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La città dell’amore
Tanti sono i miti sulle origini di Napoli. Antiche leggende narrano delle sirene Leucosia, Ligeia e Partenope che dimoravano nell’arcipelago delle Sirenuse (oggi detto Li Galli), e stregavano con dolci parole i naviganti che, beatamente sedotti nel cuore e nell’intelletto – ahimè- poi naufragavano contro gli scogli. Si narra che in primavera la sirena Partenope emergesse dalle acque del Golfo di Napoli per salutare con canti di gioia le genti della costa. Le sirene furono però sconfitte da Ulisse, al quale avevano promesso di rivelare i segreti della conoscenza di ciò che sarebbe avvenuto in ogni tempo e luogo della terra. L’eroe, legato all’albero della nave, dopo aver furbamente turato con la cera le orecchie dei suoi marinai, invano cercò di svincolarsi dalle corde per cedere alle dolci lusinghe. Poiché non erano immortali ma vivevano finchè riuscivano ad incantare, le semidivine sirene si uccisero, gettandosi nel mare dall’alto delle isole. Il corpo di Partenope fu portato tra gli scogli di Megaride, dove sorse il primo insediamento di quella che sarebbe poi diventata Napoli.
Invece , secondo Licofrone e Stazio, Apollo guidò col volo di una colomba fino al golfo di Napoli la bellissima Partenope, figlia di Eumelo re di Tessaglia.La fanciulla sbarcò con le sue genti a Baia, qui vi morì e fu sepolta. I Cumani, decimati da una feroce pestilenza, per consiglio di Apollo raggiunsero il sepolcro di Partenope e lì iniziarono a edificare una nuova città, detta appunto Partenope, ove vissero tranquilli e prosperarono per molti anni. In seguito a litigi tra i cittadini, il giovane e ricco Tiberio Iulio Tarso, fondò un’altra città poco lontano, sotto le falde del monte Falerno, nella zona oggi detta di sant’Eframo. La chiamò Neapolis, città nuova, e vi fece costruire un grande tempio in onore di Apollo. Pian piano Neapolis si estese, mentre il nome Partenope cadde in disuso e fu soppiantato da Paleopoli (antica città) , finchè poi la città fu definitivamente chiamata soltanto Neapolis ( da “Leggende e racconti popolari di Napoli” di Angela Matassa)
In “Leggende napoletane” la grande Matilde Serao ha scritto “La città dell’amore” ove la mitica Parthenope bella come una dea, forte dell’amore per Cimone “Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre… non è morta … Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare… Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore.
Napoli è la città dell’amore.”
Una bella leggenda dedicata all’Amore, che da una dimensione naturalmente umana assume il carattere universale ed eterno della più bella delle civiltà, quello dello spirito innamorato.
Una pagina di letteratura italiana che suscita sempre profonde emozioni.
“Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito.
Lassù una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di strani deliri della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive in un sogno che è vita. Lassù i solitari e tristi piaceri della immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo creato. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio ed il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell’anima, inebbriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel misticismo che è il massimo punto divino a cui può giungere un’esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell’amore. Le nostre leggende sono l’amore. E Napoli è stata creata dall’amore.
Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l’immagine della forte e vigorosa bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dello Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sbattere il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s’incavernavano sotto la roccia, scavandola a poco, a poco. L’anima cominciava per immergersi in un pensiero; oltre quel mare, lontano lontano, dove l’orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l’ignoto, il mirabile, l’indefinibile. In questo pensiero la fantasia si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo e di potere stringere nel suo immenso amplesso tutto il mondo. Ma presto questi sogni svaniscono. Ora ella ama Cimone, con l’unico possente, imperante amore della fanciulla, che si trasforma in donna.
Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all’amata:
– Parthenope, vuoi tu seguirmi?
– Partiamo, amore.
– Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole egli per tuo sposo e suo figliolo. Ami tu Eumeo?
– Amo te, Cimone.
– Lode a Venere santa e grazie a te, suo figliola! Pensa dunque quale nero incubo sarebbe la vita, divisi, lontani – e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?
– Io sono la tua schiava, amore.
– Pensa: dimenticare la faccia di tuo padre, cancellare dal tuo volto il bacio delle sorelle, fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto…
– Partiamo, Cimone.
– Partire, o dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una via ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno; affidarsi ai flutti, sempre nemici degli amanti; partire per andare lontano, molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno l’inverno, dove il pallido sole si fascia di nuvole, dove l’uomo non ama l’uomo, dove non sono giardini, non sono rose, non sono templi…
Ma nei grandi occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile e nella sua voce armoniosa vibra la passione:
– Io t’amo – ella dice – partiamo.
Sono mille anni che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora.
Da mille anni attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate. Quando i due amanti giungono al lido divino un sussulto di gioia fa fremere la terra, la terra nata per l’amore, che senza amore è destinata a perire, abbruciata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l’amore. Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l’uno all’altra, essi hanno portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima, eternamente fiorita di Poggioreale, alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne che rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle vallate profonde che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno amato. Nelle stellate notti di estate, Parthenope si è distesa sull’arena del lido fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne’ tramonti di porpora dell’autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in essi più vivo l’amore; nelle brevi e belle giornate invernali hanno sorriso senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto bonario ed ha cantata loro la canzoncina d’amore, la natura leale non ha avuto agguati per essi; sugli azzurri orizzonti ha spiccato il profilo bellissimo della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo, un palpito ha loro risposto e fra l’uomo e la natura si è affermato il profondo, l’invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza, attendeva Parthenope e Cimone; ricca, ma solitaria, ricca, ma mortale, ricca, ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.
Ma il destino non è compito ancora. Più alto scopo ha l’amore di Parthenope. Ecco: dalla Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle e amici e parenti che vennero a ritrovarla; ecco: sino al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la voce misteriosa di una plaga felice dove nella bella festa dei fiori e dei frutti, nella dolcezza profumata dell’aria, trascorre beatissime la vita. Sulle fragili imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i loro figliuoli, le immagini degli dèi, gli averi, le comuni risorse; alla capanna del pastore sorge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva arte dell’agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull’altura, il villaggio a grado a grado guadagna la pianura; un’altra colonia se ne va sopra un’altra collina ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica delle mura, cui tutti concorrono, rinserra poco a poco nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope. Lei volle la città. Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina umana e clemente, da lei si appella la città; da lei la legge, da lei il costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi sorgono a dèe, invocate protettrici della città: Cerere e Venere. Ivi si prega, ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell’olibano. Una pace profonda e costante è nel popolo su cui regna Parthenope; ed il lavorio operoso dell’uomo non è che una leggiera spinta alla natura benigna.
La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore efficace, fervido, onnipossente è l’ambiente vivificante della nuova città. Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dello Ionio, l’anima sua si assorbisce in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l’indefinibile, ecco, è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga, si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi le pare di toccare il cielo col capo e di stringere il mondo in un immenso amplesso.
Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull’altura di San Giovanni Maggiore, dove allora il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte. Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare. Quando nelle giornate d’aprile un’aura calda c’inonda di benessere è il suo alito soave: quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate; è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci, indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i suoi baci; quando un fruscio di abiti ci fa fremere al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull’arena, è il suo piede leggiero che sorvola; quando di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.”
(“La città dell’amore” da “Leggende Napoletane” di Matilde Serao)
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Tradizione in azione (seconda parte)
San Lorenzo Maggiore è uno tra i complessi conventuali più importanti del Medioevo napoletano. Il sito in origine era il centro della polis greca, poi sede del foro romano e infine, nel VI sec, di una basilica paleocristiana Con l’avvento degli Angioini tra il 1270 e il 1300, iniziò un rinnovamento generale della città e la chiesa fu ricostruita in stile gotico francese. In essa e nel convento ci sono stati i primi insediamenti dei francescani a Napoli che dalla prima metà del ‘200 svolsero un’intensa attività spirituale e culturale ( qui hanno dimorato San Ludovico d’Angiò, il Beato Donato,il Venerabile Bartolomeo Agricola, San Giuseppe da Copertino, il Beato Bonaventura da Potenza, il Beato Antonio Lucci) . Nel 1302 con la fondazione dello Studio Teologico vi operarono numerosi studiosi come Fra Landolfo Caracciolo ( docente alla Sorbona di Parigi e fondatore dello Scotismo a Napoli). Qui Boccaccio incontrò Fiammetta- così pare-, mentre Petrarca dimorò in convento Tra due quadrifore in tufo, attraverso un portale del XIV secolo, si accede alla sala Capitolare, realizzata all’epoca della dominazione Sveva ( 1234-1266). Le ricche decorazioni delle volte sono attribuite al Luigi Rodriguez e risalgono al ‘600. Sulle pareti s’erge l’albero genealogico della Gloria Francescana che raffigura frati missionari, letterati,cardinali, papi e santi .
Al centro del chiostro settecentesco spicca un pozzo con puteale (parapetto) in piperno e marmo dello scultore Cosimo Fanzago. Una gigantesca luna è sospesa sul pozzo e su di essa giace un malinconico Pulcinella, in occasione della mostra Tradizione in azione – un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità , non a caso, ambientata in questi spazi mistici e suggestivi. Nella sala Capitolare, intorno a una colonna, è esposta una schiera di diavoli che captano la curiosità dei visitatori. Un girotondo di angeli dannati e beffardi che ostenta sfacciatamente se stessa ed esula dalle figure stereotipate del presepe artigianale. Orride e fantastiche creature, a volte goffe, ambigue e quasi ridicole, a volte sensuali, affascinanti e seducenti, spodestate dall’immaginario collettivo hanno preso forma grazie all’ abilità tecnica e alla creatività dei fratelli Scuotto (laboratorio d’arte La Scarabattola).
Non sembrano artefici di incubi, né di malefici, ma appaiono neutralizzate dalla loro visibilità rivelata, esorcizzate dall’ intrigante ed originale raffinatezza dell’opera d’arte. I demoni sono circondati da un’umanità di sofferenti ed esclusi ricreati in modo originale ( vittime di pregiudizi, imprudenza, ingiustizie, paure – appestati, femminiello, schiavi,bambini rapiti da Maria a’ Manilonga, la suicida Mafalda, Zi Michele atterrito dal Lupo Mannaro), cui si contrappone una luminosa e dolce Natività su un altro lato della sala. Da un’altra parte sono arginati dal capitone su meridiana, fatto a pezzi per rompere la linearità del tempo con la speranza di arrestare gli eventi nefasti e rigenerare un tempo nuovo, più equo e giusto.
“ Certo l’immaginario popolare napoletano è ricchissimo di aneddoti”, nota De Simone. “Si vuole che sulla Terra, nel periodo da Santa Lucia all’Epifania, oltre ai santi ci siano esseri demoniaci che si tengono lontani con l’incenso ed erbe pungenti.” Il diavolo, simbolo del male e dell’imperfezione, apparteneva al presepe nello scenario di vita e morte, realtà e immaginazione, sacro e profano, religione e magia. Poi è scomparso insieme ad altre figure esoteriche e straordinarie cedendo il posto a derelitti, deformi e mendicanti, riprodotti con un estremo realismo nel presepe del ‘600 . Il diavolo è il simbolo del malessere dell’anima, di una maligna forza sovrannaturale che svuota, ossessiona, acceca, immobilizza e soggioga nel male e nel terrore. Qui pare quasi che le creature diaboliche si autocompiacciano di essere ammirate nella loro mostruosità o ammaliante bellezza artistica, come per dire che bisogna temere ciò che è intangibile ed invisibile e si insinua in forme più subdole.
Flagromor è l’urlo di Satana, vive nel suo fiato e alimenta roghi blasfemi appiccati per riti pagani.
Demorciso, plasmato da Lucifero nell’argilla, è l’immagine della vanità dell’uomo e si nasconde nei riflessi compiaciuti degli specchi. La sua esistenza è andata sparendo nell’inganno della bellezza effimera, che lo ha ridotto all’inconsistenza del suo stesso riflesso.
Bersyl ha rughe incise dagli artigli del demonio per rubare la fiducia degli uomini in nome della saggezza.
Gelfo 333, troppo curioso per scrutare nelle fiamme del male, ha scorso l’altra metà del tutto ove alberga il bene. Pertanto è stato punito da Satana che gli ha cavato un occhio.
Raptoreves: in inverno il demone bianco si allea con Satana per confondersi nel gelido freddo delle anime perse che hanno smarrito il calore della speranza. A fine inverno gli subentra Lividus Gruneraptor, suo alter ego, che vive nelle ombre dei giorni estivi. Il demone nero segue le prede, fino al calar del sole, per trafugare i sogni dell’uomo fino a rubargli l’anima.
Questo percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità, a mio avviso, si riassume nella figura del Pulcibastiano, trafitto dai corni delle molteplici contraddizioni di una città dalle tante emergenze. Ha un’espressione di sofferenza sul viso per le spine che si innestano sul suo tronco vitale. “Pulcinella è in scena come ortodossa maschera di napoletanità ed anche come emblema di cambiamento.” (Salvatore Scuotto)
Esprime “Il cruento trapasso dallo stadio di superstizione a quello di super azione e martirio. Necessario dolore pagato al miracolo della rinascita urgente ed inevitabile come la muta di un serpente che vuole crescere.”
La sua visione, all’interno della sala, è anticipata da un piccolo Pulcinella, coricato sulla luna sul pozzo del cortile di San Lorenzo. Abbracciato alla sua malinconia, sembra avvilito, stanco, inerte.
La luna si frappone alla demoniaca Maria ‘a Manilonga che dagli abissi allunga gli artigli per rapire bambini imprudenti. La luna piena lo sostiene, gli dona un’aura quasi surreale, sospesa tra il passato, presente e futuro delle tradizioni e della cultura napoletana, che compensano una napoletanità a volte colpevole, ma il più delle volte bistrattata da altri mali. La luna indica trasformazione, crescita, rinnovamento ciclico, e fa sperare che trasmetta energia a Pulcinella perché torni ad essere burlone, scanzonato, vitale, malandrino senza dovere più vendere l’anima al diavolo del facile compromesso e dell’illecito. Se il piccolo Pulcinella crea l’attesa di una nuova risata e suscita qualche profonda emozione, significa che vive ancora in tanti. Come la voglia di rialzarsi e riscattarsi.
Tradizione in azione- un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità
Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore-Napoli
18 novembre 2009-18 gennaio 2010
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Tradizione in azione (prima parte).
Nel Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore in Piazza San Gaetano a Napoli ( nei pressi di San Gregorio Armeno, sede delle botteghe degli artigiani del presepe), fino al 18 gennaio 2010 è allestita la mostra Tradizione in azione- un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità.
La splendida sala Capitolare della basilica di San Lorenzo è una suggestiva cornice di forme vecchie e nuove di arte ove si fondono tradizione e modernità grazie alla tecnica e creativa maestria dei fratelli Scuotto, che da anni trasformano l’artigianato in arte pura. Ideatori e creatori della bottega “La Scarabattola” e dell’Associazione culturale EsseArte, dal 1996 svolgono un lavoro curato, ironico, fedele alla tradizione ma altamente innovativo dell’arte presepiale che, sin dal ‘700, da semplice espressione folkloristica di successo del popolo si elevò a raffinata espressione culturale di Napoli. Documentandosi sui testi “Il Presepe popolare napoletano” e “Le storie e i racconti dei dodici giorni di Natale” del Maestro Roberto De Simone, hanno scoperto che il presepe nasconde dei simboli straordinari, esoterici e interessanti.
De Simone ha recuperato e riproposto il patrimonio culturale, teatrale e musicale della tradizione popolare campana, riscoprendo e diffondendo anche la tradizione napoletana del Natale. “…La tradizione come scrigno della memoria, ma anche specchio che riflette in modo oggettivo le mutevolezze della nostra identità nel sovrapporsi delle epoche…. il Natale ha origini arcaiche risalente a epoche antecedenti e pagane. Timorosi per il futuro, buio e spoglio paventato dall’inverno, i popoli primitivi esorcizzavano le loro paure con rituali propiziatori al ritorno della luce e del calore. O, più tardi, alla rottura simbolica del tempo con la speranza di arrestare gli eventi nefasti e rigenerare un tempo nuovo, più equo e giusto. Di questo si può intravedere qualche traccia,ormai sbiadita, nell’usanza di tagliare a pezzi il capitone o l’anguilla e nel consumo dei tipici struffoli o del susamiello , dalla caratteristica forma serpentina. (Roberto De Simone: da “Personaggi di terrore, demoniaci e magico religiosi della tradizione natalizia meridionale-2008)
Il presepe è quindi la rappresentazione tangibile e visibile della tradizione, non solo come devozione per il Salvatore , ma anche come espressione di tutti i simboli del codice onirico della tradizione (quali il ponte, il pozzo, la fontana, il mulino, il fiume, l’osteria) vissuti da personaggi tipici di leggende, credenze,superstizioni popolari in una commistione di sacro e profano, magia e religione.
Tra i personaggi del presepe napoletano c’erano figure un po’ tetre, alcune demoniache, ritenute depositarie di messaggi terrificanti e perciò, probabilmente, pian piano sono scomparse ma sopravvivono nella costante presenza del pozzo, del ponte e dell’acqua.
Tra questi personaggi, grazie ai fratelli Scuotto, rivive la mostruosa Maria ‘a Manilonga:
nell’Avellinese i bambini devono stare lontani dai pozzi nelle sere delle festività natalizie perchè Maria, essere demoniaco,li cattura (Roberto De Simone) trascinandoli nelle profondità delle acque sotterranee, negli Inferi. Il pozzo rappresenta gli abissi e quindi la comunicazione col mondo dei morti.
Forse non a caso, già nell’intuizione popolare, alla Madonna si contrapponeva Maria ‘a Manilonga che potrebbero essere aspetti dell’ambivalente sentimento materno di madre-matrigna, amore e odio originato dalla doppia e conflittuale soggettività delle madri, il cui figlio vive e si nutre del loro sacrificio. Un sentimento naturale- come sostiene Umberto Galimberti in “ I miti del nostro tempo” ed. Feltrinelli- sempre esistito, testimoniato dalla mitica Medea, e sempre ripudiato con terrore collettivo perché intacca la sacralità della vita. L’abisso della solitudine può trasformare la madre in matrigna con potere di vita ma anche di morte quando quel figlio è troppo distante dai suoi desideri e sogni.
Mamma Sirena: è il personaggio di una favola che narra di un giovane pastore che, lungo la riva del mare, intonava un canto per favorire il ritorno della sorella dagli abissi marini in cui era tenuta prigioniera. Le pecorelle, mangiando le perle che cadevano dai capelli della fanciulla, acquistavano poteri vaticinanti, svelavano arcani misteri e davano infallibili oracoli.
Il ponte dei carmelitani:in riferimento al segno del ponte a Grottaglie e a Napoli, nel giorno dell’Epifania il presepe si arricchiva di una scena singolare. Vale a dire che lì, dove è situato un ponte tra due dirupi, si collocavano 12 figurine di monaci scalzi ed incappucciati, che si rifanno alla Madonna del Carmelo, che è appunto la Madonna delle anime del Purgatorio. Mostravano il pollice della mano sinistra fiammeggiante: essi rappresentavano i mesi morti o i dodici giorni del periodo natalizio che, al seguito dei Magi, ritornavano nell’aldilà .
Il ponte consente il transito tra il mondo dei vivi e quello dei morti . È un luogo di manifestazioni magico-fantastiche, rappresentate per esempio dal lupo Mannaro e da Mafalda.
A mezzanotte meno dieci Zi Michele procedeva col suo carretto in direzione di un crocevia e , da lontano,scorse una strana figura. Giunto al crocevia non lo vide più. Esclamò “Mamma mia, l’ho visto un momento fa. Ma sto sognando, o che mi sta succedendo? ” Non appena attraversò il crocevia, gli si presentò il mostro, il famigerato lupo Mannaro.
Sotto il ponte invece compariva, in veste di monaca, il fantasma di Mafalda o, per alcuni della Principessa Cicinelli, che appartiene alla tradizione campana e pugliese. Suo padre le aveva
vietato di vedere il paggio di cui si era innamorata e voleva che si ritirasse in convento. “Quando giunse la sventurata giovane, raccolse piangendo il capo mozzo del suo amato , lo depose nella bisaccia e si trafisse con lo stesso pugnale che il padre aveva lasciato per terra.” (Roberto De Simone).
Ecco sul ponte il tempo che passa, sotto il mondo dei morti.
La tradizione riproposta con un linguaggio artistico libero come l’arte deve essere, sempre (Salvatore Scuotto) rivive nella passione artistica e nella creatività dei fratelli Scuotto e nella magica atmosfera di una mostra che merita davvero di essere visitata.
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Strade della città- William Kentridge
Nel salone degli arazzi, al secondo piano del Museo di Capodimonte, è allestita la mostra “Strade della città (ed altri arazzi)” fino al 20 gennaio 2010. Qui al posto degli antichi arazzi cinquecenteschi, che celebrano la vittoria di Carlo V a Pavia e donati dal marchese d’Avalos allo Stato italiano nel 1862 , si possono ammirare monumentali arazzi di nuova produzione, tessuti artigianalmente nel laboratorio di Margareth Stephens a Johannesburg, bozzetti, disegni su mappe originali del Regno di Napoli e piccole sculture di bronzo realizzati dall’eclettico artista sudafricano William Kentridge.
Le opere proseguono la Porter Series, lavori di dimensioni più ridotte, prodotti dal 2001 e popolati da ombre in processione su carte geografiche. Invece dei porters, in questa serie compaiono migranti ed antieroiche figure equestri, cavalieri e cavalli che cercano una terra promessa, camminando attraverso la storia e sulle così simili strade delle città del mondo. Le immagini costruite come un collage stratificato di fogli, cartoncini, ritagli, nastri sono poi realizzate negli arazzi che, a distanza, spiccano grandiosi sulle pareti bianche della sala, pur svelando speranze spesso tradite.
Fanno la fantasia volare, nella magica notte di Natale.
Ogni anno, nella notte del 24 dicembre, Comet, Dancer, Dasher, Prancer, Vixen, Donder, Blitzen, Cupid attraversano la cupola stellata. In italiano i loro nomi corrispondono a Cometa, Ballerina, Fulmine, Donnola, Freccia, Saltarello, Donato, Cupido. Chi sono? Le renne di Babbo Natale che hanno l’onore e l’onere di trainare la slitta carica di doni, come recita la seguente filastrocca.
“Non solo fanno la slitta volare
e in ciel galoppano senza cadere.
Ogni renna ha il suo compito speciale
per saper dove i doni portareCometa chiede a ciascuna stella
dov’è questa casa o dov’è quella.
Fulmine guarda di qui e di là
Per sapere se la neve verrà.Donnola segue del vento la scia
schivando le nubi che sbarran la via.
Freccia controlla il tempo scrupoloso
ogni secondo che fugge è prezioso.Ballerina tiene il passo cadenzato
per far che ogni ritardo sia recuperato.
Saltarello deve scalpitare
per dare il segnale di ripartire.Donato è poi la renna postino
porta le lettere d’ogni bambino.
Cupido, quello dal cuore d’oro
sorveglia ogni dono come un tesoro.Quando vedete le renne volare
Babbo Natale sta per arrivare.”
Qui però ho scovato una leggenda che narra in una versione fantasiosa e suggestiva la storia delle renne di Babbo Natale.
Nella notte dei tempi Babbo Natale vide spuntare tre code d’oro da un mucchio di neve. Rimase sorpreso quando scoprì che c’erano due , e non tre, cuccioli di renna dal manto dorato. Erano renne gemelle e una di esse, Vixen, aveva due code. Mamma renna li aveva salvati dai cacciatori nascondendoli sotto la neve. Pare che Babbo Natale raccolga i loro crini d’oro per regalarli ai più bisognosi. Dixen ( Blitzen?) invece è sempre raffreddata e le gocce, che dal suo naso cadono a terra, magicamente si trasformano in bellissimi fiori.
Comet attraversa velocissima l’universo, come una stella cometa, e capta i desideri espressi dai bambini per poi riferirli a Babbo Natale.
Donder è nata cantando e rompendo i timpani ai suoi genitori. Poi ha imparato a modulare la voce per cantare tutte le canzoni del mondo, imitando sia le voci maschili che quelle femminili. Controlla i bambini e li rimprovera quando combinano qualche marachella , imitando la voce dei loro genitori. Si accompagna con la ballerina Dazzle (Dancer) che conosce tutti i ritmi del mondo. Ai bimbi tristi suggeriscono i movimenti giusti per imparare a danzare e a cantare con allegria.
Cupid ha una macchia rossa a forma di cuore sul petto, che sembra pulsare forte forte quando il vento freddo smuove il pelo. È la renna più tenera e docile, che desidera stare sempre vicino a Babbo Natale. Ha un fiuto incredibile nel trovare in una montagna di letterine quella del bambino più buono per consegnarla prontamente a Babbo Natale.
Prancer è la renna più timida, ma così timida che, per non essere vista, di giorno stava sempre nascosta dentro un albero cavo. E’ stata l’ultima renna ad essere trovata da Babbo Natale che la fece avvicinare dalla dolce Cupid. Prancer rimase stupita che nessuna renna l’avesse derisa per la sua timidezza , ma Babbo Natale le spiegò che nessuno è perfetto e che anche le altre renne avevano qualcosa di speciale. Da quel giorno Prancer lasciò il nascondiglio e tutta rossa in muso si unì in volo alle altre renne.
Dasher è la più coraggiosa del branco. Quando nacque aveva denti da castoro per cui la sua mamma la nutrì con carote perché era difficile allattarla. Dasher rafforzò la dentatura e ancor oggi vola dietro Rudolph per mettere in fuga, a suon di morsi, qualche uccellaccio malintenzionato e pronto a rubare un sacco pieno di doni.
Le renne poi divennero nove grazie a Rudolph, la renna dal luminoso naso rosso che a lungo fu oggetto di scherno da parte delle sue compagne. Il giorno precedente la vigilia di Natale, Babbo Natale era molto preoccupato perché una fitta nebbia oscurava il cielo e, se persistente, l’indomani avrebbe impedito la consegna dei doni ai bambini di tutto il mondo. Nel vederlo piangere Rudolph si intristì e il suo naso cominciò a brillare ancora di più, con grande imbarazzo della piccola renna. Babbo Natale però iniziò a fare salti di gioia, mentre le altre renne lo guardavano incredule. Quando Babbo Natale comunicò la decisione di affidare a Rudolph il compito di illuminare il cielo e guidare il branco, le renne festeggiarono e si resero conto che a volte ciò che può sembrare un difetto, in realtà è un pregio.
La storia di Rudolph fu scritta nel 1939 da Robert May, che lavorava in un grande magazzino di Chicago. Memore di tutte le derisioni subite da ragazzo perché considerato troppo alto e magro, inventò questo racconto che intenerì tanti e divenne molto popolare. Circa 10 anni più tardi Johnny Marks scrisse la canzone “Rudolph, the Red-nosed Reindeer (la renna col naso rosso)” che negli anni ’50, grazie alla radio, diffuse ovunque la leggenda di Rudolph. Ancor oggi è cantata in occasione delle feste di Natale per ricordarci la buffa renna che ha salvato la magia del Natale nella fantasia di grandi e piccini.
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Omaggio ad Alda Merini
Quando penso ad Alda Merini vedo uno spirito inquieto, consapevole della sua innata diversità, dovuta ad una straordinaria sensibilità e capacità di immergersi nell’animo umano con uno sguardo profondo ed appassionato. Ha cantato la vita nelle sue pieghe più sofferte , non immaginate, ma vissute in prima persona, dalle quali seppe risollevarsi e di cui ha lasciato traccia in una vastissima produzione poetica. La ricordo con le sue stesse parole, che restano profonde come impronte sulla terra, tenere , dolci e tormentate di vate solitario, talvolta incompreso nella sua genialità.
“No, non mi importa molto della poesia: la poesia è una delle tante manifestazioni della vita. È un modo di parlare, e può essere cattiva, buona, iraconda, inutile. È un modo di far teatro, è un modo di mascherarsi. La poesia può essere una maschera greca, un carnevale. Può essere una dignità che non si ha, una dignità che si soffre. Sono tante le definizioni della poesia. Diciamo che la letteratura può essere anche un modo di sentirsi pazzi.
Un modo di parlare, di sentire e di sentirsi, di essere al mondo: ma modo irrinunciabile; investitura divina che non consente abiure; personalissimo, esclusivo esserci; condanna e dono insieme”
Lascio a te queste impronte sulla terra
Lascio a te queste impronte sulla terra
tenere dolci, che si possa dire:
qui è passata una gemma o una tempesta,
una donna che avida di dire
disse cose notturne e delicate,
una donna che non fu mai amata.
Qui passò forse una furiosa bestia
avida sete che dette tempesta
alla terra, a ogni clima, al firmamento,
ma qui passò soltanto il mio tormento.
“Si parla spesso di solitudine, fuori, perchè si conosce un solo tipo di solitudine. Ma nulla è così feroce come la solitudine del manicomio. In quella spietata repulsione da parte di tutto si introducono i serpenti della tua fantasia, i morsi del dolore fisico, l’acquiscienza di un pagliericcio su cui sbava l’altra malata vicina che sta più su. Una solitudine da dimenticati, da colpevoli. E la tua vestaglia ti diventa insostituibile, e così gli stracci che hai addosso perchè loro solo conoscono la tua vera esistenza, il tuo modo di vivere. In manicomio ero sola; per lungo tempo non parlai, convinta della mia innocenza. Ma poi scoprii che i pazzi avevano un nome, un cuore, un senso dell’amore e imparai, sì, proprio lì dentro, imparai ad amare i miei simili. E tutti dividevamo il nostro pane l’una con l’altra, con affettuosa condiscendenza, e il nostro divenne un desco famigliare. E qualcuna, la sera, arrivava a rimboccarmi le coperte e mi baciava sui corti capelli. E poi, fuori, questo bacio non l’ho preso più da nessuno, perchè ero guarita. Ma con il marchio manicomiale.”
(da L’altra verità ”Diario di una diversa”)
I poeti lavorano di notte.
I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle
(in Testamento – Alda Merini)
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‘O munaciello
‘O munaciello ( piccolo monaco) è uno spiritello irrequieto, irriverente e beffardo che si nasconde, appare o si fa solo sentire, ride e diverte, piange e immalinconisce. Un piccolo e bizzarro folletto che fa sparire oggetti o li fa cadere di mano, disturba il sonno del malcapitato o lo fa inciampare, inaridisce le piante, inacidisce il vino, spaventa gli animali, innervosisce i bambini, provoca sbalzi d’umore nelle fanciulle e pensieri vogliosi nel coniuge. Spesso è dispettoso come un bambino capriccioso, talvolta aiuta l’infelice o il bisognoso. Pare che abbia in simpatia le donne, le belle donne, alle quali lascia ricompense o regali. Animella vagante, triste e rabbiosa, divertita e spiritosa, è di buon augurio se indossa un cappuccio rosso, preannuncia mala sorte se invece ha un cappuccio nero.
Una schiera di creature misteriose, magiche e soprannaturali popola caverne, foreste, montagne, pianure, campi, stagni e fiumi nelle tante leggende europee e in quelle delle nostre regioni italiane ( in Puglia un personaggio simile è detto scazzambrèidde, a Potenza ‘u munaciedd,in Basilicata monacchicchi, in Calabria augurielli o fuddettu,in Sicilia spiritu ‘nfullettu,in Veneto mazacal,in Toscana linchetto, in Emilia Romagna barabanen, in Piemonte guebillon di los ma il monaciello, nelle Marche mazamuriello).
Il monaciello appartiene invece alla tradizione napoletana: la sua esistenza è stata tramandata tra storia e leggenda nel “Piccolo saggio del monaciello” di Matilde Serao che avverte “ il discernere cose vere dalle false, lo speculare quale sia la favola, quale verità, lo lascio e lo raccomando alla prudenza ed alla saggezza del lettore”.
La quale istoria fu così. Nell’anno 1445 dalla fruttifera Incarnazione, regnando Alfonso d’Aragona, una fanciulla a nome Caterina Frezza, figlia di un mercante di panni, si innamorò di un nobile garzone, Stefano Mariconda. E com’è usanza d’amore, il garzone la ricambiò di grandissimo affetto e di rado fu vista coppia d’amanti egualmente innamorata e fedele. E ciò non senza molto loro cordoglio, poiché per la disparità delle nascite che proibiva loro il nodo coniugale, grande guerra ferveva in casa Mariconda contro Stefano – e la Catarinella, in casa sua, era con ogni sorta di tormenti dal padre e dai fratelli torturata. Ma per tanto e continuo dolore, che si può dire mangiassero veleno e bevessero lagrime, avevano ore di gioia inestimabile. A tarda notte, quando nei chiassuoli dei mercanti non compariva viandante veruno, Stefano Mariconda avvolto dal bruno mantello, che mai sempre protesse ladri ed amanti, penetrava in andito nero ed angusto, saliva per una scala fangosa e dirupata, dove era facile il pericolo della rottura del collo, si trovava sopra un tetto e di là scavalcando, terrazzo per terrazzo, con una sveltezza ed una sicurezza che amore rinforzava, arrivava sul terrazzino dove lo aspettava, tremante dalla paura, Catarinella Frezza. Lettor mio, se mai fremesti d’amore, immagina quei momenti e non chiederne descrizione alla debole penna. Ma in una notte profonda, quando più alle anime loro si schiudeva la celestiale beatitudine del paradiso, mani traditrici e borghesi afferrarono Stefano alle spalle, e togliendogli ogni difesa, dalla ferriata lo precipitarono nella via, mentre Catarinella gridando e torcendosi le braccia, s’aggrappava ai panni degli assassini. Il bel corpo di Stefano Maricorda giacque, orribilmente sfracellato, nella fetida via per una notte ed un giorno: fino a che lo raccolse di là la pietà dei parenti, dandogli onorata sepoltura. Ma invero fu quella morte ignobilmente violenta; e perché vi è dubbio sul destino di quell’anima, strappata dalla terra e mandata innanzi all’Eterno carica di peccati, e perché a gentiluomo non conviensi altra morte violenta che di spada.
La Catarinella fuggì di casa, pazza di dolore, e fu piamente ricoverata in un monastero di monachelle. In un giorno, quando ancora il tempo assegnato dalla ragion divina e dalla ragion medica non era scorso, ella dette alla luce un bimbo piccino piccino, pallido e dagli occhi sgomentati. Per pietà di quel piccolo essere, le suore lasciarono la madre a nutrirlo e curarlo. Ma col tempo che passava, non cresceva molto il bambino e la madre, cui rimaneva confitta nella mente la bella ed aitante persona di Stefano Maricorda, se ne crucciava. Le suore la consigliarono di votarsi alla Madonna perché desse una fiorente salute al bambino; ed ella votossi e fece indossare al bimbo un abito nero e bianco da piccolo monaco. Ma ben altro aveva disposto il Signore nella sua infinita saggezza e la Catarinella non s’ebbe la grazia chiesta.
Il figliuoletto suo, crescendo negli anni, non crebbe che pochissimo nel corpo e fu simile a quei graziosi nani di cui si allietano molte corti di sovrani potenti. Sibbene ella continuò a vestirlo da piccolo monaco; onde è che la gente chiamava in suo volgare il bambino; ‘o munaciello. Le monache lo amavano, ma la gente della via, ma i bottegai delle strade Armieri, Lanzieri, Cortellari, Taffettanari, Mercanti, si mostravano a dito il bambino troppo piccolo, dalla testa troppo grande e quasi mostruosa, dal volto terreo in cui gli occhi apparivano anche più grandi, anche più spaventati, dall’abituccio strano: e talvolta lo ingiuravano, come fa spesso la plebe contro persona debole ed inerme. Quando ‘o munaciello passava innanzi la bottega dei Frezza, zii e cugini uscivano sulla soglia e gli scagliavano le imprecazioni più orribili. Non è dato a me indagare quanto comprendesse ‘o munaciello degli sgarbi e delle disoneste parole che gli venivano dirette, ma è certo che egli riedeva alla madre triste e melanconico. A volte un lampo di collera gli balenava negli occhi e allora la madre lo faceva inginocchiare e gli dettava le sante parole dell’orazione. A poco a poco in quei bassi quartieri dove egli muoveva i passi, si divulgò la voce che ‘o munaciello avesse in sé qualche cosa di magico, di soprannaturale. Ad incontrarlo, la gente si segnava e mormorava parole di scongiuro. Quando ‘o munaciello portava il cappuccetto rosso che la madre gli aveva tagliato in un pezzetto di lana porpora, allora era buon augurio; ma quando il cappuccetto era nero, allora cattivo augurio. Ma come il cappuccetto rosso compariva molto raramente, ‘o munaciello era bestemmiato e maledetto.
Era lui che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l’acqua, lui che toccando i cani li faceva arrabbiare, lui che portava la mala fortuna nei negozi ed il caro del pane, lui che, spirito maligno, suggeriva al re nuovi balzelli. Appena ‘o munaciello scantonava, a capo basso, con l’occhio diffidente e pauroso, correndo o nascondendosi fra la folla, un coro di maledizioni lo colpiva. Il fango della via gli scagliavano a insudiciargli la tonacella; le bucce delle frutte troppo mature lo ferivano nel volto. egli fuggiva, senza parlare, arrotando i denti, tormentato più dall’impotenza della piccola persona che dal villano insulto di quella borghesia. Catarinella Frezza era morta; non lo poteva consolar più. Le monache lo impiegavano ai minuti servizi dell’orto; ma, anche esse, a vederlo d’improvviso, in un corridoio, nella penombra, si sgomentavano come per apparizione diabolica. S’avvalorava il detto della faccia cupa del munaciello, dal non averlo mai visto in chiesa, dal trovarlo in tutti i luoghi a poca distanza di tempo. Finché una sera ‘o munaciello scomparve. Non mancò chi disse che il diavolo lo avesse portato via pei capelli, come è solito per ogni anima a lui venduta. Ma per fede onesta di cronista, mi è d’uopo aggiungere che furono molto sospettati, e forse non a torto, i Frezza d’aver malamente strangolato ‘o munaciello e gittatolo in una cloaca lì presso, da certe ossa piccine e da un teschio grande che vi fu trovato. Il discernere le cose vere dalle false, e lo speculare quale sia favola, quale verità, lascio e raccomando specialmente alla prudenza e saggezza del lettore.
Questa qui è la cronaca. Ma nulla è finito – soggiungo io, oscuro commentatore moderno – con la morte del munaciello. Anzitutto è ricominciato. La borghesia che vive nelle strade strette e buie e malinconicamente larghe senza orizzonte, che ignora l’alba, che ignora il tramonto, che ignora il mare, che non sa nulla del cielo, nulla della poesia, nulla dell’arte; questa borghesia che non conosce, che non conosce se stessa, quadrata, piatta, scialba, grassa, pesante, gonfia di vanità, gonfia di nullaggine; questa borghesia che non ha, non può avere, non avrà mai il dono celeste della fantasia, ha il suo folletto. Non è lo gnomo che danza sull’erba molle dei prati, non è lo spiritello che canta sulla riva del fiume; è il maligno folletto delle vecchie case di Napoli, è ‘o munaciello. Non abita i quartieri aristocratici di Chiaia, di S. Ferdinando, del Chiatamone, di Toledo; non abita i quartieri nuovi di Mergellina, Rione Amedeo, Corso Salvator Rosa, Capodimonte: la parte ariosa, luminosa, linda della città non gli appartiene. Ma per i vicoli che da Toledo portano giù, per le tetre vie dei Tribunali e della Sapienza, per la triste strada di Foria, per i quartieri cupi e bassi di Vicaria, Mercato, Porto e Pendino il folletto borghese estende l’incontrastato suo regno.
Dove è stato vivo, s’aggira come spirito; dove è apparso il suo corpo piccino, la testa grossa, la faccia pallida, i grandi occhi lucenti, la tonacella nera, la pazienza di lana bianca ed il cappuccetto nero, lì ricomparve; nella medesima parvenza, pel terrore delle donne, dei fanciulli e degli uomini. Dove lo hanno fatto soffrire, anima sconosciuta e forse grande in un corpo rattrappito, debole e malaticcio, là egli ritorna, spirito malizioso e maligno, nel desiderio di una lunga e insaziabile vendetta. Egli si vendica epicamente, tormentando coloro che lo hanno tormentato. Chiedete ad un vecchio, ad una fanciulla, ad una madre, ad un uomo, ad un bambino se veramente questo munaciello esiste e scorrazza per le case, e vi faranno un brutto volto, come lo farebbero a chi offende la fede. Se volete sentirne delle storie, ne sentirete; se volete averne dei documenti autentici, ne avrete. Di tutto è capace il munaciello…
Quando la buona massaia trova la porta della dispensa spalancata, la vescica dello strutto sfondata, il vaso dell’olio riverso e il prosciutto addentato dalla gatta, è senza dubbio la malizia del munaciello che ha schiusa quella porta e scagionato il disastro. Quando alla serva sbadata cade di mano il vassoio ed i bicchieri vanno in mille pezzi, colui che l’ha fatta incespicare è proprio lui, lo spiritello impertinente; è lui che urta il gomito della fanciulla borghese che lavora all’uncinetto e le fa pungere il dito; è lui che fa traboccare il brodo dalla pentola ed il caffè dalla cogoma; è lui che fa inacidire il vino dalle bottiglie; è lui che dà la iettatura alle galline che ammiseriscono e muoiono; è lui che pianta il prezzemolo, fa ingiallire la maggiorana e rosicchia le radici del basilico. Se la vendita in bottega va male, se il superiore dell’uffizio fa una rimenata, se un matrimonio stabilito si disfà, se uno zio ricco muore lasciando tutto alla parrocchia, se al lotto vien fuori 34, 62, 87 invece di 35, 61,88, è la mano diabolica del folletto che ha preparato queste sventure grandi e piccole.
Quando il bambino grida, piange, non vuole andare a scuola, scalpita, corre, salta sui mobili, rompe i vetri e si graffia le ginocchia, è il munaciello che gli mette i diavoli in corpo; quando la fanciulla diventa pallida e rossa senza ragione, s’immalinconisce, sorride guardando le stelle, sospira guardando la luna, e piange nelle tranquille notti di autunno, è il munaciello che le guasta così la vita; quando il giovanotto compra cravatte irresistibili, mette il profumo nel fazzoletto, e si fa arricciare i capelli, rincasa a tarda notte, col volto pallido e stanco, gli occhi pieni di visioni, l’aspetto trasognato, è il munaciello che turba la sua esistenza; quando la moglie fedele si ferma a guardar troppo il profilo aquilino ed i mustacchi biondi del primo commesso di suo marito e, nelle fredde notti invernali, veglia con gli occhi aperti nel vuoto e le labbra che invano tentano mormorare la salvatrice Avemmaria, è il munaciello che la tenta, è il diavolo che ha preso la forma del munaciello, è il diavoletto che dà la marito il vago desiderio di dare un pizzicotto alla serva MariaFrancesca; è il folletto che fa cadere in convulsioni le zitellone. È il munaciello che scombussola la casa, disordina i mobili, turba i cuori, scompiglia le menti, empiendole di paura. È lui, lo spirito tormentato e tormentatore, che porta il tumulto nella sua tonacella nera, la rovina nel suo cappuccetto nero.
Ma la cronaca veridica lo dice, o buon lettore: quando il munaciello portava il cappuccetto rosso, al sua venuta era di buon augurio. È per questa sua strana mescolanza di bene e di male, di cattiveria e di bontà, che il munaciello è rispettato, temuto ed amato. È per questo che le fanciulle innamorate si mettono sotto la sua protezione perché non venga scoperto il gentile segreto; è per questo che le zitellone lo invocano a mezzanotte, fuori il balcone, per nove giorni, perché mandi loro il marito che si fa tanto aspettare; è per questo che il disperato giuocatore di lotto gli fa scongiuro tre volte, per averne i numeri sicuri; è per questo che i bambini gli parlano, dicendogli di portar loro i dolci e di balocchi che desiderano.
8 commentsLa casa dove il munaciello è apparso è guardata con diffidenza, ma non senza soddisfazione; la persona che, allucinata, ha visto il folletto, è guardata compassionevolamente, ma non senza invidia. Ma colei che lo ha visto – apparisce per lo più a fanciulle ed a bimbi – tiene per sé il prezioso segreto, forse apportatore di fortuna. Infine il folletto della leggenda rassomiglia al munaciello della cronaca napoletana: è, vale a dire, un’anima ignota, grande e sofferente in un corpo bizzarramente piccolo, in un abito stranamente piccolo, in un abito stranamente simbolico; un’anima umana, dolente e rabbiosa; un’anima che ha un pianto e fa piangere; che ha sorriso e fa sorridere; un bimbo che gli uomini hanno torturato ed ucciso come un uomo; un folletto che tormenta gli uomini come un bambino capriccioso, e li carezza, e li consola come un bambino ingenuo ed innocente.
Omaggio a Fernanda Pivano
“Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.” (da un suo ultimo articolo pubblicato sul Corriere della Sera in occasione del suo 92esimo compleanno)
Fernanda Pivano (1917-2009) è stata un ponte con l’America quando l’Italia, tra il fascismo e la guerra, era rimasta fuori dal circuito culturale internazionale (Gore Vidal), scopritrice di nuovi talenti , promotrice della poesia, scritta e cantata.
Ecco un suo bel ritratto, scritto da Sergio Perosa e pubblicato sul Corriere della Sera del 19 agosto, per salutare una grande intellettuale del ‘900 che ha insegnato il valore della letteratura come esperienza di vita, quello della persona che è tutt’uno con lo scrittore, comprendendo che dietro i testi più provocatori, urlati, eversivi e sofferti si celano l’inquietudine e le passioni della vita contemporanea.
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Strega
“Alla fine eravamo arrivati in cima, anche se Triora era in realtà il punto di avvio per salire ancora più in alto,verso la tesa della Nava e il Collardente,verso il passo del Pellegrino,il Carmo del Corvo e la Croce dei Campi,che si alzavano come muraglie azzurre alle spalle dell’abitato. Come descriverla?
Da lontano sembrava solo una cresta dentata,un grumo di pietra e d’ardesia che faceva da cappello ad un picco. Da vicino era piuttosto un merlettto grigio:le mura della cinta si alzavano e si abbassavano seguendo il contorno del terreno,in cima a una gradinata di terrazze e di fasce che salivano dalla valle come lo scalone di un gigante.
All’interno poi le case si accatastavano e s’incastravano una dentro l’altra,e quando un viottolo le separava in basso allora si univano fra loro più in alto,con arcate di mattoni e di sassi. Il paese aveva un aspetto solido,compatto, sembrava girare le spalle al mondo, dal quale venivano soltanto rogne, guai e vento gelido,e si avvolgeva intorno ai vicoli che gli si infilavano dentro,entravano nelle case,sfondavano gli atri, si aprivano all’improvviso in loggiati e piazzette, e tornavano a immergersi nel buio dei sottopassi,in un continuo su e giù che il sole riusciva a illuminare soltanto quando era a picco, sul mezzogiorno.” (da Strega di Remo Guerrini)
La storia di Battistina, una ragazza ritenuta diversa, è ambientata nella città di Triora al tempo della Santa l’Inquisizione. Nel 1588 nell’antica rocca della città arriva una spedizione organizzata dalla Repubblica di Genova, composta dall’arguto e spietato Giulio Scribani, Commissario straordinario deciso a debellare le streghe, dall’esperto Juan Ferdinando Centurione, che con la sua logica preveggente intuisce le cause della stregoneria contro l’ottusità dei vicari dell’Inquisizione, e da Niccolò, giovane scrivano che scoprirà nella piccola strega dodicenne un’attrazione per la vita . La caccia alla “setta abominevole di donne” descritta , di fatto è avvenuta. I personaggi sono realmente esistiti e furono condannati a supplizi dei quali restano traccia nel Museo delle streghe di Triora .La vicenda è documentata storicamente dall’autore, Remo Guerrini, che ha ricreato un’atmosfera calata nella civiltà contadina tra superstizioni e credenze popolari, riti e cerimonie infernali, condanne e torture dell’epoca. Un libro di alta poesia sia nelle descrizioni paesaggistiche che in quelle caratteriali dei protagonisti. Una storia particolare e avvincente, a volte amara, a volte delicata dove la piccola Battistina si muove in una natura alla quale scopre di appartenere più di quanto immagini, mossa dalla curiosità e dalla saggezza pratica di chi impara presto a sopravvivere tra gli stenti che incattiviscono gli uomini. Inizialmente afferma la sua innocente e spontanea vitalità , libera da ogni schema, poi, braccata dal pregiudizio, fa della sua diversità una prerogativa individuale da difendere con precoce determinazione femminile contro le ottuse, brutali e dogmatiche certezze di quel tempo. La piccola strega colpevole , come tante altre sorelle, di comprendere i misteri e parlare il linguaggio della natura, rivendica la libertà di essere ciò che è . Nell’orgoglio trova la forza di non cedere al supplizio e con orgoglio si ricongiunge alla madre Terra, che con le sue erbe, acque,vite,venti, rocce ha sempre dolcemente cullato i sensi e il cuore di una bambina straordinaria.
“Fu anche un inverno strano (a cavallo tra il 1587 e 1588), soprattutto perché Battistina completò la sua istruzione in modo che mai si sarebbe aspettata ,visto che i suoi maestri furono un vecchio gipeto,una giovane lontra e una volpe distratta.
Il gipeto fu il primo. Era grande quasi quanto lei, aveva una barbetta lunga e nera sotto il becco, gli occhi gialli e un bel paio di calzoni di piume candide. Da lui Battistina imparò a sbattere contro una pietra le ossa dei cervi e delle capre morti da poco, proprio come contro un’incudine, e a nutrirsi con il midollo che c’era dentro. La prima volta le fece un po’ schifo, poi si accorse che, dopo aver succhiato, le veniva un gran caldo nello stomaco e una gran forza nelle gambe.
Decise così che da quell’uccello saggio e silenzioso c’era molto da imparare. Il gipeto, ora che era avanti negli anni e d’inverno gli era venuta meno la voglia di accoppiarsi, se ne stava su uno spuntone del bricco di Borniga, appeso sul precipizio, e passava il tempo con lo sguardo perso nel cielo grigio. Ma quando in quella sterminata lavagna compariva un minuscolo punto nero allora arruffava le piume, allargava le ali grandi come lenzuola e si lasciava cadere nell’abisso. Solo dopo un po’ Battistina si accorgeva che quel punto nero era in realtà un altro rapace, magari un’aquila che ritornava al nido con una preda fa gli artigli. Allora il gipeto si avvicinava all’aquila con la sua ombra immensa, e le andava addosso finchè l’altra non mollava il coniglio o l’agnello, che però precipitavano solo per poco, visto che il gipeto li riprendeva al volo e se li portava sul suo bricco. Dal gipeto Battistina imparò l’arte di starsene seduta a guardare il mondo dall’alto, e la facilità con la quale si ruba ai ladri, che mise in pratica più volte facendo sparire una pagnotta a un contadino che ne aveva portate via due al fornaio di Verdeggia, e prendendosi il mantello d’orbace di un giovanotto che se l’era tolto per infilarsi in un pollaio d’altri, appena fuori Realdo.
La giovane lontra l’incontrò invece più in basso,dove il torrente che scende da Verdeggia s’incrocia con il rio Infernetto, e insieme formano un torrente un po’ più grande che, più a valle ancora, va a immettersi nel Capriolo. L’acqua era gelida, ma la lontra non se ne curava. Giocava da sola:si tuffava, raccattava un sasso dal fondo, lo portava a galla tenendolo sulla pancia, poi se lo metteva sul muso e con un colpo secco dal collo lo scaraventava in aria. Se la pietra, invece che finire sulla riva, ricadeva in acqua la lontra si lanciava rapidissima, per recuperarla prima che toccasse il fondo. Battistina restò accucciata su uno scoglio per un’intera mattinata, e per un’intera mattinata la lontra giocò davanti a lei. Battistina imparò che la solitudine non è nemica del divertimento, e imparò anche altre cose: che per entrare nell’acqua è meglio adoperare uno scivolo d’erba piuttosto che rovinasi i piedi sulle rocce, che se si vuol catturare un pesce con le mani bisogna aver pazienza e avvicinarsi da sotto e da dietro, e perfino che si può scoprire il rango di un animale o di una persona dai suoi escrementi. Quelli della lontra, per esempio, puzzavano di pesce e contenevano le squame di quello che aveva mangiato.
Che la volpe fosse distratta Battistina lo stabilì, invece, quando l’inverno prese ad addolcirsi: mentre a dicembre e a gennaio era infatti impossibile trovar tracce del suo passaggio, a febbraio la volpe cominciò a lasciare in giro il suo pelo, a ciuffi e batuffoli dorati, appesi ai rami più bassi delle piante, impigliati agli arbusti e ai rovi, perfino dentro ai cespugli. Come se l’approssimarsi della primavera le avesse fatto perdere la testa.
Dalla volpe imparò a non perdersi nei boschi. E come la volpe segnava le piante che voleva riconoscere strofinandogli contro il culo e lasciandoci sopra odore di mandorle ( il che era segno di grandissima stregoneria), così Battistina iniziò a segnare tronchi e sentieri togliendo le foglie a un ramo basso sempre nello stesso modo, tre da una parte e tre dall’altra. E imparò pure che spesso è meglio fingersi morti e seppellirsi nell’erba piuttosto che scappare ( e così sfuggì a un gruppo di gendarmi che andava dietro a un contrabbandiere verso il passo di Collardente), che quando una preda è troppo difficile da maneggiare è meglio lasciarla perdere ( a dire il vero la volpe faceva di peggio ai ricci e ai rospi velenosi che non riusciva ad azzannare:gli pisciava addosso), e che nella stagione dell’amore c’è una cosa che fa diventare matto il maschio, leccargli il muso (ma questo si promise di verificarlo più avanti).
In realtà, perché gipeto, lontra e volpe distratta le consentissero di gironzolare intorno e la considerassero come una specie di parente tonta da sopportare con benevolenza, non se lo chiese mai. Pensò che per una strega come lei , fosse naturale vivere da bestia fra le bestie. Mangiò ghiande e castagne raccolte fra le radici degli alberi prima che arrivassero i legittimi proprietari, sfilò le uova di sotto alle chiocce e le bevve ancora tiepide, arrostì di nascosto nei seccatoi ormai freddi i pesci avanzati dalla lontra e andò di notte a mungere le vacche di Greppo e Bregalla, tanto che i contadini continuarono per settimane a immaginarsi, per via di quelle mammelle improduttive,nuove maledizioni scagliate contro le loro stalle.”
Da “Strega” di Remo Guerrini. Ed.Interno Giallo
7 comments“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta.” ( Nico Orengo)
Una pagina di “Terre blu”, ispirata dai ricordi del cuore e dal ponente ligure, per salutare Nico Orengo.
C’era quella Liguria di scoglio, un po’ levantina, insofferente all’ospitalità che non fosse mediata dal tempo, inserita, tutto sommato aliena al turismo se non per il ricavato immediato, la visione di una risorsa alternativa al duro lavoro della campagna. E c’era quella Liguria di roccia, più severa, appena più lontana, che portava traccia di campagna e d’oliveti, di boschi, lecci e castagni. Paesi appesi, fiori di roccia, Apricale, Taggia, Pigna, Triora, Perinaldo, votati al sole dei campanili e all’umido dei carrugi, dove odore di mulo e capra, degli umili di questa terra, colpivano narici e gole di sconosciuta, antica memoria.
Andavamo in quei paesi, perché si mangiava la capra con i fagioli, perchè c’erano crocefissioni, giudizi universali, padri della chiesa, dipinti con grande maestria da maestri liguri e piemontesi che impostavano cartoni mentre Cristoforo Colombo cercava le terre che poi furono d’America. Ci salivamo perché verso San Biagio e Soldano, verso Dolceacqua e Trucco, c’era sempre un prete che aveva del gran rossese o del vermentino. Perché c’era una trattoria che offriva ravioli di borragina, coniglio arrosto con le olive, fiscioi, frittate di carciofi, ripieni di cipolla, fiori di zucca fritti. Ci andavamo per vedere paesi fantasma, case in pietra che mostravano alla valle un orgoglio ferito e inalterato. E quei paesi davano segni di vita in spruzzi di gerani, in accensioni di mimosa, in cascate d’agavi, in metalliche insegne di gelati e bibite di un boom che, per fortuna, così deflagrante non avrebbe mai raggiunto quelle strade.
Andare in quei paesi era come entrare in una primitività che non era la guerra appena passata, l’abbandono, la mancanza di luce, era qualcosa di più intenso, una resistenza del lontano passato, una memoria anche cupa, anche inaccettabile, ma molto reale, della contraddizione umana, della stratificazione culturale che la Storia ci impone.
Era andare in quei paesi, che offrivano una latta di basilico o di rosmarino, fuori da una porta e il luccichio di una spalliera di pomodori a fianco della casa, come entrare in un museo archeologico, in una grande biblioteca. Le donne attraversavano i paesi, gli uomini fumavano un toscano, qualche bambino giocava con i tappini della gazzosa, da una radio veniva un notiziario sul tempo. Rubavamo immagini di un mondo che non sapevamo dove sarebbe andato a finire.
Noi, ragazzi, preferivamo stare dove stavamo, dal lato, comunque, dell’estate, del garofano e della rosa, ma chiedevamo di tornarci “lassù”, perché sentivamo che lassù la vita aveva una andatura diversa e comunque fosse andata, cosa il futuro avrebbe inventato per quei paesi di muschio e silenzio, intanto noi, tornandoci, avremmo potuto essere ragazzi per più tempo ancora.
da “Terre blu” –Sguardi sulla riviera di ponente – di Nico Orengo, edizioni il melangolo
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