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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'curiosità' Category

Area Marina Protetta Punta Campanella

La Penisola sorrentina comprende la fascia montuosa di terra e di costa nella parte sud orientale del Golfo di Napoli, ma nella  toponomastica locale si considerano  esclusivamente il versante costiero che va da Castellamare di Stabia a Punta Campanella, limitato ad est dal Monte Faito e a sud dai Monti Lattari. Le tante  baie ed insenature, i borghi marinari a ridosso degli scogli, i pendii ricoperti da uliveti argentati e  agrumeti contribuiscono a rendere spettacolare il paesaggio costiero, soprattutto se visto dal mare.


In questo ambito territoriale convenzionalmente è inclusa anche Capri, un tempo estremità della penisola, che in seguito a movimenti tellurici si è separata dalla terraferma.

Nel corso dei secoli la penisola, grazie alla sua natura calcarea , è stata interessata da un intenso fenomeno di carsismo delle acque che ha creato un paesaggio costiero e sottomarino ricco di grotte, insenature,  di particolare valenza ambientale e naturalistica.

Dal 1997 in quest’area ci sono due zone protette: la riserva marina di Punta Campanella e la baia di Ieranto, luoghi incantevoli compresi in alcuni itinerari di pesca turismo e tutelati da un Consorzio di gestione comprendente i Comuni di Massa Lubrense, Positano, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento e Vico Equense.


Sulla Punta Campanella  sorgeva un tempio, la cui fondazione mitica è attribuita ad Ulisse , e in età classica prese il nome Athenaion , in onore della dea Atena. In seguito i romani  vi costruirono la strada che qui giungeva da Sorrento, e in alcuni tratti è ancora visibile il lastricato in pietra. La torre – faro eretta nel 1335 e rifatta nel 1556, segnalava l’arrivo dei pirati col suono di una campana, da cui è derivato il nome della punta.. Oggi sono visibili resti di una villa romana del I- II sec d. C e la Torre Minerva di epoca vicereale (1567).

La baia di Ieranto , compresa tra Punta Campanella e Punta Penna, ,  deriva il suo nome dal greco ierax che significa falco, ed ancor oggi in questa zona nidificano diverse specie di falco, tra cui quello pellegrino. Sui costoni che la circondano c’è una vegetazione a mirti, lentischi, ginestre ed euforbie anche se la tipica macchia mediterranea degli ambienti più caldi è stata sostituita, in molte zone circostante da oliveti.


Nell’area è visibile un’ex cava, di proprietà del FAI (Fondo Ambiente Italiano, dal cui sito è tratta la foto della baia). Si raggiunge via mare o attraverso un  sentiero che da Nerano porta a punta Campanella e alla baia.

I fondali di quest’area custodiscono  in alcuni tratti banchi di Posidonia Oceanica , margherite di mare, alghe verdi, foreste di gorgonie bianche e specie stanziali quali saraghi,polpi , aragoste, cernie,occhiate, scorfani. Particolare tutela è riservata al dattero di mare, un mollusco che impiega circa 20 anni per raggiungere 5 cm di lunghezza e la sua raccolta provoca effetti devastanti sul delicato ecosistema sottomarino.

Ho avuto il piacere di incontrare due delfini che si divertivano a girare intorno alla barca. Certo che fotografarli è stata un’impresa, sia per il precario mio equilibrio e per  la mia  imperizia  fotografica  :(   ,  sia perché  non era facile seguirli mentre girovagavano sott’acqua  ricomparendo sempre da tutt’altra parte. Beh una pinna  è visibile lì al centro, nel mare delle sirene.



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Le anime pezzentelle – Cimitero delle Fontanelle

Il Miglio Sacro è un itinerario restituito alla città di Napoli che parte dalle antiche catacombe di San Gennaro e arriva alla Cappella del Tesoro di San Gennaro  attraversando tutto  il Rione Sanità, un quartiere che può riscattarsi con  la storia millenaria di  un patrimonio artistico ed archeologico  poco reclamizzato.  Questa zona si può considerare la culla del culto dei morti, celebrato e consacrato attraverso funzioni, devozioni e rituali  che fondono religione e magia. Qui sorsero la necropoli greca,  in origine fuori dalle mura della città,  le catacombe paleocristiane ed infine, in una cava di tufo, l’immenso ossario del cimitero delle Fontanelle che di recente è stato riaperto.


Tra il Seicento e il Settecento la cava fu utilizzata come cimitero per i poveri e soprattutto per le vittime della peste del 1656 che  a Napoli aveva causato circa 300000  morti e non pochi problemi di igiene  e di reperimento di spazi sufficientemente capienti per seppellirli, anche perché le catacombe avevano già accolto le vittime dell’epidemia del 1479.  Come riferisce il canonico Andrea De Jorio, verso la fine del Settecento persone abbienti chiedevano di essere sepolte nelle chiese ma, a funerali avvenuti, di notte i becchini trasportavano le salme nelle cave inutilizzate per evitare sovraffollamento nelle chiese. Dopo un allagamento della cava, che  portò in superficie le capuzzelle ( piccole teste, cioè i teschi) in uno scenario apocalittico, le ossa vi  furono ricomposte e  furono  costruiti un muro e un altare nell’antro, riconosciuto ormai come ossario della città.

In seguito all’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, che vietò le sepolture nelle città e nei luoghi pubblici, nell’ossario furono raccolti anche i resti umani  rinvenuti nelle terre sante delle tante chiese napoletane o durante gli scavi archeologici , come in Via Acton nei pressi del Maschio Angioino,oltre  le vittime del colera del 1836. Sono visibili decine di migliaia di  teschi e ossa lunghe ad eccezione delle due salme intatte e  vestite di Filippo Carafa, conte di Cerreto e di Maddaloni, e di sua moglie Margherita.


Alla fine dell’Ottocento padre Gaetano Barbati coordinò alcuni devoti per  riordinare le ossa in cataste e fece costruire la sobria chiesa di Maria Santissima del Carmine  nel sito delle Fontanelle.

Da allora sorse uno spontaneo e particolare culto popolare per gli ignoti defunti, che consisteva nell’adozione delle anime pezzentelle del Purgatorio, bisognose di cure e preghiere, in cambio di grazie e favori. Questo culto, ancor oggi limitatamente praticato, è una porta rituale tra il mondo dei vivi e dei morti: i morti chiedono ai vivi una preghiera  e i vivi, perlopiù donne, si rivolgono alle anime abbandonate che fanno da tramite tra la vita terrena e quella ultraterrena. Il limite tra la fede – tradizioni popolari e la superstizione è sottile, ma i devoti sentono più vicini a loro le anime pezzentelle di umili origini nelle quali ritrovano comuni miserie, sofferenze e solitudini.


L’adottante sceglieva  una capuzzella, la puliva e la lucidava, la poneva  su un fazzoletto ricamato ed infine, durante visite periodiche, le offriva lumini, fiori e preghiere “A refrische ‘e ll’anime d’o priatorio”. Poi la circondava con un rosario e la adagiava su un cuscino, ornato di pizzi e ricami . Solo dopo questo rituale  pare che l’anima purgante apparisse in sogno , richiedendo “refrisco” ( cioè preghiere e cure per essere sollevata dalla sofferenza) e svelando la sua storia personale. Se la capuzzella iniziava a sudare, significava che si stava adoprando per intercessioni a favore del devoto o per concedergli la grazia . In realtà l’alto tasso di umidità della cava ancor oggi  provoca  la formazione di gocce di condensa sui teschi, facendoli sembrare sudati. A questo punto l’animella entrava a fare parte della famiglia e  veniva custodita in un tempietto di marmo o di legno, in una teca di vetro, a volte pure in una semplice scatola metallica di biscotti , sui quali si incidevano  il nome dell’adottante  e l’anno di ricevimento della  grazia.


Se però non venivano esaudite le richieste, quali guarigioni, matrimoni,vincite al lotto, il devoto poteva rimpiazzare  la capuzzella con un’altra,  nella speranza che si rivelasse più benevola. Se il teschio non sudava, significava che l’anima pezzentella era in uno stato di sofferenza ed  impossibilitata ad elargire grazie, quindi bisognava confidare in entità celesti più potenti. Nel 1969 il cardinale di Napoli Ursi  vietò come pagana e superstiziosa questa forma di devozione, frutto della religiosità popolare.


Gli oltre 40000 resti, sistemati nei lunghi corridoi del cimitero delle Fontanelle, a volte formano macabre strutture come quella del Tribunale e della Biblioteca. Quest’ultima ricorda gli scaffali di una libreria,  formati da teschi e ossa lunghe, ben allineate e calcificate, che incorniciano l’edicola del  Sacro Cuore di Gesù. Inquietante è il Tribunale  con le sue tre croci su un Golgota di teschi, dinanzi al quale- così pare-  i camorristi  convenivano per lugubri rituali di affiliazione. Un’aria decisamente sinistra ha invece  il Monacone, la statua decapitata di San Vincenzo Ferrer.


L’anima purgante più famosa delle Fontanelle è il Capitano, probabilmente spagnolo, che ha aiutato molti devoti . Esistono varie leggende sul Capitano ma la più nota riguarda due sposi. Si narra di una giovane promessa sposa che venerava molto quest’anima pezzentella. Il suo fidanzato, ritenendo che le cure prestate ad ignote ossa fossero inutili, un  giorno accompagnò la futura consorte nell’ossario per veder da vicino il teschio. Infilò un bastone nella sua cavità orbitale e con modi provocatoriamente scherzosi lo invitò al matrimonio. Il giorno delle nozze  tra gli invitati comparve un carabiniere che nessuno conosceva . Quando lo sposo gli chiese da chi fosse stato invitato, questi rispose che proprio lui l’aveva fatto e, aprendo la divisa, si mostrò in tutta la sua nudità scheletrica  provocando la morte di crepacuore dei due sposi. La leggenda vuole che i resti degli sposi siano conservati presso la statua di Gaetano Barbati, mentre si pensa che essi siano stati dipinti sulle pareti delle catacombe di san Gaudioso. Non oso immaginare cosa sia potuto succedere nell’aldilà all’arrivo della promessa e mancata sposa che deve avere fatto una bella sfuriata sia al fantasma del Capitano che allo sprezzante fidanzato.


Altra anima pezzentella , per la quale si nutre particolare devozione, è  la sposa Lucia, morta in naufragio col suo sposo o travolta da un’onda mentre lo attendeva su una scogliera. La sua capuzzella è ornata di velo nuziale ed omaggiata di  fiori, lumini e suppliche scritte. Si trova però in via dei Tribunali, precisamente nella  chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco, dall’inconfondibile facciata barocca, realizzata da Cosimo Fanzago, adorna di  teschi e femori di bronzo. La Chiesa, comunemente detta d’e cape ‘e morte o d’e capuzzelle fu costruita nel 1638 ad opera di una  congregazione di nobili che dal 1604 raccoglieva  fondi per la celebrazione di messe in suffragio alle anime del Purgatorio. Qui è esposta la tela  la “Madonna delle Anime Purganti” di Massimo Stanzione (nel 1635) . Quando la chiesa fu chiusa in seguito al terremoto del 1980, molti devoti chiesero di potere accedere all’ipogeo in quanto spesso chiamati in sogno dalle anime purganti  ma  poterono riprendere le visite soltanto nel 1992.


Questo culto così particolare non solo è una sorta di misericordiosa alleanza e complice intesa tra i poveri vivi e i poveri morti per un aiuto reciproco, ma anche  un’occasione per riflettere sull’aldilà attraverso  i teschi, simboli di contemplazione dei santi nelle  opere dei grandi autori, quali Caravaggio, Jusepe de Ribera, El Greco, Van Dick, Georges de La Tour, Rembrandt.


Il culto delle anime pezzentelle approda alla consapevolezza che in fondo  “all’ àutro munno simmo tutte eguale” e “Simmo tutte cape ‘e  morte”, cioè che  “la morte è la completa uguaglianza degli ineguali”, è “una livella”  a detta di  Totò: ciò che era visibile e rilevante in vita diviene invisibile ed irrilevante nella  dimensione sospesa (“queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri…apparteniamo alla morte”,  proclama l’ombra del netturbino a quella del marchese che disdegnava di essere sepolto accanto a lui) .


Napoli si legge anche  tra i vicoli , negli usi e costumi e in ciò che a prima vista non appare, come una metafora tra le righe. Visitare questi luoghi di culto popolare  consente di esplorare il mistero, ove si confondono riti sacri e profani, religione e magia. L’iniziale incredulità o scetticismo  svaniscono man mano che nel rituale delle anime pezzentelle si riconoscono un generale  bisogno di essere ascoltati per ricevere conforto e sollievo, di ascoltarsi nel raccoglimento di una preghiera, per gli altri e per se stessi, di trovare conferme di protezione nei meandri della fede o della suggestione superstiziosa. Alla sensazione di profanare l’intimità della morte subentra la pietosa accoglienza  del silenzio delle anime purganti e proprio nelle tenebre, percependo il destino dell’umanità  di sempre, si intravede una speranza di redenzione dei vivi e dei morti per scattare in avanti nella vita terrena e ultraterrena.


“Questo guazzabuglio di fede e di errore, di misticismo e di sensualità, questo culto esterno così pagano, questa idolatria, vi spaventano? Vi dolete di queste cose, degne dei selvaggi? E chi ha fatto nulla per la coscienza del popolo napoletano? Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio.”


(Da “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao)





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La gatta di palazzo Grazioli

 

Se i gatti romani hanno colonizzato l’area archeologica del largo di Torre Argentina, meritandosi nel 2001 il riconoscimento di “patrimonio bioculturale della città eterna”, a una gatta è dedicata la via che da Piazza del Collegio Romano porta a Via del Plebiscito e fiancheggia palazzo Grazioli, nota residenza romana del Presidente del Consiglio.

 

 

 

In un angolo del cornicione del palazzo è murata una gatta di marmo a grandezza naturale, proveniente dall’Iseo e Serapeo campense, costruito nella zona nel 43 a. C. in onore delle divinità  egizie Iside e Serapide. In seguito alla progressiva distruzione dello sfarzoso tempio egizio, molte  statue e obelischi  furono sparsi per le vie di Roma e nei musei .

 

  

 

 

 

Si narra che la statua della gatta sia stata posta a ricordo di una gatta vera che, avendo visto un bambino in pericolo sul cornicione, con un miagolio insistente e  continuo  riuscì ad attirare l’attenzione della madre che mise in salvo il piccolo.

 

Una credenza popolare invece  attribuisce  alla gatta l’indicazione di un ricco tesoro, che sarebbe nascosto in direzione del suo sguardo. 

  

 

In effetti molto più in là, nel parco di Villa Borghese, ho scoperto  “il tesoro felino” . Anzi lui ha scoperto me e mi è venuto incontro.  

 

 

 

 

 

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Nella notte dei gavettoni

L’estate ci ha destato

è meglio vederci che pensarci

“si vede dalla fisiognomica come scrivi” – dice Pia.

Stai fermo con ‘ste mani,

ma cosa fumi?

Ma cosa cerchi l’accendino, Alberto,

che non fumi più – faccio finta!

Pia è ancora disperatamente in cerca

dell’atomizzatore “Solo” con la foto di Sofia Loren.

Skip non s’arrende,

bisogna vedere cosa capisce la gente.

La “chiusione” di Gianni

“fumai baixaricò si nu vurei ch’i ve piste”.

Giacomo non si è visto,

aveva appuntamento dal fisioterapista.

Gian Marco è ancora sotto esame,

Filo si è già persa nello zafferano.

Non è solo un’illusione.

Ecco! Questo il nostro abbraccio non virtuale.


Post collettivo: Alberto, Filo, Gianni, Pia e Skip.



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“Feste di piazza… in fiore”- 48a Battaglia di Fiori

Quest’anno il tema della 48a Battaglia di Fiori di Ventimiglia era  “Feste di piazza…in fiore” ed è stato interpretato in modo originale da tutte le Compagnie . I progettisti e i maestri infioratori sono riusciti a realizzare veri e propri capolavori in  un gioco di forme coloratissime, curate nei minimi particolari, che danno l’idea del movimento e dell’equilibrio allo stesso tempo.


“Surf in Venice”,  realizzata dalla Compagnia dei Garcuneti, ha presentato una moderna Colombina che  fa surf , seguita o rincorsa da due splendidi “mamuozzi” pestiferi.



Con “Calcio in costume” – Firenze E Sgavaudure hanno fatto sfilare due  grintosi  e giganteschi personaggi impegnati in un placcaggio.

I Sciancalassi hanno fatto rivivere “ Il Palio della Quintana” di Foligno.

Superbamente realistica è la testa del cavallo.


Un gagliardo  drago  e  i variopinti ricami di aquiloni, creati da I Girasui,  hanno ricordato la  Festa degli Aquiloni di Urbino .


Cheli d’ina vota hanno rappresentato una tradizionale  festa popolare piemontese con “il Ballo delle sciabole” di Bagnasco.

I Scciancureli hanno interpretato in chiave mitologica la Sagra dell’uva- Castelli romani con  Bacco, Satiri ammalianti e vino in abbondanza.


Un mix di cavalli, asini, sbandieratori e la piazza di Ferrara, che si specchia negli occhiali di una bella bionda, è l’opera de I Sfaradui  dedicato a “Il palio più antico” – Ferrara.

“…di alfieri, pedoni e regine” –Marostica , realizzata da I Bon a ren, richiama la  Partita di Scacchi Viventi a ricordo della sfida a scacchi tra due nobili pretendenti, innamoratisi della figlia del Castellano di Marostica.


I Rebata baussi hanno realizzato “Ibla Buskers, festival di artisti di strada” – Ragusa Ibla, rievocando la manifestazione siciliana  che  raduna  acrobati, clown, sputafuoco e musicisti di tutto il mondo.

Una forma d’arte che stupisce sempre di più.  Complimenti a tutte le Compagnie !


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48 a Battaglia di Fiori a Ventimiglia






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48a Battaglia di Fiori a Ventimiglia

È tempo di battaglie …  a suon di fiori! A giugno la città di Ventimiglia è in fermento per la Battaglia di Fiori, un’importante  manifestazione che non solo fa  rivivere un’antica tradizione,  ma coinvolge un po’ tutti, abitanti e turisti, in un’atmosfera di festa  . Per le vie della città sfilano grandi carri, ricoperti di fiori e materiali vegetali fissati  con la tecnica a mosaico e dell’infioramento a tappeto raso con spillo. Sono  originali opere d’arte , curate nei più piccoli particolari sia  nella fase di progettazione che in quella di  realizzazione.

Per mesi le compagnie dei carristi costruiscono la struttura del carro e  lo scheletro dei soggetti tridimensionali e , con un paziente e frenetico lavoro nei tre giorni che precedono la manifestazione, li  rivestono fissando,uno ad uno, migliaia e migliaia  di fiori freschi in superfici talmente omogenee da sembrare dipinte.


Quest’anno la 48a edizione della Battaglia di Fiori ha come tema “ Feste di piazza…in fiore” .Si svolgerà  a partire da questa sera  con la sfilata notturna  dei carri infiorati e proseguirà   domani pomeriggio, concludendosi con  il lancio di fiori tra i  carristi e  gli spettatori e la premiazione del carro vincitore.


Segnalo il sito  della Battaglia di Fiori per curiosità  storiche e tecniche ,  informazioni e il programma  della manifestazione e degli eventi collaterali.


Nella galleria fotografica alcuni particolari dei carri dell’anno scorso sul tema “Fiori, colori e …Musica!”

Battaglia di Fiori- Ventimiglia


Sabato 19 giugno 2010 ore 21.30

Domenica 20 giugno 2010 ore 15.30





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Il secondo Skippleanno

Dopo corse, rincorseimprovvise  fughe, Skip blog compie due anni. La creaturella continua a  zompettare. A volte si arena dolcemente su opere altrui che le piacciono, altre volte  sorride sorniona o pensierosa su ciò che vive, per non strepitare più di quanto non faccia quando è gagliardamente polemica o triste.


Non saprei definire l’immensità e complessità della blogosfera, nella quale navigo più silenziosamente   rispetto a qualche tempo fa quando, incosciente,  non percepivo la risonanza che può avere questa forma di comunicazione condivisa che banalmente riesco ad immaginare solo  come un mare tanto vasto…



“L’illimitata  distesa è segnata da rotte commerciali, molto trafficate e ben  pubblicizzate, ed è costellata da terre già scoperte e civilizzate, mete  di conquista o di svago. Spesso sotto costa affiorano  scogli. Emergono o  scompaiono a seconda della marea.  Non li trovi facilmente sulle carte nautiche. Eppure esistono e vivono nello stesso mare, quasi di vita propria, non riflessa in depliant, bandiere, carta stampata.  Ogni tanto qualche re o semplice pescatore vi si reca. Forse per  curiosità, per vedere se c’è o si è sviluppata la vita e si aspettano di trovarci le forme di vita che più servono o apprezzano. Al pescatore interessa trovarci pesci e conchiglie, al re invece coralli, perle, madreperle. Risorse. E lo  scoglio resta lì in mezzo al mare. Talvolta nei suoi dintorni emergono altri scogli, magari di origine vulcanica. Lì c’è ben poco da comprare, reclamizzare, scoprire. Ci trovi la stessa vita di tanti altri scogli che, messi vicini, rendono la navigazione perigliosa, fastidiosa, non  sempre agevole. La voce del mare vi s’infrange per ripartire a sua volta, echeggiando in altra forma, non aulica, né supponente. Può sembrare fragore, l’eco lontana in una conchiglia, lo scroscio devastante di un’onda anomala o il leggero mormorio di ondine delicate. Puoi trovarci la solitudine  che serve per ritrovarsi o quella che cattura per smarrirti, l’alto e superbo volo di un gabbiano o il suo goffo zompettio terrestre, un morbido velluto di alghe o incrostazioni di salsedine. Le caratteristiche geomorfiche, comuni ai tanti e insignificanti scoglietti, suggeriscono a qualche sognatore di librarsi con fantasia e creatività, di scrutare l’orizzonte e gli abissi del mare, sconfinato  patrimonio universale. I suoi  pensieri partono per non approdare, restano sospesi, senza ancore e coordinate. Possono sembrare inutili, mediocri, superficiali, imprecisi, confusi ed incoerenti, ma sono liberamente vissuti.


Chiunque può accoglierli e nessuno possederli. È tanto vasto il mare e ci vedi ciò che vuoi vedere, ascolti ciò che vuoi ascoltare, affermare e negare, credere e rinnegare, assolvere e condannare. Ci trovi ciò che vuoi trovare.”



È tanto vasto questo mare, di cui fa parte anche Skip blog,  ma esiste soprattutto grazie a tutti voi che vi affacciate, leggete, scrivete commenti e post lasciando una pinnata più o meno visibile.


La creaturella vi ringrazia tutti ed io ancor di più.



Maria


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L’uovo di Pasqua

L’uovo è il simbolo della vita che nasce, magica,misteriosa e sacra. Secondo alcune credenze pagane il cielo e la terra erano due emisferi che formavano un unico uovo. Sin dall’antichità esso rappresentava la fertilità della natura, perciò gli Egizi regalavano uova decorate in occasione dell’equinozio di primavera, invece i Greci, i Cinesi e i Persiani donavano  uova di gallina per le feste primaverili.


Con l’avvento del Cristianesimo l’uovo  divenne il simbolo pasquale della rinascita dell’uomo e della Resurrezione di Cristo. Nel Medioevo si diffuse l’usanza di donare uova decorate, inizialmente come semplici regali per la servitù , poi  come artificiali e raffinate creazioni in oro e argento per i nobili.

Nel 1885 l’orafo russo Peter Carl Fabergé , su commissione dello zar Alessandro III di Russia, realizzò un uovo di platino contenente preziosissime sorprese per la zarina Maria Fyodorovna. Nominato gioielliere di corte,  Fabergé divenne  famoso per la sfarzosa ed originale  produzione di uova pasquali ma anche per l’idea della sorpresa interna .


Oggi permane la tradizione pasquale  di donare uova: vere ( come gallina le ha fatte :) ) oppure sode , dipinte o di cioccolata. Sono l’augurio di vita rinnovata, un dolce auspicio con  piacevoli sorprese, ma soprattutto un segno di amicizia e amore.

Auguri di  Buona Pasqua !

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La colomba

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Bentornato, Skip blog!

“La notte lava la mente” era il titolo dell’ultimo post pubblicato che riportava una bella poesia di Mario Luzi.  In effetti la mia mente si è lavata, sciacquata, centrifugata e svuotata  durante la  pausa in cui Skipblog era dato per disperso. Sì, desaparecido. Non capivo se da buon self made dog ( dicitura soft per indicare  un bastardino) avesse assunto una dimensione reale e davvero fosse scappato via nella rete senza guinzaglio  e museruola in preda ad un capriccioso moto di insubordinazione, o se fosse stato colpito e affondato – e già immaginavo il mio avatar stare ben ritto ed imperterrito sul ponte di comando mentre il sito sprofondava nelle profondità del web-,  o se fosse stato misteriosamente rapito da sconosciuti.

 

 

Ma come? Sembrava così tranquillo, beatamente coccolato. Invece che ha fatto? È sparito all’improvviso. Né uno squillo, né una pipì  per dire “ va tutto bene, sono vivo”. Nessun segno di vita. Volatilizzato. Il bello è che, dopo  una crisi di astinenza di qualche giorno, ho iniziato a  pensare ad un epitaffio a sua imperitura memoria se non altro per rendergli un doveroso tributo di stima e affetto per il tempo e la pazienza che ha avuto nell’ accogliere i miei pensieri , i commenti degli amici del web e le letture dei lurker . All’improvviso la creaturella prodiga, che ha smarrito le immagini degli ultimi post,  è ricomparsa.

 

 

 

“Lo sai che ci hai fatto preoccupare? Pure i miei figli e il consorte mi chiedevano che fine avessi fatto. Il vero Skip  si è sentito dissociato.  Dove sei stato? Spero non in una di quelle piattaforme zozze. E pure Filo e mia cugina mi hanno telefonato e  mi hanno scritto amici che ti leggono. Il webmastèr dice che sei bizzoso e ha dovuto chiamare il Sindaco dei blog. E ti avrei pure clonato daccapo, ma non saresti stato lo stesso. Guardami negli occhi quando ti parlo. Non hai niente da dire? ”

 

“Bu”

 

 

 

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Nel blu dipinto di blu


Ogni anno è la stessa storia. Il Festival di Sanremo è sempre preceduto da qualche pronostico e polemica, prima sugli ospiti e poi, in itinere, sui concorrenti ammessi o esclusi. Quest’anno la kermesse canora ha stupito non poco tra stonature, vocalizzi e magistrali interpretazioni.

“ Beati gli ultimi perché saranno i primi” ha ispirato il  verdetto finale, provocando una standing ovation di protesta in galleria e la reazione dei professori d’orchestra. Confesso che sono rimasta incollata al televisore per seguire l’ultima serata del Festival , come non mi succedeva da anni. Ho tifato e volevo televotare gli insurrezionisti orchestrali che lanciavano gli spartiti e desideravano rendere pubblici i voti espressi a favore degli esclusi, che forse lasceranno qualche traccia nella storia della canzone italiana. Ho temuto un abbandono in massa del palco, con  finale a sorpresa, a conferma del “ve la suonate e ve la cantate da soli”.


Tutto fa audience: la curiosità, la promozione e la condanna delle persone e dei personaggi che sul palcoscenico cantano l’ amore, le delusioni, i sogni di sempre, esibendosi in un repertorio di vita ed emozioni, che a volte si cristallizzano  nella memoria dei nostri giorni, a volte si dissolvono nel nulla.

Io premio tutti i titoli delle canzoni della 60a Edizione del Festival di Sanremo con  questo romantico collage.


Baby, non parlare più! Il mondo piange su questa panchina d’ Italia, amore mio.

I mesi sono aeroplani: come l’autunno è il linguaggio della resa per l’uomo che amava le donne. Buio e luce. Malamorenò. Credimi ancora, non mi dai paceMeno male, ricomincio da qui. Jammo jà (andiamo)!  Un attimo con te come la cometa di Halley oppure per tutta la vita. La verità non è una canzone ma dirsi che è normale la notte delle fate, dove non ci sono le ore.


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