Nuvole – Wisława Szymborska

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Nuvole

 Dovrei essere molto veloce

nel descrivere le nuvole –

già dopo una frazione di secondo

non sono più quelle, stanno diventando altre.

La loro caratteristica è

non ripetersi mai

in forme, sfumature, pose, disposizione.

Non gravate della memoria di nulla,

si librano senza sforzo sui fatti.

Ma quali testimoni di alcunché –

si disperdono all’istante da tutte le parti.

In confronto alle nuvole

la vita sembra solida,

pressoché duratura e quasi eterna.

Di fronte alle nuvole

perfino un sasso sembra un fratello

su cui si può contare,

loro invece sono solo cugine lontane e volubili.

Gli uomini esistano pure, se vogliono,

e poi uno dopo l’altro muoiano,

loro, le nuvole,

non hanno niente a che vedere

con tutta questa faccenda

molto strana.

Al di sopra di tutta la tua vita

e della mia, ancora incompleta,

sfilano fastose così come già sfilavano.

Non devono insieme a noi morire,

né devono essere viste per fluttuare.

 

Wisława Szymborska (da “Elogio dei Sogni”)

25 Aprile: Oltre il ponte

CalvinoQuest’anno per la festa della Liberazione condivido il testo della canzone “Oltre il ponte”, scritto da Italo Calvino per ricordare la militanza nella Resistenza sua e di quei giovani che “vedevan oltre il ponte l’altra riva in mano nemica, ma vedevano anche la vita, tutto il male vedevano di fronte, ma tutto il bene avevano nel cuore”. Qui filmati storici e una bella interpretazione cantata da Modena City Ramblers con Moni Ovadia.

 

 

Oltre il ponte

O ragazza dalle guance di pesca,
O ragazza dalle guance d’aurora,
Io spero che a narrarti riesca
La mia vita all’età che tu hai ora.
Coprifuoco: la truppa tedesca
La città dominava. Siam pronti.
Chi non vuole chinare la testa
Con noi prenda la strada dei monti.

Silenziosi sugli aghi di pino,
Su spinosi ricci di castagna,
Una squadra nel buio mattino
Discendeva l’oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
Ad assaltar caposaldi nemici
Conquistandoci l’armi in battaglia
Scalzi e laceri eppure felici.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

Non è detto che fossimo santi, 
L’eroismo non è sovrumano,
Corri, abbassati, dài, balza avanti,
Ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano,
Dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
L’avvenire d’un mondo più umano
E più giusto, più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore.

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
Che non sanno la storia di ieri.
lo son solo e passeggio tra i tigli
Con te, cara, che allora non c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
Quelle nostre speranze d’allora,
Rivivessero in quel che tu speri,
O ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l’altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent’anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l’amore. 

Gloria Chilanti: la Resistenza di un’adolescente.

bandiera rossa e borsa neraLa Resistenza fu “ un volontario accorrere di gente umile, fino a quel giorno inerme e pacifica, che in un’improvvisa illuminazione sentì che era giunto il momento” di combattere contro il terrore , e coinvolse uomini e donne di varia estrazione socioculturale , ma anche tanti giovani, a volte giovanissimi. Tra questi è da  ricordare Gloria Chilanti che nel suo diario “Bandiera rossa e borsa nera”, scritto tra il gennaio e il settembre del 1944, racconta la sua vita di adolescente  in una Roma in cui ebbe inizio la guerra di Liberazione dal nazifascismo con i suoi martiri ed eroi, spesso poco conosciuti.  

Gloria è figlia  di Felice Chilanti, scrittore e giornalista antifascista, confinato per due anni a Lipari, poi  dirigente del Movimento Comunista  “Bandiera Rossa” , e della coraggiosa Viviana Carraresi in Chilanti, una  delle tante donne della “Resistenza taciuta”  il cui nome di battaglia era Marisa. Con la madre Gloria vive in clandestinità, fa  propaganda e consegne, si adopera per resistere alla fame e alla miseria, aiuta e nasconde partigiani e dissidenti, cuce coccarde e bandiere, pur non potendo andare a scuola impara  “tante cose che nessun bambino sa” , vive e ha in mano tante ricchezze  grazie alla condivisione di ideali, storie e segreti tra  paure, stenti ed entusiasmi.

Questo diario, dalla narrazione asciutta e autentica,  è stato pubblicato circa 50 anni dopo su insistenza di Carla Capponi, medaglia d’oro della Resistenza italiana, perché tutti potessero leggere “questo misterioso e miracoloso  moto di popolo” (Piero Calamandrei) con lo sguardo di una bambina cresciuta  senza bambole e impegnata nella lotta partigiana, vissuta con l’incoscienza e l’impeto dei suoi tredici anni quasi come un gioco intrigante e rischioso . Gloria era convinta di non avere fatto nulla di straordinario, in base agli ideali libertari trasmessi dai genitori per lei era naturale   credere nella libertà come diritto e bene comune e quindi resistere, perciò non ha pubblicato prima la sua testimonianza.

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Dopo la liberazione  però inizia una nuova forma di resistenza, questa volta delle donne e diretta contro l’arroganza e i conflitti interni ai movimenti antifascisti. Gloria ben delinea la figura della madre Viviana che  prima aveva aiutato i perseguitati, i disertori, i partigiani, aveva favorito la diffusione della stampa clandestina e trasportato  armi  rischiando più volte  la  vita e la cattura, e  in seguito si adoperò affinché le donne che avevano avuto familiarità con i fascisti, spesso per  riuscire a sopravvivere, non venissero trucidate come spie, e con determinazione  osò opporsi a quella boria  maschile che non ha partito né  bandiere.  Come racconta Gloria nel diario: “Stamattina sono stata al Congresso a via dei Giubbonari dove hanno parlato Poce e Filiberto e tutti i capi (zona, sezione, gruppi cellula) e c’erano più di cento donne (tutte della nostra sezione e tutte le nostre capo-zona). Ad un certo punto, mentre parlava Sbardella ad un cenno di mamma tutte le compagne sono uscite dall’aula… Sbardella parlava come Mussolini con gli stessi gesti”. 

donne della resistenza

Viviana Carraresi morì a Pechino il 30 maggio del 1980 e riposa nel cimitero degli eroi rivoluzionari Ba Bao Shan. “ È stata la donna che ha costruito le nostre vite, mia e di mio padre, forzando a volte i nostri caratteri timidi e introversi. Senza di lei non avremmo avuto quel coraggio, quella forza d’animo, ottimismo per superare le traversie  che la vita ci ha messo di fronte. Donna di grande temperamento aveva rinunciato a un’agiata vita borghese per seguire mio padre  nella miseria e nella continua  incertezza del futuro: una vera combattente rivoluzionaria.” Forse la più dimenticata della famiglia  cui però il marito Felice Chilanti dedicò il bel romanzo “Lettera a Pechino”, finito di scrivere qualche giorno prima  della sua morte a Roma il 26 febbraio 1982.

 Zhu Zi Ji, grande poeta cinese la ricorda con questi versi:

“ L’ italiana Viviana, il capitano,

nella tiepida terra d’Oriente  dorme in pace.

Ha dato il suo cuore ai compagni d’arme cinesi…

Nel cuore dei compagni d’arme cinesi per sempre vivrà.

Quando i fiori delle nostre idee saranno sbocciati ovunque

ne offrirò una corona alla compagna d’arme.

Che quelli che verranno leggendo il suo nome con affetto

chiamino:  Viviana,Viviana.”

 

Buon 25 Aprile !

 

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27)

 La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)

Le bellezze nascoste di Napoli: la chiesa di sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto e la sagrestia del Vasari

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Nella piazza Monteoliveto  di  Napoli si trova la chiesa di sant’ Anna dei Lombardi, interessante per la sua storia ma soprattutto perché  custodisce all’ interno un gioiello architettonico e artistico, a mio parere poco noto,  che è la sagrestia del Vasari .

In origine nel 1400 in quel sito esisteva  la  chiesetta  di santa Maria de Scutellis, confinante con i giardini “Carogioiello” o “Biancomangiare” e l’ “Ampuro” che si estendevano fin sulla collina di Sant’Elmo. Nel 1411 il nobile Gurrello Orilia al posto ella chiesetta  ne fece costruire  una più grande per la Purificazione di Maria affidandola poi  ai padri olivetani  di  Firenze.  I d’ Avalos , i Piccolomini, il re Alfonso Alcune e altre nobili famiglie  napoletane contribuirono alle spese  e fecero donazioni per la costruzione di un monastero che aveva quattro chiostri, giardini con fontane, una biblioteca  e una dependance , divenuta famosa non solo per gli affreschi  del  Vasari , ma anche per il soggiorno di  Torquato Tasso durante la stesura  del suo poema.

Verso la metà del ‘700 parte del monastero  fu destinato  prima al tribunale  misto che, in base a un trattato tra il papa e il re,  consentiva ai religiosi e ai laici di essere giudici e presidenti, poi  nel 1848 divenne sede del parlamento napoletano. Alla fine  del ‘500 i lombardi presenti a  Napoli si costruirono un’altra chiesa, crollata col terremoto del 1805 che provocò anche la distruzione di tre opere del Caravaggio, per cui ne  vendettero il suolo. Quando gli Olivetani furono allontanati, la chiesa di Monteoliveto fu data ai lombardi, perciò  prese il nome di sant’Anna dei Lombardi,  e vi nacque un’ arciconfraternita  che esiste ancor oggi ma  appartiene ai napoletani. Questa chiesa  è una testimonianza del rinascimento toscano, soprattutto dal punto di vista architettonico  per le grandi cappelle a pianta centrale che ricordano quelle fiorentine. Nel  XVII l’originario stile gotico venne meno e lo si nota soprattutto in quella che sarà la sagrestia del Vasari. La chiesa chiusa per tanti anni, poi è stata  riaperta in seguito a graduali   lavori di ristrutturazione dal 1976 al 1990, in particolare dopo i danni del terremoto del 1980 : per esempio  sono stati ristrutturati  il soffitto a cassettoni, distrutto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale,  la splendida cappella del Vasari (lavori dal 1983 al 1985) e le  opere pittoriche  e marmoree delle cappelle rinascimentali Piccolomini, Mastrogiudice e Tolosa che ben rappresentano l’influenza  toscana nell’architettura del ‘500 a Napoli.

monumento funebre Domenico Fontana

organo

Alla chiesa si accede da piazza  Monteoliveto, ubicata nel centro storico tra la piazza  del Gesù nuovo e piazza Carità presso via Toledo.  Nell’atrio  spicca il monumento funebre dell’architetto Domenico Fontana del 1627, proveniente  dalla distrutta Sant’Anna dei Lombardi e pertanto ricomposto nel secondo dopoguerra.

Imponente è l’organo quattrocentesco che subì modifiche e fu decorato nel ‘700 dal napoletano Alessandro Fabbro. santa-anna-lombardi

Tra le dieci cappelle che perlopiù fiancheggiano la navata principale della chiesa  merita quella del “Compianto sul Cristo morto”  che prende il nome  da un gruppo  di sette figure di terracotta policroma  a grandezza naturale in una Deposizione del 1492, realizzata da Guido  Mazzoni, restaurate nel 1882 e di recente da Salvator Gatto.  È un gruppo di pregiata fattura  per  le espressioni realistiche dei personaggi , tra i  quali  sono ritratti Ferdinando I e  del figlio Alfonso d’Aragona  committenti dell’opera, oltre che il Sannazzaro e il Pontano.

cappella Piccolomini

 

Bella anche la cappella Piccolomini con il pavimento a mosaico e l’altare con  la Natività, due profeti e i santi Giacomo e Giovanni Evangelista (1475 circa) di Antonio Rossellino.

 

Dalla cappella del Compianto si procede per un corridoio e si giunge all’Oratorio o sagrestia,  che in origine era un refettorio degli Olivetani, affrescato poi dal Vasari nel 1545 con l’assistenza del toscano Raffaellino del Colle. Le originarie volte ogivali  gotiche furono adattate dal  Vasari, che le abbassò e ne smussò gli spigoli creando con gli affreschi effetti ottici molto particolari oltre a coprire  di stucco le volte per renderle  più luminose. Essi consistono perlopiù in iconografie allegoriche delle  Virtù.

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Nella  parete   di fondo c’è  un altare  dietro il quale  al centro  spicca un affresco di S. Carlo Borromeo di un ignoto pittore napoletano ,portato qui  dopo la soppressione dei monasteri  e fiancheggiato  da due dipinti ritraenti  l’Annunciazione, di autori ignoti anch’essi .

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Agli inizi del  ‘400 i numerosi pannelli lignei, intarsiati dall’olivetano fra Giovanni  da Verona (1506), dalle cappelle della chiesa furono poi spostate  nel refettorio che  nel 1688 l’abate Chiocca  trasformò in una sagrestia , facendo  realizzare anche statuette lignee intervallate  alle tarsie e raffiguranti i santi dell’ordine. Le tarsie lignee del frate  Giovanni da Verona ritraggono vedute di paesaggi, strumenti musicali, libri, monumenti rinascimentali di Napoli  e rendono quest’ambiente uno scrigno di raffinata e insolita  bellezza.

 

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Il limone tra storia, leggenda e limoncello .

Frederic_Leighton_-_The_Garden_of_the_HesperidesAi limoni, raggi di luce divenuti  frutti, fa capo una delle dodici fatiche di  Ercole  che uccise il drago Ladone incaricato  con  le Esperidi  di vigilare su un giardino, per custodire i pomi d’oro che Gea aveva donato a Era in occasione delle sue  nozze con Zeus. Con l’aiuto delle ninfe,  Ercole si procurò i frutti e li portò ad Euristeo. Nella cultura medio orientale, soprattutto ebraica, si  parlava perlopiù dei cedri che  crescevano in Israele quando gli  ebrei rientrarono da Babilonia nel VI sec. a. C. ;  cedri denominati meli di Persia da Teofrasto di Ereso, filosofo greco ed esperto id botanica,  nel 300 a. C .

La presenza dei limoni nel mondo romano fu confermata non solo  da Plinio il Vecchio  che lasciò notizie  sul trasporto del cedro in tante regioni ma anche  dalle piante da frutto, tra cui due limoni,  particolare albero da fruttodipinte sulle pareti della casa del frutteto di Pompei  e dalle trentotto piante di limone in vaso, trovate nella villa Oplonti di Torre Annunziata .Nel 1952 l’archeologo Maiuri concluse che il limone citrino ovale si era già acclimatato in Italia sin dal I  sec. d. C. In epoca romana  però non si distinse ancora  la differenza tra limone e cedro, cui si giunse verso il X secolo. Sicuramente gli arabi portarono i limoni durante le invasioni della Spagna e dell’Italia meridionale  tra il X e il XII secolo ma anche  i crociati, di ritorno dalle guerre sante,  importarono   le piante di limoni, ben presto coltivate nelle zone a clima caldo-temperato. In verità nella costiera sorrentina –amalfitana il limone era già presente nell’Alto  Medio Evo (V I sec. d. C.), come documentano le testimonianze dei medici salernitani che lo usavano a scopo terapeutico. Certamente  il “citrus limon massese” o “ femminiello massese” di Massa Lubrense, nota per i suoi limoni,  fu importato dall’oriente dai monaci gesuiti nel lontano XVII secolo e proprio il gesuita massese padre Vincenzo Maggio promosse la coltivazione dei limoni. A fine ‘500 Napoli e dintorni  erano ormai  “un gioioso loco” ricco di aranci, limoni  e cedri, tanto da fare esclamare più tardi a Goethe  “Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? Nel verde fogliame splendono arance d’oro. Un vento lieve spira dal cielo azzurro, tranquillo è il mirto, sereno è l’alloro. Lo conosci tu bene? …”

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Gran parte dell’economia sorrentina ruotò intorno all’agrumicoltura, che dall’ 800 sostituì colture non più redditizie come quella dei gelsi , anche per la sempre più massiccia importazione dall’oriente dei bozzoli destinati all’industria serica. Proprio per l’esportazione pagliarelledi arance e limoni verso il nord Europa e l’America agli inizi dell’800  si sviluppò la  cantieristica navale  e  di conseguenza  sempre più la tradizione marinara della penisola sorrentina, ancor oggi radicata.  Nel 1917 in penisola circolavano circa ottocento tra cavali, asini e muli per il trasporto di agrumi e  la commercializzazione dei limoni all’ estero  fu garantita tutto l’anno perché d’inverno erano conservati nelle grotte e le  piante venivano  protette  con le “pagliarelle”. Queste, ancora in uso,  sono stuoie di paglia appoggiate su pergolati   per formare una sorta di tetto sul limoneto ed  evitare che i limoni siano danneggiati dalle gelate.

Solo con il limone della costiera amalfitana e sorrentina aventi il marchio IGP, cioè lo sfusato di Amalfi e l’ovale di Sorrento, si produce il limoncello, liquore digestivo di fama internazionale.

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L’origine del limoncello è piuttosto controversa e contesa tra Capri, Sorrento e Amalfi.  Se per i capresi l’imprenditore  Massimo Canale fu il primo a registrare il marchio “Limoncello” negli anni ’80, per   gli amalfitani  le origini del limoncello si fanno risalire a epoche remote,  addirittura  al tempo delle invasioni saracene quando i pescatori lo bevevano per combattere il freddo. Probabilmente invece fu  prodotto in un monastero, come tanti dolci e prelibatezza campane, anche se i sorrentini sostengono  che sin dall’inizio del ‘900 le nobili famiglie del luogo lo offrivano agli ospiti illustri, secondo una ricetta tradizionale.

Per Achille Bonito Oliva  il limoncello è il liquore bambino.

“Liquore di antica famiglia, il limoncino, casa e chiesa, silenzioso e senza malizia di sapore, è per gli adulti senza essere vietato ai bambini. Ha il colore paziente del convitto, senza oggetto o decisione di fondo, ma con sapore continuo alla gola. Fatto per lo sguardo e malinconica distrazione, non permette e non trattiene ricordi. Liquore di passaggio, il limoncino. Un giallo che rimanda all’azzurro. Non ama essere versato ma preservato in ampolle sicure e personali. Il diminutivo limoncino dichiara un liquore infantile anzi bambino, che nasce limone e desidera diventare limoncino, sicuramente in vitro, così trasparente e guarda dalla bottiglia in girotondo…”

 

Esistono molte varianti della ricetta sia per le diverse percentuali di zucchero e alcool, sia  per il procedimento.

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Ricetta del limoncello

Ingredienti:

10 limoni non verdi

1 lt di alcool per liquori

750g di zucchero

 

Procedimento:

Sbucciare i limoni senza intaccare il mesocarpo o albèdo (la parte interna  bianca del limone), mettere le bucce in infusione nell’ alcool in un recipiente di vetro chiuso e  in un luogo fresco e buio per 9 giorni. Quando è concluso il periodo di macerazione, preparare il giulebbe versando  750 g di zucchero in un litro d’acqua, mescolando e lasciando bollire per 5 minuti circa finché lo zucchero non si sia sciolto. Quando lo sciroppo si è raffreddato, aggiungervi l’alcool con le bucce, girare e infine  filtrare con una garza e imbottigliare. Il limoncello è un ottimo digestivo da servire preferibilmente in bicchierini gelati, oppure lo si può conservare  nel congelatore  in quanto zucchero e alcool gli impediscono di congelare.

 

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Allegro ma non troppo- Wisława Szymborska

Allegro ma non troppo

Sei bella – dico alla vita –    arcobaleno
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.

Cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.

Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.

Quanto è di campo questo grillo,
e di bosco questo frutto –
mai l’avrei creduto
se non avessi vissuto!

Non trovo nulla – le dico –
a cui paragonarti.
Nessuno ha fatto un’altra pigna
né migliore, né peggiore.

Lodo la tua larghezza,
inventiva ed esattezza,
e cos’altro – e cosa più –
magia, stregoneria.

Mai vorrei recarti offesa,
né adirarti per dileggio.
Da centomila anni almeno
sorridendo ti corteggio.

Tiro la vita per una foglia:
si è fermata? Se n’è accorta?
Si è scordata dove corre,
almeno per una volta?

 Wisława Szymborska

(da Ogni caso, 1972 – Traduzione di Pietro Marchesani)

Il MADRE di Napoli : tra i labirinti dell’arte contemporanea.

 

20151206_134826Nel centro storico di Napoli, in via Settembrini, a poca distanza dal Duomo con l’annessa mostra del tesoro di San Gennaro (da non perdere), e dal Museo Archeologico che ospita tantissimi reperti dell’arte greco-romana, esiste e resiste il MADRE, cioè il museo d’arte contemporanea, nato nel  2005 nel palazzo Donna Regina  e trasformato in sede museale dall’architetto portoghese Alvaro Siza. Per quattro anni il museo, diretto da Eduardo Cicelyn e Mauro Codognato, ha ospitato interessanti mostre e retrospettive.  Nel 2010 però, in seguito alle elezioni regionali con l’ avvicendamento dalla giunta guidata da Antonio Bassolino (PD) a quella  di Stefano Caldoro  (PDL), si è verificato un lento matricidio causato  dall’esaurimento dei  fondi disponibili e dai tagli alla cultura museale.

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Nel 2011 il Consiglio di Amministrazione del museo si dimise. Il MADRE murò ben  sedici interno MADREstanze ormai vuote,  perché tanti artisti ritirarono  le loro opere,  e le sei opere rimaste furono  esposte nelle rimanenti  tre.  Una desolazione  perché proprio il  Museo d’arte contemporanea aveva fatto confluire a  Napoli architetti e artisti di fama mondiale, che in seguito  hanno contribuito alla realizzazione della metropolitana, divenuta ormai una meta turistica ( qui i post sulle stazioni dell’arte ).

Dopo numerosi  appelli per non perdere questa risorsa culturale, con un nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione del MADRE, presieduto da  Pierpaolo Forte, e il  direttore Andrea Viliani in carica dal gennaio 2013, il museo sta rinascendo.  

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logo del MADRE“MADRE è l’acronimo di Museo d’Arte contemporanea  DonnaREgina, “un nome ancestrale, pieno di echi atavici e mediterranei, che parla di fecondità, nutrimento e potenza creatrice, attributi dell’arte di tutti i tempi.” Lo stesso logo del museo è un quadro in cui manca una porzione di lato perché aperto all’esterno e alle sue contaminazioni. Infatti questo museo d’eccellenza a livello mondiale ha attirato centinaia di artisti, italiani e stranieri, per aprire l’arte contemporanea  al pubblico di massa, ha rappresentato l’innovazione, un nuovo fermento culturale, la fantasia creativa che si rigenera nel panorama artistico internazionale, pur ancorando l’identità del museo al suo territorio.

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Museo d’Arte contemporanea  DonnaREgina ,

via Settembrini 79- Napoli

Segnalo la mostra di Daniel Buren “Come un gioco di bambini”

allestita fino al 04-07-2016

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La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita.

anna lea merritt,eveAvete mai pensato che  i nostri progenitori furono due curiosi, cioè Adamo ed Eva? A essere precisi la quintessenza della curiosità fu Eva, che non solo causò la perdita dell’Eden ma compì anche “il primo grande passo verso la scienza sperimentale” (James Bridie). In compenso dalla disobbedienza della nostra prima antenata, che trascinò sulla via della perdizione l’ingenuo Adamo, discese il genere umano. Vi par poco? Per cui a buon diritto si suol dire che la curiosità è donna, in verità  è “spesso anche  avanguardia del desiderio” (Nino Salvaneschi), come per la scimmia e il gatto.

 

Non è facile circoscrivere in poche parole la curiosità.

“La curiosità evoca la cura, l’attenzione che si presta a quello che esiste o potrebbe esistere; un senso acuto del reale, che però non si immobilizza mai di fronte a esso; una prontezza a giudicare strano e singolare quello che ci circonda; un certo accanimento a disfarsi di ciò che è familiare e a guardare le stesse cose diversamente; un ardore di cogliere quello che accade e quello che passa; una disinvoltura nei confronti delle gerarchie tradizionali tra ciò che è importante e ciò che è essenziale”  (Michel Foucault).

È la caratteristica di un intelletto attivo ma inquieto, forse inquietante, che spinge a conoscere, a cogliere l’ignoto che sfugge; “è essenziale alla fotografia, ma la sua spaventosa controparte è l’indiscrezione, che è una mancanza di pudore” (Henri Cartier- Bresson), per  riuscire ad affacciarsi nelle vite, nel privato, negli sguardi ignari degli altri. Eppure è un motore propulsore, una passione, una forma di libertà, tant’è che   “Si dovrebbe vivere se non altro per soddisfare la propria curiosità “(Dylan Dog) perché “colui che non è più capace di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto: i suoi occhi sono spenti” (Albert Einstein). Non a caso Ezra Pound esortava i giovani a essere curiosi e Stephen Hawking a guardare il firmamento: “Guardate le stelle e non i vostri piedi. Provate a dare un senso a ciò che vedete, e a chiedervi perché l’universo esiste.” In fondo in ogni epoca una  schiera di uomini particolarmente attenti si è interrogata  di fronte ai misteri della vita, della natura, dell’eternità e se  “In milioni hanno visto la mela cadere, solo Newton è stato quello che si è chiesto perché.” (Bernard Baruch). Ancor oggi anche i più semplici e comuni mortali, senza grandi ambizioni, continuano a interrogarsi sul “chi, cosa, dove, come, quando e perché”, in quanto la scintilla della curiosità s’accende all’ improvviso: a volte per paura o convenienza viene spenta, ma il più delle volte alimenta “la mente (che) non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.” (Plutarco).  In verità però non per tutti “Il sole splende e riscalda e ci illumina e non abbiamo curiosità di sapere perché è così; e invece ci chiediamo la ragione di ogni male, del dolore e della fame, e delle zanzare e delle persone stupide.” (Ralph Waldo Emerson)

Chissà perché proprio gli stupidi incuriosiscono morbosamente, soprattutto quelli che credono di esserne molto distanti, ignari che  prima o poi la stupidità coglie tutti, in modo diverso e più o meno evidente.

La curiosità è apertura, a volte invadente e sfrontata, a volte subdola e furtiva, comunque Pandora_-_John_William_Waterhousebisogna ammettere che è una buona cura per la noia, purtroppo però non  ci sono cure per la curiosità che può essere sia  beneficio, sia vanità e rovinosa dannazione perché “…è stata data agli uomini come una punizione.” (Michel de Montaigne), sempre per colpa della mater matronissima Eva, ma del resto “ Non c’è nulla di più bello d’una chiave, finché non si sa che cosa apre” (Maurice Maeterlinck). Se ne accorse ben presto un’altra bella, la mitica Pandora che, disobbediente come la prima donna, aprì il vaso regalando all’ umanità i mali del mondo: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia e il vizio. Sin dall’ antichità quindi era difficile tenere a freno la curiosità femminile, chissà se da considerare come sintomo di intelligenza, di incoscienza o temerarietà. Non a caso “Socrate ci disse: la vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Penso che alludesse alla curiosità, più che alla conoscenza. In ogni società umana in ogni momento e a tutti i livelli, i curiosi sono all’avanguardia.” (Roger Ebert) e “ non v’è un mezzo per accontentare quelli che vogliono sapere il perché dei perché “(Leibnitz). Insomma i curiosi sono una specie di incontentabili, inquieti e dannati dal continuo desiderio di scoprire e conoscere. Probabilmente sono anche un po’ infelici e frustrati dall’ impossibilità di arginare il mare che li agita dentro, ma si appagano con la scarica di adrenalina in continua accelerazione che  ricompensa ogni sforzo e fatica, a prescindere dall’ esito della ricerca.

 Esiste una curiosità benevola, propria di coloro che raccolgono le lacrime altrui. Per Friedrich Nietzsche “Se la curiosità non esistesse, si farebbe assai poco per il bene del prossimo. La curiosità però si insinua sotto il nome di dovere o di pietà nella casa dello sventurato e del bisognoso. Forse anche nel famoso amore materno v’è una buona parte di curiosità”, spesso definita incoscienza.
A quella più innocua dell’umarell che controlla lo svolgimento dei lavori nei cantieri, si  contrappone una curiosità malevola e fastidiosa, propria di chi si nutre del sangue e delle disgrazie altrui, e  si fionda non appena abbia sentore di zuffa al punto tale che “Se la terra e la luna stessero per scontrarsi, senza dubbio molte persone farebbero in modo di trovarsi sui tetti per essere testimoni della collisione. (Stephen Crane). Insomma nel bel mezzo di un’apocalisse spunterebbero prontamente gli umarelli intergalattici. 

Senza la curiosità si imparerebbe ben poco: “Si può insegnare a uno studente una lezione al giorno; ma se gli si insegna la curiosità, egli continuerà il processo di apprendimento finché vive. (Argilla P. Bedford). William Arthur Ward va oltre: “ L’insegnante mediocre racconta. Il buon insegnante spiega. L’insegnante superiore dimostra. Il grande maestro ispira” e motiva  lo studente. L’apprendimento è per sua natura curiosità … indiscreto in tutto, riluttante a trascurare qualsiasi cosa, materiale o immateriale, inspiegabile (Filone di Alessandria). Chi da bambino non è mai stato curioso? Per natura “ i  bambini sono curiosi. Nulla è peggio di  una curiosità che si blocca. Niente è più repressivo della sua repressione. La curiosità genera amore e ci sposa nel mondo. Fa parte della nostra perversione, l’amore folle per questo pianeta impossibile che abitiamo. La gente muore quando la curiosità se ne va. (Graham Swift).  

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Dal connubio con il mondo è inevitabile ricordare che nell’ammore “c’è sempre molta illusione e molta curiosità  (Alphonse Karr, un po’ pessimista),  e che “ il desiderio di sapere se una donna è o non è tormentata dalla curiosità è peraltro una delle passioni più intense e insaziabili dell’animo maschile” (Ambrose Bierce). Altro che Bacco, tabacco e forme di  Venere ! Allo squillo di tromba delle umane passioni corrisponde però anche il più dimesso campanello d’allarme per cui l’ammore è finito  quando non si è più curiosi di sapere a chi o a che cosa sono rivolte le attenzioni del partner.

Poco male, l’inesauribile, stravagante e multiforme curiosità decollerà prontamente per regalare nuove meraviglie. 

La luna è come la libertà: sta in cielo e in fondo al pozzo.

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THAITHI (Polinesia)

un bambino di dieci anni

Stasera si è svolta la festa della luna ma la luna non c’era e allora i pescatori non hanno cantato la canzone della primavera e così siamo ritornati tutti tristi alle nostre case e qualcuno ha pianto perché la luna porta fortuna e noi non l’abbiamo vista spuntare nel mare. Io mi sono messo al collo una collana di conchiglie e ho invocato il Dio del mare e sono rimasto ad aspettare sotto la palma del mio giardino fino a notte tarda. Quando tutto era silenzio e la gente si era addormentata io ho visto spuntare una luna  e allora sono corso a svegliare la gente ma nessuno ci ha creduto e la luna è tramontata. 

(da “Lettere dal domani” di Romano Battaglia )