Archive for the 'riflessioni' Category
Non è facile conquistare l’ amicizia di un gatto.
Ieri era la Festa Nazionale del Gatto, celebrata con un bellissimo post e una galleria fotografica di gatti nel mitico blog Placida Signora. Alle mie belve di casa, che hanno adottato Skip vero stringendo con lui un’affettuosa amicizia da associazione a delinquere, allietata da allegre scorribande, avevo già dedicato qualche post. Oggi vorrei ricordare i tanti gatti coi quali sono vissuta sin da bambina, prima a casa di nonna e poi a casa mia.
Vediamo da dove posso cominciare questa lunga saga felina.
La Gegia era una gatta che non si può definire una bella gatta. Aveva un pelo di un nero che sfumava nel viola. Invece di miagolare gnaognalava con una voce straziante Era molto indipendente e incuteva soggezione coi suoi grandi occhi gialli che brillavano al buio. Secondo me incarnava qualche monaciello, perché compariva e scompariva all’improvviso. A quel tempo c’era pure Il Rosso, famoso non solo per le prodezze venatorie ma anche per l’abilità a saltare sulle maniglie ed aprire le porte. Suo compagno era Caribù, cosiddetto per la folta pelliccia invernale,bianca con chiazze a strisce. Era il tipico gatto sornione che finge di non vedere e non sentire. Un giorno si addormentò dentro il focolare della cucina, che fungeva da inceneritore, e ne schizzò fuori bruciacchiato quando la nonna vi accese un piccolo falò. Fortuna volle che i suoi miagolii la indussero ad aprire lo sportello evitando così di cuocere un gattò al forno.
Sandrino invece era un maestoso gattone dal pelo lungo. Amico inseparabile della nonna, sedeva sul tavolo tondo quando lei ricamava e pareva ascoltarla quando inscenava scherzosi dialoghi, chiamandolo Signor Gatto. Grazie a lui imparai molto presto a fare la spesa, perché la nonna non gli faceva mai mancare papponi di riso e alici.
Molto più tardi arrivò Biòs (vita), una dolce micetta bianca. Fu chiamata così perché sottratta da mia zia al regno dei morti del cimitero. In verità era molto viva perché ben presto sfornò tre mici. In contemporanea il destino portò Bissi Bissi ,un micino bianco e nero che io e mia cugina estraemmo da un bidone della spazzatura, incuriosite dai suoi flebili lamenti. Temendo di portarlo a casa della nonna, già popolata di gatti, spesso abbandonati da ignoti sul portone di casa , lo nascosi in un deposito del giardino. Quando mia zia usciva per andare al lavoro, io andavo in giardino e gli somministravo latte diluito col contagocce. Il micetto poi imparò a camminare , seguendomi ovunque. Quando rientravo in casa, lo lasciavo nel deposito. Ma i piccoli mici crescono e quindi iniziò ad esplorare i dintorni, venendo allo scoperto. Io e mia cugina confessammo l’accaduto e mia zia, apprezzando il nobile gesto, lo accolse nella tribù felina. Una volta tornò col pelo non più bianco,ma sporco e unto di grassa fuliggine, perché forse era andato a dormire su una caldaia. Così pensai bene di lavarlo. Lo pulii con estrema cautela per timore di un’artigliata, inizialmente con una spugna inumidita, poi osai immergerlo in una bacinella , piena di acqua e bagnoschiuma. È stato l’unico gatto di mia conoscenza, che non solo amava fare il bagno ma anche essere asciugato col phon.
Rugiò ( si legge alla francese , ora lo scrivo Rougeau) , come rivela il suo nome, era un gatto rosso. Una mattina vidi tre gatti rossi, allineati su un pergolato . Le tre civette di Ambarabàciccicoccò mi richiamano quell’immagine. Per due giorni la zia pensò che avessi le traveggole perché parlavo continuamente di statuari gatti sul pergolato che lei non riusciva a vedere. Finalmente al terzo giorno i tre compari si degnarono di farsi scorgere e fu salva la mia reputazione. Le tre anime rosse erano state abbandonate nel giardino da una signora che si era trasferita in un’altra città. Rougeau pian piano si fece accarezzare ed arrivò in casa. Dopo un iniziale assedio alla Maina, un merlo indiano che in seguito ai miei lunghi tentativi di addestramento riuscì a pronunciare “Maina”, “Marì” ( che soddisfazione! Ma giuro che le parlavo in italiano doc) e Ciccià ( nome del cane), Rougeau si mise l’anima in pace e desistette dalle voraci ambizioni. Imparò presto a coricarsi per terra, ad allungare le zampe per aprire un mobile basso della cucina e a rovesciare la scatola dei croccantini.
Romeo era invece uno dei tre figli di Biòs. Per un paio di anni si comportò come un indolente gattone domestico, fino a quando madre natura lo portò a scoprire il seducente mondo delle gatte e si inselvatichì. Divenne il boss del rione e cambiò pure voce. Che potere hanno le gatte morte innamorate! La voce roca ben si addiceva allo sfregio sotto l’occhio e all’ orecchia mozza, forse trofei di duelli notturni con qualche rivale in amore. A volte lo incontravo per strada e lo chiamavo. Si avvicinava ma non si lasciava più accarezzare. Ne perdemmo le tracce, ma lo ricordiamo sempre con ammirazione per la conquistata libertà di gatto randagio.
Dei gatti della casa della nonna è sopravvissuto Fusarello che gode ancora di ottima salute. Un giorno nascose una biscia viva in un cesto. Di sera andò a scovarla e scatenò un putiferio e un fuggi fuggi generale, simile a quello causato dalla fuiuta del capitone dalle vasche delle pescherie nel periodo natalizio. Un suo fratello, Gri Gri, detto Capucchione, è venuto a mancare poco tempo fa. Un gatto strano. Era talmente timido che stava sempre nascosto dietro una cristalliera. Si lasciava prendere ed accarezzare solo dalla zia. Col tempo imparò a vincere la timidezza e a volte entrava pure in cappella e ascoltava (?) la messa. Un giorno si ammalò e mia cugina lo portò dal veterinario. Un’altra zia, trovandolo addormentato, pensò che fosse morto e così lo seppellì in giardino. In verità l’ignaro Capucchione era sotto l’effetto dell’anestesia e mia cugina corse a salvarlo. Dopo la drammatica, non voluta esperienza, il redivivo visse ancora, felice e contento a conferma del detto che a volte si può “ nascere sotto una buona stella”.
Quando con la mia famiglia mi trasferii in Liguria, continuai a coltivare il mio feeling felino. Un’unica e selvatica gatta randagia approdò nel giardino di casa e da lei ebbe origine una lunga discendenza.
Ogni giorno Mamma Gatta si avvicinava al balcone della cucina in cerca di qualcosa da mangiare. Ogni sera la aspettavamo e ci impensierivamo se tardava a venire. A lei devo la più naturale lezione di educazione sessuale perché un pomeriggio , sentendola miagolare in modo strano, la vidi mentre partoriva un micetto. Grazie a lei capii che i gatti nascono dal culetto, mentre i bambini continuavano a nascere dalla pancia della mamma, perché gli umani non sono gatti. Beata ingenuità dei miei dieci anni che mi faceva immaginare una straordinaria dilatazione dell’ombelico dal quale uscivano i bebè. Non riuscivo a spiegarmi altrimenti l’utilità di quel buco che i gatti non avevano.
Mamma gatta non tornò più, quindi adottammo i suoi cuccioli. Pallino diventò il raìs del rione. Lo inseguivo quando afferrava per la collottola i micini appena nati, cercando di avere per sé le attenzioni di mamma gatta. Un chiaro esempio di sciovinismo ed egoismo felino. Suo fratello, detto il Grigio, era molto diverso. Aveva un pelo vellutato, color grigio scuro, e grandi occhi giallo-verdi, come il più aristocratico certosino, e soffriva invece di crisi di identità. Divenne l’ inseparabile amico del mio bassotto Dusky. Di sera lo aspettava sullo zerbino del portone e, camminandogli a fianco, se ne andava a dormire con lui nella cuccia. Poi dicono “ cani e gatti…”
Celestina invece era una gattina dolcemente timorosa e molto silenziosa. Mia madre aveva un debole per lei e le parlava di nascosto. Alle 17. 30 Celestina si sedeva sulla scala esterna e aspettava mio padre che rientrava dal lavoro. Riconosceva il clacson dell’auto e gli andava incontro, come fanno i cani. Poi lo seguiva fin sull’uscio di casa. Forse capiva che a breve avremmo cenato e le avremmo dato da mangiare. Chissà! Delle prodezze feline di quegli anni ricordo un’insolita seduta di gatti in semicerchio. Sembravano ipnotizzati, quasi cementati per terra. All’interno dell’ assembramento c’era un riccio. Sì un porcospino ben avvoltolato, che era sconfinato nel mio giardino. Poveretto! Era circondato da una schiera di curiosi cacciatori che ci omaggiavano un giorno sì e uno no di cadaveriche prede ( uccellini, lucertole, insetti, gusci di uova, topolini, a volte pure qualche biscia). Dopo un quarto d’ora di silenzioso appostamento, l’incauto riccio osò fare spuntare il naso. I gatti , sempre seduti, concentrati fissavano la nuova vittima. Non appena il riccio tirò fuori la testa, Celestina con un balzo gli si avventò sopra rimbalzando subito all’indietro, come se avesse ricevuto una scossa elettrica. Liberai la povera bestiola dall’assedio e la riportai nella pineta confinante col giardino.
I gatti sono sempre stati i miei compagni di gioco e stavo ore intere a osservarli, cercando di decifrare il linguaggio della coda e delle orecchie e tentando di imitare i loro miagolii. Circa dieci anni fa ho deciso di adottarne due, Tigro e Gri Gri. Pure il consorte ha vinto l’iniziale diffidenza e ha imparato a parlottare coi gatti. Mio figlio non va a dormire se prima non ha salutato Gri Gri, che poi quatta quatta si appallottola ai suoi piedi. Che dire? Fanno ormai parte della famiglia, trasmettono affetto, ci si rispecchia un po’ in loro, si acquattano nel trolley quando captano immediate partenze, ci vengono incontro quando rientriamo a casa, ci fanno compagnia con la loro silenziosa presenza, ci coccolano con le fusa e ci logorano con miagolii insistenti. Ma quando si nascondono, ci mancano.
I gatti sono regalmente eleganti, misteriosi ed istintivi; scelgono chi amare e non dipendono da nessuno. Sono semplici nei loro bisogni primari ma eternamente cuccioli nell’ entusiasmo e curiosità, affascinanti quando ci osservano e sembrano capire. Interlocutori attenti, muti eppur presenti, abitudinari ma non facilmente addomesticabili .
Un gatto è un gentiluomo. Sotto quel pelo morbido si trova ancora uno degli spiriti più liberi del mondo ( Eric Gurney ) perché Non è facile conquistare l’ amicizia di un gatto. Vi concederà la sua amicizia se mostrerete di meritarne l’ onore, ma non sarà mai il vostro schiavo. (Théophile Gautier).
Articoli correlati:
Quando il gioco virtuale sdogana la devianza
La cronaca riporta di frequente fatti truci, di fronte ai quali spesso e volentieri si reagisce verbalmente, invocando la legge del taglione, soprattutto nel caso di delitti a discapito di bambini, donne, anziani, persone che reputiamo più deboli ed indifese.
“Ma dal linguaggio solitamente non passiamo all’azione. A fermarci non è tanto l’uso della ragione, già messa fuori gioco dall’odio, ma dalla dimensione sentimentale che registra la differenza tra il bene e il male, tra la gravità di un’azione e la sua irrilevanza.
Questa dimensione antecede persino i sentimenti di amore e di odio con cui conduciamo la nostra vita emotiva. Ed è grazie alla dimensione sentimentale che impediamo al nostro amore di soffocare e al nostro odio di uccidere. Ma quando questa dimensione non c’è? Quando nessuna risonanza emotiva avverte il nostro cuore della differenza tra un gesto innocuo e un gesto truce? Allora siamo nella psicopatia. Un termine coniato nell’Ottocento per designare una psiche apatica, incapace di registrare, a livello emotivo, la differenza tra ciò che è consentito e ciò che è aberrante, tra un’azione senza conseguenze e un’azione irreparabile. Una psiche priva di quella risonanza emotiva che ciascuno di noi registra quando compie un’azione, dice o ascolta una parola.
Eh sì, perché la psiche non è una dote naturale che uno possiede per il solo fatto di essere nato e cresciuto. La psiche è quel qualcosa che si forma attraverso quel veicolo, così spesso trascurato,che è il sentimento. Ora capita spesso che ai bambini insegniamo a mangiare, a dormire, a parlare. Ammiriamo i loro sprazzi di intelligenza, le loro intuizioni, ma poco ci curiamo delle qualità del sentimento che in loro si forma e talvolta, a nostra insaputa, non si forma.
Il sentimento è quell’organo che ci consente di distinguere cos’è bene e cos’è male…
I bambini di oggi sono sottoposti a troppi stimoli che la loro psiche infantile non è in grado di elaborare. Stimoli scolastici, stimoli televisivi, processi accelerati di adultismo, mille attività in cui sono impegnati, eserciti di baby sitter a cui sono affidati, in un deserto di comunicazione dove passano solo ordini, insofferenza, poco ascolto, scarsissima attenzione a quel che nella loro interiorità vanno elaborando.
Quando gli stimoli sono eccessivi rispetto alla capacità di elaborarli, al bambino restano solo due possibilità: andare in angoscia o appiattire la propria psiche in modo che gli stimoli non abbiano più alcuna risonanza. In questo secondo caso siamo alla psicopatia, all’apatia della psiche che più non elabora e più non evolve, perché più non “sente”
L’appiattimento del sentimento solitamente non è avvertito, perché l’intelligenza non subisce alcun ritardo. Anzi , si sviluppa con una lucidità impressionante, perché non è turbata da interferenze emotive, come tutti noi possiamo constatare quando di fronte ad una prova, quale può essere una prova d’esame, le nostre prestazioni sono sempre inferiori alla nostra preparazione, per via dell’interferenza dell’emozione.”
Gli psicopatici spesso compiono delitti efferati e sembrano non provano né pentimenti né ripensamenti, né senso di colpa.
“I giudici spesso accertano la loro capacità di intendere e di volere, che spesso funziona benissimo, Bisognerebbe però anche valutare la loro capacità di “sentire”.E qui si scoprirebbe la radice di certe condotte che risultano aberranti a noi tutti che viviamo sostenuti dal nostro sentimento, ma che non acquistano alcuna rilevanza per chi il sentimento non l’ha mai conosciuto, perché a suo tempo non è stato raccolto, ascoltato, coltivato.
Gli psicopatici sono un caso limite dell’umano, ma la psicopatia come tonalità dell’anima a bassa emotività e a scarso sentimento è qualcosa che si va diffondendo tra giovani di oggi che, nella loro crescita, acquisiscono valori di intelligenza, prestazione, efficienza, arrivismo, quando non addirittura cinismo, nel silenzio del cuore. E quando il cuore tace e più non registra le cadenze del sentimento, il terribile è già accaduto, anche se non approda ad una strage.
Illustrare questi casi è opportuno, non per sollecitare la nostra curiosità morbosa, ma per capire dove può arrivare la nostra condotta quando non è accompagnata dal sentimento, e quindi richiamare l’attenzione sui processi di crescita dei nostri figli, onde evitare che l’intelligenza si sviluppi disancorata dal sentimento e diventi intelligenza lucida, fredda, cinica e potenzialmente distruttiva.”
(da “I miti del nostro tempo” di Umberto Galimberti -Cap 5 Il mito dell’ intelligenza: La capacità di “intendere e di volere”)
Perché tutto questo? Perché di recente, da La Stampa, sono venuta a conoscenza di una notizia che mi ha lasciato allibita con la sensazione che il mondo giri al contrario.Ho ripreso testualmente le parole del professore Galimberti , una risposta chiara ed esauriente per i difensori nostrani di un videogame giapponese, risalente al 2006 e ritirato dal commercio ma reperibile in rete , in cui si agisce per molestare e stuprare ripetutamente madre e figlie minorenni, “procacemente tentatrici” e modificabili a proprio piacimento, atte a soddisfare le voglie virtuali del maniaco di turno, che vince in base al numero delle vittime solo se riesce a costringerle all’aborto. Altrimenti finisce sotto un treno. Secondo la logica violenta del gioco mi sarei aspettata per lui una punizione finale, ispirata alla legge del taglione.
Di una cosa simile ne avevo parlato tempo fa, condannando videogiochi coi quali si torturavano le vittime. Concordo quando si contestano immagini violente, raccapriccianti o di pessimo gusto propinate dalla televisione per dovere di cronaca o per fare audience, che inducono ad una sorta di assuefazione a scene del genere che, se turbano o attivano la risonanza emotiva dell’adulto su realtà tristemente esistenti, non sempre sortiscono lo stesso effetto nei piccoli.
Lasciano però perplessi i commenti in difesa di questi giochi, ritenuti innocui in quanto inscenano una finzione appartenente al mondo virtuale . Esistono anche giochi di guerra e di corse d’auto che mietono vittime, che possono ritenersi “innocui” o valvole di scarico per chi è in grado di distinguere il reale dal virtuale, tra ciò che è possibile o non è possibile. Non li condivido, ma con questo videogame mi pare che si sia superato ogni limite in un tentativo di autoassoluzione da devianze. Se in un gioco di guerra si mette in atto una strategia di attacco e di difesa, in questo caso le donne non possono reagire, se non supplicando il maniaco. Il videogame non si subisce come un film porno. Qui si agisce virtualmente perché si realizzi un qualcosa. Di eccitante? Costringere all’aborto, una vittima di violenza, per quanto virtuale possa essere, è una conquista da sancire una vittoria? Coinvolgere i passanti nella condivisione delle vittime, come risulta dalla versione più aggiornata del videogame, c’ è divertimento o violenza?
Si giustifica dicendo che in Giappone c’è una bassa percentuale di stupri o forse , più semplicemente, sono una vergogna ancora nascosta. I giapponesi hanno molto il senso dell’onore e della disciplina, impartiscono un’educazione severa ( i regolamenti scolastici sono rigorosissimi), ma hanno una concezione della donna molto lontana da quella occidentale, improntata alle pari opportunità. Di sicuro sia qui che in Giappone, tollerando questi videogames, si continua a diffondere mancanza di rispetto per le donne in nome dell’ innato senso di possesso e potere maschile, si promuovono stereotipi e pregiudizi sociali senza cogliere la differenza di genere come valore in un’ottica di reciprocità, creando, a mio avviso, ulteriori frustrazioni quando nel reale ci si dovrà confrontare con donne che poco rispondono ai modelli immaginati e virtualmente desiderati. Ulteriore caso di diseducazione che conferma la dipendenza degli uomini dallo spettro dell’impotenza , che nell’immaginario maschile è percepita come uno degli handicap più gravi.Penso che non si debba nemmeno tacere per evitare di reclamizzare il gioco.Forse occorre di più parlarne e riflettere.
Il testo del prof. Galimberti dovrebbe essere letto nelle scuole. Altro che moralismi!
Articoli correlati:
L’amore della libertà è amore degli altri; l’amore del potere è amore di se stessi .
Come eravamo… a Carnevale

Da bambina mi travestivo sempre da pellerossa , armandomi di scudo e pugnale rigorosamente finti, per rivendicare con i cugini e mia sorella l’appartenenza alla Tribù dei Piedi Scalzi e la libertà, almeno a Carnevale, di urlare, correre a piedi nudi nel giardino e dipingermi il viso col rossetto e tappi di sughero bruciati. Negli anni dell’adolescenza, in cui ero piuttosto disorientata sui miei naturali cambiamenti e sul mio futuro da grande, abbandonai l’usanza del travestimento, per non complicarmi ulteriormente la vita col dilemma di un’identità carnevalesca. Ormai ventenne, apparentemente con le idee più chiare, iniziai ad accettare inviti a feste in maschera, pur non sapendo assolutamente come fare. Non potendo permettermi di noleggiare un costume, decisi di confezionarli con ciò che trovavo negli armadi e con l’aiuto di una zia che sapeva cucire. La prima volta indossai una giacchetta di raso rossa, ottenuta in prestito, pantaloni e top nero. Un cilindro o bombetta, il trucco e le pailettes mi aiutarono a fare la mia sporca figura. L’anno successivo ero piuttosto agguerrita e quindi mi vestii da rivoluzionario francese, con tanto di mantello e tricorno nero, camicia extralarge bianca e stivali fuori dai pantaloni. Il cerone bianco mi dava un’aria esageratamente pallida, se non funerea, ma anche misteriosamente tenebrosa . La terza volta mi improvvisai esploratrice in Africa: riciclai pantaloni estivi e sahariana beige, i soliti stivali e, dopo una supplica di giorni, riuscii ad indossare l’originale cappello da esploratore inglese appartenuto a nonsochi e scovato in uno dei tanti armadi della nonna. Ma non ci fu verso di completare il travestimento portando a spasso il fucile del nonno.
Sono poi balzata ai Carnevali dei miei figli. Trasformai la primogenita in una paffuta Paperina dal becco arancione e candide piumotte, e più tardi in una tenera Primavera finchè, ormai in grado di intendere e volere almeno un costume carnevalesco, lei ne scelse uno da zebra. Sì, proprio da zebra, e lo indossò per un bel po’di anni. Anche quando divenne troppo piccolo, ne reclamò un altro che dovetti far cucire di proposito. Sin da piccola preannunciava lo spirito di tifosa giuventina e un’autostima altalenante dalle stelle alle stalle, dal bianco al nero senza sfumature intermedie.
Il secondogenito, dopo una breve parentesi da Peter Pan, fedele sempre fu, taratan zambù, all’Uomo Ragno. In tutto. Non solo nelle collezioni di pupazzetti e figurine, ma soprattutto nell’abilità ad arrampicarsi dappertutto. Imparò presto, ancor prima di camminare, a scalare tutto ciò che poteva pregiudicare la sua incolumità. Il suo esordio fu sul tavolo con le rotelle, poi prudentemente smontate per evitare che slittasse nella cristalliera di fronte, per dare l’arrembaggio al porta bon bon che regalmente vi trionfava. In seguito passò alle sbarre del lettino che scavalcava di notte in cerca dei ghinghin , cioè i tre ciucciotti che misteriosamente sfuggivano dalla barriera dei paracolpi. Ancor oggi ricorda la conquista della vetta del pitosforo, nel giardino della scuola materna, sul quale rimase appollaiato un bel po’, fino a quando le maestre trovarono una scala e lo fecero atterrare tra i comuni bipedi umani.
Dopo una fase dark, semi reale, e un’altra horror, per fortuna solo carnevalesca, anche i figli hanno smesso di travestirsi. Guai se oso associare al Carnevale il loro estroso look serale. Meno male che ignorano il mio, che alla loro età, ne vantavo uno indescrivibile…tutti i giorni
.
E voi, che cosa ricordate del Carnevale?
16 comments
Giornata della memoria
Ka – Be è abbreviazione di Krankenbau, l’infermeria. Sono otto baracche, simili in tutto alle altre del campo, ma separate da un reticolato. Contengono permanentemente un decimo della popolazione del campo, ma pochi vi soggiornano più di due settimane e nessuno più di due mesi:entro questi termini siamo tenuti a morire o a guarire. Chi ha tendenza alla guarigione, in Ka- Be viene curato; chi ha tendenza ad aggravarsi, dal Ka- Be viene mandato alle camere a gas….
…Ma la vita del Ka- Be non è questa. Non sono gli attimi cruciali delle selezioni, non sono gli episodi grotteschi dei controlli della diarrea e dei pidocchi, non sono neppure le malattie.
Il Ka- Be è il Lager a meno del disagio fisico. Perciò , chi ancora ha seme di coscienza, vi riprende coscienza; perciò, nelle lunghissime giornate vuote, vi si parla di altro che di fame e di lavoro, e ci accade di considerare che cosa ci hanno fatto diventare, quanto ci è stato tolto, che cosa è questa vita. In questo Ka- Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi,invece di ammonirci “ricordati che devi morire”, meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.
Quando si lavora, si soffre e non si ha tempo di pensare: le nostre case sono meno di un ricordo. Ma qui il tempo è per noi:da cuccetta a cuccetta, nonostante il divieto, ci scambiamo visite, e parliamo e parliamo. La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di una altro dolore.”Heimweh” si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire “dolore della casa”.
Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo di fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida.
Ma dove andiamo non sappiamo. Potremo forse sopravvivere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo? Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz,è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo.
(da “Se questo è un uomo” di Primo Levi)
Giornata della Memoria : 27 gennaio 2010
Articoli correlati:
Per non dimenticare…
8 comments
La dannazione di Haiti
Gli incantevoli paesaggi dei Caraibi, che spiccano sui depliant pubblicitari, sono rimossi da immagini crudelmente reali che di recente scuotono la coscienza del mondo intero. Haiti, perla francese nel XVIII secolo, ha pagato l’ indipendenza con degrado e miseria, per noi inimmaginabili. Da tempo la gente ha abbandonato le campagne per ammassarsi in città che non offrono né lavoro né speranza, e ha vissuto alla mercè di dittatori come Francois Duvalier, “papa doc”, e di suo figlio baby doc, artefici di terrificanti e cruente follie e dell’esodo di quella fascia della popolazione che dava fastidio, perché consapevole dei soprusi. Agli occhi dei paesi civili Haiti è una realtà straordinariamente infernale, raccolta e assistita dai tanti missionari e operatori di associazioni umanitarie, che da decenni s’adoprano per garantire la sopravvivenza ad una delle popolazioni più dannate e povere della Terra. I potenti si stanno impegnando in una gara di solidarietà, forse per riscattarsi da gravi dimenticanze. Pare che la natura, con un terremoto 35 volte più forte di quello che ha colpito L’Aquila, abbia steso un velo pietoso su uno scempio provocato dagli uomini. La natura fa il suo corso e ricorda un’umanità che fa i conti con la morte tutti i giorni. I morti, abbandonati per strada o trasportati con mezzi di fortuna, ci turbano. Il riconoscimento di una salma, con un nome e una degna sepoltura, è una mera formalità, quasi un lusso in un paese in cui finora sono state negate l’identità della persona e la dignità ai vivi. Haiti appare come il paese dei morti viventi, relegati in un continuo stillicidio di violazione di diritti umani, dove è prassi consolidata abbandonare e schiavizzare i bambini, dove il 60% dei piccoli non compie cinque anni e l’ 80 % della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, varcando a stento la soglia dei 50 anni, privilegiata condanna ad un’esistenza in baracche senza acqua e luce , in strade in cui il più forte e armato prevale sul più debole perpetrando ogni forma violenza e razzia di beni, vite e anime.
Gli zombi, anime soggiogate da riti vudù e dalla superstizione, questa volta non resusciteranno dagli Inferi. Il sisma ricorda che l’inferno è su questa Terra ed è voluto dagli uomini. Ad Haiti i vivi muoiono tra mille emergenze e i morti rivivono nella magica confusione di miti, superstizione, fede, paura, sacrificio e rinascita. Ad Haiti la natura incontaminata si ribella periodicamente nel ritmo di canti e danze che alleviano stenti e paure, consacrano l’istinto vitale ed esorcizzano la brutalità dell’uomo, in un vortice di seducente bellezza, inebriante stordimento, fatalistica rassegnazione che diabolicamente sconfinano dal divino.
Questa forse è la ragione per cui si prova pietà e solidarietà per le vittime, ma soprattutto un senso di colpa per avere ignorato quella schiera di oppressi che come ombre, silenziosamente invisibili, da tempo sovrappopolano una terra dimenticata e in balia di se stessa. Ora Haiti a stento piange chi è rimasto sotto le macerie, ma chiede aiuto alla Comunità internazionale con la disperazione di chi finora è rimasto schiavo di altri mali.
Qui per aiutare Haiti.
7 comments
Erre… come Rosarno
Rissosa rivolta di raggirati reietti rappresenta reazione a regia di reprobi, rapaci rais. Ragazzi racimolavano ridicole retribuzioni, raccogliendo.
Recentemente raggrumano rantolanti respiri mentre rapide ruspe raspano Rognetta, rivoltano rancidi rifiuti e resti di riscossa.
Rimpatrio , risarcito rimborso di rinnegato rispetto nelle rimbalzanti responsabilità, risveglierà rimorsi? Rosarno resterà roccaforte di rustici rampanti che reingaggeranno remissive reclute, riconquisteranno recinti, o riconoscerà rovinose ribalderie? Ruggente si riarmerà, resisterà per risanarsi, ricostruire relazioni, redimersi, o ruffianamente riverirà racket e ragguardevoli rampolli reggicoda?
Reiterata recrudescenza ricerca riflessioni, rivendica regole, raccomanda reale e reciproco recupero. Rabbia e revanscismo reclamano ragionevoli rimedi, risposte, risultati.
Requiescat Rognetta, rugginoso ritratto, risaputo reflusso, rude radiografia di rilassata Repubblica.
Recondita rapsodia riconcili, restituisca rispetto a reduci di rivolta, relegati in rinunce, ricatti e restrizioni. Redivivi repressi raggranellano rare reliquie di remoti ricordi, rimpiante ragnatele di radici.
Rincresce ricordare, romita Rosarno!
7 comments
Quando si gioca a tombola
Un detto raccomanda “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi” perciò da sempre trascorro in famiglia la sera della Vigilia e il Natale, tranne due volte che raggiunsi il consorte con prole e bagagli al seguito. Non importa con quale ramo della famiglia si stia , anche se la tradizione vorrebbe con quello affettuosamente infestante dei parenti più prossimi. Sì perché le cose si complicano quando subentra la famiglia del/della coniuge per cui spesso si adotta la soluzione dell’ half and half trascorrendo a turno la sera della Vigilia e il Natale a casa dai tuoi genitori e poi dai suoi ( suoceri), a meno che non si ricorra alla clonazione o si preferisca riunirsi tutti insieme appassionatamente. Posso solo immaginare le diplomatiche acrobazie in cui si cimentano coloro che hanno più famiglie.
Quando ero bambina trascorrevo la vigilia a casa delle sorelle di papà e il Natale in quella dei nonni materni. Dopo gli esibiti e largamente apprezzati virtuosismi gastronomici che folleggiavano in un turbinio di portate , noi bambini, più veloci della luce, aiutavamo a sparecchiare perché aspettavamo la pausa del dopo cena o pranzo per giocare a tombola. Ci mobilitavamo per svuotare la tavola e invaderla di più serie di cartelle della tombola , mentre mamma e zie già lavavano le stoviglie e preparavano il caffè da servire con struffoli e zeppole. I cugini più grandi verificavano che tutti i numeri fossero nel panariello, per evitare un contenzioso senza fine qualora a termine della giocata si fosse scoperto che mancava il fatidico numero che avrebbe annullato le sofferte vincite. Io e gli altri cugini iniziavamo a esaminare le cartelle. Sì perché è un rituale giocare a tombola. Ognuno ha un criterio personale di scelta di cartelle. Alcuni preferiscono pagare un’intera serie, così almeno trovano sempre il numero estratto, altri cercano cartelle contenenti uno o più numeri porta fortuna, i più devoti giocano solo con cartelle marchiate dal loro inconfondibile segno di riconoscimento. Mio fratello ne aveva una colorata di nero, che noi consideravamo nefasta perché portava fortuna solo a lui. Poi ci procuravamo i tapparielli, fagioli, monetine, pezzetti di carta per coprire i numeri, finchè non furono brevettate le cartelle con le finestrelle di plastica incorporate. Mentre gli uomini continuavano ad aiutare o a chiacchierare , noi già eravamo in fibrillazione a contare gli spiccioli, racimolati durante l’anno per le giocate di Natale. Iniziava allora la parata dei borsellini delle amministratrici delegate di famiglia, cioè delle mamme, che finanziavano i consorti. I grandi ci chiedevano di cambiare le banconote di 500 e 1000 lire e noi non aspettavamo altro per farci un po’ di cresta, giustificata dal servigio reso. Poi si concordava il costo di una cartella che solitamente era di 10 o 20 lire, che con l’inflazione aumentò a 50 , 100 e 200 lire e con l’euro a 20-30 centesimi (in tal caso melius deficere quam abundare e non cadere nella tentazione del gioco d’azzardo). Allora le monetine fluttuavano su e giù per il tavolo, distribuite nei premi, restituite come resto o allineate in buon ordine, davanti alle cartelle, come buon auspicio di vincita. Quando finalmente la zia, padrona di casa, usciva trionfalmente dalla cucina levandosi il grembiule, eravamo tutti pronti in assetto di partenza, ben seduti e concentrati. Dopo un’animata contesa su chi doveva avere il cartellone e quindi governare il gioco, iniziava l’estrazione di numeri. Chi estrae i numeri deve essere rapido e veloce e sapere tenere banco, creare suspense e animare la serata. Sì perché ogni numero della tombola napoletana ha un significato, a volte scurrile o allusivo, ma può divertire la combinazione che se ne fa. Per le anime innocenti presenti i numeri “sporchi” venivano taciuti , finchè furono messe in commercio le cartelle della tombola napoletana e quindi ci istruimmo più o meno anche in questo. Bè ammetto che ci ho impiegato circa 20 anni, facendo una memorabile gaffe pubblica, per capire che “quella che guarda in terra” del numero 6 non era una timida pulzella, e nemmeno una che cercava quadrifogli o lenti a contatto smarrite, ma niente meno quella cosa che nel connubio col padre delle creature contribuisce alla riproduzione dell’umana specie ( qui la spiegazione dell’arcano) .
All’estrazione del primo numero, un immancabile spiritoso smorzava la quiete dell’attesa gridando AMBO…e solitamente la zia un po’ dura d’orecchi replicava:
“Cosa è uscito… il canto?”
“ No, no niente!”
“ Allora che ha detto?”
“Ha detto ambo, ma non è possibile farlo con un solo numero. Sta’pazziando (scherzando)”
E via si procedeva guardando fissamente il numero che si desiderava fosse chiamato per fare ambo, poi terno, quaterna, cinquina sforzandosi di comunicare telepaticamene con lui, che capitombolava nel panariello, affinchè si facesse catturare e si decidesse ad uscire. Spesso capitava che due o più giocatori vincessero lo stesso premio, che veniva ripartito in ugual misura. Se ciò non era possibile, qualche spicciolo andava a rimpinguare il tombolino, democraticamente deliberato per offrire la chance della seconda tombola. A volte si prevedeva anche una terza tombola, premiata col tombolicchio, per consentire quindi a più persone di vincere qualcosa.
La tombola napoletana diverte se ad ogni numero viene associato il significato attribuitogli dalla smorfia napoletana. I napoletani sono soliti dare i numeri, nel senso che matematizzano molto la realtà, e pure i sogni, e talvolta si accaniscono a rincorrere i numeri al lotto chiedendo devotamente aiuto a qualche santo protettore con la speranza che interceda presso la Fortuna. Ahimè non hanno ancora capito che la dea non ci vede e non ci sente.
Intanto il numero 1 è l’Italia, forse a ricordo dell’art 1 della Costituzione che la riconosce una ed indivisibile. Olè! 2 è a’ figliola e, per prassi consolidata di casa mia, con la discrezione del mangia polpette, si chiede “ Quanti anni ha?” Può essere che sia giovincella e ne abbia solo 23…”ma allora è pure scema” oppure 22 “ma è pazza” . Se per caso ne ha 33 , “ha l’età di Cristo”, se supera la quarantina nasce una diatriba sul considerarla giovane o matura, se ne ha 77 è sicuramente ‘na nennella della terza età , però dalle gambe scattanti di pin-up. Una reazione a catena. Altro numero atteso dai bambini è il 4 ( il maiale) e il numero successivo ne conferma il peso. Il 31 prevede l’altisonante Pillicciò, che segnava la fine della conta prima di giocare a nascondino. All’11 dei suricilli ( topolini) segue la domanda “ Quanti sono?”
“ 65”
“Maronna!”
“ Sempre sia lodata”. E mi rivedo mentre seguivo gli occhi della zia, rivolti in alto, credendo di vedere un raggio celeste farsi strada nel soffitto.
“Che ha detto? E’ uscita A’ Maronna?”
“No mammà. Era un’esclamazione.”
“ Ahhhhhh. E allora che è uscito?”
“65 ( il pianto)”
“E ci credo che tutti ‘sti surici fanno piangere”
“ Mo’ ci vò ‘na jatta ( una gatta) .”
“ E’ uscita la gatta?…”
“No, no, sarebbe ora che uscisse il cane ( quello vero per fare la pipì).”
“Ma o’ cane che numero è?”
Ad un certo punto la tiritera veniva interrotta da una telefonata. C’era sempre qualcuno lontano o in mezzo al mare che, a conoscenza della riunione di famiglia, telefonava per fare gli auguri a tutto il parentado. Seguiva un andirivieni dal tavolo al telefono, tra lacrime di commozione e abbracci a distanza che venivano poi addolciti da un giro di mustaccioli, roccocò e susamielli (dolci di Natale).
Chi s’assumeva l’incombenza di estrarre i numeri scuoteva a lungo il panariello per fare crescere la suspense della tombola, il cui premio poteva ammortizzare la spesa sostenuta dall’intera famiglia per l’acquisto delle cartelle. E allora per essere sicuri di non averne dimenticato qualcuno, a turno tutti davano i numeri chiedendo:
“È uscito 54?” “ No”
“E 63?” “Neppure”
“ 7 ?” “Neanche.”
“E 89?” “Nemmeno.”
“Ma’ ( mamma), dilli tutti così ci leviamo il pensiero.”
Nel frattempo, a mo’ di scimpanzé, sgranocchiavo noci, nocciole ed arachidi infornate, fichi mandorlati o al cioccolato, follarielli ( involtini di uva sultanina infornata e avvolta in foglie di agrumi) mentre bicchierini di limoncello e nocino per i grandi, acqua e bibite per i piccoli, volteggiavano sulla tavola.
Quanti ricordi, risate e voci legati alle tombolate! Di zii che abbiamo rimpiazzato agli occhi dei nostri figli e nipoti. Noi siamo il presente per le nuove generazioni , come loro lo sono stati a lungo per noi. Ogni anno rivive un po’ l’atmosfera di quella “casa senza orologi dove il tempo era scandito dai fiori di stagione e tralci d’edera raccolti in giardino, dai racconti, dai quadri, dai mobili, dagli affetti.
Un mondo di radici mai strappate, che mi appartiene”( da La Signora Gioconda), ancor più nei profumi, nei sapori e nelle luci che ridanno colore a scene un po’ sbiadite dal tempo e rendono nostalgicamente caldo ogni Natale.
10 comments
Ciao, piccola ombra!

Nei giorni scorsi ho avuto l’occasione di vedere due volte il video “Transizioni…dal nido alla scuola dell’infanzia” che aiuta a capire le difficoltà che i piccoli affrontano passando dalle braccia di mamma e papà al contesto educativo della prima infanzia. Vi descrivo alcune sequenze che mi son sembrate particolarmente significative.
Un bimbo saluta la tata e poi corre a salutare la mamma. Si ferma sulla soglia di una porta interna e la chiama. Lei lo saluta con la mano, sorridendo a distanza , lui ricambia e si volta perplesso. Nei passi incerti e nello sguardo del bambino che esita, chiedendosi se seguirla o restare, si percepisce una scelta di crescita. Decide di rimanere nel nido a giocare con gli altri bambini.
Un piccolo si rannicchia nel lettino per la nanna pomeridiana; si raggomitola pian piano cercando la posizione del sonno. Si chiude come in un uovo, in posizione fetale. Cerca col piedino, simile a un cordone ombelicale non reciso, il contatto con la puericultrice seduta vicino per vegliare.
Una bimba di circa due anni trotterella nel cortile e all’improvviso scopre la sua ombra. La fissa stupita mentre anch’essa si ferma. Si china per toccarla, muove le braccia e ne segue i movimenti . Infine esclama “È Giulia” .Ride soddisfatta e la saluta.
Quanta vita c’è in queste immagini comunemente reali. Tutta la vita è annunciata nei suoi misteri a quei bambini che hanno testimoniato le loro prime scoperte. L’hanno fatta ripercorrere agli adulti presenti, emozionati non poco di fronte alle loro esperienze, conquiste e gesti rituali. Il distacco da un genitore che s’allontana genera l’ intuizione della necessità della separazione, non dettata dall’egoismo ma da scelte di vita professionale e si conclude con un primo passo verso la reciproca autonomia affettiva. “Papà, tu vai ma so che ci sei e ritornerai”. Una certezza mai tradita che è stata un costante leitmotiv della mia vita.
Quante volte i miei figli hanno cercato un contatto rassicurante per tornare all’origine prima di sprofondare nella quiete del sonno . Ma mi ha commosso la scena dell’ombra, esclusiva e fedele compagna nel cammino. Quell’ombra, a nostra immagine e somiglianza, ci segue silenziosa quando è proiettata dietro di noi. Dispettosa e burlona sembra schernirci quando è davanti, anticipa il passo, alleggerisce il peso del tempo, altera le dimensioni.
Quei bambini, che giocando imparavano a conoscere se stessi, gli altri e lo spazio circostante, si sono agganciati con la loro innocente spontaneità all’ infanzia e alla memoria di tutti.
Tutta la vita è lì, dentro quelle immagini. Nell’incanto silenzioso del sonno che culla i sogni e suscita tenerezza e protezione. Nelle prime transizioni che creano turbamento finchè non si ripristinano nuovi equilibri affettivi, costruendo pian piano nella mente la certezza della presenza a distanza, e si impara ad accettare e a sopportare qualsiasi attesa. La vita è in quell’ombra fuggevole che sparisce e ricompare all’improvviso, si anima gioiosa al nostro passaggio quando la luce illumina la strada. Nell’uniformità del colore nero assomma tutti i colori delle emozioni vissute, il senso dello stupore di fronte al nuovo, l’entusiasmo della scoperta e la soddisfazione delle piccole conquiste. È Giulia, ma anche Maria, Francesco, Sara, Luigi… In essa si è affacciata l’ anima infantile di ciascuno e, ridendo quasi compiaciuta , ha regalato un po’ di meraviglia.
9 comments
Il fascino della matematica
Con questo post offro il mio limitato contributo alla 20a edizione del Carnevale della Matematica su Matem@ticaMente di Annarita.
Mi scontrai con la misteriosa matematica sin dal primo giorno di scuola quando “un misterioso segno circolare, sbarrato da una linea obliqua, premiò i miei primi sforzi scolastici. Dalla veemenza con cui era stato inciso e dagli strepiti della suora, intuii che aveva un brutto significato. Era uno Zero Spaccato. Io guardavo quel nuovo sgorbio affascinante: lo Zero spaccato, sbarrato, tagliato che, nel resoconto che diedi ai miei genitori , chiamai Zero scappato. Ma perché sbarravano gli zero? Per timore che vi anteponessero un 1 e si trasformassero in 10? Per sottolineare che era irrimediabilmente zero…un insieme vuoto, un annullamento senza speranza di rimedio? Per un bambino che non conosce il significato dei numeri che poteva significare? Infatti io non conoscevo lo zero scappato e mi chiedevo perché mai fosse scappato sul mio quaderno”.
Insomma a causa delle mie involontarie prodezze grafiche mi imbattei nel signor Numero per eccellenza, il più enigmatico, controverso, incomprensibile, a volte neutrale a volte annullante, l’unico che non poteva omaggiarsi di un + o un – , quello che marcava il confine tra numeri positivi e negativi e non compariva fra i giorni del calendario, se non accompagnandosi ad altre cifre, ma in compenso regnava sulla linea del tempo segnando la nascita di Cristo.
Da piccola apprendevo facilmente i meccanismi operativi ma avevo difficoltà nel risolvere i problemi. Nei testi c’erano sempre una mamma che andava a fare la spesa e un fruttivendolo che vendeva mele e pere, fiori che, liberati dai mazzi, si moltiplicavano per essere poi distribuiti nei vasi, caramelle regalate dalla nonna e mangiate da voraci nipoti, figurine che entravano e uscivano dagli album. Negli anni delle scuole medie, forse maturando un po’, si sbloccò la logica.
Tra fiumi di vino travasati dalle e nelle damigiane, lunghe distanze percorse dal signor Caio su e giù per l’Italia e innumerevoli camion che trasportavano di tutto mi districavo nelle equivalenze, saltellavo tra numeratori e denominatori , aprivo e chiudevo parentesi operando tra polinomi, ruotavo la testa negli angoli e sul quadrante dell’orologio, scioglievo nella mente ettometri di rete per recintare campi di patate di varie forme di cui poi dovevo calcolarne la superficie, disegnavo maldestramente cubi appoggiati su parallelepipedi o sormontati da piramidi .Finalmente la matematica iniziò a piacermi grazie soprattutto ad un’insegnante, che sapeva spiegarla e motivarmi, e a mio fratello che di sera smetteva di scrivere velocemente indecifrabili numeri e formule per aiutarmi nei compiti.
Cominciai a livello intuitivo a matematizzare la realtà riconoscendo che la spesso considerata bestia nera del curriculum scolastico è ovunque e di uso comune: nella sequenzialità delle più semplici azioni quotidiane, nelle compravendite, costruzioni, ricette, melodie, attività di ricamo e cucito, giochi di carte e scacchi, profitti e deficit, tempo e spazio.
Ancor oggi nelle mie limitate conoscenze, la matematica mi affascina. Mi appare come il mondo di enunciati certi, possibili, probabili, impossibili, del magico prodotto positivo di due numeri negativi, degli enigmatici numeri primi, delle curve ascendenti e discendenti, della sezione aurea che da sempre si trasmette nella perfezione della natura a differenza delle impercettibili asimmetrie del corpo umano, dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo.
È il mondo di abilità concatenate che velocizzano il pensiero: contare per contare, manipolare oggetti e materiale strutturato per quantificare e costruire il concetto di numero dentro di sé, interiorizzare simboli, ordinare, seriare, confrontare quantità, numeri e grandezze, misurare, classificare e mettere in relazione, sommare, sottrarre,moltiplicare,dividere, elevare, estrarre, evidenziare, calcolare rapidamente a mente fino ad acquisire automatismi operativi, semplificare … semplificare tutto per arrivare al risultato esatto. Se il risultato finale è errato, occorre ricominciare o rivedere con pazienza tutti i passaggi per trovare l’inghippo, l’errore che è lì da qualche parte. La matematica si impara per errori e anche l’errore ha una sua logica. Anche la discalculìa ha una spiegazione e richiede strategie alternative, dispensative e compensative per aggirare le difficoltà e poter accedere a questo mondo.
Ma nella matematica c’è un qualcosa che affascina e va al di là dei contenuti, del gioco, dell’esercizio, dell’ allenamento coi numeri e con le procedure perché plasma una forma mentis elastica, pronta e rigorosa allo stesso tempo. Costruisce il ragionamento sin da piccoli quando nella risoluzione di problemi si impara a rilevare dati, individuare la domanda per selezionare quelli utili, osservare, formulare ipotesi risolutive, procedere per verificarle, a volte per tentativi, trovare la soluzione, ricostruire infine a voce il significato delle operazioni per riflettere sul procedimento seguito e confrontarlo con altri possibili.
La matematica è misteriosa come la mente umana, è il bandolo di una matassa che si snoda per gradi ove, grazie ad un’iniziale intuizione, passo dopo passo si giunge poi alla conoscenza e, ad alti livelli, alla pura astrazione.
È frutto del pensiero divergente di menti curiose che in ogni epoca e civiltà, partendo da un’osservazione o da una scintilla iniziale hanno astratto regole, formule e procedimenti. Non a caso molti matematici sono stati anche liberi pensatori che spesso hanno precorso i tempi e, con rinunce, hanno scontato il loro amore del sapere e la loro genialità applicata anche ad altri campi e arti. Penso a quelle donne che coltivarono di nascosto questa loro passione in epoche in cui lo studio era una prerogativa maschile, come la bella Ipazia di Alessandria, alla quale di recente hanno reso merito col film “Agorà” (che spero giungerà anche in Italia), o Marie Sophie Germain che, pur di studiare, nascose il suo talento dietro un’identità maschile.
La matematica non si improvvisa. Si conquista gradualmente solo se si comprende. Bisogna farla propria per padroneggiarla procedendo secondo nessi logici. Tutto ciò la rende accessibile e consente di amarla. La sua mancata comprensione mette di fronte ad ostacoli che sembrano insormontabili e respingono, causano insofferenza o paura di cimentarsi e mettersi alla prova. Per apprenderla è necessario essere guidati e sostenuti, come in ogni processo di crescita lento e completo. In effetti sviluppa competenze basilari, aiuta a valutare, collegare cause ed effetti, considerare variabili per calcolare incognite, ipotizzare e dedurre, individuare e rivedere errori per trovare soluzioni, immaginare ed astrarre.
Vi par poco?
Articoli correlati.
Cinque più più, sei meno meno
Lo zero scappato
Da Cicatrici di guerra:il Clan delle Cicatrici (Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne )
Le lacrime sono un fiume che vi conduce a qualche parte. Il pianto crea attorno alla barca un fiume che porta la vostra vita- anima. Le lacrime sollevano la vostra barca al di sopra degli scogli, delle secche, portandovi in un posto nuovo, migliore.
Esistono oceani di lacrime che le donne non hanno mai pianto, perché sono state addestrate a portare i segreti della madre e del padre, i segreti degli uomini, i segreti della società, e i loro segreti giù nella tomba. Il pianto della donna è stato considerato piuttosto pericoloso, perché allenta le serrature e i chiavistelli sui segreti che porta. In verità, per il bene dell’anima selvaggia, è meglio piangere. Per le donne le lacrime sono l’avvio dell’iniziazione nel Clan elle Cicatrici, questa tribù eterna di donne di ogni colore, di tutte le nazionalità, di tutte le lingue, che attraverso le epoche hanno vissuto qualcosa di grande, e hanno conservato l’orgoglio.
Tutte le donne hanno storie personali ampie nella portata e possenti nel numen, come nelle favole. Ma c’è un tipo di storia, in particolare, connessa con i segreti delle donne, specie quelli legati alla vergogna; contengono alcune delle storie più importanti cui una donna possa dedicare il suo tempo.
Per la maggior parte delle donne queste storie segrete sono incastonate non come pietre preziose in una corona, ma come nera ghiaia sotto la pelle dell’anima.
…i segreti di un maggior numero di donne riguardano la violazione di un codice sociale o morale della cultura, della religione, o del sistema personale dei valori. Alcuni di questi atti, eventi, scelte, in particolare e connesse alle libertà femminile in tutti gli aspetti dell’esistenza, erano spesso considerati dalla cultura vergognosamente sbagliati per le donne, ma non per gli uomini.
Il problema delle storie segrete avvolte nella vergogna è che separano la donna dalla sua natura istintiva, che è prevalentemente gioiosa e libera. Quando nella psiche c’è un oscuro segreto, la donna non può avvicinarsi a esso, e anzi si protegge da qualunque contatto con ciò che potrebbe rammentarglielo o far sì che la sofferenza già cronica diventi ancora più intensa…
Di solito i segreti presentano gli stessi temi che si ritrovano nei drammi…i segreti, come le fiabe e i sogni, seguono inoltre gli stessi modelli e le stese strutture del dramma. Ma i segreti, invece di seguire la struttura eroica, seguono la struttura tragica. Il dramma eroico inizia con un’eroina in viaggio. Talvolta non è desta da un punto di vista psicologico. Talvolta è troppo gentile e non percepisce il pericolo. Talvolta è già stata maltrattata e si abbandona alle mosse disperate della creatura in cattività. Comunque inizi, l’eroina cade poi negli artigli di qualcosa o qualcuno, e viene amaramente messa alla prova. Poi, grazie alla sua intelligenza e alle persone che di lei si curano, viene liberata e si leva più alta.
Nella tragedia l’eroina è ghermita, costretta, o portata agli inferi e poi sopraffatta, mentre nessuno ode le sue grida,ovvero le sue implorazioni vengono ignorate. Perde la speranza, perde il contatto con la preziosità della sua vita, e crolla…Il modo per ritrasformare una tragedia in dramma eroico è svelare il segreto, parlarne con qualcuno, scrivere un altro finale, esaminare la parte in esso avuta e i propri attributi nel reggerlo. Si scoprono in pari misura dolore e saggezza…
La persona che ha conservato un segreto a proprio detrimento resta sepolta dalla vergogna. In questa condizione universale, il modello medesimo è archetipo:l’eroina è stata costretta a fare qualcosa oppure, per la perdita dell’istinto, è rimasta intrappolata in qualcosa. Tipicamente, è impotente di fronte alla triste situazione. È in qualche modo legata alla segretezza da un giuramento o dalla vergogna. Si adatta per paura di perdere l’amore, il rispetto, la sussistenza esistenziale. Le donne sono state avvertite che taluni eventi, scelte e circostanze della loro esistenza, di solito connessi al sesso, all’amore, al denaro, alla violenza e/o ad altre difficoltà imperversanti nella condizione umana, sono estremamente vergognosi e pertanto non degni di assoluzione….
Nell’archetipo del segreto, un incantesimo viene gettato come una rete nera su parte della psiche femminile, e lei viene spinta a credere che il segreto non dovrà mai esser rivelato, e inoltre deve credere che, se lo rivelerà, tutte le persone per bene con le quali avrà a che fare l’ insulteranno per l’eternità. Questa ulteriore minaccia, insieme alla vergogna, fa sì che la donna non porti un fardello solo ma due.
Questo minaccioso incantesimo è un passatempo solamente tra le persone che occupano uno spazio angusto e nero nei loro cuori. Tra le persone che provano amore e calore per la condizione umana, è vero il contrario. Aiuteranno a disseppellire il segreto, perché sanno che produce una ferita che non si rimarginerà finchè alla cosa non saranno dati voce e testimone…
La donna dai capelli d’oro.
C’era una volta una donna strana ma assai bella dai lunghi capelli d’oro sottili come grano filato. Era povera, non aveva né madre né padre, e viveva da sola nei boschi e tesseva su un telaio fatto con rami di noce scuro. Un tipo brutale, che era figlio del carbonaio, cercò di costringerla al matrimonio, e lei nel disperato tentativo di comprarne la rinuncia, gli regalò una ciocca di capelli d’oro.
Ma lui non sapeva o non si curava del fatto che era oro spirituale, non denaro, quello che gli aveva dato, e quando volle vendere i capelli come una qualsiasi mercanzia al mercato, la gente lo canzonò e pensò che fosse pazzo.
In collera, di notte tornò alla capanna della donna, la uccise con le sue mani e ne seppellì il corpo accanto al fiume. Per molto tempo nessuno si accorse della sua assenza. Nessuno si curava del suo cuore e della sua salute.
Ma nel sepolcro i capelli d’oro della donna presero a crescere e a diventare sempre più lunghi. I magnifici capelli ondulati si sollevarono in spire attraverso la terra nera, e crebbero sempre di più fino a ricoprire la tomba di un campo di ondeggianti giunchi d’oro.
I pastori tagliarono i giunchi per farne flauti, e quando presero a suonarli, i piccoli flauti cantarono e non smisero più di cantare.
Qui giace la donna dai capelli d’oro
Assassinata e nel suo sepolcro,
uccisa dal figlio del carbonaio
perché desiderava vivere.
E così l’uomo che aveva tolto la vita alla donna ai capelli d’oro fu scoperto e portato in giudizio,e coloro che vivono nei boschi selvaggi del mondo, come facciamo noi, furono di nuovo al sicuro.
Se il messaggio manifesto è l’invito a stare attenti quando ci si trova nei luoghi solitari del bosco, il messaggio profondo è che la forza vitale della bella donna solitaria, personificata nei capelli continua a crescere e a vivere e a emanare conoscenza conscia anche se tacitata e sepolta…Questo frammento è bello e prezioso, e inoltre ci parla della natura dei segreti e anche, forse, di che cosa viene ucciso nella psiche quando la vita di una donna non è tenuta nel debito conto. In questo racconto, l’assassino della donna che vive nei boschi è il segreto. Lei rappresenta una kore, quell’aspetto della psiche femminile che è la donna-che-non –si-sposerà-mai. La parte della donna che vuole stare in solitudine è mistica e solitaria in un modo bello, ed è occupata a selezionare e tessere idee, pensieri e imprese. È questa donna solitaria e ripiegata su se stessa che è soprattutto ferita da traumi o dal dover mantenere un segreto… questo senso integrale dell’io che ha bisogno di avere poco attorno per essere felice; questo cuore della psiche femminile che tesse nel bosco sul telaio di noce scuro, ed è in pace.
Nella favola nessuno indaga sull’assenza di questa donna vitale…Non è insolito nelle favole né nella vita reale…
Spesso la donna che ha dei segreti incontra la medesima reazione. Sebbene la gente percepisca talvolta che al centro il suo cuore è trafitto, per caso o intenzionalmente chiude gli occhi sulla sua evidente ferita.
Ma in parte il miracolo della psiche selvaggia è che, per quanto una donna sia “uccisa”, sebbene sia ferita, la sua vita psichica continua , e risale in superficie, cresce, e nei momenti di pienezza canta, canta. Allora l’ingiusto male subito viene appreso a livello conscio, e la psiche inizia la ricostruzione.
È interessante non vi pare? che la forza vitale di una donna possa continuare a crescere anche se lei è apparentemente senza vita. È la promessa che anche nelle condizioni più misere la vitale forza selvaggia manterrà vive e fiorenti le nostre idee, anche se, per un po’, sotto terra. Col tempo riusciranno a spuntare. Questa forza vitale non lascerà tutto quieto finchè non saranno rivelate le circostanze e il luogo del delitto.
Come per i pastori della storia, ciò implica respirare profondamente e liberare il respiro- dell’anima o pneuma attraverso le canne, per conoscere come stanno veramente le cose nella psiche e che cosa bisognerà fare. Occorre cantare. Il lavoro di scavo seguirà…
Quando una donna mantiene un segreto vergognoso, l’enorme quantità di auto biasimo e tortura che deve sopportare è tremenda a vedersi…La donna selvaggia ( con istinto alla vita) non può vivere così. I segreti vergognosi diventano ossessivi…sono come un filo spinato che le si stringe attorno alle budella se cerca di liberarsi. Sono distruttivi non soltanto per la sua salute mentale, ma anche per le sue relazioni con la Donna Selvaggia. La Donna selvaggia scava, getta tutto per aria, mette in fuga. Non seppellisce né dimentica. Se per caso seppellisce, rammenta che cosa e dove, e ben presto si preoccuperà di dissotterrarla.
Questa favola e altre simili sono medicamenti da applicare a queste segrete ferite; sono un incoraggiamento, un consiglio e una risposta. Dietro alla saggezza della favola sta il fatto che, nelle donne come negli uomini,le ferite inferte all’io, all’anima e alla psiche con i segreti o altro, fanno parte dell’esistenza dei più. Né può essere evitata la cicatrizzazione. Ma esistono delle cure, ed è assicurata la guarigione….Reprimere il materiale segreto circondato dalla vergogna, dalla paura,dal senso di colpa o dall’umiliazione in effetti sbarra tutte le altre parti dell’inconscio prossime al luogo del segreto….Se tuttavia una donna desidera serbare i suoi istinti e la capacità di muoversi liberamente nella psiche, può rivelare il suo o i suoi segreti a un essere umano degno di fiducia, tutte le volte che lo ritiene necessario. Di solito una ferita non viene disinfettata e poi abbandonata a se stessa:viene pulita e medicata più volte mentre va guarendo… Chi lo ascolta lo fa col cuore aperto e trasale, rabbrividisce, prova quel dolore senza crollare…così una donna comincia a riprendersi dalla vergogna ricevendo il soccorso e le cure che le mancarono al momento del trauma…ma rimarrà certo una cicatrice. Al cambiare del tempo la cicatrice dorrà ancora. Questa è la natura del vero lutto… Quando un segreto non viene confidato il lutto continua, per tutta la vita. …Parlare ed elaborare il lutto ci fanno risorgere dalla zona morta, ci consentono di lasciarci alle spalle il culto mortale dei segreti. Dal lutto usciremo bagnate dal pianto non dalla vergogna.
Nel lutto, la Donna Selvaggia sarà con noi. Lei e l’Io istintuale. Può sopportare le nostre urla, i nostri lamenti e il nostro desiderio di morire senza morire. Applicherà i migliori medicamenti là dove il dolore è più insopportabile…Proverà dolore per il nostro dolore, e lo sopporterà, senza fuggire. Anche se molte saranno le cicatrici, è bene ricordare che, nella resistenza alla tensione e alla pressione, la cicatrice è più forte della pelle.
Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne 2009
( tratto da Cap 13 Cicatrici di guerra: il Clan delle Cicatrici- (Donne che corrono coi lupi- di Clarissa Pinkola Estés ed Frassinelli)




