico, storico cristiano:


“C’era in Alessandria una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che aveva fatto tali conquiste in scienza e letteratura da sorpassare tutti i filosofi del suo tempo. Essendo succeduta al padre nella guida della scuola di Platone e di Plotino, ella insegnava i principi della filosofia ai suoi discepoli, molti dei quali venivano da lontano per assistere alle sue lezioni. A dimostrazione della sua erudizione e delle sua abilità di conversazione, che aveva acquisito in seguito alla coltivazione della sua mente, appariva spesso in pubblico in presenza di magistrati, e non aveva vergogna di partecipare alle assemblee di uomini. Per questo gli uomini la ammiravano sempre più, per la sua straordinaria dignità e virtù. Eppure anch’essa cadde vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Poiché ella aveva frequentazioni con Oreste, fu calunniosamente riportato tra i cristiani che era stata lei ad impedire che Oreste si riappacificasse con il vescovo. Allora alcuni di essi, il cui capo era un lettore chiamato Pietro, presi da uno zelo bigotto e ferino, la assalirono sulla via di casa e, trascinatala giù dal carro, la trascinarono alla chiesa chiamata Cesarèo dove la spogliarono completamente e la uccisero a colpi di tegola. Dopo aver fatto a pezzi il suo corpo, portarono le sue membra sanguinanti in un posto chiamato Cinaron, e lì le bruciarono. Questo episodio ha portato l’obbrobrio non solo su Cirillo, ma anche sull’intera chiesa di Alessandria. E di certo nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che la giustificazione di massacri, battaglie, e cose di questo genere. Questo accadde nel mese di Marzo durante la Quaresima, nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio e il sesto di Teodosio”.


Ipazia è una bella figura femminile della storia e della scienza. Nel film è tanto amata ma in modi diversi, dal  padre col quale condivide affinità intellettive,  dal prefetto Oreste che si accontenta di amore platonico, dallo schiavo Davo che nutre un’ attrazione fisica. Tutti, chi prima, chi dopo, le riconoscono la libertà di essere ciò che vuole. Agorà propone conflittualità ancora attuali , forse senza soluzione, proclama quel bisogno umano di avere  certezze, credute o possedute, per legittimare ogni forma di potere, sociale , politico, religioso.


In questo Ipazia è sempre stata libera  e tutti, anche coloro che la condannarono, riconobbero la sua libertà.


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Il fascino della matematica


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Raimondo Vianello

È scomparso Raimondo Vianello, un galantuomo del mondo dello  spettacolo. È stato un protagonista della commedia italiana e del varietà,  ma soprattutto di quella televisione  che entrava nelle case coinvolgendo tutti, che accompagnava dall’infanzia e si continua a ricordare  perchè  piacevole a vedersi. Indimenticabili sono le  sue performance con Ugo Tognazzi e  Sandra Mondaini, inseparabile compagna di vita e di palcoscenico.  Lo ricordo nella sua eleganza mai imposta, nella misura dei toni e nella compostezza dei gesti, nella comicità delle pause sarcastiche  e  delle sottili battute finali, nell’abilità di sdrammatizzare e non prendersi mai  troppo sul serio. Se ne è andato in punta di piedi,  con semplice discrezione,  lasciandoci la  sua garbata ironia, talvolta  irriverente, ammiccante, paradossale ma  mai sguaiatamente volgare, di una leggerezza che comunque lasciava il piacere del divertimento spontaneo grazie ad  interpretazioni e caricature che sfioravano la realtà. Un personaggio versatile, autoironico e di  talento, espresso con la  naturalezza propria dei professionisti di scena, che  ha saputo innovare e farsi apprezzare da più generazioni, raccontando la società italiana e i suoi mutamenti di costume con un humour pungente e amabile.


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Per Alda Merini, nata il 21 a primavera.

Alberto ha ricordato nel suo blog la nascita di Alda Merini, nata il 21 marzo. Oggi  Milano le ha reso omaggio con una serie di manifestazioni e una targa, che è stata affissa  sulla casa della poetessa in Ripa Porta Ticinese.  Le quattro figlie di Alda Merini hanno voluto realizzare un sito internet in sua memoria “per comunicare quello che per noi è un modo di dar voce a nostra madre, alla sua follia e alla sua dolcezza, per farla parlare ancora perché non venga dimenticata”.


Tempo fa l’ avevo ricordata qui,  con le sue stesse parole, che restano profonde come impronte sulla terra, tenere , dolci e tormentate di vate solitario, talvolta incompreso nella sua genialità. Con piacere  segnalo il sito della poetessa dei Navigli www.aldamerini.it in occasione della sua nascita e dell’inizio della primavera.


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La città dell’amore


Tanti sono i miti sulle origini di Napoli. Antiche  leggende narrano delle sirene Leucosia, Ligeia e Partenope che dimoravano nell’arcipelago delle Sirenuse (oggi detto Li Galli), e stregavano con dolci parole i naviganti che, beatamente sedotti nel cuore e nell’intelletto – ahimè- poi naufragavano contro gli scogli.  Si narra che in primavera la sirena Partenope emergesse dalle acque del Golfo di Napoli  per salutare con canti di gioia le genti della costa. Le sirene furono però  sconfitte da Ulisse, al quale avevano promesso di  rivelare i segreti della conoscenza di ciò che sarebbe avvenuto in ogni tempo e luogo della terra. L’eroe, legato all’albero della nave, dopo aver furbamente turato con la cera le orecchie dei suoi marinai, invano cercò di svincolarsi dalle corde per cedere  alle dolci lusinghe. Poiché non erano immortali ma vivevano finchè riuscivano ad incantare, le semidivine sirene si uccisero, gettandosi nel mare dall’alto delle isole. Il corpo di Partenope fu portato tra gli scogli di Megaride, dove sorse il primo insediamento di quella che sarebbe poi diventata Napoli.


Invece , secondo Licofrone e Stazio, Apollo guidò col volo di una colomba fino al golfo di Napoli la bellissima Partenope, figlia di Eumelo re di Tessaglia.La fanciulla  sbarcò con le sue genti a Baia, qui vi morì e fu sepolta. I Cumani, decimati da una feroce pestilenza, per consiglio di Apollo raggiunsero il sepolcro di Partenope e lì iniziarono a edificare una nuova città, detta appunto Partenope, ove vissero tranquilli e prosperarono per molti anni. In seguito a litigi tra i cittadini, il giovane e ricco Tiberio Iulio Tarso, fondò un’altra città poco lontano,  sotto le falde del monte Falerno, nella zona  oggi detta di sant’Eframo. La chiamò Neapolis, città nuova, e vi fece costruire un grande tempio in onore di Apollo. Pian piano Neapolis si estese, mentre il nome Partenope cadde in disuso e fu soppiantato da Paleopoli (antica città) , finchè poi la città fu definitivamente chiamata soltanto Neapolis ( da “Leggende e racconti popolari di Napoli” di Angela Matassa)


In “Leggende napoletane”  la grande Matilde Serao ha scritto “La città dell’amore” ove la mitica Parthenope bella come una dea, forte dell’amore per Cimone  “Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre… non è morta … Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare… Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore.

Napoli è la città dell’amore.”

Una bella leggenda  dedicata all’Amore, che da una dimensione naturalmente umana assume il carattere universale ed eterno della più bella delle civiltà, quello dello spirito innamorato.

Una pagina di letteratura italiana che suscita sempre profonde emozioni.

“Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito.


Lassù una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di strani deliri della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive in un sogno che è vita. Lassù i solitari e tristi piaceri della immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo creato. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio ed il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell’anima, inebbriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel misticismo che è il massimo punto divino a cui può giungere un’esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell’amore. Le nostre leggende sono l’amore. E Napoli è stata creata dall’amore.

Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l’immagine della forte e vigorosa bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dello Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sbattere il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s’incavernavano sotto la roccia, scavandola a poco, a poco. L’anima cominciava per immergersi in un pensiero; oltre quel mare, lontano lontano, dove l’orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l’ignoto, il mirabile, l’indefinibile. In questo pensiero la fantasia si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo e di potere stringere nel suo immenso amplesso tutto il mondo. Ma presto questi sogni svaniscono. Ora ella ama Cimone, con l’unico possente, imperante amore della fanciulla, che si trasforma in donna.

Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all’amata:

– Parthenope, vuoi tu seguirmi?

– Partiamo, amore.

– Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole egli per tuo sposo e suo figliolo. Ami tu Eumeo?

– Amo te, Cimone.

– Lode a Venere santa e grazie a te, suo figliola! Pensa dunque quale nero incubo sarebbe la vita, divisi, lontani – e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?

– Io sono la tua schiava, amore.

– Pensa: dimenticare la faccia di tuo padre, cancellare dal tuo volto il bacio delle sorelle, fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto…

– Partiamo, Cimone.

– Partire, o dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una via ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno; affidarsi ai flutti, sempre nemici degli amanti; partire per andare lontano, molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno l’inverno, dove il pallido sole si fascia di nuvole, dove l’uomo non ama l’uomo, dove non sono giardini, non sono rose, non sono templi…

Ma nei grandi occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile e nella sua voce armoniosa vibra la passione:

– Io t’amo – ella dice – partiamo.


Sono mille anni che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora.

Da mille anni attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate. Quando i due amanti giungono al lido divino un sussulto di gioia fa fremere la terra, la terra nata per l’amore, che senza amore è destinata a perire, abbruciata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l’amore. Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l’uno all’altra, essi hanno portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima, eternamente fiorita di Poggioreale, alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne che rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle vallate profonde che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno amato. Nelle stellate notti di estate, Parthenope si è distesa sull’arena del lido fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne’ tramonti di porpora dell’autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in essi più vivo l’amore; nelle brevi e belle giornate invernali hanno sorriso senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto bonario ed ha cantata loro la canzoncina d’amore, la natura leale non ha avuto agguati per essi; sugli azzurri orizzonti ha spiccato il profilo bellissimo della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo, un palpito ha loro risposto e fra l’uomo e la natura si è affermato il profondo, l’invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza, attendeva Parthenope e Cimone; ricca, ma solitaria, ricca, ma mortale, ricca, ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.


Ma il destino non è compito ancora. Più alto scopo ha l’amore di Parthenope. Ecco: dalla Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle e amici e parenti che vennero a ritrovarla; ecco: sino al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la voce misteriosa di una plaga felice dove nella bella festa dei fiori e dei frutti, nella dolcezza profumata dell’aria, trascorre beatissime la vita. Sulle fragili imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i loro figliuoli, le immagini degli dèi, gli averi, le comuni risorse; alla capanna del pastore sorge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva arte dell’agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull’altura, il villaggio a grado a grado guadagna la pianura; un’altra colonia se ne va sopra un’altra collina ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica delle mura, cui tutti concorrono, rinserra poco a poco nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope. Lei volle la città. Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina umana e clemente, da lei si appella la città; da lei la legge, da lei il costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi sorgono a dèe, invocate protettrici della città: Cerere e Venere. Ivi si prega, ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell’olibano. Una pace profonda e costante è nel popolo su cui regna Parthenope; ed il lavorio operoso dell’uomo non è che una leggiera spinta alla natura benigna.

La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore efficace, fervido, onnipossente è l’ambiente vivificante della nuova città. Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dello Ionio, l’anima sua si assorbisce in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l’indefinibile, ecco, è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga, si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi le pare di toccare il cielo col capo e di stringere il mondo in un immenso amplesso.


Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull’altura di San Giovanni Maggiore, dove allora il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte. Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare. Quando nelle giornate d’aprile un’aura calda c’inonda di benessere è il suo alito soave: quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate; è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci, indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i suoi baci; quando un fruscio di abiti ci fa fremere al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull’arena, è il suo piede leggiero che sorvola; quando di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.”

(“La città dell’amore”  da “Leggende Napoletane” di Matilde Serao)

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Tradizione in azione (seconda parte)

 

San Lorenzo Maggiore è uno tra i complessi conventuali più importanti del Medioevo napoletano. Il sito in origine era il centro della polis greca, poi sede del foro romano e infine, nel VI sec, di una basilica paleocristiana Con l’avvento degli Angioini  tra il 1270 e il 1300, iniziò un rinnovamento generale della città e la chiesa fu ricostruita in stile gotico francese. In essa e nel convento ci sono stati i primi insediamenti dei francescani a Napoli che dalla prima metà del ‘200 svolsero un’intensa attività spirituale e culturale ( qui hanno dimorato San Ludovico d’Angiò, il Beato Donato,il Venerabile  Bartolomeo Agricola, San Giuseppe da Copertino, il Beato Bonaventura da Potenza, il Beato Antonio Lucci) . Nel 1302 con la fondazione dello Studio Teologico vi operarono numerosi studiosi come Fra Landolfo Caracciolo ( docente alla Sorbona di Parigi e fondatore dello Scotismo a Napoli). Qui  Boccaccio incontrò Fiammetta- così pare-, mentre Petrarca dimorò in convento Tra due quadrifore in tufo, attraverso un portale del XIV secolo, si accede alla sala Capitolare, realizzata all’epoca della dominazione  Sveva ( 1234-1266). Le ricche decorazioni  delle volte sono attribuite al Luigi Rodriguez e risalgono al ‘600. Sulle pareti s’erge l’albero genealogico  della Gloria Francescana  che raffigura frati missionari, letterati,cardinali, papi e santi .

 

 

Al centro del chiostro settecentesco  spicca un pozzo con puteale (parapetto) in piperno e marmo dello scultore Cosimo Fanzago. Una gigantesca luna è sospesa sul pozzo e su di essa giace un malinconico Pulcinella, in occasione della mostra Tradizione in azione – un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità , non a caso, ambientata in questi spazi mistici e suggestivi. Nella sala Capitolare, intorno a una colonna, è  esposta una  schiera di diavoli che captano la curiosità dei visitatori. Un girotondo di angeli dannati e beffardi che ostenta sfacciatamente se stessa ed esula dalle figure stereotipate del presepe artigianale. Orride e fantastiche creature, a volte goffe, ambigue e  quasi ridicole, a volte sensuali, affascinanti e seducenti, spodestate dall’immaginario collettivo hanno preso forma grazie all’ abilità tecnica e alla  creatività dei fratelli Scuotto (laboratorio d’arte La Scarabattola).

 

 

Non sembrano artefici di incubi, né di malefici, ma appaiono neutralizzate dalla loro visibilità rivelata, esorcizzate dall’ intrigante ed originale raffinatezza dell’opera d’arte. I demoni sono circondati  da un’umanità di sofferenti  ed esclusi  ricreati in modo originale ( vittime di pregiudizi, imprudenza, ingiustizie, paure – appestati, femminiello, schiavi,bambini rapiti da Maria a’ Manilonga, la suicida Mafalda, Zi Michele atterrito dal Lupo Mannaro), cui si contrappone una luminosa e dolce  Natività su un altro lato della sala. Da un’altra parte  sono arginati  dal capitone su meridiana, fatto a pezzi per  rompere la linearità del tempo con la speranza di arrestare gli eventi nefasti e rigenerare un tempo nuovo, più equo e giusto.

 

“ Certo l’immaginario popolare napoletano è ricchissimo di aneddoti”, nota De Simone. “Si vuole che sulla Terra, nel periodo da Santa Lucia all’Epifania, oltre ai santi ci siano esseri demoniaci che si tengono lontani con l’incenso ed erbe pungenti.” Il diavolo, simbolo del male e dell’imperfezione, apparteneva al presepe nello scenario di vita e morte, realtà e immaginazione, sacro e profano, religione e magia. Poi è scomparso insieme ad altre figure esoteriche e straordinarie cedendo il posto a derelitti, deformi e  mendicanti, riprodotti con un estremo realismo nel  presepe del ‘600 . Il diavolo è il simbolo del malessere dell’anima, di una maligna forza sovrannaturale che svuota, ossessiona, acceca, immobilizza e soggioga  nel male e nel terrore. Qui  pare quasi che le creature diaboliche si autocompiacciano  di essere ammirate nella loro mostruosità o ammaliante bellezza artistica, come  per dire che bisogna temere ciò che è intangibile ed invisibile e si insinua in forme più subdole.

 

Flagromor  è l’urlo di Satana, vive nel suo fiato e alimenta roghi blasfemi appiccati per riti pagani.

 

Demorciso, plasmato da Lucifero nell’argilla, è l’immagine della vanità dell’uomo e si nasconde nei riflessi compiaciuti degli specchi. La sua esistenza è andata sparendo nell’inganno della bellezza effimera, che lo ha ridotto all’inconsistenza del suo stesso riflesso.

 

Bersyl  ha rughe incise dagli artigli del demonio per rubare la fiducia degli uomini in nome della saggezza.

 

Gelfo 333, troppo curioso per scrutare nelle fiamme del male, ha scorso l’altra metà del tutto ove alberga il bene. Pertanto è stato punito da Satana che gli ha cavato un occhio.

Raptoreves: in inverno il demone bianco si allea con Satana per confondersi nel gelido freddo delle anime perse che hanno smarrito il calore della speranza. A fine inverno gli subentra Lividus Gruneraptor, suo alter ego, che vive nelle ombre dei giorni estivi. Il demone nero segue le prede, fino al calar del sole, per trafugare i sogni dell’uomo fino a rubargli l’anima.

 

Questo percorso  d’arte tra tradizione e contemporaneità, a mio avviso, si riassume nella figura del Pulcibastiano, trafitto dai corni delle molteplici contraddizioni di una città dalle tante emergenze. Ha  un’espressione  di sofferenza sul viso per le spine che si innestano sul suo tronco vitale. “Pulcinella è in scena come ortodossa maschera di napoletanità ed anche come emblema di cambiamento.” (Salvatore Scuotto)

Esprime “Il cruento trapasso dallo stadio di superstizione a quello di super azione e martirio. Necessario dolore pagato al miracolo della rinascita urgente ed inevitabile come la muta di un serpente che vuole crescere.”

 

 

La sua visione, all’interno della sala,  è anticipata  da un piccolo Pulcinella, coricato sulla luna sul pozzo del cortile di San Lorenzo. Abbracciato alla sua malinconia, sembra avvilito, stanco, inerte.

La luna si frappone alla demoniaca Maria ‘a Manilonga che dagli abissi allunga gli artigli per rapire bambini imprudenti. La luna piena lo sostiene,  gli dona  un’aura quasi surreale, sospesa tra il passato, presente e futuro delle tradizioni e della cultura napoletana, che compensano una napoletanità a volte colpevole, ma il più delle volte bistrattata da altri mali. La luna indica trasformazione, crescita, rinnovamento ciclico, e fa sperare che trasmetta energia a Pulcinella perché torni ad essere  burlone, scanzonato, vitale, malandrino senza dovere più vendere l’anima al diavolo del facile compromesso e dell’illecito. Se il piccolo Pulcinella crea l’attesa di una nuova risata e suscita qualche profonda emozione, significa che vive ancora in tanti. Come la voglia di rialzarsi e riscattarsi.

 

 

 

Tradizione in azione- un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità

Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore-Napoli

18 novembre 2009-18 gennaio 2010

 

 

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Tradizione in azione (prima parte).

Nel  Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore in Piazza San Gaetano a Napoli ( nei pressi di San Gregorio Armeno, sede delle botteghe degli artigiani del presepe), fino al 18 gennaio 2010  è allestita la mostra Tradizione in azione- un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità.


La splendida  sala Capitolare della basilica  di San Lorenzo è una  suggestiva cornice  di  forme vecchie e nuove di arte ove si fondono tradizione  e modernità grazie alla tecnica e  creativa maestria dei fratelli Scuotto, che da anni trasformano l’artigianato in arte pura.  Ideatori e creatori della bottega “La Scarabattola” e dell’Associazione culturale EsseArte, dal 1996 svolgono un lavoro curato, ironico, fedele alla tradizione ma altamente innovativo dell’arte presepiale che, sin dal ‘700, da semplice espressione folkloristica di successo del popolo si elevò a raffinata espressione culturale di Napoli. Documentandosi sui testi “Il Presepe popolare napoletano” e “Le storie e i racconti dei dodici giorni di Natale” del Maestro Roberto De Simone, hanno  scoperto che il presepe nasconde dei simboli straordinari, esoterici e interessanti.


De Simone  ha recuperato e riproposto  il patrimonio culturale, teatrale e musicale della tradizione popolare campana, riscoprendo e diffondendo  anche   la tradizione napoletana del Natale. “…La tradizione come scrigno della memoria, ma anche specchio che riflette in modo oggettivo le mutevolezze della nostra identità nel sovrapporsi delle epoche…. il Natale ha  origini arcaiche risalente a  epoche antecedenti e pagane. Timorosi per il futuro, buio e spoglio paventato dall’inverno, i popoli primitivi esorcizzavano le loro paure con rituali propiziatori al ritorno della luce e del calore. O, più tardi, alla rottura simbolica del tempo con la speranza di arrestare gli eventi nefasti e rigenerare un tempo nuovo, più equo e giusto. Di questo si può intravedere qualche traccia,ormai sbiadita, nell’usanza di tagliare a pezzi il capitone o l’anguilla e nel consumo dei tipici struffoli o del susamiello , dalla caratteristica forma serpentina. (Roberto De Simone:  da “Personaggi di terrore, demoniaci e magico religiosi della tradizione natalizia meridionale-2008)

Il presepe è quindi la rappresentazione tangibile e visibile della tradizione, non solo come devozione per il Salvatore , ma anche come espressione di tutti i simboli del codice onirico della tradizione (quali il ponte, il pozzo, la fontana, il mulino, il fiume, l’osteria)  vissuti da personaggi tipici di leggende, credenze,superstizioni popolari in una commistione di sacro e profano, magia e religione.

Tra i personaggi del presepe napoletano c’erano figure un po’ tetre, alcune demoniache, ritenute depositarie di messaggi terrificanti e perciò, probabilmente, pian piano sono scomparse ma sopravvivono nella costante presenza del pozzo, del ponte e dell’acqua.


Tra questi personaggi, grazie ai fratelli Scuotto, rivive la mostruosa Maria ‘a Manilonga: nell’Avellinese i bambini devono stare lontani dai pozzi nelle sere delle festività natalizie perchè Maria, essere demoniaco,li cattura (Roberto De Simone) trascinandoli nelle profondità delle acque sotterranee, negli Inferi. Il pozzo rappresenta gli abissi e quindi la comunicazione col mondo dei morti.

Forse non a caso, già nell’intuizione popolare, alla Madonna si contrapponeva  Maria ‘a Manilonga che potrebbero essere  aspetti dell’ambivalente  sentimento materno di madre-matrigna, amore e odio originato dalla doppia e conflittuale soggettività delle madri, il cui figlio vive e si nutre del loro sacrificio. Un sentimento naturale- come sostiene  Umberto Galimberti in “ I miti del nostro tempo” ed. Feltrinelli- sempre esistito, testimoniato dalla mitica Medea, e sempre ripudiato con terrore collettivo  perché intacca la sacralità della vita. L’abisso della solitudine può  trasformare la madre in matrigna con potere di vita ma anche di morte quando quel figlio è troppo distante dai suoi desideri e sogni.


Mamma Sirena: è il personaggio di una favola che narra di un giovane  pastore che,  lungo la riva del mare, intonava  un canto per favorire il ritorno della sorella dagli abissi marini in cui era tenuta prigioniera. Le pecorelle, mangiando le perle che cadevano dai capelli della fanciulla, acquistavano poteri vaticinanti, svelavano arcani misteri e davano infallibili oracoli.

Il ponte dei carmelitani:in riferimento al segno del  ponte a Grottaglie e a Napoli, nel giorno dell’Epifania il presepe si arricchiva di una scena singolare. Vale a dire che lì, dove è situato un ponte tra due dirupi, si collocavano 12 figurine di monaci scalzi ed incappucciati, che si rifanno alla Madonna del Carmelo, che è appunto la Madonna delle anime del Purgatorio. Mostravano il pollice della mano sinistra fiammeggiante: essi rappresentavano i mesi morti o i dodici giorni del periodo natalizio che, al seguito dei Magi, ritornavano nell’aldilà .

Il ponte consente il  transito tra il mondo dei vivi e quello dei morti . È un  luogo di manifestazioni magico-fantastiche, rappresentate per esempio dal lupo Mannaro e da Mafalda.


A mezzanotte meno dieci Zi Michele procedeva col suo carretto  in direzione di un crocevia e , da lontano,scorse una strana figura. Giunto al crocevia non lo vide più. Esclamò “Mamma mia, l’ho visto un momento fa. Ma sto sognando, o che mi sta succedendo? ” Non appena attraversò il crocevia, gli si presentò il mostro, il famigerato lupo Mannaro.



Sotto il ponte invece compariva,  in veste di  monaca, il fantasma di Mafalda o, per alcuni  della Principessa Cicinelli, che appartiene alla tradizione campana e pugliese. Suo  padre le  aveva

vietato di vedere il paggio di cui si era innamorata  e voleva che si ritirasse in convento. “Quando giunse la sventurata giovane, raccolse piangendo il capo mozzo del suo amato , lo depose nella bisaccia e si trafisse con lo stesso pugnale che il padre aveva lasciato per terra.” (Roberto De Simone).

Ecco sul ponte il tempo che passa, sotto il mondo dei morti.


La tradizione riproposta  con un linguaggio artistico libero come l’arte deve essere, sempre (Salvatore Scuotto) rivive nella passione artistica  e nella creatività dei fratelli Scuotto e nella magica atmosfera di una mostra che merita davvero di essere visitata.

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Strade della città- William Kentridge

 

Nel salone degli arazzi, al secondo piano del Museo di Capodimonte, è allestita la mostra “Strade della città (ed altri arazzi)” fino al 20 gennaio 2010. Qui al posto degli antichi arazzi cinquecenteschi, che celebrano la vittoria di Carlo V a Pavia e donati dal marchese d’Avalos allo Stato italiano nel 1862 , si possono ammirare monumentali arazzi di nuova produzione, tessuti artigianalmente nel laboratorio di Margareth Stephens a Johannesburg, bozzetti, disegni su mappe originali del Regno di Napoli e piccole sculture di bronzo realizzati dall’eclettico artista sudafricano William Kentridge.

 

Le opere proseguono la Porter Series, lavori di dimensioni più ridotte, prodotti dal 2001 e popolati da ombre in processione su carte geografiche. Invece dei porters, in questa serie compaiono migranti ed antieroiche figure equestri, cavalieri e cavalli che cercano una terra promessa, camminando attraverso la storia e sulle così simili strade delle città del mondo. Le immagini costruite come un collage stratificato di fogli, cartoncini, ritagli, nastri sono poi realizzate negli arazzi che, a distanza, spiccano grandiosi sulle pareti bianche della sala, pur svelando speranze spesso tradite.

 

    

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