“Bello mondo”- Mariangela Gualtieri

Con i versi della poetessa Mariangela Gualtieri, semplici e profonde riflessioni sull’esistenza, sulla forza e sulla bellezza della natura, della vita, delle relazioni mi associo nel “ringraziare desidero” per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi e auguro a tutti voi lettori un sereno Natale.

               §§§§§

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione,
che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto
e l’uccello leggero che vola oltre, più in alto, più su.

Ringraziare desidero per l’amore,
che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede.

Ringraziare desidero
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in noi,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo
per il prisma di cristallo e il peso di ottone,
per le strisce della tigre,
per l’odore medicinale degli eucaliptus,
e la speranza, la fiducia, la lavanda.

Ringraziare desidero
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un inizio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare senza uno stupore antico
e per il mare che è il più dolce fra tutti gli dei.

Ringraziare desidero perché
sono tornate le lucciole,
le nuvole disegnano,
le albe spargono brillanti nei prati,
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati.

Io ringraziare desidero per la bellezza delle parole, natura astratta di dio
per la lettura e la scrittura, che ci fanno sfiorare noi stessi e gli altri
per la quiete della casa,
per i bambini che sono nostre divinità domestiche
per l’anima, perché consola il mio girovagare errante,
per il respiro che è un bene immenso,
per il fatto di avere una sorella.

Io ringraziare desidero
per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi
per le facce del mondo che sono varie
per quando la notte si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati,
fragili e confusi,
cercatori indecisi.

Ringrazio dunque
per i nostri maestri immensi
per tutti i baci d’amore,
e per l’amore che ci rende impavidi.
Per i nostri morti
che fanno della morte un luogo abitato,
e per i nostri vivi, che rendono la vita uno specchio fatato.
Per i figli,
col futuro negli occhi,
perché su questa terra esiste la musica,
per la mano destra e la mano sinistra, e il loro intimo accordo
per i gatti per i cani esseri fraterni carichi di mistero,
per il silenzio che è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Ringraziare desidero
per Whitman, Presti e Francesco d’Assisi,
che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.

Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la gran potenza d’antico amor
per amor che muove il sole e l’altre stelle
e muove tutto, in noi.

Mariangela Gualtieri (da “ Le giovani parole”- Einaudi, 2015)

Voglio parlare di una bambina…

Voglio parlare di una bambina, bionda con i capelli sciolti e spettinati, gli occhi ambra, la gonna corta, le ginocchia nodose e le braccia sottili. Una donna, centenaria di baci e clienti, recita la solita solfa e con un sorriso accattivante  e sdentato, invita il passante ad assaggiare quel frutto acerbo che con ritrosia abbassa lo sguardo e cerca di retrocedere.Le tira su il mento, per mettere in mostra la sua bocca carnosa che si annida in un broncio infantile. La bambina dagli occhi selvatici guarda quasi con aria di sfida, ignara di accrescere così il suo potere d’acquisto. L’uomo che le compare davanti, le va incontro in silenzio con il passo lento ma fermo di due generazioni fa, di chi non si pone più tante domande, né si fa scrupoli pur di concedersi una scarica di adrenalina, forse l’ultima, che lo nutra di un altro vigore, forse l’ultimo, tra le carni giovani, mentre le sue irrancidiscono di egoismo, rancore e ineluttabile destino.La nonna ruffiana gli fa strada su un selciato polveroso verso una casa, ancora segnata dal terremoto, e tira per mano la bambina. Voglio parlare di una bambina che non sorride, che sconta la colpa di essere graziosa da quando ha dieci anni perché “doveva imparare presto” a soddisfare le voglie di un uomo qualunque e ad arricchire il protettore di turno.

 Voglio parlare di una bambina che ogni giorno percorre sei chilometri per andare a scuola, canta e saltella come una gazzella per i campi e si sente libera nel cielo turchino che l’accompagna. Sui libri le piace immaginare il suo futuro, pensare che andrà a studiare in città. Un giorno viene marchiata da colui che può quindi reclamarla come moglie. Non importa che sia il cognato, ormai vedovo e di vent’anni più vecchio di lei, e che l’abbia rapita, rinchiusa e violata in un casolare, lontana dai suoi sogni e dai suoi affetti. Tra le lacrime, le grida e i calci trova la rabbia e la forza di schizzare via da quell’uomo che confonde l’amore col possesso, dalle tradizioni, dalla volontà altrui, dal verdetto dei vecchi del villaggio, dall’omertà di tutti, dal silenzio di sua madre, dalla rassegnazione di suo padre. Voglio parlare di lei che ha cambiato un po’ la storia, ha creato un precedente in un continente dove le donne subiscono mutilazioni dei genitali e dei seni, fuggono da matrimoni combinati e preferiscono affrontare l’incognita di un viaggio senza meta sopportando la violenza di altri uomini,della calura del deserto e del mare.

Voglio parlare di una bambina che vive felice nel suo villaggio finché alcuni uomini, armati di sangue e odio, la rapiscono con la sorellina e la portano nella foresta insieme ad altri bambini. Con la nostalgia di casa nel cuore e la paura delle botte negli occhi cammina in silenzio per giorni aiutando la piccola, sfinita dalla fame e dalla stanchezza, fin quando un uomo le porge una pistola.Voglio parlare di una bambina soldato costretta a uccidere sua sorella, da allora in guerra con se stessa, che continua a combattere con quel ricordo, più che con quello degli altri morti ammazzati, degli stupri, delle gravidanze subite, di una libertà da pagare con l’emarginazione sociale.

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Voglio parlare di una bambina che hanno cercato di  sfregiare per cancellarne l’ identità di ragazza libera, curiosa di imparare,conoscere e scrutare orizzonti lontani; voglio parlare della riduzione in schiavitù di studentesse, della loro colpa di credere che l’istruzione possa emancipare e affrancare da ogni forma d’ignoranza, di pregiudizio, da ogni abuso e sopraffazione. Voglio parlare di donne di ogni età, vittime sacrificali di una precisa strategia militare. A nome loro hanno parlato una bambina e una ragazza che all’ONU hanno rivendicato la libertà e la dignità  delle tante vittime di uomini spietati e brutali. Il loro sguardo sofferente ma deciso ha urlato al mondo intero un’invocazione di giustizia più delle loro parole dirette, calme ed efficaci.

Voglio parlare di una bambina bella bella, gioia e orgoglio di mamma e papà, talmente bella da sembrare una bambola, truccata pettinata vestita come una Barbie in miniatura. Una piccola venere sotto i riflettori, idolo delle coetanee, incarnazione della vanità femminile, di una bellezza artefatta ma perfetta. Una bambola di bambina, capace di sedurre a sua insaputa: i suoi  occhi splendenti e il suo sorriso da star nel teleobiettivo gli sono rimasti impressi nel cervello anche quando l’ha stuprata e fatta a pezzi. Magari fosse scappata da quel gioco attraente di luci,tulle e paillettes. Voglio parlare delle bambine plagiate a essere una finta donna, a volte proprio da chi avrebbe dovuto proteggerle, vittime di un ruolo non scelto, di un’infanzia negata dalla miseria, dalla pubblicità o dalla perversione degli orchi.

Voglio parlare di una ragazza dal sorriso dolce e dagli occhi grandi, spalancati sul domani, sui sogni della giovinezza e sull’ amore sbagliato,che ride con lui, piange per lui, litiga con lui, a lui si ribella e da lui viene uccisa.Voglio ricordare le tante ragazze assassinate dalla stessa mano che poco tempo prima accarezzava e diceva di amare la loro voglia di vivere. Ora gravano sul cuore e sulla coscienza di tutti, perché sono un po’ le nostre figlie, indifese nell’ estremo tentativo di reagire, salvarsi, vivere.Come stille di pioggia scivolano lungo una foglia, evaporando, si sono dileguate troppo presto lasciando nel web quei sorrisi indelebili e preziosi.

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Scusatemi se parlo per le tante bambine che vivono nell’ ombra di una baracca o in un bordello per turisti, o se grido per tutte quelle bambine e donne che oggi come ieri  pagano l’essere femmine in un contesto dove nascere è una disgrazia, ma nascere femmina lo è ancora di più. Scusatemi se ho impresse negli occhi quelle bambine senza voce, invisibili per chi ha troppa fretta o indifferenza, schifate perché di diversa origine, provenienza, lingua e cultura anche da madri di altri figli, troppo ottuse e frustrate per uscire dal buco in cui si rintanano gongolanti di pregiudizi. Ascoltatemi se parlo di bambine che hanno per bambolotti i fratellini o i figlioletti da accudire, di quelle che vivono per strada, o delle spose bambine da comprare a vita in cambio di un pasto sicuro, da scartare poi per soddisfare un nuovo capriccio.

Non smettiamo di parlare delle donne che non sono mai state bambine e delle bambine che non possono più diventare donne, perché nessuna guerra, usanza, ignoranza, distanza può giustificare certi crimini.

Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne 2018

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Quanto mi dai?

La Venere degli stracci a Ventimiglia

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Venere degli stracci a Ventimiglia

Nel cortile della chiesa delle Gianchette di Ventimiglia è arrivato l’esemplare extralarge della Venere degli stracci, opera del grande artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto, simbolo dell’Arte povera e icona della cultura del consumismo contemporaneo. È stata già accolta in contesti di frontiera e in luoghi di emergenza sociale come l’isola di Lampedusa e il MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma e partirà poi a giugno per Bolzano. Già nell’aprile 2017 su un’aiuola al confine italofrancese di ponte San Ludovico Pistoletto collocò  il  Terzo Paradiso, una sequenza di massi a forma di otto rovesciato, dove  l’anno scorso ricordammo coloro che persero la vita nel tentativo di varcare quel confine.

“Gli stracci non sono solo stoffe, ma quel che resta degli abiti. Dentro ogni straccio è passato almeno una persona. Quindi c’è l’umanità, tutto quello che l’umanità ha vissuto e che rimane come residuo. E la Venere, con  la sua bellezza rivolta verso quegli scarti, rigenera la fine.”

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Una rigenerazione che a Ventimiglia si fa attiva e partecipativa nel donare nuove appartenenze a chi, in viaggio verso l’ignoto, è troppo spesso reso invisibile dalla perdita della propria identità. Da quest’opera d’arte contemporanea parte un messaggio importante di sensibilizzazione per l’attuale e drammatica situazione delle migrazioni in Europa e nel Mediterraneo. Arte che si fonde con la vita per promuovere responsabilità sociale, dialogo, relazione, un ponte culturale e umanitario  in una città che ha trovato in Don Rito  una figura di grande spessore per l’impegno nell’accoglienza, nel rispetto e nella cura dei migranti. Grazie a lui persone della società civile, di ogni nazionalità, età ed estrazione socioculturale, si sono attivate come potevano mettendo in pratica quei valori che sono alla base di ogni democrazia.

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È bello vedere come  a Ventimiglia, che ha una realtà complessa, confluiscano  volontari da ogni parte d’Italia e d’Europa. Sì, d’Europa. Voglio ricordare i ragazzi britannici  che hanno operato per i piccoli ospiti delle Gianchette, regalandoci poi  tutto il materiale rimasto, o i volontari di un’associazione tedesca che si sono adoprati perché le donne nascoste nel fiume potessero lavarsi, e tutti quei ragazzi e volontari francesi che ogni sera distribuiscono pasti e vestiti ai migranti di passaggio. Ricordo anche  una giovane insegnante universitaria venuta appositamente dall’America per capire cosa stesse succedendo a Ventimiglia e  in Italia con il fenomeno della migrazione. Aveva pianificato le sue ferie per parlare con rappresentanti istituzionali e volontari che operano per e con i migranti in varie parti d’Italia e raccogliere interviste e foto che le servivano per una pubblicazione.

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Ventimiglia nel suo piccolo di fatto  rappresenta la cultura in trasformazione, cosa che non può dirsi per altre città liguri, ma non dimentichiamo che  in fondo arte e cultura sono motori di  sviluppo territoriale.

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Oltre alla Venere nel cortile della chiesa delle Gianchette  ci sono altri stracci intrecciati in una rete da cantiere, anch’essa di scarto che diventa risorsa. L’intreccio consente la visione di un grande planisfero, un  mondo a colori per tessere relazioni e veicolare metafore, raccontare un nuovo tessuto sociale in una complementarietà di pieni e vuoti, collegati da un filo alla vela che consente di navigare alla Venere degli stracci. Al centro la riproduzione in carta d’alluminio del Terzo Paradiso, realizzata dai bambini delle scuole: due cerchi piccoli possono unirsi e trasformarsi in uno più grande, perché l’unione è sempre una risorsa e una forza.

Tempo fa scrissi, ricordando un giovane migrante:“Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.”

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20180519_144256Oggi riconosco che quest’esperienza è stata straordinaria; chiunque di noi riconosce che ci ha cambiati e arricchiti. Penso alla stazione di piazza Garibaldi della metropolitana di Napoli dove Pistoletto ha collocato le  immagini fisse di viaggiatori di ogni età su specchi  nei quali si riflettono quelli veri che salgono verso la città sulle scale mobili. Gente che va e viene in una quotidianità che si ripete, in un flusso vario e denso di energia e vissuti. Così ora alle Gianchette nella mostra di foto, video, diapositive, disegni, lettere, articoli di giornale, pietre colorate e nel librone di 13000 nomi di uomini donne e bambini di 50 diverse nazionalità c’è scritta un’importante pagina di storia, ci sono i passi, le testimonianze di un’umanità così umile da renderci partecipi delle loro vite e dei loro fiduciosi sorrisi. Questo è stato il piccolo grande miracolo di Ventimiglia, in un contesto socio culturale non facile, spesso indifferente, a volte chiuso e ostile, ma un miracolo che rigenera, dà speranza e commuove chi l’ha capito. Grazie a quanti lo hanno reso possibile, a tutte quelle 13000 persone in cammino, grazie per averci spronato a trovare nell’emergenza le risorse interiori per uscire da noi stessi, per incontrarvi, sostenervi come potevamo, e conoscervi  facendoci sperimentare che la diversità arricchisce davvero nel profondo e che ogni essere umano, con il suo vissuto e le sue speranze, merita rispetto in quanto tale.

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L’evento è stato promosso dalla Caritas diocesana di Ventimiglia-Sanremo, Ventimiglia CONfine Solidale , con la collaborazione di Cittadellarte- Fondazione Pistoletto, del Dipartimento Educazione Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea, dell’Associazione Pigna Mon Amour di Sanremo e di spazio5 di Bolzano.

La mostra è aperta dal 18 maggio fino al 20 giugno presso la chiesa delle Gianchette ( venerdì- sabato – domenica dalle 10.00 alle 20.00)

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Buona fortuna, ragazzi!

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

In cammino…

25 aprile: Fragola Doria e Spartaco

Oggi riporto una storia  di Resistenza partigiana  raccontata nel libro “Con la resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone.

È la storia di un giovane napoletano, Armando Izzo, nato ad Afragola (Na) il 12 giugno 1916. Fece studi classici per poi laurearsi  in Giurisprudenza in un clima di esaltazione acritica del regime fin quando fu chiamato alle armi il 6 giugno 1941 e ben presto iniziò a rendersi conto  delle chiacchiere di Mussolini  “Chiedemmo che significava 1891 e ci spiegarono che era il suo anno di nascita. Incredibile! Eravamo scesi in guerra con un fucile vecchio di cinquant’anni mentre tutti gli altri eserciti già avevano moderni fucili a raffica o a ripetizione”. Capì che la disciplina, il linguaggio e il comportamento degli ufficiali e sottoufficiali si ispiravano al più bieco autoritarismo : “Allora capimmo che c’era un filo ideale che congiungeva il fascismo con l’insegnamento militare: non pensare, eseguire solo gli ordini e fu la rivolta delle coscienze!…. Il fascismo si preoccupò che questa massa di giovani diplomati e laureati lasciata a casa potesse prendere coscienza della situazione del paese per la politica del regime non condividendola. Per cui preferì ingabbiarli nei predetti battaglioni”.  I giovani arruolati furono presto impegnati al fronte.

Izzo nel luglio 1941 divenne Caporale, dopo due mesi Sergente e poi entrò nella  scuola degli Allievi Ufficiali di Salerno ove studiò con impegno la Topografia  che gli servì in seguito come Comandante partigiano. Partecipò  alla II Guerra mondiale nella zona di Mentone.  Rischiò di essere mandato davanti a un plotone d’esecuzione perché il suo comportamento nei confronti dei  soldati era considerato troppo aperto. A Gorbio ricevette l’incarico di Difensore d’ufficio presso il Tribunale militare di guerra della IV Armata che operava a Breil. Sebbene non avesse esperienza, s’impegnò a difendere i suoi assistiti e si rese conto che quei processi erano perlopiù farse per condannare a morte soldati italiani che rivendicavano la loro dignità di uomini e si ribellavano all’ottuso militarismo di tanti Ufficiali e Sottufficiali “Purtroppo capii che i soldati non avevano molti diritti  da far valere. Il termine “insubordinazione” trovava largo spazio e commento nel codice penale militare Era un macigno che pesava sempre sullo stomaco dell’inferiore e che il superiore era sempre pronto a infierire sull’inferiore” . Quei soldati non erano affatto delinquenti o nemici della Patria, ma solo dei poveri cristi che per qualche banale errore erano caduti ingenuamente nelle grinfie di qualche superiore invasato, alla ricerca di qualcuno sul quale sfogare proprie frustrazioni; inoltre bastava poco per fare parte dei soggetti ritenuti pericolosi.

Quando fu annunciato l’Armistizio l’8 settembre 1943 il Sottotenente Izzo decise che doveva combattere contro i nazifascisti per liberare l’Italia , e tramite due esponenti della Resistenza francese, partì per l’Italia per raggiungere Cima Marta a 2200 mt di altitudine. Poi con un compaesano e altri ufficiali raggiunse Triora e si unì ai partigiani con  il nome  “Fragola ( da Afragola) Doria” . Divenne Comandante partigiano della V brigata d’Assalto Luigi Nuvoloni  della I Zona Liguria, partecipò a numerose azioni contro i nazifascisti che operarono rastrellamenti, eccidi e devastazioni nell’entroterra ligure cui si opposero interi paesi grazie a donne di ogni età, agli uomini rimasti e a tanti giovani. Partecipò all’occupazione di Pigna a fine agosto 1944 e alla sua difesa nell’ottobre successivo. A dicembre prese il comando della V Brigata che tenne fino alla Liberazione, sostituendo  il famoso Vittò, che passò  a dirigere la II Divisione “Felice Cascione”. Armando Izzo ottenne  la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il 1° maggio 1996 il Comune di Castelvittorio gli ha conferito la cittadinanza onoraria e la sua città natale, Afragola, con solenne cerimonia, il 26 giungo delle stesso anno gli ha consegnato la Medaglia d’Oro al merito della Resistenza.

 

Il  libro con la Resistenza nel cuore” riporta  pagine del memoriale di Fragola Doria  che ricordano alcune delle pagine più tristi della storia  dell’entroterra ligure, come l’eccidio di Gordale, e “Spartaco”, un diciottenne  di Isolabona, che come altri giovanissimi aveva combattuto per la Liberazione dai nazifascisti.

“I Tedeschi paventavano uno sbarco alleato in Provenza, nella Francia meridionale, con ripercussioni lungo tutta la riviera fino a noi e quindi la decisione di sbaragliare per sentirsi sicuri nelle zone interessate. Essi intensificarono la difesa costiera. Tre forti colonne tedesche investirono la nostra zona: una, risalendo la Valle Argentina dopo avere distrutto Badalucco, salì fino a distruggere Molini di Triora. Altra colonna risalì la Valle Nervia, danneggiò Castelvittorio e per il passo di Carmo Langan scese per Molini e si congiunse con la prima colonna.

Una terza colonna (tedesca) scende dalla sinistra della valle per Coorte Andagna e da Molini sale a Triora. Tutto è distrutto. I Tedeschi battono il territorio del retroterra di Triora; nulla si salva. I vecchi castagni vengono battuti con il calcio del fucile, temendo che qualche partigiano potesse essere nascosto  lì dentro. Ci furono due avvenimenti incredibili, di cui uno rasenta la pazzia. Stavamo sotto una roccia in quattro con Spartaco e altri due Garibaldini. Eravamo nella zona di Loreto; avanti a noi un  sentiero sul quale passavano i Tedeschi alla nostra ricerca. Ci rendevamo conto della nostra situazione disperata. Spartaco mi dice: “Non voglio cadere vivo in mano ai tedeschi, non so gli altri due cosa pensano, tu sei un ufficiale, uccidimi con un colpo di pistola!” Era crollato! Gli dissi che se i Tedeschi ci scovavano, dovevamo cercarne  di ucciderne ancora qualcuno prima che ci uccidessero. Gli altri due assentirono. Poi il diluvio. I Tedeschi si ritirarono  di fronte all’infuriare della tempesta. Uscimmo dal nascondiglio con l’acqua a ruscelli che scendeva per i sentieri e la mulattiera.Il torrente Argentina era gonfio. Trascorse un minuto ed era come se fossimo in un mare in tempesta. Riparai in un casolare a Cetta. C’era una donna anziana, sola con una ragazza. Ci disse che stava sola e che la nipote aveva famiglia in Francia, con la quale  non aveva più potuto comunicare. Appena qualche minuto e poi delle grida: “Arrivano i Tedeschi”. Afferro la giacca ed esco di corsa, ma non ritorno più in quel casolare.  La storia è raccontata in “Storia della Resistenza di Imperia” . Spartaco fu bruciato vivo dai Tedeschi sopra Isolabona.” (da “Con la Resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone).

Buon 25 Aprile!

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27) 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)  

25 aprile: Oltre il ponte.

“Ma dimmi tu questi negri”- Andrea Ivaz Melis

 

 

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Ma dimmi tu questi negri 
che vengono a prendersi per disperazione 
ciò che noi ci prendemmo con la violenza, 
la spada e la croce santa, 
lasciandoci dietro solo disperazione.
Ma dimmi tu questi negri
che hanno cellulari e guardano le nostre donne, 
mentre noi da sempre
ci fottiamo le loro 
un tanto a botta nelle strade nere delle periferie, 
e prendiamo il silicio dalle cave delle loro terre, 
e come osano poi questi negri 
avere desideri proprio uguali ai nostri 
manco fossero umani.
Ma dimmi tu questi negri che attraversano il mare 
come se fosse messo lì per viaggiare 
e non per tenerli lontani, 
per galleggiare e non per affondare, 
per andare e non per tornare.
Ma dimmi tu questi negri 
ex schiavi dei bianchi 
che vengono qui a rubarci il pane 
proprio ora che gli schiavi siamo noi 
messi in ginocchio e catene 
da politici e finanzieri bianchi 
con colletti bianchi 
e canini e incisivi sorridenti 
e perfettamente bianchi, 
che in meno di trent’anni 
ci hanno fatto schiavi.
Ma dimmi tu questi negri 
che hanno scoperto ora che la terra è una, 
è rotonda, 
e che a seguire la rotta della loro fame
si arriva dritti dritti alla nostra opulenza.
Ma dimmi tu questi negri 
che facessero come i nostri nonni:
cioè tornare nella giungla e sui rami alti 
visto che sono loro i nostri progenitori
e che l’umanità è tutta africana.

Ma dimmi tu questi negri che non rispettano i confini della nostra ignoranza e i muri della nostra paura.
Ma dimmi tu questi negri che persino si comprano le sigarette 
dopo che noi ci siamo fumati le loro foreste, 
le loro miniere, 
il loro passato,
il loro presente 
ma abbiamo commesso l’imperdonabile errore di lasciargli una vita 
e un futuro 
a cui dimmi tu, questi negri, 
non rinunciano mica.
Ma dimmi tu questi negri 
che si portano il loro Dio da casa 
anziché temere il nostro, 
e sanno ninna nanne e leggende e favole più antiche delle nostre e parlano male la nostra lingua
ma benissimo le loro che però noi non capiamo.
Ma dimmi tu questi negri a cui non vogliamo stringere la mano 
né far mettere piede in casa, 
sebbene a ben guardare 
abbiano i palmi delle mani e dei piedi perfettamente bianchi. 
Proprio come i nostri.

Andrea Ivaz Melis

Giornata Mondiale del Rifugiato

 

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Oggi ho partecipato a una pacifica manifestazione al confine italo francese, organizzata da Amnesty International, proprio presso “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto. In nome dei diritti internazionali dei Rifugiati e Migranti si sono ricordati  quanti hanno perso la vita lungo il confine nel tentativo di raggiungere destinazioni che garantissero loro una vita al riparo da guerre, persecuzioni e povertà. A Ventimiglia da anni c’è un costante flusso di migranti che cercano di andare in  Francia  e proseguire il viaggio verso i paesi scandinavi, la Germania, l’Inghilterra, spesso  per raggiungere parenti o amici.

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Solo nel mese di maggio  sono passate per Ventimiglia 2500 persone diverse, provenienti in gran parte dalla Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Guinea, Nigeria, Sudan, Ciad , Mali  di cui 711 ragazzi dagli 11 ai 18 anni e 1054 dai 19 ai 25 anni.

Sempre a maggio 502 persone sono stati registrate  presso la chiesa di sant’Antonio alle Gianchette, di cui 155 femmine, 347 maschi. Tra questi 30 bambini da 0 a 4 anni, 21 bambini  da 5 a 9 anni, 18 da 10 a 14, 271 dai 15 ai 18 anni, 55 dai 19 ai 24 anni,73 dai 25 ai 34 anni, 22 dai 35 ai 44 anni, 7 dai 45 ai 54 anni, 4 dai 55 ai 64 anni, 1 dai 65 ai 74 anni.

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Da oltre un anno dedico parte del mio tempo a  loro, ai giovani che sperano gli venga riconosciuto lo  status di rifugiato. Tanti se ne sono andati, altri sono rimasti. Svolgono attività di volontariato civile, stanno seguendo sperimentazioni botaniche e laboratori didattici, alcuni lavoricchiano nei  bar e  ristoranti, suonano, cantano, hanno recitato in circa venti scuole  della zona dove siamo riusciti a portare una fiaba africana, inventata da uno dei più giovani e creativi del gruppo, per fare conoscere usi e costumi africani misti agli elementi caratteristici della fiaba,  compreso il finale “e vissero tutti felici e contenti”.  

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L’integrazione non è facile, ma possibile, lavorando  soprattutto con le giovani generazioni; qui un esempio di quanto svolto nella scuola di Dolceacqua. https://www.youtube.com/watch?v=BRapnZ1reN4

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È possibile vivere insieme, confrontarsi, maturare e imparare dalla diversità. La maggior parte dei ragazzi che arrivano sperano che un giorno possano tornare a vivere liberi e in pace nella loro terra, come noi.

 

 

 

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Buona fortuna, ragazzi!

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta.” ( Nico Orengo)

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Una pagina di “Terre blu”, ispirata dai ricordi del cuore e dal ponente ligure, per ricordare Nico Orengo.

C’era quella Liguria di scoglio, un po’ levantina, insofferente all’ospitalità che non fosse mediata dal tempo, inserita, tutto sommato aliena al turismo se non per il ricavato immediato, la visione di una risorsa alternativa al duro lavoro della campagna. E c’era quella Liguria di roccia, più severa, appena più lontana, che portava traccia di campagna e d’oliveti, di boschi, lecci e castagni. Paesi appesi, fiori di roccia, Apricale, Taggia, Pigna, Triora, Perinaldo, votati al sole dei campanili e all’umido dei carrugi, dove odore di mulo e capra, degli umili di questa terra, colpivano narici e gole di sconosciuta, antica memoria. Andavamo in quei paesi, perché si mangiava la capra con i fagioli, perché c’erano crocefissioni, giudizi universali, padri della chiesa, dipinti con grande maestria da maestri liguri e piemontesi che impostavano cartoni mentre Cristoforo Colombo cercava le terre che poi furono d’America. Ci salivamo perché verso San Biagio e Soldano, verso Dolceacqua e Trucco, c’era sempre un prete che aveva del gran rossese o del vermentino. Perché c’era una trattoria che offriva ravioli di borragina, coniglio arrosto con le olive, fiscioi, frittate di carciofi, ripieni di cipolla, fiori di zucca fritti. Ci andavamo per vedere paesi fantasma, case in pietra che mostravano alla valle un orgoglio ferito e inalterato. E quei paesi davano segni di vita in spruzzi di gerani, in accensioni di mimosa, in cascate d’agavi, in metalliche insegne di gelati e bibite di un boom che, per fortuna, così deflagrante non avrebbe mai raggiunto quelle strade.

Andare in quei paesi era come entrare in una primitività che non era la guerra appena passata, l’abbandono, la mancanza di luce, era qualcosa di più intenso, una resistenza del lontano passato, una memoria anche cupa, anche inaccettabile, ma molto reale, della contraddizione umana, della stratificazione culturale che la Storia ci impone.Era andare in quei paesi, che offrivano una latta di basilico o di rosmarino, fuori da una porta e il luccichio di una spalliera di pomodori a fianco della casa, come entrare in un museo archeologico, in una grande  biblioteca. Le donne attraversavano i paesi, gli uomini fumavano un toscano, qualche bambino giocava con i tappini della gazzosa, da una radio veniva un notiziario sul tempo. Rubavamo immagini di un mondo che non sapevamo dove sarebbe andato a finire.

Noi, ragazzi,  preferivamo stare dove stavamo, dal lato, comunque, dell’estate, del garofano e della rosa, ma chiedevamo di tornarci “lassù”, perché sentivamo che lassù la vita aveva una andatura diversa e comunque fosse andata, cosa il futuro avrebbe inventato per quei paesi di muschio e silenzio, intanto noi, tornandoci, avremmo potuto essere ragazzi per più tempo ancora.

 (da “Terre blu” –Sguardi sulla riviera di ponente – di Nico Orengo)

Le donne della Resistenza nel Ponente ligure.

È doveroso  ricordare le tante donne della Resistenza, protagoniste dell’interessante   ricerca e raccolta di testimonianze di  Gabriella Badano, affidate sia alla storiografia locale e a documenti reperiti presso l’ANPI , l’Istituto Storico della Resistenza  e i Comuni  oltre che alla narrazione di alcuni partigiani e delle donne della zona  (“Ribelli per la libertà- Storie di donne della Resistenza nell’estremo Ponente ligure” e “In montagna libere come l’aria…le partigiane combattenti dell’estremo Ponente ligure”). Eccole:

Irene Anselmi , Nenè, nata nel 1908 a  Vallecrosia (patriota).

Maria Laura, Marì , nata nel 1903 a  Baiardo (partigiana combattente).

Andreina Rondelli, Brigida , nata nel 1907 a Camporosso (partigiana).

Adelina Pilastri, Sascia , nata nel 1923 a Bordighera (partigiana combattente ).

Emma Borgogno, nata nel 1924 a Perinaldo (patriota).

Giorgina Ascheri, nata nel 1920 a Dolcedo.

Rosa Fornari, Penelope, nata nel 1901 a Neviano degli Ard (patriota).

Lanteri Maria .Teresa, nata nel 1919 a Triora (partigiana combattente).

Isabella Morraglia, nata nel 1920 a Bajardo (antifascista).

Giuseppina Peverello, nata nel 1914 a Castelvittorio.

Caterina Orengo, Grisgiuna, nata nel 1908 a Castelvittorio (agente di informazioni militari).

Caterina Orengo, Leda,  nata nel 1915 a Castelvittorio.

Elvina Guglielmi, nata nel 1923 a Perinaldo (antifascista).

Maria Scotti, Signurì , nata nel 1907 in Piemonte (antifascista , infermiera).

Pierina Boeri, Candacca, nata nel 1923 a Badalucco (partigiana combattente).

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Nell’estremo Ponente ligure (provincia di Imperia), in particolare nella val Nervia e in alcune zone della Val Roja e Argentina, molte donne parteciparono alla Resistenza, dando il loro contributo alla Liberazione che in quest’area vide la formazione spontanea  di bande partigiane grazie a giovani del luogo, ai soldati sbandati dopo l’armistizio, a ufficiali e sottufficiali. Le donne, perlopiù anziane e contadine, nascosero  i ribelli e i militari nelle loro case, li sfamarono, li vestirono, li curarono. Le altre si attivarono  creando collegamenti, procurarono e nascosero  armi, viveri e  documenti falsi, fornirono informazioni ai partigiani e sviarono i tedeschi e i fascisti.  Parteciparono  alla Resistenza non solo per sostenere un familiare o un amico già in montagna, ma anche per un senso di giustizia, ribellione alle violenze, alle intimidazioni, ai soprusi, alle ruberie, alle fucilazioni, agli incendi cui avevano assistito, con la speranza in un futuro di pace e libertà, anche dalla famiglia.

Spesso la loro scelta di vita  non era approvata né sostenuta.

“Sono sempre stata un tipo un po’ ribelle, mio padre è morto quando avevo sei anni, quindi non ho potuto avere un’eredità politica da lui, che pure era socialista, ma l’ho saputo dopo il 25 aprile. I miei genitori, soprattutto mia madre, erano severissimi, sono stata allevata in un ambiente ottocentesco. Ho frequentato l’Istituto Magistrale da Maria Ausiliatrice…cosa non abbiamo fatto passare alle suore! Nel mio ambiente c’erano molti tabù. Io ero abituata in una casa in cui non si poteva parlare di niente, ma certe cose mi venivano spontanee. Sentivo di dovermi ribellare.” (Sascia)

“Prima della guerra lavoravo alla Fassi; poi la fabbrica ha chiuso e ho iniziato a fare la commessa in una panetteria, lì sul ponte. Lì era il luogo dove incominciavano a radunarsi i partigiani. Avevano bisogno di una persona, per fare la staffetta, che non desse tanto nell’occhio, una persona un po’ giovane, con un po’ di energia, che portasse questi biglietti. Dove vo andare da lì a Sanremo, a piedi. L’ultimo anno c’erano i bombardamenti…quante volte me la sono vista brutta…Io , finché vivrò, odierò i tedeschi! A parte cosa hanno fatto a me, è terribile quello che ho visto fare…” (Irene Anselmi)

“Il mio è l’unico paese che si è ribellato al completo ai fascisti: abbiamo proprio impugnato le armi, magari abbiamo fatto poco, ma abbiamo cercato di non farli venire, nel luglio del 1944. Io, allora, assieme a mia mamma e a un’altra signora, di cui non ricordo il nome, sono andata a prendere le armi: sapevo dov’erano e le abbiamo portate fino al ponte di lago Pigo, che divide Castelvittorio da Pigna, dove c’erano quelli che avevano affrontato le camicie nere…(Ilda Peverello)

“Noi siamo cristiani, cattolici, osservanti, non potevamo essere fascisti! Lo facevo anche per l’italianità. Ho rifugiato tante persone…dall’8 settembre ho avuto sempre gente…Quando i tedeschi mi hanno portato via, avevo ancora gente in casa. La spia me l’ha fatta un irresponsabile: nove uomini e una donna, portati al tribunale Speciale a Sanremo, poi a Villa Magnolia, all’ultimo piano, unica donna…mi hanno interrogato prima i tedeschi poi gli italiani, poi mi hanno liberato, per poco. Quando ho saputo di essere di nuovo ricercata ho chiesto alle Suore dell’Istituto Marsaglia se mi prendevano e sono andata lì con mio marito” (Penelope)

“Siamo gente di fede, io sono democristiana, per non essere iscritta al fascio ne ho passate di tutti i colori: non mi hanno iscritta all’albo, ho perso la condotta, poi dal’43 ho combattuto veramente il fascismo, aiutato i partigiani, ero con loro. I fascisti mi volevano male e dire che io li ho sempre curati tutti! Quando hanno fatto il rastrellamento a Castelvittorio, il 19 giugno 1944, mi hanno arrestata, per arrestare 40 chili avevo intorno venti fascisti! In prigione ho sopportato il bombardamento a tappeto di trecento apparecchi, chiusa in una cella!” (Signurì)

“Sono maestra e la tessera del fascio l’ho presa per potere sostenere, come privatista, l’esame di abilitazione magistrale, se no, non potevo partecipare…Molti dei miei scolari e anche scolari di mio marito hanno fatto poi i partigiani ed è con loro che sono entrata in contatto subito. Ho fatto la scuola dal ’33, per cui avevo i ragazzi del ’21 e ’22. Tra persone intellettuali certe cose si capiscono subito, poi forse ero più spericolata delle altre, ero giovane ed allora mi sbilanciavo di più..” (Ilda Peverello)

Nella primavera del 1944 molte donne, colpevoli di avere curato feriti o aiutato i partigiani, oppure  denunciate per antifascismo, raggiunsero i partigiani sui monti.

“Uscita di galera, in quei momenti in cui ognuno cercava di fare la forca all’altro per non rimetterci la pelle, trovarsi lì con loro, libera come l’aria, dopo che si è stati chiusi è una cosa bellissima.” (Sascia)

Dalla documentazione degli istituti storici risulta  che migliaia di  donne furono arrestate e  torturate, centinaia furono fucilate o morirono in combattimento. In montagna  furono accettate  sia per i rischi corsi, sia perché respingerle significava condannarle a morte.

“Erano i primi di maggio del ’44. Appena salita in montagna ho incontrato Simon, che subito si gira a Curto (comandante prima zona della Liguria) e gli dice: ”Ma una donna in banda chissà come sarà trattata, eh… che non le facciano del male..” “Ci sono già gli avvertimenti!” gli ha risposto Curto. Se uno metteva le mani sopra una donna e questa non voleva, c’era la fucilazione. Questo fatto tutti o sapevano, le voci corrono…” (Candacca)

Donne che non si risparmiarono.  

“Ho fatto tutto quello che hanno fatto gli altri; ho fatto l’infermiera, la staffetta, le marce come gli altri; delle volte, anche alle due di notte, montavo la guardia come tutti gli altri”. (Marì)

“In banda facevo tutto come gli altri, anche le guardie di notte. A fare da mangiare erano gli uomini: c’erano dei marmittoni che una donna non poteva nemmeno sollevare…Andavo con loro in azione, ero armata anch’io e ho partecipato a tutte le azioni. Sparare non mi faceva impressione: se tu non sparavi a loro, loro sparavano a te. Non potevi avere paura: vedevi gli altri che erano coraggiosi e non potevi avere paura! Io ero come loro, mi sentivo maschio e con me si comportavano come se fossi stata un altro uomo…” (Candacca)

“In montagna avevo una fifa da matti, così scappavo sempre quando sapevo che arrivavano…l’ultima volta ero già di sei mesi. Ero lì all’ospedaletto da campo, i tedeschi hanno tirato con il lanciafiamme e hanno dato fuoco…allora tutti stesi in terra.  Poi tutti alzati in fila  indiana, andiamo su, uno attaccato all’altro. Io non ne potevo più, insomma siamo arrivati in un posto indescrivibile, poi siamo scesi in una valle dove un tronco d’albero collegava una sponda all’altra. Mi sono levata le scarpe e appesa a ‘sto tronco, sono arrivata dall’altra parte. Arrivati laggiù ci siamo messi tutti sotto una roccia. Io dicevo “Non ne posso più dalla fame, dai calci che mi tirava il bambino, lasciatemi dormire.” (Teresa, partigiana combattente di Triora)

“Nella banda c’erano quattro cinque donne, non sempre le stesse, andavano e venivano. Non c’era tanta confidenza tra di noi, forse perché non ero più una bambina e sembrava fossi più evoluta. Loro, molte, erano dei paesi e avevano 20, 22,18, 25 anni. Io ne avevo 38. Ricordo qualche nome, Lara, Jeanette…ma non le ho più riviste! Gli uomini avevano un comportamento correttissimo” (Brigida)

“L’ho conosciuta (Marì) in montagna e per un periodo siamo rimaste insieme. Anche se eravamo le uniche due donne, non parlavamo solo noi due, ci vedevamo e parlavamo tutti insieme…” (Candacca)

“La nostra vita era fatta di paura e di tragedia, ma avevamo anche momenti di scherzi…anche perché eravamo tutti ragazzi…Mi trattavano un po’ come la loro mascotte. Ho sempre dormito vicino ai ragazzi e non ho mai trovato nessuno che mi desse fastidio, mai sinceramente…” (Sascia)

Le partigiane combattenti rimasero nelle bande fino alla Liberazione. Alcune scesero nelle città per partecipare ai cortei e alle manifestazioni.

“Il giorno della Liberazione siamo scesi giù a Sanremo e abbiamo fatto la sfilata: mi hanno messa proprio in testa alla colonna..” (Marì)

Altre ne furono escluse: nell’estate del ’44 ci furono dissidi interpersonali tra i partigiani, le donne furono radunate nell’ospedale di Valcona e vi rimasero fino alla Liberazione. Da documenti e da un’intervista alla sorella del Cion pare che nessuna fosse rimasta nella banda: i partigiani avevano vietato alle donne di sfilare per le strade ritenendo la loro presenza lesiva della reputazione del movimento di liberazione, oltre che  rischiosa per loro stesse. Alcune però non rinunciarono.

 “Per scendere a Sanremo mi metto in un distaccamento, in mezzo ai ragazzi. È stata una discesa molto allegra; oltre alla gioia di scendere, era divertente anche perché la gente, vedendomi in mezzo a loro, diceva: ”Ma è una donna!” “Ma no, non vedi che è un maschio che ha i capelli lunghi?” Allora i ragazzi facevano apposta e chiedevano: “Cosa dite…questa è una donna o un uomo?” Lì c’ero solo io, quella donna di Bregalla (Teresa) era scesa prima, con Vittò, col comando…” (Sascia)

Dopo la liberazione molte partigiane non ritirarono premi o riconoscimenti, spesso rimasero deluse dal ritorno alla “normalità”. Tante non parlarono del proprio contributo alla Resistenza, a volte perché ritenuto di scarsa importanza, a volte perché tacciato dalla gente come esperienza  vergognosa.

 “Per molti è stato il disonore della mia vita” (Nenè)

“Poi sono tornata a Bajardo e subito l’atteggiamento della gente mi ha costretta ad andare via…” (Marì)

“Per molto tempo è stato triste per noi, soprattutto donne, dire di avere fatto la Resistenza, era visto come un disonore, una vergogna..”

 “Dopo la guerra ho pensato che le cose andassero un po’ meglio…Molti mi hanno detto che avevo fatto una cosa diffamante per una donna, che era meglio mi fossi occupata di pentole… C’è ancora ignoranza nella gente. Per molti la donna deve occuparsi dei lavori che ha sempre fatto…ma se ci hanno dato il voto, bisogna che sappiamo darlo con giudizio, dobbiamo aprirci la mente…La mia vita è stata una vita di lavoro, di sacrifici, di silenzio. Spesso chi non ha fatto niente, ha avuto più onore di chi ha fatto qualcosa. Io ho la soddisfazione morale di avere contribuito a battere qualcosa di orrendo. Spesso però, in sogno sento ancora il rumore degli stivali tedeschi sulla scala…” (Nenè)

Altre compresero  la necessità di impegnarsi su altri fronti.

“Dopo la liberazione, comunque io ho continuato la mia lotta, anzi ne ho cominciato un’altra. Ho iniziato a seguire tutti i comizi per farmi un’idea politica…Nella scuola di partito, tutta di donne, abbiamo fatto economia politica…il materialismo storico…Ho fatto tutta la campagna elettorale del ’48: mi rendevo conto che non rendevo. Rendevo solo perché ero una donna, una giovane ed era una cosa nuova.” (Emma Borgogno)

“Io posti importanti non ne ho; fare la Resistenza mi è servito come donna, per capire che nella vita ci vuole un’idea, che mi è rimasta poi…” (Candacca)

Buon 25 Aprile!

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27) 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei) 

25 aprile: Oltre il ponte.

La sfogliatella: un dolce al femminile.

La sfogliatella è un tipico dolce napoletano, oserei dire il dolce più tipico, da secoli regina della pasticceria napoletana che, come spesso accadde nelle più antiche monarchie, ha vissuto l’alternanza di periodi di sommo splendore  e  di decadenza, cui il tempo ha poi riconosciuto il dovuto prestigio.

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Remote sono le sue origini: in forma primordiale comparve  nei riti orgiastici mediorientali, dai quali derivava il suo simbolismo erotico,  per poi approdare  nei monasteri napoletani diventando un dolce  scrigno di castità. Infatti le  iniziazioni misteriche e i baccanali per il  culto della dea Cibele  dalla Frigia si diffusero  nelle  colonie elleniche per giungere fino cripta-parco-vergiliano alla cripta di Piedigrotta a Napoli, creduta opera del famoso  Virgilio Mago. Proprio lì dentro  illibate vestali offrivano alla Grande  Madre pani di forma triangolare per propiziarsi la fertilità, simboli  di castità idolatrata che poi finiva col cedere agli sfrenati riti orgiastici. La crypta  neapolitana  diventò poi tempio di Priapo per cui il pane di forma triangolare assunse  un significato  ad alta valenza erotica durante i baccanali, perdendo quello casto e originario.Con l’avvento del cristianesimo sull’empia ara di Piedigrotta sorse la  cappella della Vergine dell’Idra o del serpente, con la speranza che la Madonna allontanasse non solo le presenze maligne, forse le stesse che diedero origine alla crypta in una sola notte, ma  soprattutto il ricordo delle indemoniate  baccanti. Rimase però la tradizione della “sfogliatella”, che perse  il richiamo erotico- pagano  per recuperarne uno di purezza catartica  nei monasteri napoletani,  e  continuò ad essere il simbolo della femminilità e della fertilità. Non a caso si hanno notizie che  dalla metà del ‘300 fino all’800 al tempio di Piedigrotta   giovani spose e donne senza figli “si recavano  a pregare la Vergine perché le proteggesse nel nuovo stato e tal rito si compiva alla prima uscita dalla casa dei mariti e cioè non appena iniziate al mistero coniugale della procreazione”(da  “Gazzetta Napolitana” del 1805)  

Sintesi di sacro e profano, come per altre forme di culto e tradizioni napoletane, la sfogliatella sopravvisse nella storia come dolce al femminile che pian piano si è liberato di un millenario passato intrigante e  misterioso conquistando  il primato di indiscussa regina del buon gusto. Lungo e tortuoso è però il suo “processo di liberazione” perché dal  Medioevo alla  metà  dell’800 il segreto della sfogliatella fu gelosamente custodito  nel  monastero  Croce di Lucca finché  trapelò all’esterno approdando poi nelle pasticcerie napoletane. Infatti nel 1624 un’ inaspettata lettera fu consegnata a Nicola Giudice, principe di  Cellammare  e duca di Giovinazzo, per informarlo  che le giovani figlie Aurelia, Maria ed Eleonora, devote novizie da alcuni anni, avevano violato la regola del silenzio della vita claustrale dando adito a una grave e inopportuna fuga di notizie tale da  meritare un richiamo scritto e ufficiale della madre superiora dell’ordine delle Carmelitane.  Di cosa si erano macchiate le tre sorelline Giudice? Nientemeno  della rivelazione della ricetta della sfogliatella,  consentendo  che gli  ingredienti e le articolate fasi di preparazione del dolce varcassero le mura di altri monasteri, che si cimentarono in  una sorta di concorrenza  gastronomica  per conquistare i palati più sopraffini dell’aristocrazia partenopea.

È interessante sapere che  le carmelitane educavano le pulzelle non solo alla preghiera e alla vita monastica  ma anche alla delizia delle “cose da zuccaro” che erano offerte a parenti, alti prelati e notabili  in visita e quest’arte pasticcera dava prestigio e garantiva buone entrate ai monasteri. Se il monastero di Santa Chiara era famoso per le marasche sciroppate, lasagne e zeppole, quello della Maddalena per le paste reali, quello dell’Egiziaca per i biscotti dei carcerati, la Trinità per le bocca di dama, San Marcellino per i casatielli, Donnalbina per le cuccuzzate in barattolo e il monastero della Concezione della Spagnuola per i ruschigli di cioccolata, Donnaregina, Sapienza e Santa Maria di Costantinopoli per i susamielli, le torte di frutta e il pan di Spagna, invece il Croce di Lucca vantava la sua  delicata sfogliatella. Questo fin quando le figlie  di Cellammare, che avevano il privilegio di ricevere visite della madre e di tre amiche a piacere anche perché il loro padre aveva finanziato i lavori di ristrutturazione del monastero, non passarono alla storia delle sfogliatella come poco abili spie culinarie. Ricetta che circolò non solo a  Napoli ma  anche a Salerno, infatti  proprio tra Furore e Conca dei Marini nel monastero di Santa Rosa fu inventata la variante ripiena di crema e guarnita con amarene, detta appunto  sfogliatella “Santa Rosa”, che parve restituire al dolce  una sensuale femminilità.

Ormai la strada  dello  spionaggio dolciario era segnata dall’illustre precedente del Croce di Lucca tant’è che un’altra, ma ignota, monachella, questa volta  del monastero amalfitano, svelò la ricetta della sfogliatella  che a metà ‘700 giunse alle orecchie di  un pasticciere  napoletano giungendo agevolmente sulle raffinate tavole dei nobili, ma in una veste più semplice, ridotta, casta.Solo nell’800 il famoso pasticciere Pasquale  Pintauro, dopo l’apertura di una famosa trattoria e poi di un caffè, pensò di battere la concorrenza dello svizzero Caflish e dei caffè alla moda francese  inaugurando  una pasticceria  in via sfogliatella_frolla-620x465Toledo  che produceva non solo pastiere, susamielli,  torroni, struffoli, raffioli e sanguinaccio ma soprattutto  sfogliatelle che fino ad allora erano state il  privato privilegio gastronomico dell’elite aristocratica. Così il cavalier Pintauro  consentì il debutto mondano e commerciale della sfogliatella.  Un successone che favorì poi, grazie alla sua inventiva, il lancio della cosiddetta  “frolla”,  variante morbida di quella riccia.

A metà ‘800 però la sfogliatella cadde in bassa fortuna: dopo anni e anni allietati da siffatta pasta, i nobili borbonici reclamarono nuovi dolci e Pintauro “inventò” la zeppola di san Giuseppe guarnita  con crema pasticciera e amarene, variante della zeppola tradizionale. A quanto pare un’altra monachella, stavolta del monastero di santa Chiara, aveva svelato la segreta ricetta delle  zeppole fritte, che così poterono uscire dalle cucine conventuali. Inoltre i sempre più emergenti pasticcieri stranieri snobbavano il dolce locale, come Caflish che proponeva torte di ogni tipo.A un tratto la svolta popolare della pasta, finalmente  accessibile a un’ampia clientela  grazie a Carraturo  che a Porta Capuana e nei laboratori di piazza Garibaldi e dintorni produsse sfogliatelle che ben presto si diffusero  nei vicoli, nella zona della stazione e nel popolare quartiere di Forcella. Agli inizi del ‘900 nel quartiere della Pignasecca del centro storico si aprì la pasticceria dei calabresi Scaturchio, rinomata e lunga dinastia di pasticcieri a Napoli, ancora operanti in piazza San Domenico Maggiore ove si fa tappa obbligata per un buon caffè e  la loro sfogliatella. Per tutto il secolo e fino a oggi i più noti pasticcieri napoletani, Bellavia al Vomero, gli eredi di Pietro Carraturo, Attanasio al vico Ferrovia hanno gareggiato per produrre la migliore sfogliatella. Proprio Mario Scaturchio ha rivendicato e sostenuto l’arte manuale della preparazione di questa pasta che implica la capacità di realizzare una sfoglia molto sottile, piegata più volte, lavorata per ore con la sugna che regala una fragranza inconfondibile, sebbene alcune aziende abbiano meccanizzato la produzione del guscio croccante per garantirne la fornitura ai piccoli laboratori che non riescono ad assicurare una produzione giornaliera.

sfogliatella-conoLa sfogliatella si è anche rinnovata  nel tempo: più recente è la cosiddetta coda di aragosta, dalla forma allungata che viene poi farcita con panna e amarene, o crema al cioccolato o al caffè.  Da poco sono decollate la sfogliatella Vesuvio, avente un cuore di babà con dentro una crema di  panna e cioccolato, e  la sfogliatella cono farcita di gelato.

La sfogliatella rappresenta un po’ la complessa napoletanità, viene spesso citata ma di fatto  è poco conosciuta la sua lunga e movimentata storia, un po’ come capita con la leggendaria bellezza  di una nobildonna del passato, spesso ricordata da tanti ma che forse pochi  hanno avuto occasione di  vedere perché restia a mostrarsi.  Forse non  è un caso che questa pasta abbia attraversato indenne secoli e secoli  di storia  regalando sempre  la stessa fragranza, simile a quella della ridarella di noi bambini che riecheggia nella memoria, regalandoci con il profumo di vaniglia  l’atmosfera di altri tempi.

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E chiudendo gli occhi, mi pare di sentire  quel buon odore che inondava fin troppo casa mia di buon mattino, quando per un anno ho abitato su un laboratorio di pasticceria e le  immagino  allineate “Nella guantiera di candido cartone…dodici ricce ricce, dodici damine in fila per tre , con le loro gonne ondulate e gonfie, dodici bambine ordinate con le vestine  che si aprivano tutte plissettate spruzzate di bianco bellelle bellelle!”  (Maria Orsini Natale).

 

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La pastiera

Gli struffoli

I mostaccioli

“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Solo un pesce morto nuota seguendo la corrente. Sei andato controcorrente, rifiutandoti di iscriverti alle società segrete di uomini del tuo paese, che hanno in mano la politica, l’economia e l’applicazione della legge. Se  non vi appartieni, sei tagliato fuori da tutto, dagli studi e dal lavoro, decidono sulla tua vita, anche privata, se puoi lavorare, studiare, vivere o morire, usufruire dei social bonus. Sono effetti di tradizioni radicate per cui alcuni decidono la vita delle donne, quando devono sposarsi e con chi, quando procreare.  Se le ragazze  si rifiutano, sono costrette a lasciare i villaggi, vanno altrove, dove spesso non sopravvivono se non prostituendosi. Molte vengono in Europa per una vita diversa – si spera – molto diversa. Hanno spesso dai 15 ai 17 anni.  Le donne non possono decidere nulla in quanto ogni decisione è presa dal padre, soprattutto le musulmane. A circa 14 anni le ragazzine sono costrette a sposarsi, anche contro la loro volontà. Possono studiare se la famiglia è in grado di  sostenere le spese della scuola e degli studi, le musulmane possono frequentare le scuole solo da bambine, le cristiane sono più libere. Quelle che conseguono un titolo di studio lavorano negli uffici, nelle scuole e negli ospedali, le altre come baby sitter o nelle fattorie. I datori di lavoro le assumono se disponibili sessualmente. Le donne protestano  per i loro diritti ma non sono ascoltate, come non lo sono quelle impegnate politicamente, che  propongono una modifica della Costituzione che  di fatto avalla un diritto di famiglia arcaico, fatto valere da tribunali locali di uomini.

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Te ne sei andato dalla tua città, rifiutando “l’obbligo” di iscriverti alla società segreta e lasciando una moglie e due figlioletti bellissimi. “Voglio decidere io della mia vita”, quindi sei stato escluso da tutto. Sei più giovane di mio figlio. Hai detto che lo studio e l’occupazione risolverebbero in parte i problemi del tuo paese, perché l’ignoranza è la causa di tanti mali. Pensieri già sentiti, amico mio, e torniamo a un circolo vizioso comune a ogni latitudine. Scrivesti “le donne hanno bisogno di protezione” e disegnasti una  di quelle ragazze rapite da Boko Haram, almeno così pensai, e poi in un altro un pick up con una donna strattonata per i capelli. Mi spiegasti che durante il viaggio nel deserto quella  ragazza nigeriana fu violentata, prima dagli stessi compagni di viaggio, poi dai trafficanti, e che non riuscisti a difenderla. Tua madre  ce l’ha fatta, diventando una commerciante in un’altra città dell’Africa e ti ha consigliato di partire. Siete stati solo due ragazzi a elencare, tra le tante criticità del vostro paese, la questione  femminile, e nei vostri occhi ho captato una segreta sofferenza di fronte alla quale ho taciuto e fatto un passo indietro. Il pudore non è vergogna a svelare, ma  è anche una forma di rispetto dell’altrui sensibilità. L’ho imparato da voi.

Hai affrontato il viaggio nel deserto e poi per mare su un barcone, soccorso infine dalla guardia costiera italiana. Da Lampedusa sei arrivato qui, alla frontiera del Nord. Volevi restare e invece alcuni giorni fa  te ne sei andato via, come altri. Hai istruzione ed educazione non comuni, tali che per noi eri un piccolo Lord, avevi  carisma sui compagni,  riuscivi a placare gli animi inquieti aiutandoci a comunicare con i ragazzi quando ci sono state tensioni o incomprensioni. Con me hai parlato, avevi un mondo da raccontare, non è stato facile sbloccarvi ma l’arte terapia funziona, serve a voi ma è servita tanto anche a noi tutte. Ci avete cambiate, come cambia chi vede la lucentezza della luna dall’altra parte della Terra. Le vostre storie sono una risorsa di forza e umanità e lo sarebbero soprattutto per i nostri figli. Sono però  le lungaggini burocratiche che vi snervano, l’inerzia, l’attesa, l’impossibilità di fare qualcosa, la convivenza con altri accomunati da un passato, spesso da dimenticare, e da un futuro incerto. All’inizio sognavi come tutti, poi come  tanti, poi solo come quelli arrivati di recente. Hai portato la tua testimonianza in pubblico, eri molto emozionato ma condividevi che la gente deve sapere, la gente deve vedervi, deve parlare con voi per rendersi conto di quel che siete. “L’Africa non è solo leoni, elefanti e zebre, ma un popolo, gente  che pensa e prova sentimenti e scappa via dal suo paese perché vuole vivere” come ha spiegato uno di voi ai ragazzini delle scuole.

disegno-migranti  Di recente eri pensieroso, a volte nervoso. Un tuo  compagno mi ha consegnato due tuoi disegni, dicendomi che li avevi fatti per noi. Un ultimo messaggio maturato di notte per ringraziarci e salutarci , ma soprattutto un appello “Cambiate le vostre leggi  sui rifugiati.” Immagino mentre lo scrivevi, perché quel disegno lo avevi iniziato un sabato e non volesti spiegarmi nulla. La tua mente non ha confini, viaggiare è anche cambiare mente e pregiudizi, e tu ne sei consapevole. Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.

Oggi è Natale, giorno della nascita di Cristo. Un altro profugo, un perseguitato, un diverso che ha attraversato la storia controcorrente e ha segnato il tempo.

Oggi ti auguro di cuore  buona fortuna, amico mio, ovunque tu sia. Segui sempre la luce che hai dentro di te.

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Buona fortuna, ragazzi!

Dipende da come ci si pone.

Caro Babbo Natale…