Giornata Mondiale del Rifugiato

 

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Oggi ho partecipato a una pacifica manifestazione al confine italo francese, organizzata da Amnesty International, proprio presso “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto. In nome dei diritti internazionali dei Rifugiati e Migranti si sono ricordati  quanti hanno perso la vita lungo il confine nel tentativo di raggiungere destinazioni che garantissero loro una vita al riparo da guerre, persecuzioni e povertà. A Ventimiglia da anni c’è un costante flusso di migranti che cercano di andare in  Francia  e proseguire il viaggio verso i paesi scandinavi, la Germania, l’Inghilterra, spesso  per raggiungere parenti o amici.

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Solo nel mese di maggio  sono passate per Ventimiglia 2500 persone diverse, provenienti in gran parte dalla Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Guinea, Nigeria, Sudan, Ciad , Mali  di cui 711 ragazzi dagli 11 ai 18 anni e 1054 dai 19 ai 25 anni.

Sempre a maggio 502 persone sono stati registrate  presso la chiesa di sant’Antonio alle Gianchette, di cui 155 femmine, 347 maschi. Tra questi 30 bambini da 0 a 4 anni, 21 bambini  da 5 a 9 anni, 18 da 10 a 14, 271 dai 15 ai 18 anni, 55 dai 19 ai 24 anni,73 dai 25 ai 34 anni, 22 dai 35 ai 44 anni, 7 dai 45 ai 54 anni, 4 dai 55 ai 64 anni, 1 dai 65 ai 74 anni.

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Da oltre un anno dedico parte del mio tempo a  loro, ai giovani che sperano gli venga riconosciuto lo  status di rifugiato. Tanti se ne sono andati, altri sono rimasti. Svolgono attività di volontariato civile, stanno seguendo sperimentazioni botaniche e laboratori didattici, alcuni lavoricchiano nei  bar e  ristoranti, suonano, cantano, hanno recitato in circa venti scuole  della zona dove siamo riusciti a portare una fiaba africana, inventata da uno dei più giovani e creativi del gruppo, per fare conoscere usi e costumi africani misti agli elementi caratteristici della fiaba,  compreso il finale “e vissero tutti felici e contenti”.  

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L’integrazione non è facile, ma possibile, lavorando  soprattutto con le giovani generazioni; qui un esempio di quanto svolto nella scuola di Dolceacqua. https://www.youtube.com/watch?v=BRapnZ1reN4

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È possibile vivere insieme, confrontarsi, maturare e imparare dalla diversità. La maggior parte dei ragazzi che arrivano sperano che un giorno possano tornare a vivere liberi e in pace nella loro terra, come noi.

 

 

 

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“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Buona fortuna, ragazzi!

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta.” ( Nico Orengo)

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Una pagina di “Terre blu”, ispirata dai ricordi del cuore e dal ponente ligure, per ricordare Nico Orengo.

C’era quella Liguria di scoglio, un po’ levantina, insofferente all’ospitalità che non fosse mediata dal tempo, inserita, tutto sommato aliena al turismo se non per il ricavato immediato, la visione di una risorsa alternativa al duro lavoro della campagna. E c’era quella Liguria di roccia, più severa, appena più lontana, che portava traccia di campagna e d’oliveti, di boschi, lecci e castagni. Paesi appesi, fiori di roccia, Apricale, Taggia, Pigna, Triora, Perinaldo, votati al sole dei campanili e all’umido dei carrugi, dove odore di mulo e capra, degli umili di questa terra, colpivano narici e gole di sconosciuta, antica memoria. Andavamo in quei paesi, perché si mangiava la capra con i fagioli, perché c’erano crocefissioni, giudizi universali, padri della chiesa, dipinti con grande maestria da maestri liguri e piemontesi che impostavano cartoni mentre Cristoforo Colombo cercava le terre che poi furono d’America. Ci salivamo perché verso San Biagio e Soldano, verso Dolceacqua e Trucco, c’era sempre un prete che aveva del gran rossese o del vermentino. Perché c’era una trattoria che offriva ravioli di borragina, coniglio arrosto con le olive, fiscioi, frittate di carciofi, ripieni di cipolla, fiori di zucca fritti. Ci andavamo per vedere paesi fantasma, case in pietra che mostravano alla valle un orgoglio ferito e inalterato. E quei paesi davano segni di vita in spruzzi di gerani, in accensioni di mimosa, in cascate d’agavi, in metalliche insegne di gelati e bibite di un boom che, per fortuna, così deflagrante non avrebbe mai raggiunto quelle strade.

Andare in quei paesi era come entrare in una primitività che non era la guerra appena passata, l’abbandono, la mancanza di luce, era qualcosa di più intenso, una resistenza del lontano passato, una memoria anche cupa, anche inaccettabile, ma molto reale, della contraddizione umana, della stratificazione culturale che la Storia ci impone.Era andare in quei paesi, che offrivano una latta di basilico o di rosmarino, fuori da una porta e il luccichio di una spalliera di pomodori a fianco della casa, come entrare in un museo archeologico, in una grande  biblioteca. Le donne attraversavano i paesi, gli uomini fumavano un toscano, qualche bambino giocava con i tappini della gazzosa, da una radio veniva un notiziario sul tempo. Rubavamo immagini di un mondo che non sapevamo dove sarebbe andato a finire.

Noi, ragazzi,  preferivamo stare dove stavamo, dal lato, comunque, dell’estate, del garofano e della rosa, ma chiedevamo di tornarci “lassù”, perché sentivamo che lassù la vita aveva una andatura diversa e comunque fosse andata, cosa il futuro avrebbe inventato per quei paesi di muschio e silenzio, intanto noi, tornandoci, avremmo potuto essere ragazzi per più tempo ancora.

 (da “Terre blu” –Sguardi sulla riviera di ponente – di Nico Orengo)

Le donne della Resistenza nel Ponente ligure.

È doveroso  ricordare le tante donne della Resistenza, protagoniste dell’interessante   ricerca e raccolta di testimonianze di  Gabriella Badano, affidate sia alla storiografia locale e a documenti reperiti presso l’ANPI , l’Istituto Storico della Resistenza  e i Comuni  oltre che alla narrazione di alcuni partigiani e delle donne della zona  (“Ribelli per la libertà- Storie di donne della Resistenza nell’estremo Ponente ligure” e “In montagna libere come l’aria…le partigiane combattenti dell’estremo Ponente ligure”). Eccole:

Irene Anselmi , Nenè, nata nel 1908 a  Vallecrosia (patriota).

Maria Laura, Marì , nata nel 1903 a  Baiardo (partigiana combattente).

Andreina Rondelli, Brigida , nata nel 1907 a Camporosso (partigiana).

Adelina Pilastri, Sascia , nata nel 1923 a Bordighera (partigiana combattente ).

Emma Borgogno, nata nel 1924 a Perinaldo (patriota).

Giorgina Ascheri, nata nel 1920 a Dolcedo.

Rosa Fornari, Penelope, nata nel 1901 a Neviano degli Ard (patriota).

Lanteri Maria .Teresa, nata nel 1919 a Triora (partigiana combattente).

Isabella Morraglia, nata nel 1920 a Bajardo (antifascista).

Giuseppina Peverello, nata nel 1914 a Castelvittorio.

Caterina Orengo, Grisgiuna, nata nel 1908 a Castelvittorio (agente di informazioni militari).

Caterina Orengo, Leda,  nata nel 1915 a Castelvittorio.

Elvina Guglielmi, nata nel 1923 a Perinaldo (antifascista).

Maria Scotti, Signurì , nata nel 1907 in Piemonte (antifascista , infermiera).

Pierina Boeri, Candacca, nata nel 1923 a Badalucco (partigiana combattente).

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Nell’estremo Ponente ligure (provincia di Imperia), in particolare nella val Nervia e in alcune zone della Val Roja e Argentina, molte donne parteciparono alla Resistenza, dando il loro contributo alla Liberazione che in quest’area vide la formazione spontanea  di bande partigiane grazie a giovani del luogo, ai soldati sbandati dopo l’armistizio, a ufficiali e sottufficiali. Le donne, perlopiù anziane e contadine, nascosero  i ribelli e i militari nelle loro case, li sfamarono, li vestirono, li curarono. Le altre si attivarono  creando collegamenti, procurarono e nascosero  armi, viveri e  documenti falsi, fornirono informazioni ai partigiani e sviarono i tedeschi e i fascisti.  Parteciparono  alla Resistenza non solo per sostenere un familiare o un amico già in montagna, ma anche per un senso di giustizia, ribellione alle violenze, alle intimidazioni, ai soprusi, alle ruberie, alle fucilazioni, agli incendi cui avevano assistito, con la speranza in un futuro di pace e libertà, anche dalla famiglia.

Spesso la loro scelta di vita  non era approvata né sostenuta.

“Sono sempre stata un tipo un po’ ribelle, mio padre è morto quando avevo sei anni, quindi non ho potuto avere un’eredità politica da lui, che pure era socialista, ma l’ho saputo dopo il 25 aprile. I miei genitori, soprattutto mia madre, erano severissimi, sono stata allevata in un ambiente ottocentesco. Ho frequentato l’Istituto Magistrale da Maria Ausiliatrice…cosa non abbiamo fatto passare alle suore! Nel mio ambiente c’erano molti tabù. Io ero abituata in una casa in cui non si poteva parlare di niente, ma certe cose mi venivano spontanee. Sentivo di dovermi ribellare.” (Sascia)

“Prima della guerra lavoravo alla Fassi; poi la fabbrica ha chiuso e ho iniziato a fare la commessa in una panetteria, lì sul ponte. Lì era il luogo dove incominciavano a radunarsi i partigiani. Avevano bisogno di una persona, per fare la staffetta, che non desse tanto nell’occhio, una persona un po’ giovane, con un po’ di energia, che portasse questi biglietti. Dove vo andare da lì a Sanremo, a piedi. L’ultimo anno c’erano i bombardamenti…quante volte me la sono vista brutta…Io , finché vivrò, odierò i tedeschi! A parte cosa hanno fatto a me, è terribile quello che ho visto fare…” (Irene Anselmi)

“Il mio è l’unico paese che si è ribellato al completo ai fascisti: abbiamo proprio impugnato le armi, magari abbiamo fatto poco, ma abbiamo cercato di non farli venire, nel luglio del 1944. Io, allora, assieme a mia mamma e a un’altra signora, di cui non ricordo il nome, sono andata a prendere le armi: sapevo dov’erano e le abbiamo portate fino al ponte di lago Pigo, che divide Castelvittorio da Pigna, dove c’erano quelli che avevano affrontato le camicie nere…(Ilda Peverello)

“Noi siamo cristiani, cattolici, osservanti, non potevamo essere fascisti! Lo facevo anche per l’italianità. Ho rifugiato tante persone…dall’8 settembre ho avuto sempre gente…Quando i tedeschi mi hanno portato via, avevo ancora gente in casa. La spia me l’ha fatta un irresponsabile: nove uomini e una donna, portati al tribunale Speciale a Sanremo, poi a Villa Magnolia, all’ultimo piano, unica donna…mi hanno interrogato prima i tedeschi poi gli italiani, poi mi hanno liberato, per poco. Quando ho saputo di essere di nuovo ricercata ho chiesto alle Suore dell’Istituto Marsaglia se mi prendevano e sono andata lì con mio marito” (Penelope)

“Siamo gente di fede, io sono democristiana, per non essere iscritta al fascio ne ho passate di tutti i colori: non mi hanno iscritta all’albo, ho perso la condotta, poi dal’43 ho combattuto veramente il fascismo, aiutato i partigiani, ero con loro. I fascisti mi volevano male e dire che io li ho sempre curati tutti! Quando hanno fatto il rastrellamento a Castelvittorio, il 19 giugno 1944, mi hanno arrestata, per arrestare 40 chili avevo intorno venti fascisti! In prigione ho sopportato il bombardamento a tappeto di trecento apparecchi, chiusa in una cella!” (Signurì)

“Sono maestra e la tessera del fascio l’ho presa per potere sostenere, come privatista, l’esame di abilitazione magistrale, se no, non potevo partecipare…Molti dei miei scolari e anche scolari di mio marito hanno fatto poi i partigiani ed è con loro che sono entrata in contatto subito. Ho fatto la scuola dal ’33, per cui avevo i ragazzi del ’21 e ’22. Tra persone intellettuali certe cose si capiscono subito, poi forse ero più spericolata delle altre, ero giovane ed allora mi sbilanciavo di più..” (Ilda Peverello)

Nella primavera del 1944 molte donne, colpevoli di avere curato feriti o aiutato i partigiani, oppure  denunciate per antifascismo, raggiunsero i partigiani sui monti.

“Uscita di galera, in quei momenti in cui ognuno cercava di fare la forca all’altro per non rimetterci la pelle, trovarsi lì con loro, libera come l’aria, dopo che si è stati chiusi è una cosa bellissima.” (Sascia)

Dalla documentazione degli istituti storici risulta  che migliaia di  donne furono arrestate e  torturate, centinaia furono fucilate o morirono in combattimento. In montagna  furono accettate  sia per i rischi corsi, sia perché respingerle significava condannarle a morte.

“Erano i primi di maggio del ’44. Appena salita in montagna ho incontrato Simon, che subito si gira a Curto (comandante prima zona della Liguria) e gli dice: ”Ma una donna in banda chissà come sarà trattata, eh… che non le facciano del male..” “Ci sono già gli avvertimenti!” gli ha risposto Curto. Se uno metteva le mani sopra una donna e questa non voleva, c’era la fucilazione. Questo fatto tutti o sapevano, le voci corrono…” (Candacca)

Donne che non si risparmiarono.  

“Ho fatto tutto quello che hanno fatto gli altri; ho fatto l’infermiera, la staffetta, le marce come gli altri; delle volte, anche alle due di notte, montavo la guardia come tutti gli altri”. (Marì)

“In banda facevo tutto come gli altri, anche le guardie di notte. A fare da mangiare erano gli uomini: c’erano dei marmittoni che una donna non poteva nemmeno sollevare…Andavo con loro in azione, ero armata anch’io e ho partecipato a tutte le azioni. Sparare non mi faceva impressione: se tu non sparavi a loro, loro sparavano a te. Non potevi avere paura: vedevi gli altri che erano coraggiosi e non potevi avere paura! Io ero come loro, mi sentivo maschio e con me si comportavano come se fossi stata un altro uomo…” (Candacca)

“In montagna avevo una fifa da matti, così scappavo sempre quando sapevo che arrivavano…l’ultima volta ero già di sei mesi. Ero lì all’ospedaletto da campo, i tedeschi hanno tirato con il lanciafiamme e hanno dato fuoco…allora tutti stesi in terra.  Poi tutti alzati in fila  indiana, andiamo su, uno attaccato all’altro. Io non ne potevo più, insomma siamo arrivati in un posto indescrivibile, poi siamo scesi in una valle dove un tronco d’albero collegava una sponda all’altra. Mi sono levata le scarpe e appesa a ‘sto tronco, sono arrivata dall’altra parte. Arrivati laggiù ci siamo messi tutti sotto una roccia. Io dicevo “Non ne posso più dalla fame, dai calci che mi tirava il bambino, lasciatemi dormire.” (Teresa, partigiana combattente di Triora)

“Nella banda c’erano quattro cinque donne, non sempre le stesse, andavano e venivano. Non c’era tanta confidenza tra di noi, forse perché non ero più una bambina e sembrava fossi più evoluta. Loro, molte, erano dei paesi e avevano 20, 22,18, 25 anni. Io ne avevo 38. Ricordo qualche nome, Lara, Jeanette…ma non le ho più riviste! Gli uomini avevano un comportamento correttissimo” (Brigida)

“L’ho conosciuta (Marì) in montagna e per un periodo siamo rimaste insieme. Anche se eravamo le uniche due donne, non parlavamo solo noi due, ci vedevamo e parlavamo tutti insieme…” (Candacca)

“La nostra vita era fatta di paura e di tragedia, ma avevamo anche momenti di scherzi…anche perché eravamo tutti ragazzi…Mi trattavano un po’ come la loro mascotte. Ho sempre dormito vicino ai ragazzi e non ho mai trovato nessuno che mi desse fastidio, mai sinceramente…” (Sascia)

Le partigiane combattenti rimasero nelle bande fino alla Liberazione. Alcune scesero nelle città per partecipare ai cortei e alle manifestazioni.

“Il giorno della Liberazione siamo scesi giù a Sanremo e abbiamo fatto la sfilata: mi hanno messa proprio in testa alla colonna..” (Marì)

Altre ne furono escluse: nell’estate del ’44 ci furono dissidi interpersonali tra i partigiani, le donne furono radunate nell’ospedale di Valcona e vi rimasero fino alla Liberazione. Da documenti e da un’intervista alla sorella del Cion pare che nessuna fosse rimasta nella banda: i partigiani avevano vietato alle donne di sfilare per le strade ritenendo la loro presenza lesiva della reputazione del movimento di liberazione, oltre che  rischiosa per loro stesse. Alcune però non rinunciarono.

 “Per scendere a Sanremo mi metto in un distaccamento, in mezzo ai ragazzi. È stata una discesa molto allegra; oltre alla gioia di scendere, era divertente anche perché la gente, vedendomi in mezzo a loro, diceva: ”Ma è una donna!” “Ma no, non vedi che è un maschio che ha i capelli lunghi?” Allora i ragazzi facevano apposta e chiedevano: “Cosa dite…questa è una donna o un uomo?” Lì c’ero solo io, quella donna di Bregalla (Teresa) era scesa prima, con Vittò, col comando…” (Sascia)

Dopo la liberazione molte partigiane non ritirarono premi o riconoscimenti, spesso rimasero deluse dal ritorno alla “normalità”. Tante non parlarono del proprio contributo alla Resistenza, a volte perché ritenuto di scarsa importanza, a volte perché tacciato dalla gente come esperienza  vergognosa.

 “Per molti è stato il disonore della mia vita” (Nenè)

“Poi sono tornata a Bajardo e subito l’atteggiamento della gente mi ha costretta ad andare via…” (Marì)

“Per molto tempo è stato triste per noi, soprattutto donne, dire di avere fatto la Resistenza, era visto come un disonore, una vergogna..”

 “Dopo la guerra ho pensato che le cose andassero un po’ meglio…Molti mi hanno detto che avevo fatto una cosa diffamante per una donna, che era meglio mi fossi occupata di pentole… C’è ancora ignoranza nella gente. Per molti la donna deve occuparsi dei lavori che ha sempre fatto…ma se ci hanno dato il voto, bisogna che sappiamo darlo con giudizio, dobbiamo aprirci la mente…La mia vita è stata una vita di lavoro, di sacrifici, di silenzio. Spesso chi non ha fatto niente, ha avuto più onore di chi ha fatto qualcosa. Io ho la soddisfazione morale di avere contribuito a battere qualcosa di orrendo. Spesso però, in sogno sento ancora il rumore degli stivali tedeschi sulla scala…” (Nenè)

Altre compresero  la necessità di impegnarsi su altri fronti.

“Dopo la liberazione, comunque io ho continuato la mia lotta, anzi ne ho cominciato un’altra. Ho iniziato a seguire tutti i comizi per farmi un’idea politica…Nella scuola di partito, tutta di donne, abbiamo fatto economia politica…il materialismo storico…Ho fatto tutta la campagna elettorale del ’48: mi rendevo conto che non rendevo. Rendevo solo perché ero una donna, una giovane ed era una cosa nuova.” (Emma Borgogno)

“Io posti importanti non ne ho; fare la Resistenza mi è servito come donna, per capire che nella vita ci vuole un’idea, che mi è rimasta poi…” (Candacca)

Buon 25 Aprile!

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27) 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei) 

25 aprile: Oltre il ponte.

Hai nel viso calmo un pensiero chiaro che ti finge alle spalle la luce del mare. (Cesare Pavese)

mc curryHa nel viso un silenzio che racconta un’innata fierezza, una bellezza originaria, la storia infinita delle donne. Non è da tutti riconoscere una  bella faccia dietro quei segni, conquistati alla faccia del tempo,  perché se “il  volto di un uomo è la sua autobiografia, il volto di una donna è la sua opera di fantasia.”(Oscar Wilde). A volte d’angelo, di bronzo, da schiaffi, da boia, più semplicemente da luna piena. A ciascuno la sua faccia. Forse non alla morte che nessuno riesce a fissare fino alla fine, mentre lei di sicuro non guarda in faccia nessuno.

  Quante volte si vorrebbe  salvare la propria faccia per timore di perderla irrimediabilmente e ci si limita a girarla dall’altra parte o a sorridere per non dire in faccia ciò che si coglie e si pensa, magari  rovesciando l’altra faccia della medaglia oppure  lanciando i dadi in attesa della faccia vincente. Metterci la faccia è forse un azzardo, una questione di sfrontatezza oppure  di coerenza, con diversi gradi di consapevolezza, sempre che ci sia. Del resto si impara a proprie spese che “lungo il cammino si incontrano ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti” (Luigi Pirandello), ma in fondo  anche l’ altra faccia della luna è una  maschera misteriosa sul volto della notte. Eppure nulla è più interessante, a volte divertente, da  esplorare. 

oltre-lo-sguardo-steve-mccurry-001Non sempre un  bel viso è la chiave di molte porte chiuse perché gli occhi lo interpretano rivelando i segni dell’età più nascosta: di vecchia rassegnazione  nei giovani, di inarrendevole  giovinezza nei vecchi, di isola che non c’è  negli irriducibili Peter Pan. Se “un  volto senza tratti caratteristici è come un libro di cui non si può citar nulla” (Joseph Joubert), invece  un difetto può renderlo particolarmente attraente, come un  punto di riferimento in una mappa di tratti ove gli occhi sono pietre miliari, a volte d’inciampo, abissi da vertigine, ragnatele vischiose, schegge taglienti, labirinti in cui smarrirsi e ritrovarsi. La faccia  è un libro in cui molti possono leggere ma nessuno, nemmeno Dio, ne  conosce il titolo. Troppo particolare nella sua unicità, troppo sfuggente, troppo mutevole, troppo triste quando i lineamenti sono stravolti dalla violenza o  dal sonno della ragione e non si riesce a  ricostruirli nella memoria.

Se “la natura ti dà la faccia che hai a vent’anni, è compito tuo meritarti quella che avrai a cinquant’anni” (Coco Chanel). Basta non perderne la luce. “Nessun giudice è più equo della consapevolezza che si raggiunge quando si regge il proprio sguardo allo specchio, riuscendo a coglierne la trasparenza. Bagliori naturali e spontanei. Immunemente incondizionati e  originari. Spudoratamente autentici. Senza maschera.” ( “Giù la maschera”)

immagini dal web 

A mio padre

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“Se per dirlo basta il silenzio bisogna limitarsi a quel silenzio. Non aggiungere. Togli” e finora ho tolto parole, ma solo per iscritto perché in mente ne avevo tante e te le ho lette e raccontate tutte, come quando ti leggevo i miei post. Strano come non sia riuscita a scriverti nulla prima d’ora, sapessi quante volte in questi due anni mi sono seduta davanti a un foglio bianco e ho provato e riprovato invano. Eppure ne sentivo il bisogno, ma avevo troppa confusione, troppo mare dentro. Mi mancano le nostre chiacchierate, anche se a noi due bastava uno sguardo per capire a vicenda come stavamo. Avevamo un rapporto empatico da cui mamma si sentiva un po’ esclusa quando esclamava spazientita:  “Siete tali e quali, voi due!”,  arrendendosi di fronte alla nostra spiazzante testardaggine e ironia che ci rendeva complici.

Dopo sfavillanti scontri adolescenziali, estenuanti confronti  più meditati dopo, ci siamo avvicinati e trovati in età adulta quando ho capito di più, imparando a rispettare anche i tuoi difetti e ad accettare  la sempre più emergente fragilità dei tuoi anni. Per me è stata dura quando si sono invertiti i ruoli e ti ho assistito, avrei dato chissà cosa per tornare indietro nel tempo, per essere la figlia di prima, quella che sapeva di trovare sempre una spalla forte e avere un punto di vista diverso che magari sul momento non accettavo.

Sono stata fortunata ad averti come padre, nonostante i forzati periodi di separazione che in fondo ci hanno reso quel che siamo, con i nostri pregi e difetti, con quell’ingenuità che ci porta a vedere gli altri  e il mondo con i nostri occhi, rimanendone a volte delusi, consapevoli però che siamo troppo radicati e avvitati al nostro modo di essere. E in fondo, pa’, chissene…? Forse proprio questa nostra debolezza fa la differenza. “Se devi sbagliare, sbaglia con la tua testa” mi ripetevi quando pensavo di avere ragione nelle diatribe adolescenziali tra coetanei. La tua ironia mi ha aiutato, e mi aiuta tuttora, a ridimensionare i piccoli drammi infantili, le delusioni sentimentali, le difficoltà del momento che oggi mi fanno sorridere, alla luce di quelle che abbiamo affrontato insieme senza sapere da che parte cominciare, quando la vita ci ha messo alla prova in tutta la  nostra impotenza. Tu avevi la fede che ti sorreggeva, io forse nemmeno più quella anche  se a volte mi sono scoperta a pregare, chi non lo so, davanti a una porta rossa e nei corridoi di ospedali, forse il mio era solo un  soliloquio, o più semplicemente parlavo con un  padre immaginario perché in fondo si ha sempre bisogno di un padre che arresti la caduta del figlio, che ci lanci in alto nel futuro e poi ci afferri con braccia sicure per ricordarci che il futuro è comunque un’incognita, ma  ci incoraggi comunque a vivere il presente, ci orienti e sia più avanti di noi.

Un maestro di vita, uno di quelli che compare quando meno te l’aspetti e poi ti tradisce scomparendo troppo presto nell’ aldilà, mi disse che se l’affetto della madre è gratuito, la stima del padre si conquista. Ed è così. Con te non è stato facile, però me lo hai detto spesso che credevi in me, ci tenevi a dirmelo negli ultimi tempi  e me lo hai scritto in quella lettera che mi hai lasciato affidandomi il tuo ruolo, di cui non so se sarò mai all’altezza. Sei stato lungimirante, papà, in tante cose. La tua intelligenza andava oltre e la dissimulavi bene con l’umiltà delle persone speciali, forti del loro essere e nell’esempio. Non amavi apparire, eri schivo di parole inutili, parlavi in modo diretto e semplice senza mai trascendere, e sapevi tacere riuscendo a farci arrivare a quella che consideravamo potesse essere la soluzione migliore, anche se dal tuo sguardo capivo che dentro soffrivi per troppo affetto, che per te sarebbe stato più facile  intervenire e liberarci dai dubbi, dagli errori e dai timori. Hai sempre incoraggiato noi figli, hai lasciato che sbagliassimo, vigilando che fossero esperienze con possibilità di ritorno.

Ho imparato quando ti organizzasti il funerale prima dell’intervento, a nostra insaputa, pur di non lasciare nulla in sospeso, facendo sorridere l’impresario delle pompe funebri. Riuscivamo anche a riderne di gusto, prendendoci in giro per la mania di fare tutto e subito, di essere puntuali, portarci avanti di circa dieci anni anche sulla nera Signora, di esorcizzare le paure.

Ho imparato dalla tua valigia di cartone, che sta ancora a casa, dalle partenze attese e ritorni, da quelle lontananze che aiutano a leggersi dentro anche quella volta che andasti via per non abbassare ingiustamente  la testa in  controversie di lavoro. Scegliesti la lontananza ma poi mettesti da parte l’orgoglio per privilegiare gli affetti. Dopo tanti anni, quando temesti di lasciare tutto per sempre, hai cercato più volte di giustificarti. Ti ho risparmiato le parole. Non dovevi  scusarti. Ho apprezzato quel tuo gesto, anche se allora lo interpretai con i moti del cuore in quanto ignara delle vere ragioni che mi furono spiegate anni dopo. Quella valigia esprimeva il tentativo di affermazione della tua dignità di persona oltre che di lavoratore, con un atto di rivolta soffocato poi dal ruolo di padre. A volte però si è più grandi nel sottomettersi mantenendo le distanze e assumendosi altre responsabilità, che nel mettere alle strette scappando.

 Ho imparato da quella volta che, già ottantenne, corresti in casa a prendere il portafogli e ti precipitasti in strada per aiutare un uomo  che aveva detto di avere fame e tornasti dicendo “ Io me  la ricordo la fame. Ricordati di non negare mai nulla a chi ha fame”. Non ti avevo mai visto piangere così tanto, papà. O quella volta che aiutasti economicamente  un uomo anziano, conosciuto da poco, che rischiava lo sfratto. Lo accogliesti più volte a pranzo e gli  pagasti gli affitti arretrati “Fa’ il bene e scordatelo, ma ricordati il male che fai” mi dicesti sorridendo.

 Due anni fa alle nove di sera, mentre scendevo le scale di casa tua per tornare alla mia, gridasti dal tuo letto con quanto fiato avevi “Ciao, Maria!”. Da giorni non avevi nemmeno più la forza di aprire la bocca. Capii che era arrivato il momento e cercai di ricacciare indietro  le lacrime davanti a mamma. Qualche ora dopo, il 1° febbraio te ne andasti nel sonno. Fu una liberazione, per te innanzitutto. Non meritavi quell’agonia, che accettasti con rassegnazione e che mi ha cambiata, legandomi ancor più a te, che mi ha indotto a ripensare ancor più alle priorità della vita  e ad apprezzare la quotidianità delle piccole cose.

 Ogni tanto rileggo  quei versi  che ho fatto scrivere sulla tua figurella, di fatto è così: in fondo sei nascosto nell’ altra stanza, io son sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora, la nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovresti essere fuori dai miei pensieri e dalla mia mente, solo perché sei fuori dalla mia vista? Non sei lontano, papà, sei sempre con me, forse oggi ancor più di ieri. Lo sei anche nei miei figli che continuano a parlare di te con affetto. Grazie per quel che hai saputo costruire in me e in loro. Grazie per averci voluto bene. Non smetterò di ascoltarti e di andare avanti come mi hai insegnato e come posso, con tutti i miei limiti.Finalmente sono riuscita a scriverti, scusami se ci ho messo un po’ di tempo, dovevo farlo per te, e anche per me. Per noi due.  

La sfogliatella: un dolce al femminile.

La sfogliatella è un tipico dolce napoletano, oserei dire il dolce più tipico, da secoli regina della pasticceria napoletana che, come spesso accadde nelle più antiche monarchie, ha vissuto l’alternanza di periodi di sommo splendore  e  di decadenza, cui il tempo ha poi riconosciuto il dovuto prestigio.

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Remote sono le sue origini: in forma primordiale comparve  nei riti orgiastici mediorientali, dai quali derivava il suo simbolismo erotico,  per poi approdare  nei monasteri napoletani diventando un dolce  scrigno di castità. Infatti le  iniziazioni misteriche e i baccanali per il  culto della dea Cibele  dalla Frigia si diffusero  nelle  colonie elleniche per giungere fino cripta-parco-vergiliano alla cripta di Piedigrotta a Napoli, creduta opera del famoso  Virgilio Mago. Proprio lì dentro  illibate vestali offrivano alla Grande  Madre pani di forma triangolare per propiziarsi la fertilità, simboli  di castità idolatrata che poi finiva col cedere agli sfrenati riti orgiastici. La crypta  neapolitana  diventò poi tempio di Priapo per cui il pane di forma triangolare assunse  un significato  ad alta valenza erotica durante i baccanali, perdendo quello casto e originario.Con l’avvento del cristianesimo sull’empia ara di Piedigrotta sorse la  cappella della Vergine dell’Idra o del serpente, con la speranza che la Madonna allontanasse non solo le presenze maligne, forse le stesse che diedero origine alla crypta in una sola notte, ma  soprattutto il ricordo delle indemoniate  baccanti. Rimase però la tradizione della “sfogliatella”, che perse  il richiamo erotico- pagano  per recuperarne uno di purezza catartica  nei monasteri napoletani,  e  continuò ad essere il simbolo della femminilità e della fertilità. Non a caso si hanno notizie che  dalla metà del ‘300 fino all’800 al tempio di Piedigrotta   giovani spose e donne senza figli “si recavano  a pregare la Vergine perché le proteggesse nel nuovo stato e tal rito si compiva alla prima uscita dalla casa dei mariti e cioè non appena iniziate al mistero coniugale della procreazione”(da  “Gazzetta Napolitana” del 1805)  

Sintesi di sacro e profano, come per altre forme di culto e tradizioni napoletane, la sfogliatella sopravvisse nella storia come dolce al femminile che pian piano si è liberato di un millenario passato intrigante e  misterioso conquistando  il primato di indiscussa regina del buon gusto. Lungo e tortuoso è però il suo “processo di liberazione” perché dal  Medioevo alla  metà  dell’800 il segreto della sfogliatella fu gelosamente custodito  nel  monastero  Croce di Lucca finché  trapelò all’esterno approdando poi nelle pasticcerie napoletane. Infatti nel 1624 un’ inaspettata lettera fu consegnata a Nicola Giudice, principe di  Cellammare  e duca di Giovinazzo, per informarlo  che le giovani figlie Aurelia, Maria ed Eleonora, devote novizie da alcuni anni, avevano violato la regola del silenzio della vita claustrale dando adito a una grave e inopportuna fuga di notizie tale da  meritare un richiamo scritto e ufficiale della madre superiora dell’ordine delle Carmelitane.  Di cosa si erano macchiate le tre sorelline Giudice? Nientemeno  della rivelazione della ricetta della sfogliatella,  consentendo  che gli  ingredienti e le articolate fasi di preparazione del dolce varcassero le mura di altri monasteri, che si cimentarono in  una sorta di concorrenza  gastronomica  per conquistare i palati più sopraffini dell’aristocrazia partenopea.

È interessante sapere che  le carmelitane educavano le pulzelle non solo alla preghiera e alla vita monastica  ma anche alla delizia delle “cose da zuccaro” che erano offerte a parenti, alti prelati e notabili  in visita e quest’arte pasticcera dava prestigio e garantiva buone entrate ai monasteri. Se il monastero di Santa Chiara era famoso per le marasche sciroppate, lasagne e zeppole, quello della Maddalena per le paste reali, quello dell’Egiziaca per i biscotti dei carcerati, la Trinità per le bocca di dama, San Marcellino per i casatielli, Donnalbina per le cuccuzzate in barattolo e il monastero della Concezione della Spagnuola per i ruschigli di cioccolata, Donnaregina, Sapienza e Santa Maria di Costantinopoli per i susamielli, le torte di frutta e il pan di Spagna, invece il Croce di Lucca vantava la sua  delicata sfogliatella. Questo fin quando le figlie  di Cellammare, che avevano il privilegio di ricevere visite della madre e di tre amiche a piacere anche perché il loro padre aveva finanziato i lavori di ristrutturazione del monastero, non passarono alla storia delle sfogliatella come poco abili spie culinarie. Ricetta che circolò non solo a  Napoli ma  anche a Salerno, infatti  proprio tra Furore e Conca dei Marini nel monastero di Santa Rosa fu inventata la variante ripiena di crema e guarnita con amarene, detta appunto  sfogliatella “Santa Rosa”, che parve restituire al dolce  una sensuale femminilità.

Ormai la strada  dello  spionaggio dolciario era segnata dall’illustre precedente del Croce di Lucca tant’è che un’altra, ma ignota, monachella, questa volta  del monastero amalfitano, svelò la ricetta della sfogliatella  che a metà ‘700 giunse alle orecchie di  un pasticciere  napoletano giungendo agevolmente sulle raffinate tavole dei nobili, ma in una veste più semplice, ridotta, casta.Solo nell’800 il famoso pasticciere Pasquale  Pintauro, dopo l’apertura di una famosa trattoria e poi di un caffè, pensò di battere la concorrenza dello svizzero Caflish e dei caffè alla moda francese  inaugurando  una pasticceria  in via sfogliatella_frolla-620x465Toledo  che produceva non solo pastiere, susamielli,  torroni, struffoli, raffioli e sanguinaccio ma soprattutto  sfogliatelle che fino ad allora erano state il  privato privilegio gastronomico dell’elite aristocratica. Così il cavalier Pintauro  consentì il debutto mondano e commerciale della sfogliatella.  Un successone che favorì poi, grazie alla sua inventiva, il lancio della cosiddetta  “frolla”,  variante morbida di quella riccia.

A metà ‘800 però la sfogliatella cadde in bassa fortuna: dopo anni e anni allietati da siffatta pasta, i nobili borbonici reclamarono nuovi dolci e Pintauro “inventò” la zeppola di san Giuseppe guarnita  con crema pasticciera e amarene, variante della zeppola tradizionale. A quanto pare un’altra monachella, stavolta del monastero di santa Chiara, aveva svelato la segreta ricetta delle  zeppole fritte, che così poterono uscire dalle cucine conventuali. Inoltre i sempre più emergenti pasticcieri stranieri snobbavano il dolce locale, come Caflish che proponeva torte di ogni tipo.A un tratto la svolta popolare della pasta, finalmente  accessibile a un’ampia clientela  grazie a Carraturo  che a Porta Capuana e nei laboratori di piazza Garibaldi e dintorni produsse sfogliatelle che ben presto si diffusero  nei vicoli, nella zona della stazione e nel popolare quartiere di Forcella. Agli inizi del ‘900 nel quartiere della Pignasecca del centro storico si aprì la pasticceria dei calabresi Scaturchio, rinomata e lunga dinastia di pasticcieri a Napoli, ancora operanti in piazza San Domenico Maggiore ove si fa tappa obbligata per un buon caffè e  la loro sfogliatella. Per tutto il secolo e fino a oggi i più noti pasticcieri napoletani, Bellavia al Vomero, gli eredi di Pietro Carraturo, Attanasio al vico Ferrovia hanno gareggiato per produrre la migliore sfogliatella. Proprio Mario Scaturchio ha rivendicato e sostenuto l’arte manuale della preparazione di questa pasta che implica la capacità di realizzare una sfoglia molto sottile, piegata più volte, lavorata per ore con la sugna che regala una fragranza inconfondibile, sebbene alcune aziende abbiano meccanizzato la produzione del guscio croccante per garantirne la fornitura ai piccoli laboratori che non riescono ad assicurare una produzione giornaliera.

sfogliatella-conoLa sfogliatella si è anche rinnovata  nel tempo: più recente è la cosiddetta coda di aragosta, dalla forma allungata che viene poi farcita con panna e amarene, o crema al cioccolato o al caffè.  Da poco sono decollate la sfogliatella Vesuvio, avente un cuore di babà con dentro una crema di  panna e cioccolato, e  la sfogliatella cono farcita di gelato.

La sfogliatella rappresenta un po’ la complessa napoletanità, viene spesso citata ma di fatto  è poco conosciuta la sua lunga e movimentata storia, un po’ come capita con la leggendaria bellezza  di una nobildonna del passato, spesso ricordata da tanti ma che forse pochi  hanno avuto occasione di  vedere perché restia a mostrarsi.  Forse non  è un caso che questa pasta abbia attraversato indenne secoli e secoli  di storia  regalando sempre  la stessa fragranza, simile a quella della ridarella di noi bambini che riecheggia nella memoria, regalandoci con il profumo di vaniglia  l’atmosfera di altri tempi.

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E chiudendo gli occhi, mi pare di sentire  quel buon odore che inondava fin troppo casa mia di buon mattino, quando per un anno ho abitato su un laboratorio di pasticceria e le  immagino  allineate “Nella guantiera di candido cartone…dodici ricce ricce, dodici damine in fila per tre , con le loro gonne ondulate e gonfie, dodici bambine ordinate con le vestine  che si aprivano tutte plissettate spruzzate di bianco bellelle bellelle!”  (Maria Orsini Natale).

 

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La pastiera

Gli struffoli

I mostaccioli

“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Solo un pesce morto nuota seguendo la corrente. Sei andato controcorrente, rifiutandoti di iscriverti alle società segrete di uomini del tuo paese, che hanno in mano la politica, l’economia e l’applicazione della legge. Se  non vi appartieni, sei tagliato fuori da tutto, dagli studi e dal lavoro, decidono sulla tua vita, anche privata, se puoi lavorare, studiare, vivere o morire, usufruire dei social bonus. Sono effetti di tradizioni radicate per cui alcuni decidono la vita delle donne, quando devono sposarsi e con chi, quando procreare.  Se le ragazze  si rifiutano, sono costrette a lasciare i villaggi, vanno altrove, dove spesso non sopravvivono se non prostituendosi. Molte vengono in Europa per una vita diversa – si spera – molto diversa. Hanno spesso dai 15 ai 17 anni.  Le donne non possono decidere nulla in quanto ogni decisione è presa dal padre, soprattutto le musulmane. A circa 14 anni le ragazzine sono costrette a sposarsi, anche contro la loro volontà. Possono studiare se la famiglia è in grado di  sostenere le spese della scuola e degli studi, le musulmane possono frequentare le scuole solo da bambine, le cristiane sono più libere. Quelle che conseguono un titolo di studio lavorano negli uffici, nelle scuole e negli ospedali, le altre come baby sitter o nelle fattorie. I datori di lavoro le assumono se disponibili sessualmente. Le donne protestano  per i loro diritti ma non sono ascoltate, come non lo sono quelle impegnate politicamente, che  propongono una modifica della Costituzione che  di fatto avalla un diritto di famiglia arcaico, fatto valere da tribunali locali di uomini.

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Te ne sei andato dalla tua città, rifiutando “l’obbligo” di iscriverti alla società segreta e lasciando una moglie e due figlioletti bellissimi. “Voglio decidere io della mia vita”, quindi sei stato escluso da tutto. Sei più giovane di mio figlio. Hai detto che lo studio e l’occupazione risolverebbero in parte i problemi del tuo paese, perché l’ignoranza è la causa di tanti mali. Pensieri già sentiti, amico mio, e torniamo a un circolo vizioso comune a ogni latitudine. Scrivesti “le donne hanno bisogno di protezione” e disegnasti una  di quelle ragazze rapite da Boko Haram, almeno così pensai, e poi in un altro un pick up con una donna strattonata per i capelli. Mi spiegasti che durante il viaggio nel deserto quella  ragazza nigeriana fu violentata, prima dagli stessi compagni di viaggio, poi dai trafficanti, e che non riuscisti a difenderla. Tua madre  ce l’ha fatta, diventando una commerciante in un’altra città dell’Africa e ti ha consigliato di partire. Siete stati solo due ragazzi a elencare, tra le tante criticità del vostro paese, la questione  femminile, e nei vostri occhi ho captato una segreta sofferenza di fronte alla quale ho taciuto e fatto un passo indietro. Il pudore non è vergogna a svelare, ma  è anche una forma di rispetto dell’altrui sensibilità. L’ho imparato da voi.

Hai affrontato il viaggio nel deserto e poi per mare su un barcone, soccorso infine dalla guardia costiera italiana. Da Lampedusa sei arrivato qui, alla frontiera del Nord. Volevi restare e invece alcuni giorni fa  te ne sei andato via, come altri. Hai istruzione ed educazione non comuni, tali che per noi eri un piccolo Lord, avevi  carisma sui compagni,  riuscivi a placare gli animi inquieti aiutandoci a comunicare con i ragazzi quando ci sono state tensioni o incomprensioni. Con me hai parlato, avevi un mondo da raccontare, non è stato facile sbloccarvi ma l’arte terapia funziona, serve a voi ma è servita tanto anche a noi tutte. Ci avete cambiate, come cambia chi vede la lucentezza della luna dall’altra parte della Terra. Le vostre storie sono una risorsa di forza e umanità e lo sarebbero soprattutto per i nostri figli. Sono però  le lungaggini burocratiche che vi snervano, l’inerzia, l’attesa, l’impossibilità di fare qualcosa, la convivenza con altri accomunati da un passato, spesso da dimenticare, e da un futuro incerto. All’inizio sognavi come tutti, poi come  tanti, poi solo come quelli arrivati di recente. Hai portato la tua testimonianza in pubblico, eri molto emozionato ma condividevi che la gente deve sapere, la gente deve vedervi, deve parlare con voi per rendersi conto di quel che siete. “L’Africa non è solo leoni, elefanti e zebre, ma un popolo, gente  che pensa e prova sentimenti e scappa via dal suo paese perché vuole vivere” come ha spiegato uno di voi ai ragazzini delle scuole.

disegno-migranti  Di recente eri pensieroso, a volte nervoso. Un tuo  compagno mi ha consegnato due tuoi disegni, dicendomi che li avevi fatti per noi. Un ultimo messaggio maturato di notte per ringraziarci e salutarci , ma soprattutto un appello “Cambiate le vostre leggi  sui rifugiati.” Immagino mentre lo scrivevi, perché quel disegno lo avevi iniziato un sabato e non volesti spiegarmi nulla. La tua mente non ha confini, viaggiare è anche cambiare mente e pregiudizi, e tu ne sei consapevole. Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.

Oggi è Natale, giorno della nascita di Cristo. Un altro profugo, un perseguitato, un diverso che ha attraversato la storia controcorrente e ha segnato il tempo.

Oggi ti auguro di cuore  buona fortuna, amico mio, ovunque tu sia. Segui sempre la luce che hai dentro di te.

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Buona fortuna, ragazzi!

Dipende da come ci si pone.

Caro Babbo Natale…

Graffe

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La graffe è un dolce napoletano, a base di farina e patate, che  deriva il nome da “krapfen” , una frittella  gonfia ripiena di crema o marmellata inventata dalla pasticciera austriaca Veronica Krapf.

 

Ingredienti.

1 kg di farina

100 g di zucchero

6 uova

100 g di burro

30 g lievito di birra

200 g patate lesse

1 pizzico di sale

latte q.b.

olio di semi

  Esecuzione.

 Pelare, lessare e passare le patate nello schiacciapatate. Disporre  zucchero e farina a fontana. Versare dentro il burro sciolto, le uova, il sale, le patate passate e infine il lievito precedentemente sciolto  nel latte. Impastare raccogliendo un po’ alla volta la farina intorno  e aggiungere latte quanto ne assorbe l’impasto che deve risultare morbido. Lasciare lievitare per almeno un’ora. Tagliare l’impasto in pezzi e con ognuno formare serpentelli da chiudere a forma di ciambella, adagiarle sulla spianatoia cosparsa di farina per evitare che si attacchino. Lasciare  lievitare ancora per mezz’ ora. In una pentola larga con i bordi alti friggere le graffe in  abbondante olio di semi  bollente e, quando sono dorate, estrarle, asciugarle su carta assorbente da cucina e infine girarle bene bene  nello zucchero. 

Ieri, quel vento alto – Diego Valeri

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Ieri, quel vento alto

Ieri quel vento alto
scapigliava le nuvole rade;
e ci fu, verso sera, un grande
garofano rosa, rimasto solo,
in mezzo al cielo; mentre più in basso
si profilava uno spicchio di luna
appena nata.
Oggi, invece, il cielo è tutto pulito,
nudo, tutto bianco-oro di sole.
Bellissima luce, felicità sospesa
a mezz’aria su la terra in ombra.
Già cresciuta, con la sera, è la luna.

(da Calle del vento, Mondadori, 1975)

Buona fortuna, ragazzi!

In uno zaino immaginario tra le cose che avreste voluto portare con voi avete disegnato magliette, pantaloni, scarpe, cellulari,  palloni da calcio, computer, libri, raramente villaggi, costantemente scritte sulla pace, a volte una preghiera. Tutti avete scritto il vostro nome, cognome e provenienza a grandi lettere o con una bandiera. Un’identità che sentite con fierezza e nostalgia di affetti lontani. Ricordate i nomi dei genitori, di padri scomparsi, dei fratelli più piccoli rimasti là e che sperate di potere aiutare da qui, dei  nonni e anche dei bisnonni di entrambi i rami della famiglia. Avete radici giovani, ma forti e profonde.

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Siete proiettati in avanti, ambìte, avete spiccato il salto per osare e conquistare il domani. “Voglio riprendere gli studi”. Hai lasciato la Nigeria e l’università al secondo anno di economia, in quegli occhi così neri c’è una vivacità incredibile, sei  brillante, hai talento per la recitazione. Ricordo quando arrivasti imbronciato e mi dicesti “I’m not happy, I’m sad, I’m angry”.20160910_113503

” Parliamone”. Ne abbiamo parlato, prima con esitazione poi con sicurezza hai raccontato l’immobilità del presente e un più soddisfacente futuro immaginato che non so se mai qualcuno riuscirà a garantirti, eppure i tuoi 19 anni ne avrebbero diritto in qualsiasi parte del mondo. Oggi non eri a lezione. Mi hanno detto che sei andato via, con la noia che ti  rodeva dentro perché, presumo,  la tua intelligenza e giovinezza scalpitano. “Perché sei andato via dal tuo paese?” “Perché la mia famiglia ha avuto problemi, tanti problemi” e lo sguardo si è rattristato come quando pronunciasti il nome di tua madre: Peace. Ti auguro di realizzare quel sogno americano che hai negli occhi, non sta a me giudicarlo, riprenditi un po’ di benessere con ciò che le tante multinazionali hanno tolto alla tua terra, questo sì. Di te resta il tuo bel ritratto con la maglietta  verde e bianca come la bandiera del tuo paese, che ha i colori delle foreste, dell’agricoltura e della pace. Restano le frasi di un romanzo e un’invocazione a Dio con  i nomi delle tante squadre italiane di calcio,  il fumetto in cui pensi di diventare un footballer, ma in realtà ti saresti accontentato di un lavoro qualsiasi.

 Tu invece sei più semplice e scanzonato, simile a un rapper americano nei modi ma sogni di diventare un  musicista, e ti piace ridere e  ballare come nel giorno del tuo compleanno che per te è stato il giorno più bello della tua vita di cui hai subito parlato ai tuoi per telefono.  Invece tu ti  dichiari nigeriano ma hai il Biafra nel cuore, un’appartenenza che rivendichi con fierezza. Il tuo nome è “giorno del Sole”, quando parli del tuo paese sembri un  guerriero che con gli occhi stretti  fissa l’orizzonte  accompagnando il sole nel  tramonto con la  consapevolezza che domani riapparirà.Ben concentrato con le cuffie nelle orecchie, come me quando scrivo, hai disegnato  il simbolo  della pace e scritto in inglese “C’è bisogno di orgoglio e di un po’ di rabbia per la libertà del mio paese”. Sei arrivato in Italia  perché là non c’è futuro, vuoi che gli occidentali capiscano che l’Africa sta morendo nell’ indifferenza del mondo intero.

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Oggi non eravate a lezione. Mi hanno detto che ve ne siete andati, forse in Germania. Buona fortuna, ragazzi! Forse oggi avrei saputo di più della vostra vita, ma la rivedo in quella dei vostri amici e di quelli che sono arrivati e hanno disegnato imbarcazioni piene d’acqua, navi della guardia costiera che soccorrono naufraghi, campi lager libici, gestiti dai trafficanti, dove mangia e beve solo chi può pagare pane e acqua e non si fanno sconti nemmeno a donne e bambini, e si sopravvive senza servizi igienici e docce e chi muore viene abbracciato dal mare. Vi immagino sui pick up Toyota, anche voi ammassati con una ventina, più spesso trentina di altre persone, in viaggio da una o due settimane nel deserto, con fermate solo  notturne per dormire al freddo, senza cibo, i più fortunati mangiano  qualche biscotto quattro – cinque volte durante tutto il viaggio e bevono da taniche, da sacche appese ai bordi del veicolo, da una bottiglietta, Destiny non ha avuto nemmeno quella, e   i più deboli sono gettati nella sabbia del deserto, unica destinataria delle loro speranze.

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In quei furgoni ci sono anche donne e bambini, si consumano violenze a discapito delle ragazze costrette a pagare con ulteriore sofferenza il diritto a vivere.

Buona fortuna, ragazzo ! Avrei voluto salutarti e lo faccio adesso. Non avere paura di non essere “adeguato”, non importa la mala sorte passata “ perché comandano i desideri, perché non siamo (solo) nel mondo materiale dove le cause sono tutto, qui nel mondo umano le finalità decidono i comportamenti, cioè è quello che vedi davanti che spiega i tuoi movimenti e allora buttati nel vuoto, guarda che nessuno ha imparato a volare prima di buttarsi. Allora confonditi, commuoviti un po’, prendi tutte le tue energie e vai, è proprio nel momento che ti sei lanciato che sperimenti la comprensione, proprio quando ti dimentichi di te stesso, incredibile ! “ (cit. prof. Camillo Bortolato). In fondo la vita è come l’apprendimento, è essa stessa continuo apprendimento che richiede capacità di mettersi in gioco, è  un’ opportunità da cogliere al volo,da tenere stretta e difendere, da conquistare a volte con gradualità, a volte con lo slancio di una sfida . È naturale per i bambini di 12 – 14  anni, in viaggio da soli, i  più abili nella fuga  grazie all’ esaltante incoscienza e irrequietezza di chi è ancora libero dai condizionamenti e, nonostante tutto, riesce a ridere.  Afferrate la vostra vita con quel sorriso contagioso, che nasconde con pudore ciò che vi ha reso uomini troppo presto, stringetela forte con quel coraggio e voglia di guardare  avanti e farcela che in fondo in fondo vi invidiamo e spaventa tanto chi non sa più sognare come voi.