Signorina, le prescrivo un po’ di essenza mascolina , vita natural durante. Vedrà che guarirà presto !

Riflessioni ironiche e  un po’ provocatorie per donne e uomini di spirito  perchè l’uomo può essere  una medicina naturale per alleviare ogni male, fisico, psichico o psicosomatico e dare significato e brìo alla vita. Un post leggero per la prima edizione del   Carnevale della Letteratura .

 Essere uomo è un mestiere difficile. E soltanto pochi ce la fanno (Ernest Hemingway).

 Composizione. Istinto, impulsività, forza fisica, autocompiacenza, essenzialità, razionalità incanalata in  un pensiero fisso dominante perché l’uomo ama al servizio di un bisogno, più che al servizio di un’idea. Può essere sentimentale ma ama sempre due donne: l’una creata dalla sua immaginazione, l’altra deve ancora nascere (Kahlil Gibran) per cui è una creatura quanto mai “strana”: insaziabile, sempre inappagato, irrequieto, mai in pace con Dio o con se stesso, di giorno tende senza posa a varie mete, di notte si abbandona ai desideri (Jack London).

  Forma farmaceutica e contenuto. Durante l’infanzia si sente una reuccio in trono…memore del morbido e rassicurante   air bag anteriore di mammà che indelebilmente ha  tatuato in lui un imprinting che cercherà di rievocare per tutta la vita in ogni altra creatura  femminile; in età adolescenziale si sente padrone del mondo e inizia muovere i primi passi nell’attraente ma sconosciuto mondo femminile; nella giovinezza, si destreggia in educativi testi sull’anatomia femminile per elaborare mentalmente l’ideale femminino che di solito può vantare una quinta di air bag (sempre per il famoso imprinting materno) e che, il più delle volte, non troverà riscontro tra le comuni mortali che faranno palpitare il suo cuore con il rischio di generare  in lui disorientamento, sogni repressi e frustrazione latente;  dai 30 ai 40 anni  si lancia a capofitto in conquiste sentimentali e professionali. Abbraccia una sola fede, quella della sacrosanta carriera convinto che l’uomo è innanzitutto un lavoratore; dai 50 ai 60 anni fa un bilancio: provvede a sistemare i figli perché decollino nella vita, alla compravendita di immobili e alla donazione degli stessi  a favore di qualche sensuale tigrotta del piacere, ben addestrata e a comando, che lo faccia ringiovanire e lo rinfreschi durante le scorribande extramatrimoniali, finchè si accorgerà che in fondo al cuore certe donne pensano che compito dell’uomo è guadagnare soldi, e compito loro è spenderli ; oltre i 60 anni in poi forse  inizia a riflettere con calma,( la maggior parte solo quando resta privo di viagra), si volta indietro, percepisce il fluire del tempo, gli affetti dati e ricevuti e  si arrende alla scoperta del piacere delle piccole cose. 

 Categoria farmacoterapeutica. L’uomo è nato per vivere, non per imparare a vivere (Kahlil Gibran) e forse alla teoria preferisce la pratica. Una donna conosce la faccia dell’uomo che ama, come il marinaio conosce il mare aperto (Honorè de Balzac).

L’uomo consiste in due parti, la sua mente e il suo corpo. Solo che il corpo si diverte di più (Woody Allen). L’uomo è il computer più straordinario di tutti (John Fitzgerald Kennedy), ma è superiore alle macchine perchè sa vendersi da solo.

Teme la noia per cui le due sue i invenzioni più grandi sono il letto e la bomba atomica:il primo lo tiene lontano dalle noie, la seconda le elimina (Charles Bukowski).

Fate felice il vostro Lui, in ogni fase della vita! In fondo Un tavolo, una sedia, un cesto di frutta e un violino; di cos’altro necessita un uomo per esser felice? (Albert Einstein).

 ( Lascio alla vostra immaginazione la reazione del mio consorte  :D)

 Produttore e controllore finale.  Dio creò l’uomo quando era già stanco e perché era deluso dalla scimmia (Mark Twain).Ma l’uomo ha ceduto generosamente  una costola per generare la donna, quindi siate riconoscenti …anche perché così ha garantito la sopravvivenza della specie. Ci vogliono vent’anni a una donna per fare del proprio figlio un uomo, e venti minuti a un’altra donna per farlo suo. Comunque è quasi sempre in balia di donne, volente o nolente, e la donna  sarà forse l’ultimo animale che riuscirà ad addomesticare. Come mogli, rassicuratelo dicendogli che lui è il capo della famiglia ( tacendo che voi siete il collo che muove il capo dove vuole) e come genitrici sarebbe ora di abdicare all’ italico orgoglio di mammà (vedrò poi io che farò a tempo debito :) ) per fare sì che conquisti un buon grado di autonomia.

 Indicazioni terapeutiche. Ha grandi proprietà  antiossidanti e antidepressive. Ottimo corroborante  per  ogni sorta di sfida. Non c’è nulla come una sfida che faccia uscire ciò che  di meglio c’è in un uomo (Sean Connery) perciò minore trasparenza ed accessibilità  da parte della donna forse non guasterebbe.

L’uomo energico e  di successo è tale, perché grazie al  lavoro, riesce a trasformare in realtà le sue fantasie di desiderio (Sigmund Freud), a differenza della donna che rimugina e si ripiega su se stessa. La donna può esser un utile coadiuvante per il suo successo perché “Dietro ogni uomo di successo c’è una donna .” Questo finchè c’è sintonia…in caso contrario, si rischia di precipitare  dalle stelle alle stalle.

L’uomo trova sempre una soluzione ad ogni problema, perché ne affronta uno alla volta; ha grandi capacità di sintesi e va in tilt se la donna, come suo solito, inizia a fare analisi dispersive anche se a più ampio raggio, con grande coinvolgimento emotivo che produce disorientamento. Inoltre  è pratico ed essenziale: in media Lui  ha sei oggetti nel bagno cioè uno spazzolino, un dentifricio, una schiuma da barba, un rasoio, una saponetta e un asciugamani. Le donne ne hanno circa trecento  che invadono il bagno e che  agli occhi di un uomo sono semplicemente misteriosi oggetti non identificati.

Lenitivo di ogni stato febbrile o depressivo è il gentleman, ma è molto più facile essere un eroe che un galantuomo: eroi si può esser ogni tanto, galantuomini sempre (Pirandello)

Controindicazioni. L’uomo sa divertire, divertirsi e sdrammatizzare; varia solo la sua volontà di condividere l’innato istinto goliardico. Raddrizzate e orientate bene le antenne verso  quelli che non sorridono mai, sono troppo cinici, muti e insensibili : son scogli che non fanno patelle. Scappate il più lontano possibile! A meno che non abbiate la vocazione al martirio. Spesso la presunzione è la miglior corazza maschile ma l’uomo presuntuoso è come una frazione il cui numeratore è quello che è, e il cui denominatore quello che pensa di sé. Più grande è il denominatore, minore la frazione. (Lev Tolstoj).

Non infierite troppo sullo scapolo incallito: è un uomo (terrorizzato) che ha tratto conclusioni dalle esperienze altrui (Peter Ustinov).

 Precauzioni per l’uso. La donna più stupida può manovrare un uomo intelligente, ma ci vuole una donna molto intelligente per manovrare uno stupido (Rudyard Kipling) e l’attrazione degli opposti è una legge naturale che nessuna logica umana  ha ancora debellato. Talvolta le svenevolezze ed eccessivi sentimentalismi  possono suscitare l’effetto contrario: forse imparare a  ragionare con la sua testa e il suo cuore è una buona strategia di conquista, se ci tenete…altrimenti procedete per la vostra strada. Se per alcuni uomini la donna è la bella carrozzeria di un’auto (comunque necessaria), l’uomo per la donna è un optional: se c’è, viaggia più comoda e sicura, altrimenti… viaggia lo stesso.

Una donna può stringere legami d’amicizia con un uomo , ma per mantenerla è necessario il  concorso d’una leggera avversione fisica (Nietzsche) e per Oscar Wilde  vi può essere passione, ostilità, adorazione, amore..ma non amicizia (  reciproca?).

 Interazioni. Pare che niente sia più terribile per una donna che l’infedeltà del proprio uomo però a qualunque donna piacerebbe esser fedele. Difficile trovare l’uomo cui esserlo (Marlene Dietrich) anche perchè  lui fatica a condividere la sua moralità sessuale con la donna ideale della sua vita…quindi preferisce assegnare a più donne  ruoli diversi.“La donna ideale deve soddisfare l’anima, lo spirito, i sensi. Non trovando riuniti i tre requisiti nella stessa persona, all’uomo è consentito il frazionamento.” Un proverbio cinese infatti dice che l’uomo ha bisogno  di tre donne per esser felice: una donna che lo accudisca, ( moglie- surrogato di mammà) , una per il piacere e una da amare.

 L’uomo ideale, perchè una donna sia felice, dovrebbe sobbarcarsi con la dolce metà gli oneri casa-famiglia ( così la donna potrebbe dedicargli anche più tempo ), svolgere un lavoro  gratificante e ben remunerato e amare i piaceri della vita ( da condividere possibilmente con la lei ufficiale). La donna cerca con fiducia queste doti in un solo uomo, e solo se delusa ripiega su tre uomini, sperando che non si conoscano mai.

Una donna sposa un uomo sperando che cambi, e lui non cambierà. Un uomo sposa una donna sperando che non cambi, e lei, nunc et semper et  in saecula saeculorum, inevitabilmente cambierà, perché è una specie in continua evoluzione. Lui ambisce ad essere il primo amore di una donna, a differenza di lei cui  piace essere l’ultimo amore di un uomo.

 Se una donna si preoccupa del futuro finchè non trova l’Uomo, l’uomo non si preoccupa mai del futuro finchè non trova una moglie.

Avvertenze speciali. Per l’uomo sano basta la donna. Per l’uomo erotico basta la calza per giungere alla donna. Per l’uomo fetishente   basta la calza. La donna per l’uomo è uno scopo, l’uomo per la donna è un mezzo ( a qualsiasi età). Ricordare bene che se il coito è soprattutto affare dell’uomo, la gravidanza invece solo della donna (Arthur Schopenauer) anche se L’Homo Italicus ha ben interiorizzato il detto “i figli so’ piezz e’ cor” … ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di contraddizioni.

Attenzione ( allarme rosso)! Se Lui fatica a memorizzare il vostro nome di battesimo e ricorre a diminutivi …è una strategia valida con tutte! E se accade talvolta che una donna nasconda a un uomo tutta la passione,  dal canto suo, lui finge per lei tutta la passione che non sente ( Jean de La Bruvère).

 Dose, modo e tempi di somministrazione. Dose da variare a seconda della necessità considerando che  “L’uomo crede di possedere la donna quando la possiede sessualmente, mai la possiede meno di allora.” (Carl Gustav Jung) perché “ l’uomo ama poco e spesso, la donna molto e raramente.” È illegale possederne più di uno in forma ufficiale…non esiste ancora par condicio nella vocazione all’harem, forse perchè la donna non vi ambisce.

Sovradosaggio. Un uso eccessivo e  non corretto può provocare intossicazione, delusione e, a lungo andare, effetti devastanti.  Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma sempre e soltanto Arianna (Albert Camus). L’uomo teme una donna che l’ama troppo (Berthold Brecht) o troppo sottomessa. In caso di frequenti innamoramenti, si rischiano dipendenza e assuefazione .La donna riesce a vivere senza un uomo… ma vive male, perché sa che senza un Uomo non si può aver vissuto. Ricordarsi che una donna si risposa perché detestava il primo marito. Quando un uomo si risposa è perché adorava la prima moglie. Le donne tentano la sorte, gli uomini la rischiano (Oscar Wilde)

Effetti indesiderati. L’immoralità dell’uomo trionfa sull’amoralità della donna, checchè si dica… e l’erotismo dell’uomo è la sessualità della donna (Karl Kraus) .

 L’uomo sa essere generoso e disinteressato…non siate prevenute. Di solito la donna  critica un uomo che paga 5 € per un oggetto che ne vale 2 (ma lo vuole), e non pensa a quante volte ha pagato 2 € per un oggetto che sì ne valeva 5, ma che non voleva o non  serviva.

La donna ambisce ad avere l’ultima parola in ogni discussione e qualsiasi altra cosa un uomo dica è l’inizio di una nuova discussione. A lungo andare qualche porta sbatterà e qualche valigia volerà giù dalla finestra…di uno dei due. Nei momenti di maggior tensione, il silenzio vale più di mille parole.

Un uomo di successo è colui che guadagna più di quanto sua moglie sia in grado di spendere. Una donna di successo è quella che trova quest’uomo (anche per vie traverse?)

Scadenza e conservazione. “Se un uomo ha molte stagioni, la  donna ha diritto solo alla primavera.”( Jane Fonda). L’uomo fatica a invecchiare: lo è solo quando i rimpianti prendono il posto dei sogni. Uomo e donna si incontrano a metà del cammin di nostra vita…quando lei ha acquisito un po’ di esperienza e lui, che nasce già semi- imparato, inizia  a rallentare nella corsa. Ognuno ha tempi e ritmi diversi…il difficile è riuscire a sincronizzarli.

Si consiglia di tener lontano dalla portata di mammà possessive ad oltranza, di donne azzeccosamente  affette da parassitismo e pericolosamente vendicative  e da chi sfrutta l’uomo approfittando dei suoi buoni sentimenti.

 

In nome del padre

Con questo post partecipo alla prima edizione del Carnevale della Letteratura, ospitato da il Gloglottatore . 

La sera,velata da nubi di zucchero filato, cala lentamente con  sfumature violacee. Una a una si accendono le luci nei profili sempre più scuri  rivelando l’intimità inviolata di case e cuori. Il silenzio induce al riposo in un ritaglio finale di tempo che ammortizza gli affanni della giornata. Un cane si accuccia vicino al padrone, un gatto si raggomitola sul cuscino della sedia, un bambino si copre il viso con il lenzuolo e aspetta che qualcuno rimbocchi le coperte.

Io sono qui, custode di anime e testimone di eterna bellezza, appollaiato nelle preghiere ricorrenti, chiamato a vegliare sogni, silenzi, a volte lacrime in  quei momenti in cui si smarrisce ogni ruolo, ogni difensiva, ogni riflesso  specchiato del sè per cogliersi in un attimo di spudorata autenticità.

 

“Amore  mio , dormi, chiudi gli occhi e dormi.”

“Ho paura, resta qui. “

“Non sei solo, io sono vicina a te e , se non ci sono, c’è sempre un angelo custode vicino a ogni bambino, anche vicino a te.”

La luce degli occhi di mia madre e la dolcezza del suo sorriso sono sempre stati con me, mi hanno dato la certezza di un amore viscerale, senza riserve e aspettative. Oggi il suo viso mi appare ricamato dai segni della stanchezza e negli occhi vedo diluite le indelebili orme della solitudine. La vita a volte è ingiusta. In me ha trovato più di una ragione per guardare avanti e  investire ogni  risorsa interiore con  tutto l’amore possibile. Mamma, sarò sempre con te.

Queste luci mi danno fastidio. Che casino ho combinato, non dovevo, non dovevo per lei. Un altro dolore insopportabile, un’altra preoccupazione, come se non bastassero le altre. Mamma, perdonami…

Quegli  schiaffi mi bruciano ancora. Li hai presi per colpa mia. Lo ammazzo. A volte mi chiedo se troverò mai pace dentro. Potessi cancellarlo  da ogni poro della mia pelle, da ogni mio gene. Maledetto, grande uomo! Ha avuto l’abilità di rovinare la tua e la mia vita. Dove attecchiscono  la sua arroganza e  la sua invadenza non esiste null’altro se non il suo sé possessivo e straripante . Mi brucia ancora quel sarcasmo sferzante, inopportuno, offensivo. Non mi ha mai voluto. Non mi ha mai accettato. Non è colpa tua, mamma, ma mia. Non ce la faccio più.

 

 Un brusio continuo, a stento represso, anima la sala d’attesa. Ragazzi e  ragazze si stringono tra loro intorno agli insegnanti preoccupati . La professoressa  è ancora scossa, a stento trattiene le lacrime, in tanti anni non le è mai successo un fatto così grave. Parla animatamente con alcuni colleghi dall’aria preoccupata e accondiscendente “Ma come abbiamo  fatto a non intuire nulla?” Domande, che non troveranno mai risposta, rimbalzano di bocca in bocca per  esorcizzare la paura del peggio e lenire un po’ il senso di colpa e di impotenza degli adulti che si trovano di fronte a realtà imprevedibili, inimmaginabili, a voragini ben nascoste dalla presunta  e scontata normalità quotidiana.

Una  voce, attutita come il rumore di  un sasso  che cade sul fondale del mare, atterra pian piano nel  flusso disordinato dei miei pensieri  e di quei flash che abbagliano la memoria ,  “Ciao, come ti senti?”

Sento le sue lacrime sulla mia pelle, cadono con un ritmo sempre più veloce. Posso solo immaginarla. Non si vergogna di piangere, di incazzarsi.

“Non lo fare mai più. Passerà , passerà tutto… A scuola tanti, anche di altre classi,  mi hanno chiesto di te …”  Le sue parole inciampano in singhiozzi spontanei che  rivelano  preoccupazione mista a sincera solidarietà.

Una cascata di riccioli. Ecco, riesco  a mettere a fuoco il contorno del viso, gli occhi. Quanto sono grandi e lucidi! Le labbra, le osservo per comprendere meglio le sue parole, si ripiegano in una smorfia  imbronciata che pian piano si scioglie in un affettuoso sorriso.

Flavia, ha il sorriso di ogni donna. C’è una tacita complicità tra me e lei, mi ha sempre ascoltato , c’è sempre stata. Se penso all’amicizia, penso a lei.

“ Sto bene, sono solo stordito.” Non le confesso che mi sento  anche imbarazzato, a disagio…

“ Ci hai fatto prendere un bello spavento.”  Sento la sua mano calda sulle mie dita. Solo ora mi accorgo di avere le flebo e …non riesco a muovermi, un torpore, ecco sì i piedi non mi sento i piedi, a stento le gambe.

Cosa ho fatto!

 

Quando ero alle scuole elementari aspettavo la ricreazione per vederla. Sì, ero incuriosito da una bambola e aspettavo  quella che Lucia portava sempre per giocare con le sue compagne. Mi piaceva giocare con le bambine che, dopo  un’iniziale diffidenza, mi accolsero eleggendomi al ruolo di  papà quando giocavamo alla famiglia. Non mi piaceva fare il papà, ma era l’occasione per potere tenere in braccio quella bambola, così tenera, con le guance rosate, le labbra carnose, gli occhi spalancati su chissà quali sogni.

Il padre di famiglia. Il mio era di poche parole. Le mani nodose  squarciavano il pane, con forza, quasi con brutalità. Con gesto irruente si versava il vino nel bicchiere  e non mangiava ma divorava. Era sempre arrabbiato. Non osavo guardarlo in faccia e aspettavo il solito, il solito stizzito “mangia se vuoi diventare un uomo”. Unico latrato che interrompeva  quel silenzio asfissiante. Mamma sempre zitta, disapprovava quei modi bruschi  e  si alzava di continuo per servire o portare qualcosa in cucina. Aveva un’aria diversa dinanzi a lui,  tra la soggezione  e  la rabbia. Sì, forse rabbia repressa o insofferenza. Capivo che non lo sopportava e  che  nascondeva la sua vitalità a quell’uomo capace solo di trasmettere comandi e dominanza.

Mamma, quel  tuo sorriso dolce era solo per me, me lo regalavi di sera quando mi mettevi a dormire. A volte crollavi in un sonno profondo , mi accoglievi nell’incavo  caldo del tuo corpo e il tuo respiro, calmo e regolare, mi cullava. Quella sensazione di naturale  intimità è per me il rifugio più rassicurante della mia vita.

 Come è diversa la mia famiglia da quella della mia amica Flavia.  Mi è bastato andare solo qualche volta   a casa sua per avere l’ennesima conferma  di come  sia la  mia. Sarei andato volentieri e più spesso a casa sua, mamma però non poteva sempre accompagnarmi, perché da quando ci siamo trasferiti in città lei svolge due lavori per riuscire a provvedere a tutto. Qui non  c’è nessuno che possa aiutarla,  non  ci sono i nonni e le sue amiche, e non ha nemmeno tempo per farsene di nuove. Siamo andati via dalla nostra terra, dalle  nostre radici  quando  ha deciso di lasciarlo. Come se bastasse allontanarsi per riuscire a cancellare il passato e  un uomo  sbagliato. Mio padre. Non sarò mai, mai come lui. Ancora sento la puzza dell’alcool nel suo alito, quando mi toccava sotto perché si  vergognava di me. Mamma si è frapposta e le ha prese. Quegli schiaffi mi hanno marchiato a fuoco. Lei però non ha pianto, la pelle  del viso era livida e  tesa come quella di un tamburo, e si è riscattata in uno   sguardo  che non avevo mai visto prima: gli  occhi, stretti e taglienti, ostentavano un’ aria di sfida, una resistenza a oltranza, una fermezza che non avrei mai immaginato.

Non puoi saperlo, ma in quell’attimo ho svincolato la forza d’animo di tua madre, soffiando sul suo orgoglio ferito. Le donne hanno un’energia nascosta che può  scatenarsi  come una piena incontenibile d’acqua nel momento del bisogno, soprattutto in  difesa dei figli, la loro seconda pelle.

 “Dormi , dormi, vedrai che un giorno  andremo via, lontano. Sei il bambino più bello, angelo mio. Sei il  mio angioletto biondo.”

 Come il mio angelo immaginario, quello custode appollaiato sulla spalla, col quale parlavo da piccolo , mentre ora  parlo tra me e me. Dove sei, angelo maledetto, quando ho bisogno di urlare. Che devo fare? Tutti dicono che sono di poche parole. Sapessero quanto parlo e straparlo dentro di me. A volte ho mal di testa, mi stancano questi ragionamenti, mi opprimono questi pensieri. Troppe domande alle quali non so dare risposte, sentimenti che mi logorano. Ho provato a non deludere nessuno, a passare inosservato, a essere invisibile. Solo lui ho deluso. Non gli bastava che andassi bene a scuola, che fossi educato,  discreto. No. Non ero abbastanza robusto, gagliardo e forte . Come lui.

Colpevole, sì sono colpevole  da anni, da sempre , da quando giocavo con le bambole e non ne ho  mai potuto averne una , mia, solo mia.  Non mi ha mai concesso  il tempo di stringerla, mi ha deriso, lei era un ostaggio virtuale  nelle sue mani. Dopo poco io  sono diventato l’ ostaggio di una sua rabbia incontenibile. L’altra era la sua bambola in carne ed ossa.

Quella ragazza ha cercato di dissuaderlo, ma era un pazzo furioso. L’ha scaraventata per terra, lui  mi trascinava  mentre scalciavo, lei a un certo punto l’ha seguito remissiva. L’ha posseduta davanti a me, con pochi gesti violenti e meccanici. Ecco cosa fa un vero uomo. E io lì che non sapevo più dove guardare, mentre  lei mi sbirciava quasi vergognandosi, finchè ha chiuso gli occhi quasi per sottrarsi alla mia vista. Mi sono voltato verso la finestra. Ero terrorizzato, mi girava la testa, volevo vomitare . Ho sentito dei rumori provenire dal letto, non ho osato voltarmi, una mano mi ha tirato a sé e mi ha obbligato a girarmi. Mi spingeva verso il letto. Mi ha urlato di darmi da fare ,  le ha urlato di darsi da fare, di farmi diventare un uomo. E lei ha provato ad avvicinarsi. Io? Proprio io? Sono indietreggiato fino a raggiungere nuovamente  la finestra. Angelo, ANGELO dove sei?  Vorrei  volare via come te…nei vetri a  stento ho riconosciuto la mia immagine riflessa. Strano come la paura possa trasformare una persona.

 No, era  il male che  ti ha invecchiato di colpo, ha spento la tua innocenza.

 Mi ha chiamato per nome, mi sono voltato. Avrà una decina di anni  più di me, è bella. Ma che vuoi? La guardo sospettoso tra la paura e l’insofferenza. “Non toccarmi.” sibilo. Il suo corpo mi pare una striscia di fuoco, pericolosa, rovente, invadente.

“Fai finta , se no torna dentro.”  “Ma come puoi , cioè come riesci  a sopportare tutto questo?” “ Ci si abitua a tutto, alla fine non ci fai più caso, è come se indossassi una corazza” .E sottovoce mi ha detto cosa dovevo fare, mi ha spogliato e fatto distendere vicino a lei. Mi ha accarezzato  il profilo del viso, seguendo con le dita  il naso, il contorno delle labbra e il mento, ha  scostato con delicatezza i capelli dalla mia fronte sudata.

Mi pulsano le tempie. Mi ricorda qualcosa o qualcuno. Sì le labbra, rosse, della bambola. Il mio gioco proibito, il tabù indigesto per mio padre. Il  grande uomo. Dobbiamo essere tutti come vuole lui, a suo ordine e piacimento. A volte mi sembra febbricitante e più lo è , più mia madre sbianca e diventa piccola e, se potesse,  sparirebbe , si lascerebbe assorbire dalle pareti di casa. Come me.  Mamma  voliamo via insieme.

 

Siamo volati via, in una grande città dove è più facile smarrirsi e distrarsi. Qui puoi mimetizzarti in una  folla anonima e annullarti nell’ affascinante  bellezza dei tramonti tra le cupole che neutralizzano  ogni pensiero. I riflessi di luce nel fiume  vibrano lentamente , segnano un  pacato cammino ondeggiante   che infonde una   calma quiete.  La stessa che mi trasmette Flavia.

 Questa è la città degli angeli, quasi mortali uccelli dell’anima, solenni emblemi della purezza del dolore e del riscatto dalla vita terrena. Non è un caso che tu sia qui.

I ragazzi  però sono irruenti, caciaroni, rasati e con occhiali troppo grandi, sembrano cicale che friniscono al sole. Gridano, schiamazzano per mettersi in mostra, per attirare l’attenzione delle ragazzette. So’  sgallettati, sì sgallettati. Fingo sempre di non vederli, speriamo non mi fermino. A volte, quando ne vedo un gruppetto a metà corridoio durante la  ricreazione, torno indietro, vado di nuovo al bagno e poi aspetto il suono della campanella che segna la fine dell’intervallo per precipitarmi in classe. Durante le lezioni mi sento al sicuro e poi davanti a me c’è Flavia e dietro di me il muro. Me lo sono scelto proprio bene il posto quest’anno.

Da questa postazione strategica  posso guardare fuori la finestra. Arriva la primavera. Gli alberi intorno stanno fiorendo, i fiocchi dei pioppi volteggiano leggeri, impalpabili. La cornacchia è sempre sul ramo, mi guarda, ruota la testa. Che vuoi? Quant’è curiosa, però mi è simpatica. “Ehi sognatore” . Mi  connetto “ Di cosa stavamo parlando? Stai attento!”

Abbozzo un sorriso . Stare attenti a scuola  è quasi un piacere, in fondo. Se sapesse prof.!  Sto sempre attento a dove vado, a  vestirmi per non dare nell’occhio, a quel che dico. Meglio stare zitti, meglio non dire. Parlo solo con Flavia, di lei mi fido. Credono che abbia una cotta per lei.

Poi un giorno un cretino  ha esordito davanti a lei, per fare colpo “ ma che ce stai a  fa’ con ‘sta checca?” e sono arrossito, mi bruciava  tutta la faccia, mi veniva quasi da piangere. Mi sono sentito nudo,  nudo davanti a tutti, e  gli altri a poco a poco si sono voltati in un  silenzio irreale mentre Flavia cercava di difendermi da quelle derisioni  e gli gridava contro. Gli altri si sono avvicinati – ero lo sfigato di turno-  come se fiutassero la preda di un gioco troppo, troppo  pericoloso  e insopportabile per me.  Dio mio fa’ che non  mi leggano dentro. Lei non mi ha mai chiesto nulla e per questo l’ho sempre apprezzata. Cosa ho di diverso dagli altri, se non più sfiga, paure e incertezze.

 “Non lo fare più …” un silenzio, uno dei tanti, ma  non c’è solitudine in questo. “ Ti voglio bene”.

Le sorrido. Vorrei risponderle ma  ho un nodo in gola e non riesco ad aprire la bocca impastata  . “ Scusa mamma, non ce la faccio più. Ti prego perdonami” Solo questo sono riuscito a scrivere. Sono stanco, chiudo gli occhi. Vorrei tanto dormire, davvero .

 

 Mi ossessiona l’idea di doverlo rivedere. “La stima del padre si conquista gradualmente.” L’ho letto da qualche parte.” Il padre ti lancia in alto per farti sentire l’entusiasmo   della vita, e ti riprende con braccia forti e sicure per darti slancio verso il futuro .” Forse quello di Flavia. Il mio, possa crepare. Bestia! È una bestia anche se le bestie non vanno contro natura. Solo l’uomo è capace di tanto. Oggi gli spetta  vedermi, io non voglio, mamma non sa nulla , ma l’ultima volta che sono scappato sono stati guai con l’avvocato. Ma perché devo vedere ‘sto stronzo? Non ho nulla da dirgli, ho  paura di stare con lui.

La campanella. È ricreazione. Mi sento un peso dentro, non ce la faccio più, mi trascina giù. Le ali  sono rattrappite sotto le ascelle, voglio volare, via via via  senza affanni, senza più  ansie.  La luce, ho bisogno di aria, di luce, libero, libero, finalmente libero. 

Forza, chiudi gli occhi, chiudo gli occhi, un bel respiro. Apri la finestra, apro la finestra, fiuta l’aria. L’aria di primavera mi smuove un po’ i capelli, la sento sulla pelle.  La  mia primavera. Mi pulsano le tempie, sento il battito, i battiti, i battiti,  il cuore accelera, i battiti si rincorrono, li sento, sento il mio respiro sempre più veloce, respira forte, respiro, respiro, mi pulsano le tempie… Via, via  da un posto sbagliato, da una famiglia sbagliata, da un corpo sbagliato.

 

A volte la realtà supera ogni immaginazione, nulla è purtroppo più scandaloso della realtà. Figlio di un padre, figlio di tutti  forse non eri nel posto sbagliato. Ho cercato di attutire la tua caduta, affinchè tu possa presto  spiccare il volo verso un futuro sereno, il più in alto e lontano possibile da infondati  sensi di colpa, e  riconciliarti con te stesso e con la vita. C’è tempo per volare via con me.

 

Saggezza enigmatica

In una notte senza stelle un cieco girava per le strade di una città con un orcio sulle spalle e una fiaccola in mano.

“Sciocco – gli disse un signore che passava- buio o non buio per te che sei cieco è la stessa cosa. A che ti serve la fiaccola?”

“La fiaccola serve per te”- rispose il cieco – “tu, non vedendomi, potresti urtarmi e farmi rompere l’orcio”.

E l’uomo non seppe come replicare a questa saggia risposta.

 

Lascio a  voi l’interpretazione dell’aneddoto!  😉

 

La notte di San Giovanni

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La notte di San Giovanni  è nota per gli antichi riti propiziatori di inizio stagione che si svolgevano  in occasione del solstizio d’estate al quale veniva attribuiva il connubio di sole e luna e il conseguente riversamento sulla terra di grandi energie benefiche. Nella stessa  notte  però  le streghe (in napoletano dette anche janare da ianua- porta-  perché passavano invisibilmente sotto le porte oppure da Diana) confluivano a Benevento  da ogni parte per il grande Sabba. Le forze del bene e del male festeggiavano rispettivamente la  luce e l’ ombra  del ciclo della vita,  intersecandosi in antiche credenze popolari e tradizioni della civiltà contadina.

 La  rugiada di questa magica notte difendeva la persona da ogni male e corruzione e le  erbe bagnate dalla rugiada potenziavano le loro proprietà terapeutiche e magiche. Infatti veniva  preparata l’acqua di San Giovanni utilizzando  foglie e fiori di lavanda, iperico mentuccia, ruta e rosmarino che, messi  in un catino pieno d’acqua, erano lasciati all’aperto per tutta la notte. Il giorno dopo le  donne si lavavano con quest’acqua per diventare più belle e preservarsi dalle malattie. Oltre all’acqua si ricorreva  al fuoco, accendendo falò propiziatori e purificatori, per ingraziarsi la benevolenza del sole affinchè rallentasse idealmente  la discesa e continuasse ad irrorare la terra con la sua energia o per allontanare malasorte, avversità, malefici di spiriti maligni e streghe vaganti in cerca di erbe ( spesso si bruciava  un fantoccio di paglia o si facevano  rotolare ruote di fascine lungo i pendii). Nella mattina del 24 giugno i contadini, che possedevano  alberi di noce, intrecciavano spighe di orzo e avena da legare ai tronchi degli alberi per poter garantirsi frutti buoni e  abbondanti. Invece   24 spighe di grano, conservate per tutto l’anno, fungevano   da amuleto contro le avversità.

 Tutt’oggi a San Giovanni si prepara il nocino con noci,  racchiuse nel mallo verde, messe a macerare nell’alcool per circa un mese e mezzo. Poi si strizzano i frutti, si cambia e si zucchera l’alcool, che viene travasato in bottiglioni esposti all’aperto, dopo essere stato filtrato più volte con garze sottili. 

 In  questa notte si svolgevano  anche forme di divinazione. Per esempio dall’albume d’uovo, coperto d’acqua ed esposto alla rugiada della notte, si traevano auspici sul futuro, anche sentimentale, o dalla forma che assumeva il  piombo fuso e versato nell’acqua, si facevano  previsioni  sul mestiere del futuro marito. E altri riti praticati nella “notte che  parla d’Amore”sono splendidamente descritti dalla Placida Signora del web.

 Una curiosità: a San Giovanni molti mangiano le lumache, per preservarsi  dalla sfortuna e eventuali tradimenti amorosi. La lumaca è considerata un simbolo lunare  di rigenerazione periodica, rappresentata dalle  sue antenne  che si distendono e si ritirano come la luna che appare e scompare nel suo ciclo.

 Ma preferisco ricordare la notte di San Giovanni con  i versi  tratti da Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare

 La tua virtù è la mia sicurezza. 

E allora non è notte se ti guardo in volto,
e perciò non mi par di andar nel buio,
e nel bosco non manco compagnia.
Perchè per me tu sei l’intero mondo.
E come posso dire di esser sola se tutto il mondo è qui che mi contempla?

 

Intanto auguri a tutti i Giovanni e Giovanne e attenzione alle streghe!  😉

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Le erbe di San Giovanni: l’iperico

Fogli bianchi- Alda Merini

I fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

e io su questo sapore agrodolce

vorrò un giorno morire,

perché il foglio bianco è violento.

Violento come un bandiera,

una voragine di fuoco,

e così io mi compongo

lettera su lettera all’infinito

affinchè uno mi legga

ma nessuno impari nulla

perché la vita è sorso, e sorso

di vita i fogli bianchi

dismisura dell’anima.

 

Alda Merini In “Fogli bianchi.23 inediti”

Le erbe di San Giovanni: l’iperico

 

giardino dei semplici

Nella magica notte di San Giovanni  tutto è possibile, reale ed immaginario, spazio e tempo  si confondono e le erbe assumono miracolose proprietà poiché il sodalizio tra il Sole  e la Luna, rispettivamente fuoco ed acqua, fa  sì che  la rugiada notturna  ne accresca le proprietà curative. In  passato gli esperti  conoscitori di erbe e di fiori  uscivano per raccoglierle durante la notte di mezza estate:  i monaci , antichi erboristi, selezionavano le “erbe  dei semplici” per preparare infusi, decotti, unguenti con i quali potevano poi curare i bisognosi;  le streghe e gli stregoni  si riunivano da ogni dove, accendevano grandi falò nei quali bruciavano le erbe, i cui resti servivano per preparare pozioni ed intrugli,  e nell’inquieta ed inquietante  notte del Sabba  si  mettevano in contatto con le forze oscure abbandonandosi  a  danze lascive.

  Le forze del bene e del male  festeggiavano la luce e l’ombra del ciclo della vita, intersecandosi in antiche credenze popolari e tradizioni della civiltà contadina, e  sacro e profano si intrecciavano in riti propiziatori. Infatti sul sagrato delle chiese, dedicate al santo, si svolgeva la fiera delle erbe dette appunto di San Giovanni  quali  iperico, lavanda, detta  spiga di San Giovanni, verbena, menta, nota come  erba santa, rosmarino. Tra queste  un particolare primato spettava all’iperico, noto come scacciadiavoli e, per par condicio, scacciadiavolesse.

 

La pianta fu dedicata a San Giovanni  Battista  in quanto si credeva che l’olio rosso, ipericoprodotto dalle foglie e dai fiori (ipericina),  fosse il sangue del santo che, secondo una  leggenda, fermò diaboliche  legioni al galoppo cosicchè l’assatanato Satana perforò la pianta. Di questa vendetta  l’iperico porta traccia nei  piccoli fori  presenti sulle foglie.

 Durante i riti propiziatori  del solstizio d’estate  anche i contadini danzavano intorno ai falò, indossando corone di iperico e lanciandone  rametti con la speranza di ottenere  un buon raccolto , un sano bestiame  ed una casa integra, in quanto pare che l’iperico allontanasse non solo demoni , malefici e sterilità  ma anche i fulmini.

 

Alcuni indossavano un mazzetto di fiori di iperico sotto le vesti  per   sbirciare  di nascosto gli  esseri demoniaci che comparivano nel buio, o per avere buona sorte durante i tornei  tra  cavalieri o ancora , durante la Grande Guerra, per  allontanare le malvagie intenzioni di violenza  a discapito delle donne. Pare che questa pianta fosse governata da Marte  e quindi   potesse sconfiggere  le insidiose possessioni diaboliche e curare i mali dell’anima come  l’isteria, la tristezza , la malinconia, l’insonnia, l’ansia.

 Zompettando tra usi e costumi, erbe e falò  aspettiamo la  magica notte di mezza estate.

 

Il nocillo (nocino)

nocillo-di-campaniaSin dall’antichità in Campania si producevano noci, come risulta documentato da resti carbonizzati di noce, ritrovati nella Casa di Argo ad Ercolano, e dai dipinti della Villa dei Misteri a Pompei . Esse sono un prodotto tipico di Sorrento: a tutt’oggi in molti giardini o aranceti spicca un maestoso noce, oltre a una pianta di alloro. In passato si credeva che tagliarlo portasse male, sia perchè i frutti erano considerati una  riserva alimentare preziosa per l’inverno, sia perchè l’albero assumeva un significato propiziatorio (la noce è simbolo di fecondità) o inerente l’ occulto in quanto sui suoi rami si appollaiavano le streghe.

 Ancor oggi nella penisola sorrentina è diffusa l’usanza di preparare il nocino in casa nella notte di San Giovanni (24 giugno) o a fine giugno, quando le noci sono ancora tenere, acerbe, poco legnose e quindi aromatizzano l’ alcool. Questo liquore, dal sapore intenso e corposo, può essere centellinato a fine pasto come digestivo oppure se ne può versare qualche goccia fredda anche sul gelato alla crema o alla panna.

 

 Ingredienti:

  •  1 litro di alcool

  • 13 noci verdi col mallo

  • 13 chicchi di caffè tostato

  • 13 chicchi di caffè crudo

  • un bastoncino di cannella

  • 3-4 chiodi di garofano

  • una noce moscata

Pulire bene le noci col mallo e tagliarle in quarti. Schiacciare un po’ la noce moscata , servendosi di un martello, se necessario . Mettere tutti gli ingredienti in un barattolo di vetro, con una larga apertura, e chiudere bene con un coperchio. Lasciarlo all’ aperto per 40 giorni e 40 notti, agitandolo un po’ di tanto in tanto. Si possono trovare varianti sulla conservazione del nocino. Alcuni dicono che debba macerare al buio. Per altri il nocino deve essere esposto all’ aperto per catturare i raggi del sole di giorno e il chiarore  lunare di notte, come diceva mia nonna.

Al termine dei 40 giorni filtrare più volte con garze sottili di lino finchè non ci sono più residui degli ingredienti. In alternativa al lino si può utilizzare un colino con il fondo a retina sottile, o foderato con un po’ di carta assorbente da cucina.

 

 Ingredienti per lo  sciroppo

  • mezzo litro di acqua

  • 300g di zucchero

  • buccia sottile di un limone verde

 Per addolcire e diluire il nocino, preparare lo sciroppo con mezzo litro di acqua , 300 grammi di zucchero e la buccia sottile di un limone verde. Versare gli ingredienti in un pentolino sul fuoco, mescolare per fare sciogliere lo zucchero nell’acqua e spegnere non appena inizia a bollire. Aggiungere lo sciroppo freddo al nocino. Imbottigliare e lasciar riposare per altri 40 giorni prima di gustarlo.

Mea culpa (seconda parte)

Tra compiti e lezioni, giochi elettronici e primi innamoramenti i bambini passano dall’infanzia all’adolescenza e capiscono più di quanto si pensi. Intuiscono che l’apparente idillio tra mamma e papà in realtà sottende una tacita guerra fredda, talvolta una contrastata guerra di coppia, e diventano irascibili ed irrequieti. Spesso si rifugiano in un mondo fantastico perché non accettano quello reale, talvolta simulano precocemente quello reale forse per sentirsi più grandi e forti nel sopportarlo. Il ragazzino attraversa la fase del no assoluto, trasgredisce per affermare se stesso nel graduale processo di costruzione della propria identità. Questo è il periodo più critico per l’adolescente e spossante per i genitori che sovente si sentono inadeguati a fronteggiare le sue provocazioni; talvolta ne diventano complici sia perché è più facile dire sì , che non occorre né motivare nè mantenere, sia perché non accettano gli inevitabili cambiamenti naturali e rincorrono un’apparente eterna giovinezza ponendosi a livello del figlio ( anzi i papà ambirebbero porsi a livello delle sue compagne di scuola) , evitando eventuali e sane frustrazioni che consentirebbero di crescere ad entrambi. Il papà si prodiga sciorinando consigli ( degni di un prontuario tascabile ) per l’usa e getta perché il rampollo consegua successi in conquiste, non proprio sentimentali ; la madre –antenne talvolta è in competizione con la figlia e brilla al sentirsi dire “sembrate due sorelle” …peccato che questo complimento, piacevole per lei, si traduca in una mazzata per la figlia adolescente che si sente perennemente brutto anatroccolo .

 Insomma i genitori si defilano come educatori ( parola che è sinonimo di Matusalemme) in quanto troppo impegnati a sbarcare il lunario, ad allenarsi in palestra, a mantenere relazioni sociali e a innescarne altre più stimolanti ed appaganti per accorgersi ben presto che la routine logora qualsiasi relazione, sia ufficiale che ufficiosa. Sono indaffarati a programmare diete, impegni di lavoro, vacanze spesso forzate ed estenuanti, espressione di status sociale più che vissute come momento di pausa per ritrovarsi insieme .La famiglia si riduce a una comunità più che di incontro, di scontro e scarico di tensioni ove talvolta manca la vera comunicazione, dove ognuno procede in compartimenti stagni, impegnato a correre per fare le stesse cose in un rituale quotidiano .

 vignetta pv madre figlio

Non c’è mai abbastanza tempo per ascoltarsi e ascoltare .Si fanno meccanicamente tante azioni senza interpretarle emotivamente e così il tempo scivola addosso col suo carico di ore e di logorìo moderno. Spesso i ragazzini, in balìa di se stessi e delle loro pulsioni emotive che non sanno ancora decifrare, non hanno “paletti fissi”e trasgrediscono sempre più, perché subentra la noia . Vanno oltre la solita prepotenza di gioco nei campetti…talvolta giocano con la vita propria o dello  “sfigato” di turno o della carina del branco. Tutto fa spettacolo sul palcoscenico del sè egocentrico , spesso frustrato da insuccessi, mancanza di punti di riferimento, solitudine e tedio per cui le ragioni della forza divengono un mezzo di affermazione sociale. Il più delle volte sono i genitori che, disorientati, hanno perso la forza della ragione , o più semplicemente quella del buonsenso; abdicando ad un ruolo, forse non compreso o troppo invadente, preferiscono rivivere attraverso i loro figli parte di sé accorgendosi che le perplessità, gli entusiasmi, i perché , le aspettative sono di tutti i ragazzi, a prescindere dai salti generazionali. Talvolta però perdono di vista se stessi, troppo proiettati nell’ immediatezza del contingente e agognano ad una sorta di anno sabbatico per evadere un po’, lasciando che gli altri si organizzino un po’ da soli e capiscano che non si deve dare nulla per scontato .

Il non plus ultra sarebbe poter disporre non solo di tempo ma anche di uno spazio proprio: basterebbe un albero sul quale appollaiarsi ogni tanto per ritrovare se stessi e in cui ammortizzare un po’ gli sfoghi esistenziali dei figli alle prese coi primi amori, con il rendimento scolastico e le diatribe tra coetanei . “Cosa vorresti fare da grande?” . Mammà e papà s’illuminano d’immenso immaginando l’avvenire radioso del figlio, sul quale a volte riversano le loro aspettative ingombranti. Da bambina non sapevo mai cosa rispondere. Sinceramente non lo so nemmeno adesso, forse perché non ho ancora capito quando si diventa grandi. In ogni fase della vita ci si sente immaturi e pronti ad affrontare solo quella precedentemente trascorsa, grazie al cosiddetto senno del poi.“ Mamma da grande vorrei…” e giù una serie di propositi. Quanti ne ho sentiti negli ultimi quindici anni ( farò il giocattolaio così giocherò sempre, o lavorerò in uno zoo, anzi solo nel recinto dei coccodrilli…ingegnere, medico, veterinario, parrucchiera, broker, pilota).

Nei momenti critici o di delusione per cui i miei figli si sfogano dei loro insuccessi e minacciano scelte drastiche, se riesco a non cedere ad una crisi isterica, cerco di sdrammatizzare con aria ironicamente seria dicendo : “Figlia mia, mal che vada, tu potresti farti suora e tu, figlio mio, diventare un gesuita colto o missionario (anche se a livello relazionale mia figlia rivoluzionerebbe il monastero e cambierebbe il look delle consorelle creando incidenti diplomatici con la Santa Sede) . Pensate un po’: non avreste problemi di casa, di lavoro, di cuore, nessuno stress ( bè forse quello dell’astinenza). La vita trascorrerebbe lentamente in grazia di Dio al rintocco delle campane (che noia! che scandirebbero le più importanti fasi del giorno. Vi dedichereste al giardinaggio , alla cucina (frugalmente dietetica ed insipida), allo studio (aperto?), alla contemplazione (mistica): sarete in pace con voi stessi e con il mondo ( ma quale mondo?).” Dopo aver mandato me a quel…monastero, dimentichi del precedente clima apocalittico : “Mamma , stasera posso andare in discoteca? Torno presto che domani devo studiare con Vale…” E l’ altro: “Ciao, esco con gli amici. Ci vediamo più tardi!” .

Allora, , dopo il solito interrogatorio Dove vai- con chi vai- a che ora torni, li saluto con il tradizionale “Mi raccomando!”, ma da buona mammà gongolante compiacendomi di quanto siano unici e splendidi (perché ogni scarrafone è bell a’mamma soia), penso:

 “Andate, non sono gli anni della nostra vita che contano, ma la vita dei nostri anni. Per tutto il resto, c’è tempo.”

 

 

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Mea culpa (prima parte)

 

Mea culpa (prima parte)

Ah, nessuno insegna a fare il genitore! Lo si diventa così , più o meno volutamente, ma una cosa è appagare il naturale desiderio di maternità e paternità, altra cosa è fare il genitore. In effetti parlo per esperienza mia personale che però ho riscontrato esser comune a tanti. Quando si diventa biologicamente genitori non si pensa a tutto ciò: si è troppo impegnati in una sorta di narcisistico compiacimento a contemplare il primogenito, rivendicato nella somiglianza fisica e caratteriale da chi parla aggiornando in soliloqui il pubblico, inizialmente interessato poi magari esasperato, sulle fasi di crescita e sui normali progressi del neonato, vissuti come eccezionali.
Finchè il bambino è piccolo, condiziona soltanto coi suoi ritmi. Sin dall’inizio fa capire che sarà cosa ardua accudirlo, soprattutto se non dorme la notte perché ha l’orologio biologico da sincronizzare. Con istintiva dedizione i neogenitori non desistono e, assonnati e barcollanti come zombi dopo nottate insonni, continuano a svolgere il rituale di un corretto allevamento della prole dettato da manuali di pedagogia e dall’onnisciente mammà perché il bebè cresca sano, forte e vivace. Col passar del tempo cercheranno di sopravvivere …!
Il bebè mette a dura prova la pazienza della coppia , che spesso deve limitare la vita sociale e le uscite serali un po’ perché siffatte mansioni stancano, un po’ perché sente il bisogno e il piacere di starsene a casa col piccolo, soprattutto se di giorno è affidato ad una baby sitter. La pazienza è la virtù dei forti… soprattutto quando il bebè non mangia ma trattiene per un’ ora la pappa in bocca a mò di criceto.e la mammina si strema a furia di mimare l’aeroplano che vooooolaaaa o l’automobilina di papi che entra nel garage, nella speranza che deglutisca (mentre in cuor suo avrebbe l’incoffessata voglia di stringergli le narici e farlo boccheggiare). A nulla serve lasciarlo a digiuno illudendosi che, affamato, reclami il cibo, se non ad alimentare sensi di colpa nella genitrice che si sente madre snaturata ed irresponsabile ( e guai se lo venisse a sapere la supermatronissima suocera !). Quando finalmente il cucciolo d’uomo ha mangiato tre cucchiaiate di pappa, perché il resto è spiaccicato tutto intorno, è quasi ora di cena. La neomamma si prepara per il rientro del capotribù, invocando il genio di Mastro Lindo e inveendo contro la pubblicità ingannevole .
Il paterfamilias, stanco della giornata lavorativa, il più delle volte esordisce con : “Ciao cara, tutto bene? Come sta il mio piccoletto?” “Si caro,tutto bene!” E lui, il piccoletto, si esibisce in una serie di gorgheggi festosi che seducono entrambi. Intanto da sposina bradipescamente ammaliante, la mamma si sveltisce istericamente, si organizza calcolando i minuti necessari per conciliare i rari appuntamenti dal parrucchiere e dall’estetista con le esigenze del bebè . Il suo orologio biologico ha un’accelerata che la rende ansiosa di riuscire a fare tutto. Rinuncia a preparare manicaretti, torte e cenette ma diventa esperta nel preparare piatti sbrigativi grazie alla santa pentola a pressione e al beatissimo microonde, per avere più tempo libero per sé. Non ha ancora capito che più diventa efficiente, più avrà da fare.

 

Diviene una multi tasking ambulante e ipercinetica, anche quando porta per ore a passeggio il piccolo, sperando che si stanchi, corre freneticamente e si consola pensando che almeno la salutare passeggiata le abbia fatto perdere qualche etto del sovrappeso accumulato in gravidanza e per i pasti trangugiati ad opera di mammà o in piedi davanti al frigo.

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Più tardi il piccolo inizia a gattonare e a scoprire – chissà perché – innanzitutto le cose più pericolose che possono esserci in una casa: prese elettriche in cui si divertirebbe a infilar le dita se non fosse fermato da un ululato “NO”, il water dove poter fare sguazzare i giocattoli, con sommo gaudio dell’idraulico che per pietà fa tariffe da abbonamento per sturare i tubi, i fornelli perché il clic clic dell’accensione automatica lo intrigano ; poi, consolidandosi sulle gambette, inizia a camminare e ad arrampicarsi. All’ improvviso sta seduto trionfante su un tavolo, intento a giocare con le caramelle di un porta bon bon situato là sopra …così taaaaaaaante , belle e colorate da volerle ingoiare con la carta. Si esercita a stare in piedi nel seggiolone e sul passeggino dopo aver buttato all’aria calzini e scarpette divenendo un appartenente alla tribù dei piedi nudi. Il novello Speedy Gonzales si intrufola dappertutto, come un gatto: negli armadi, sotto i letti, nel ripostiglio. Esplora il mondo circostante col quale si sente un tutt’uno: solo così scopre ed impara. Impara, per esempio, che tutto ha un suono, e poco importa se rompe i timpani di chi è nei paraggi…le pentole, i piatti e i giochini che lascia cadere di continuo .

Si accorge che anche lui emette suoni diversi, dai dolci trilli, pronunciati all’orsacchiotto al quale sorride allegramente, alle urla selvagge, qualora sia contrariato . Insomma l’ adorabile figlio dà conferma che sarà un’impresa “addomesticarlo” e la mater amabilis si assuefa sempre più alla sua creatura, inconsapevole dell’incipiente sua metamorfosi. Di rado percepisce le sue grida e lo lascia scorrazzare in attesa di captare il primo sbadiglio di stanchezza nella speranza che cada in un sonno ristoratore…per entrambi . Il Papà condivide amorevolmente le gioie del piccolo e lo accudisce di sera o nel tempo libero; talvolta invece inizia a sentirsi trascurato dalla moglie e preferisce trovarsi qualche altro amabile diversivo ( la partita a calcetto o il dopocena con gli amici è un classico). Di qui scatta una molla che si ripercuoterà come un pugnale qualche decennio più tardi nella vita della coppia. Poi il piccolo inizia a parlare e diventa più semplice comunicare con lui: si spiega molto bene anche a forza di nghin-ghì e nghèn-ghè che un genitore attento sa ben interpretare come richiesta di soddisfacimento di bisogni primari (urge pannolino pulito, voglio il ciuccio , sono stanco, pappaaa!), espressione di un complimento o di un modo scherzoso per attirare l’attenzione. Trascorso il periodo di iniziale accudimento, la mamma riprende a lavorare .Tragici sensi di colpa la attanagliano e sferrano un inevitabile primo taglio all’ invisibile cordone ombelicale che la legano alla sua naturale appendice. Allora telefona spesso alla baby sitter per sapere come sta il bebè e gli parla per telefono, aggiorna di continuo i colleghi /e delle novità del baby prodigio quasi per non interrompere la sua naturale devozione e sentirlo lì con lei…ma soprattutto per esorcizzare il suo senso di colpa.

Cerca di concentrarsi sul lavoro ma non aspetta altro che precipitarsi a casa, dopo aver fatto una gimkana tra i carrelli del supermercato. Si completa la metamorfosi: è divenuta una vera e Italica mammà, quella che detronizza il marito e al vertice delle priorità mette il figlio: Lui , la luce dei suoi occhi, l’eletto, il reuccio di casa, il più bello bravo , buono e speciale che possa esserci perché è così “et nunc et semper et in saecula saeculorum”. Nondimeno il papà è orgoglioso dell’erede, per aver assicurato discendenza alla sua famiglia, e ne è fiero perché è intelligente e forte come lui. Lo accontenta in tutto perché il bambino non deve subire le privazioni che ha patito lui da piccolo e diviene il più delle volte il suo compagno di giochi, abdicando al suo ruolo di educatore. Sembrano trascorsi secoli dall’occhiata più che eloquente di mia madre che proclamava perentoriamente “Stasera vi chiarite con vostro padre” per interrompere lo snervante contenzioso in corso tra me e mio fratello maggiore cui , da buona sorellina “rompi…” tenevo testa per godere della stessa sua libertà in nome di un’antesignana par condicio. Nella trepida attesa di chiarirmi a quattr’occhi col paterfamilias mi placavo a lungo. Il più delle volte tutto si risolveva in un’ animata e dibattuta , spesso ironica e riconciliante tavola rotonda.

Intanto il bambino cresce, inizia a frequentare la scuola: si confronta in un contesto nuovo , non esclusivamente ludico, e in una prima comunità allargata di pestiferi. Le maestre sono le virago , quelle che impongono regole di convivenza tra coetanei, non sempre condivise dalla famiglia ignara del gene l’unione fa la forza e inizialmente incapace di capire la differenza che intercorre tra la scuola e casa propria popolata da uno o due o tre pargoli ( ma si ricrede dopo che i compagnetti di scuola hanno giocato a frisbee coi piattini di patatine e popcorn e letteralmente smontato pezzo per pezzo la casa durante quella che doveva essere un’allegra festa di compleanno) . Dopo massacranti saggi di danza e tornei di basket, lunghi anni di catechismo, festeggiamenti vari a cadenza fissa nei week-end, visite pediatriche e odontoiatriche, periodici richiami di vaccinazioni e pluricollezioni di figurine e pupazzetti, i bambini maturano e i genitori- si spera-  arrivano al primo giro di boa…

Pizza di scarola

Questa è la ricetta napoletana di una pizza rustica da consumare tiepida o fredda. Si può quindi preparare con anticipo e lasciare pronta per quando, famelici, rientrate a casa  per pranzo o cena. Con le stesse dosi, invece della pizza,  è possibile preparare dei calzoni ripieni di scarola . La mia variante prevede l’aggiunta di formaggio grattugiato e semi di finocchietto .

 Ingredienti

 Per la pasta

 400g di farina

mezzo bicchiere di olio di oliva

un bicchiere di acqua

1 cucchiaino di sale

un cubetto di lievito di birra

 Disporre la farina a fontana e nell’ incavo centrale versare il lievito sciolto in acqua tiepida. Iniziare a impastare prendendo dai lati altra farina. Aggiungere pian piano l’olio, il sale  e l’acqua necessaria per ottenere un impasto piuttosto consistente .Lavorare la pasta in modo che risulti elastica e liscia. (esercizio tonificante per i bicipiti di ogni età). Lasciare lievitare per  un’ora circa.

 In alternativa  si può usare la pasta di pane già lievitata

 

 Per il ripieno

 3-4 scarole (piccole), altrimenti 2 grandi

1 spicchio di aglio

100g di olive ( 50g di olive verdi e 50g di olive  Gaeta)

1-2  acciughe salate

50 g  di capperi

70 g di uvetta sultanina

50g di pinoli

una manciata  di pecorino romano grattugiato

alcuni semi di finocchietto ( se piacciono)

olio di oliva

 

Preparazione

 Ammorbidire l’uvetta in acqua tiepida ,sciacquare e strizzare i capperi, snocciolare le olive, spezzettare le acciughe.

Lavare  le scarole, lessarle in una pentola larga e coperta con poca acqua ( la verdura rilascerà la propria) e scolarle bene. In un tegame dai bordi alti  versare l’olio d’oliva e soffriggere l’ aglio schiacciato , che sarà estratto e sostituito dai capperi, olive snocciolate, pinoli ,uvetta sultanina, acciughe. Lasciarli per pochi minuti sul fuoco, aggiungere le scarole stufate, i semi di finocchietto e il pecorino grattugiato. Mescolare per  amalgamare i sapori.

 In una teglia, unta con un filo di olio,  adagiare una sfoglia di pasta, versare il ripieno di scarole e ricoprire con un’altra sfoglia, bucherellata in  superficie. Cuocere al forno a 200° fino a quando risulterà dorata.

  Se preferite un piatto più semplice, potete “affogare” le scarole con gli stessi ingredienti (eccetto il formaggio) e servirle come contorno.