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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

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Da Cicatrici di guerra:il Clan delle Cicatrici (Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne )

Le lacrime sono un fiume che vi conduce a qualche parte. Il pianto crea attorno alla barca un fiume che porta la vostra vita- anima. Le lacrime sollevano la vostra barca al di sopra degli scogli, delle secche, portandovi in un posto nuovo, migliore.

Esistono oceani di lacrime che le donne non hanno mai pianto, perché sono state addestrate a portare i segreti della madre e del padre, i segreti degli uomini, i segreti della società, e i loro segreti giù nella tomba. Il pianto della donna è stato considerato piuttosto pericoloso, perché allenta le serrature e i chiavistelli sui segreti che porta. In verità, per il bene dell’anima selvaggia, è meglio piangere. Per le donne le lacrime sono l’avvio dell’iniziazione nel Clan elle Cicatrici, questa tribù eterna di donne di ogni colore, di tutte le nazionalità, di tutte le lingue, che attraverso le epoche hanno vissuto qualcosa di grande, e hanno conservato l’orgoglio.

Tutte le donne hanno storie personali ampie nella portata e possenti nel numen, come nelle favole. Ma c’è un tipo di storia, in particolare, connessa con i segreti delle donne, specie quelli legati alla vergogna; contengono alcune delle storie più importanti cui una donna possa dedicare il suo tempo.

Per la maggior parte delle donne queste storie segrete sono incastonate non come pietre preziose in una corona, ma come nera ghiaia sotto la pelle dell’anima.


…i segreti di un maggior numero di donne riguardano la violazione di un codice sociale o morale della cultura, della religione, o del sistema personale dei valori. Alcuni di questi atti, eventi, scelte, in particolare e connesse alle libertà femminile in tutti gli aspetti dell’esistenza, erano spesso considerati dalla cultura vergognosamente sbagliati per le donne, ma non per gli uomini.

Il problema delle storie segrete avvolte nella vergogna è che separano la donna dalla sua natura istintiva, che è prevalentemente gioiosa e libera. Quando nella psiche c’è un oscuro segreto, la donna non può avvicinarsi a esso, e anzi si protegge da qualunque contatto con ciò che potrebbe rammentarglielo o far sì che la sofferenza già cronica diventi ancora più intensa…


Di solito i segreti presentano gli stessi temi che si ritrovano nei drammi…i segreti, come le fiabe e i sogni, seguono inoltre gli stessi modelli e le stese strutture del dramma. Ma i segreti, invece di seguire la struttura eroica, seguono la struttura tragica. Il dramma eroico  inizia con un’eroina in viaggio. Talvolta non è desta da un punto di vista psicologico. Talvolta è troppo gentile e non percepisce il pericolo. Talvolta è già stata maltrattata e si abbandona alle mosse disperate della creatura in cattività. Comunque inizi, l’eroina cade poi negli artigli di qualcosa o qualcuno, e viene amaramente messa alla prova. Poi, grazie alla sua intelligenza e alle persone che di lei si curano, viene liberata e si leva più alta.

Nella tragedia l’eroina è ghermita, costretta, o portata agli inferi e poi sopraffatta, mentre nessuno ode le sue grida,ovvero le sue implorazioni vengono ignorate. Perde la speranza, perde il contatto con la preziosità della sua vita, e crolla…Il modo per ritrasformare una tragedia in dramma eroico  è svelare il segreto, parlarne con qualcuno, scrivere un altro finale, esaminare la parte in esso avuta e i propri attributi nel reggerlo. Si scoprono in pari misura dolore e saggezza…

La persona che ha conservato un segreto a proprio detrimento resta sepolta dalla vergogna. In questa condizione universale, il modello medesimo è archetipo:l’eroina è stata costretta a fare qualcosa oppure, per la perdita dell’istinto, è rimasta intrappolata in qualcosa. Tipicamente, è impotente di fronte alla triste situazione. È in qualche modo legata alla segretezza da un giuramento o dalla vergogna. Si adatta per paura di perdere l’amore, il rispetto, la sussistenza esistenziale. Le donne sono state avvertite che taluni eventi, scelte e circostanze della loro esistenza, di solito connessi al sesso, all’amore, al denaro, alla violenza e/o ad altre difficoltà imperversanti nella condizione umana, sono estremamente vergognosi e pertanto non degni di assoluzione….

Nell’archetipo del segreto, un incantesimo viene gettato come una rete nera su parte della psiche femminile, e lei viene spinta a credere che il segreto non dovrà mai esser rivelato, e inoltre deve credere che, se lo rivelerà, tutte le persone per bene con le quali avrà a che fare l’ insulteranno per l’eternità. Questa ulteriore minaccia, insieme alla vergogna, fa sì che la donna non porti un fardello solo ma due.

Questo minaccioso incantesimo è un passatempo solamente tra le persone che occupano uno spazio angusto e nero nei loro cuori. Tra le persone che provano amore e calore per la condizione umana, è vero il contrario. Aiuteranno a disseppellire il segreto, perché sanno che produce una ferita che non si rimarginerà finchè alla cosa non saranno dati voce e testimone…


La donna dai capelli d’oro.

C’era una volta una donna strana ma assai bella dai lunghi capelli d’oro sottili come grano filato. Era povera, non aveva né madre né padre, e viveva da sola nei boschi e tesseva su un telaio fatto con rami di noce scuro. Un tipo brutale, che era figlio del carbonaio, cercò di costringerla al matrimonio, e lei nel disperato tentativo di comprarne la rinuncia, gli regalò una ciocca di capelli d’oro.

Ma lui non sapeva o non si curava del fatto che era oro spirituale, non denaro, quello che gli aveva dato, e quando volle vendere i capelli come una qualsiasi mercanzia al mercato, la gente lo canzonò e pensò che fosse pazzo.

In collera, di notte tornò alla capanna della donna, la uccise con le sue mani e ne seppellì il corpo accanto al fiume. Per molto tempo nessuno si accorse della sua assenza. Nessuno si curava del suo cuore e della sua salute.

Ma nel sepolcro i capelli d’oro della donna presero a crescere e a diventare sempre più lunghi. I magnifici capelli ondulati si sollevarono in spire attraverso la terra nera, e crebbero sempre di più fino a ricoprire la tomba di un campo di ondeggianti giunchi d’oro.

I pastori tagliarono i giunchi per farne flauti, e quando presero a suonarli, i piccoli flauti cantarono e non smisero più di cantare.


Qui giace la donna dai capelli d’oro

Assassinata e nel suo sepolcro,

uccisa dal figlio del carbonaio

perché desiderava vivere.

E così l’uomo che aveva tolto la vita alla donna ai capelli d’oro fu scoperto e portato in giudizio,e coloro che vivono nei boschi selvaggi del mondo, come facciamo noi, furono di nuovo al sicuro.

Se il messaggio manifesto è l’invito a stare attenti quando ci si trova nei luoghi solitari del bosco, il messaggio profondo è che la forza vitale della bella donna solitaria, personificata nei capelli continua a crescere e a vivere e a emanare conoscenza conscia anche se tacitata e sepolta…Questo frammento è bello e prezioso, e inoltre ci parla della natura dei segreti e anche, forse, di che cosa viene ucciso nella psiche quando la vita di una donna non è tenuta nel debito conto. In questo racconto, l’assassino della donna che vive nei boschi è il segreto. Lei rappresenta una kore, quell’aspetto della psiche femminile che è la donna-che-non –si-sposerà-mai. La parte della donna che vuole stare in solitudine è mistica e solitaria in un modo bello, ed è occupata a selezionare e tessere idee, pensieri e imprese. È questa donna solitaria e ripiegata su se stessa che è soprattutto ferita da traumi o dal dover mantenere un segreto… questo senso integrale dell’io che ha bisogno di avere poco attorno per essere felice; questo cuore della psiche femminile che tesse nel bosco sul telaio di noce scuro, ed è in pace.

Nella favola nessuno indaga sull’assenza di questa donna vitale…Non è insolito nelle favole né nella vita reale…

Spesso la donna che ha dei  segreti incontra la medesima reazione. Sebbene la gente percepisca talvolta che al centro il suo cuore è trafitto, per caso o intenzionalmente chiude gli occhi sulla sua evidente ferita.

Ma in parte il miracolo della psiche selvaggia è che, per quanto una donna sia “uccisa”, sebbene sia ferita, la sua vita psichica continua , e risale in superficie, cresce, e nei momenti di pienezza canta, canta. Allora l’ingiusto male subito viene appreso a livello conscio, e la psiche inizia la ricostruzione.

È interessante non vi pare? che la forza vitale di una donna possa continuare a crescere anche se lei è apparentemente senza vita. È la promessa che anche nelle condizioni più misere la vitale forza selvaggia manterrà vive e fiorenti le nostre idee, anche se, per un po’, sotto terra. Col tempo riusciranno a spuntare. Questa forza vitale non lascerà tutto quieto finchè non saranno rivelate le circostanze e il luogo del delitto.

Come per i pastori della storia, ciò implica respirare profondamente e liberare il respiro- dell’anima o pneuma attraverso le canne, per conoscere come stanno veramente le cose nella psiche e che cosa bisognerà fare. Occorre cantare. Il lavoro di scavo seguirà…

Quando una donna mantiene un segreto vergognoso, l’enorme quantità di auto biasimo e tortura che deve sopportare è tremenda a vedersi…La donna selvaggia ( con istinto alla vita) non può vivere così. I segreti vergognosi diventano ossessivi…sono come un filo spinato che le si stringe attorno alle budella se cerca di liberarsi. Sono distruttivi non soltanto per la sua salute mentale, ma anche per le sue relazioni con la Donna Selvaggia. La Donna selvaggia scava, getta tutto per aria, mette in fuga. Non seppellisce né dimentica. Se per caso seppellisce, rammenta che cosa e dove, e ben presto si preoccuperà di dissotterrarla.

Questa favola e altre simili sono medicamenti da applicare a queste segrete ferite; sono un incoraggiamento, un consiglio e una risposta. Dietro alla saggezza della favola sta il fatto che, nelle donne come negli uomini,le ferite inferte all’io, all’anima e alla psiche con i segreti o altro, fanno parte dell’esistenza dei più. Né può essere evitata la cicatrizzazione. Ma esistono delle cure, ed è assicurata la guarigione….Reprimere il materiale segreto circondato dalla vergogna, dalla paura,dal senso di colpa o dall’umiliazione in effetti sbarra tutte le altre parti dell’inconscio prossime al luogo del segreto….Se tuttavia una donna desidera serbare i suoi istinti e la capacità di muoversi liberamente nella psiche, può rivelare il suo o i suoi segreti a un essere umano degno di fiducia, tutte le volte che lo ritiene necessario. Di solito una ferita non viene disinfettata e poi abbandonata a se stessa:viene pulita e medicata più volte mentre va guarendo… Chi lo ascolta lo fa col cuore aperto e trasale, rabbrividisce, prova quel dolore senza crollare…così una donna comincia a riprendersi dalla vergogna ricevendo il soccorso e le cure che le mancarono al momento del trauma…ma rimarrà certo una cicatrice. Al cambiare del tempo la cicatrice dorrà ancora. Questa è la natura del vero lutto… Quando un segreto non viene confidato il lutto continua, per tutta la vita. …Parlare ed elaborare il lutto ci fanno risorgere dalla zona morta, ci consentono di lasciarci alle spalle il culto mortale dei segreti. Dal lutto usciremo bagnate dal pianto non dalla vergogna.


Nel lutto,  la Donna Selvaggia sarà con noi. Lei e l’Io istintuale. Può sopportare le nostre urla, i nostri lamenti e il nostro desiderio di morire senza morire. Applicherà i migliori medicamenti là dove il dolore è più  insopportabile…Proverà dolore per il nostro dolore, e lo sopporterà, senza fuggire. Anche se molte saranno le cicatrici, è bene ricordare che, nella resistenza alla tensione e alla pressione, la cicatrice è più forte della pelle.


Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne 2009



( tratto da Cap 13 Cicatrici di guerra: il Clan delle Cicatrici- (Donne che corrono coi lupi-  di Clarissa Pinkola Estés ed Frassinelli)


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Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Una delle tante ragioni per cui ho iniziato a scrivere riguarda  la violenza sulle donne per raccontare, commentare , indignarmi sulle tante forme di discriminazione, abuso, maltrattamento,  intolleranza contro la donna. Alcune abiette e lontane , altre più subdole e sottili .Il femminicidio in atto è più evidente e denunciato, e non bastano solo le parole per fermarlo e interventi giudiziari per reprimerlo. Occorre una cultura che promuova il rispetto dell’identità di genere,  basata sull’affettività e sul riconoscimento delle rispettive diversità, emozioni e sentimenti,  che insegni a trasporsi nell’altro, per prevenire la violenza non solo contro le donne, ma contro tutti coloro ritenuti diversi o comunque percepiti come contrapposti. La rabbia latente esplode con un’aggressività che rivela l’incapacità di gestire le proprie emozioni e riconoscere quelle altrui non solo  in fondamentali svolte di vita, ma anche  in occasione di una partita di calcio o di  un parcheggio negato.


In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne dello scorso anno ho esortato a uscire dal silenzio .Oggi parlo del segreto di quelle cose che  le donne non riescono a  dire ma, se svelate, con consapevolezza e aiuto-  ascolto esterno, può consentire alle vittime di violenza a recuperare l’istinto alla vita, quello che Clarissa Pinkola Estés definisce la Donna Selvaggianel saggio “Donne che corrono coi lupi “ed Frassinelli , .

Non basta segnalare il  crimine, occorre trovare dentro di sè la forza di svelare il segreto per poter reagire. Ci sono associazioni femminili e persone in grado di recepire e aiutare nei centri anti violenza. Tante sono le denunce ma  un’esigua percentuale di donne si presenta ai colloqui per una consulenza psicologica, sebbene sia tutelata la loro privacy, perché permane non solo la paura di ritorsioni ma soprattutto la remora di svelare il segreto, di rivivere l’esperienza dolorosa.  “Parlare ed elaborare il lutto ci fanno risorgere dalla zona morta, ci consentono di lasciarci alle spalle il culto mortale dei segreti. Dal lutto usciremo bagnate dal pianto non dalla vergogna. ” Solo così forse si  potrà tornare a vivere, anche se cambiate. È un atto d’amore  verso noi stesse oltre che una testimonianza utile per tutti.


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Sui lupi e lupacchiotte.

Ho visto Annozero, per ascoltare dal vivo la voce delle famose escòrt.  Sì, volevo sentire le loro dichiarazioni,  visto che da tempo tanti  parlano e scrivono per loro . Io son tarda, in tanti sensi, ma finalmente ho capito che se la gentil pulzella è bella e ha un vestitino nero ed elegante, viene invitata a cena da tutte le parti. Non solo le offrono la cena, ma la prelevano, la scortano,  le pagano la trasferta, ma soprattutto un gettone di bella presenza . Una sorta di generosa offerta . Che poi per alcune questo gettone  sia di 500 euro o 1000 euri, forse dipende dall’ avvenenza della conviviale , dalla capacità di portare avanti un progetto progettato  da riprogettare oppure  dalla capacità di conversare a tavola. Essere polliglotta torna sempre utile, apre la comunicazione nelle alte sfere e pure a livello internazionale.

Certo che le escòrt hanno uno spiccato senso degli affari per essere così giovani. Chissà perché tutti si accaniscono e non le comprendono. Tutta invidia delle donne comuni, poco divinamente belle e divinizzate?

Le escòrt  sono incantevoli lavoratrici dello spettacolo da harem , se non professioniste della grande distribuzione, imprenditrici di se stesse. Madame del volontariato sociale, espletatrici di un lavoro socialmente utile. Fanno compagnia a quei poverelli che, in pausa da impegni e responsabilità ad alto livello, si sentono soli e  si accontentano di godere della loro innocente visione e leggiadria durante una serata, allietata da piacevoli e formali conversazioni.


Mentre ascoltavo  le intervistate,  appartenenti , come dichiarato, al “disinteressato” sistema del do ut des , notavo la loro silhouette, poco rispondente alle cene e cenette, ma soprattutto la loro impudica, dignitosamente  rivendicata  sincerità che, con la diplomatica maestria del “non dico ma  faccio capire e rispondo”, dipingevano con eleganza la charme gentile e la generosità dei maschietti che le avevano invitate ed intrattenute.  Pareva quasi che nell’esibizione televisiva si fossero ribaltati i ruoli in nome di una tacita solidarietà di lupi e lupacchiotte. Mi ha colpito molto  la   furbizia di tutti i personaggi  di barattare piacere e potere in questa nuova  tragicommedia. Ho immaginato  che s’incrociavano, s’ingarbugliavano, s’annodavano nel gioco privato  di vizi e virtù in un regale serraglio.

Ora aspetto che vi si rinchiudano dentro tutti  e che qualcuno ne butti via  la chiave.



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Conferenza Internazionale sulla Violenza contro le Donne

 

rosa bianca

Respect women Respect the world

Un passo ufficiale che considera a livello internazionale la violenza contro le donne.

 

Il  Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell’apertura della Conferenza Internazionale sulla Violenza contro le Donne  svoltasi a Roma il 9 e 10 settembre, su iniziativa della Presidenza italiana del G8,  ha dichiarato:

“In paesi evoluti e ricchi come l’Italia, dotati di Costituzione e di sistemi giuridici altamente sensibili ai diritti fondamentali delle donne, continuano a verificarsi fatti raccapriccianti, in particolare, negli ultimi tempi, di violenza di gruppo contro donne di ogni etnia, giovanissime e meno giovani…Nessuno può essere chiamato fuori, perché il riconoscimento dei diritti umani è condizione di convivenza civile, libera e democratica”. Ha inoltre invitato a non ignorare la Costituzione, riferendosi anche all’omofobia e alla xenofobia che, come la violenza sulle donne, nascono  “dall’ignoranza, dalla perdita di valori ideali e morali, da un allontanamento spesso inconsapevole dei principi sui quali si basa la nostra Costituzione”.

 

Ecco il documento finale che sintetizza le conclusioni raggiunte e condivise dalle delegazioni che hanno partecipato alla Conferenza .

1. Al termine dei lavori della Conferenza Internazionale sulla Violenza contro le Donne, tenutasi a Roma il 9 e 10 Settembre 2009 su iniziativa della Presidenza italiana del G8, affermiamo con rinnovato slancio e determinazione che è giunto il momento per una nuova epoca di cooperazione internazionale e di una grande alleanza tra tutti i Governi e la società civile per affrontare la sfida comune di porre fine ad ogni forma di violenza contro le donne.

2. La violenza nei confronti delle donne e delle bambine rappresenta un’inaccettabile forma di violazione e privazione dei diritti umani. Per questo motivo, vogliamo reiterare la nostra condanna assoluta del fenomeno, in tutte le sue forme e manifestazioni. Ogni atto di violenza contro le donne e le bambine – da chiunque ed ovunque sia commesso – è un crimine. Impedisce il godimento dei diritti e delle libertà fondamentali e l’autodeterminazione libera e scevra da condizionamenti e minacce.

3. In determinate circostanze, la violenza contro le donne e le bambine è un crimine di guerra e contro la stessa umanità. Le Risoluzioni 1325 e 1820 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU costituiscono un importante progresso nell’azione congiunta per affermare il rispetto dei diritti delle donne nelle situazioni di conflitto e promuovere la loro partecipazione ai negoziati di pace e alla ricostruzione postbellica. Ci impegniamo a rafforzare l’attuazione di questi strumenti anche al fine di eliminare il senso di impunità ancora diffuso tra chi commette questi crimini.

4. Le donne sono agenti di pace. La pace e la sicurezza mondiali dipendono anche dalla loro attiva e paritaria partecipazione allo sviluppo delle società e ai meccanismi di governance, a livello locale, nazionale e mondiale. Dobbiamo impegnarci a garantire alle donne pari opportunità di accesso e la possibilità di trasformarsi da vittime di violenza ad agenti di pace, di giustizia, di sviluppo economico e sociale. Il ruolo degli uomini è essenziale per raggiungere questi obiettivi.

5. L’empowerment della donna è uno strumento essenziale di sviluppo, la via per la promozione della democrazia, l’antidoto contro l’estremismo e l’instabilità sociale. Riteniamo che la più importante risorsa inutilizzata ai fini dello sviluppo siano proprio i milioni di donne e bambine a cui viene negato l’accesso all’educazione, alle cure sanitarie, alla salute riproduttiva, all’integrità del proprio corpo, ad un lavoro dignitoso e alla partecipazione paritaria. Dobbiamo impegnarci affinché siano riconosciuti e applicati standards internazionali di tutela nel campo dei diritti economici e sociali, oltre che dei diritti umani. In questo senso l’adesione senza riserve agli strumenti pattizi di tutela dei diritti delle donne è un passo fondamentale. Ci impegniamo altresì a sostenere le iniziative che, ai vari livelli, promuovono il rispetto dei diritti delle donne, come la campagna “UNiTE to End Violence against Women” del Segretario Generale delle Nazioni Unite. I finanziamenti decisi dal G8 al Vertice dell’Aquila dello scorso luglio in difesa della salute e della sicurezza alimentare potranno raggiungere pienamente il loro obbiettivo solo se accompagnati da azioni specifiche per i diritti umani e di lotta alla violenza contro le donne.

6. La trasformazione delle nostre società per effetto della globalizzazione e dei movimenti migratori che ne risultano incentivati, richiede l’apporto fondamentale delle donne per la diffusione di un multiculturalismo che non ceda a costumi lesivi della dignità femminile e sia basato sulla tolleranza e sul rispetto reciproco, e per lo sviluppo di politiche d’integrazione fondate sull’osservanza di tutti i diritti umani. La donna rappresenta uno strumento formidabile contro l’intolleranza, la discriminazione e la xenofobia.

7. Un sistema democratico fondato sull’eguaglianza di tutti gli individui e un apparato giudiziario indipendente sono strumenti essenziali per contrastare ogni forma di violenza. La legge svolge un insostituibile ruolo educativo, non solo repressivo, per tutelare la donna contro ogni forma di sopruso, di sopraffazione e di comportamenti ritorsivi e per garantirle il pieno godimento dei propri diritti. Dobbiamo fare di più e meglio per non vanificare nei fatti gli impegni raggiunti a livello internazionale. E’ giunto il momento che ogni governo inserisca nella propria agenda politica e normativa la promozione e la protezione dei diritti delle donne e delle bambine secondo un approccio non settoriale, ma trasversale (mainstreaming), attribuendo priorità all’educazione per promuovere i diritti umani e l’eguaglianza di genere, specie fra le giovani generazioni.

8. Di pari passo con la protezione giuridica contro ogni forma di abuso, va incoraggiato un cambiamento radicale nelle norme sociali. Anche attraverso il fondamentale contributo delle ONG e della società civile, vanno  Sostenute iniziative volte a divulgare e radicare a livello delle comunità il concetto stesso di diritti umani. E’ questo il veicolo più efficace per promuovere alla base una cultura del rispetto e dell’inclusività e l’abbandono di comportamenti e pratiche
violente nei confronti delle donne, a prescindere dalla cultura, dalla religione e dalle tradizioni.

9. Rivolgiamo un appello ai mezzi di comunicazione e d’informazione affinché svolgano pienamente il loro ruolo centrale nel promuovere l’abbandono di stereotipi sociali degradanti e l’immagine della donna come protagonista ed artefice del progresso della comunità. Richiamiamo i media a denunciare violenze e abusi anche quando essi vengono perpetrati, come purtroppo continua ad accadere, nell’ambito della famiglia.

10. La Presidenza Italiana del G8 si impegna a proseguire nel cammino avviato con la Conferenza di Roma, mantenendo la questione della violenza contro le donne al centro dell’agenda internazionale. Confidiamo nella prossima Presidenza canadese affinché raccolga il testimone che questa Conferenza le affida.

 

 

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Omaggio a Fernanda Pivano

 

fernanda pivano 1

Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.” (da un suo ultimo articolo pubblicato sul Corriere della Sera in occasione del suo 92esimo compleanno)

 

Fernanda Pivano (1917-2009) è stata un ponte con l’America quando l’Italia, tra il fascismo e la guerra, era rimasta fuori dal circuito culturale internazionale (Gore Vidal), scopritrice di nuovi talenti , promotrice della poesia, scritta e cantata.

 

Ecco un suo bel ritratto, scritto da Sergio Perosa e pubblicato sul Corriere della Sera del 19 agosto, per salutare una grande intellettuale del ‘900 che ha insegnato il valore della letteratura come esperienza di vita, quello della persona che è tutt’uno con lo scrittore, comprendendo che dietro i testi più provocatori, urlati, eversivi e sofferti si celano l’inquietudine e le passioni della vita contemporanea.

 

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Grazie, Maestro!

 

Omaggio ad Oriana Fallaci.

 

Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta” (Nico Orengo)

 

Meglio aggiungere vita ai giorni che non giorni alla vita (Rita Levi Montalcini)

 

Gemito- Museo Pignatelli .

 

Auguri, Signor Presidente !

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Giochi di mano, giochi di villano…

mano morta Una sentenza della Cassazione assolve un uomo dalle mani lunghe con la motivazione che “Toccare le colleghe non è reato se fatto senza intenti libidinosi” , senza provare l’ebbrezza sessuale. Il signore in questione  fu condannato nel 1999 in primo grado ad un anno e due mesi di reclusione (pena sospesa dalla condizionale), poi assolto nel 2008 perché il fatto non  sussisteva, per cui la Procura generale della Corte d’appello di Bologna ricorse in Cassazione. Pare che fosse solito praticare scherzi di cattivo gusto toccando le colleghe di lavoro e ponendo così in essere un comportamento di certo poco raffinato e abituale (sentenza 30969). Baciava ed abbracciava tutte con trasporto per affetto, non per soddisfare istinti sessuali (tesi della difesa).


La Presidente di  Telefono Rosa dichiara “ Vorrei sapere come è stata misurata la libidine, ma sono molto preoccupata per il messaggio, assurdo, che la sentenza lancia agli uomini. Vorrei che fosse chiaro: anche se si sfiora una mano e non è gradito, è un comportamento da non tenere. Le donne non sono oggetto…È inutile inasprire le pene, fare nuove leggi, se poi si mandano messaggi così assurdi e così sbagliati. È un fatto del tutto dannoso”.
Invece Pia Covre, del Comitato diritti delle prostitute, commenta: “ La sentenza dimostra che la donna non è rispettata. È una sentenza non giusta e non vera. Sono io a determinare se uno mi può toccare o meno. E se una persona si è rivolta ad un tribunale vuol dire che c’è stato un abuso e che quindi quell’atto non era permesso.”


Esagerano le donne o è esagerata la motivazione della sentenza? Quest’ultima, a mio avviso , crea un precedente giurisprudenziale da non sottovalutare perché fa prevalere  l’ intenzionalità dell’accusato, semplicemente dichiarata,  sulle istanze della vittima. Mi sono chiesta che  cosa avrei fatto io al posto della signora/ina che ha osato denunciare.Probabilmente prima avrei cercato di dissuadere il signore dai suoi affettuosi slanci, con modi garbati ma inequivocabili. Poiché il teatro delle scene era un mercato ortofrutticolo,  mi sarei zavorrata a terra con due  angurie da 25 kg nella speranza che , tentando di sollevarmi, gli venisse un’ernia e avrei intrapreso un bel tiro al bersaglio con pomodori marci. Infine l’avrei denunciato.


La vicenda risale al 1996. Ci sono voluti ben 13 anni per arrivare al verdetto finale che suscita qualche perplessità :

1. Chi stabilisce se c’è ebbrezza sessuale? Leggendo le notizie sul caso specifico mi sono chiesta come mai  l’accusato non abbia esplicato siffatte affettuosità anche a riguardo dei colleghi maschi e, perfidamente, ho concluso che forse  temeva di ricevere  un immediato pugno in un occhio.


2. La prima volta si potrebbe anche tollerare un comportamento percepito come fastidioso limitandosi a contestarlo, alla seconda si reagisce. Poiché reiterato  e definito di cattivo gusto, può essere inteso come molesto?


3.  Se un comportamento reiterato  è definito di cattivo gusto, prevale il diritto ad essere lasciati in pace o quello di continuare a infastidire a discapito della sensibilità di chi si sente offeso? La diseducazione del disturbatore  è un’attenuante che può giustificare qualsiasi forma di prevaricazione? La reiterazione del comportamento avrebbe richiesto perlomeno un’ammonizione o un’ammenda.


4. Chi subisce siffatte attenzioni ,  deve capire psicologicamente le motivazioni di chi offende ( amicizia, eccessiva confidenza, scherzosità  dichiarate da lui e non condivise da lei ) e può denunciare solo se c’è  desiderio sessuale? Chi ha subito può divenire  colpevole per  non avere “capito”  o non aver tollerato la maleducazione del disturbatore? A maggior ragione non si dovrebbe agire contro un insano di mente che magari compie abuso, proprio perché incapace di intendere e volere.


A pensarci bene però questa sentenza è un’arma a doppio taglio. Quando qualche disturbatore , che potrà quindi spacciarsi come semplice maleducato, importunerà le donne  con gesti  o frasi non gradite, se non imbarazzanti, che potranno essere giustificati dall’impulso di scherzosa affettuosità, finalmente anch’esse si sentiranno maleducatamente legittimate a:


  1. sputare in faccia al molestatore dicendo che piove.

  2. mollargli quattro ceffoni , solenni e ben assestati, asserendo che stavano giocando innocentemente .

  3. scalpitare come ciucci, sperando di centrare il bersaglio,  per misurarne la libido a scanso di equivoci prima di sporgere denuncia.

  4. gridare e svergognarlo pubblicamente  sfoggiando un colorito  repertorio di male parole che sviliranno la leggiadria femminile, ma in compenso trasmetteranno forte e chiaro  il messaggio a tutti,  anche a chi è estraneo ai fatti e non vorrebbe sentire.

  5. indossare abiti con una piccola ghigliottina incorporata , che al contatto molesto tronca l’eventuale mano morta recidiva,  o che sprigionano spray paralizzante per 48 ore

  6. mobilitare tutte le associazioni femminili qualora il malcapitato osi sporgere denuncia. In tal caso dovrà prima affrontare la maleducazione( vedi punto 2 sopra) di tante altre.

Forse  siffatte  brutali e provocatorie  iniziative, ispirate dal detto “chi fa da sé, fa per tre”,  potrebbero servire a smuovere i deviati neuroni maschili o perlomeno a fare tenere le zampe a posto.

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La dama bianca

 

solitudine di frederick leighton

Mi piace esplorare con lo sguardo le grandi città che si raccontano nella solenne vastità delle piazze, nei monumenti solitari, viali alberati, portali delle chiese, zampilli iridati delle fontane , e scrutare  con il naso all’insù le finestre, i balconi, i tetti di antichi palazzi, testimoni di storia vissuta. In città  mi sento anonimamente libera di osservare con discrezione le  tante persone che incrocio per strada, sui mezzi pubblici o nelle stazioni affollate. Genova è una città particolarmente austera e poco caotica, a differenza di altre che stordiscono, e la scorsa settimana ho avuto l’occasione di riscoprirla a tratti,  tra una corsa e l’altra.

 

 Unico imprevisto dell’afosa giornata è stata la coda alla biglietteria della stazione ferroviaria per cui ho  dovuto rinunciare all’Intercity del ritorno. Il successivo era previsto dopo circa quattro ore, quindi non mi  restava altro da fare che prendere un treno regionale. Rassegnata al supplizio che mi attendeva,  mi sono seduta nella sala d’aspetto per riposare le zampe e finire di leggere il quotidiano, ingannando così l’attesa.

 

 Ad un tratto ho intravisto una sagoma bianca e ho alzato gli occhi.Fiera, ostentava un abitino bianco, che scopriva il ginocchio. Le bretelle erano fermate ai lati da due passanti dorati e sandali pitonati, con tacchi troppo alti e a spillo, slanciavano polpacci nervosi. Ha sfilato per un paio di volte avanti e indietro, come in passerella , conscia di non passare inosservata a causa del vestito aderente e trasparente. Dava l’impressione di aspettare un qualcuno che non c’era. Si è seduta ad un tavolino del bar, ha accavallato le gambe con spudorata disinvoltura mentre fumava  una sigaretta. Il rossetto acceso contrastava coi lunghi capelli rossi e grandi occhiali neri a maschera coprivano il volto, senza riuscire a  celare i segni dell’età  nelle pieghe laterali della bocca. Poi si è alzata. Indomita e inarrendevole ha aspettato a lungo, guardandosi intorno e continuando a volteggiare nei pressi del tabellone degli orari,  tra comitive di ragazzi coi zaini in spalla e famiglie in partenza per le vacanze. Infine è andata via.

 Dopo poco ho raggiunto con mia figlia il binario sotterraneo per prendere il treno che ci avrebbe riportato a casa. Lì sotto si incanalava una corrente d’aria fresca che faceva quasi rabbrividire. Un continuo via vai di turisti  con megatrolley, stanchi pendolari, donne accaldate con bambini irrequieti al seguito  mi hanno distratta. Per terra spiccava la macchia bianca. Era di nuovo lei. Stava rannicchiata, in modo composto, sulla borsa. L’appariscente dama ultrasessantenne non aveva più l’aria spavalda di prima. Sembrava delusa, quasi restia a mostrarsi. D’un tratto  mi appariva fragile nella sua sfida contro quel tempo in cui la natura reclama il suo dazio e cessa la stagione del bell’ apparire ad ogni costo. In quell’angolo c’era una donna ridimensionata dalla sua solitudine, immobile nella sua inutile attesa, muta nel rumore circostante. Non dominava più un immaginario palcoscenico ma , assorta nei suoi pensieri, pareva che lo stesse osservando da lontano.

La malinconia, confermata da movenze più naturali e discrete,  le restituiva la bellezza dei suoi anni.

 

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Don Liunàrd (don Leonardo)

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I casi della vita…

beatriz-milhazes

Tutti, chi più , chi meno, hanno sofferto del mal di scuola, talvolta per il disagio di mettersi alla prova nello studio, in un rapporto “conflittuale” con i compagni di classe o con uno o più insegnanti. Mettersi in gioco ,come alunno e come docente, implica un reciproco dare per avere. In fondo a scuola l’alunno si confronta con coetanei e adulti, che fanno richieste diverse da quelle dei familiari e stabiliscono un’interazione basata sulla stima reciproca e sulla motivazione all’apprendimento.

Ma forse ognuno di noi ha vivo dentro di sé anche il ricordo di un bravo insegnante , non necessariamente accomodante o indulgente nei voti , ma imparziale, obiettivo, appassionato e che sapeva distinguere il momento della lezione dalla libera conversazione, che non s’arroccava su un piedistallo ma sapeva porsi , senza confusione di ruoli, a livello dell’alunno accompagnandolo nella sua crescita con una presenza apparentemente distaccata ma costante.

Dopo le movimentate vicissitudini di scuola elementare in cui ebbi l’onore di conoscere uno zero scappato sul mio quaderno, trascorsi gli anni delle scuole medie in una classe turbolenta con ragazzi problematici , alcuni dei quali erano veri e propri bulli (tant’è vero che picchiarono il professore di lettere, un prete che insegnava nella scuola statale, incapace di difendersi anche verbalmente) . Ma all’epoca gli altri docenti intervennero compatti nelle dinamiche relazionali della classe per garantire in qualche modo il diritto dovere allo studio a chi voleva imparare ed era intimorito da certi atteggiamenti. Stimavo di più l’insegnante fermo, risoluto, deciso a fare lezione a mantenere la disciplina che quello rilassato che assecondava i ragazzi che imperterriti continuavano nelle loro provocazioni. Anni fa non si parlava di disagio giovanile e rischio di devianza come oggi. Alcuni di quei compagni di classe non arrivarono nemmeno a vent’anni, il resto continuò gli studi.


Eppure della scuola tutto sommato ho un duplice ricordo. Un po’ angosciante se penso a certi insegnanti che rispecchiavano la loro formazione, non sempre efficace, e ad alcuni odiosi compagni di classe. Integrarmi più volte in un contesto nuovo, diffidente e poco accogliente non è stato facile, ma imparai a selezionare le mie amicizie, a fregarmene di alcuni e a battagliare con altri e il successo scolastico fu per me anche un mezzo per affermarmi nel gruppo con un senso di rivalsa e riscatto. Allo stesso tempo della scuola ricordo anche amicizie sincere , sopravvissute a distanza di tempo e spazio, e insegnanti coscienziosi. Ma soprattutto associo gli anni del liceo classico alla professoressa di storia e filosofia . Mi incantava con le sue spiegazioni, mi motivò nello studio trasmettendomi interesse per le sue materie ( che secondo me sono molto formative) e un metodo di studio basato sul confronto di diverse interpretazioni storiografiche di fenomeni ed eventi storici. Precorse i tempi insegnando la storia per filoni conduttori costanti, per favorire, prima attraverso l’analisi e poi la sintesi, una visione globale in un’ottica di cause effetti, senza uno studio esasperato di nozioni.

Era imparziale, autorevole e molto esigente, ma metteva i ragazzi in condizioni di essere all’altezza delle sue richieste durante le temute interrogazioni. Non assegnava mai una lezione se non l’aveva prima spiegata, integrava e approfondiva il libro di testo, ci faceva prendere appunti e fare collegamenti interdisciplinari. Aveva il tempo per interrogare tutti ( bè al quinto anno eravamo soltanto in dieci, ben tartassati tutte le settimane ) e se registravamo un’insufficienza, rispiegava l’argomento e ci interrogava di nuovo per farci colmare le lacune. Non ci ha mai fatto fare una verifica scritta, eppure i nostri temi di storia furono ben valutati all’esame di maturità.


Sembrava indifferente, ma dietro i suoi occhi azzurri e intelligenti, capiva più di quanto non desse a vedere. E’ stata una delle poche persone che riuscì a leggermi dentro in un periodo che per me era di gran confusione e perplessità. Me lo disse al termine del ciclo di studi delle superiori. Finito l’esame di maturità dove ebbi la fortuna di passare per ultima nell’ultimo giorno delle prove orali a fine luglio, semimorta a causa dell’ansiosa attesa del fatidico giorno e della tremarella, al risveglio di un sonno ristoratore di 27 ore durante il quale i miei si chiesero se fosse il caso di chiamare un medico o un prete, seppi che voleva parlarmi. Mi chiesi cosa fosse successo di grave… o cosa avessi inconsapevolmente combinato. Mi disse che aveva apprezzato il mio impegno nei tre anni e che a volte le occhiaie di una notte insonne parlavano più di me, e che , secondo lei, ero portata per la filosofia. Allora la sola idea di diventare un’insegnante mi faceva scappare in tutt’altra direzione.. Oggi ne sorrido ma all’epoca vivevo in pieno la contestazione di qualsiasi cosa. Non condivisi le sue parole ma solo dopo molti anni ho concluso che non si era sbagliata. Il mio primo esame universitario fu filosofia del diritto. Lo preparai senza sapere da che parte cominciare. Mi interessava la materia e la studiai nell’incertezza di avere capito e nel dubbio perenne di non saperne abbastanza. A Genova mi iniziò ad interrogare un assistente universitario, poi si avvicinò il professore Tarello che continuò il colloquio. Io lo conoscevo solo di fama e non pensavo ad altro che a schizzare via dalla sedia. Alla fine del colloquio ritirai il libretto, lo aprii e non vidi nessuno scarabocchio. Pensai di essere stata bocciata . Un ragazzo mi disse che era il suo ultimo esame prima della discussione della tesi e io con l’anima sconsolata , alla sua richiesta, gli porsi il libretto. Lo girò e scandì un 29 . Non sapevo se ridere per il voto o piangere per la mia imbranataggine. Brillavo in autostima al punto tale che qualche anno dopo mollai gli studi, sebbene avessi una media alta e mi mancasse un terzo degli esami per concludere il corso di laurea. Ma grazie a quella professoressa ho vissuto di rendita nella preparazione per una seconda maturità che conseguii da privatista più tardi, quando mia madre pose come condizione al mio matrimonio il conseguimento del diploma magistrale “perché nella vita non si sa mai cosa può succedere.” Portai nuovamente storia come prima materia. Il presidente della commissione era un severo preside di Varese, che mi fece fare un excursus filosofico ( meno male che portavo storia) e in cuor mio benedissi gli appunti del liceo che avevo conservato come sacre reliquie.


In questi giorni mia figlia è alle prese con gli esami di maturità e tra le sue ansie, libri e quaderni sparsi ovunque, nottate di studio, ho ripensato a quegli anni , a quella insegnante. Avrei voluto ringraziarla ma mancò dopo poco tempo l’esame di maturità del 1980 in seguito ad una malattia di cui non parlava mai. E il pensiero è volato, dopo circa 30 anni, alla stessa scuola e a un professore di mia figlia col quale ho più volte avuto il piacere di confrontarmi e che ha saputo trasmettere sia a lei che a centinaia di studenti tanto, che va ben oltre i programmi di arte, e sfocia in uno sguardo commosso dei ragazzi ogni volta che lo ricordano.

Ad entrambi, in un salto generazionale e dall’altra parte della cattedra, riconosco quell’ elastica forma mentis di cui scrissi nel tema della maturità magistrale col seguente titolo:

Einstein, rivolgendosi ai giovani, disse loro: “Tenete bene a mente che le cose meravigliose che imparate a conoscere nella scuola sono opere di molte generazioni: sono state create in tutti i paesi della terra a prezzo di infiniti sforzi e dopo appassionato lavoro. Questa eredità è lasciata ora nelle vostre mani, perché possiate onorarla, arricchirla e un giorno trasmetterla ai vostri figli. E così che noi, esseri mortali, diventiamo immortali mediante il nostro contributo al lavoro della collettività”. Riflettete su questo appello a voi indirizzato.


Questa traccia mi ispirò , fece emergere quei principi fondanti dell’insegnamento che all’epoca non conoscevo, ma che forse avevo appreso indirettamente e inconsapevolmente dalla scuola che avevo vissuto tra luci e ombre. Poi li ho ritrovati in occasione della preparazione per il concorso magistrale e in seguito durante la mia formazione ed esperienza professionale.

Il tema piacque alla commissione e mi iniziò a fare capire quale fosse la mia strada. Lo scrissi con l’anima pensando soprattutto alla mia professoressa che a tutt’oggi ricordo con grande stima, sia come insegnante che come persona. Grazie prof !


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Cinque più più , sei meno meno …

Lo zero scappato

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L’amore della libertà è amore degli altri; l’amore del potere è amore di se stessi .

 

“Ma la violenza contro le donne non è aumentata e non è una questione di rumeni, tunisini o altro. E’ questione di maschi che non sanno avere relazioni positive con le donne, che hanno bisogno di agire la violenza per sfogare frustrazioni e trarre godimento dal dominio e dalla sopraffazione. Molti maschi italiani sono esattamente così, sono stati cresciuti in un modo che li rende incapaci ad esempio di accettare di essere rifiutati in una relazione, di accettare in generale la libertà femminile senza imporre un dominio, che può essere solo verbale  ma alcune volte finisce per essere fisico. Sono ancora molte le donne che non si riconoscono vittime di violenza perchè ad agire la violenza è il proprio compagno o marito, come se questo facesse parte della normalità di un rapporto affettivo. Ed è questa la vera emergenza da combattere: una cultura maschile autoreferenziale e incapace di confrontarsi con la libertà femminile. Del resto questo della difesa della propria donna dallo straniero è un vecchio adagio che ritorna periodicamente, e non è da molto che nel nostro codice lo stupro è diventato reato contro la persona e non contro la morale Questa mentalità, sfondo culturale della violenza di genere, non è una cosa nuova, quello che c’è di nuovo è che sono aumentati i casi di donne che denunciano, ma la maggior parte delle violenze domestiche ancora non vengono fuori. E soprattutto, i maschi italiani e occidentali in generale non hanno certo il diritto di accusare altre etnie. Un rom sfollato che stupra una sconosciuta in un parco compie lo stesso crimine di un medico italiano che stupra in casa la propria moglie che vuole separarsi da lui. Semmai dovrebbero essere diverse le attenuanti generiche se il diritto fosse tale, e non a favore del medico italiano. Ma dire questo oggi in Italia sembra dire un’eresia. Lo ripeto perchè sia più chiaro quello che voglio dire: è un problema di uomini, di maschi, di relazioni tra i generi. Non è un problema di ordine pubblico, è un problema sociale e culturale tutto nostro, soprattutto di noi maschi, anche di noi che non agiamo la violenza e non pensiamo in termini sessisti. Perchè dobbiamo costruire una cultura alternativa a tutto questo, una nuova soggettività maschile. Chi vuole farlo diventare un problema etnico, vuole sviare i termini reali e fare propaganda per altri interessi: prendere voti, creare paure ( la paura indotta)  e insicurezze, avere un controllo sociale delle informazioni e delle menti. Forse può sembrare pesante questo quadro, ma è solo perchè è l’esatto contrario di quello che si sente in televisione ogni giorno. Ma molti e molte la pensano così, soprattutto chi si occupa ogni giorno di questi problemi.”

Sono le dichiarazioni  di  associazioni di uomini : Maschìle Plurale e Cerchio degli uomini . La questione è maschile. Incapacità di relazionarsi, di accettare i cambiamenti, il distacco,  l’abbandono. La perdita di potere. In genere l’uomo è restio a parlare di sé. È più incline a scriverne,semmai.  Parla di lavoro, sport, politica, belle donne…tutto ciò in cui possa battagliare per auto gratificarsi da vincente . Queste associazioni di uomini per un anno hanno discusso del potere, poi della paternità, della coppia, del lavoro, delle relazioni e infine della violenza sulle donne. Quando leggo e sento parlare di eventuali e spontanee ronde notturne a tutela delle donne, ho un brutto presentimento. Ne sono diffidente. Come lo sono  di un gruppo di tifosi scalmanati o un branchetto di paese sempre pronto a commentare, importunare e gloglottare quando si passa davanti a un bar. Ci vedo lo stesso narcisismo, intolleranza, onnipotente  provocazione per auto affermarsi al di fuori della propria sfera di potere e controllo, al di fuori del proprio pollaio.  Usanza diffusa è fare apprezzamenti sulle donne, più sfacciata quella maschile, più nascosta quella femminile. A volte mi chiedo se non abbiano altre cose  per la testa che impicciarsi degli altri. Se una donna si permette di commentare sugli uomini che passano, viene  additata come superficiale, acida o  adescatrice.L’uomo si gonfia spavaldo. Prassi diffusa tra i doppio petti blu e le tute, giovani e meno giovani, acculturati e non. Lo stesso taglia e cuci che rende merito alla maschile incapacità, prima di uscire da una dimensione egocentrica  e poi di riconoscere  le identità altrui, o meglio delle altre che non siano la santissima femmena mia( madre, moglie e figlia) L’uomo ruspante non si domanda se la destinaria gradisca le sue tarzanesche esibizioni.. Del resto col proprio metro di valori ed educazione si giudicano gli altri,e ancor più le altre.  Deve segnare  il territorio, come i cani che orinano sugli alberi . Ma chi non raccoglie le battute insinuanti, vede e sente. Tace non per viltà ma lo riconosce come identità diversa da sé, pur non condividendone gli atteggiamenti.

 Non è una questione femminile, ma ma-schi-  le. Gli uomini tendono a rimuovere non solo la violenza più eclatante ma anche la semplice molestia  o perché ne sono consapevoli e si vergognano dei loro simili o perché  sentono compromessa la propria autoreferenzialità di uomini piccoli, forti della solidarietà di gruppo o della prevaricazione perché ben sanno quanto valgono da soli o si sentono inadeguati . Rimuovono e si nascondono dietro la burla innocente, accusando di permalosità la controparte ( vorrei vedere se la controparte scendesse al loro livello con la stessa cortesia ).  Quanta leale signorilità e gorgheggiante chicchirichì, assecondati  o dagli stessi uomini che credono di prenderne  le distanze, fingendo di non vedere per timore di essere derisi, o dalle   stesse gallinelle che necessitano di conferme e consensi maschili per emergere ed essere considerate, ricorrendo alla più facile arma dell’assenso compiacente.

È questione di potere. Del resto la sola parola impotente è  percepita come uno degli handicap più gravi nell’immaginario maschile. Si parla tanto di pari opportunità., quote rosa e  di scarsa ambizione delle donne italiane alle cariche  dirigenziali. A prescindere dal fatto che qualsiasi eletto rappresenta anche le donne e può garantire le pari opportunità , oltre alle  difficoltà concrete di conciliare impegni di  famiglia e carriera , siamo proprio sicuri che alle donne più indipendenti  interessi il potere, fine a se stesso? O invece preferiscono in fondo essere più libere dalla competizione e dal compromesso che i giochi di potere implicano? È una questione di comodo, una libera scelta o una scelta condizionata?

 Una cosa mi pare più certa: la donna può vivere e sentirsi realizzata anche senza potere o senza  un  uomo ( una volta si parlava di zitella, ora  viene additata come appartenente all’altra sponda alla luce dei nuovi stereotipi. ).  L’uomo no. L’uomo ha bisogno della donna, che sia la regina –compagna di vita , oppure il passatempo di turno o  un morbido sofà a pagamento.

Questo è un punto di forza o di debolezza nel suo  presunto potere?

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Strega

occhi2Alla fine eravamo arrivati in cima, anche se Triora era in realtà il punto di avvio per salire ancora più in alto,verso la tesa della Nava e il Collardente,verso il passo del Pellegrino,il Carmo del Corvo e la Croce dei Campi,che si alzavano come muraglie azzurre alle spalle dell’abitato. Come descriverla?

Da lontano sembrava solo una cresta dentata,un grumo di pietra e d’ardesia che faceva da cappello ad un picco. Da vicino era piuttosto un merlettto grigio:le mura della cinta si alzavano e si abbassavano seguendo il contorno del terreno,in cima a una gradinata di terrazze e di fasce che salivano dalla valle come lo scalone di un gigante.

All’interno poi le case si accatastavano e s’incastravano una dentro l’altra,e quando un viottolo le separava in basso allora si univano fra loro più in alto,con arcate di mattoni e di sassi. Il paese aveva un aspetto solido,compatto, sembrava girare le spalle al mondo, dal quale venivano soltanto rogne, guai e vento gelido,e si avvolgeva intorno ai vicoli che gli si infilavano dentro,entravano nelle case,sfondavano gli atri, si aprivano all’improvviso in loggiati e piazzette, e tornavano a immergersi nel buio dei sottopassi,in un continuo su e giù che il sole riusciva a illuminare soltanto quando era a picco, sul mezzogiorno.” (da Strega di Remo Guerrini)

La storia di Battistina, una ragazza ritenuta diversa, è ambientata nella città di Triora al tempo della Santa l’Inquisizione. Nel 1588 nell’antica rocca della città arriva una spedizione organizzata dalla Repubblica di Genova, composta dall’arguto e spietato Giulio Scribani, Commissario straordinario deciso a debellare le streghe, dall’esperto Juan Ferdinando Centurione, che con la sua logica preveggente intuisce le cause della stregoneria contro l’ottusità dei vicari dell’Inquisizione, e da Niccolò, giovane scrivano che scoprirà nella piccola strega dodicenne un’attrazione per la vita . La caccia alla “setta abominevole di donne” descritta , di fatto è avvenuta. I personaggi sono realmente esistiti e furono condannati a supplizi dei quali restano traccia nel Museo delle streghe di Triora .La vicenda è documentata storicamente dall’autore, Remo Guerrini, che ha ricreato un’atmosfera calata nella civiltà contadina tra superstizioni e credenze popolari, riti e cerimonie infernali, condanne e torture dell’epoca. Un libro di alta poesia sia nelle descrizioni paesaggistiche che in quelle caratteriali dei protagonisti. Una storia particolare e avvincente, a volte amara, a volte delicata dove la piccola Battistina si muove in una natura alla quale scopre di appartenere più di quanto immagini, mossa dalla curiosità e dalla saggezza pratica di chi impara presto a sopravvivere tra gli stenti che incattiviscono gli uomini. Inizialmente afferma la sua innocente e spontanea vitalità , libera da ogni schema, poi, braccata dal pregiudizio, fa della sua diversità una prerogativa individuale da difendere con precoce determinazione femminile contro le ottuse, brutali e dogmatiche certezze di quel tempo. La piccola strega colpevole , come tante altre sorelle, di comprendere i misteri e parlare il linguaggio della natura, rivendica la libertà di essere ciò che è . Nell’orgoglio trova la forza di non cedere al supplizio e con orgoglio si ricongiunge alla madre Terra, che con le sue erbe, acque,vite,venti, rocce ha sempre dolcemente cullato i sensi e il cuore di una bambina straordinaria.

“Fu anche un inverno strano (a cavallo tra il 1587 e 1588), soprattutto perché Battistina completò la sua istruzione in modo che mai si sarebbe aspettata ,visto che i suoi maestri furono un vecchio gipeto,una giovane lontra e una volpe distratta.

Il gipeto fu il primo. Era grande quasi quanto lei, aveva una barbetta lunga e nera sotto il becco, gli occhi gialli e un bel paio di calzoni di piume candide. Da lui Battistina imparò a sbattere contro una pietra le ossa dei cervi e delle capre morti da poco, proprio come contro un’incudine, e a nutrirsi con il midollo che c’era dentro. La prima volta le fece un po’ schifo, poi si accorse che, dopo aver succhiato, le veniva un gran caldo nello stomaco e una gran forza nelle gambe.

Decise così che da quell’uccello saggio e silenzioso c’era molto da imparare. Il gipeto, ora che era avanti negli anni e d’inverno gli era venuta meno la voglia di accoppiarsi, se ne stava su uno spuntone del bricco di Borniga, appeso sul precipizio, e passava il tempo con lo sguardo perso nel cielo grigio. Ma quando in quella sterminata lavagna compariva un minuscolo punto nero allora arruffava le piume, allargava le ali grandi come lenzuola e si lasciava cadere nell’abisso. Solo dopo un po’ Battistina si accorgeva che quel punto nero era in realtà un altro rapace, magari un’aquila che ritornava al nido con una preda fa gli artigli. Allora il gipeto si avvicinava all’aquila con la sua ombra immensa, e le andava addosso finchè l’altra non mollava il coniglio o l’agnello, che però precipitavano solo per poco, visto che il gipeto li riprendeva al volo e se li portava sul suo bricco. Dal gipeto Battistina imparò l’arte di starsene seduta a guardare il mondo dall’alto, e la facilità con la quale si ruba ai ladri, che mise in pratica più volte facendo sparire una pagnotta a un contadino che ne aveva portate via due al fornaio di Verdeggia, e prendendosi il mantello d’orbace di un giovanotto che se l’era tolto per infilarsi in un pollaio d’altri, appena fuori Realdo.

La giovane lontra l’incontrò invece più in basso,dove il torrente che scende da Verdeggia s’incrocia con il rio Infernetto, e insieme formano un torrente un po’ più grande che, più a valle ancora, va a immettersi nel Capriolo. L’acqua era gelida, ma la lontra non se ne curava. Giocava da sola:si tuffava, raccattava un sasso dal fondo, lo portava a galla tenendolo sulla pancia, poi se lo metteva sul muso e con un colpo secco dal collo lo scaraventava in aria. Se la pietra, invece che finire sulla riva, ricadeva in acqua la lontra si lanciava rapidissima, per recuperarla prima che toccasse il fondo. Battistina restò accucciata su uno scoglio per un’intera mattinata, e per un’intera mattinata la lontra giocò davanti a lei. Battistina imparò che la solitudine non è nemica del divertimento, e imparò anche altre cose: che per entrare nell’acqua è meglio adoperare uno scivolo d’erba piuttosto che rovinasi i piedi sulle rocce, che se si vuol catturare un pesce con le mani bisogna aver pazienza e avvicinarsi da sotto e da dietro, e perfino che si può scoprire il rango di un animale o di una persona dai suoi escrementi. Quelli della lontra, per esempio, puzzavano di pesce e contenevano le squame di quello che aveva mangiato.

Che la volpe fosse distratta Battistina lo stabilì, invece, quando l’inverno prese ad addolcirsi: mentre a dicembre e a gennaio era infatti impossibile trovar tracce del suo passaggio, a febbraio la volpe cominciò a lasciare in giro il suo pelo, a ciuffi e batuffoli dorati, appesi ai rami più bassi delle piante, impigliati agli arbusti e ai rovi, perfino dentro ai cespugli. Come se l’approssimarsi della primavera le avesse fatto perdere la testa.

Dalla volpe imparò a non perdersi nei boschi. E come la volpe segnava le piante che voleva riconoscere strofinandogli contro il culo e lasciandoci sopra odore di mandorle ( il che era segno di grandissima stregoneria), così Battistina iniziò a segnare tronchi e sentieri togliendo le foglie a un ramo basso sempre nello stesso modo, tre da una parte e tre dall’altra. E imparò pure che spesso è meglio fingersi morti e seppellirsi nell’erba piuttosto che scappare ( e così sfuggì a un gruppo di gendarmi che andava dietro a un contrabbandiere verso il passo di Collardente), che quando una preda è troppo difficile da maneggiare è meglio lasciarla perdere ( a dire il vero la volpe faceva di peggio ai ricci e ai rospi velenosi che non riusciva ad azzannare:gli pisciava addosso), e che nella stagione dell’amore c’è una cosa che fa diventare matto il maschio, leccargli il muso (ma questo si promise di verificarlo più avanti).

In realtà, perché gipeto, lontra e volpe distratta le consentissero di gironzolare intorno e la considerassero come una specie di parente tonta da sopportare con benevolenza, non se lo chiese mai. Pensò che per una strega come lei , fosse naturale vivere da bestia fra le bestie. Mangiò ghiande e castagne raccolte fra le radici degli alberi prima che arrivassero i legittimi proprietari, sfilò le uova di sotto alle chiocce e le bevve ancora tiepide, arrostì di nascosto nei seccatoi ormai freddi i pesci avanzati dalla lontra e andò di notte a mungere le vacche di Greppo e Bregalla, tanto che i contadini continuarono per settimane a immaginarsi, per via di quelle mammelle improduttive,nuove maledizioni scagliate contro le loro stalle.”

Da “Strega” di Remo Guerrini. Ed.Interno Giallo

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