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Le pietre d’inciampo per non dimenticare ( Giornata della Memoria)
“Foste i nostri liberatori, ma noi sopravvissuti, malati, emaciati, a malapena umani, fummo i vostri maestri. Vi insegnammo a comprendere il regno della notte” (Elie Wiesel, liberato a Buchenwald).
Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria in ricordo degli ebrei e di tutte le vittime dei campi di sterminio che hanno lasciato un segno indelebile nella coscienza civile. A Roma capita di imbattersi nelle pietre d’inciampo collocate dinanzi ad alcune abitazioni: si chiamano “Stolpersteine”, opere dell’artista tedesco Gunter Demnig realizzate su richiesta dei parenti di coloro che inciamparono in un tragico destino. Sono sampietrini ricoperti da una lastra di ottone sulla quale sono incisi il nome, la data di nascita e di morte, il luogo di deportazione di un perseguitato dai nazi-fascisti per motivi razziali, politici e militari. Inducono a fermarsi e a riflettere su un dolore profondo, di cui a stento si riesce a parlare.
La mattina di sabato 16 ottobre 1943 le SS irruppero nel ghetto di Roma e deportarono circa 1040 persone ad Auschwitz. Ne tornarono solo 17. Su 288 bambini e ragazzi da 0 a 15 anni, ne sopravvisse solo uno, Enzo Camerino nato nel 1928. Tra 288 giovanissimi c’erano 10 ragazzi di quindici anni, 15 di quattordici, 19 di tredici, 17 di dodici, 16 di undici, 17 di dieci,10 di nove, 16 di otto anni e 16 di sette, 23 di sei, 21 di cinque, 24 di quattro, 23 di tre, 25 di due anni e 13 di un anno. Con loro 2 bimbi di 10 mesi, uno di 9, due di 8, due di 7, 5 di sei, 2 di cinque , due di 4, tre di tre mesi, uno di 15 giorni e un neonato venuto alla luce poche ore dopo l’arresto della madre. Si aggiungano un bimbo e una bimba dei quali non si conosce l’età.
Di mattina presto un merciaio ambulante, Settimio Calò di 44 anni, abitante nel Portico d’Ottavia n.19 uscì da casa per fare la coda in una tabaccheria. Al ritorno trovò la casa vuota: i tedeschi avevano portato via la moglie, Clelia Frascati di 43 anni, e i figli: Bellina di 22 anni, Esterina di 20, Rosa di 18, Ines di 16, Raimondo di 14, David di 13, Elena di 11, Angelo di 8, Nella di 6, Lello Samuele di circa 6 mesi. Con loro anche il cuginetto Settimio di 12 anni che quella notte per caso era stato ospitato dai Calò. Morirono tutti nelle camere a gas appena arrivati ad Auschwitz il 23 ottobre 1943. (informazioni tratte da “Il futuro spezzato- i nazisti contro i bambini”, di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. Libro dedicato alla piccola Sissel Vogelmann e a tutti i bambini assassinati.)
Ci sono libri che a volte possono cambiare la vita; nella loro documentazione storica sono un pugno allo stomaco, aiutano però a definire i valori fondamentali della vita. Ci sono descrizioni di obbrobri che una mente “normale” respinge nella sua capacità di immaginazione perché turbano troppo e lasciano dentro il monito “Mai più”, in nessuna parte del mondo, si ripeta quel delirante accanimento che non concedeva alcuna pietà, nemmeno nei riguardi dei bambini. Libri scritti perché “la condizione dei bambini non è una faccenda di lacrime o di buon cuore, ma il sintomo di un’umanità che, senza accorgersene, sta abdicando alla condizione della propria conservazione e alla conservazione della propria identità. Questa condizione si chiama trasmissione culturale che ha proprio nei bambini i loro destinatari. Dimenticarlo significa avviarsi rapidamente alla fine del mondo … “ (U. Galimberti “Che cosa sono i bambini?”, in la Repubblica ,24 marzo 1997).
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Giornata della Memoria .
Per non dimenticare.
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Caro Babbo Natale…
Caro Babbo Natale mai come quest’anno si sono viste decorazioni e addobbi sin da novembre e non solo nelle vetrine e nelle strade, ma anche nelle case e nella mia nuova scuola.
Forse perché c’è voglia di recuperare un po’ di serenità, c’è voglia di rinascita e di aria di festa per dimenticare le preoccupazioni, allontanare quest’aria cupa che si respira ovunque, esorcizzare paure . A volte bisogna resettarsi per ritrovarsi e ripartire, ma è necessario crederci.
Che dire a chi ha perso il lavoro e a chi non l’ha ancora trovato, a chi ha smarrito la speranza se non augurare di trovare una nuova stella, a chi teme il futuro e si concentra sul presente , a chi vorrebbe superare il presente e proiettarsi in un futuro migliore. Non trovo parole, o meglio, nessuna parola mi pare giusta. Voglio però rivolgere un pensiero agli invisibili che si trovano in estrema difficoltà .Se ne vedono sempre più, di ogni età. Ogni mattina vedo incamminarsi con carrelli della spesa, dopo avere disceso una scarpata, un’umanità silenziosa che vaga in cerca di ferro o di qualcosa da riciclare e riutilizzare. Una processione di giovani patiti che sembrano vecchi e si scaldano vicino ad un falò. I loro bambini corrono nell’aria frizzante del mattino, senza giacca e cappotto, splendidi nel sorriso e nella vivacità della loro infanzia, riconosciuta e protetta nelle nostre scuole. Dormono in furgoni senza finestrini, e camminano da sempre, nomadi nella vita e nella morte. Quando quest’estate li ho visti giocare davanti alla scuola, saltellando su materassi rotti di gommapiuma, i più piccoli completamente nudi, mi sono chiesta come i loro occhi vedano il mondo. Farfalle di foglie che ondeggiano nei viali alberati di una città dolente e sontuosa .
Caro Babbo Natale, vorrei solo che vecchiaia e malattie abbiano sempre un dignitoso riparo, non siano abbandonate nell’indifferenza delle strade. L’elemosina non basta a sollevarsi da una carrozzella,né dalla miseria. In certi sguardi c’è sempre la stessa solitudine. Certe realtà sono dannatamente umilianti per chi le vive e per chi si vergogna della propria buona sorte.
In questa grande città mi sono ambientata in fretta; la nostalgia di casa e di affetti lontani è stata compensata dall’ accoglienza, dalla professionalità e da occasioni di confronto in un contesto non facile ma straordinariamente umano e solidale che mi conferma sempre più di avere fatto la scelta giusta. Qui c’è da fare; qui a volte si patisce ma comunque si cresce. Dentro.
Vi segnalo l’Emporio della Solidarietà, il primo supermercato gratuito, ove è possibile aiutare famiglie in difficoltà con prodotti alimentari di prima necessità. Un piccolo contributo, magari non solo a Natale, che può sollevare chi ha bisogno.
Che sia un Natale rigenerante per tutti, cari amici. Auguri!
Un abete speciale
Quest’anno mi voglio fare
un albero di Natale
di tipo speciale,
ma bello veramente.
Non lo farò in tinello,
lo farò nella mente,
con centomila rami
e un miliardo di lampadine,
e tutti i doni
che non stanno nelle vetrine.
Un raggio di sole
per il passero che trema,
un ciuffo di viole
per il prato gelato,
un aumento di pensione
per il vecchio pensionato.
E poi giochi,
giocattoli, balocchi
quanti ne puoi contare
a spalancare gli occhi:
un milione, cento milioni
di bellissimi doni
per quei bambini
che non ebbero mai
un regalo di Natale,
e per loro ogni giorno
all’altro è uguale,
e non è mai festa.
Perché se un bimbo
resta senza niente,
anche uno solo, piccolo,
che piangere non si sente,
Natale è tutto sbagliato.
Gianni Rodari
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Nerone, smamma! (Roma: 15-16 ottobre)
Nella mattinata del 15 ottobre sono andata nei pressi di piazza Bologna .Ho preso il bus della
linea 3 che tranquillamente, sia all’andata che al ritorno, è passato per via Labicana,Viale Manzoni, Via Emanuele Filiberto, piazza di Porta San Giovanni e la Città Universitaria. Nella piazza di Porta San Giovanni qualche bancarella e qualche striscione preannunciavano aria di festa. Mi ha colpito una scritta “Lasciate ogni partito voi che entrate”.
Nel pomeriggio avevo intenzione di raggiungere il corteo degli indignati, dopo avere accompagnato Skip vero in una clinica veterinaria. Al rientro a casa ho pensato di accendere internet e le notizie Ansa già informavano di tumulti e disordini. La curiosità di vedere dal vivo cosa stesse succedendo era forte, ma una saggia prudenza mi ha fatto desistere. Più tardi dai telegiornali ho appreso che cosa era successo e stava succedendo.
Questa mattina alle 8.30 sono tornata a Porta San Giovanni.
Un cielo terso e un’aria di primo autunno illumina il grande san Francesco che sembra
benedire la piazza, la stessa di cui stanno parlando tutti i mass media. Qualche turista è già in cammino, e pure un ubriaco che non esita ad attraversare senza alcuna cautela. Mi avvicino all’attraversamento pedonale nei pressi del semaforo, in cerca di tracce. Inizio a vedere vetri ed asfalto rotti, una carcassa d’auto sul lato opposto ed alcuni operatori di Sky tg 24. Via Emanuele è sommariamente pulita; piccoli cumuli di sanpietrini , una mazza spezzata, pali di segnaletica stradale divelti ed adagiati per terra testimoniano i fatti del giorno precedente. Proseguo per poco in via Merulana dove subito noto un cestino della spazzatura completamente spezzato, transenne abbattute, la telecamera rotta di un istituto religioso e, a fianco, insegne frantumate e fili troncati. Una suora mi dice che ieri le hanno consigliato di non mettersi in viaggio per raggiungere l’istituto e mi mostra i danni intorno.
All’incrocio con via Labicana è impossibile non fermarsi a guardare la banca Etruria. Oltre si snodano tre auto incendiate, indicate anche da un turista straniero al figlio, che pare avere visto gli scheletri di un dinosauro in un museo di scienze. Di lato,sul marciapiede, la serranda di plastica di una finestra del pianterreno, più avanti semafori rotti, le vetrate sfondate del banco del Lazio, di un’agenzia interinale e di uffici del Ministero della Difesa. Si provvede a ripulire e a rimediare ai danni subiti. All’entrata dell’agenzia due mazze appoggiate al muro. Mi chiedo come le abbiano potuto nascondere in uno zaino. Troppo lunghe, non passano inosservate. Come i caschi. Altre carcasse d’auto. Le strade sono state ripulite, nuovi cassonetti hanno rimpiazzato quelli inutilizzabili, solo qualche bidone annerito, vetri di parabrezza e resti di fari di automobili tracciano il passaggio del branco.
Scritte sui muri. Tante, sempre le stesse sigle che non meritano di essere reclamizzate. Ne fotografo qualcuna.“È arrivato Nerone, Roma brucia”. Forse Modestino è il secondo nome dell’ignoto graffitaro, che s’erge alla gloria dei posteri come Nerone. Più che come idolo, forse per lui potrebbe essere l’antieroe di un videogame. Tra realtà e finzione però ci passa un mare di diversità, se non altro per i ruoli e le responsabilità. Quando ho letto “L’unico futuro è la rivoluzione” ed “ Il futuro ce lo prendiamo da soli” ho intravisto per qualche istante una ventata di orgogliosa rivendicazione ma, pensando all’esito della presunta rivolta, mi chiedo quale sia stato il fine di questa scorribanda. Io vedo solo vandalismo e volontà di distruzione che stride con l’altisonante parola “futuro”.
L’ indignazione è generalmente conclamata per l’assurda guerriglia urbana di ieri, la rabbia di tanti è latente, ma con gli atti vandalici non si approda a nulla, se non ad alimentare ulteriormente tensioni sociali e paura. Mi chiedo come un gruppo di teppisti sia riuscito a raggiungere piazza San Giovanni, forse indossando un gonnellino etabetiano dal quale ha estratto spranghe, mazze e caschi e una violenza ad hoc, di quelle senza limite e fondamento, e forse senza alcuna bandiera. Non a caso il 15 ottobre è ricordato non tanto per i pacifici indignati d’Italia che hanno manifestato contro la disoccupazione giovanile e le scelte dell’alta finanza proponendosi come pluralità di giovani e meno giovani, italiani e stranieri, che credono nei principi fondamentali della democrazia. Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato per una rinascita morale e civile, una ripresa dell’Italia, ma hanno potuto esprimersi limitatamente perché si è imposta l’incontrollata e presunta potenza di un branco, che sottende il bisogno di lasciare il segno della propria esistenza, come una cacca lascia traccia del passaggio di un cane. Un padrone educato la rimuove, come oggi rimuove il fantasma di un novello Nerone. Resta però un’aria pesante, ben diversa da quella tanto attesa. Resta un’amarezza di fondo che dovrebbe fare riflettere perché la precarietà, diffusa a tanti livelli, non lascia spazio alla progettualità a medio e lungo termine ed alla proiezione nel futuro , ammazza i sogni, induce a vivere il presente .
“Il futuro ce lo prendiamo da soli.”… Bello slogan, se fosse più costruttivo. Il genere umano ha la fortuna o la sfortuna di vantare un’intelligenza, che lo privilegia e lo condanna a cercare risposte per le domande delle varie fasi della vita. Agli animali, più o meno pensanti, non basta assecondare i bisogni primari- checchè si dica o si voglia credere- e se non ci sono ideali e valori in cui credere, e spessore morale e civile per i quali incanalare risorse interiori ed energie, non resta altro che fronteggiare la noia con la continua ricerca di sempre più nuove e trasgressive scariche di adrenalina in un presente da sballo, dal quale si dipenderà più che dall’ambizione di un futuro, che può sembrare una chimera irraggiungibile, ma che sicuramente richiede più forza , costanza , tenacia e coraggio di una scazzottata, ubriacatura, assalto e violenza. Prendiamo atto che esistono anche i black bloc, ma non basta, né può, né deve bastare. Come loro esistono tanti altri, molto diversi, che non sono pecore né ignavi, ma semplicemente più evoluti perché tentano di mettere a frutto in modo più proficuo e rispettoso la loro intelligenza, manifestano il loro dissenso in modo civilmente contenuto e sanno farsi valere con le armi di un confronto dialettico, che non è facile impugnare. Questa è la sostanziale differenza tra la cacca e il cane. La prima , presto o tardi, sarà sempre rimossa; il secondo sarà sempre libero di scegliere se avere o no un padrone col quale convivere pacificamente.
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Grazie di cuore
“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, poi la vita risponde”(Alessandro Baricco). Una chiamata improvvisa, inaspettata proprio quando avevo raggiunto un equilibrio vivendo in una sorta di standby, tra la rassegnazione e l’attesa con l’inconscia rimozione dell’inevitabile.
A volte ci sono cose difficili da narrare seguendo un filo logico. Proprio io, che cerco una logica in ogni cosa, oggi mi arrendo alla fatalità.
Il caso volle che, uscendo da una chiesa di Roma, l’occhio mi cadesse di sfuggita su un’immagine e, tornata sui miei passi, la scrutassi con attenzione ma non con gli occhi dell’arte. A quella santa degli impossibili rivolsi un pensiero, sempre lo stesso, prima svogliato poi più intenso.
La domenica successiva ripartii e tornai a casa. Nel pomeriggio di lunedì azzardai una scelta, combattuta, con la perplessità del distacco, di una necessaria lontananza che complica tutto e che potrei ovviare solo con una clonazione per conciliare le esigenze della famiglia di origine e di quella acquisita. Mi frullava in testa da tempo e la rinviavo da qualche anno. Ma nella notte di lunedì un cuore bambino chiamò e lei partì in fretta e furia per riceverlo. Era arrivato il momento tanto sperato e temuto da tutti noi. Col senno del poi, concludo che proprio questo allenamento di prevedere e rimuovere dai miei pensieri il rischioso evento risolutorio aveva indirettamente maturato un sorprendente autocontrollo, necessario nel momento dell’emergenza quando è inutile farsi prendere dal panico e non giova una qualsiasi decifrazione emotiva e razionale. Avevamo programmato il da farsi: la valigia e le cartelle cliniche erano pronte, l’ambulanza era stata preavvisata, ma l’imprevisto c’è sempre e ci mise lo zampino un benzinaio che invece del pieno di benzina pensò bene (anzi non pensò affatto) di farne uno di diesel all’auto di papà. Così dopo aver lasciato le chiavi di casa ad un’amica per provvedere a Skip vero, che si fece volontariamente rapire e coccolare, inforcai la mia Kiki quattroruote e sconfinai in quel di Lombardia con papà, ripetendomi più volte di guardare bene la strada per non distrarmi. Beato il giorno in cui mi decisi di riprendere a guidare! Quel verdetto di sei anni fa se da una parte ha aiutato a comprendere i pregressi quarant’anni di “forse, tentiamo, può darsi…” e a ricomporre la storia familiare di cuori indomiti, dall’altra ha innescato razionali meccanismi di autodifesa, perché in certe circostanze bisogna selezionare anche le paure per aggirare quelle più infondate e prepararsi a sbarcare sull’unica riva possibile, cercando di cogliere gli approdi più dolci.
Talvolta le ore sembrano ritagli di eternità. Frastornata la guardavo, stando dietro una vetrata con i miei genitori, che d’un tratto mi apparvero carichi di tutti gli anni e delle speranze riposte. Come noi anche tanti altri sconosciuti, provenienti da ogni parte d’ Italia, in piedi e in silenzio ad omaggiare la grandezza della scienza. Quanta solitudine a volte si prova nelle proprie emozioni. Abbassando lo sguardo sul marmetto di quel confine trasparente vidi una figurella e poi altre, una distesa di figurelle, tutte allineate, tra le quali c’era anche un rosario in una scatoletta. Tributi di fede per gli intercessori di una grazia ricevuta, testimonianze di speranza. Parlavo mentalmente all’ignoto bambino del cuore e continuavo a pensare che avrebbe dovuto sempre custodire in vita il proprio cuore e rincorrevo idealmente i suoi genitori, unicamente grandi nella generosità di offrire nuove opportunità di vita. Non riuscivo e non riesco ad immaginare quel donatore se non col volto dei miei figli a dodici anni. La vita è strana: ruba e regala quando meno te l’aspetti.
Quel cuore bambino ora palpita a nuovi compromessi, stillando in lei tante gocce, un flusso di vita, e lo penso spesso quando la osservo nei suoi costanti progressi. Da qualche mese si sta ambientando, batte più forte di un tamburo nella conquista di un nuovo ritmo per reclamare l’istinto alla vita. Quel cuore rappresenta una svolta per scrostarci dalla zavorra di una vita intera. Per me è quasi un nullaosta per lasciare le nostalgiche terre blu e rimettermi in gioco, tessere una nuova rete di interessi e di relazioni, perché ora posso sentire il bisogno di riappropriarmi dei miei desideri alla ricerca del bello e del nuovo in una città che mi affascina e mi ha parlato sin dal primo momento.
Tutto questo per confermare che l’Italia detiene un primato internazionale nel settore dei trapianti e che alcune malattie sono diagnosticabili grazie ai recenti progressi della ricerca sulla definizione degli aspetti diagnostici , decorso clinico della malattia e sviluppo di nuove strategie terapeutiche. Pochi sono i ricercatori clinici che si occupano di malattie rare e collaborano intensamente a livello internazionale con centri di ricerca americani ed europei , nonostante i limitati supporti finanziari. Convivere con malattie croniche per il paziente e i suoi familiari significa fare i conti con un senso d’ imprevedibilità ed una mancanza di controllo sull’ignoto, induce a ripensare le priorità della vita e a ristrutturare un nuovo ordine di ruoli e valori. Impone una corazza che scherma dalla leggerezza dell’essere, che sprona a cercare di vivere normalmente, per quanto possibile, e a trovare forza per trasmetterla e non fare perdere la speranza.
Accadono cose che sono come domande. Riemergono a tratti, poi ad un certo punto le zittisci per guardare avanti. A volte le eccezioni fanno saltare andamenti lineari, fermano il tempo che per lei si pensava scaduto e per lui che non avrebbe dovuto fermarsi in una staffetta ove punto di partenza e d’arrivo coincidono nell’ineluttabile trionfo della fatalità che sconfigge ogni logica. L’unica certezza è una profonda riconoscenza per coloro che hanno reso e rendono possibili i miracoli con grande professionalità medica da una parte, ma soprattutto con un’ammirevole generosità dall’altra.
A quei genitori noi tutti siamo vicini e vogliamo esprimere la nostra gratitudine per averci consentito di adottare il loro cuore bambino in una nuova vita.
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Gocce di cuore
La porta rossa
Terzo Skippleanno, scusate se è poco.
Non ci posso credere, eppure l’ho dimenticato , proprio come il mio compleanno.
La creaturella Skip blog ha compiuto 3 anni a fine maggio, rallentando la corsa un po’ come Skip vero ( il cane da cui il sitarello deriva il nome) operato ai legamenti. In effetti la vita reale assorbe più di prima tra impegni e altro genere di corse, e me ne scuso coi miei lettori ed amici ma, sia per mancanza di tempo che di predisposizione d’animo, non sono riuscita a mantenere la frequenza di un post a settimana . In verità sono stata spesso tentata da riflessioni inerenti i dilaganti deliri della politica, ma ho scelto di non scrivere perché alla fine – lo ammetto- non ne posso più di sentirli. A volte ho l’impressione di essere saltata in un’orbita diversa mentre il mondo gira precipitevolissimevolmente. Credo che se dovessi inventare il personaggio o la trama di una tragicommedia, con tutta la buona volontà non riuscirei ad immaginare un decimo di quanto abbiamo visto ed ascoltato in quest’ultimo anno, tra litigi e scandali mediatici, cronache drammatiche e catastrofi. Se da una parte staccare un po’ dalla rete serve, ammetto che seguire tg e talk show non mi ha giovato affatto. Le sensazioni dominanti sono indignazione mista a preoccupazione, talmente inflazionate ovunque e purtroppo provate, che ho preferito rifugiarmi in una reale quotidianità alla ricerca di una più semplice normalità oppure in tematiche che più mi appassionano e distraggono.
Meno male che la vita procede e cambia direzione per riappropriarsi del bello.
Questa creaturella , dalla natura canina, esiste grazie a voi che la seguite , la spulciate e l’ accarezzate e si riprenderà presto, ne sono sicura. E in occasione del terzo skippleanno vi svelo l’arcano del cane, che fa sorridere molti, ma che in effetti è tratto dalla storia di Manawee in “Donne che corrono coi lupi- il mito della Donna selvaggia” di Clarissa Pinkola Estés. I cani sono i maghi dell’universo. Basta la loro presenza per trasformare in persone sorridenti quelle arcigne, in persone meno tristi quelle che lo erano: sono generatori di rapporto. Il cane ama con tutto il cuore e perdona facilmente, può correre a lungo e lottare. Ode e vede in modo diverso dall’essere umano, con un forte udito può captare la selvaggia e misteriosa natura femminile, divenendone un tramite tra lei e il rimanente genere umano.
Vero o non vero, che importa? Mi è simpatica quest’immagine del cane e ancor di più Skip vero.
Vi ringraziamo insieme, io e Skip, per avere continuato ad affacciarvi in questo blog.
Maria
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“Discorso sulla Costituzione” di Piero Calamandrei
Il Discorso di Piero Calamandrei agli studenti universitari e medi di Milano non spiega soltanto le radici storiche della nostra Costituzione, ma richiama l’impegno morale e civile che ne sono le fondamenta.
Quest’anno festeggio il 25 Aprile ricordando una Costituzione nata dalla Resistenza.
Buon 25 Aprile!
Milano, 26 gennaio 1955
“L’art.34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Società. E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi! È stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni, c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il passato. Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. È una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Società, in cui può accadere che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, siano rese inutili, dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della Società. Quindi polemica contro il presente, in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani. La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica. E io quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano, su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca, con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio “ ma siamo in pericolo?” e questo dice “secondo me, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda.” Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno, dice: “Beppe, Beppe, Beppe”,….“che c’è!” … “Se continua questo mare, tra mezz’ora, il bastimento affonda” e quello dice ”che me ne importa, non è mica mio!” Questo è l’ indifferentismo alla politica.
È così bello e così comodo. La libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io. Il mondo è così bello. E vero! Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare,vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va affondo, va affondo per tutti questo bastimento. È la Carta della propria libertà. La Carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo. Io mi ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto delle libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare, dopo un periodo di orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto, questo è uno delle gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel mondo, non è solo! Che siamo in più, che siamo parte di un tutto, tutto nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora vedete, io ho poco altro da dirvi.
In questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli articoli.
E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane.
Quando io leggo: nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini.
O quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge” ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell’articolo 5 ”La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” ma questo è Cattaneo!
O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi!
O quando leggo all’art. 27 “Non è ammessa la pena di morte” ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria!
Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Quindi quando vi ho detto che questa è una Carta morta: no, non è una Carta morta.
Questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.”
Piero Calamandrei
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La libertà è come l’aria:ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare (Piero Calamandrei)
25 Aprile
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Per tutte le donne: “Se non ora, quando?”
Noi donne comuni, poco divinamente belle o divinizzate, siamo qua, negli uffici, ospedali, scuole, fabbriche e soprattutto nelle nostre case.
Siamo una maggioranza che crede di essere una minoranza, che opera più o meno in silenzio, con maggiore o minore fatica per ciò in cui crede, sceglie, ama ed è necessario . Abbiamo dato per scontato troppe cose, che oramai scontate non sono. E non bastano più intelligenza, buonsenso, buongusto, correttezza ed esempio di vita per riconoscerci e farci riconoscere in una società cosiddetta civile. Ora dobbiamo mostrarci per ricordare a noi stesse e agli altri, e soprattutto a chi dovrebbe rappresentarci e fa la questua dei voti in occasione della propaganda elettorale, che meritiamo un minimo di rispetto, se non altro per ciò che facciamo e abbiamo sempre fatto, con orgoglio, convinzione e determinazione ma soprattutto senza troppa sbandierata visibilità e mania di protagonismo. Abbiamo sufficiente autonomia di giudizio e capacità critica per farci sentire e valere . Ora più che mai tra le tante iniziative in corso, di cui volentieri accolgo l’appello, mi permetto di ricordare che URGE UNA RIFORMA ELETTORALE perché gente incompetente non sia più imposta nei listini bloccati , in quanto non è in grado di promuovere con coerenza politiche sociali ispirate a valori morali e civili per tutti e soprattutto per la famiglia, i cui slogan suonano come solenne presa in giro del corpo elettorale, un insulto a chi s’adopra per metterli in pratica e quotidianamente non viene meno alle proprie responsabilità. È ora di rispondere a chi propaganda come disvalori quel perbenismo nascosto e finora taciuto che esiste ancora, più di quanto non vogliano farci credere, spacciandolo per ipocrisia e falso moralismo, come la volpe faceva con l’uva, pur di legittimare debolezze, giochi di potere e pretestuose scusanti che attecchiscono solo tra chi non ha spessore morale e civile.
La saggezza popolare dice “Il pesce puzza dalla testa”. Per avere rispetto, è necessario rispettarci coi fatti e pochi show mediatici. In particolar modo le donne, che ricoprono cariche istituzionali e dovrebbero rappresentarci, non ci parlino più di pari opportunità, meritocrazia e tantomeno di codice etico nelle scuole se continuano a difendere a spada tratta l’indifendibile con argomentazioni poco convincenti , dando conferma di essere politicanti scese ad un compromesso che tradisce palesemente quella cultura di genere che soprattutto loro dovrebbero garantire. Santa Privacy non può giustificare lo scambio di cariche pubbliche con i favori sessuali personali. La logica dei lupi e delle lupacchiotte resti ben lontana dalla scena politica. Chiedano che si faccia luce su quanto sta emergendo, invece di trincerarsi per partito preso, perché scenderemo in piazza anche per la loro dignità.
Divulgo volentieri l’appello di “ Se non ora, quando?” (qui il link per ulteriori informazioni)
“ In Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si sacrifica per affermarsi nella professione che si è scelta, si prende cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani.
Tante sono impegnate nella vita pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelle imprese, nelle associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono. Hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che – va ricordato nel 150esimo dell’unità d’Italia – hanno costruito la nazione democratica.
Questa ricca e varia esperienza di vita è cancellata dalla ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità. E ciò non è più tollerabile.
Una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici.
Questa mentalità e i comportamenti che ne derivano stanno inquinando la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione.
Così, senza quasi rendercene conto, abbiamo superato la soglia della decenza.
Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni.
Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale.
Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando? È il tempo di dimostrare amicizia verso le donne.”
L’APPUNTAMENTO E’ PER IL 13 FEBBRAIO IN OGNI CITTA’ ITALIANA
Caro Babbo Natale…
Caro Babbo Natale…
era il tradizionale incipit della letterina che sin dagli inizi di dicembre scrivevo con fiducia ad un papà invisibilmente presente, che rassicurava nel profondo dell’immaginazione e dei sogni dell’infanzia. Ad un amico fantastico indirizzavo desideri che si concretizzavano in un ambito giocattolo, anche se il “Dolce Forno” non è mai arrivato. Ogni anno la curiosità e l’attesa facevano un po’ trepidare per ottenere un qualcosa di concreto , perché comunque avevo la certezza di affetti e serenità familiare, poco ostentati da smancerie, ma consolidati nella fattiva presenza ed operosità di una madre e di un padre, forti nella loro univoca capacità di orientare.
In seguito ho trovato altre madri e padri, in grado di rispondere alle mie perplessità, timori e sogni, in persone per me speciali, in pensieri già pensati da altri, in esperienze di vita personale ed altrui. Adesso, a distanza di qualche decennio, a volte ho l’impressione che quei riferimenti di serietà e buoni principi siano un po’ volutamente rimossi in un contesto capace di accorciare tempi e distanze ma incapace di soffermarsi per trarne respiro, per riconoscerli, affermarli e garantirli senza screditarli come eccezionali o desueti.
Oggi sento il bisogno di scrivere a te , Babbo immaginario, alter ego che induce a bilanci periodici, per rinnovare le risorse interiori. Ti chiedo una sola cosa. Instilla ancora quella fiducia negli altri, in un domani possibile e raggiungibile attraverso un presente conquistato sì , ma non invano, e in quei padri, spesso latitanti, di cui c’è tanto bisogno per i ragazzi di oggi e anche per noi, ragazzi di ieri, che abbiamo avuto la fortuna di averli e di esserne sostenuti.
La rabbia dei figli rimasti senza padri di Alessandro D’Avenia è una riflessione che ben interpreta un Natale , che anch’io quest’anno percepisco come rallentato.
Cari amici e lettori, sono in ritardo con gli auguri, ma ve li faccio di cuore.
Buon Natale ! 
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Chapeau, Rottejomfruen!
Strana questa statua, vero? La vecchina dei topi, opera dell’ artista Marit Norheim Benthe, si trova nel parco Ibsen di Sorrento e richiama un personaggio de“Il Piccolo Eyolf”, dramma moderno di Ibsen. E’ stata donata dalla città natale di Ibsen , Skien in Norvegia, in onore dell’apertura del parco e riproduce la statua originale, molto più grande e alta 7 metri, inaugurata il 20 marzo 2006, ( nel giorno in cui ricorre la nascita dello scrittore norvegese) .
Il dramma narra del piccolo Eyolf, un bambino che diviene storpio in seguito ad una caduta causata dalla negligenza dei suoi genitori, Alfred e Rita Allmers, e che sparisce misteriosamente nelle acque di un fiordo, forse attratto dalla vecchina dei topi. Suo padre sposa Rita, ricca di oro e foreste ma anche di sensualità e bellezza, che nutre un amore esclusivo e morbosamente possessivo per lui, “ così discreto in tutto” ed incapace di produrre, di portare a termine un trattato sull’umana responsabilità e di compiere scelte sentimentali sentite. Asta, sorellastra di Alfred, serba in cuor suo un amore inconfessato per il fratellastro, dal quale scopre di non essere legata da vincoli parentali, e tentenna con Borgheim, l’ingegnere innamorato che costruisce strade.
Eyolf è il povero, piccolo, pallido, dagli occhi belli ed intelligenti Porta un nome appartenuto all’infanzia di Asta, chiamata così da Alfred, immaginandola un maschio, che inconsapevolmente ne è attratto e la protegge sin da quando rimasero orfani in giovane età .Il bambino è respinto da genitori che rincorrono piacere e ambizioni smarrendosi in conflittualità interiori, respinto dai coetanei coi quali non riesce a giocare e a condividere il suo sogno di divenire soldato, respinto da un padre che per anni lo limita a vivere solo per lo studio e da una madre che ammette di desiderare l’infanticidio, uno dei tabù più indigesti alla società di ogni tempo, pur di avere il marito tutto per sé. Ma ciò che scrive suo padre( il trattato sull’umana responsabilità) conta per Eyolf. “ Credimi, verrà qualcuno che lo farà meglio”- risponde Alfred. “ Chi dovrebbe essere?” replica il bambino. “Verrà senz’altro e si farà conoscere” conclude lui. E compare Rottejomfruen, la vergine, leggendariamente più nota come vecchina dei topi, che vaga per mare e terra per scacciare- accogliere tutti i topi. Cerca qualcosa che rosicchia in casa e con piacere aiuterebbe i signori a liberarsene. Promette pace a tutti quelli che gli esseri umani odiano e perseguitano, conducendoli dolcemente nell’acqua alta. “Lugubre femmina” vede ciò che gli altri non vedono e indirettamente fa aprire gli occhi a tutti su profondità inesplorate. Da un sacco estrae un carlino, un cagnetto- guida che la aiuta a scovare i topi, creaturine infestate e infestanti, che rodono, come dentro rodono i sensi di colpa, l’amore di Rita respinto da un coniuge che confessa di averla sposata per interesse, la gelosia di Alfred per la sorellastra Asta,l’amore inconfessato di lei per il fratello maggiore che scopre non essere tale, l’amore tenace dell’ingegnere Borgheim per la giovane Asta . Rosicchiano dentro le passioni morbose, il tormento di una perdita, di un fallimento, di una frustrazione, dell’inettitudine. Eyolf in questo drammone pare una comparsa in un girotondo di amori diversi ,non destinati a lui, in cui tutti gli ruotano intorno più per dovuta compassione che per amore. È escluso dall’odio della madre e dall’estraneità del padre, da adulti ciechi ed ostinati che se ne servono per recitare ruoli non sentiti. Lo stesso padre cela la sua inanità dietro l’intento più recente di adoprarsi per portare coerenza fra i desideri del bambino e ciò che gli è accessibile, negandogli però la possibilità di sognare, convinto di creare così nel suo animo il sentimento della felicità. Un inetto con l’ambizione di stratega e manipolatore della vita altrui, incapace di accettare il figlio. Eyolf scompare nelle acque del fiordo, forse incantato dalla vecchia, e non viene soccorso dai figli “selvaggi” dei pescatori. Solo, nel suo destino e nella sua scelta, lascia traccia di sé in una gruccia sull’acqua e nella sua sagoma galleggiante con occhi aperti che tormenta sua madre in sogno. La sua uscita di scena induce i personaggi a riflettere e finalmente ad operare scelte, interrompendo un circolo chiuso ed intricato di segreti, di egoismi, di ambiguità e di interessi personali.
Alla fine del dramma Rita cerca di riscattarsi adoprandosi per istruire i figli dei pescatori, e suo marito, che prima pensava di defilarsi, come aveva sempre fatto da ogni responsabilità di cui non poteva scrivere, condivide questo progetto di volontariato assistenziale per bambini emarginati che “abiteranno nelle stanze di Eyolf, leggeranno i suoi libri e giocheranno con i suoi giochi, faranno a turno per sedersi sulla sua sedia al tavolo.” Solo così Rita spera di blandire quegli occhi spalancati che le rinnovano il rimorso. Asta segue il tenace costruttore di strade, colui che spiana il terreno per renderlo percorribile a tutti, creando collegamenti, comunicazione e continuità. Alfred e Rita, che si erano spaventati del figlio quando era in vita, lo ritrovano solo nel dolore della sua perdita e, dopo una vorticosa e confusa dimensione reale, immaginata e desiderata, sospesi tra ciò che è necessario e possibile e ciò che non lo è , sembrano dare senso alla loro vita e conciliarsi con il mondo, forse infine anche con loro stessi.
“Vedrai il silenzio della domenica scenderà di tanto in tanto su di noi….Forse allora ci accorgeremo della visita degli spiriti….allora forse saranno intorno a noi, – quelli che abbiamo perduto. Il nostro piccolo Eyolf. E anche il nostro grande Eyolf…Dobbiamo guardare in alto, verso le cime, verso le stelle. E verso il grande silenzio.” Rita, incapace di vivere nel dormiveglia del rimorso e del risentimento riconosce che “ Siamo creature terrene” “Sì ma anche imparentate con il mare e con il cielo, più di quanto non si creda.” aggiunge Alfred.
Un dramma esasperato, costruito da Ibsen che non svela mai del tutto . Come questa statua così particolare che suscita curiosità. In fondo questa vecchia dei topi, predatrice e liberatrice di angosce, fecondatrice di coscienze, scruta l’imperscrutabile con migliaia di occhi che sono quelli indagatori e puliti dei bambini, che osservano ed intuiscono ciò che spesso gli adulti, nelle varie dinamiche personali e relazionali, non riescono più a vedere né a distinguere.
E non a caso gli occhi variopinti, che ornano la veste di questo insolito personaggio, sono stati realizzati proprio da centinaia e centinaia di bambini che all’inaugurazione della statua di Skien si erano travestiti da topolini.






































