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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Come eravamo… a Carnevale

Da bambina mi travestivo sempre da pellerossa , armandomi di scudo e pugnale  rigorosamente finti, per rivendicare con i cugini e mia sorella l’appartenenza  alla Tribù dei Piedi Scalzi e la libertà, almeno a Carnevale, di urlare, correre a piedi nudi nel giardino e dipingermi il viso col rossetto e  tappi di sughero bruciati. Negli anni dell’adolescenza, in cui ero piuttosto disorientata sui miei naturali cambiamenti e sul mio futuro da grande, abbandonai l’usanza del travestimento, per non complicarmi ulteriormente la vita col dilemma di un’identità carnevalesca.  Ormai ventenne, apparentemente con le idee più chiare, iniziai ad accettare inviti a feste in maschera, pur non sapendo assolutamente come fare. Non  potendo  permettermi di noleggiare un costume, decisi di confezionarli  con ciò che trovavo negli armadi e con l’aiuto di una zia che sapeva cucire. La prima volta indossai  una giacchetta di raso rossa, ottenuta in prestito, pantaloni e top nero. Un cilindro o bombetta, il trucco e le pailettes  mi aiutarono a fare la mia sporca figura. L’anno successivo ero piuttosto agguerrita e quindi mi vestii da rivoluzionario francese, con tanto di mantello e tricorno nero, camicia extralarge bianca e  stivali fuori dai pantaloni. Il cerone bianco mi dava un’aria esageratamente pallida, se non funerea, ma anche  misteriosamente tenebrosa . La terza volta mi improvvisai  esploratrice in Africa: riciclai pantaloni estivi e sahariana beige, i soliti stivali e, dopo una supplica di giorni, riuscii ad indossare l’originale cappello da esploratore inglese appartenuto a nonsochi e scovato in uno dei tanti armadi della nonna. Ma non ci fu verso di completare il travestimento portando a spasso il fucile del nonno.

Sono poi balzata ai Carnevali dei miei figli. Trasformai la primogenita in una paffuta Paperina dal becco arancione e candide piumotte, e più tardi in una tenera Primavera finchè, ormai in grado di intendere e volere almeno un costume carnevalesco, lei ne scelse uno da zebra. Sì, proprio da zebra, e lo indossò per un bel po’di anni. Anche quando divenne troppo piccolo, ne reclamò un altro che dovetti far cucire di proposito. Sin da piccola preannunciava lo spirito di tifosa giuventina e un’autostima altalenante dalle stelle alle stalle, dal bianco al nero senza sfumature intermedie.

Il secondogenito, dopo una breve parentesi da Peter Pan, fedele sempre fu, taratan zambù, all’Uomo Ragno. In tutto. Non solo nelle collezioni di pupazzetti e figurine, ma soprattutto nell’abilità ad arrampicarsi dappertutto. Imparò presto, ancor prima di camminare, a scalare  tutto ciò che poteva pregiudicare la sua incolumità. Il suo esordio fu sul tavolo con le rotelle, poi prudentemente smontate per evitare che slittasse nella cristalliera di fronte, per dare l’arrembaggio al porta bon bon che regalmente vi trionfava. In seguito passò alle sbarre del lettino che scavalcava di notte in cerca dei ghinghin , cioè i tre ciucciotti che misteriosamente sfuggivano dalla barriera dei paracolpi. Ancor oggi ricorda la  conquista della vetta del pitosforo, nel giardino della scuola materna, sul quale rimase appollaiato un bel po’, fino a quando le maestre trovarono una scala e lo fecero atterrare tra i comuni bipedi umani.

Dopo una fase dark, semi reale, e un’altra horror, per fortuna solo carnevalesca, anche i figli hanno smesso di travestirsi. Guai se oso associare al Carnevale il loro estroso look serale. Meno male che ignorano il mio, che alla loro età, ne vantavo uno indescrivibile…tutti i giorni  ;) .

E voi, che cosa ricordate del Carnevale?

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A palazzo Oro Ror

Nel cuor della notte, ogni notte,
la veglia incomincia a palazzo Oro Ror.
In riva allo stagno s’innalza il palazzo,
soltanto lo stagno lo guarda perenne e lo specchia.

Già lenta l’orchestra incomincia la danza,
la notte è profonda.

Comincian le dame che giungon da lungi,
discendon silenti dai cocchi dorati.
Dei ricchi broccati ricopron le dame,
ricopron le vesti cosparse di gemme i ricchi broccati.

Finestra non s’apre a palazzo Oro Ror,
ma solo la porta, la sera, pel passo alle dame.
In fila infinita si seguono i cocchi dorati,
discendon le dame silenti ravvolte nei ricchi broccati.
Lo stagno ne specchia l’entrata,
e l’oro dei cocchi risplende nell’acqua estasiata.

L’orchestra soltanto si sente.
Si perde il vaghissimo suono
confuso fra muover di serici manti.
La veglia ora è piena.
Di fuori più nulla.
Silenzio.

Un cocchio lucente ancora lontano risplende,
s’appressa più ratto del vento
e rapida scende la dama tardante.
Se n’ode soltanto il leggero frusciare del serico manto.

Il cocchio ora lento nell’ombra si perde.

 

 

Aldo Palazzeschi

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Sugo alla genovese

 

La ricetta della carne alla genovese appartiene alla  tradizione culinaria  napoletana,  anche se il nome fa pensare a Genova.

Sulla denominazione  “genovese” esistono varie interpretazioni. Forse questo piatto fu  ideato da un cuoco di cognome Genovese, o più probabilmente deriva dall’usanza genovese di cucinare in pentole di terracotta un pezzo di carne che, separato dal condimento, veniva servito come secondo piatto, importata dai marinai della Superba  a Napoli nel  XVIII secolo. Sta di fatto che “la genovese” è citata da Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino  amante della cucina, nell’ opera  “Cucina teorico pratica” del 1837.

 

Questa ricetta unisce i sapori della  ricca carne e delle più povere, ma gustose, cipolle in un’unica  salsa, utilizzata per condire sia la carne che la pasta. Ne esistono  più varianti, come vuole la fantasiosa creatività gastronomica. Riporto quella di mia mamma, che tra gli ingredienti mette una punta di peperoncino piccante ma non  il vino che, a suo dire,  indurisce la carne.  Le dosi sono per 6 persone e si possono ridurre o aumentare a seconda del numero dei commensali.

 

 

 

Ingredienti:

 

2 kg circa di cipolle bionde

2 carote

una costa di sedano

1 kg circa di sottopaletta (taglio di spalla) o girello

olio di oliva ( 1 dl circa)

2 cucchiai di salsa di pomodoro

un pezzetto di peperoncino piccante

sale q.b.

500 g di pasta grossa e rigata ( penne rigate, tortiglioni, paccheri)

 

 

 

Preparazione.

 

 

Sbucciare e lavare le carote e  cipolle, cercando di non piangere troppo, e tritarle col sedano. Ammiro i  cuochi provetti che si cimentano con la mezzaluna ma, per facile lacrimazione ed incapacità, io ricorro ad un ipercollaudato, superveloce e più sicuro robot da cucina.

In una pentola dal fondo largo, versare l’olio di oliva per rosolare la carne a fuoco basso. Calare le verdure, aggiungendo due cucchiai di salsa di pomodoro, che dà colore, un po’ di sale e una punta di peperoncino piccante. Lasciare cuocere lentamente, aggiungendo due bicchieri di acqua per evitare che il sugo si attacchi sul fondo della pentola. Mescolare di tanto in tanto in modo che la carne  trasferisca il suo umore, il suo “sentimento” alla salsa, che deve risultare color ambra, né troppo liquida, né troppo densa ma  “azzeccosa” quanto basta per legarsi con la pasta grossa e rigata. Quando la carne è ben cotta, estrarla e lasciarla raffreddare. Volendo, frullare il sugo col mix per renderlo più cremoso. Tagliare la carne a fette sottili e rimetterla nel sugo per insaporirla. Cuocere la pasta, preferibilmente penne rigate, rigatoni, paccheri  da condire con “la genovese” e da servire con un po’ di parmigiano grattugiato. Come secondo piatto, la carne col sughetto alla genovese si accompagna bene con le patatine fritte.

 

 

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I giorni della merla

Una delle tante varianti della leggenda sui “tre giorni della merla” narra che il freddo Gennaio fosse solito fare  dispetti ad una merla dalle bianche piume. Ogni volta che usciva dal nido in cerca di cibo, la investiva con gelide folate. Un anno la merla decise di sottrarsi ai suoi tiri rintanandosi per tutto il mese di gennaio, che allora aveva 28 giorni. L’ultimo giorno del mese uscì dal nascondiglio e si pavoneggiò davanti al burbero Gennaio . Questi, indispettito dall’affronto subito, chiese in prestito tre giorni al più mite febbraio e scagliò ovunque neve, vento e pioggia. La candida merlotta  volò via, si rifugiò in un camino e vi rimase durante i  tre giorni di gelo. Quando spuntò il sole, uscì all’aperto ma le sue piume erano diventate indelebilmente nere a causa della fuliggine.

Da allora i merli sono neri e il 29, il 30 e il 31 gennaio sono chiamati i giorni della merla. Si dice che la primavera sarà bella se i  giorni della merla sono freddi, altrimenti arriverà in ritardo.


Credete a queste previsioni?

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Giornata della memoria

Ka – Be è abbreviazione di Krankenbau, l’infermeria.   Sono otto baracche, simili in tutto alle altre del campo, ma separate da un reticolato. Contengono permanentemente un decimo della popolazione   del campo, ma pochi vi soggiornano più di due settimane e nessuno più di due mesi:entro questi termini siamo tenuti a morire o a guarire. Chi ha tendenza alla guarigione, in Ka- Be viene curato; chi ha tendenza ad aggravarsi, dal Ka- Be viene mandato alle camere a gas….


…Ma la vita del Ka- Be non è questa. Non sono gli attimi cruciali delle selezioni, non sono gli episodi grotteschi dei controlli della diarrea e dei pidocchi, non sono neppure le malattie.

Il Ka- Be è il Lager a meno del disagio fisico. Perciò , chi ancora ha seme di coscienza, vi riprende coscienza; perciò, nelle lunghissime giornate vuote, vi si parla di altro che di fame e di lavoro, e ci accade di considerare che cosa ci hanno fatto diventare, quanto ci è stato tolto, che cosa è questa vita. In questo Ka- Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi,invece di ammonirci “ricordati che devi morire”, meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.

Quando si lavora, si soffre e non si ha tempo di pensare: le nostre case sono meno di un ricordo. Ma qui il tempo è per noi:da cuccetta a cuccetta, nonostante il divieto, ci scambiamo visite, e parliamo e parliamo. La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di una altro dolore.”Heimweh” si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire “dolore della casa”.

Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo di fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che  nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida.

Ma dove andiamo non sappiamo. Potremo forse sopravvivere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo? Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz,è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo.

(da “Se questo è un uomo” di Primo Levi)

Giornata della Memoria : 27 gennaio 2010


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Sull’apprendistato a 15 anni

L’emendamento al disegno di legge sul lavoro, presentato dal deputato Pdl Giuliano Cazzola e sostenuto dal Ministro del Lavoro Sacconi, consente di assolvere l’ultimo anno di obbligo scolastico anche in percorsi di apprendistato, quindi prevede la possibilità di  abbassare dai 16 ai 15 anni sia il limite per l’obbligo scolastico che l’età minima per lavorare grazie a un contratto di apprendistato. In tal modo si fronteggerebbero il problema della dispersione e dell’ abbandono scolastico e, secondo Sacconi, “ è meglio che i ragazzi vadano a lavorare in azienda invece di fare niente, lavorare in nero o svolgere attività criminali… Non si tratta per nulla di anticipare l’età del lavoro, ma di consentire il recupero di un giovanissimo demotivato a seguire gli altri percorsi educativi attraverso una più efficace modalità di apprendimento in un contesto lavorativo.”. Opinione condivisa dal Ministro dell’Istruzione Gelmini .

Immediate le reazioni contro questo emendamento, che annulla l’innalzamento dell’obbligo di frequenza scolastica fino a 16 anni varato dal governo Prodi (legge del 27 Dicembre 2006, n. 296, art. 1 commi 622, 624, 632), perché approvato in fretta senza consultare le parti sociali (Giorgio Santini segretario confederale Cisl). I  sindacati della scuola Cgil-Cisl-Uil e le Acli evidenziano che dai dati Isfol (Istituto per lo Sviluppo della formazione dei lavoratori) risulta che solo il 17%dei ragazzi apprendisti svolgono attività di formazione oltre che lavorare, gli altri lavorano e basta. I contratti di apprendistato consentono sì di entrare nel mercato del lavoro, ma più della metà dei ragazzi trova occupazione al Nord, con inquadramenti a livelli retributivi più bassi rispetto al lavoro svolto e forti sgravi contributivi a vantaggio dei datori di lavoro.

Il deputato Cazzola dichiara che il biennio di formazione successivo alle medie è un parcheggio, l’ apprendistato è un anno di formazione professionale e nel pacchetto lavoro in discussione alla Camera è prevista la possibile revisione del contratto di apprendistato. (da La Stampa del 21 gennaio 2010)

La questione è controversa.

Mi chiedo che senso abbia un solo anno di scuole superiori per poi accedere all’apprendistato, quando è più che risaputo che il primo anno delle superiori è un anno di rodaggio  in cui il ragazzo si cimenta in un nuovo percorso di formazione. Forse avrebbe più senso riformare le scuole medie ( durata di 4 anni) e rinviare di un anno la scelta- si spera più meditata-  del successivo grado di istruzione.


L’abbandono scolastico , cioè l’interruzione degli studi, senza un ritiro formalizzato e senza il conseguimento di titoli, generalmente riguarda fasce sociali economicamente e culturalmente più povere oppure ragazzi con difficoltà familiari, cattivi rapporti all’interno del sistema scolastico o desiderosi di rendersi economicamente autonomi.

L’abbandono  è un indicatore della dispersione scolastica, concetto più ampio, che sottende un rapporto problematico con la scuola che si manifesta anche con  l’evasione scolastica, i ritiri, le bocciature, le irregolarità nella frequenza , il basso rendimento.

Ho l’impressione che si giochi al ribasso di fronte al problema della dispersione scolastica, invece che investire maggiormente nelle scuole per prevenirla, istituire borse di studio  e misure a sostegno di famiglie, perché si disperdono anche ragazzi che devono contribuire alle spese in famiglie in difficoltà  . Di fatto  la formazione extrascolastica in Italia è inconsistente. Se le imprese  avranno a disposizione manovalanza a basso costo e i ragazzi matureranno un’esperienza lavorativa, che è lavoro più che formazione, non si investe a lungo termine. Ci saranno operai specializzati meno flessibili a riconversioni in caso di licenziamento.


Forse occorrerebbe investire di più sulla formazione professionale, anche su suggerimento delle aziende e con un maggiore coinvolgimento degli imprenditori. La proposta di Sacconi  non prevede assorbimento di ragazzi professionalmente già formati, ma appare come un palliativo che più che puntare sull’innovazione  asseconda il problema della dispersione scolastica in un’ottica di rinuncia.

La riforma scolastica Berlinguer (legge 10 dicembre 1997, n 425), poi abrogata dalla riforma Moratti del 2003,  prospettava la scuola- lavoro con obbligo alla formazione professionale fino ai 18 anni.L’Ue e tutti i più recenti studi sul capitale umano chiedono di investire per migliorare la qualità dell’istruzione e della formazione .

Se il lavoro nobilita, un  po’ di formazione in più, e soprattutto  più mirata, consentirebbe di nobilitarsi meglio oltre che acquisire maggiore capacità critica e autonomia di giudizio.

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Salviamo la geografia

Dal prossimo settembre  il riordino dell’istruzione tecnica e professionale del Ministro  Gelmini investirà anche la scuola secondaria con i tanti buoni propositi di semplificare e sfoltire la pluralità di indirizzi dei licei e degli istituti tecnici  e professionali esistenti ma, a mio avviso, creerà una gran confusione e tagli  di cattedre a discapito dell’auspicata qualità dell’insegnamento.

Considero un particolare aspetto della riforma a riguardo degli istituti tecnici.

“Con il nuovo Regolamento, invece, si è puntato a limitare la frammentazione degli indirizzi, rafforzando il riferimento ad ampie aree scientifiche e tecniche di rilevanza nazionale.

Nuovi istituti tecnici: 2 settori e 11 indirizzi
I nuovi istituti tecnici si divideranno in 2 settori: economico e tecnologico ed avranno un orario settimanale corrispondente a 32 ore di lezione. Saranno ore effettive contro le attuali 36 virtuali (della durata media di 50 minuti).

Nel settore economico sono stati inseriti 2 indirizzi:

  1. amministrativo, finanza e marketing;

  2. turismo.

Nel settore tecnologico sono stati definiti 9 indirizzi:

  1. meccanica, meccatronica ed energia;

  2. trasporti e logistica;

  3. elettronica ed elettrotecnica;

  4. informatica e telecomunicazioni;

  5. grafica e comunicazione;

  6. chimica, materiali e biotecnologie;

  7. sistema moda;

  8. agraria e agroindustria;

  9. costruzioni, ambiente e territorio.

Tutti gli attuali corsi di ordinamento e le relative sperimentazioni degli istituti tecnici confluiranno gradualmente nel nuovo ordinamento.

Si annunciano più ore di inglese e la possibilità di introdurre l’insegnamento anche di un’altra lingua straniera, si prevede l’insegnamento di scienze integrate, al quale concorrono, nella loro autonomia, le discipline di “Scienze della terra e biologia”, di “Fisica” e di “Chimica”, con l’obiettivo di potenziare la cultura scientifica secondo una visione sistemica” ( comunicato di maggio 2009)

Scendo nel dettaglio delle ore, perché se si prevedono più ore di lingua straniera e  di laboratorio e il monte ore settimanali scenderà a 32 ore di lezione contro le 36 attuali ( definite virtuali in quanto  le ore sono perlopiù di 50 minuti), per forza qualche materia verrà esclusa o accorpata.

La Cenerentola del curriculum scolastico sarà la geografia !


Negli istituti tecnici con vari indirizzi  l’insegnamento della geografia subirà una contrazione: in quelli del settore  economico, comprendente gli attuali ITC, istituti per il turismo e per corrispondenti in lingue estere  che si articoleranno  nell’indirizzo “turismo”, l’insegnamento della geografia consisterà in  tre ore settimanali nel primo biennio, poi in due ore settimanali di geografia turistica nel triennio successivo ( e fin qui va bene) , a differenza degli istituti  con indirizzo di «amministrazione, finanze e marketing» ove l’insegnamento della materia è previsto solo nel primo biennio a discapito di  approfondimenti di  geografia economica; nell’indirizzo «agricoltura e sviluppo rurale», la geografia è inserita nel curriculum esclusivamente nell’ultimo anno (con la denominazione «gestione dell’ambiente e del territorio»).

L’assurdità più illogica  è che la geografia SCOMPARE, non solo negli istituti professionali, ma soprattutto negli istituti del settore tecnologico con  indirizzo «logistica e trasporti» (ex  istituti nautici) , invece di  mantenere un ruolo fondamentale perché chi opererà nel trasporto marittimo o aereo deve avere  conoscenze ambientali, geopolitiche e socio-economiche del mondo connesso dai trasporti e dalla comunicazioni.

Condivido e diffondo  l’appello “Salviamo la geografia” che gli insegnanti di geografia e associazioni di categoria, quali l’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e la Società Geografica Italiana, hanno lanciato su www.aiig.it e www.luogoespazio.info

“Secondo quanto previsto dai nuovi piani di studio, dal settembre 2010 la geografia non farà più parte delle materie insegnate negli istituti nautici ed aeronautici italiani.

1.La geografia o meglio la cartografia, la geografia astronomica e fisica, insegnata dal primo anno di corso, è propedeutica allo studio di Navigazione previsto nel triennio conclusivo.

2. La geografia politica, insegnata nel secondo anno è indispensabile per conoscere il mondo, le sue dinamiche, la sua economia e tutti gli elementi fondanti di una carriera professionale sul mare, nelle strutture portuali o nei traffici marittimi, in ogni ruolo.

3. La geografia commerciale e dei trasporti, insegnata dal terzo anno trasmette agli studenti informazioni aggiornate per rendere concrete ed attuali le basi tecniche e teoriche apprese durante le ore di Navigazione”

Insomma siamo davvero cosmopoliti  e ci avviamo a divenire un popolo di navigatori…satellitari?  Il nostro  mondo non ha più confini , se non per le espulsioni dei clandestini?

Probabilmente si spera che le conoscenze geografiche acquisite nella scuola primaria dove i programmi didattici si fermano allo studio dell’Italia ma allo stesso tempo promuovono intercultura, educazione alla cittadinanza, progetti di gemellaggio con l’estero ( e qualcuno dovrà pur spiegare ai bambini che l’Italia è inserita in un contesto più ampio) e della scuola secondaria di primo grado ( scuole medie),   ove si insegna geografia per due ore a settimana,  basteranno a orientarsi nella complessità dei temi geo – antropici contemporanei e nelle diverse realtà  geopolitiche, sociali,economiche e culturali del mondo, a comprendere i processi di globalizzazione, i fenomeni delle migrazioni e di produzioni decentrate .

Sinceramente credo che gli studenti sapranno molto di tecnologia ma la scuola deve formare e  aiutare a comprendere le informazioni di un mondo in continuo mutamento, dove si spostano confini, genti, alleanze politiche e commerciali, risorse ed  investimenti, perchè acquisiscano  maggiore consapevolezza per salvaguardare l’ambiente  e promuovere uno sviluppo umano e sostenibile.

A me pare che si stia perdendo la bussola per disorientare ulteriormente. Per viaggiare da una parte all’altra del mondo i ragazzi gireranno con cartine geografiche in tasca,  sempre che abbiano imparato a leggerle. I poeti e gli astronomi percorreranno le strade e la storia del cielo, ma dubito che ai naviganti possa bastare solo la tecnologia nelle lunghe traversate transoceaniche.



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La dannazione di Haiti

Gli incantevoli  paesaggi dei Caraibi, che spiccano sui depliant pubblicitari, sono rimossi da immagini crudelmente reali che di recente scuotono la coscienza del mondo intero. Haiti, perla francese nel XVIII secolo, ha pagato l’ indipendenza con degrado e miseria, per noi inimmaginabili. Da tempo la gente ha abbandonato le campagne per ammassarsi in città che non offrono né  lavoro né speranza, e ha vissuto  alla mercè di dittatori come Francois Duvalier, “papa doc”, e di suo figlio baby doc, artefici di terrificanti e cruente follie e dell’esodo di quella fascia della popolazione che dava fastidio, perché  consapevole dei soprusi. Agli occhi dei paesi civili Haiti è  una realtà straordinariamente  infernale, raccolta e assistita dai tanti missionari e operatori di associazioni umanitarie, che da decenni s’adoprano per  garantire la sopravvivenza ad una delle popolazioni più dannate e  povere della Terra. I potenti si stanno impegnando in una gara di solidarietà, forse per riscattarsi da gravi dimenticanze. Pare che la natura, con un terremoto 35 volte più forte di quello che ha colpito L’Aquila, abbia steso un velo pietoso su uno scempio provocato dagli uomini. La natura fa il suo corso e ricorda un’umanità che fa i conti con la morte tutti i giorni. I morti, abbandonati per strada o trasportati con mezzi di fortuna, ci turbano. Il riconoscimento di una salma, con un  nome e  una degna sepoltura, è una mera formalità, quasi un lusso  in un paese in cui finora sono state negate l’identità della persona e la dignità ai  vivi. Haiti appare come il paese dei morti viventi, relegati in un continuo stillicidio di violazione di diritti umani,  dove è prassi consolidata abbandonare e schiavizzare i bambini, dove il 60% dei piccoli  non compie  cinque anni e l’ 80 % della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, varcando a stento la soglia dei 50 anni, privilegiata condanna ad un’esistenza in  baracche senza acqua e luce , in strade in cui il più forte e armato prevale sul più debole perpetrando ogni forma violenza e razzia di beni, vite e anime.


Gli zombi, anime soggiogate da riti  vudù e dalla superstizione, questa volta non resusciteranno dagli Inferi.  Il sisma ricorda che l’inferno è su questa Terra ed è voluto dagli uomini. Ad Haiti i vivi muoiono tra mille emergenze e i morti rivivono  nella magica confusione di miti, superstizione, fede, paura, sacrificio e rinascita. Ad Haiti la natura incontaminata si ribella  periodicamente nel ritmo di canti e danze che alleviano stenti e paure, consacrano l’istinto vitale ed esorcizzano la brutalità dell’uomo, in un vortice di seducente bellezza, inebriante stordimento, fatalistica rassegnazione che diabolicamente sconfinano dal divino.


Questa forse è la ragione per cui si prova pietà e solidarietà per le vittime, ma soprattutto un senso di colpa per avere ignorato quella schiera di oppressi che come ombre, silenziosamente invisibili, da tempo sovrappopolano una terra dimenticata e in balia di se stessa. Ora Haiti a stento piange chi è rimasto sotto le macerie, ma chiede aiuto alla Comunità internazionale con la  disperazione di chi finora è rimasto schiavo di altri mali.


Qui per aiutare Haiti.


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Per Haiti

 

 

 

 

Bambina (che gioca) alla campana

 

 

 

L’unico piede
d’appoggio
urta la pietra piatta
ne misura lo scatto
ombrello
sull’alba della coscia
la gonna gonfia
come una bussola folle
e il volo sospeso delle ali
per bilanciare la gamba ripiegata
la cadenza esita e si assesta
ogni passo verso me comporta il rischio di una caduta
ed ogni secondo di azzardo è la nostra fortuna in equilibrio.

 

 

Paul Laraque ( poeta haitiano)

 

Traduzione: Giancarlo Cavallo

 

 

 

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Erre… come Rosarno

 

Rissosa rivolta di raggirati reietti rappresenta reazione a regia di reprobi, rapaci rais. Ragazzi racimolavano ridicole retribuzioni, raccogliendo.

Recentemente raggrumano rantolanti  respiri mentre  rapide ruspe raspano Rognetta, rivoltano rancidi rifiuti e resti di riscossa.

 

Rimpatrio , risarcito rimborso di rinnegato rispetto nelle rimbalzanti responsabilità, risveglierà  rimorsi? Rosarno  resterà  roccaforte di rustici rampanti che reingaggeranno remissive reclute, riconquisteranno recinti, o riconoscerà rovinose ribalderie? Ruggente si riarmerà, resisterà per risanarsi, ricostruire relazioni, redimersi, o ruffianamente  riverirà racket e ragguardevoli rampolli reggicoda?

 

Reiterata recrudescenza ricerca riflessioni, rivendica regole, raccomanda reale  e reciproco recupero. Rabbia e revanscismo reclamano ragionevoli rimedi, risposte, risultati.

Requiescat  Rognetta, rugginoso ritratto, risaputo reflusso,  rude radiografia di rilassata  Repubblica.

 

Recondita rapsodia riconcili, restituisca  rispetto a reduci di rivolta, relegati in rinunce, ricatti e restrizioni. Redivivi repressi raggranellano rare reliquie di remoti ricordi, rimpiante ragnatele di radici.

 

Rincresce ricordare, romita Rosarno!

 

 

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