Fuga trasversale

Scomparsa in casa

frugano nei cassetti

dentro il frigo

sotto il letto

di lei nessuna traccia

un indizio

una lettera

niente

eppure non era mai uscita

da se stessa

non sapeva nemmeno guidare

così bisognosa dei suoi affetti

la voglia di abbattere quei muri

non l’aveva mai sfiorata

un mistero che ha gettato nello sconforto

la famiglia

il marito ha denunciato la scomparsa

agli organi competenti

pensa sia scappata nuda per strada

da almeno tre giorni sotto la pioggia

se poi la ritrovassero

nello sgabuzzino delle scope

o appesa sul balcone insieme al bucato

basterebbe asciugarle le lacrime

e stirarla.

Tutto tornerebbe come prima.

 

Mauro Macario

mauro macario

Scrivo qui una mia riflessione, alla fine di questi bei versi, semplici ma  sferzanti e tristementi ironici alla fine.

8 marzo 2021: c’è poco da festeggiare. Da inizio anno sono state uccise in Italia 13 donne per mano di mariti, compagni, fidanzati, ex. Uccide anche l’indifferenza di chi sa, di chi tace, di chi addirittura discolpa colui che fa violenza,minacce, stalking. Mi rivolgo alla tribù degli incivili, uomini e ancor di più donne che non solo subiscono, ma educano i loro figli a subire e perpetrare violenza: siamo nel 2021 e l’ignoranza del vivere civile, camuffata da tradizioni e pseudovalori della famiglia patriarcale, non è più ammessa. Vi rendete complici e come complici sarete giudicati.Ricordate che per ogni donna che ha paura  ci sono centinaia di donne che non ne hanno e sanno come agire. Oggi non scrivo a caso e in generale. 

L’8 marzo è la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne e ho la certezza  che tanti  uomini e donne li riconoscono e si adoprano per farli valere, sempre e ovunque.

Buon 8 Marzo!

I roccocò

 

roccocò

Un dolce campano del periodo natalizio è il roccocò, un biscotto duro a forma di ciambella, preparato anticamente dalle monache del convento napoletano della Maddalena. Come altri dolci della tradizione napoletana il roccocò non ha lievito, a differenza delle brioches e  dei babà importati, e si rifa ai biscotti speziati del Medioevo. La sua durezza fa pensare al termine francese Rocaille e potrebbe avere preso il nome all’inizio del Settecento quando si diffuse l’omonimo stile roccocò.

 

Ingredienti.

1 kg farina

700 g zucchero

500 g mandorle tostate

1 uovo

120g di cedro candito a pezzetti

40 g di pisto ( misto di spezie: chiodi di garofano, noce moscata e cannella)

Buccia grattugiata di un limone verde e di un’arancia  

1 cucchiaino da caffè di ammoniaca in polvere

1 bicchiere d’acqua

 

Disporre a fontana la farina con lo zucchero, le mandorle (metà tritate e metà intere), il cedro,  le spezie, le bucce di agrumi grattugiate e l’ammoniaca. Aggiungere al centro un po’ d’acqua, mescolare  e lavorare, aggiungere acqua  fino ad ottenere un impasto abbastanza duro. Lavorare una pallina di pasta fino ad ottenere una strisciolina lunga 10 cm e larga 2 cm., unire le estremità per formare una ciambella. Disporre carta da forno su una placca, adagiarvi i roccocò spennellati con l’uovo sbattuto. Riscaldare il forno e cuocere per circa 25 minuti a 180°C.

 

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La neve era sospesa tra la notte e le strade come il destino tra la mano e il fiore.

La neve ricopre le cime e le valli, le strade e fluttua sui mari della vita. La lama affilata del gelo trancia piedi che hanno macinato deserti, prigionie e stenti, paralizza il cuore e le speranze di tanti che s’ infrangono alle frontiere dell’indifferenza di popoli che hanno distrutto la civiltà del restare umani. L’anno vecchio ha portato una pandemia, inimmaginabile, incontenibile, imprevedibile ma la vera pandemia è l’indifferenza.

Quest’anno abbiamo sepolto troppi morti, vite che si sono spente nelle RSA, nelle case, negli ospedali, che hanno reso attoniti il mondo intero mentre sfilavano sigillate nelle bare sui camion. Quanta impotenza, umiltà, solitudine nei passi stanchi di papa Francesco sotto la pioggia, una pioggia che dovrebbe lavare colpe e sofferenze con le quali ancora facciamo i conti.

andrà tutto beneAlla voglia di uscirne cantata dai balconi e per le strade d’Italia e del mondo, esplosa  negli arcobaleni  dipinti dai bambini, sono passata a una sorta di rassegnazione, all’ incapacità di proiettarmi nel futuro e all’arte di sopravvivere al presente apprezzando quella spensieratezza e libertà che quasi mi annoiavano e ora rimpiango. La resilienza è necessaria, la razionalità mi dà la forza per sostenere; mi travolge un fiume di male parole pensate e dette contro chi vaneggia e allunga i tempi di queste limitazioni, ai quali non si riesce nemmeno più a replicare ma solo a maledire perché sono un’insopportabile bestemmia contro chi non ce l’ha fatta, e chi si prodiga ancor oggi per salvare vite. La pandemia ha fatto galleggiare il meglio dei comuni mortali, che ne sanno più dei ricercatori, dei medici, più dei profughi in cerca di accoglienza, per loro è facile rimanere avvolti nel loro narcisistico individualismo con la lungimiranza del paraocchi che non va oltre il buco in cui vivono, succubi di complotti, ignoranza e meschinità.

migranti sotto il ponteChe il nuovo anno ci dia la forza di resistere, di restare umani, di sopravvivere, di continuare a dare forza e speranza, di dimenticare i rimpianti e ciò che è nostro per tendere una mano a chi ha bisogno, a chi ci vive vicino e a chi viene da lontano. Un paese civile non separa i bambini dai genitori e tanto meno li ingabbia, un paese civile non lascia dormire donne e bambini sotto la passerella Squarciafichi di Ventimiglia e forse non è un caso che la furia dell’acqua l’abbia travolta, per ammonirci che l’indifferenza contro gli inermi e i più indifesi è una maledizione che prima o poi ci ricade addosso.

 

passerella squarciafichiLa pandemia dovrebbe indurre a riflettere sulla fragilità della vita di tutti, non solo le nostre o quelle dei nostri cari, non ci sono vite che valgono più di altre. La disperazione è insopportabile per chiunque, per cui dovremmo unirci nella solidarietà e tanti uomini e donne di buona volontà e di ogni età ne hanno dato silenziosi e costruttivi esempi. Siate benedetti ora e sempre!

Dobbiamo riappropriarci del senso civico e alzare la voce e adoprarci fattivamente con fermezza ogni qualvolta sia violato e irriso non per essere giustizieri, no, ma perché quando si tocca il fondo non resta altro che risalire, con determinazione e tenacia, con uno slancio faticoso che però innalza e ossigena, può salvare tutti ed eleva. “La neve era sospesa tra la notte e le strade come il destino tra la mano e il fiore” ( cit. Cristina Campo) mi riecheggia dentro.

augurio nuovo anno

 

2021 sono pronta, ti aspetto con rassegnato timore, ma non mi arrendo.

Buon anno!

L’arte di dare i numeri

Sacro e profano, fede e superstizione confluiscono in molti rituali napoletani, compreso quello del gioco del lotto, cui il popolo napoletano è dedito da secoli e per il quale “ si corrompe e muore” (cit.). Non si tratta però di giocare numeri a caso, ma i “numeri buoni”, quelli ricavati attraverso una vera e propria arte d’interpretazione numerologica con la Smorfia, cioè il libro dei sogni: un sogno, un fatto insolito, un evento straordinario, una persona stravagante offrono l’occasione di cercare i numeri da giocare al lotto. Ogni immagine, tratto saliente del fatto onirico o reale va associato a un numero, fino a un massimo di cinque numeri da giocare al lotto, di solito sulla ruota di Napoli a meno che non ci siano indizi o tracce riconducibili a un’altra città o regione.

In origine i napoletani ricorrevano a un “assistito”, un intermediario tra i santi e i comuni mortali, un indovino che parlava con i morti affinchè comparissero in sogno e dessero numeri vincenti e  un po’ di  buona sorte. Questa specie di veggente però “dava i numeri” rispondendo  con frasi sibilline  o strane   azioni che dovevano poi essere interpretati con la smorfia e ricondotti ai numeri da giocare. Una volta ottenuti, il richiedente e il suo clan di tifosi, perlopiù familiari, iniziavano i rituali sacri e profani cimentandosi in tutti gli scongiuri e  le invocazioni possibili e immaginabili  alla Madonna, ai santi, alle anime pezzentelle, al munaciello, a tutte le entità adorabili  che potevano intercedere affinchè uscissero quei numeri.

“Oggi è luna e dimane è marte

’a ciorta mia mo’ se parte

vene pe’ mare

 e vene pe’ terra

 vieneme  ‘nzuonne ciorta mia bella

 vieneme ‘nzuonne  e nun m’ appaurà

tre  belli nummere famme sunnà”

(oggi c’è Luna, domani c’è Marte/ la mia fortuna ora parte/ viene per mare, viene per terra/vienimi in sogno mia bella sorte, vienimi in sogno e non mi spaventare/ tre bei numeri fammi sognare).

a mano

In passato l’estrazione era affidata a un orfanello dell’Albergo dei Poveri (orfanatrofio  detto anche il Serraglio), che per l’occasione  indossava la veste dell’innocenza sulla grigia uniforme, cioè una tunichetta e un berretto di lana bianca, ed estraeva i numeri dinanzi al consigliere di prefettura, al direttore del Lotto di Napoli e a un rappresentante del municipio, superbi con i loro mustacchi e cappelli a cilindro. Anima innocente esposta dinanzi al popolo, spaesata e ammutolita, veniva investita di benedizioni, preghiere e  invocazioni: “Bel figliolo, bel figliolo! Che tu sia benedetto! Mi raccomando a te e a san Giuseppe! ’A Maronna ti benedica e’ mmani! Benedetto, benedetto! Sant e viecch! Sant e viecch! ( “santo e vecchio” è un augurio di lunga vita)” .

Al bambinetto del Serraglio la gente innalzava i figlioletti, con voci appassionate e straziate “Famm ‘a grazia, famm’a grazia! Core’e mamma!” Il piccolo prescelto estraeva un numero e tanta era l’attesa fin quando non veniva pronunciato dall’usciere. E via…  “ a ogni numero il popolo applicava la sua spiegazione ricavata dalla Smorfia , o da quella leggenda popolare che si propaga senza libri, senza figurine. Ed erano scoppi di risa, grassi scherzi, erano interiezioni di paura  o di speranza: il tutto accompagnato da un clamore sordo, come se fosse il coro in minore di quella tempesta…”

“Due..la bambina!….la lettera!  Famm arrivà sta lettera, Signore!……Cinque!…..La mano! ….in faccia a chi mi vo’ male!…Otto…otto!…..A’ MARONNNA! A’ MARONNNA! A’ MARONNNA!”

“I cabalisti, quelli non parlavano, non guardavano nemmeno i giri dell’urna: per essi non esisteva il bimbo innocente, né il senso dei numeri, né il giro lento o vivace della grande urna metallica: per essi esisteva solo la Cabala, la Cabala  oscura e pur limpidissima, la gran fatalità, dominante, imperante, che sa tutto, che può tutto e tutto fa, senza che niun potere, umano o divino, vi si possa opporre. Essi solo tacevano, pensosi, concentrati, anzi disdegnosi di quella forte gazzarra popolare, assorti in un mondo spirituale, mistico, aspettando con una profonda sicurezza….”.In una crescente e contagiosa sovreccitazione, le donne stringevano i figli così forte da farli impallidire e piangere. Osannato, implorato, benedetto dal popolo che smaniava tra invocazioni e rituali superstiziosi in attesa dei numeri, alla fine delle estrazioni sfortunate il bimbo bendato veniva deplorato, era investito da urla d’ indignazione, da bestemmie, lamenti, esclamazioni colleriche e dolorose. Tutti avevano sperato in un magico terno, “un terno secco, speranza e amore del popolo napoletano, speranza e desiderio di tutti i giocatori, da quelli accaniti a quelli che giuocano una sola volta, per caso: il terno, parola fondamentale di tutti quei desideri, di tutti quei bisogni, di tutte quelle necessità, di tutte quelle miserie.”

Maledetti la mala sorte, il Lotto, il governo, il serragliuolo dalla mano disgraziata, non restava che fissare il tabellone con i numeri estratti, andare via adirati, delusi, scontenti, disperati, senza nemmeno la forza di pensare e parlare, estintasi in quel delirio collettivo. “Rimanevano i cabalisti per discutere fra loro, come tanti filosofi, come tanti loici, sempre concentrati nell’alta matematica del lotto, dove vivono le figure, le cadenze, le triple, la ragione algebrica del quadrato maltese e le immortali elucubrazioni di Rutilio Benincasa.” ( da Il paese di Cuccagna” di Matilde Serao). E immagino quell’orfanello, stordito e violato nella sua innocenza da tanta urlata disperazione, da aspettative e speranze  deluse, dall’incontenibile follia  popolare.

 

tombolaQuando nel 1734 una legge vietò il gioco d’azzardo durante le feste natalizie, i napoletani s’ingegnarono e  pensarono bene di inventare la tombola, una sorta di gioco del lotto da giocare  in casa e in famiglia. Ai novanta numeri, che vengono prima mescolati con maestria, poi estratti dal panariello e posizionati su un tabellone, viene associato un significato, declamato con mimica teatrale dal “banditore”. Ogni giocatore compra le cartelle e il ricavato viene distribuito in cinque premi. Ogni cartella ha 15 numeri distribuiti per cinque  su tre righe e bisogna coprire quelli estratti facendo ambo ( coppia di numeri sulla stessa riga), terno, quaterna e cinquina, alla fine tombola se si riesce a coprire tutti i numeri della cartella. A volte si prevede un tombolino se non anche un tombolicchio, un piccolo premio di consolazione per chi fa la seconda-terza tombola.

femminielloFamosissima è anche la tombolata dei femminièlle nei quartieri spagnoli di Napoli, espressione di autentica e spontanea teatralità popolare, cui partecipano solo donne e femminielli, mentre gli uomini possono assistervi in disparte e in silenzio . O’ femminièllo, o femminèlla, è una figura riconosciuta e rispettata nella tradizione popolare, cui si demandano  rituali folkloristici e una sorta di posizione privilegiata nel tessuto sociale  in quanto ritenuto beneaugurante, portafortuna vivente, tant’è che gli si mettono subito in braccio i nuovi nati. Il femminiello estrae i numeri della tombola e ne pronuncia solo il significato e via via li concatena tra loro con abilità affabulatoria creando, recitando e mimando una storia improvvisata e ricca di pungenti allusioni, volgari doppisensi, acuta  ironia in un’escalation di  salaci e travolgenti battute.   

Ancor oggi nelle tombolate ( purtroppo a distanza) le figure tratte dalla Smorfia napoletana rivivono in interpretazioni originali, in un divertente girotondo di  personaggi, leggende, usanze, detti popolari e allegorie sessuali.

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Lu munaciello

Racchiudere il 2008 in una frase…

Da tempo non scrivo su questo blog e mi scuso con i lettori, ma la vita si snoda tra mille impegni, imprevisti ed emergenze. Da tempo mi ripropongo di riprendere a scrivere e spero di riuscirci anche perché c’è sempre un senso di disorientamento di fronte alla pagina bianca, quando si è perso un po’ l’esercizio della scrittura e l’abitudine di ritagliare tempo per questo angolo.

Ieri, girovagando tra vecchi post, ho trovato questo: “Racchiudere il 2008 in una frase…”. Era un’iniziativa che rimbalzava nella blogosfera e che Rick, alias Mister Pocacola, mi aveva rilanciato.Ve lo ripropongo a distanza di 12 anni.

“Trovo difficile riassumere in una frase un anno intero, anche perché la sintesi non è il mio forte.Le novità più rilevanti riguardano i primi traguardi dei miei figli e la nascita di questo blog in cui ho l’occasione di appollaiarmi un po’.Che dire se non che il 2008 è stato un anno simile ai precedenti  nei ritmi e negli impegni di vita quotidiana che formano il diritto di un ricamo, ove ogni punto si lega ad un altro. Ma è stato anche un anno diverso perché sto scoprendo o rivedendo i fili intrecciati, fermati, spezzati e annodati, tesi e allentati che formano il rovescio. Quei fili non sempre visibili, ma necessari per rendere possibile il ricamo che, pian piano si delinea tra tracce obbligate, talvolta imprevedibilmente creative ed espressive.

Diritto e rovescio sono complementari in un intreccio di linee e di colori sfumati, a volte armonioso, a volte contrastante.

Il mio 2008 ha segnato l’inizio della conciliazione delle due dimensioni, quella fattiva e quella intimistica, di quella che appare e quella che anima, del diritto e del rovescio del mio modo di essere in un gioco di logica, riflessioni e sentimenti che mi appassionano.”

Da quel dì sono passati anni e sono successi tanti fatti, che in parte hanno cambiato prospettiva e le priorità della vita, nel frattempo ho coltivato nuovi interessi, ma soprattutto ho conosciuto persone e realtà diverse e ne ho perse altre, le cui tracce variopinte si sono intersecate e  a volte sono rimaste in questo angolo e nel web.

Il 2020 sta finendo, ha segnato un po’ la storia personale di tutti con l’emergenza del covid-19, col quale continuo a convivere tra timori e perplessità, innescando risorse interiori e un po’ di necessaria resilienza per proseguire con una parvenza di normalità.È tempo di riprendere quei fili intrecciati, cari lettori, e rilancio questo meme a me stessa, anche per ricordare Riccardo. Ciao, mentore!

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“Bello mondo”- Mariangela Gualtieri

Con i versi della poetessa Mariangela Gualtieri, semplici e profonde riflessioni sull’esistenza, sulla forza e sulla bellezza della natura, della vita, delle relazioni mi associo nel “ringraziare desidero” per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi e auguro a tutti voi lettori un sereno Natale.

               §§§§§

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione,
che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto
e l’uccello leggero che vola oltre, più in alto, più su.

Ringraziare desidero per l’amore,
che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede.

Ringraziare desidero
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in noi,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo
per il prisma di cristallo e il peso di ottone,
per le strisce della tigre,
per l’odore medicinale degli eucaliptus,
e la speranza, la fiducia, la lavanda.

Ringraziare desidero
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un inizio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare senza uno stupore antico
e per il mare che è il più dolce fra tutti gli dei.

Ringraziare desidero perché
sono tornate le lucciole,
le nuvole disegnano,
le albe spargono brillanti nei prati,
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati.

Io ringraziare desidero per la bellezza delle parole, natura astratta di dio
per la lettura e la scrittura, che ci fanno sfiorare noi stessi e gli altri
per la quiete della casa,
per i bambini che sono nostre divinità domestiche
per l’anima, perché consola il mio girovagare errante,
per il respiro che è un bene immenso,
per il fatto di avere una sorella.

Io ringraziare desidero
per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi
per le facce del mondo che sono varie
per quando la notte si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati,
fragili e confusi,
cercatori indecisi.

Ringrazio dunque
per i nostri maestri immensi
per tutti i baci d’amore,
e per l’amore che ci rende impavidi.
Per i nostri morti
che fanno della morte un luogo abitato,
e per i nostri vivi, che rendono la vita uno specchio fatato.
Per i figli,
col futuro negli occhi,
perché su questa terra esiste la musica,
per la mano destra e la mano sinistra, e il loro intimo accordo
per i gatti per i cani esseri fraterni carichi di mistero,
per il silenzio che è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Ringraziare desidero
per Whitman, Presti e Francesco d’Assisi,
che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.

Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la gran potenza d’antico amor
per amor che muove il sole e l’altre stelle
e muove tutto, in noi.

Mariangela Gualtieri (da “ Le giovani parole”- Einaudi, 2015)

Voglio parlare di una bambina…

Voglio parlare di una bambina, bionda con i capelli sciolti e spettinati, gli occhi ambra, la gonna corta, le ginocchia nodose e le braccia sottili. Una donna, centenaria di baci e clienti, recita la solita solfa e con un sorriso accattivante  e sdentato, invita il passante ad assaggiare quel frutto acerbo che con ritrosia abbassa lo sguardo e cerca di retrocedere.Le tira su il mento, per mettere in mostra la sua bocca carnosa che si annida in un broncio infantile. La bambina dagli occhi selvatici guarda quasi con aria di sfida, ignara di accrescere così il suo potere d’acquisto. L’uomo che le compare davanti, le va incontro in silenzio con il passo lento ma fermo di due generazioni fa, di chi non si pone più tante domande, né si fa scrupoli pur di concedersi una scarica di adrenalina, forse l’ultima, che lo nutra di un altro vigore, forse l’ultimo, tra le carni giovani, mentre le sue irrancidiscono di egoismo, rancore e ineluttabile destino.La nonna ruffiana gli fa strada su un selciato polveroso verso una casa, ancora segnata dal terremoto, e tira per mano la bambina. Voglio parlare di una bambina che non sorride, che sconta la colpa di essere graziosa da quando ha dieci anni perché “doveva imparare presto” a soddisfare le voglie di un uomo qualunque e ad arricchire il protettore di turno.

 Voglio parlare di una bambina che ogni giorno percorre sei chilometri per andare a scuola, canta e saltella come una gazzella per i campi e si sente libera nel cielo turchino che l’accompagna. Sui libri le piace immaginare il suo futuro, pensare che andrà a studiare in città. Un giorno viene marchiata da colui che può quindi reclamarla come moglie. Non importa che sia il cognato, ormai vedovo e di vent’anni più vecchio di lei, e che l’abbia rapita, rinchiusa e violata in un casolare, lontana dai suoi sogni e dai suoi affetti. Tra le lacrime, le grida e i calci trova la rabbia e la forza di schizzare via da quell’uomo che confonde l’amore col possesso, dalle tradizioni, dalla volontà altrui, dal verdetto dei vecchi del villaggio, dall’omertà di tutti, dal silenzio di sua madre, dalla rassegnazione di suo padre. Voglio parlare di lei che ha cambiato un po’ la storia, ha creato un precedente in un continente dove le donne subiscono mutilazioni dei genitali e dei seni, fuggono da matrimoni combinati e preferiscono affrontare l’incognita di un viaggio senza meta sopportando la violenza di altri uomini,della calura del deserto e del mare.

Voglio parlare di una bambina che vive felice nel suo villaggio finché alcuni uomini, armati di sangue e odio, la rapiscono con la sorellina e la portano nella foresta insieme ad altri bambini. Con la nostalgia di casa nel cuore e la paura delle botte negli occhi cammina in silenzio per giorni aiutando la piccola, sfinita dalla fame e dalla stanchezza, fin quando un uomo le porge una pistola.Voglio parlare di una bambina soldato costretta a uccidere sua sorella, da allora in guerra con se stessa, che continua a combattere con quel ricordo, più che con quello degli altri morti ammazzati, degli stupri, delle gravidanze subite, di una libertà da pagare con l’emarginazione sociale.

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Voglio parlare di una bambina che hanno cercato di  sfregiare per cancellarne l’ identità di ragazza libera, curiosa di imparare,conoscere e scrutare orizzonti lontani; voglio parlare della riduzione in schiavitù di studentesse, della loro colpa di credere che l’istruzione possa emancipare e affrancare da ogni forma d’ignoranza, di pregiudizio, da ogni abuso e sopraffazione. Voglio parlare di donne di ogni età, vittime sacrificali di una precisa strategia militare. A nome loro hanno parlato una bambina e una ragazza che all’ONU hanno rivendicato la libertà e la dignità  delle tante vittime di uomini spietati e brutali. Il loro sguardo sofferente ma deciso ha urlato al mondo intero un’invocazione di giustizia più delle loro parole dirette, calme ed efficaci.

Voglio parlare di una bambina bella bella, gioia e orgoglio di mamma e papà, talmente bella da sembrare una bambola, truccata pettinata vestita come una Barbie in miniatura. Una piccola venere sotto i riflettori, idolo delle coetanee, incarnazione della vanità femminile, di una bellezza artefatta ma perfetta. Una bambola di bambina, capace di sedurre a sua insaputa: i suoi  occhi splendenti e il suo sorriso da star nel teleobiettivo gli sono rimasti impressi nel cervello anche quando l’ha stuprata e fatta a pezzi. Magari fosse scappata da quel gioco attraente di luci,tulle e paillettes. Voglio parlare delle bambine plagiate a essere una finta donna, a volte proprio da chi avrebbe dovuto proteggerle, vittime di un ruolo non scelto, di un’infanzia negata dalla miseria, dalla pubblicità o dalla perversione degli orchi.

Voglio parlare di una ragazza dal sorriso dolce e dagli occhi grandi, spalancati sul domani, sui sogni della giovinezza e sull’ amore sbagliato,che ride con lui, piange per lui, litiga con lui, a lui si ribella e da lui viene uccisa.Voglio ricordare le tante ragazze assassinate dalla stessa mano che poco tempo prima accarezzava e diceva di amare la loro voglia di vivere. Ora gravano sul cuore e sulla coscienza di tutti, perché sono un po’ le nostre figlie, indifese nell’ estremo tentativo di reagire, salvarsi, vivere.Come stille di pioggia scivolano lungo una foglia, evaporando, si sono dileguate troppo presto lasciando nel web quei sorrisi indelebili e preziosi.

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Scusatemi se parlo per le tante bambine che vivono nell’ ombra di una baracca o in un bordello per turisti, o se grido per tutte quelle bambine e donne che oggi come ieri  pagano l’essere femmine in un contesto dove nascere è una disgrazia, ma nascere femmina lo è ancora di più. Scusatemi se ho impresse negli occhi quelle bambine senza voce, invisibili per chi ha troppa fretta o indifferenza, schifate perché di diversa origine, provenienza, lingua e cultura anche da madri di altri figli, troppo ottuse e frustrate per uscire dal buco in cui si rintanano gongolanti di pregiudizi. Ascoltatemi se parlo di bambine che hanno per bambolotti i fratellini o i figlioletti da accudire, di quelle che vivono per strada, o delle spose bambine da comprare a vita in cambio di un pasto sicuro, da scartare poi per soddisfare un nuovo capriccio.

Non smettiamo di parlare delle donne che non sono mai state bambine e delle bambine che non possono più diventare donne, perché nessuna guerra, usanza, ignoranza, distanza può giustificare certi crimini.

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Fritto alla napoletana

fritto alla napoletana

Nei vecchi quartieri popolari della città, ma anche nei nuovi e nuovissimi, si aprono bianche, pulitissime e illuminatissime botteghe dette “Friggitorie” in cui, in certi padelloni gargantueschi frigge in permanenza una quantità colossale di olio. Dentro quest’olio bollentissimo mani pronte e abilissime gettano “panzarotti” (piccoli rotolini di patate lesse, schiacciate a crema, avvolti nel pan grattugiato e con una fogliolina di prezzemolo all’interno), “pastacrisciute” ( un pizzico di pasta di farina lievitata, ma non soda, ancora quasi liquida, che poi si gonfia d’aria e si dora in quel bagno di olio bollentissimo), i “tittoli” (triangolini di polenta gialla, impastata e raffreddata), le “vurracce”(ciuffetti di borragine, intinti nella pastella di farina, quella che serve alle pastecrisciute), le “palle ‘e riso” (piccoli globi di riso lesso, avvolti nel pane grattugiato). Questo nelle “ friggitorie”; e nelle case private di una volta, nelle dimore patrizie, il gran fritto alla napoletana si arricchiva ancora di “calzoncini” (piccole pizzette imbottite di uovo oppure di salame e di ricotta), di fegato di vitella, di cime di cavolfiori passati nell’uovo battuto, di cervella dorata, di dadini o palline di ricotta passata nella farina e nell’uovo, di mozzarella tagliata a fette e impanata, di zucchini e di melanzane a fettine passate nella pastella, di patatine affettate e anch’esse passate  nell’uovo. Un trionfo, una gioia dorata e croccante, odorosa calda, fatta più d’aria che d’altro…

(“Breviario della cucina napoletana”, Mario Stefanile)

La Venere degli stracci a Ventimiglia

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Venere degli stracci a Ventimiglia

Nel cortile della chiesa delle Gianchette di Ventimiglia è arrivato l’esemplare extralarge della Venere degli stracci, opera del grande artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto, simbolo dell’Arte povera e icona della cultura del consumismo contemporaneo. È stata già accolta in contesti di frontiera e in luoghi di emergenza sociale come l’isola di Lampedusa e il MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma e partirà poi a giugno per Bolzano. Già nell’aprile 2017 su un’aiuola al confine italofrancese di ponte San Ludovico Pistoletto collocò  il  Terzo Paradiso, una sequenza di massi a forma di otto rovesciato, dove  l’anno scorso ricordammo coloro che persero la vita nel tentativo di varcare quel confine.

“Gli stracci non sono solo stoffe, ma quel che resta degli abiti. Dentro ogni straccio è passato almeno una persona. Quindi c’è l’umanità, tutto quello che l’umanità ha vissuto e che rimane come residuo. E la Venere, con  la sua bellezza rivolta verso quegli scarti, rigenera la fine.”

dati accoglienza

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Una rigenerazione che a Ventimiglia si fa attiva e partecipativa nel donare nuove appartenenze a chi, in viaggio verso l’ignoto, è troppo spesso reso invisibile dalla perdita della propria identità. Da quest’opera d’arte contemporanea parte un messaggio importante di sensibilizzazione per l’attuale e drammatica situazione delle migrazioni in Europa e nel Mediterraneo. Arte che si fonde con la vita per promuovere responsabilità sociale, dialogo, relazione, un ponte culturale e umanitario  in una città che ha trovato in Don Rito  una figura di grande spessore per l’impegno nell’accoglienza, nel rispetto e nella cura dei migranti. Grazie a lui persone della società civile, di ogni nazionalità, età ed estrazione socioculturale, si sono attivate come potevano mettendo in pratica quei valori che sono alla base di ogni democrazia.

testimonianza volontari delle Gianchette

È bello vedere come  a Ventimiglia, che ha una realtà complessa, confluiscano  volontari da ogni parte d’Italia e d’Europa. Sì, d’Europa. Voglio ricordare i ragazzi britannici  che hanno operato per i piccoli ospiti delle Gianchette, regalandoci poi  tutto il materiale rimasto, o i volontari di un’associazione tedesca che si sono adoprati perché le donne nascoste nel fiume potessero lavarsi, e tutti quei ragazzi e volontari francesi che ogni sera distribuiscono pasti e vestiti ai migranti di passaggio. Ricordo anche  una giovane insegnante universitaria venuta appositamente dall’America per capire cosa stesse succedendo a Ventimiglia e  in Italia con il fenomeno della migrazione. Aveva pianificato le sue ferie per parlare con rappresentanti istituzionali e volontari che operano per e con i migranti in varie parti d’Italia e raccogliere interviste e foto che le servivano per una pubblicazione.

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Ventimiglia nel suo piccolo di fatto  rappresenta la cultura in trasformazione, cosa che non può dirsi per altre città liguri, ma non dimentichiamo che  in fondo arte e cultura sono motori di  sviluppo territoriale.

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Oltre alla Venere nel cortile della chiesa delle Gianchette  ci sono altri stracci intrecciati in una rete da cantiere, anch’essa di scarto che diventa risorsa. L’intreccio consente la visione di un grande planisfero, un  mondo a colori per tessere relazioni e veicolare metafore, raccontare un nuovo tessuto sociale in una complementarietà di pieni e vuoti, collegati da un filo alla vela che consente di navigare alla Venere degli stracci. Al centro la riproduzione in carta d’alluminio del Terzo Paradiso, realizzata dai bambini delle scuole: due cerchi piccoli possono unirsi e trasformarsi in uno più grande, perché l’unione è sempre una risorsa e una forza.

Tempo fa scrissi, ricordando un giovane migrante:“Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.”

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20180519_144256Oggi riconosco che quest’esperienza è stata straordinaria; chiunque di noi riconosce che ci ha cambiati e arricchiti. Penso alla stazione di piazza Garibaldi della metropolitana di Napoli dove Pistoletto ha collocato le  immagini fisse di viaggiatori di ogni età su specchi  nei quali si riflettono quelli veri che salgono verso la città sulle scale mobili. Gente che va e viene in una quotidianità che si ripete, in un flusso vario e denso di energia e vissuti. Così ora alle Gianchette nella mostra di foto, video, diapositive, disegni, lettere, articoli di giornale, pietre colorate e nel librone di 13000 nomi di uomini donne e bambini di 50 diverse nazionalità c’è scritta un’importante pagina di storia, ci sono i passi, le testimonianze di un’umanità così umile da renderci partecipi delle loro vite e dei loro fiduciosi sorrisi. Questo è stato il piccolo grande miracolo di Ventimiglia, in un contesto socio culturale non facile, spesso indifferente, a volte chiuso e ostile, ma un miracolo che rigenera, dà speranza e commuove chi l’ha capito. Grazie a quanti lo hanno reso possibile, a tutte quelle 13000 persone in cammino, grazie per averci spronato a trovare nell’emergenza le risorse interiori per uscire da noi stessi, per incontrarvi, sostenervi come potevamo, e conoscervi  facendoci sperimentare che la diversità arricchisce davvero nel profondo e che ogni essere umano, con il suo vissuto e le sue speranze, merita rispetto in quanto tale.

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L’evento è stato promosso dalla Caritas diocesana di Ventimiglia-Sanremo, Ventimiglia CONfine Solidale , con la collaborazione di Cittadellarte- Fondazione Pistoletto, del Dipartimento Educazione Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea, dell’Associazione Pigna Mon Amour di Sanremo e di spazio5 di Bolzano.

La mostra è aperta dal 18 maggio fino al 20 giugno presso la chiesa delle Gianchette ( venerdì- sabato – domenica dalle 10.00 alle 20.00)

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