“Ma dimmi tu questi negri”- Andrea Ivaz Melis

 

 

fiume_roya_2

Ma dimmi tu questi negri 
che vengono a prendersi per disperazione 
ciò che noi ci prendemmo con la violenza, 
la spada e la croce santa, 
lasciandoci dietro solo disperazione.
Ma dimmi tu questi negri
che hanno cellulari e guardano le nostre donne, 
mentre noi da sempre
ci fottiamo le loro 
un tanto a botta nelle strade nere delle periferie, 
e prendiamo il silicio dalle cave delle loro terre, 
e come osano poi questi negri 
avere desideri proprio uguali ai nostri 
manco fossero umani.
Ma dimmi tu questi negri che attraversano il mare 
come se fosse messo lì per viaggiare 
e non per tenerli lontani, 
per galleggiare e non per affondare, 
per andare e non per tornare.
Ma dimmi tu questi negri 
ex schiavi dei bianchi 
che vengono qui a rubarci il pane 
proprio ora che gli schiavi siamo noi 
messi in ginocchio e catene 
da politici e finanzieri bianchi 
con colletti bianchi 
e canini e incisivi sorridenti 
e perfettamente bianchi, 
che in meno di trent’anni 
ci hanno fatto schiavi.
Ma dimmi tu questi negri 
che hanno scoperto ora che la terra è una, 
è rotonda, 
e che a seguire la rotta della loro fame
si arriva dritti dritti alla nostra opulenza.
Ma dimmi tu questi negri 
che facessero come i nostri nonni:
cioè tornare nella giungla e sui rami alti 
visto che sono loro i nostri progenitori
e che l’umanità è tutta africana.

Ma dimmi tu questi negri che non rispettano i confini della nostra ignoranza e i muri della nostra paura.
Ma dimmi tu questi negri che persino si comprano le sigarette 
dopo che noi ci siamo fumati le loro foreste, 
le loro miniere, 
il loro passato,
il loro presente 
ma abbiamo commesso l’imperdonabile errore di lasciargli una vita 
e un futuro 
a cui dimmi tu, questi negri, 
non rinunciano mica.
Ma dimmi tu questi negri 
che si portano il loro Dio da casa 
anziché temere il nostro, 
e sanno ninna nanne e leggende e favole più antiche delle nostre e parlano male la nostra lingua
ma benissimo le loro che però noi non capiamo.
Ma dimmi tu questi negri a cui non vogliamo stringere la mano 
né far mettere piede in casa, 
sebbene a ben guardare 
abbiano i palmi delle mani e dei piedi perfettamente bianchi. 
Proprio come i nostri.

Andrea Ivaz Melis

Quando un cane vede una stella cadente, vorrebbe riportarla indietro ma non sa a chi (cit.)

Le persone della nostra vita sono un po’ come le stelle.
Tutte comunque lasciano una scia indelebile dentro, una traccia che nulla potrà oscurare e spegnere: una luce fatta di polvere di stelle, che scalda, rischiara, anima e dà un senso al nostro passaggio nell’universo, al nostro sentirci sospesi tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. A volte siamo come un orizzonte, linea di demarcazione irraggiungibile e indefinibile, eppure esistente, protratti verso un infinito che va oltre ogni confine e ogni tempo.

Spesso le piccole cose di casa, lettere, quadri, libri, fotografie mi ricordano la luce di persone care, con le quali sento ancor vivo il legame. Custodisco gelosamente in me la luce di quelle stelle che mi hanno insegnato a orientarmi, a vedere oltre e leggermi e alle quali sono riconoscente con l’affetto degli anni giovanili e con la grande stima di un’età più matura.

Da un paio di giorni scruto il cielo, certa che la mia stella è sempre lì per farmi ritrovare una dimensione dispersa da qualche parte. Mi hai detto che anche tu guardi le stelle quando sei sul ponte a fare la guardia, e io vorrei essere lassù per guardarti come quando dormivi e ti ho visto diventare uomo, anno dopo anno. “Quando nessuno le guarda le stelle non sono più stelle. Forse sono diamanti, polvere di fate, risate di bambini, re o schiavi. Sono come siamo noi quando nessuno ci guarda.” (Fabrizio Caramagna), fragili e forti come una madre e un figlio, un padre e una figlia. Comunque polvere di stelle.

Articoli correlati.

L’anima è piena di stelle cadenti (Victor  Hugo)

Cadenti dal cielo- Wisława Szymborska 

Giornata Mondiale del Rifugiato

 

METADATA-START

Oggi ho partecipato a una pacifica manifestazione al confine italo francese, organizzata da Amnesty International, proprio presso “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto. In nome dei diritti internazionali dei Rifugiati e Migranti si sono ricordati  quanti hanno perso la vita lungo il confine nel tentativo di raggiungere destinazioni che garantissero loro una vita al riparo da guerre, persecuzioni e povertà. A Ventimiglia da anni c’è un costante flusso di migranti che cercano di andare in  Francia  e proseguire il viaggio verso i paesi scandinavi, la Germania, l’Inghilterra, spesso  per raggiungere parenti o amici.

20170620_19004120170620_185719

Solo nel mese di maggio  sono passate per Ventimiglia 2500 persone diverse, provenienti in gran parte dalla Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Guinea, Nigeria, Sudan, Ciad , Mali  di cui 711 ragazzi dagli 11 ai 18 anni e 1054 dai 19 ai 25 anni.

Sempre a maggio 502 persone sono stati registrate  presso la chiesa di sant’Antonio alle Gianchette, di cui 155 femmine, 347 maschi. Tra questi 30 bambini da 0 a 4 anni, 21 bambini  da 5 a 9 anni, 18 da 10 a 14, 271 dai 15 ai 18 anni, 55 dai 19 ai 24 anni,73 dai 25 ai 34 anni, 22 dai 35 ai 44 anni, 7 dai 45 ai 54 anni, 4 dai 55 ai 64 anni, 1 dai 65 ai 74 anni.

20161105_115808

Da oltre un anno dedico parte del mio tempo a  loro, ai giovani che sperano gli venga riconosciuto lo  status di rifugiato. Tanti se ne sono andati, altri sono rimasti. Svolgono attività di volontariato civile, stanno seguendo sperimentazioni botaniche e laboratori didattici, alcuni lavoricchiano nei  bar e  ristoranti, suonano, cantano, hanno recitato in circa venti scuole  della zona dove siamo riusciti a portare una fiaba africana, inventata da uno dei più giovani e creativi del gruppo, per fare conoscere usi e costumi africani misti agli elementi caratteristici della fiaba,  compreso il finale “e vissero tutti felici e contenti”.  

20170620_190620

L’integrazione non è facile, ma possibile, lavorando  soprattutto con le giovani generazioni; qui un esempio di quanto svolto nella scuola di Dolceacqua. https://www.youtube.com/watch?v=BRapnZ1reN4

20170610_17101920170527_160730IMG-20170616-WA001420170620_07205120170620_072218IMG-20170616-WA0015

IMG-20170614-WA0004

 

 

È possibile vivere insieme, confrontarsi, maturare e imparare dalla diversità. La maggior parte dei ragazzi che arrivano sperano che un giorno possano tornare a vivere liberi e in pace nella loro terra, come noi.

 

 

 

Articoli correlati:

“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Buona fortuna, ragazzi!

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

Hai nel viso calmo un pensiero chiaro che ti finge alle spalle la luce del mare. (Cesare Pavese)

mc curryHa nel viso un silenzio che racconta un’innata fierezza, una bellezza originaria, la storia infinita delle donne. Non è da tutti riconoscere una  bella faccia dietro quei segni, conquistati alla faccia del tempo,  perché se “il  volto di un uomo è la sua autobiografia, il volto di una donna è la sua opera di fantasia.”(Oscar Wilde). A volte d’angelo, di bronzo, da schiaffi, da boia, più semplicemente da luna piena. A ciascuno la sua faccia. Forse non alla morte che nessuno riesce a fissare fino alla fine, mentre lei di sicuro non guarda in faccia nessuno.

  Quante volte si vorrebbe  salvare la propria faccia per timore di perderla irrimediabilmente e ci si limita a girarla dall’altra parte o a sorridere per non dire in faccia ciò che si coglie e si pensa, magari  rovesciando l’altra faccia della medaglia oppure  lanciando i dadi in attesa della faccia vincente. Metterci la faccia è forse un azzardo, una questione di sfrontatezza oppure  di coerenza, con diversi gradi di consapevolezza, sempre che ci sia. Del resto si impara a proprie spese che “lungo il cammino si incontrano ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti” (Luigi Pirandello), ma in fondo  anche l’ altra faccia della luna è una  maschera misteriosa sul volto della notte. Eppure nulla è più interessante, a volte divertente, da  esplorare. 

oltre-lo-sguardo-steve-mccurry-001Non sempre un  bel viso è la chiave di molte porte chiuse perché gli occhi lo interpretano rivelando i segni dell’età più nascosta: di vecchia rassegnazione  nei giovani, di inarrendevole  giovinezza nei vecchi, di isola che non c’è  negli irriducibili Peter Pan. Se “un  volto senza tratti caratteristici è come un libro di cui non si può citar nulla” (Joseph Joubert), invece  un difetto può renderlo particolarmente attraente, come un  punto di riferimento in una mappa di tratti ove gli occhi sono pietre miliari, a volte d’inciampo, abissi da vertigine, ragnatele vischiose, schegge taglienti, labirinti in cui smarrirsi e ritrovarsi. La faccia  è un libro in cui molti possono leggere ma nessuno, nemmeno Dio, ne  conosce il titolo. Troppo particolare nella sua unicità, troppo sfuggente, troppo mutevole, troppo triste quando i lineamenti sono stravolti dalla violenza o  dal sonno della ragione e non si riesce a  ricostruirli nella memoria.

Se “la natura ti dà la faccia che hai a vent’anni, è compito tuo meritarti quella che avrai a cinquant’anni” (Coco Chanel). Basta non perderne la luce. “Nessun giudice è più equo della consapevolezza che si raggiunge quando si regge il proprio sguardo allo specchio, riuscendo a coglierne la trasparenza. Bagliori naturali e spontanei. Immunemente incondizionati e  originari. Spudoratamente autentici. Senza maschera.” ( “Giù la maschera”)

immagini dal web 

A mio padre

 20170113_124551

“Se per dirlo basta il silenzio bisogna limitarsi a quel silenzio. Non aggiungere. Togli” e finora ho tolto parole, ma solo per iscritto perché in mente ne avevo tante e te le ho lette e raccontate tutte, come quando ti leggevo i miei post. Strano come non sia riuscita a scriverti nulla prima d’ora, sapessi quante volte in questi due anni mi sono seduta davanti a un foglio bianco e ho provato e riprovato invano. Eppure ne sentivo il bisogno, ma avevo troppa confusione, troppo mare dentro. Mi mancano le nostre chiacchierate, anche se a noi due bastava uno sguardo per capire a vicenda come stavamo. Avevamo un rapporto empatico da cui mamma si sentiva un po’ esclusa quando esclamava spazientita:  “Siete tali e quali, voi due!”,  arrendendosi di fronte alla nostra spiazzante testardaggine e ironia che ci rendeva complici.

Dopo sfavillanti scontri adolescenziali, estenuanti confronti  più meditati dopo, ci siamo avvicinati e trovati in età adulta quando ho capito di più, imparando a rispettare anche i tuoi difetti e ad accettare  la sempre più emergente fragilità dei tuoi anni. Per me è stata dura quando si sono invertiti i ruoli e ti ho assistito, avrei dato chissà cosa per tornare indietro nel tempo, per essere la figlia di prima, quella che sapeva di trovare sempre una spalla forte e avere un punto di vista diverso che magari sul momento non accettavo.

Sono stata fortunata ad averti come padre, nonostante i forzati periodi di separazione che in fondo ci hanno reso quel che siamo, con i nostri pregi e difetti, con quell’ingenuità che ci porta a vedere gli altri  e il mondo con i nostri occhi, rimanendone a volte delusi, consapevoli però che siamo troppo radicati e avvitati al nostro modo di essere. E in fondo, pa’, chissene…? Forse proprio questa nostra debolezza fa la differenza. “Se devi sbagliare, sbaglia con la tua testa” mi ripetevi quando pensavo di avere ragione nelle diatribe adolescenziali tra coetanei. La tua ironia mi ha aiutato, e mi aiuta tuttora, a ridimensionare i piccoli drammi infantili, le delusioni sentimentali, le difficoltà del momento che oggi mi fanno sorridere, alla luce di quelle che abbiamo affrontato insieme senza sapere da che parte cominciare, quando la vita ci ha messo alla prova in tutta la  nostra impotenza. Tu avevi la fede che ti sorreggeva, io forse nemmeno più quella anche  se a volte mi sono scoperta a pregare, chi non lo so, davanti a una porta rossa e nei corridoi di ospedali, forse il mio era solo un  soliloquio, o più semplicemente parlavo con un  padre immaginario perché in fondo si ha sempre bisogno di un padre che arresti la caduta del figlio, che ci lanci in alto nel futuro e poi ci afferri con braccia sicure per ricordarci che il futuro è comunque un’incognita, ma  ci incoraggi comunque a vivere il presente, ci orienti e sia più avanti di noi.

Un maestro di vita, uno di quelli che compare quando meno te l’aspetti e poi ti tradisce scomparendo troppo presto nell’ aldilà, mi disse che se l’affetto della madre è gratuito, la stima del padre si conquista. Ed è così. Con te non è stato facile, però me lo hai detto spesso che credevi in me, ci tenevi a dirmelo negli ultimi tempi  e me lo hai scritto in quella lettera che mi hai lasciato affidandomi il tuo ruolo, di cui non so se sarò mai all’altezza. Sei stato lungimirante, papà, in tante cose. La tua intelligenza andava oltre e la dissimulavi bene con l’umiltà delle persone speciali, forti del loro essere e nell’esempio. Non amavi apparire, eri schivo di parole inutili, parlavi in modo diretto e semplice senza mai trascendere, e sapevi tacere riuscendo a farci arrivare a quella che consideravamo potesse essere la soluzione migliore, anche se dal tuo sguardo capivo che dentro soffrivi per troppo affetto, che per te sarebbe stato più facile  intervenire e liberarci dai dubbi, dagli errori e dai timori. Hai sempre incoraggiato noi figli, hai lasciato che sbagliassimo, vigilando che fossero esperienze con possibilità di ritorno.

Ho imparato quando ti organizzasti il funerale prima dell’intervento, a nostra insaputa, pur di non lasciare nulla in sospeso, facendo sorridere l’impresario delle pompe funebri. Riuscivamo anche a riderne di gusto, prendendoci in giro per la mania di fare tutto e subito, di essere puntuali, portarci avanti di circa dieci anni anche sulla nera Signora, di esorcizzare le paure.

Ho imparato dalla tua valigia di cartone, che sta ancora a casa, dalle partenze attese e ritorni, da quelle lontananze che aiutano a leggersi dentro anche quella volta che andasti via per non abbassare ingiustamente  la testa in  controversie di lavoro. Scegliesti la lontananza ma poi mettesti da parte l’orgoglio per privilegiare gli affetti. Dopo tanti anni, quando temesti di lasciare tutto per sempre, hai cercato più volte di giustificarti. Ti ho risparmiato le parole. Non dovevi  scusarti. Ho apprezzato quel tuo gesto, anche se allora lo interpretai con i moti del cuore in quanto ignara delle vere ragioni che mi furono spiegate anni dopo. Quella valigia esprimeva il tentativo di affermazione della tua dignità di persona oltre che di lavoratore, con un atto di rivolta soffocato poi dal ruolo di padre. A volte però si è più grandi nel sottomettersi mantenendo le distanze e assumendosi altre responsabilità, che nel mettere alle strette scappando.

 Ho imparato da quella volta che, già ottantenne, corresti in casa a prendere il portafogli e ti precipitasti in strada per aiutare un uomo  che aveva detto di avere fame e tornasti dicendo “ Io me  la ricordo la fame. Ricordati di non negare mai nulla a chi ha fame”. Non ti avevo mai visto piangere così tanto, papà. O quella volta che aiutasti economicamente  un uomo anziano, conosciuto da poco, che rischiava lo sfratto. Lo accogliesti più volte a pranzo e gli  pagasti gli affitti arretrati “Fa’ il bene e scordatelo, ma ricordati il male che fai” mi dicesti sorridendo.

 Due anni fa alle nove di sera, mentre scendevo le scale di casa tua per tornare alla mia, gridasti dal tuo letto con quanto fiato avevi “Ciao, Maria!”. Da giorni non avevi nemmeno più la forza di aprire la bocca. Capii che era arrivato il momento e cercai di ricacciare indietro  le lacrime davanti a mamma. Qualche ora dopo, il 1° febbraio te ne andasti nel sonno. Fu una liberazione, per te innanzitutto. Non meritavi quell’agonia, che accettasti con rassegnazione e che mi ha cambiata, legandomi ancor più a te, che mi ha indotto a ripensare ancor più alle priorità della vita  e ad apprezzare la quotidianità delle piccole cose.

 Ogni tanto rileggo  quei versi  che ho fatto scrivere sulla tua figurella, di fatto è così: in fondo sei nascosto nell’ altra stanza, io son sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora, la nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovresti essere fuori dai miei pensieri e dalla mia mente, solo perché sei fuori dalla mia vista? Non sei lontano, papà, sei sempre con me, forse oggi ancor più di ieri. Lo sei anche nei miei figli che continuano a parlare di te con affetto. Grazie per quel che hai saputo costruire in me e in loro. Grazie per averci voluto bene. Non smetterò di ascoltarti e di andare avanti come mi hai insegnato e come posso, con tutti i miei limiti.Finalmente sono riuscita a scriverti, scusami se ci ho messo un po’ di tempo, dovevo farlo per te, e anche per me. Per noi due.  

“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Solo un pesce morto nuota seguendo la corrente. Sei andato controcorrente, rifiutandoti di iscriverti alle società segrete di uomini del tuo paese, che hanno in mano la politica, l’economia e l’applicazione della legge. Se  non vi appartieni, sei tagliato fuori da tutto, dagli studi e dal lavoro, decidono sulla tua vita, anche privata, se puoi lavorare, studiare, vivere o morire, usufruire dei social bonus. Sono effetti di tradizioni radicate per cui alcuni decidono la vita delle donne, quando devono sposarsi e con chi, quando procreare.  Se le ragazze  si rifiutano, sono costrette a lasciare i villaggi, vanno altrove, dove spesso non sopravvivono se non prostituendosi. Molte vengono in Europa per una vita diversa – si spera – molto diversa. Hanno spesso dai 15 ai 17 anni.  Le donne non possono decidere nulla in quanto ogni decisione è presa dal padre, soprattutto le musulmane. A circa 14 anni le ragazzine sono costrette a sposarsi, anche contro la loro volontà. Possono studiare se la famiglia è in grado di  sostenere le spese della scuola e degli studi, le musulmane possono frequentare le scuole solo da bambine, le cristiane sono più libere. Quelle che conseguono un titolo di studio lavorano negli uffici, nelle scuole e negli ospedali, le altre come baby sitter o nelle fattorie. I datori di lavoro le assumono se disponibili sessualmente. Le donne protestano  per i loro diritti ma non sono ascoltate, come non lo sono quelle impegnate politicamente, che  propongono una modifica della Costituzione che  di fatto avalla un diritto di famiglia arcaico, fatto valere da tribunali locali di uomini.

pick-up

Te ne sei andato dalla tua città, rifiutando “l’obbligo” di iscriverti alla società segreta e lasciando una moglie e due figlioletti bellissimi. “Voglio decidere io della mia vita”, quindi sei stato escluso da tutto. Sei più giovane di mio figlio. Hai detto che lo studio e l’occupazione risolverebbero in parte i problemi del tuo paese, perché l’ignoranza è la causa di tanti mali. Pensieri già sentiti, amico mio, e torniamo a un circolo vizioso comune a ogni latitudine. Scrivesti “le donne hanno bisogno di protezione” e disegnasti una  di quelle ragazze rapite da Boko Haram, almeno così pensai, e poi in un altro un pick up con una donna strattonata per i capelli. Mi spiegasti che durante il viaggio nel deserto quella  ragazza nigeriana fu violentata, prima dagli stessi compagni di viaggio, poi dai trafficanti, e che non riuscisti a difenderla. Tua madre  ce l’ha fatta, diventando una commerciante in un’altra città dell’Africa e ti ha consigliato di partire. Siete stati solo due ragazzi a elencare, tra le tante criticità del vostro paese, la questione  femminile, e nei vostri occhi ho captato una segreta sofferenza di fronte alla quale ho taciuto e fatto un passo indietro. Il pudore non è vergogna a svelare, ma  è anche una forma di rispetto dell’altrui sensibilità. L’ho imparato da voi.

Hai affrontato il viaggio nel deserto e poi per mare su un barcone, soccorso infine dalla guardia costiera italiana. Da Lampedusa sei arrivato qui, alla frontiera del Nord. Volevi restare e invece alcuni giorni fa  te ne sei andato via, come altri. Hai istruzione ed educazione non comuni, tali che per noi eri un piccolo Lord, avevi  carisma sui compagni,  riuscivi a placare gli animi inquieti aiutandoci a comunicare con i ragazzi quando ci sono state tensioni o incomprensioni. Con me hai parlato, avevi un mondo da raccontare, non è stato facile sbloccarvi ma l’arte terapia funziona, serve a voi ma è servita tanto anche a noi tutte. Ci avete cambiate, come cambia chi vede la lucentezza della luna dall’altra parte della Terra. Le vostre storie sono una risorsa di forza e umanità e lo sarebbero soprattutto per i nostri figli. Sono però  le lungaggini burocratiche che vi snervano, l’inerzia, l’attesa, l’impossibilità di fare qualcosa, la convivenza con altri accomunati da un passato, spesso da dimenticare, e da un futuro incerto. All’inizio sognavi come tutti, poi come  tanti, poi solo come quelli arrivati di recente. Hai portato la tua testimonianza in pubblico, eri molto emozionato ma condividevi che la gente deve sapere, la gente deve vedervi, deve parlare con voi per rendersi conto di quel che siete. “L’Africa non è solo leoni, elefanti e zebre, ma un popolo, gente  che pensa e prova sentimenti e scappa via dal suo paese perché vuole vivere” come ha spiegato uno di voi ai ragazzini delle scuole.

disegno-migranti  Di recente eri pensieroso, a volte nervoso. Un tuo  compagno mi ha consegnato due tuoi disegni, dicendomi che li avevi fatti per noi. Un ultimo messaggio maturato di notte per ringraziarci e salutarci , ma soprattutto un appello “Cambiate le vostre leggi  sui rifugiati.” Immagino mentre lo scrivevi, perché quel disegno lo avevi iniziato un sabato e non volesti spiegarmi nulla. La tua mente non ha confini, viaggiare è anche cambiare mente e pregiudizi, e tu ne sei consapevole. Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.

Oggi è Natale, giorno della nascita di Cristo. Un altro profugo, un perseguitato, un diverso che ha attraversato la storia controcorrente e ha segnato il tempo.

Oggi ti auguro di cuore  buona fortuna, amico mio, ovunque tu sia. Segui sempre la luce che hai dentro di te.

disegno-migranti-2

 

Articoli correlati:

Buona fortuna, ragazzi!

Dipende da come ci si pone.

Caro Babbo Natale…

Buona fortuna, ragazzi!

In uno zaino immaginario tra le cose che avreste voluto portare con voi avete disegnato magliette, pantaloni, scarpe, cellulari,  palloni da calcio, computer, libri, raramente villaggi, costantemente scritte sulla pace, a volte una preghiera. Tutti avete scritto il vostro nome, cognome e provenienza a grandi lettere o con una bandiera. Un’identità che sentite con fierezza e nostalgia di affetti lontani. Ricordate i nomi dei genitori, di padri scomparsi, dei fratelli più piccoli rimasti là e che sperate di potere aiutare da qui, dei  nonni e anche dei bisnonni di entrambi i rami della famiglia. Avete radici giovani, ma forti e profonde.

20160924_110743

Siete proiettati in avanti, ambìte, avete spiccato il salto per osare e conquistare il domani. “Voglio riprendere gli studi”. Hai lasciato la Nigeria e l’università al secondo anno di economia, in quegli occhi così neri c’è una vivacità incredibile, sei  brillante, hai talento per la recitazione. Ricordo quando arrivasti imbronciato e mi dicesti “I’m not happy, I’m sad, I’m angry”.20160910_113503

” Parliamone”. Ne abbiamo parlato, prima con esitazione poi con sicurezza hai raccontato l’immobilità del presente e un più soddisfacente futuro immaginato che non so se mai qualcuno riuscirà a garantirti, eppure i tuoi 19 anni ne avrebbero diritto in qualsiasi parte del mondo. Oggi non eri a lezione. Mi hanno detto che sei andato via, con la noia che ti  rodeva dentro perché, presumo,  la tua intelligenza e giovinezza scalpitano. “Perché sei andato via dal tuo paese?” “Perché la mia famiglia ha avuto problemi, tanti problemi” e lo sguardo si è rattristato come quando pronunciasti il nome di tua madre: Peace. Ti auguro di realizzare quel sogno americano che hai negli occhi, non sta a me giudicarlo, riprenditi un po’ di benessere con ciò che le tante multinazionali hanno tolto alla tua terra, questo sì. Di te resta il tuo bel ritratto con la maglietta  verde e bianca come la bandiera del tuo paese, che ha i colori delle foreste, dell’agricoltura e della pace. Restano le frasi di un romanzo e un’invocazione a Dio con  i nomi delle tante squadre italiane di calcio,  il fumetto in cui pensi di diventare un footballer, ma in realtà ti saresti accontentato di un lavoro qualsiasi.

 Tu invece sei più semplice e scanzonato, simile a un rapper americano nei modi ma sogni di diventare un  musicista, e ti piace ridere e  ballare come nel giorno del tuo compleanno che per te è stato il giorno più bello della tua vita di cui hai subito parlato ai tuoi per telefono.  Invece tu ti  dichiari nigeriano ma hai il Biafra nel cuore, un’appartenenza che rivendichi con fierezza. Il tuo nome è “giorno del Sole”, quando parli del tuo paese sembri un  guerriero che con gli occhi stretti  fissa l’orizzonte  accompagnando il sole nel  tramonto con la  consapevolezza che domani riapparirà.Ben concentrato con le cuffie nelle orecchie, come me quando scrivo, hai disegnato  il simbolo  della pace e scritto in inglese “C’è bisogno di orgoglio e di un po’ di rabbia per la libertà del mio paese”. Sei arrivato in Italia  perché là non c’è futuro, vuoi che gli occidentali capiscano che l’Africa sta morendo nell’ indifferenza del mondo intero.

20160924_111442

Oggi non eravate a lezione. Mi hanno detto che ve ne siete andati, forse in Germania. Buona fortuna, ragazzi! Forse oggi avrei saputo di più della vostra vita, ma la rivedo in quella dei vostri amici e di quelli che sono arrivati e hanno disegnato imbarcazioni piene d’acqua, navi della guardia costiera che soccorrono naufraghi, campi lager libici, gestiti dai trafficanti, dove mangia e beve solo chi può pagare pane e acqua e non si fanno sconti nemmeno a donne e bambini, e si sopravvive senza servizi igienici e docce e chi muore viene abbracciato dal mare. Vi immagino sui pick up Toyota, anche voi ammassati con una ventina, più spesso trentina di altre persone, in viaggio da una o due settimane nel deserto, con fermate solo  notturne per dormire al freddo, senza cibo, i più fortunati mangiano  qualche biscotto quattro – cinque volte durante tutto il viaggio e bevono da taniche, da sacche appese ai bordi del veicolo, da una bottiglietta, Destiny non ha avuto nemmeno quella, e   i più deboli sono gettati nella sabbia del deserto, unica destinataria delle loro speranze.

20160924_1109041

In quei furgoni ci sono anche donne e bambini, si consumano violenze a discapito delle ragazze costrette a pagare con ulteriore sofferenza il diritto a vivere.

Buona fortuna, ragazzo ! Avrei voluto salutarti e lo faccio adesso. Non avere paura di non essere “adeguato”, non importa la mala sorte passata “ perché comandano i desideri, perché non siamo (solo) nel mondo materiale dove le cause sono tutto, qui nel mondo umano le finalità decidono i comportamenti, cioè è quello che vedi davanti che spiega i tuoi movimenti e allora buttati nel vuoto, guarda che nessuno ha imparato a volare prima di buttarsi. Allora confonditi, commuoviti un po’, prendi tutte le tue energie e vai, è proprio nel momento che ti sei lanciato che sperimenti la comprensione, proprio quando ti dimentichi di te stesso, incredibile ! “ (cit. prof. Camillo Bortolato). In fondo la vita è come l’apprendimento, è essa stessa continuo apprendimento che richiede capacità di mettersi in gioco, è  un’ opportunità da cogliere al volo,da tenere stretta e difendere, da conquistare a volte con gradualità, a volte con lo slancio di una sfida . È naturale per i bambini di 12 – 14  anni, in viaggio da soli, i  più abili nella fuga  grazie all’ esaltante incoscienza e irrequietezza di chi è ancora libero dai condizionamenti e, nonostante tutto, riesce a ridere.  Afferrate la vostra vita con quel sorriso contagioso, che nasconde con pudore ciò che vi ha reso uomini troppo presto, stringetela forte con quel coraggio e voglia di guardare  avanti e farcela che in fondo in fondo vi invidiamo e spaventa tanto chi non sa più sognare come voi.

Skip vero

 

uHZvyzy

Nel 2002 decisi di adottare un cucciolo dopo avere vagliato l’aggravio di tempo ed energie che avrebbe richiesto e avere ripetuto a me stessa che il cane è cane, non  è un figlio anche se entra comunque a far parte della famiglia. Skip era un bastardino di media taglia, un incrocio tra uno  spinone e un barbone, oggi si dice un meticcio, io preferisco dire  “self – made dog”, come tempo fa mi spiegò un commentatore del blog,  perché il bastardino si fa da solo nella genìa e nella vita canina.

Insieme a una decina di compagni di sventura, fu sequestrato ad un tizio che li teneva chiusi al buio e in condizioni igienico- sanitarie non adatte. Durante una visita al canile avevo notato uno spinone marrone e dei cagnetti molto vispi che scorrazzavano in un recinto. Mi piacquero subito ma la signora del canile mi spiegò che si stavano abituando gradualmente sia alla luce che a rapportarsi con l’uomo, in quanto cresciuti in totale abbandono. Esclusi la possibilità di adottarne uno perché avevo due figli piccoli e non sarebbe stato prudente prendere un cane adulto, poco avvezzo all’uomo e per di più in casa. Già a volte era difficile dirimere i bisticci e addomesticare i figli, non osavo complicarmi la vita  con un cane un po’ selvatico. La signora aggiunse che tra tutti quei cani sequestrati c’era anche un cucciolo di dieci giorni che andai subito a vedere. La mamma era di taglia  piccola, col pelo biondo  un po’ mosso come le altre cagnette. In cuor mio decisi all’istante, ma mi riservai di dare una risposta insieme al consorte e ai figli perché potevamo scegliere anche tra altri cuccioli del  canile. Tutti fummo conquistati da quel batuffolo rosso.

 Una volta svezzato, dopo circa un mese, ci avrebbero avvisati per andare a prenderlo. La telefonata arrivò dopo solo due settimane. Ci scervellammo a lungo sul nome da dare al nuovo membro della tribù. Impresa non facile :  Idefix, Napoleone, Cesare, Zazù, Rox …finchè mi venne in mente il titolo del film Il mio cane Skip. Skip, suonava bene. Skip è un nome breve, squillante, facilmente recepibile, dà proprio l’idea del salto. Fu aggiudicato il nome Skip. Il giorno dopo a me e mio figlio si accodò  pure il nonno e un po’ emozionati andammo in processione al canile.  Il cucciolo non era più come lo ricordavamo. La signora mi porse  una palla di pelo rosso che a stento riuscivo a trattenere in braccio e subito iniziò  a scodinzolare, a leccare la mano, ad alzare la zampotta, che faceva presagire una taglia sicuramente non piccola. “Mater semper certa est, pater  numquam” dicevano gli antichi. Intuii che il padre doveva essere lo spinone, l’unico cagnone del gruppo.

 Giunti a casa, ci fu lo storico incontro con le due tigri che con Skip avevano in comune solo la provenienza: dal canile lui e dal gattile loro. I miei gatti non avevano mai visto un cane. Il cane non conosceva i gatti e fiducioso zompettò  verso le belve spodestate. La loro immediata reazione fu una solenne soffiata, inarcata di coda e balzo su un mobile sul quale rimasero appollaiati per circa una settimana, scendendo solo di notte o quando la cosa rossa movente non era nei paraggi. Skip era più piccolo dei gatti, ma di corporatura più  robusta e baldanzoso nei movimenti. Il famelico Tigro, pur di non rinunciare alla pappa, imparò presto a mantenerlo a distanza, soffiando e artigliando. Gri Gri invece ne era incuriosita, lo seguiva da lontano oppure l’ osservava dall’ alto, finché un giorno inavvertitamente si scontrò con il nuovo arrivato, che usciva  trotterellando dalla cucina. Il canetto, sorpreso, si fermò intimorito e si accucciò, come aveva ben presto imparato quando incrociava il signor  Gatto, Gri Gri invece, con mio sommo stupore, non scappò via ma si sedette guardinga di fronte a lui. Stettero fermi a guardarsi per qualche minuto, lui con le orecchie basse e lei con le orecchie ben alzate, finchè  la gatta con nonchalance se ne andò. Quella notte Gri Gri lo annusò mentre dormiva come sempre in una cesta, salì sulla cassapanca e lì si addormentò. Così fece in seguito: la gatta lo vegliava, forse aveva capito che era piccolo e innocuo e il suo istinto materno vinse la diffidenza .

Divennero ben presto compagni di gioco e di malefatte. Un’allegra associazione a delinquere. Lei si acquattava sulla sedia per allungare una  zampa sull’ignaro amico che passava e si guardava intorno senza capire. Ci fu un periodo in cui i miei figli subirono sgridate ingiuste per le carte di caramelle o cioccolatini che trovavo sul divano o sotto il tappeto. Un pomeriggio, mentre guardavo la tv, sentii un rumore sulla credenza. Gri Gri spingeva una caramella con la zampa giù verso il cucciolo che, scodinzolando, stava in trepida attesa, poi  prontamente la ingoiò e la gatta continuò. La volta successiva lui riuscì a scartarla e lei, come un pattinatore di hockey su ghiaccio, con l’involucro improvvisò uno slalom sul pavimento del salotto, finché lo portò trionfalmente in bocca sul divano. Quando osò tornare alla carica del porta bon bon fu paralizzata dal mio inatteso, urlato e  solenne “scendi giù” e si defilò di corsa. Occhio che non vede, cuore che non desidera: da quel giorno chiusi a chiave i dolci.

Skip

Skip è stato con noi per circa 15 anni,  come Tigro e Gri Gri, e tutta la tribù di bipedi e quadrupedi al completo ha condiviso in un rapporto quasi simbiotico viaggi, traslochi, gite, cure, operazioni, le varie fasi della vita, nostre e loro, con punti di partenza e traguardi, crescita e svolte.

In effetti ho continuato un po’ la tradizione di famiglia: mio nonno allevava cani da caccia ma,  quando gli anni e lo stato di salute lo costrinsero a stare in casa, preferì adottare cani meticci e abbandonati insegnando a me e ai miei cugini a familiarizzare con loro, a capirne l’indole e il linguaggio, che è universale a prescindere dalla provenienza e dal pedigree.

Ogni cane ha una sua storia che si tesse con la nostra: se Dusky è stato il cane della mia infanzia e adolescenza, ricevuto in regalo al mio decimo compleanno dopo anni di suppliche e solo dopo un mio deciso sciopero della fame, Skip è stato quello dell’infanzia, dell’adolescenza e parte della giovinezza dei miei figli. Con quel bastardino c’è stato  feeling dall’ inizio, un cane che doveva rimanere tale ed è diventato l’ombra silenziosa e presente che si accucciava ai miei piedi e compariva porgendo il muso per una carezza nei momenti in cui mi fermavo, ritrovandomi  un po’ nei suoi occhi, capaci di parlare come sanno fare gli occhi dei cani. Cane scemetto e furbo per golosità, forte  ma non dominante, coraggioso ma  mai feroce, fedele ma non succube, testardo a volte dispettoso, cane ridens come un cane dei fumetti, elegante e fiero come sanno esserlo i cani.

skipGrazie amico mio, animella da alter ego, resti tatuato dentro molto più di questo nickname, adottato come  segno  di riconoscenza per te perché  “I cani sono i maghi dell’universo. Basta la loro presenza per trasformare in persone sorridenti quelle arcigne, in persone meno tristi quelle che lo erano: sono generatori di rapporto. Il cane ama con tutto il cuore e perdona facilmente, può correre a lungo e lottare. Ode e vede in modo diverso dall’essere umano, con un forte udito può captare la selvaggia e misteriosa natura femminile, divenendone un tramite tra lei e il rimanente genere umano.” ( da “Donne che corrono con i lupi”-  Clarissa Pinkola Estés).

Articoli correlati sulla mia tribù di quadrupedi 

“Il resto è silenzio” (William Shakespeare)

Mina Saqr

Un paio di scarpe slacciate. Non per percorrere ma per fermarsi e lasciare l’indizio di un salto dannato e liberatorio nello sfavillio di stelle sulla superficie notturna del mare. Nessuna ricerca ha fatto riemergere nuove tracce, parole dette, scritte, sguardi con domande e risposte, dubbi e certezze. Il silenzio  è la quiete prima  e dopo la tempesta , la calma del mare che  bruca  la riva senza forza, l’immobilità di luci che si spengono all’ improvviso . Un tempo senza durata, una stasi che scardina ogni dinamica, un’ambiguità  che respinge, un’attrazione che avvita nel profondo. Il silenzio ascolta nascosto nel pudore, insegna senza parlare, libera  e doma l’odio e l’amore, causa  persecuzione e salvezza,  irradia il  coraggio mascherato da fragilità e l’ignavia da omertà, segna l’Inizio e la fine di una storia qualsiasi.

“ Chi muore in silenzio si vendica della curiosità altrui.”(Alda Merini). Non è necessario né è dato sapere,  si può solo  soppesare quel  vuoto che invade, quella  lontananza che marchia, quella compagnia che avvicina alla solitudine  e all’ indefinito . “Se per dirlo bastano tre righe, bisogna limitarsi a quelle tre righe. Se per dirlo bastano tre parole, bisogna limitarsi a quelle tre parole. Se per dirlo basta una strizzata d’occhio, bisogna limitarsi a quella strizzata d’occhio. Se per dirlo basta una ruga, bisogna limitarsi a quella ruga. Se per dirlo basta il silenzio bisogna limitarsi a quel silenzio. Non aggiungere. Togli” (David Thomas). Togli per continuare ad osservare il mondo.

Casalinghe, ora tocca a voi !

Si parla  tanto di sciopero  inteso come  astensione collettiva dal lavoro di lavoratori dipendenti allo scopo di rivendicare diritti per motivi salariali, per protesta o per solidarietà. Diverse sono le modalità di svolgimento dello sciopero, non tutte legittime.

01047gSubito ho pensato  a una categoria di lavoratrici, una delle più  indispensabili a livello nazionale, non retribuita economicamente  ma soltanto con gratitudine, che sarebbe doverosa ma non sempre viene ad essa elargita. Una  categoria che esiste dai tempi del nautilus, quella  delle casalinghe, le stacanoviste dedite alla famiglia e alla casa. Le casalinghe DOC, che lavorano esclusivamente in casa, sono ormai in estinzione perché avanzano sempre più  ibridi a  rischio di precoce esaurimento nervoso e usura che lavorano male in casa e sono sempre di corsa  fuori casa. Le casalinghe tradizionali sono tuttofare  attivissime, raramente  hanno copertura da infortunio, possono  godere di ferie saltuarie da fruire solo quando marito e figli  vanno in trasferta  allo stadio, percepiscono  la tredicesima una tantum, equiparata alla metaforica vincita di  un terno al lotto, quando la tribù familiare trascorre le vacanze a  casa della  suocera, di solito non  versano contributi previdenziali e quindi non maturano né pensione né liquidazione  ma solo  una sempiterna anzianità di servizio.

Se  scioperassero le casalinghe,  la conseguente paralisi nazionale  provocherebbe effetti devastanti sia nel  settore privato che in quello pubblico. Lo  sciopero  potrebbe essere generale se esteso in tutto il paese o  locale se svolto in  una sola città, settoriale se interessa un unico  settore della loro attività, per esempio le mansioni di  lavaggio  e stiratura della biancheria.

Le lavoratrici  potrebbero fare uno sciopero bianco per cui, anziché astenersi dal lavoro , potrebbero applicare   alla lettera i regolamenti  causando disagi. Consigliabile nei casi in cui si sentano  sminuite nell’ orgoglio di categoria ogniqualvolta si sentano dire ma di cosa ti lamenti, se stai sempre a casa a riposarti e a guardare la tv ?  detto da chi ignora cosa significhi allevare per esempio  un pupo che impedisce pure di guardarsi allo specchio. In tal caso le scioperanti  potrebbero accusare un’improvvisa   “pantofolite” acuta  guaribile con  sollevamento e relativo appoggio delle gambe su un poggiapiedi dinanzi alla tv e con sciroppamento di telenovelas, reality e quant’altro aggradi loro di più per almeno due settimane. Durante lo sciopero bianco il pargolo  scorrazzerebbe indomito per  casa inseguito da un padre precettato che scoprirebbe  coattamente i piaceri dell’allevamento della prole, imparando a  non bestemmiare e a rodersi  il fegato perché, si sa,  i pargoli hanno diritto a  crescere in un ambiente sereno e rassicurante. Particolarmente efficace potrebbe essere lo sciopero  “a gatto selvaggio” in cui in una catena di montaggio le varie sezioni scioperano in tempi diversi, in modo da arrestare la produzione per il massimo tempo possibile. Questa forma di sciopero è drastica, implicherebbe e provocherebbe  tensioni familiari e si potrebbe attuare con una voluta dimenticanza nel  pagare le bollette.  Il giorno in cui vengano sospese l’erogazione di gas, energia elettrica e acqua le scioperanti dovrebbero partire tempestivamente  con un volo per le  Bahamas, pagato con una cresta pluriennale fatta sul  budget per la spesa, soprattutto  per evitare le ire del padrone di casa .Queste ultime due forme di sciopero sono volte ad alterare i nessi funzionali che collegano i vari elementi dell’organizzazione familiare in modo da produrre il massimo danno per la controparte con la minima perdita per le  scioperanti che guadagnerebbero una vacanza da single e avrebbero come unico danno l’impossibilità di  coccolare il pupetto…ma  le casalinghe  sono molto fiduciose  nel consorte e sono certe di averlo lasciato nelle sue ottime mani.

Esiste una forma di sciopero detta  a singhiozzo, caratterizzato da brevi interruzioni . Si consiglia di esercitarlo nel talamo nuziale e nei momenti di intimità . Questa forma di sciopero ha una garantita e immediata  efficacia. Infatti qualsiasi datore di lavoro si arrende sin dalla seconda interruzione. Poco praticato è   lo sciopero a scacchiera che prevede  un’astensione dal lavoro effettuata in tempi diversi da diversi gruppi di lavoratori le cui attività siano interdipendenti nell’organizzazione familiare come, per esempio, nell’ astensione dal lavoro da parte di casalinghe e  delle badanti assunte per l’anziana  mammà. Molto plateale è  lo sciopero con corteo interno in cui le manifestanti, anziché organizzare picchetti all’ingresso di casa , si muovono in formazione all’interno, bloccando i vari reparti che attraversano. Immaginate le scioperanti  che sfilano  in corridoio o stazionano con striscioni davanti alla porta del bagno gridando slogan provocatori mentre il datore di lavoro è concentrato a soddisfare bisogni primari sul water.

Care casalinghe incrociate le braccia ogni tanto e  non preoccupatevi! Nessuno potrà mai  precettarvi, né decurtarvi la paga perché lavorate gratis, nessuno potrà mai licenziarvi perché non siete  mai state assunte con un regolare contratto né rimpiazzarvi perché questa manovra graverebbe troppo sul bilancio familiare. Unico rischio è che il datore di lavoro dichiari la bancarotta fraudolenta e scappi con la giovane badante extracomunitaria di mammà…ma, poiché l’Homo Italicus  ha ben interiorizzato il detto che i figli “so’ piezz’e core”, verrà incontro alle vostre legittime richieste: vi aprirà un conto bancario cui potrete attingere liberamente per le vostre spese personali ( attente a contrattare e definire bene  il versamento mensile a carico del datore dei lavoro e ricordatevi di pattuire  la tredicesima  e il bonus annuale), vi concederà  un periodo di ferie  che siano veramente un’occasione  di  riposo e non di stress aggiuntivo, e sicuramente scatterete in pole position nella società che finalmente vi riconoscerà sincera ed eterna gratitudine.