Archive for the 'curiosità' Category
Il regno della teletta in “Fascino muliebre” di Matilde Serao
Mentre ero a spasso per il mercato domenicale di Porta Portese, su una bancarella di stampe, manifesti pubblicitari e giornali ho scorto la scritta “ Matilde Serao” su un libretto nascosto tra vecchie etichette e cartoline. Il nome della scrittrice è già di per sé garanzia di uno stile ridondante in cui le descrizioni si snodano dall’esterno per intrecciarsi nella mente del lettore , inconfondibile per le sfumature lessicali e – cosa straordinaria delle grandi penne- per le riflessioni sempre attuali, forse perché attingono dall’animo umano e da un’intelligenza vivace. Il titolo del libricino è “Fascino Muliebre” e sinceramente credevo riservasse argute frecciate alle dame dei salotti che amavano spettegolare sull’anticonformismo della scrittrice. L’ho letto d’un fiato e ho scoperto che i vari capitoli esplorano l’universo della bellezza femminile attraverso immagini storiche e mitologiche, osannano l’acqua , l’idroterapia e i rituali del regno della teletta, suprema arte feminea, svelano consigli e segreti per esibire belle mani, bei piedi nel capitolo intitolato “La bellezza di Cenerentola”, una splendida capigliatura in “ La chioma di Berenice”, il profumo di belle labbra. Da riferimenti storico letterari di partenza la Serao arriva a reclamizzare – qui la sorpresa- prodotti chimico-farmaceutico- igienici della società A Bertelli di Milano , e in particolare modo della linea di profumeria igienica Venus (acqua, estratti, brillantina, lozioni, olio, profumi, saponi, pomate) elencati in un prezzario nelle ultime pagine.
Peccato che sul libretto non sia indicato l’anno di stampa . Presumo che fosse annesso a qualche altra pubblicazione, forse di un giornale dell’epoca?
Eccone uno stralcio tratto dal capitolo “Nel regno della teletta”
“La parola toilette- dicono i ricercatori delle origini delle parole- trasse la sua fortuna da un movente assai esiguo, come accade di quasi tutte le cose destinate ad una grande popolarità. Essa viene da toile, tela, giacchè al principio del diciassettesimo secolo, le signore solevano portare in viaggio, in un sacchetto di tela, esternamente assai lavorato e leggiadramente adorno, gli oggetti per l’abbellimento del volto e dei capelli; il sacchetto era fatto per modo che, aprendolo, si distendeva come una tovaglietta, una piccola tela, una toilette, sovra un tavolino da lavoro, che si collocava avanti alla specchiera, e lì la signora, la sua camerista, la sua pettinatrice o l’azzimato parrucchiere dalla mano lieve comme des pattes de papillons, compivano quella mirabile opera di architettura, di polverizzazione, d’incipriamento, di miniatura, di ritocco e di dipintura minuziosa che assurse poi agli onori della massima illustrazione, un secolo dopo, sotto lo scettro di Madame de Pompadour, di Maria Antonietta e della principessa di Metternich.
Alcuni filologi hanno invocato anche l’origine dalla parola provenzale e italiana tavoletta, taoletta ,e quindi anche tailetta, toilette, teletta.
Che cosa diventò, poi, la teletta! Ve ne erano, per le dame francesi, due, e non più di tela, ma fisse avanti all’enorme specchio,che le
avviluppava tutte nella sua ampiezza indiscreta: una era per la preparazione intima, la teletta privata, raccolta, discreta, l’altra, vero poema di merletti e di rabeschi, era per l’adornamento sontuoso, che la dama si faceva completare in presenza dei cortigiani e dei corteggiatori, in un salone dorato e rabescato. Questo era il salotto- boudoir- dalla tradizionale spinetta che accompagnava il passo molle e carezzoso del minuetto; ivi si compiva l’incipriamento, la postura dei nèi finti, si dava l’ultimo tocco di minio, si appuntava l’aigrette, fra le lodi sussurrate e le ciance dolci e banali. Oh, cari, spirituali, frivoli e pur affascinanti boudoirs, ritratti dal pennello di Watteau, ove aleggiava la poesia sottile come la cipria e colorita come una tortuosa pavana! Ancora, ancora da quelle figure di donne per le quali il supremo studio della vita era l’arte di piacere, di ammaliare, l’arte d’ingentilire in un’onda d’incanti la loro bellezza, ancora come da esseri viventi e gorgheggianti si sprigiona un caldo sapore di vita, un’onda di armonie che raramente possono ritrovarsi ai giorni nostri!
Che cosa vi era, allora, su la teletta tutta avorii, ori e argenti della signora elegante, dove i più celebri miniaturisti, orafi, argentieri, incisori e scultori annidavano le carezze della loro arte delicata, tutta leggiadrie e profumi? Chiedetelo a gli scrittori che ricostruirono quel mondo così gaio e così interessante: ai Goncourt, che ne penetrarono l’anima; a Théophile Gautier, che ne dipinse con pennellate nobilissime la merlettata esteriorità. Erano arsenali di ninnoli, di fiale, di cofanetti, di boccette, di ordegni, di ampolle, il contenuto dei quali era una immensa varietà sortita di fantasie sempre fertili, sempre tormentate dall’idea fissa dell’originalità.
Oggi, la moda, il gusto diverso, i ritrovati nuovi hanno semplificato ogni cosa; ma il piccolo arsenale della teletta di una signora elegante, che segua le norme dell’igiene con la stessa scrupolosità con cui cura la sua bellezza, non è meno interessante. Il tipo è unico, e la donna d’altronde è conservatrice per eccellenza, anche quando sembra subire qualche evoluzione…”
Seguono citazioni di prodotti Venus , acqua da teletta, vellutina, brillantina, glicerina, lozione, crema cosmetici antisettici ricciolina, essenze profumate al gelsomino, mughetto, violetta rosata, rosa thea, ylang-ylang … Usi, costumi e atmosfera di altri tempi, ma il piccolo arsenale, fisso e mobile, della teletta esiste ancora, a ogni età e non solo per le donne. Una ragione in più per difendere a spada tratta dalle critiche e dai tentativi di espropriazione o di sfratto le creme e le cremine idratanti, emollienti, struccanti,nutrienti, rigeneranti, antirughe, antistress, rassodanti, snellenti ecc…ben schierate nei mobiletti e sulle mensole del bagno.
4 comments
Girovagando a Porta Portese
Chi non ha ma sentito parlare del mercato romano di Porta Portese? Se non altro ricorderà il ritornello dell’omonima canzone di Claudio Baglioni. Il mercato di porta Portese si snoda per circa due chilometri fuori dalla porta Portuensis, lungo via Portuense
e dintorni, parallelamente a viale Trastevere. Nato nel secondo dopoguerra, quando per necessità si vendeva qualsiasi cosa pur di racimolare soldi, oggi è una meta fissa per venditori ed acquirenti, curiosi e collezionisti, romani e vacanzieri.
Ogni domenica venditori ambulanti, italiani e non, espongono roba nuova ed usata su centinaia di bancarelle: capi di abbigliamento, dall’intimo alle pellicce, scarpe e borse, lenzuola e d asciugamani ricamati di antichi corredi, passamaneria e merletti, mobili e soprammobili, stampe e cornici, lampadari e quadri, prodotti di artigianato locale ed estero, libri e dischi, cartoline e francobolli, monete e medaglie, trenini ed automobiline, orologi, macchine fotografiche e da scrivere… cose che affollano tanti mercatini dell’antiquariato e che ricordo nelle case della mia infanzia.
Al mercato di Porta Portese ho scoperto “L’antica Cartoleria”, una bancarella piena di tanti piccoli articoli di cancelleria, alcuni quasi introvabili, come le matite rosse e blu che la maestra usava per correggere i compiti, segnando di rosso gli errori lievi e di blu quelli gravi (almeno così mi ricordo J ), oppure i pennini usati dai miei genitori, che mi raccontavano le loro acrobazie per non fare sbavare l’inchiostro.
Non oso immaginare cosa avrei combinato con un pennino, visto che con una semplice bic riuscivo a produrre pasticci grafici che invogliavano gli zero a scappare (e ad insediarsi stabilmente) sui miei quaderni.
Tra squadre di legno, acquerelli, modellini e anche cartoline osè degli anni 20 ho scovato un album di bamboline. Ricordo che mi piacevano tanto le bamboline con i vestiti di carta da ritagliare, leggermente vellutati e coloratissimi, adatti per ogni occasione e corredati di borse, fiocchi e cappelli. Peccato che si rovinassero a furia di piegare le linguette di carta. Più tardi ebbi in regalo una “vera” bambola, di nome Bettina , che nel suo guardaroba vantava qualche vestito di stoffa, cucito dalla nonna, e fazzoletti a fiorellini che scovavo nei cassetti e avvolgevo sulla bambola a mo’ di pareo o sari indiano. Bambole con le fattezze di bambina, non di un’adulta in miniatura, che ben presto abbandonai in una cassapanca per giocare con le costruzioni e con i gatti, non di peluche però.
Di tanto in tanto pubblicherò qualche angolo di Porta Portese.
E a voi piace frequentare i cosiddetti mercati delle pulci?
10 comments
Un ariete così così ad agosto
Oggi mi sono concessa uno zapping tra gli oroscopi del mese, in verità ne ho spulciati un paio per curiosità ( in virgilio.it e oroscopi.com) e via, sono partiti a raffica i miei commenti.
“Grande energia è il dono degli astri per questo mese (Ovomaltina docet). Non solo il Sole ti supporta ( bontà sua, pardon avevo letto “ti sopporta…” ), ma anche Mercurio ti rende amabile, simpatico ( chissà che mi racconta ).
Dal ventinove luglio all’otto agosto il pianeta della comunicazione cammina in Vergine ( ehhh?): nello sport sei vincente ( lo dirò alla mia dolente spalla sinistra). Il nove agosto l’astro alato retrocede in Leone ( sciò sciò): brio, efficacia, lungimiranza, simpatia, sono le doti che illumina Mercurio ( papabile ‘sto Mercurio).
I rapporti interpersonali sono minacciati dal transito di Venere in quarta casa ( e io la sfratto). In famiglia scoppia una polemica ( allarme rosso!), col partner il litigio è dietro l’angolo ( ma poi facciamo pace, dai). Non darti per vinto ( giammai!): dal ventinove luglio Madama Fortuna ( quanto mi sta simpatica questa signora) entra in trigono ( in trigoche?). Col compagno torna a splendere la serenità ( te l’avevo detto), i single fanno grandi conquiste ( buon per loro). Puoi progettare un futuro importante con la tua dolce metà ( sisssissì).
Fino al tre agosto, Marte sprigiona la tua simpatia, esalta il tuo erotismo ( eroismo semmai
): dal quattro, invece, la situazione si complica perché il pianeta rosso entra in quadratura ( con l’allarme rosso?). Emergono nervosismi tra le mura domestiche (nata vota = un’altra volta), problemi relativi all’abitazione affittata per le vacanze ( non è per me, meno male) .
Giove ( pure lui ci si mette), dal canto suo, ti rassicura, rendendoti accattivante ( e cattiva, se è il Giove che penso io), piacevole.
Con Saturno nemico ( altolà), poni più attenzione ai rapporti con i parenti di una certa età ( jamm’ bell sii preciso: età del primo, secondo, terzo giro di boa? Qui siamo abbastanza stagionati): possono emergere complicazioni ( ma una cosa più tranquilla no, vero?) .
Urano ( questo mi mette soggezione) ti rende dinamico, pimpante ( alla faccia della mia spalla sinistra). Dal sei agosto, Nettuno in Acquario ( finalmente un po’ di fresco) ti aiuta ad ampliare le conoscenze ( gastronomiche sicuramente) : le vacanze sono al bacio ( ussignùr… ma lo sanno pure gli astri? E la nocciola ve la siete dimenticata?). Ferragosto al massimo: parola delle stelle ( e se vi siete sbagliate che facciamo?) “
Questo sembra proprio per me.
“ Cerchi una svolta professionale? ( uhm…nì). Ad agosto ricevi una chiamata che inaugura un periodo importante (assegnaziò, assegnaziò… paraponziponzipò). Arriva un momento di rinascita (evvai): il nuovo impiego ti regala molte soddisfazioni ( non mi dici una bugia , vero?)
Dal ventidue, con Venere in sesta casa ( ma come fa a pulire tutte queste case?) la routine procede al meglio. Il portafoglio si ingrossa ( sì, di scontrini), ma occhio allo stress (eggià)
Venere, in aspetto sontuoso, vi rende speciali e calorosi (si dice caldanosi). Nel mese del solleone, la vostra forza si sprigionerà con tutto l’entusiasmo e l’energia di cui siete capaci, rendendovi irresistibili ( quante lusinghe… passiamo oltre ) .
Sarete in forma, grazie a Venere ( la dea delle case), ma con un cielo che invita al tempo stesso a non essere esosi ( aspetta che rileggo la frase). Potreste infatti somatizzare qualche tensione sull’apparato digerente ( storia vecchia), o essere soggetti a strappi ( turna, la spalla ), qualora doveste chiedere troppo al vostro corpo (Io? È lui che è un insubordinato!).
Ritagliatevi pause rilassanti ( sì), magari immagazzinando le energie solari in riva al mare ( finalmente concordo).“
Beh, tutto sommato non è male. Quasi quasi ci credo. Poi vi racconto…
E voi leggete l’oroscopo?
Articolo correlato:
Di che pasta siete?
… fra questo ceto c’è il maccheroncino,
Riccio di foretana e tagliarello
Cannarone di prete e fidelino
Cappelluccio, spaghetto e vermicello;
Lingua di passero e paternostrino
Di prete orecchio e scorza di nocello,
Lagana, tagliolino e stivaletto
Lasagna grossa e piccola, e anelletto:
Poscia le punte d’aghi, le stelline,
Che van più di mille in un boccone,
E le grate a mangiar rose marine
Li ditali e semenze di mellone,
Li tacchi e di scarola le semine,
Lo gnocchetto e di zita il maccherone
Acinetti di pepe e laganelle,
Seme di peparoli e tagliarelle.
Ma però, come diss’io, il primo vanto
Porta fra tutti quanti il maccherone.
(Antonio Viviani, “ Li maccheroni di Napoli”- 1824)
Ebbene sì, lo confesso: dopo aver letto questi versi, in piena notte fortissimamente resistetti alla tentazione di preparare un piatto di pasta… mi sarei accontentata anche di un po’ di pastina, sciuè sciuè.
Quante curiosità sulla storia della pasta !
I pastai producevano un nuovo formato di pasta in onore di re, regine, nobili e personaggi illustri che andavano a Gragnano per visitare i pastifici.
Nel luglio del 1845 re Ferdinando II con moglie, figli e corte al seguito, scortati da ben 40 cavalieri, visitò gli opifici di paste lunghe e gradì molto i maccheroni, così dispose che durante il suo soggiorno nel Real sito di Quisisana (presso Castellammare di Stabia) i pastai di Gragnano gli fornissero la pasta, che per l’occasione fu detta “ i maccheroni del Re”
Nel 1885 il re Umberto I di Savoia e la Regina Margherita inaugurarono una linea ferroviaria che avrebbe agevolato l’esportazione della pasta collegando Gragnano con Castellammare di Stabia, quindi con Napoli e Caserta. Per l’occasione i pastai di Gragnano crearono le margherite ( pasta minuta) e le tagliatelle smerlate di diversa larghezza dette mafalde e mafaldine .
I vari formati di pasta hanno nomi di curiosa derivazione che rispecchiano l’inesauribile fantasia dei pastai .
Orecchiette, linguine, gomiti, occhi, capellini, ricci richiamano il corpo umano.
Oggetti di uso comune hanno dato origine a ruote e rotelline, anelli, crocette, quadretti, puntine, penne (lisce e rigate), spaghetti e candele, mentre il coltello è indirettamente ricordato nei maltagliati, tagliatelle e tagliolini. L’abbigliamento ha ispirato il nome di fettucce, trenette, maniche e mezze maniche ( mancano gli scamiciati), nocchette, creste, stivaletti, perline, fiocchi, pennacchi, fibbie, guanti e cappelletti.
Dal cilindro o dall’idraulica sono derivati i tubetti, i tubettoni e i cannelloni, dalla forma attorcigliata le eliche, i fusilli, gli stortini,i tortiglioni. I solchi esterni hanno dato il nome alla famiglia di rigatoni, rigatoncelli e millerighe.
Fatti storici sono ricordati in tripoline, assabesi, bengasini, mentre la famiglia Savoia fu onorata con le succitate mafalde, mafaldine e margherite.
Paternostri e avemarie furono prodotti per i devoti in quanto il loro tempo di cottura bastava giusto giusto per recitare una preghiera. I fidelini non s’ispirarono alla fede, bensì al verbo arabo fâd che significa crescere.
Flora e fauna si sono riversate in tanti formati di pasta. Basti pensare alle lumache, farfalle, galletti, conchiglie, corallini, calamarata, occhi di lupo, di elefante e di pernice ( da non confondere coi calli), acini di pepe, semi di melone e di mela, risi e risoni, gramigna, sedani.
Della lasagna , dei vermicelli e degli ziti o maccheroni della zita, cioè della sposa, ne avevo parlato qui. Mi fa sorridere l’etimologia dei paccheri, che sono maccheroni giganti. In napoletano i paccheri indicano i sonanti schiaffoni a mano aperta ( pare che il nome derivi dal greco “ pan” e “keir” , cioè tutto e mano) . Per alcuni il rumore prodotto da un solenne ceffone richiama quello dei paccheri gustosamente “schiaffeggiati” dalla salsa quando sono rimescolati nella zuppiera, per altri i paccheri , ben conditi e magari pure farciti di ricotta, stordiscono i sensi.
Dopo questa indigestione di pasta lunga, corta e minuta, vorreste aggiungere qualche altro formato di pasta? E quale preferite?
Sulla storia della pasta
La pasta ha origini remote e si può fare risalire a quando l’uomo riuscì a mantenere compatto nell’acqua bollente l’impasto di acqua e farina; inizialmente la pasta, strappata in piccoli pezzi, veniva aggiunta a minestre di legumi e verdure, poi iniziò ad essere modellata con le dita. Nel I sec a. C. si cuocevano in acqua o in olio i lagana, strisce di schiacciata di farina , citate da Cicerone e Orazio, da cui discendono le lasagne.
Di antica origine sono anche i vermicelli e gli ziti . I primi, fatti a mano, erano corti, storti e simili a vermiciattoli , invece gli ziti , detti anche zite o maccheroni della zita ( cioè della sposa) erano preparati per il pranzo nuziale. Controversa è l’origine dei maccheroni, derivante dal genovese macaròn o dal siciliano maccaruni. In verità maccheroni e vermicelli erano prodotti in Liguria, Sardegna e poi in Campania, ma si ritiene che fino al XV secolo fossero una produzione siciliana acquisita tramite gli arabi che fecero conoscere la pasta secca ai popoli coi quali commerciavano. Ben presto la pasta fu apprezzata come alimento non deteriorabile e facilmente trasportabile. Sin dal Medioevo la pasta era un piatto riservato ai ricchi ma, viaggiando da Nord a Sud e viceversa, si esportavano anche cibi e ricette così i maccheroni trionfarono a Napoli come piatto tipico, gradito quotidianamente dai lazzari, borghesi e nobili . All’inizio del Cinquecento maccheroni e vermicelli erano largamente diffusi nel napoletano per cui si resero necessari interventi legislativi per regolamentarne la produzione e la vendita e per riconoscere le categorie dei vermicellari, poi dei maccheronari. Nel Seicento i napoletani attuarono una vera e propria rivoluzione gastronomica e da mangiafoglie (mangiatori di minestre di verdure) divennero mangiamaccheroni. La pasta, importata dalla Sicilia e dalla Sardegna che coltivavano grano duro, nella prima metà del Seicento fu prodotta a Napoli e dintorni (Gragnano, Torre Annunziata e località costiere le cui condizioni climatiche ne favorivano l’essiccazione) . Nella Valle dei Mulini , presso Gragnano, sorgevano 30 mulini ove si macinava il grano e si produceva la semola. Poichè i mulini erano distanti dalle abitazioni, le donne di casa preparavano i maccheroni e tutti insieme, padroni e lavoranti, li consumavano a pranzo . Ben presto una clientela sempre più allargata iniziò a recarsi ai mulini per comprare i maccheroni . Dalla macinazione del grano si passò quindi ad una produzione artigianale e poi industriale della pasta. Dal primo pastificio , fondato da Montella e Garofalo nel 1789, Gragnano arrivò ad averne un centinaio nell’Ottocento, grazie anche al re Francesco I che promosse lo sviluppo dell’industria pastaria con sistemi che rendevano più organizzata ed igienicamente sicura la produzione della pasta.
Il popolo prediligeva i maccheroni “vierdi vierdi”, cioè duri come i frutti acerbi , a differenza dei nobili che li lasciavano cuocere anche per un paio di ore per consumarli scotti, fino a quando in “Cucina teorica-pratica” del 1837 il nobile gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti Duca di Buonvicino ufficialmente sancì la regola della cottura al dente. Se i ricchi potevano permettersi di condire la pasta con burro, zucchero, cannella e spezie, il popolo mangiava i maccheroni in bianco, poco sgocciolati, con un po’ di pepe, a volte formaggio (pecorino o caciocavallo), oppure un filo d’olio d’oliva o strutto. Solo nel Seicento nel Regno di Napoli si iniziò ad usare il pomodoro come condimento per la pasta , superando pregiudizi radicati in molti paesi fino al Settecento perché si riteneva che lo sgargiante pomodoro fosse velenoso ed utilizzabile solo per decorazioni o preparati medicinali. Nell’Ottocento il sugo al pomodoro fu finalmente apprezzato come condimento ideale per la pasta, insaporito anche con olio, cipolla, aglio,basilico, peperoncino.
Re Ferdinando IV, (poi I), amava la pasta e molto poco la formalità tant’è che soprannominò “lasagnone” il figlio Francesco. Alla sua corte si consumavano di frequente ravioli, vermicelli al burro , tagliolini e maccheroni con salsicce o pomodoro e ad ogni pranzo di gala non mancava l’ ipercalorico timballo di maccheroni, che tutt’oggi vale per primo, secondo e contorno.
Il re sposò la plebea consuetudine di mangiare i maccheroni portandoli alla bocca con le mani e rivolgendo gli occhi al cielo perché “ ‘O maccarone se magna guardanno ‘ncielo!” . In verità questo gesto era quasi un invito a ringraziare Dio per la bontà concessa, sebbene suscitasse lo sdegno della raffinata sua consorte, la regina Maria Carolina. Ben presto questa pratica da unti e bisunti si trasformò in un’attrazione turistica (della serie: vedi un po’ ch’a s’adda fa’ pe’ campà) e i “maccaroni eaters” ( mangia maccheroni) guadagnarono con la loro fame cronica una fama internazionale. Comunque sia, grazie ad attori napoletani, maccheroni e vermicelli sbarcarono in Francia con la maschera popolare dell’affamato Pulcinella, esperto “abbrancatore” di pasta.
La pasta però si diffuse all’estero anche per merito di grandi cuochi come Francesco Leonardi che, dopo avere servito re e nobili del Bel Paese e non solo, con le sue ricette conquistò la corte di Caterina II Imperatrice di tutte le Russie.
“I maccheroni sono un’acuta invenzione della miseria. Essi costituivano la più semplice, la più razionale, la più essenziale utilizzazione del grano. Si mangiavano verdi e sciularielli.
Se ne prendeva un ciuffo con tre dita e si facevano cadere in bocca: la bocca li assorbiva, li succhiava, quasi senza colpo di dente ( ecco perché in napoletano si dice sciularielli )…
Il maccaronaro era lo snack -bar dei lazzari…
Lo stato di animo di Pulcinella, il suo permanente stato di animo, è la fame; il suo sogno costante, e mai del tutto appagato, i maccheroni; i maccheroni che erano già nel sei, nel sette e nell’ottocento il piatto unico, la pietanza nazionale dei napoletani…
I maccheroni sono la spina dorsale della gastronomia della libertà. I maccheroni chiedono una salsa o un complemento”
(Alberto Consiglio, “Sentimento del gusto ovvero della cucina napoletana”)
La pasta al pomodoro ormai è un piatto conosciuto in tutto il mondo. Oggi la fantasia culinaria di piatti a base di pasta si sbizzarrisce in sempre nuovi abbinamenti con salse ed alimenti di origine animale o vegetale che sono una nutriente ed energetica tentazione gastronomica, ma anche una conquista dell’estro creativo che amalgama sapori, colori, odori e buon gusto senza porre limiti alla storia della pasta.
Notizie tratte da “Maccheronea” di Lejla Mancusi Sorrentino- Grimaldi & C. Editori ( un libro da divorare!), immagine dal web.
49a Battaglia di Fiori sui 150 anni dell’ Unità d’ Italia
Ieri si è conclusa a Ventimiglia la 49 a edizione della Battaglia di Fiori che quest’anno ha proposto il 150 ° anniversario dell’Unità d’Italia, un tema di non facile interpretazione sul quale per mesi interi si sono cimentati progettisti e maestri infioratori.
Per costruire originali carri allegorici si è utilizzata un’ assortita varietà di materiali vegetali (centinaia di migliaia di garofani freschi, fiori secchi, foglie, licheni, verde, canapa, semi, iuta, cannella, pelo e corteccia di palma) che ha reso possibile i laboriosi intarsi, intrecci ed effetti cromatici di questi capolavori.
“I Girasui” ha proposto il tema “Fratelli d’Italia: l’Italia unita nella commedia dell’arte”. I noti personaggi della commedia dell’arte rappresentano gli stati preunitari e si ritrovano uniti da un tricolore posto al centro del carro.
Arlecchino strappa le penne dell’aquila austriaca del Lombardo Veneto, Meo Patacca cerca di nascondere in un sacco il copricapo e le chiavi del Papa Re, Pulcinella ha ai suoi piedi il tricorno di Ferdinando II e Stenterello stringe l’ appassito giglio fiorentino del Granducato di Toscana.
La compagnia de “ I Spunciacurente” ha realizzato “Insieme per unire” ispirandosi allo storico incontro di Teano tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi. Ago e filo simboleggiano le iniziative dei due personaggi che cucirono in un’unica Italia i vari stati usciti dal Congresso di Vienna.
I Sfaradui hanno rappresentato la “Giovine Italia” . La nascente Italia, libera e repubblicana del Mazzini, si lascia alle spalle la Monarchia e viene “annunciata, quasi trainata” da due bambini che corrono verso il futuro. Il bambino alza la spada della ribellione e dell’entusiasmo, la bimba orienta l’aquilone con calma e dolcezza.
I simboli delle “Tre capitali per un regno” ( Roma, Firenze e Torino) , tra i quali spicca una lupa che allatta un Romolo e Remo viventi, sono stati proposti dalla compagnia de “ I Boi a Ren”.
“L’Italia è fatta” dal teorico Mazzini, dal diplomatico Cavour e dal generale Garibaldi è il titolo del carro dei Garçuneti. Per quest’opera oltre alle decine di migliaia di garofani freschi sono stati utilizzati cannella per la suola dello stivale , i fiori secchi “elicrisi” incollati a mosaico sulla bandiera e sullo stivale, pelo e corteccia di palma usati rispettivamente per la barba del generale e per il filo, polvere di pepe per ricoprire i visi e le mani dei personaggi.
“Cheli d’ina vota” hanno ricordato la breccia di Porta Pia. Dalla parte posteriore del carro parte un tricolore, simbolo di un’Italia finalmente fatta , sul quale avanza di corsa un bersagliere.
“ I Scciancalassi” hanno rappresentato le cinque giornate di Milano ricordando i Martinitt. Questi erano i bambini dell’Istituto degli Orfani San Martino di Milano che aiutarono i patrioti lombardi durante i moti risorgimentali. Il duomo è rappresentato da una vetrata il cui telaio grigio è stato interamente ricoperto di semi di papavero.
Non poteva mancare “La spedizione dei Mille” realizzata da “ E sgavaudure” in un imponente carro che vede un gigantesco Garibaldi a cavallo che sovrasta la Trinacria. A destra tre garibaldini e sul retro del carro una vittoria alata. Sono stati utilizzati semprevivi per viso e braccia, canapa per il cavallo, lentisco per i serpenti, foglie per le ali e licheni.
La Battaglia di Fiori è una manifestazione che amalgama la creatività, l’ ingegno e la passione di esperti che trasmettono ai più giovani i segreti dell’arte e a tutti la voglia di cooperare per un’opera da mostrare e da festeggiare battagliando col lancio finale di fiori.
Articoli correlati:
“Feste di piazza… in fiore”- 48a Battaglia di Fiori
48a Battaglia di Fiori a Ventimiglia
6 comments
I Re Magi
Durante le feste di Natale mi piace scovare presepi nelle chiese, nelle mostre, nelle botteghe artigianali e ogni anno scopro qualcosa di nuovo nella storia infinita del presepe e dei suoi personaggi. L’arte presepiale ha un qualcosa di immortale sia per chi crede, sia per chi non crede.
Qui alcune foto della Mostra di Arte Presepiale, giunta alla XXV edizione, allestita nel Complesso Monumentale San Severo al Pendino, Napoli . Le foto documentano l’originalità, la creatività e la passione degli artisti del presepe.
Quest’anno ho riscoperto i Re Magi, grazie all’interessante articolo “ I Re Magi, tra verità e leggenda” di Bruno Perchiazzi, segretario dell’ Associazione Italiana Amici del Presepe- sezione Napoli.
Nella tradizione presepiale della mia famiglia i re Magi – non ricordo bene se a cavallo di cammelli o dromedari – incutevano quasi soggezione con la loro imponente e sfarzosa regalità e avevano il privilegio di essere spostati. In verità anche qualche altro personaggio veniva misteriosamente spostato, anzi abbattuto dalla gatta che durante raid notturni cercava di accaparrarsi i rametti, faticosamente posizionati come alberi. Ogni giorno i tre Re Magi facevano un solenne, piccolo passo per avvicinarsi alla meta, cioè al Bambino Gesù. A volte precipitavano, perchè procedere su montagne innevate a cavallo di dromedari o cammelli non era facile. Ma tanto armeggiavo sui rilievi di carta che li assestavo in un piccolo spiazzo, magari tra greggi abbarbicate, o nei pressi di una cascata. Il loro percorso era degno di un teletrasporto impazzito: un giorno erano in alto a ponente, l’indomani in alto a levante e giorno dopo giorno scendevano a valle. Alla vigilia dell’Epifania, finalmente potevano scendere dal dorso dei cammelli- dromedari e sgranchirsi le gambe. Venivano sostituiti dalle tre statuine dei Magi in adorazione, non più nomadi ma stanziali. Questi stavano in contemplazione della radiosa Natività fino a quando il presepe non veniva smantellato. Due Magi sempre in piedi e uno sempre in ginocchio. Mica era facile essere Re Mago, riuscire a rimanere impassibilmente fermi, nonostante i turbanti, i mantelli e gli scrigni protesi come offerta,e a non farsi distrarre dai vocianti pastori e dai celestiali cori di angeli svolazzanti che facevano a gara a chi allelujava meglio.
Ma chi erano i Magi? I Magoi erano membri di una casta sacerdotale persiana, dediti allo studio del cielo e delle stelle, discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina.
“Secondo il Vangelo di Matteo, i Re Magi partirono dall’ oriente verso occidente seguendo una Stella che annunciava la nascita del Re dei Giudei; nel “Vangelo arabo siriaco dell’Infanzia” la predizione della venuta del Messia è attribuita a Zarathustra. Quando nacque Gesù, la congiunzione di Giove e Saturno, (che avviene ogni 854 anni) e non una stella, fece sì che fosse presente una luminosità molto intensa, per effetto della diffrazione. É questa la luce che porta i Re Magi a ritenere che sia nato il Soccorritore e li conduce fino a Betlemme.
L’idea del tempo che ciclicamente si rinnova, è propria del mazdeismo (religione della Persia preislamica),come l’attesadi un “Soccorritore divino”;in tal senso il mazdeismo si collega all’attesa messianica.” ( da “I Re Magi tra verità e leggenda di Bruno Perchiazzi).
Nel presepe i Magi sono tre e per alcuni rappresentano le tre età dell’uomo ( gioventù, maturità e vecchiaia), per altri i popoli o i continenti del mondo conosciuto (Europa, Asia, Africa).I loro doni fanno riferimento alla natura umana e divina di Gesù.
Gaspare è il mago più giovane, il cui nome significa “Puro”. Dona l’incenso, anticamente usato nelle corti orientali, che rappresenta il riconoscimento e l’adorazione della natura divina di Gesù.
Melchiorre, il più anziano (il cui nome significa “Luce”), porta l’oro, dono prezioso riservato ai Re. Il moro Baldassarre, il cui nome significa “ Padrone del Tempo”, dona la mirra, che era utilizzata per imbalsamare corpi e fa quindi riferimento alla natura umana del Cristo.
Si pensa che i Magi dovessero essere più di tre. Una leggenda narra di un quarto re, di nome Altabar che arrivò a Betlemme in ritardo e senza doni. In verità confessò che aveva con sé tre perle preziose per Gesù, ma le aveva donate una alla volta durante il viaggio, prima per fare curare un vecchio mendicante ammalato, poi per liberare una giovane donna dalle violenze di alcuni soldati ed infine per liberare un bambino che stava per essere ucciso da un soldato di Erode. A quelle parole Gesù Bambino si volse sorridente verso Altabar e Maria lo pose tra le mani vuote del mago.
Interessante è la storia delle spoglie dei Re Magi, portate da Sant’Elena a Costantinopoli nel 326 , poi – così si narra- a Milano dal vescovo Eustorgio ed infine a Colonia ad opera di Federico Barbarossa che nel 1162 aveva distrutto la città lombarda. Ai milanesi rimase solo il sarcofago di pietra nella Cappella dei Magi della basilica romanica di Sant’Eustorgio, perchè per lungo tempo non riuscirono a riavere le spoglie. Solo nel 1904 l’arcivescovo Fischer offrì alcuni resti dei Magi a Milano e dal 1962 riprese la tradizionale processione del 6 gennaio che da San Lorenzo va fino a Sant’Eustorgio.
Articoli correlati:
A Eduardo direi: “Sì, mi piace il presepe!” (Auguri di Buon Natale)
Ventiquattresima Mostra di Arte Presepiale
4 commentsSvelato l’Enigma sulla facciata del Gesù Nuovo di Napoli
Una recente scoperta musicale sta suscitando curiosità e stupore. Sul bugnato della facciata della chiesa del Gesù Nuovo di Napoli sono incisi strani segni , di circa dieci centimetri ( per vederli, cliccate sulle foto a lato del testo ). Fino a qualche giorno fa si credeva fossero i simboli delle diverse cave, da cui provenivano le pietre utilizzate per le bugne a forma di diamante, oppure, secondo un’ altra interpretazione, si pensava che rivelassero segreti alchemici,capaci di caricare la pietra di energie positive dall’esterno verso l’interno del palazzo. In verità l’edificio attirò energie negative e sciagure perchè – così si narra- gli operai non posero correttamente le pietre: ultimato nel 1470 da Novello da San Lucano come civile abitazione per i potenti Sanseverino, il palazzo fu confiscato da Pedro di Toledo nel 1547, perchè i nobili avevano sostenuto la rivolta popolare contro l’Inquisizione. Fu quindi ceduto ai gesuiti che, mantenendo solo la facciata a bugne e il portale rinascimentale, lo ristrutturarono e lo trasformarono in basilica . Ma anch’essa fu sfortunata: prima subì un incendio, poi più volte crollò la cupola e furono cacciati i gesuiti. Solo durante la seconda guerra mondiale, fortuna volle che una bomba, caduta sul soffitto di una navata, non esplodesse.
Di recente lo storico dell’arte rinascimentale napoletana, Vincenzo De Pasquale, e i musicologi ungheresi, Csar Dors e Lòrànt Réz, hanno scoperto che quei segni misteriosi sono lettere dell’alfabeto aramaico, corrispondenti a note musicali. In pratica il bugnato cela una melodia per strumenti a plettro e della durata di circa tre quarti d’ora, che si legge da destra a sinistra e dal basso verso l’alto. Gli studiosi hanno intitolato Enigma questa partitura musicale, che contribuisce a restituire un po’ di fama buona ad una città d’arte di cui si tende a reclamizzare solo gli aspetti più sporchi.
Lo storico De Pasquale spiega che i Sanseverino già avevano fatto incidere simboli musicali nel loro palazzo a Lauro di Nola e che la notazione musicale in aramaico fu dimenticata forse per effetto della Controriforma che limitò l’arte, cancellando tutto ciò che di terreno contrastasse con le verità trascendenti del cattolicesimo. I gesuiti s’adoprarono in tal senso ma- ironia della sorte- il padre gesuita ungherese Csar Dors, esperto di aramaico, oggi ha contribuito a svelare il segreto musicale della facciata del Gesù Nuovo.
Qui l’articolo de Il Mattino e qui il filmato.
Vischiosi auguri di Buon Anno!
Il vischio è una pianta particolare, alla quale sin dall’antichità si attribuivano magici poteri . Questo sempreverde semiparassita nasce su rami e tronchi di altre piante, qualora le sue bacche vi cadano dentro, e cresce volentieri su alberi da frutto ma anche su querce, pioppi, olmi e tigli . Secondo la tradizione il vischio, appeso alla porta di casa, è il simbolo di un potente mix beneaugurante di fecondità, longevità e fortuna, di cui si trova traccia in numerose leggende.
Una di queste narra del dio Baldr, figlio di Odino e della dea Frigg, un giovane forte, buono e benvoluto da tutti, ma angosciato da presagi di morte. Sua madre fece quindi giurare al popolo, agli animali, alle piante, ai minerali e agli elementi di non nuocere a Baldr. Da allora gli dei si divertirono a lanciargli per gioco oggetti e frecce per dimostrarne l’invulnerabilità. Loki, dio del disordine, mosso da invidia, si trasformò in ancella di Frigg e con l’inganno seppe che la dea non aveva fatto giurare il giovane ed inoffensivo vischio. Loki si procurò quindi un ramo di vischio, ne fece una freccia , la diede a Hoder, fratello cieco di Baldr, e guidò la sua mano per consentirgli di partecipare al gioco e uccidere, a sua insaputa, Baldr. Frigg pianse amaramente la morte del figlio e le sue lacrime, a contatto col vischio, si trasformarono in perle . Secondo una versione della leggenda, l’amore suo, di tutte le creature e degli dei, escluso il perfido Loki che dopo varie peripezie fu smascherato, riportò in vita Baldr. La dea Frigg dichiarò sacro il vischio e di qui l’auspicio di buona fortuna per coloro che, passando sotto i suoi rami, ricordano con un bacio il ritorno alla vita del dio nordico, il trionfo del Bene sul Male.
Anche per i celti il vischio, che non aveva bisogno di radici in terra, era una pianta sacra . Se cresceva su una quercia poteva dare forza e vigore, rendere fertili e guarire da ogni male. Nel sesto giorno dopo il solstizio d’inverno solo i druidi, di bianco vestiti , potevano tagliarlo con un falcetto d’oro per adagiarlo su teli bianchi, dopo avere fatto un sacrificio ai piedi dell’albero. Anche Plinio il Vecchio, naturalista romano del I secolo d. C, in Naturalis Historia afferma: ”…i druidi non avevano nulla di più sacro del vischio e dell’albero che lo porta, purchè sia una quercia, e che tutto ciò che spunta su quell’albero è inviato dal cielo…”
Oggi la tradizione lo privilegia come decorazione natalizia e festoso respingente di fulmini e di mala sorte.
Finalmente l’appiccicoso 2010 sta per finire, mi invischio volentieri in una foresta di vischiosi auguri per un Felice Anno Nuovo.
Buona fine e buon inizio a tutti !
7 comments
La stella Gatto
In quel tempo, a Roma, diverse persone andavano via con i gatti. Pensatori che, a causa delle automobili, non trovavano piú la quiete per pensare; vecchi che avevano delle storie da raccontare ma nessuno li stava a sentire e in casa per loro non c’era piú posto; donne rimaste sole in un appartamento vuoto: pigliavano su e sparivano. Di loro non si sapeva più nulla. Erano andati via con i gatti.
Come facevano? Questo si é saputo dopo, col tempo. Era una cosa molto semplice. Si faceva, piú che altro, in piazza Argentina.
Questa piazza é fatta cosí: tutt’in giro ci sono strade, palazzi, automobili, filobus, chiasso, ma in mezzo alla piazza c’ é uno spazio dove stanno alcuni gloriosi ruderi romani, le rovine di due o tre tempietti, mezze colonne rovesciate, praticelli, qualche pino, qualche cipresso. E i gatti. Non ci possono andare le automobili, lá dentro e laggiú, nei sotterranei ombrosi, sotto i portici antichi. É come un’isola serena in mezzo al mare del traffico, da cui la separano una cancellata e pochi gradini. Si scendono quei gradini e si é in mezzo ai gatti.
Sono molti, di tutte le razze. Ci sono giovani cuccioli che giocano ad acchiappare lucertole e vecchi gattoni che dormono tutto il tempo e si svegliano solo quando arrivano le “mamme dei gatti”, coi loro cartoccetti di avanzi per la cena. Ogni gatto si sceglie il posto che piú gli piace, si infila in una nicchia, si allunga ai piedi di una colonna, si acciambella sui gradini di un tempio.
Quelle persone scendevano i gradini, scavalcavano la bassa cancellata, diventavano gatti e cominciavano subito a leccarsi le zampe.
La gente che passava e guardava, mettiamo, dal finestrino di un filobus, vedeva soltanto gatti. Poteva distinguere quello con un occhio acciaccato da una sassata, quello che aveva perduto un orecchio in battaglia, il grigio, il rosso, il tigrato, il nero.
Ma non sapeva che tra quei gatti c’erano dei gatti- gatti, e dei gatti-persone che prima, nel mondo di su, erano stati funzionari al ministero delle Poste, capistazione, conducenti di autotreni o di tassí .
Veramente un modo per riconoscerli ci sarebbe stato. Per esempio, quando arrivavano le “mamme dei gatti” c’erano dei gatti che si precipitavano a disputarsi le frattaglie, le teste di pesce, le croste di formaggio, e questi erano i gatti- gatti. Ce n’erano altri che invece, senza parere, davano prima un’occhiata ai brandelli di giornale in cui quegli avanzi erano stati avvolti. Leggevano un mezzo titolo, dieci righe di una notizia strappata sul piú bello, guardavano la fotografia di una principessa che si sposava. Cosí, mettendo insieme le loro osservazioni, si tenevano al corrente delle cose del mondo di prima, sapevano quando il governo voleva aumentare le tasse e se era scoppiata in qualche posto una nuova guerra.
In quel tempo andó via con i gatti anche la signorina De Magistris, una maestra in pensione che non riusciva piú ad andare d’accordo con sua sorella e se ne andó via, lasciandole anche il suo amato gatto, che si chiamava Agostino. La signorina De Magistris, nella sua lunga vita, aveva insegnato a leggere a migliaia di bambini e aveva avuto decine di gatti, ma tutti di nome Agostino, perché cosí si era chiamato il suo primo gatto, morto sotto il tram, e lei non lo aveva mai dimenticato. Successero tante cose, tra i gatti, dopo l’arrivo della signorina De Magistris.
Una sera essa spiegava le stelle al signor Moriconi, giá netturbino ed ora gatto nero con stella bianca sul petto. Altri gatti-persone e non pochi gatti- gatti seguivano le sue spiegazioni, guardando per aria quando lei diceva:
- Ecco, lá, quella é la stella Arturo.
- Ho conosciuto uno che si chiamava Arturo,- diceva il signor Moriconi,- si faceva sempre prestare i soldi per giocare al lotto, ma non ha mai vinto.
- Vedete quelle sette stelle lá, lá e lá? Quella é l’Orsa Maggiore.
- Un’orsa in cielo?- domandó, scettico, il gatto Pirata, un gatto- gatto soprannominato cosí perché, come molti pirati della storia, era cieco da un occhio.
- Anzi,- rispose la signorina De Magistris,- ce ne sono due: Orsa Maggiore e Orsa Minore. Anche di cani ce ne sono due: Cane Maggiore e Cane Minore.
- Cani,- sputó Pirata, con disprezzo.- Bella roba.
- Ci sono molte altre stelle con nomi di animali?- domandó il signor Moriconi.
- Moltissime. Ci sono il Serpente, la Gru, la Colomba, il Tucano, l’Ariete, la Renna, il Camaleonte, lo Scorpione…
- Bella roba,- ripeté il Pirata.
- Ci sono la Capretta, il Leone, la Giraffa.
- Ma allora é proprio un giardino zoologico,- commentó il Pirata.
Un altro gatto- gatto, tanto timido che balbettava, soprannominato Zozzetto (“zozzo”, a Roma, vuol dire “sudicio”; ma Zozzetto non era sudicio per niente, si lavava venti volte al giorno; valli a capire, i soprannomi…), Zozzetto, dunque, domandó:
- E c’ é …cecé…c’ é pu-pure il Ga-gatto?
- Mi dispiace,- sorrise la signorina De Magistris,- il Gatto non c’ é.
- Fra tutte quelle stelle che si vedono,- fece il Pirata,- non ce n’ é una sola che porti il nostro nome?
-Nemmeno una.
Ci furono mormorii di disapprovazione e di protesta.
- Buona, questa…
-Scorpioni, millepiedi, scarafaggi, sí ; gatti, niente…
- Contiamo meno delle capre?
-Siamo i figli della serva, noi?
Ma l’ultima parola, per quella sera, toccó al Pirata:
-Non c’ é che dire, gli uomini ci vogliono proprio bene. Quando ci sono da pigliare i topi, micio di qui, micio di lá, ma le stelle le danno ai cani e ai porci. Mi caschi anche l’occhio buono se da oggi in avanti tocco piú un topo.
Passó qualche tempo. Ed ecco che un giorno il signor Moriconi lesse in un pezzo di giornale odoroso di baccalá un titolo che diceva “Gli studenti occupano l’uni…”
Il quel punto il giornale era strappato
-E che cosa mai avranno occupato? si domandó ad alta voce.
-L’universitá,- gli spiegó la signorina De Magistris, che, essendo stata una maestra, sapeva tutto.- Non erano contenti di qualcosa e, in segno di protesta, hanno occupato l’universitá.
-Ma occupato come?
-Penso che sia andata cosí : sono entrati, hanno chiuso le porte e hanno cominciato a fare dei comunicati ai giornali, per fare sapere che cosa vogliono.
-E…ecco- balbettó Zozzetto, emozionatissimo.
-Ecco, e poi?- borbottó il Pirata.
-Ma sic…sicuro, é cosí che do-dobbiamo fa-fare!
-Che cosa c’entriamo noi con l’universitá?
-Ma pe-per la ste… la ste…
-Ho capito,- interpretó il Pirata,- gli uomini non ci danno una stella, noi in segno di protesta occupiamo… Giá, che cosa occupiamo?
La conversazione diventó ben presto un tumulto. Gatti-gatti e gatti-persone, afferrata l’idea di Zozzetto, discutevano con entusiasmo il modo di metterla in pratica.
-Bisogna occupare un posto in vista, che la gente se ne accorga subito.
-La stazione!
-No, no niente disastri ferroviari.
-Piazza Venezia!
-Cosí ci arrestano perché intralciamo il traffico.
-La cupola di San Pietro!
-Sta troppo in alto, un gatto, lá in cima,bisogna avere il binocolo per vederlo.
Anche stavolta l’ultima parola toccó al Pirata.
- Il Colosseo, – disse. E subito tutti capirono che quella era l’idea giusta, che il Colosseo era il posto giusto da occupare.
Il Pirata prese subito il comando delle operazioni:-Noi dell’Argentina siamo pochi.Bisogna avvertire anche i gatti dell’Aventino, del Palatino, dei Fori, quelli del San Camillo…
-Sí quelli! Quelli non vengono, mangiano troppo bene.
Il San Camillo é un ospedale. Nei padiglioni ci stanno i malati, nei praticelli e nei cespugli che circondano i padiglioni ci stanno i gatti.All’ora dei pasti essi si schierano sotto le finestre, anche un quarto d’ora prima, e aspettano che i malati gettino loro gli avanzi del pranzo e della cena.
-Verranno,- sentenzió il Pirata.
Difatti, vennero. Durante la notte vennero da tutta Roma, dai ruderi e dalle cantine, dai luoghi illustri pieni di storia e dai vicoli pieni di immondizie, vennero da Trastevere e da Monti, da Panico e dal Portico d’Ottavia, da tutti i vecchi rioni del centro, dai villaggi di baracche della lontana periferia, a centinaia, a migliaia, vennero i gatti e occuparono il Colosseo. Ogni arcata, ad ogni piano, era occupata da una densa fila di gatti a coda ritta. Ce n’era una fila compatta in cima, sulle pietre piú alte. Erano visibili a occhio nudo e a grande distanza.
I primi a vederli furono gli operai e i garzoni dei bar, che sono i primi ad alzarsi, a Roma. Poi li videro gli impiegati statali, che vanno in ufficio alle otto (poi dicono che i romani sono dormiglioni…).In pochi minuti si fece una gran folla intorno al vecchio anfiteatro.I gatti stavano zitti zitti, ma la gente no.
-E ched’ é? ‘Na gara de bbelezza?
- É ‘na parata: ha da esse la festa nazionale de li gatti.
-Anvedi quanti. Mo’ telefono a casa pe’ fallo sapere ar mio: quanno so’ uscito, dormiva ancora. Ce vorrá vení lui puro.
Alle nove arrivó il primo gruppo di turisti.Volevano entrare al Colosseo per visitarlo, ma l’ingresso era ostruito, tutti gli ingressi erano occupati dai gatti, non si poteva passare.
-Fia, fia,pestiacce! Noi folere fetere Coliseo.
-Prutti catti, pussa fia!
Qualche romano ci si offese: – Brutti gatti? Sarete belli voi! Ma senti ‘ sti pellegrini!
Volarono parole grosse, stava per scoppiare una rissa tra romani e turisti, quando una signora turista gridó:
-Pravi! Pravi micini! Fifa i catti!
Il fatto é che un momento prima la signorina De Magistris aveva dato il segnale, e i gatti avevano spiegato e ora facevano sventolare una grande bandiera bianca su cui avevano scritto: “Vogliamo giustizia! Vogliamo la Stella Gatto!”
Romani e turisti, affratellati da una bella risata, applaudirono fragorosamente.
-E che,- gridó un vetturino borbottone, nun ve abbastano li sorci, mo’ ve volete magná puro le stelle!
La signora turista, che era una professoressa di astronomia e aveva capito di che si trattava, spiegó la questione al vetturino. Il quale borbottó, convinto:- Be’, cianno ragione puro loro, povere bbestie.
Insomma fu una magnifica occupazione e duró fino a mezzanotte. Poi le varie tribú dei gatti si dispersero, a passi felpati, per la capitale addormentata.
La signorina De Magistris, il signor Moriconi, il Pirata, Zozzetto e tutti gli altri gatti-gatti e gatti-persone dell’Argentina sfilarono silenziosamente per via dei Fori, piazza Venezia, via delle Botteghe Oscure.
Zozzetto, per la veritá, aveva qualche dubbio:- Ma o… ora la ste… stella ce ce la da-danno o no?
Disse il Pirata:- Calma, Zozzetto, Roma non é mica stata fatta in un giorno. Adesso sanno che cosa vogliamo, sanno che siamo capaci di occupare un Colosseo. La cosa deve fare la sua strada, poco alla volta. Se ci danno la stella Gatto subito, bene. Altrimenti avvertiremo i gatti di Milano, e loro occuperanno il Duomo; prenderemo contatto con i gatti di Parigi, e loro occuperanno la Torre Eiffel. Eccetera, mi sono spiegato?
Zozzetto, invece di rispondere, fece una capriola: a fare le capriole non balbettava mica.
Il signor Moriconi , peró, aggiunse:- Bene .Ma poi che non facciano scherzi. La stella Gatto ce la debbono dare che sia proprio sopra la piazza Argentina, altrimenti non vale.
-Sará cosí,- disse il Pirata. E come sempre l’ultima parola fu la sua.
(da “Fiabe lunghe un sorriso” di Gianni Rodari)














































