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Donna:una perpetua contraddizione ma anche la più viva e completa armonia dell’universo…

Archive for the 'curiosità' Category

Bentornato, Skip blog!

“La notte lava la mente” era il titolo dell’ultimo post pubblicato che riportava una bella poesia di Mario Luzi.  In effetti la mia mente si è lavata, sciacquata, centrifugata e svuotata  durante la  pausa in cui Skipblog era dato per disperso. Sì, desaparecido. Non capivo se da buon self made dog ( dicitura soft per indicare  un bastardino) avesse assunto una dimensione reale e davvero fosse scappato via nella rete senza guinzaglio  e museruola in preda ad un capriccioso moto di insubordinazione, o se fosse stato colpito e affondato – e già immaginavo il mio avatar stare ben ritto ed imperterrito sul ponte di comando mentre il sito sprofondava nelle profondità del web-,  o se fosse stato misteriosamente rapito da sconosciuti.

 

 

Ma come? Sembrava così tranquillo, beatamente coccolato. Invece che ha fatto? È sparito all’improvviso. Né uno squillo, né una pipì  per dire “ va tutto bene, sono vivo”. Nessun segno di vita. Volatilizzato. Il bello è che, dopo  una crisi di astinenza di qualche giorno, ho iniziato a  pensare ad un epitaffio a sua imperitura memoria se non altro per rendergli un doveroso tributo di stima e affetto per il tempo e la pazienza che ha avuto nell’ accogliere i miei pensieri , i commenti degli amici del web e le letture dei lurker . All’improvviso la creaturella prodiga, che ha smarrito le immagini degli ultimi post,  è ricomparsa.

 

 

 

“Lo sai che ci hai fatto preoccupare? Pure i miei figli e il consorte mi chiedevano che fine avessi fatto. Il vero Skip  si è sentito dissociato.  Dove sei stato? Spero non in una di quelle piattaforme zozze. E pure Filo e mia cugina mi hanno telefonato e  mi hanno scritto amici che ti leggono. Il webmastèr dice che sei bizzoso e ha dovuto chiamare il Sindaco dei blog. E ti avrei pure clonato daccapo, ma non saresti stato lo stesso. Guardami negli occhi quando ti parlo. Non hai niente da dire? ”

 

“Bu”

 

 

 

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Nel blu dipinto di blu


Ogni anno è la stessa storia. Il Festival di Sanremo è sempre preceduto da qualche pronostico e polemica, prima sugli ospiti e poi, in itinere, sui concorrenti ammessi o esclusi. Quest’anno la kermesse canora ha stupito non poco tra stonature, vocalizzi e magistrali interpretazioni.

“ Beati gli ultimi perché saranno i primi” ha ispirato il  verdetto finale, provocando una standing ovation di protesta in galleria e la reazione dei professori d’orchestra. Confesso che sono rimasta incollata al televisore per seguire l’ultima serata del Festival , come non mi succedeva da anni. Ho tifato e volevo televotare gli insurrezionisti orchestrali che lanciavano gli spartiti e desideravano rendere pubblici i voti espressi a favore degli esclusi, che forse lasceranno qualche traccia nella storia della canzone italiana. Ho temuto un abbandono in massa del palco, con  finale a sorpresa, a conferma del “ve la suonate e ve la cantate da soli”.


Tutto fa audience: la curiosità, la promozione e la condanna delle persone e dei personaggi che sul palcoscenico cantano l’ amore, le delusioni, i sogni di sempre, esibendosi in un repertorio di vita ed emozioni, che a volte si cristallizzano  nella memoria dei nostri giorni, a volte si dissolvono nel nulla.

Io premio tutti i titoli delle canzoni della 60a Edizione del Festival di Sanremo con  questo romantico collage.


Baby, non parlare più! Il mondo piange su questa panchina d’ Italia, amore mio.

I mesi sono aeroplani: come l’autunno è il linguaggio della resa per l’uomo che amava le donne. Buio e luce. Malamorenò. Credimi ancora, non mi dai paceMeno male, ricomincio da qui. Jammo jà (andiamo)!  Un attimo con te come la cometa di Halley oppure per tutta la vita. La verità non è una canzone ma dirsi che è normale la notte delle fate, dove non ci sono le ore.


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Come eravamo… a Carnevale

Da bambina mi travestivo sempre da pellerossa , armandomi di scudo e pugnale  rigorosamente finti, per rivendicare con i cugini e mia sorella l’appartenenza  alla Tribù dei Piedi Scalzi e la libertà, almeno a Carnevale, di urlare, correre a piedi nudi nel giardino e dipingermi il viso col rossetto e  tappi di sughero bruciati. Negli anni dell’adolescenza, in cui ero piuttosto disorientata sui miei naturali cambiamenti e sul mio futuro da grande, abbandonai l’usanza del travestimento, per non complicarmi ulteriormente la vita col dilemma di un’identità carnevalesca.  Ormai ventenne, apparentemente con le idee più chiare, iniziai ad accettare inviti a feste in maschera, pur non sapendo assolutamente come fare. Non  potendo  permettermi di noleggiare un costume, decisi di confezionarli  con ciò che trovavo negli armadi e con l’aiuto di una zia che sapeva cucire. La prima volta indossai  una giacchetta di raso rossa, ottenuta in prestito, pantaloni e top nero. Un cilindro o bombetta, il trucco e le pailettes  mi aiutarono a fare la mia sporca figura. L’anno successivo ero piuttosto agguerrita e quindi mi vestii da rivoluzionario francese, con tanto di mantello e tricorno nero, camicia extralarge bianca e  stivali fuori dai pantaloni. Il cerone bianco mi dava un’aria esageratamente pallida, se non funerea, ma anche  misteriosamente tenebrosa . La terza volta mi improvvisai  esploratrice in Africa: riciclai pantaloni estivi e sahariana beige, i soliti stivali e, dopo una supplica di giorni, riuscii ad indossare l’originale cappello da esploratore inglese appartenuto a nonsochi e scovato in uno dei tanti armadi della nonna. Ma non ci fu verso di completare il travestimento portando a spasso il fucile del nonno.

Sono poi balzata ai Carnevali dei miei figli. Trasformai la primogenita in una paffuta Paperina dal becco arancione e candide piumotte, e più tardi in una tenera Primavera finchè, ormai in grado di intendere e volere almeno un costume carnevalesco, lei ne scelse uno da zebra. Sì, proprio da zebra, e lo indossò per un bel po’di anni. Anche quando divenne troppo piccolo, ne reclamò un altro che dovetti far cucire di proposito. Sin da piccola preannunciava lo spirito di tifosa giuventina e un’autostima altalenante dalle stelle alle stalle, dal bianco al nero senza sfumature intermedie.

Il secondogenito, dopo una breve parentesi da Peter Pan, fedele sempre fu, taratan zambù, all’Uomo Ragno. In tutto. Non solo nelle collezioni di pupazzetti e figurine, ma soprattutto nell’abilità ad arrampicarsi dappertutto. Imparò presto, ancor prima di camminare, a scalare  tutto ciò che poteva pregiudicare la sua incolumità. Il suo esordio fu sul tavolo con le rotelle, poi prudentemente smontate per evitare che slittasse nella cristalliera di fronte, per dare l’arrembaggio al porta bon bon che regalmente vi trionfava. In seguito passò alle sbarre del lettino che scavalcava di notte in cerca dei ghinghin , cioè i tre ciucciotti che misteriosamente sfuggivano dalla barriera dei paracolpi. Ancor oggi ricorda la  conquista della vetta del pitosforo, nel giardino della scuola materna, sul quale rimase appollaiato un bel po’, fino a quando le maestre trovarono una scala e lo fecero atterrare tra i comuni bipedi umani.

Dopo una fase dark, semi reale, e un’altra horror, per fortuna solo carnevalesca, anche i figli hanno smesso di travestirsi. Guai se oso associare al Carnevale il loro estroso look serale. Meno male che ignorano il mio, che alla loro età, ne vantavo uno indescrivibile…tutti i giorni  ;) .

E voi, che cosa ricordate del Carnevale?

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I giorni della merla

Una delle tante varianti della leggenda sui “tre giorni della merla” narra che il freddo Gennaio fosse solito fare  dispetti ad una merla dalle bianche piume. Ogni volta che usciva dal nido in cerca di cibo, la investiva con gelide folate. Un anno la merla decise di sottrarsi ai suoi tiri rintanandosi per tutto il mese di gennaio, che allora aveva 28 giorni. L’ultimo giorno del mese uscì dal nascondiglio e si pavoneggiò davanti al burbero Gennaio . Questi, indispettito dall’affronto subito, chiese in prestito tre giorni al più mite febbraio e scagliò ovunque neve, vento e pioggia. La candida merlotta  volò via, si rifugiò in un camino e vi rimase durante i  tre giorni di gelo. Quando spuntò il sole, uscì all’aperto ma le sue piume erano diventate indelebilmente nere a causa della fuliggine.

Da allora i merli sono neri e il 29, il 30 e il 31 gennaio sono chiamati i giorni della merla. Si dice che la primavera sarà bella se i  giorni della merla sono freddi, altrimenti arriverà in ritardo.


Credete a queste previsioni?

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I frutti delle meraviglie.

 

   

  

Frutti insoliti, abnormi, bernoccoluti, proboscidati, tentacolari.  Provengono dallo stesso albero del giardino di mia suocera.  Non nascono per innesti ingegnosi e nemmeno per effetto di sostanze inquinanti o strane alchimie. Sono detti limoni digitati, non da tastiere  :) ,   bensì dall’acaro delle meraviglie. L’  Eriophyes sheldoni è  il nome scientifico dell’animaletto, invisibile a occhio nudo, artefice di queste  escrescenze, spesso simili a dita. Attacca le gemme del limone, portandole a sviluppare frutti multiformi, quando queste devono ancora svilupparsi a legno o a fiore. Le gemme a legno danno poi  origine ad una vegetazione di aspetto cespuglioso, a rosetta, con affastellamento dei rami. Le gemme a fiore, meta del meraviglioso intervento dell’acaro,  cadono oppure producono frutti dall’aspetto di un polipo.

 

Tali frutti vengono chiamati meraviglie o frutti delle meraviglie .

 

E pensare che io li chiamavo affettuosamente mamuozzi   ;)  

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Tradizione in azione (prima parte).

Nel  Complesso Monumentale di San Lorenzo Maggiore in Piazza San Gaetano a Napoli ( nei pressi di San Gregorio Armeno, sede delle botteghe degli artigiani del presepe), fino al 18 gennaio 2010  è allestita la mostra Tradizione in azione- un percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità.


La splendida  sala Capitolare della basilica  di San Lorenzo è una  suggestiva cornice  di  forme vecchie e nuove di arte ove si fondono tradizione  e modernità grazie alla tecnica e  creativa maestria dei fratelli Scuotto, che da anni trasformano l’artigianato in arte pura.  Ideatori e creatori della bottega “La Scarabattola” e dell’Associazione culturale EsseArte, dal 1996 svolgono un lavoro curato, ironico, fedele alla tradizione ma altamente innovativo dell’arte presepiale che, sin dal ‘700, da semplice espressione folkloristica di successo del popolo si elevò a raffinata espressione culturale di Napoli. Documentandosi sui testi “Il Presepe popolare napoletano” e “Le storie e i racconti dei dodici giorni di Natale” del Maestro Roberto De Simone, hanno  scoperto che il presepe nasconde dei simboli straordinari, esoterici e interessanti.


De Simone  ha recuperato e riproposto  il patrimonio culturale, teatrale e musicale della tradizione popolare campana, riscoprendo e diffondendo  anche   la tradizione napoletana del Natale. “…La tradizione come scrigno della memoria, ma anche specchio che riflette in modo oggettivo le mutevolezze della nostra identità nel sovrapporsi delle epoche…. il Natale ha  origini arcaiche risalente a  epoche antecedenti e pagane. Timorosi per il futuro, buio e spoglio paventato dall’inverno, i popoli primitivi esorcizzavano le loro paure con rituali propiziatori al ritorno della luce e del calore. O, più tardi, alla rottura simbolica del tempo con la speranza di arrestare gli eventi nefasti e rigenerare un tempo nuovo, più equo e giusto. Di questo si può intravedere qualche traccia,ormai sbiadita, nell’usanza di tagliare a pezzi il capitone o l’anguilla e nel consumo dei tipici struffoli o del susamiello , dalla caratteristica forma serpentina. (Roberto De Simone:  da “Personaggi di terrore, demoniaci e magico religiosi della tradizione natalizia meridionale-2008)

Il presepe è quindi la rappresentazione tangibile e visibile della tradizione, non solo come devozione per il Salvatore , ma anche come espressione di tutti i simboli del codice onirico della tradizione (quali il ponte, il pozzo, la fontana, il mulino, il fiume, l’osteria)  vissuti da personaggi tipici di leggende, credenze,superstizioni popolari in una commistione di sacro e profano, magia e religione.

Tra i personaggi del presepe napoletano c’erano figure un po’ tetre, alcune demoniache, ritenute depositarie di messaggi terrificanti e perciò, probabilmente, pian piano sono scomparse ma sopravvivono nella costante presenza del pozzo, del ponte e dell’acqua.


Tra questi personaggi, grazie ai fratelli Scuotto, rivive la mostruosa Maria ‘a Manilonga: nell’Avellinese i bambini devono stare lontani dai pozzi nelle sere delle festività natalizie perchè Maria, essere demoniaco,li cattura (Roberto De Simone) trascinandoli nelle profondità delle acque sotterranee, negli Inferi. Il pozzo rappresenta gli abissi e quindi la comunicazione col mondo dei morti.

Forse non a caso, già nell’intuizione popolare, alla Madonna si contrapponeva  Maria ‘a Manilonga che potrebbero essere  aspetti dell’ambivalente  sentimento materno di madre-matrigna, amore e odio originato dalla doppia e conflittuale soggettività delle madri, il cui figlio vive e si nutre del loro sacrificio. Un sentimento naturale- come sostiene  Umberto Galimberti in “ I miti del nostro tempo” ed. Feltrinelli- sempre esistito, testimoniato dalla mitica Medea, e sempre ripudiato con terrore collettivo  perché intacca la sacralità della vita. L’abisso della solitudine può  trasformare la madre in matrigna con potere di vita ma anche di morte quando quel figlio è troppo distante dai suoi desideri e sogni.


Mamma Sirena: è il personaggio di una favola che narra di un giovane  pastore che,  lungo la riva del mare, intonava  un canto per favorire il ritorno della sorella dagli abissi marini in cui era tenuta prigioniera. Le pecorelle, mangiando le perle che cadevano dai capelli della fanciulla, acquistavano poteri vaticinanti, svelavano arcani misteri e davano infallibili oracoli.

Il ponte dei carmelitani:in riferimento al segno del  ponte a Grottaglie e a Napoli, nel giorno dell’Epifania il presepe si arricchiva di una scena singolare. Vale a dire che lì, dove è situato un ponte tra due dirupi, si collocavano 12 figurine di monaci scalzi ed incappucciati, che si rifanno alla Madonna del Carmelo, che è appunto la Madonna delle anime del Purgatorio. Mostravano il pollice della mano sinistra fiammeggiante: essi rappresentavano i mesi morti o i dodici giorni del periodo natalizio che, al seguito dei Magi, ritornavano nell’aldilà .

Il ponte consente il  transito tra il mondo dei vivi e quello dei morti . È un  luogo di manifestazioni magico-fantastiche, rappresentate per esempio dal lupo Mannaro e da Mafalda.


A mezzanotte meno dieci Zi Michele procedeva col suo carretto  in direzione di un crocevia e , da lontano,scorse una strana figura. Giunto al crocevia non lo vide più. Esclamò “Mamma mia, l’ho visto un momento fa. Ma sto sognando, o che mi sta succedendo? ” Non appena attraversò il crocevia, gli si presentò il mostro, il famigerato lupo Mannaro.



Sotto il ponte invece compariva,  in veste di  monaca, il fantasma di Mafalda o, per alcuni  della Principessa Cicinelli, che appartiene alla tradizione campana e pugliese. Suo  padre le  aveva

vietato di vedere il paggio di cui si era innamorata  e voleva che si ritirasse in convento. “Quando giunse la sventurata giovane, raccolse piangendo il capo mozzo del suo amato , lo depose nella bisaccia e si trafisse con lo stesso pugnale che il padre aveva lasciato per terra.” (Roberto De Simone).

Ecco sul ponte il tempo che passa, sotto il mondo dei morti.


La tradizione riproposta  con un linguaggio artistico libero come l’arte deve essere, sempre (Salvatore Scuotto) rivive nella passione artistica  e nella creatività dei fratelli Scuotto e nella magica atmosfera di una mostra che merita davvero di essere visitata.

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Hinc sunt leones!

 

Hinc sunt leones (qui ci sono i leoni), era scritto sulle carte geografiche per indicare le inesplorate terre africane.

Qui ci sono i leoni – e che leoni! – viene da esclamare nell’esploratissimo cuore del quartiere Chiaia di Napoli dove sorge una piazza di forma triangolare, in origine detta piazza della Pace, che  dal 1600 prese il nome di Piazza dei Martiri in onore di tutti i napoletani caduti per la libertà . Essa è considerata il salotto di Napoli per l’ imponenza del monumento centrale e l’eleganza dei signorili palazzi Partanna e Calabritto ai lati della piazza , ristrutturati rispettivamente da Antonio Niccolini e da Luigi Vanvitelli.

 

 

Il monumento è costituito da una colonna, risalente al periodo borbonico, sovrastata da una statua che si libra alta e leggiadra come Virtù dei Martiri (opera di Emanuele Caggiano)

 

 

Maestosi sono invece i quattro leoni ai piedi della colonna: il leone morente rappresenta i caduti della Repubblica Partenopea del 1799, il leone trafitto dalla spada, realizzato da Stanislao Lista,i caduti carbonari del 1820, mentre gli altri due leoni, dall’aspetto più feroce, rappresentano i caduti liberali e garibaldini del1848 e del 1860.

    

 

 

Da tempo i superbi felini hanno subito vandaliche amputazioni di coda ma la Soprintendenza ai Beni Architettonici e il Comune di Napoli hanno finalmente accolto la richiesta di restauro, avanzata da una società di sponsor che finanzierà l’intervento per ridare loro l’originario splendore ed ingabbiarli -ahimè- in una cancellata di ferro.

 

  

 

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Ventiquattresima Mostra di Arte Presepiale

 

 

Quest’ anno la Mostra di Arte Presepiale, curata dall’Associazione Italiana Amici del Presepio- sezione di Napoli, si svolge dal 3 dicembre 2009 al 10 gennaio 2010 nel Complesso Monumentale San Severo al Pendino -Napoli. Per me è una tappa obbligata e ogni volta resto incantata dalla pregiata fattura delle statuine, raffinatezza dei particolari e delle rifiniture (vestiti,cibarie di cera), accurata ricostruzione di interni ed esterni ma soprattutto da quella miscela di sacro e profano,vita e morte,umanità e natura che traspare ovunque.

 

  

  

“Il presepe è un connubio di sacro e profano, espressione di rigorosa progettualità spaziale e creatività nella celebrazione costante di vita e morte (l’acqua del fiume e del pozzo assumono duplici significato, il ponte), del regno dei cieli (pescatore), della terra (cacciatore) e degli inferi (fiume che ricorda il traghettamento dei dannati), di realtà e immaginazione ( fontana e Benino che sogna il presepe), di eternità e tempo (le pale del mulino indicano il fluire inesorabile del tempo…) Nel presepe c’è un popolo che coralmente avanza,la sintesi dell’umanità di sempre, di popolani dalle mille smorfie e nobili compassati finemente vestiti, di umili e potenti, di gaudenti peccatori e devoti fedeli che tra arti e mestieri, stagioni, scorci di case, mari, valli e montagne, gioia e dolore (zi’ Vicienzo e zì Pascale, simboli del Carnevale e della morte), piacere e spiritualità è tutta protratta alla celebrazione della vita, quella più semplice e innocente di un bambino, sospesa tra terra e cielo, prodigio della natura o magia divina.” ( da “A Eduardo direi:sì , mi piace il presepe…” in skip blog)

 

 

 

Nel presepe napoletano è come se tutto continuasse a parlare della città, molto lontana dalla Palestina anche nella sua fisionomia. Pare che tutti vogliano esserci , ieri come oggi,e si industrino a fare qualcosa sulle terrazze, scalinate e balconi, nelle botteghe ed osterie, nei cortili . Il popolo danza, canta, lavora, offre, esibisce se stesso e la sua quotidianità in una festa corale, che coinvolge tutti gli uomini e pure gli animali esotici o domestici, e invade ogni angolo.

 

 

“Il presepe napoletano è un presepe di spirito e di pancia. Ma l’abbuffata non è il prosaico e pulcinellesco riempimento del ventre, è la “festa” del corpo all’arrivo del Messia, e come tale ha persino qualcosa di mistico.

Non ci sono disoccupati, nel presepe napoletano; per un giorno tutta la città lavora o s’industria a fare qualcosa (ecco il falegname,l’arrotino,il macellaio,la lavandaia,l’ovaiola, il mellonaro e tutta una serie di mestieranti ancora da venire,al tempo di Gesù), realizzando un sogno atavico: fatica ( intesa come lavoro) per tutti.

Non ci sono scippi,non ci sono delitti,non ci sono rese dei conti, non c’è munnezza che ostruisca vicoli piazze e angiporti, non c’è il traffico che impedisca il fluire di uomini e mezzi, oppure c’è ma è un allegro cozzarsi di uomini e carri: Napoli è finalmente in pace con se stessa e con il mondo…

 

 

Quanta vita!Ma c’è anche la morte nel presepe napoletano. Una morte tutta speciale, però. Una morte piena di vita, se mi è concessa l’espressione. Sono le anime purganti, o “anime pezzentelle”, le anime, cioè, di quei defunti per i quali nessuno prega, le anime abbandonate. Si danno appuntamento nel presepe napoletano,con tutto il corredo delle fiamme che ne lambiscono il corpo, e chiedono ai napoletani di pregare per loro. È una porta rituale tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, tenuta sempre aperta a Napoli (almeno dal Seicento) e ora addirittura spalancata. I morti chiedono ai vivi una preghiera, e i vivi chiedono ai morti…tante cose, tra cui numeri del lotto e mariti per le zitelle.”(da “Ma che ci azzecca questo, con il presepio?” di Marcello D’Orta)

 

Queste immagini esprimono più di mille parole :)  

       

     

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Primo Concorso di poesia “Ermes”

 

Annunciaziò , annunciaziò!

Prende il via il primo concorso di poesia “Ermes”, in memoria di Alfio Petralia, giovane autore di talento , scomparso prematuramente a 23 anni il 10/12/1997. Il concorso è aperto a tutti gli utenti della rete che siano blogger, desiderosi di scrivere sulla speranza, che è il tema proposto. Il regolamento per partecipare è pubblicato sul blog POESIE IN VETRINA. Le poesie dovranno pervenire al succitato blog entro il 31 gennaio 2010, e dopo le fasi di ammissione, semifinale e finale, il 14 marzo 2010, sarà proclamata la poesia vincitrice del concorso .

Forza e coraggio, liberate l’anima e i versi rendendo merito alla “Poesia che aiuta il cuore a non invecchiare” (Romano Battaglia)

 

 

 

 

 

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I folarielli

 

 

La tradizione napoletana vuole che a conclusione delle cene di Vigilia e pranzi di Natale e Capodanno il palato stramazzi sazio, ma estasiato da un vario assortimento di dolci e sciosciole (frutta secca ).Le più comuni noci di Sorrento, nucelle (nocciole),arachidi infornate, castagne r’u prevete (del prete) volteggiano sulle tavole con altre prelibatezze, particolarmente gustose e ipercaloriche,cioè datteri, fichi secchi e prugne ricoperti di cioccolato o ripieni di noci, nocciole o mandorle.

Un cenno particolare meritano i cosiddetti folarielli o follovielli, involtini di uva passa o fichi secchi e frutta candita. Pare che fossero noti già agli antichi romani che utilizzavano perlopiù foglie di fico, vite e platano, attualmente sostituite da quelle di limone,cedro e arancio, legate poi con fili di rafia. Il nome può derivare da folium volvere (avvolgere la foglia) oppure da follare (pigiare ) o ancora,secondo un etimo popolare, meno dotto e più incerto, da folliculus (sacchetto o guscio).La lavorazione dell’uva è più lunga e complessa dell’essiccazione dei fichi perchè l’uva viene prima lavata nel vino bianco, poi essiccata, bollita nel mosto, infine infornata e aromatizzata con pezzetti di frutta candita ( di solito arancia).

 

Eccoli qui… chiedo venia per la qualità delle foto ( Alberto, urge consulenza  :) )

 

       

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