“Ma dimmi tu questi negri”- Andrea Ivaz Melis

 

 

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Ma dimmi tu questi negri 
che vengono a prendersi per disperazione 
ciò che noi ci prendemmo con la violenza, 
la spada e la croce santa, 
lasciandoci dietro solo disperazione.
Ma dimmi tu questi negri
che hanno cellulari e guardano le nostre donne, 
mentre noi da sempre
ci fottiamo le loro 
un tanto a botta nelle strade nere delle periferie, 
e prendiamo il silicio dalle cave delle loro terre, 
e come osano poi questi negri 
avere desideri proprio uguali ai nostri 
manco fossero umani.
Ma dimmi tu questi negri che attraversano il mare 
come se fosse messo lì per viaggiare 
e non per tenerli lontani, 
per galleggiare e non per affondare, 
per andare e non per tornare.
Ma dimmi tu questi negri 
ex schiavi dei bianchi 
che vengono qui a rubarci il pane 
proprio ora che gli schiavi siamo noi 
messi in ginocchio e catene 
da politici e finanzieri bianchi 
con colletti bianchi 
e canini e incisivi sorridenti 
e perfettamente bianchi, 
che in meno di trent’anni 
ci hanno fatto schiavi.
Ma dimmi tu questi negri 
che hanno scoperto ora che la terra è una, 
è rotonda, 
e che a seguire la rotta della loro fame
si arriva dritti dritti alla nostra opulenza.
Ma dimmi tu questi negri 
che facessero come i nostri nonni:
cioè tornare nella giungla e sui rami alti 
visto che sono loro i nostri progenitori
e che l’umanità è tutta africana.

Ma dimmi tu questi negri che non rispettano i confini della nostra ignoranza e i muri della nostra paura.
Ma dimmi tu questi negri che persino si comprano le sigarette 
dopo che noi ci siamo fumati le loro foreste, 
le loro miniere, 
il loro passato,
il loro presente 
ma abbiamo commesso l’imperdonabile errore di lasciargli una vita 
e un futuro 
a cui dimmi tu, questi negri, 
non rinunciano mica.
Ma dimmi tu questi negri 
che si portano il loro Dio da casa 
anziché temere il nostro, 
e sanno ninna nanne e leggende e favole più antiche delle nostre e parlano male la nostra lingua
ma benissimo le loro che però noi non capiamo.
Ma dimmi tu questi negri a cui non vogliamo stringere la mano 
né far mettere piede in casa, 
sebbene a ben guardare 
abbiano i palmi delle mani e dei piedi perfettamente bianchi. 
Proprio come i nostri.

Andrea Ivaz Melis

Giornata Mondiale del Rifugiato

 

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Oggi ho partecipato a una pacifica manifestazione al confine italo francese, organizzata da Amnesty International, proprio presso “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto. In nome dei diritti internazionali dei Rifugiati e Migranti si sono ricordati  quanti hanno perso la vita lungo il confine nel tentativo di raggiungere destinazioni che garantissero loro una vita al riparo da guerre, persecuzioni e povertà. A Ventimiglia da anni c’è un costante flusso di migranti che cercano di andare in  Francia  e proseguire il viaggio verso i paesi scandinavi, la Germania, l’Inghilterra, spesso  per raggiungere parenti o amici.

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Solo nel mese di maggio  sono passate per Ventimiglia 2500 persone diverse, provenienti in gran parte dalla Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Guinea, Nigeria, Sudan, Ciad , Mali  di cui 711 ragazzi dagli 11 ai 18 anni e 1054 dai 19 ai 25 anni.

Sempre a maggio 502 persone sono stati registrate  presso la chiesa di sant’Antonio alle Gianchette, di cui 155 femmine, 347 maschi. Tra questi 30 bambini da 0 a 4 anni, 21 bambini  da 5 a 9 anni, 18 da 10 a 14, 271 dai 15 ai 18 anni, 55 dai 19 ai 24 anni,73 dai 25 ai 34 anni, 22 dai 35 ai 44 anni, 7 dai 45 ai 54 anni, 4 dai 55 ai 64 anni, 1 dai 65 ai 74 anni.

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Da oltre un anno dedico parte del mio tempo a  loro, ai giovani che sperano gli venga riconosciuto lo  status di rifugiato. Tanti se ne sono andati, altri sono rimasti. Svolgono attività di volontariato civile, stanno seguendo sperimentazioni botaniche e laboratori didattici, alcuni lavoricchiano nei  bar e  ristoranti, suonano, cantano, hanno recitato in circa venti scuole  della zona dove siamo riusciti a portare una fiaba africana, inventata da uno dei più giovani e creativi del gruppo, per fare conoscere usi e costumi africani misti agli elementi caratteristici della fiaba,  compreso il finale “e vissero tutti felici e contenti”.  

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L’integrazione non è facile, ma possibile, lavorando  soprattutto con le giovani generazioni; qui un esempio di quanto svolto nella scuola di Dolceacqua. https://www.youtube.com/watch?v=BRapnZ1reN4

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È possibile vivere insieme, confrontarsi, maturare e imparare dalla diversità. La maggior parte dei ragazzi che arrivano sperano che un giorno possano tornare a vivere liberi e in pace nella loro terra, come noi.

 

 

 

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Solo un pesce morto nuota seguendo la corrente. Sei andato controcorrente, rifiutandoti di iscriverti alle società segrete di uomini del tuo paese, che hanno in mano la politica, l’economia e l’applicazione della legge. Se  non vi appartieni, sei tagliato fuori da tutto, dagli studi e dal lavoro, decidono sulla tua vita, anche privata, se puoi lavorare, studiare, vivere o morire, usufruire dei social bonus. Sono effetti di tradizioni radicate per cui alcuni decidono la vita delle donne, quando devono sposarsi e con chi, quando procreare.  Se le ragazze  si rifiutano, sono costrette a lasciare i villaggi, vanno altrove, dove spesso non sopravvivono se non prostituendosi. Molte vengono in Europa per una vita diversa – si spera – molto diversa. Hanno spesso dai 15 ai 17 anni.  Le donne non possono decidere nulla in quanto ogni decisione è presa dal padre, soprattutto le musulmane. A circa 14 anni le ragazzine sono costrette a sposarsi, anche contro la loro volontà. Possono studiare se la famiglia è in grado di  sostenere le spese della scuola e degli studi, le musulmane possono frequentare le scuole solo da bambine, le cristiane sono più libere. Quelle che conseguono un titolo di studio lavorano negli uffici, nelle scuole e negli ospedali, le altre come baby sitter o nelle fattorie. I datori di lavoro le assumono se disponibili sessualmente. Le donne protestano  per i loro diritti ma non sono ascoltate, come non lo sono quelle impegnate politicamente, che  propongono una modifica della Costituzione che  di fatto avalla un diritto di famiglia arcaico, fatto valere da tribunali locali di uomini.

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Te ne sei andato dalla tua città, rifiutando “l’obbligo” di iscriverti alla società segreta e lasciando una moglie e due figlioletti bellissimi. “Voglio decidere io della mia vita”, quindi sei stato escluso da tutto. Sei più giovane di mio figlio. Hai detto che lo studio e l’occupazione risolverebbero in parte i problemi del tuo paese, perché l’ignoranza è la causa di tanti mali. Pensieri già sentiti, amico mio, e torniamo a un circolo vizioso comune a ogni latitudine. Scrivesti “le donne hanno bisogno di protezione” e disegnasti una  di quelle ragazze rapite da Boko Haram, almeno così pensai, e poi in un altro un pick up con una donna strattonata per i capelli. Mi spiegasti che durante il viaggio nel deserto quella  ragazza nigeriana fu violentata, prima dagli stessi compagni di viaggio, poi dai trafficanti, e che non riuscisti a difenderla. Tua madre  ce l’ha fatta, diventando una commerciante in un’altra città dell’Africa e ti ha consigliato di partire. Siete stati solo due ragazzi a elencare, tra le tante criticità del vostro paese, la questione  femminile, e nei vostri occhi ho captato una segreta sofferenza di fronte alla quale ho taciuto e fatto un passo indietro. Il pudore non è vergogna a svelare, ma  è anche una forma di rispetto dell’altrui sensibilità. L’ho imparato da voi.

Hai affrontato il viaggio nel deserto e poi per mare su un barcone, soccorso infine dalla guardia costiera italiana. Da Lampedusa sei arrivato qui, alla frontiera del Nord. Volevi restare e invece alcuni giorni fa  te ne sei andato via, come altri. Hai istruzione ed educazione non comuni, tali che per noi eri un piccolo Lord, avevi  carisma sui compagni,  riuscivi a placare gli animi inquieti aiutandoci a comunicare con i ragazzi quando ci sono state tensioni o incomprensioni. Con me hai parlato, avevi un mondo da raccontare, non è stato facile sbloccarvi ma l’arte terapia funziona, serve a voi ma è servita tanto anche a noi tutte. Ci avete cambiate, come cambia chi vede la lucentezza della luna dall’altra parte della Terra. Le vostre storie sono una risorsa di forza e umanità e lo sarebbero soprattutto per i nostri figli. Sono però  le lungaggini burocratiche che vi snervano, l’inerzia, l’attesa, l’impossibilità di fare qualcosa, la convivenza con altri accomunati da un passato, spesso da dimenticare, e da un futuro incerto. All’inizio sognavi come tutti, poi come  tanti, poi solo come quelli arrivati di recente. Hai portato la tua testimonianza in pubblico, eri molto emozionato ma condividevi che la gente deve sapere, la gente deve vedervi, deve parlare con voi per rendersi conto di quel che siete. “L’Africa non è solo leoni, elefanti e zebre, ma un popolo, gente  che pensa e prova sentimenti e scappa via dal suo paese perché vuole vivere” come ha spiegato uno di voi ai ragazzini delle scuole.

disegno-migranti  Di recente eri pensieroso, a volte nervoso. Un tuo  compagno mi ha consegnato due tuoi disegni, dicendomi che li avevi fatti per noi. Un ultimo messaggio maturato di notte per ringraziarci e salutarci , ma soprattutto un appello “Cambiate le vostre leggi  sui rifugiati.” Immagino mentre lo scrivevi, perché quel disegno lo avevi iniziato un sabato e non volesti spiegarmi nulla. La tua mente non ha confini, viaggiare è anche cambiare mente e pregiudizi, e tu ne sei consapevole. Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.

Oggi è Natale, giorno della nascita di Cristo. Un altro profugo, un perseguitato, un diverso che ha attraversato la storia controcorrente e ha segnato il tempo.

Oggi ti auguro di cuore  buona fortuna, amico mio, ovunque tu sia. Segui sempre la luce che hai dentro di te.

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Buona fortuna, ragazzi!

Dipende da come ci si pone.

Caro Babbo Natale…

Buona fortuna, ragazzi!

In uno zaino immaginario tra le cose che avreste voluto portare con voi avete disegnato magliette, pantaloni, scarpe, cellulari,  palloni da calcio, computer, libri, raramente villaggi, costantemente scritte sulla pace, a volte una preghiera. Tutti avete scritto il vostro nome, cognome e provenienza a grandi lettere o con una bandiera. Un’identità che sentite con fierezza e nostalgia di affetti lontani. Ricordate i nomi dei genitori, di padri scomparsi, dei fratelli più piccoli rimasti là e che sperate di potere aiutare da qui, dei  nonni e anche dei bisnonni di entrambi i rami della famiglia. Avete radici giovani, ma forti e profonde.

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Siete proiettati in avanti, ambìte, avete spiccato il salto per osare e conquistare il domani. “Voglio riprendere gli studi”. Hai lasciato la Nigeria e l’università al secondo anno di economia, in quegli occhi così neri c’è una vivacità incredibile, sei  brillante, hai talento per la recitazione. Ricordo quando arrivasti imbronciato e mi dicesti “I’m not happy, I’m sad, I’m angry”.20160910_113503

” Parliamone”. Ne abbiamo parlato, prima con esitazione poi con sicurezza hai raccontato l’immobilità del presente e un più soddisfacente futuro immaginato che non so se mai qualcuno riuscirà a garantirti, eppure i tuoi 19 anni ne avrebbero diritto in qualsiasi parte del mondo. Oggi non eri a lezione. Mi hanno detto che sei andato via, con la noia che ti  rodeva dentro perché, presumo,  la tua intelligenza e giovinezza scalpitano. “Perché sei andato via dal tuo paese?” “Perché la mia famiglia ha avuto problemi, tanti problemi” e lo sguardo si è rattristato come quando pronunciasti il nome di tua madre: Peace. Ti auguro di realizzare quel sogno americano che hai negli occhi, non sta a me giudicarlo, riprenditi un po’ di benessere con ciò che le tante multinazionali hanno tolto alla tua terra, questo sì. Di te resta il tuo bel ritratto con la maglietta  verde e bianca come la bandiera del tuo paese, che ha i colori delle foreste, dell’agricoltura e della pace. Restano le frasi di un romanzo e un’invocazione a Dio con  i nomi delle tante squadre italiane di calcio,  il fumetto in cui pensi di diventare un footballer, ma in realtà ti saresti accontentato di un lavoro qualsiasi.

 Tu invece sei più semplice e scanzonato, simile a un rapper americano nei modi ma sogni di diventare un  musicista, e ti piace ridere e  ballare come nel giorno del tuo compleanno che per te è stato il giorno più bello della tua vita di cui hai subito parlato ai tuoi per telefono.  Invece tu ti  dichiari nigeriano ma hai il Biafra nel cuore, un’appartenenza che rivendichi con fierezza. Il tuo nome è “giorno del Sole”, quando parli del tuo paese sembri un  guerriero che con gli occhi stretti  fissa l’orizzonte  accompagnando il sole nel  tramonto con la  consapevolezza che domani riapparirà.Ben concentrato con le cuffie nelle orecchie, come me quando scrivo, hai disegnato  il simbolo  della pace e scritto in inglese “C’è bisogno di orgoglio e di un po’ di rabbia per la libertà del mio paese”. Sei arrivato in Italia  perché là non c’è futuro, vuoi che gli occidentali capiscano che l’Africa sta morendo nell’ indifferenza del mondo intero.

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Oggi non eravate a lezione. Mi hanno detto che ve ne siete andati, forse in Germania. Buona fortuna, ragazzi! Forse oggi avrei saputo di più della vostra vita, ma la rivedo in quella dei vostri amici e di quelli che sono arrivati e hanno disegnato imbarcazioni piene d’acqua, navi della guardia costiera che soccorrono naufraghi, campi lager libici, gestiti dai trafficanti, dove mangia e beve solo chi può pagare pane e acqua e non si fanno sconti nemmeno a donne e bambini, e si sopravvive senza servizi igienici e docce e chi muore viene abbracciato dal mare. Vi immagino sui pick up Toyota, anche voi ammassati con una ventina, più spesso trentina di altre persone, in viaggio da una o due settimane nel deserto, con fermate solo  notturne per dormire al freddo, senza cibo, i più fortunati mangiano  qualche biscotto quattro – cinque volte durante tutto il viaggio e bevono da taniche, da sacche appese ai bordi del veicolo, da una bottiglietta, Destiny non ha avuto nemmeno quella, e   i più deboli sono gettati nella sabbia del deserto, unica destinataria delle loro speranze.

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In quei furgoni ci sono anche donne e bambini, si consumano violenze a discapito delle ragazze costrette a pagare con ulteriore sofferenza il diritto a vivere.

Buona fortuna, ragazzo ! Avrei voluto salutarti e lo faccio adesso. Non avere paura di non essere “adeguato”, non importa la mala sorte passata “ perché comandano i desideri, perché non siamo (solo) nel mondo materiale dove le cause sono tutto, qui nel mondo umano le finalità decidono i comportamenti, cioè è quello che vedi davanti che spiega i tuoi movimenti e allora buttati nel vuoto, guarda che nessuno ha imparato a volare prima di buttarsi. Allora confonditi, commuoviti un po’, prendi tutte le tue energie e vai, è proprio nel momento che ti sei lanciato che sperimenti la comprensione, proprio quando ti dimentichi di te stesso, incredibile ! “ (cit. prof. Camillo Bortolato). In fondo la vita è come l’apprendimento, è essa stessa continuo apprendimento che richiede capacità di mettersi in gioco, è  un’ opportunità da cogliere al volo,da tenere stretta e difendere, da conquistare a volte con gradualità, a volte con lo slancio di una sfida . È naturale per i bambini di 12 – 14  anni, in viaggio da soli, i  più abili nella fuga  grazie all’ esaltante incoscienza e irrequietezza di chi è ancora libero dai condizionamenti e, nonostante tutto, riesce a ridere.  Afferrate la vostra vita con quel sorriso contagioso, che nasconde con pudore ciò che vi ha reso uomini troppo presto, stringetela forte con quel coraggio e voglia di guardare  avanti e farcela che in fondo in fondo vi invidiamo e spaventa tanto chi non sa più sognare come voi.

“Avrei scritto un libro e quella sera avevo avuto il coraggio di confessarlo, almeno ai gerani” (Anna Marchesini)

geranio-zonale_NG4 Abbassasti lo sguardo sul geranio bianco che era il tuo preferito, era anche il più delicato e il più raro… Ciao, Anna!

 

“Se il terrazzino si fosse affacciato sulla strada anziché sul giardino incolto di una vecchia casa disabitata, con molte probabilità avrei visto un minor numero di cose e la mia vita sarebbe andata diversamente.

 Le finestre della sala e del corridoio, quelle si affacciavano sulla strada; lo sguardo prima di giungere a terra subiva l’interferenza dei gerani alle finestre del primo piano, allegri e ciarlieri; gerani abituati tutto il giorno a vedere un po’ di mondo.

I gerani esposti sulle facciate delle case erano tenuti in assai più ampia considerazione, non solo perché gerani di più larghe vedute ma soprattutto perché soggetti principali di confronti e di critiche dei vicini, dei dirimpettai e dei passanti. Erano anche soggetti privilegiati degli scatti di turisti in cerca di angolini caratteristici, che sapienti tendine di lindo merletto sapevano tenere al riparo da sguardi indiscreti di viaggiatori indifferenti.

Perciò sui davanzali affacciati sulla via, era tutto un mettere di vasi, rimetterli ma cambiando posizione in considerazione degli spostamenti del sole; era annaffiare e aggiungere terra e uno svasare le piante al momento opportuno e innestare sapientemente e sfogliare, staccare foglioline secche e ruotare le piante per esibirne il ciuffo, la parte più folta, verso l’esterno e sbriciolare i fondi del caffè sul terriccio; era un alternare i colori dei fiori, un contare i boccioli, pulire i vasi e togliere i vasi meno riusciti per relegarli all’interno, esporre al pubblico giudizio l’orgoglio e il trionfo dei più preziosi vasi di famiglia e poi fingere, fingere un’indifferente modestia davanti agli acidi e superstiziosi complimenti delle vicine di casa.”

Da ” Il terrazzino dei gerani timidi” di Anna Marchesini. 

I fatti di Colonia tra denunce, responsabilità, reazioni, opinioni, strategie politiche affinchè i diritti e le libertà delle donne siano valori indiscutibili e non negoziabili

Nella notte di san Silvestro a Colonia le donne, affluite nella piazza vicina alla Cattedrale e alla stazione centrale per festeggiare il Capodanno, sono state circondate da circa mille uomini, suddivisi in  gruppi di 20 -30,  e sono state molestate, palpate, umiliate, derubate. Le forze dell’ordine non sono riuscite a contenere  i vari branchi,  gli uomini che accompagnavano le donne non riuscivano a opporre resistenza, qualcuno è stato derubato e malmenato. Il giorno dopo da un rapporto della polizia non risultava nulla dei disordini e delle aggressioni, ma hanno iniziato a fioccare prima 30, poi 40, 150, 300, fino a più di 600 denunce di molestie sessuali, messe in atto  quasi contemporaneamente anche in altre città tedesche  come Amburgo, Francoforte, Stoccarda, Düsseldorf , mentre a Bielefeld,  in Vestfalia, 500 uomini hanno aggredito le ragazze presenti  nella discoteca Elephant Club.

La notizia ha iniziato a rimbalzare in rete e attraverso i media, suscitando un generale sdegno e tanti interrogativi. Dalle testimonianze risultava che i branchi erano composti perlopiù da nordafricani e arabi, ubriachi ed esaltati. Il capo della polizia di Colonia ha subito ammesso che le aggressioni, così come sono avvenute, dovevano essere state coordinate ed è stato mandato in pensionamento anticipato per la gestione della sicurezza e dell’informazione dopo le violenze di Capodanno; in seguito  il Ministro della Giustizia tedesco ha dichiarato che gli attacchi sono stati pianificati. Le notizie, spesso frammentarie e contraddittorie,  hanno suscitato disorientamento nell’opinione pubblica internazionale. Alcune domande  sorgevano spontanee: come mai una così massiccia concentrazione di extracomunitari in quella piazza, come mai queste aggressioni sono avvenute oggi e non in passato? Come mai alcuni aggressori sono confluiti da centri a 100 km di distanza, se non addirittura dalla Francia e dall’Olanda, come hanno poi scritto in seguito?  Una prima lettura dei fatti di Colonia è emersa in due editoriali. In “Il corpo delle donne e il desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra” lo scrittore algerino Kamel Daoud  ammette: “Del rifugiato vediamo lo status, non la cultura. E così l’accoglienza si limita a burocrazia e carità, senza tenere conto dei pregiudizi culturali e delle trappole religiose…Nel mondo di Allah il sesso rappresenta la miseria più grande” .

 Invece in  “Quegli uomini che negano le violenze contro le donne”– i fatti di Colonia e la profonda ferita nella coscienza europea-  Aldo Cazzullo denuncia l’incredibile sottovalutazione della situazione che lascia una ferita perché tutti  pensano che poteva capitare a una sorella o una figlia che esce per festeggiare il Capodanno in piazza, per vivere spensieratamente la sua libertà. Incredibile il tardivo riconoscimento di quanto accaduto, confermato dal primo rapporto della polizia tedesca che riferiva di  una nottata pacifica. Del resto in Germania si è indulgenti verso gli eccessi festaioli sia dell’Oktober Fest, del Carnevale e del Capodanno dove l’alcool libera da freni inibitori e i fuochi sono lanciati ad altezza uomo, a dispetto della nomea di Napoli.

Allarmismi infondati o differenze culturali sottovalutate? Certe sono le molestie e le oltre 600 denunce, le insufficienti misure di prevenzione e sicurezza, la sottovalutazione della situazione da parte delle forze dell’ordine, sia prima i fatti di Capodanno che durante il loro svolgimento. Il direttore generale dell’anticrimine della Renania Settentrionale Vestfalia, nel rapporto presentato a una seduta speciale del parlamento regionale a Düsseldorf, ha poi dichiarato che dalle indagini sulle molestie nella notte di San Silvestro NON risultava  nessuna organizzazione o guida degli attacchi . 

Reazioni.

 Intanto si è subito scatenata una duplice  reazione: quella degli  hooligan, impegnati in  una caccia all’uomo nel centro storico di Colonia conclusasi col ferimento di  pakistani e siriani,  più un  corteo del movimento xenofobo di estrema destra Pegida ( Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente), e  quella  delle donne che hanno inscenato flash mob di protesta.  Strano come gli artefici di vandalismi, violenze gratuite e misoginia si siano prontamente  elevati a paladini dei diritti delle donne,  tant’è che ciò ha alimentato una tesi complottista  che li vede come anonimi fomentatori delle violenze via Whatsapp.

Dalla  ricostruzione ora per ora dei fatti di Colonia, pubblicata sul Corriere della Sera, si è aperto uno scenario inquietante e  si è avuta conferma  che il tutto non era solo dovuto al temporaneo uso di alcool e stupefacenti, alle eccessive scariche di adrenalina che contagiano il branco. Intanto il sindaco di Colonia, Henriette Reker, ha infelicemente consigliato alle donne di tenersi a un braccio di distanza dagli immigrati in occasione delle manifestazioni di piazza, provocando così prevedibili e immediate  contestazioni. Si consideri che durante la campagna elettorale  l’ attuale sindaco fu  ferita in un’aggressione xenofoba per il suo impegno a favore dei richiedenti asilo e di una politica d’integrazione.Ciò fa intuire che i continui arrivi dei rifugiati in Germania, molto avversati dalla destra,  abbiano creato problemi di integrazione e di  convivenza con i tedeschi, una situazione sociale apparentemente tranquilla,  poi precipitata e resa visibile agli occhi del  mondo intero. 

In Egitto

Questi fatti di Colonia  però dovevano pur avere una spiegazione logica, non per altro per esorcizzare la comprensibile e generale paura.  Intanto in rete sono stati segnalati articoli sulle violenze contro le donne in Egitto, sulla pratica del ” cerchio dell’inferno”, consistente nell’accerchiamento e  nello stupro collettivo  delle donne che osano frequentare le piazze di notte o vestire come le occidentali. Ciò si è verificato soprattutto al Cairo, in Piazza Tahrir, durante la rivoluzione egiziana del 2011 ove le donne volevano festeggiare  e invece ebbero conferma che nulla sarebbe cambiato per loro nella società patriarcale esistente. Questi stupri sono stati spesso strumentalizzati politicamente,  prima messi in atto dai soldati dell’esercito di Morsi poi anche dai ribelli nei giorni della protesta contro il governo di Morsi, ormai deposto, quando  novantuno donne,  scese in piazza per manifestare, sono state aggredite e violentate da gruppi di uomini, forti  dell’impunità. In  rete sono reperibili  testimonianze e video impressionanti  di questa pratica, di cui rimase vittima anche la  giornalista francese Caroline Sinz.

Nelle piazze egiziane si attivarono volontari, i “Tahrir Body Guard”, riconoscibili dai giubbini fluorescenti e  pronti a intervenire e mettere in salvo le donne in difficoltà come risulta da questo video del Corriere che è una breve sintesi di quegli stupri collettivi. Spesso le nordafricane  non denunciavano, e non denunciano, le violenze subite sia perché non hanno séguito con condanna dei colpevoli, sia  perché sono ritenute gravemente disonorevoli e  implicano quindi l’impossibilità di sposarsi oltre a  una perenne discriminazione sociale. 

Ben presto trova conferma ciò che maggiormente si temeva. Un rapporto del Ministero di Giustizia della Renania Settentrionale- Vestfalia e l’Ufficio federale tedesco di polizia criminale hanno  definito “taharrush gamea” (termine arabo che indica la pratica di molestie- violenze  sessuali di gruppo che si svolgono in strada  e in mezzo alla folla), le molestie della notte di san Silvestro a  Colonia, come quelle  di Piazza Tahrir, perpetrate da uomini “quasi esclusivamente” di contesto migratorio “nordafricano e arabo”, di recente arrivo.  

Le reazioni della stampa.

Interessante notare  come  la stampa di destra abbia molto sottolineato la provenienza dei responsabili per contrastare la politica di accoglienza  a sostegno invece di quella   xenofoba. La stampa di sinistra ha rilevato invece l’inefficienza delle forze dell’ordine, la necessità di una più  efficace politica di integrazione, soprattutto culturale,  l’immediata  ed energica reazione della Merkel. È emersa  anche una tesi complottista per cui i messaggi di incitamento alle violenze sarebbero stati anonimamente inviati da estremisti di destra per fomentare l’odio razziale e religioso.

Questi sono più o meno i fatti che sinceramente, a dir poco, mi hanno molto disturbata . Quel che continua a stupirmi è la posizione delle donne, poco manifestata e sentita attraverso i media, e non a caso ho deciso di scriverne. Subito dopo i fatti, circa 300 donne hanno improvvisato flash mob di protesta nella piazza dei misfatti, altre hanno partecipato al corteo organizzato dal movimento  Pegida  di estrema destra. Mi chiedo se esista un movimento femminista in Germania, che fino a poco tempo fa nel mio immaginario appariva come la nazione dell’efficienza,  delle mille opportunità , del benessere socio culturale. Unica voce forte e chiara, sin dall’inizio, è stata quella di Angela Merkel che ha subito richiesto leggi più dure ed effettivamente applicate e ha annunciato la revoca del diritto di asilo ai profughi che risultino colpevoli.

Le opinioni  di alcune intellettuali italiane.

In Italia Dacia Maraini dichiara che siffatti reati sono stati compiuti da migranti di seconda e terza generazione, emarginati sociali che trovano soddisfazione nel provocare terrore;  invoca una revisione della politica di accoglienza, un rispetto fermo delle nostre leggi, delle libertà conquistate dalle donne, dei nostri valori e delle nostre abitudini. Un rispetto che deve essere reciproco e costruito sul piano culturale. 

Natalia Aspesi  fa un discorso generale sulla violenza di genere  “Quella notte, a Colonia, ma anche altrove, le donne si sono ritrovate completamente sole, tra maschi violenti, maschi indifferenti, maschi spaventati. Di nuovo dentro la loro storia secolare di isolamento, impotenza, sopraffazione, abbandono, pericolo, che ogni tanto sembra finita e invece non lo è mai: probabilmente ancora una volta usate per consentire a un branco di maschi di disprezzarle e rimetterle al loro posto di sottomissione e irrilevanza, e a un altro branco di maschi di ergersi, dopo i fatti e solo a parole, a indispensabili protettori, a eroici paladini della loro libertà, che per secoli hanno ostacolato e ostacolano tuttora; e a un altro branco ancora a servirsene come pedine di una sporca politica.”  

La scrittrice Lorella Zanardo  si è espressa duramente sulla tardiva reazione di condanna da parte delle femministe italiane, come se ci fosse qualche perplessità nel riconoscere le responsabilità degli immigrati, ha chiaramente detto che prima devono essere tutelati i  diritti delle donne e poi degli altri, e che è indecisa sulla sua partecipazione alla manifestazione a Colonia, annunciata  per il 4 febbraio, perché teme che possa ridursi a una semplice passerella.

L’antropologa  e sociologa Amalia Signorelli denuncia:  “ A Colonia una guerra tra maschilisti. Le violenze prima. La strumentalizzazione poi. Perché l’uomo occidentale difende le donne per sentirsi superiore ai musulmani.” In pratica la donna è sempre considerata terra di conquista dell’uomo che se ne serve  per affermare la propria supremazia e riconosce che oggi le donne quasi temono di esporsi nel manifestare dissenso, anche perchè “femminista” è intesa in un’accezione negativa, grazie anche alle più recenti generazioni che vivono di rendita delle battaglie intraprese da altre donne a partire dagli anni ’70.  

Manifestazioni sì o no?

Inizialmente  pareva che il 4 febbraio a Colonia, proprio in occasione del Carnevale che prevede un grande affluenza di persone, si sarebbe svolta una manifestazione. Si discuteva se  consentirne la libera partecipazione a donne provenienti dalle  varie parti d’Europa,  poi per motivi  di sicurezza solo  ad alcune intellettuali italiane e contemporaneamente le manifestazioni avrebbero dovuto svolgersi anche in altre piazze d’Europa ( auspicando magari  la presenza di  donne e uomini musulmani che condannano queste violenze) . Ammetto che di questa manifestazione non ho trovato più notizie. Intanto  la tradizionale sfilata dei carri carnevaleschi è stata sospesa a Rheinberg per timore  delle aggressioni sessuali e per l’impossibilità di attivare idonee misure di sicurezza, e  nella città tedesca di Bornheim, vicino Bonn, il Comune ha vietato l’ingresso nella  piscina pubblica a profughi maschi in seguito a segnalazione di molestie da parte delle ragazze che la frequentano.

 In Italia.

La violenza di genere esiste, in Italia come  in altri paesi europei . Un giornalista che chiedeva  a un giovane italiota nostro cosa pensasse delle molestie di Colonia si è sentito rispondere, con una superficialità che avrà disintegrato l’unico neurone dell’intervistato, che in una  situazione del genere ( di branco)  non si tirerebbe indietro dal partecipare alle molestie. Fatto grave che testimonia ancora una volta che manca una cultura di genere, e la consapevolezza che la violenza contro le donne  è trasversale a prescindere dall’estrazione socio culturale  e dalla nazionalità degli uomini.

dati-stupro-2014-grafico-torta-465x463Basti ricordare che  a fine dicembre 2014 il ministero di Giustizia minorile ha detto  di avere in carico ben 532 ragazzi condannati per stupro e 270 per stupro di gruppo. A questi si aggiungono alcune condanne per altri reati a sfondo sessuale (ad esempio abuso su minore e detenzione di materiale pornografico attraverso sfruttamento di minori in cui sono coinvolti maschi e femmine) per un totale di 973 ragazzi, di cui  235 sono stranieri e 738 italiani. Tra  le prime dieci provincie di  provenienza dei giovani delinquenti compaiono  città del sud, come Bari e Napoli, ma anche città del nord, come Bergamo e Trento, e le regioni più interessate sono la Puglia con 131 casi e l’Emilia Romagna con 129. Questi dati dimostrano come il fenomeno sia trasversalmente  diffuso a livello territoriale, come la violenza di genere si manifesti già in giovanissima età e come il silenzio sulla questione culturale impedisca il cambiamento. Se nel  1996 l’Italia ha riconosciuto lo stupro come reato contro la persona, e non più solo contro la morale, bisogna prendere atto che in questi  venti  anni le leggi non si sono rivelate  sufficienti, proprio perché  non supportate  da  un percorso  culturale ed educativo né da dure condanne.

Opinione personale

A mio avviso, manca una dichiarazione ufficiale  dell’Unione Europea a riguardo di  questi fatti, una forte  e univoca condanna in difesa dei  diritti delle donne. Ciò non significa  scatenare  uno scontro culturale, né avversare la politica di accoglienza e d’ integrazione, sulle quali dovranno interrogarsi e provvedere i singoli governi, ma riconoscere  la libertà  delle  donne, europee e non. Manca un discorso serio di legalità, forse per timore di aizzare la deriva destrorsa,  razzista e xenofoba che  serpeggia in tanti paesi europei. Invocare  il rispetto delle leggi e delle persone  dei paesi che accolgono, spesso impegnati nel rispetto delle tradizioni e  delle culture diverse e in un processo di integrazione, e chiedere l’immediata espulsione di chi delinque non significa essere xenofobi, bensì difendere diritti che sono stati così sfacciatamente violati.

Proprio  il  primo giorno del  2016 abbiamo avuto conferma che anche in Europa la violenza di genere può essere una strategia politica, come gli  stupri di massa che ci sono e ci sono stati in ogni guerra e a ogni latitudine.  Trovo  avvilente  dovere ricordare che i  diritti e le libertà delle donne sono valori indiscutibili e non negoziabili, che vanno garantiti e tutelati sempre e comunque,  perché soprattutto la molestia e la violenza sessuale  sono mortificanti e odiose e non possono assolutamente essere tollerate  da paesi che si dichiarano civili.

Nella resistenza alla tensione e alla pressione la cicatrice è più forte della pelle.

82a2556cb9_5710110_lrgPer la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne di quest’anno vi racconto una storia come tante altre, solo che è più recente e conosciuta direttamente. È la storia della mamma di S., di una donna di circa 30 anni. Un giorno venne a prendere la figlia di sette anni, mezz’ora  prima della fine delle lezioni. Aveva  fretta di andare via e stringeva una borsa della spesa. Passò poi a prendere il figlio più piccolo alla  scuola materna. Il giorno dopo arrivò a scuola il marito furibondo a chiedere notizie, ci disse che la moglie non era tornata a casa, forse era scappata con i due bambini. In verità in quella borsa della spesa c’erano pochi indumenti, i documenti,  quattro spiccioli e tanta disperazione. Quella donna è stata accolta in una struttura protetta, ne ha cambiate diverse, sempre in fuga da un uomo che ha setacciato la città “promettendo” a tutti che l’avrebbe trovata. Io e la collega  lo fronteggiammo  con un sorriso di circostanza e aggirammo le sue insistenti domande con risposte banalmente vuote.  Quell’uomo mi sembrava  poco  equilibrato e  infuriato, come un vulcano pronto a esplodere, in effetti a stento controllava la sua rabbia, in fondo aveva paura e cercava di crearsi alibi ripetendo, più a sé che a noi, che  “la moglie non aveva saputo tenerselo”.  Queste sono le mie impressioni perché  di fatto era un ceffo con precedenti penali, morboso con la figlia e violento con la moglie. Tutti sapevano nel suo condominio di otto piani, ma nessuno firmò mai la denuncia o accettò di testimoniare a favore della donna,  anche quando i vicini di casa la soccorsero e chiamarono l’ambulanza perché ferita alla testa da un’ascia. Sì un’ascia, che di certo a lui non serviva per andare nei boschi. Solo allora lei sporse denuncia ma poi la ritirò perché ” io avrei sopportato ancora, lui è così, poi si pente, ma quando ha iniziato con i figli non ce l’ho più fatta”. Da qualche anno quell’uomo è in galera, nemmeno i suoi familiari possono più avvicinare quei bambini. Unico contatto con la donna è stato concesso a due persone, che hanno testimoniato e che hanno fatto da tramite per farle avere vestiti, libri e giochi per i bambini, solidarietà e qualche soldo.  Lei non aveva  parenti, né un lavoro, né amiche, solo i figli. Si è fidata di una donna ed è stata aiutata da tante altre donne, che ancora le sono vicine, anche a distanza. Oggi penso soprattutto a lei. 

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2015

 

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Cos’è la guerra?

dragoA volte mi spavento un po’ di me stessa. Ieri, pensando a un thread in un social network  sulle nostre paure infantili, ho iniziato a scrivere un post ricordando ciò che successe in una  mia classe quattro anni fa. Durante una conversazione, un bambino di sei anni mi chiese: “Maestra, cos’è la guerra?” Gli altri bambini iniziarono a ridere e a mimare sparatorie . Ebbi l’intuizione di tacere, perché in un primo momento pensai che scherzasse ma quando insistette, rivolto verso i compagni: “Embè, che ci avete da riiide? Cos’è la guerra?”,  mi ha completamente spiazzata. Dovevo trovare le parole giuste per un bambino di sei anni, ma non volevo sporcarlo con una spiegazione del reale. Mentre i compagni provavano a rispondergli , ho cercato di ricordarmi cos’era per me la guerra quando ero piccola. In pochi flash di memoria ho visto draghi e cavalieri, streghe, magie, diavoli (grazie a quel catechismo terrorizzante di cui ci infarcivano), indiani e cowboy. La guerra dei buoni e dei cattivi, a volte necessaria, per il lieto fine della storia. Una guerra interpretata da eroi e antieroi, spesso tra incantesimi e magie.

casa

Poi c’era un’altra guerra, quella narrata dai nonni, dagli zii e dai miei genitori: la guerra dei bombardamenti, della fame, dei parenti sfollati che arrivarono via mare da Napoli a casa dei nonni , dei soldati inglesi che occuparono l’appartamento dei nonni, della catasta di cappotti  da rammendare nell’atrio del portone , della nonna e della zia che vigilavano sulle figlie alle quali i soldati regalavano sguardi e sorrisi, carne in scatola e cioccolato. Fatti che mi incuriosivano, mentre mi rattristavano quelli di papà sulla fame e sul nonno che finì in un campo di prigionia in Egitto. Ieri volevo chiedervi se ricordate più o meno a che età, da bambini e da ragazzi, avete capito cos’è la guerra. Per  quel mio alunno,  che aspettava  una mia risposta, ho trovato parole banali, che non turbano, perché essa evoca solo parole nere: morte, distruzione, dolore, fame, perdita della casa, dei cari, delle fiabe e dell’ingenuità. “La guerra riguarda i grandi, che a volte non si capiscono o vogliono per forza qualcosa e diventano prepotenti e bisticciano”  “con i fucili e le mitragliatrici…” aggiunse il combattente di classe. In verità a quel bambino non volevo rispondere e mi sono poi chiesta che risposta si danno quei bambini che davvero vivono la guerra.

Ora sto pensando a cosa dire ai miei alunni di sette  anni se lunedì faranno domande sulla strage di Parigi.

 

17 febbraio 2015- Giornata Nazionale del Gatto

Non poteva mancare su questo blog un post per gli amici felini, che ricordo ogni anno in occasione della Giornata Nazionale del Gatto. Quest’anno vi presento i due piccoli di casa, che ci hanno regalato un po’ di spensieratezza in questi mesi  in cui ho accompagnato all’inevitabile traguardo mio padre.

 

Kiki 1

 In una piovosa sera di ottobre  mi portarono a casa un trovatello, Kiki 1°; bello bello bello e tanto affettuoso. Era  il mio  “lemurino  procionello” con  due  zaffiri  negli occhi splendenti, che però  è zompato troppo presto nel mondo verde azzurro dei gatti.

Kiki 1 procione

 

 

 

 

 

Per lui ho pianto così tanto che mio marito, forse per non sentirmi più, pensò bene di consolarmi regalandomi Kiki 2° che  ci ha subito distratti da altri pensieri con la sua vivacità, mostrandosi  giocherellone, selettivo  e coccolone.

Kiki 2 piccolo

 Kiki primo piano piccolo

 

 

 

 

 

 

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Dopo qualche settimana gli ho cercato un fratellino adottivo perché sono dell’opinione che due gatti sono meglio di uno, sicuramente per loro che trovano un compagno di scorribande , per noi umani invece la coppia si rivela ben presto  una piccola associazione a delinquere. In un piovoso  sabato io e consorte siamo andati invano al canile in cerca di un gattino , più o meno della stessa età di Kiki. Dopo qualche giorno la responsabile mi ha telefonato dicendomi che le avevano portato una gatta e un micetto rosso da una colonia felina dell’entroterra. Le chiesi di tenermelo che sarei andata a prenderlo il giorno dopo. Non c’era nemmeno bisogno di vederlo, sentivo che era arrivato il mio Russulillogatto. Rosso come l’ avevo sempre desiderato, perché  di solito i gatti rossi sono un po’ speciali e anche simpaticamente  pestiferi. L’indomani , sotto una pioggia torrenziale che aveva allagato la strada per il canile e interrotto la viabilità, dopo un lungo giro tra pozzanghere , vigili e pompieri, io e consorte siamo sbarcati al canile e abbiamo adottato il “Russillo”, prontamente e ufficialmente  battezzato al cospetto del veterinario con il nome “ Russò”, che fa molto Jean Jacques, ma in effetti sta per RussulilloRussò piccolo (piccolo rosso in napoletanish). Arrivati a casa, Russò è saltato dalle mie braccia per andare incontro a Skip vero e gli ha fatto subito le fusa, cosa da non credere dato che invece a Kiki bastava intravedere il cane  da lontano per diventare più gonfio e irto di un pesce palla.

 

 Per due settimane le piccole belve in miniatura sono state separate, anche per timore di qualche malattia che colpisce i gattini,  finché è finalmente arrivato il fatidico giorno del primo incontro. Mi ero illusa che avrebbero subito familiarizzato e invece Kiki si trasformava ancora in una palla di pelo, mentre il piccolo rosso era sempre più  incuriosito e desideroso di andare incontro a quell’essereKiki principino alfa indemoniato e minacciosamente gnaolante. Se avevo temuto una difficile e lenta familiarizzazione con il cane, invece adesso dovevo preoccuparmi  della gelosia possessiva di Kiki, il principino Alfa. Fatto sta che soffia  e graffia oggi, soffia domani, dopo circa una settimana Kiki si è degnato di osservare Russulillo e sul morbido lettone di casa i due felini hanno iniziato a  conoscersi lottando.  La panterina siamese, un po’ più grande, mordeva il gattino rosso che da subito si è rivelato una lince, capace di difendersi tenacemente  cercando di mordere l’avversario sulle zampe posteriori fino a Russò piccola lincemiagolare esausto la resa. Dopo un paio di giorni di baruffe, sempre più giocose, Kiki è diventato pian piano protettivo con Russò:  oggi  gli miagola come una mamma gatta, lo cerca, lo coccola, gli cede il piatto e l’altro da buon Ruspallegro, di soprannome e di fatto, ne ha subito approfittato, diventando un prode e provocatorio combattente, anzi un  piccolo gatto guappo che avanza impettito nella sua fiera “minuscolità”,  ancheggiando  e muovendo la lunga e  pelosissima coda  di scoiattolo.

Kiki e Russò

Che dirvi se non che da quattro mesi  animano  questa casa con fusa ,corse, rincorse e  capitomboli  che fanno perdonare la semi distruzione dell’albero di Natale, i mattutini risvegli domenicali, i tentativi di  intrusioni nella lavastoviglie, nelle borse della spesa, in una qualsiasi cosa che abbia un minimo di capienza ( scarpe comprese),  l’invadenza studiata ad hoc per  impedire  a me e  consorte di leggere a letto, dopo avere preparato un morbido giaciglio zompettando  con nonchalance sul  nostro petto.

Kiki dormiente

Auguri a tutti i gatti, gattoni, gattini, amabili gattacci !

Kiki dormiente 1Russò al pc

Kiki primo piano

Russò 

Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo

Dell’autismo ne ho parlato inAutismo : vivere dietro uno specchio dove ho riportato  lo scritto “Sono affetto da autismo, ecco che cosa che mi piacerebbe dirti”  di Angel Rivière, professore di psicologia evolutiva presso l’Università Autonoma di  Madrid, scomparso nel 2000 dopo aver dedicato tutta la sua vita professionale all’autismo.

Oggi come ieri penso  a un bambino di straordinaria intelligenza, che mi insegna a mettermi in gioco, a procedere a volte per intuizione e tentativi, a trovare nuove strategie, a captare il suo mondo e il suo modo di pensare e di sentire. Da grande vorrà fare il riciclaggio (dei rifiuti :) ), il bibliotecario, l’autista dei pullman (per le gite) e dei camion, il pizzettaro. Risposte che mi fanno apprezzare il mio lavoro.

Vi ripropongo Mon petit frère de la lune (Il mio fratellino dalla luna) di Frédéric Philibert , un video molto poetico come le parole dei bambini, semplici, essenziali, dolci e chiare.

“Dobbiamo essere pazienti per riuscire a catturare la luna con un filo d’oro e avvicinarla al nostro vecchio pianeta”