“Avrei scritto un libro e quella sera avevo avuto il coraggio di confessarlo, almeno ai gerani” (Anna Marchesini)

geranio-zonale_NG4 Abbassasti lo sguardo sul geranio bianco che era il tuo preferito, era anche il più delicato e il più raro… Ciao, Anna!

 

“Se il terrazzino si fosse affacciato sulla strada anziché sul giardino incolto di una vecchia casa disabitata, con molte probabilità avrei visto un minor numero di cose e la mia vita sarebbe andata diversamente.

 Le finestre della sala e del corridoio, quelle si affacciavano sulla strada; lo sguardo prima di giungere a terra subiva l’interferenza dei gerani alle finestre del primo piano, allegri e ciarlieri; gerani abituati tutto il giorno a vedere un po’ di mondo.

I gerani esposti sulle facciate delle case erano tenuti in assai più ampia considerazione, non solo perché gerani di più larghe vedute ma soprattutto perché soggetti principali di confronti e di critiche dei vicini, dei dirimpettai e dei passanti. Erano anche soggetti privilegiati degli scatti di turisti in cerca di angolini caratteristici, che sapienti tendine di lindo merletto sapevano tenere al riparo da sguardi indiscreti di viaggiatori indifferenti.

Perciò sui davanzali affacciati sulla via, era tutto un mettere di vasi, rimetterli ma cambiando posizione in considerazione degli spostamenti del sole; era annaffiare e aggiungere terra e uno svasare le piante al momento opportuno e innestare sapientemente e sfogliare, staccare foglioline secche e ruotare le piante per esibirne il ciuffo, la parte più folta, verso l’esterno e sbriciolare i fondi del caffè sul terriccio; era un alternare i colori dei fiori, un contare i boccioli, pulire i vasi e togliere i vasi meno riusciti per relegarli all’interno, esporre al pubblico giudizio l’orgoglio e il trionfo dei più preziosi vasi di famiglia e poi fingere, fingere un’indifferente modestia davanti agli acidi e superstiziosi complimenti delle vicine di casa.”

Da ” Il terrazzino dei gerani timidi” di Anna Marchesini. 

La luna è come la libertà: sta in cielo e in fondo al pozzo.

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THAITHI (Polinesia)

un bambino di dieci anni

Stasera si è svolta la festa della luna ma la luna non c’era e allora i pescatori non hanno cantato la canzone della primavera e così siamo ritornati tutti tristi alle nostre case e qualcuno ha pianto perché la luna porta fortuna e noi non l’abbiamo vista spuntare nel mare. Io mi sono messo al collo una collana di conchiglie e ho invocato il Dio del mare e sono rimasto ad aspettare sotto la palma del mio giardino fino a notte tarda. Quando tutto era silenzio e la gente si era addormentata io ho visto spuntare una luna  e allora sono corso a svegliare la gente ma nessuno ci ha creduto e la luna è tramontata. 

(da “Lettere dal domani” di Romano Battaglia )

Collocazione provvisoria

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERANel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria.
La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.
Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo.

Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.

Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce.

“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.

Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

 

Don Tonino Bello, Il parcheggio del calvario, in Omelie e scritti quaresimali

Quarta edizione del Carnevale della Letteratura: il tempo

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Signori e signore,

vi annuncio che su Scienza e Musica è stata pubblicata  la quarta edizione del Carnevale della Letteratura, curata da Leonardo Petrillo. Questo mese il carnevale aveva come tema  il tempo, un tema affascinante e  di vastissima interpretazione,   che ha sempre suscitato e continuerà a suscitare l’attenzione e le riflessioni di pensatori, scienziati, letterati, artisti e gente comune di ogni tempo. 

 Il bravo ed eclettico Leonardo ci accompagna avanti e indietro nel tempo, infinito e indefinibile, relativo e immisurabile, diversamente narrato dai carnevalisti ; tempo  che oscilla ed amalgama   il mondo umanistico con quello scientifico o di altre arti e campi dell’ingegno umano in una vasta panoramica arricchita da piacevoli intermezzi musicali.

Se a volte la rete perde e disperde, le iniziative dei vari Carnevali , della matematica, della fisica, della chimica e di recente della Letteratura hanno il merito di raccogliere post a tema, a volte per approfondire, a volte per il semplice piacere della scrittura. Dedicate un po’ del vostro tempo al tempo!

Buona lettura!   

La signorina Rosa

Con questo post partecipo alla quarta edizione del  Carnevale della Letteratura avente come tema il tempo e  curato da Leonardo Petrillo  su Scienza e Musica.  Propongo una passeggiata nel tempo che fu per raccontare la vita di una donna con lo sguardo su altri tempi.

  Quando penso alla signorina Rosa, concludo che riuscì sempre ad essere protagonista della sua vita, senza finzioni, né guida, né protezione. Penso a quei semi che volano via per germogliare altrove. Lei aveva in sé i semi del secolo successivo.

 Rosa nacque nel 1899. Ancora adolescente, perse entrambi i genitori a poca distanza l’uno dall’ altra. Suo fratello, di due anni più grande,  prese quindi  la via del mare per provvedere alle due sorelle minori e fu esonerato dal primo conflitto mondiale, proprio perché sostegno di famiglia. Finite le scuole tecniche, Rosa aspettò di compiere diciotto anni per lasciare  il paese e andare a vivere in città con la sorella, di un anno più giovane, alla quale era molto legata. Pare che all’inizio entrambe lavorassero in un laboratorio di cucito. Nel 1919 la sorella Lucia morì di febbre spagnola, che all’epoca fece molte vittime.

 Rosa decise di proseguire gli studi , diventò ostetrica e lavorò sempre all’ospedale Ascalesi nel cuore caldo  di Napoli. A lei si deve la nascita, in casa, di tutti i nipoti, pronipoti e figli di conoscenti finché fu costruita la prima clinica ostetrica in penisola sorrentina alla fine degli anni ‘50. Rosa era minuta e di statura piccola, ma aveva un passo sicuro e deciso. Arrivava nella casa della partoriente e istruiva sul da farsi le donne presenti, zittendole con fermezza per mantenere la calma e concentrarsi sull’evento. Non si può dire fosse una bellezza.  Aveva però un paio di occhi  vispi da furetto, di colore castano verde, eredità trasmessa alle nipoti e pronipoti.

  Nel ’43 aiutò la nipote maggiore a trasferirsi in città per lavorare e contribuire al mantenimento agli studi dei tre fratelli minori. Questo perché suo padre ( il fratello di Rosa) era disperso. In verità proprio durante l’ultimo viaggio, che prevedeva il suo sbarco a Genova, arrivò un contrordine. La sua motonave fu dirottata  ad Alessandria d’Egitto e l’equipaggio sbarcò  in un campo di prigionia inglese. Lì suo fratello vi rimase per otto anni e ne svelò il segreto  parlando in arabo contro fantasmi immaginari, quando in tarda età la sua mente vacillava tra sprazzi di memoria del passato e vuoti del presente.  Durante la sua assenza Rosa seguì i  cinque nipoti conciliando, come poteva,  gli impegni di lavoro col tempo libero. La seconda guerra si fece sentire, in tutti i sensi: nelle separazioni forzate, nei bombardamenti, negli stenti, nella trepida attesa di notizie. Ogni tanto tornava al paese e  rimproverava la cognata perché i ragazzini parlavano il dialetto. Rosa ci teneva all’Italiano. Ormai aveva assunto l’aria della città e credeva che un diploma e la  padronanza della lingua italiana potevano essere un buon biglietto di presentazione per un’occupazione futura. Nel dopoguerra incoraggiò i tre nipoti ad intraprendere la carriera del mare. Rosa invece iniziò a viaggiare, prima da sola poi, in età avanzata, coinvolse nelle sue peregrinazioni anche alcune amiche. Non c’erano confini di spazio e tempo alla sua voglia di scoprire l’Italia , l’Europa e poi oltre. Investiva così i suoi risparmi, allontanandosi sempre più,  come i cerchi concentrici si allargano nell’acqua. La sua meta preferita fu Parigi ma è rimasta memorabile nella storia della famiglia la sua partenza per la Terra Santa in un itinerario “fai da te” negli anni ’50.

 La ricordo anziana quando per un giorno si fermava a casa nostra e l’indomani ripartiva per proseguire uno dei tanti viaggi. Quando arrivava era una festa. I miei genitori la aspettavano e si premuravano di accoglierla secondo il rituale riservato agli ospiti di riguardo. A tavola parlava ininterrottamente, descriveva e raccontava le sue peripezie, e sorrideva. Mio padre la ossequiava dandole del Voi, nutriva per lei un’ammirazione, che ho capito in seguito, e una tacita gratitudine per avere assistito mia madre nel lungo parto di mio fratello che fece tribolare per due giorni non solo lei, ma anche  tutto il parentado.  Tra Rosa e mamma c’era una solidarietà femminile, riguardosa da ambo le parti, forse  perché la vita le aveva portate lontano a condividere la tradizione del mare in  una fatale ciclicità. Alla fine degli anni ‘60 Rosa venne a farci visita  per congratularsi con papà, fugando  ogni perplessità dei miei a trasferirsi altrove. Era sempre più piccola, con tante rughe ricamate dal tempo e dalla vita sul viso e sulle mani. Il passo era incerto, ma costante. Mi pareva una testuggine, con gli occhi di sempre, cangianti a seconda della luce, curiosi, attenti, precocemente spalancati sulla libertà, forza  e determinazione di essere. Quando la ricordiamo, tutti pensiamo a una donna intraprendente ed indipendente, discreta e tenace che vedeva altri tempi . Poco formale nei festeggiamenti, mai invadente, lontana eppure presente nei momenti critici.

 Certe vite  sono opere, rese grandiose da una quotidianità percorsa a piccoli passi per gestire difficoltà  e costruire pian piano, credendo in qualcosa. Qualcosa di silenziosamente autentico che va al di là di se stessi, degli affetti, delle coordinate di spazio e tempo, della contingenza del reale. A distanza di tanti anni Zia Rosa riesce ancora a trasmettermi un esempio che orienta. Una riservata, piccola- grande donna che, inizialmente per necessità e poi per scelta, interpretò la vita senza il bisogno di ricevere conferme affettive o consensi, seguendo priorità che aveva selezionato con intelligente perspicacia. Precorse i tempi con la curiosità di aprirsi al mondo, riuscendo a superare ogni distacco e a colmare ogni lontananza. Quando penso a Zia Rosa vedo una moderna  ragazza del 1899.

Dedicato a Zia Rosa

 

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Carnevale della Letteratura #3 – La notte

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E voilà è arrivato settembre con quell’inconfondibile luce che rende più brillante il verde e  trasparenti le acque e nella prima fresca aria notturna è arrivata a buon fine   la terza edizione del Carnevale della Letteratura avente come  tema  la Notte.

La notte, che da sempre incanta, affascina, appassiona e spaventa. Nel silenzio della notte sembrano emergere in maniera accentuata, più sentita e vissuta,  l’anima razionale ed irrazionale dell’uomo, a volte assorto e concentrato nei propri pensieri, a volte  libero di rincorrere sogni e passioni. La buia notte distoglie dal superfluo, induce  a scrutare e a esplorare  sentieri invisibili, a volte imperscrutabili, e nella sua silenziosa presenza ascolta, custodisce, ispira, guida, rivela indistintamente a tutti ad ogni età e nelle varie fasi della vita.

Tutti i partecipanti a questo Carnevale ci regalano frammenti delle loro notti, a volte tenere e nostalgiche, a volte briose e frizzanti, affascinanti e consolatorie, magiche e misteriose…

Io e Skip vi accompagniamo in punta di piedi nelle tante notti svelate dai nostri amici che  vogliamo ringraziare per avere reso così varia e  luminosa questa iniziativa.

 

Carnevale della Letteratura –terza Edizione

“Non si può toccare l’alba se non si sono percorsi i sentieri della notte.”

(Kahlil Gibran)

Mediterraneo

Iniziamo con   Marisa Bergamasco, che dall’Argentina  cura il blog Cocina y Letras ove riesce abilmente a fondere letteratura e arte culinaria, mescolando  la  nostalgia per l’Italia con i sapori  della buona cucina. Ci propone La notte e le donne più belle d’Italia, un racconto originale e spontaneo come gli affetti più cari associati a notti diverse che, nella loro luce e vicinanza, riescono ad annullare ogni distanza di spazio e di tempo.

“Pochi anni fa, quando telefonavo a mia madre da uno dei tanti posti in cui mi sono trasferita, le chiedevo che guardasse di notte “le tre Marie” (le tre stelle della cintura di Orione, quelle che nel mondo boreale vengono chiamate “I tre re”). A casa di mia madre se ne trovano sopra il serbatoio dell’acqua potabile che a sua volta si trova sopra il tetto della sua camera. Io le cercavo ovunque ci sia stato il mio cielo, e a quel punto, pensare l’una all’altra era il nostro modo casereccio per esorcizzare la lontananza.”

Un mix poetico, delicatamente genuino come la sorpresa finale, molto gradita da Skip e ancor più da me.  😉

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“La notte illuminata dal chiaro di luna è una delle ambientazioni più comuni e suggestive che si possono ritrovare in ambito sia letterario che musicale” è l’incipit del  post “Il chiaro di luna tra musica e letteratura” del giovane  Leonardo Petrillo, esperto di musica e scienze, che sul Tamburo Riparato ci delizia con un’ armonia  di composizioni musicali e letterarie.

“Sempre nell’atto V, Shakespeare immette un’emblematica riflessione relativamente alla musica: L’uomo, nel cui cuore la musica è senza eco, o l’uomo, che non si commuove ad  un bell’ accordo di suoni, è capace di tutto: di tradire, di ferire, di rubare e i moti del suo spirito sono foschi quanto la notte e le sue passioni nere quanto l’inferno. Non ti fidar di lui, ascolta la musica.”

E noi accogliamo volentieri l’invito leggendo e ascoltando il post di Leonardo, magari durante  una notte romantica, e il futurista Marinetti ci scuserà se non abbiamo ancora ucciso il chiaro di luna   😉

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E ora destiamoci  e spalanchiamo bene gli occhi, lasciandoci guidare dall’eclettica  Annarita Ruberto, la professoressa del web, esperta di matematica, fisica,  scienze e astronomia di cui scrive su Scientificando e Matem@ticamente, oltre che pubblicista di articoli scientifici sulla rivista  “Scuola & Didattica”.  Questa volta  sul blog Web 2.0 and Something  ci offre due componimenti poetici.

 Immersa  nella volta celeste contempla la Notte che

 “Pietosa signora

doni ali a pensieri.

Offri asilo ai desideri

Che vagano stranieri”

Una notte che, inquieta, ispira e nutre talenti.

 Annarita però non può non subire il fascino degli astri  e lo traduce in versi in   “ Le stelle” che  rischiarano le strade del cielo, dell’uomo  e delle varie civiltà e da sempre racchiudono nella loro magica polvere il mistero dell’universo.

 

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“Quella notte” , lettori,  che notte! Una notte tutta  da scoprire su Il Gloglottatore  , che lascia ampio spazio all’immaginazione e alla libera interpretazione.  Bernardo R., l’autore, è anche uno degli ideatori  del Carnevale della Letteratura  e  gloglotta convinto  che il mondo umanistico può amalgamarsi con quello scientifico o di altre arti e campi dell’ingegno umano. Infatti ci ha contagiati e convinti,  speriamo di esserlo sempre in  più.  Qui trovate i temi delle varie edizioni del Carnevale.

 

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Seguiamo adesso  Margherita Spanedda  che cura i blog  Un po’ di chimica e Il gatto a righe.  Nelle “Stelle”  racconta  una di quelle notti  pungenti che riescono a parlare  all’anima tra presente e passato, tra le  luci e  le ombre della vita di Maria. “…le  ombre dei suoi pensieri, dei suoi desideri, diventate improvvisamente solide , palpabili” riemergono da uno spazio vissuto e divenuto  troppo stretto e respirano in quello della memoria  e nell’ infinito  universo ove ricongiungersi alla luce di quelle stelle che attraversano la nostra vita come comete…

Altro contributo  di Margherita è il post  “La Dea” che nel suo splendore   affascina   gli uomini sin dalla notte dei tempi, incanta regalando un senso di infantile stupore a una nostra lontana progenitrice   che non può ancora intuirne  i misteri  nel ritmo del tempo e nella ciclicità della natura.

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“La luna spuntando dietro la cresta dei Ronchi, fece la sua comparsa nel cielo stellato e limpido e si mise all’opera per completare l’impresa iniziata dall’acqua. Con la sua straordinaria forza di gravità capace di alzare e abbassare le acque dei mari e degli oceani, come una misteriosa alchimia, mescolò le molecole dell’acqua con le vitamine della cornola dando così origine a una nuova forma di vita sconosciuta sulla terra.” Chi nacque? Il Sanguanello, un folletto dispettoso e burlone che è ricomparso  dalle leggende delle valli dell’Altopiano di Asiago  nei racconti di Fiorella Lorenzi insieme a “L’Anguana del Cion” .Tra suggestive descrizioni e un’apparente semplicità narrativa personaggi reali ed immaginari dei monti e dei boschi fanno decollare la fantasia nella semplice, quasi fiabesca,  atmosfera di un mondo rurale di altri tempi. Io e Skip ringraziamo anche Silvano Bottaro, alias Novalis, che ha pubblicato il post di Fiorella nel blog Novalismi  e invitiamo la cara Fio a scrivere, scrivere e farsi leggere. Ecco l’abbiamo detto ufficialmente!

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Ora passiamo a uno dei promotori e assiduo sostenitore del Carnevale della letteratura, cioè Spartaco Mencaroni di Il Coniglio Mannaro. Chi è il Coniglio? “Il Coniglio Mannaro è quella parte di ognuno di noi che si è persa in un posto magico e guarda da lontano il nostro mondo e la sua luna. Continua a raccontare storie fantastiche e frammenti di sogni, a volte fingendo di voler tornare indietro.” Un biglietto di presentazione per un giovane scrittore, di grande creatività e sensibilità, che riesce sempre a produrre racconti suggestivi, ora  teneri e delicati, ora misteriosi e avvincenti. Spartaco ha contribuito a questa rassegna con ben tre post.

In quella pallida estate, durante una lunga notte, accadono cose per noi viventi quasi incomprensibili. “Noi ricordiamo poco. I nostri pensieri si sciolgono nella luce e, nel buio, rimangono oscuri. Il giorno è chiarissimo dolore, la notte dolcissima stempera ogni memoria e ci conforta con la sua vaga tristezza.

Ma alcune cose restano, fissate come la trama di una ragnatela su cui splendono gemme argentate e gocce di pioggia inzuppate di luna.

Avvenne quell’estate, sotto un pallido cielo, che un’improvvisa bruma assai densa ci avvolgesse subito prima dell’alba.”

Due mondi si sfiorano nell’alba, momento di passaggio  dalle tenebre alla luce, dove la dolcezza e l’amarezza insite in ogni perdita si uniscono .

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Neve sull’argine grande è invece un racconto poetico che prende spunto dall’ “Autoritratto con paesaggio”  di Matteo Pedrali e accarezza le varie sfumature dell’amore nell’alternanza di giorno e notte, delle luci e delle ombre dell’umano sentire. Questo  post è un bell’esercizio di scrittura  di  Spartaco Mencaroni  che riesce a  dipingere con descrizioni accurate e incisive.

 

Di notte accadono cose che non si possono capire, ma solo intuire. “Ma quest’inverno è 37diverso. C’è uno strano freddo, che entra nell’anima. Le giornate non sono mai del tutto luminose ed è come se la notte assediasse le ore di luce. Posso sentire le ombre, si spingono ai margini del giorno, in attesa del buio.”   Nelle Notti d’inverno si snoda una storia  avvincente che sconfina dal mondo  reale a quello immaginario  negli inesplorati meandri della mente umana,  popolati da inquietanti presenze.

E infine veniamo  a noi.  Io e Skip ci siamo un po’ persi tra notti, stelle , lune e sensazioni. 

 

bambina con gatto“Caro lettore accingiti a seguirmi  e a percorrere con calma lunghe strade  di polvere e  germogli  tracciate nella memoria dei cuori e delle menti di chi narra storie e leggende, ora nascoste  dalle  tenebre della superstizione  e della vendetta, ora illuminate dalla  dolcezza dell’amore  e dalla magia della natura.” È l’incipit di  “Non avevo mai visto occhi così verdi”. Di chi? Provate a  scoprirlo nella storia di Cecilia, presunta o vera strega bambina, Tommaso e il Gatto, personaggi reali e fantastici in una storia un po’ misteriosa.

 

“L’anima è piena di stelle cadenti (Victor Hugo) “e anche la notte di San Lorenzo che ha ispirato semplici riflessioni e una grande meraviglia di fronte a uno spettacolo che si ripete e non stanca mai.

 

“Pompei, maledetta dalla natura e benedetta dagli dei, suggestiona chiunque nei suoidomus pompei chiaroscuri, nell’eco remota che risuona dentro, nella sua  immensità costellata da vibranti fiammelle che segnano il percorso, quasi a ricordo del percorso esistenziale dell’umanità. “Qui siamo felici” è l’epitaffio più bello in memoria di una città che ha ancora tanto da dire indistintamente a tutti.”

Hic sumus felices – Le magiche Lune di Pompei è un post ove dalla storia di Pompei , esplorata in visite notturne, si approda a riflessioni che accomunano l’umanità del passato e del presente .  

In una notte d’autunno è un  breve sguardo dentro di sé per ritrovare “ l’anima bambina. La stessa che tace parole non scritte per pudore e per timore di annoiare e di ferirsi. La stessa che ora si lascia decantare e si placa  nell’ abbraccio  di una morbida notte  d’autunno.” 

serena notte

Siamo quasi  arrivati alla conclusione del Carnevale  e io e Skip ringraziamo tutti i partecipanti e i lettori per avere seguito questa luuuuuuuuuunga rassegna.Ricordiamo che la quarta edizione del Carnevale della Letteratura sarà ospitato su Scienza e Musica di Leonardo Petrillo che ha scelto come  tema “ il tempo”. Potrete segnalare i link di vostri  post inerenti il tempo entro la fine di settembre .

 

Ora ci congediamo  lentamente e vi regaliamo un ultimo e splendido omaggio di Fernando Pessoa alla Signora  che, nelle sue mille sfumature ,  ci ha ispirati e guidati perché “La notte non è meno meravigliosa del giorno, non è meno divina; di notte risplendono luminose le stelle, e si hanno rivelazioni che il giorno ignora.” ( Nikolaj Berdjaev)

tutteleluneOde alla notte

Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio, Notte
con le stelle, lustrini rapidi
sul tuo vestito frangiato di Infinito.
Vieni vagamente,
vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute
lungo i fianchi, vieni
e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,
tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora
delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano
sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi
laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma
di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.
Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte febbricitante degli Umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
Vieni, dal fondo
dell’orizzonte livido,
vieni e strappami
dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.
Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.
Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.
Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
affidali all’Oriente,
l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto…
Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!
Vieni, premurosa,
vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi… Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.

Fernando Pessoa

 

immagini dal web
 

Non avevo mai visto occhi così verdi

Un racconto per la terza edizione del Carnevale della Letteratura che  si snoda tra le tante notti e le vicissitudini di Cecilia, Tommaso e il Gatto. 

Caro lettore accingiti a seguirmi  e a percorrere con calma lunghe strade  di polvere e  germogli  tracciate nella memoria dei cuori e delle menti di chi narra storie e leggende, ora nascoste  dalle  tenebre della superstizione  e della vendetta, ora illuminate dalla  dolcezza dell’amore  e dalla magia della natura.

bambina con gatto

 

Il tutto inizia in una notte più buia e cupa del solito, in cui  la luna è tenuta in ostaggio da nubi minacciose e pare  avvolta in nere gramaglie. Anche l’aria è ferma, calda e immobile fa presagire l’arrivo di un qualcosa che allerta i sensi.  Nella misera casetta il cui stato di abbandono conferisce un’aria di decadenza e  lascia immaginare uno stato migliore in altri tempi, la fiamma del camino brilla lasciando trapelare all’esterno un’intimità raccolta e intinta nei  colori della brace. L’anziana Maria  è impegnata a selezionare erbe, fiori e verdure sul tavolo della cucina, e di tanto in tanto se ne allontana per mescolare attentamente nel paiolo  con un cucchiaio di legno.

“Svegliati, presto”. Cecilia  dorme  già un sonno profondo in cui esplora  i  sogni con un dolce sorriso. La carnagione levigata, anche se sporca, e i capelli arruffati non la privano della delicatezza dei lineamenti, regalando  allo sguardo  un’aria innocente  mista  a una bellezza un po’ selvatica.

“Cecilia svegliati, fai presto” le grido nella mente miagolando quel tanto che basta a farmi sentire . La bimba si tocca la guancia per la sensazione di qualcosa di leggermente ruvido e poi di vellutato sulla fronte. Apre gli occhi e si scioglie in un sorriso. “Gatto sei tu!” e mi abbraccia  con il solito trasporto. “Presto, andiamo…”

 Io sono Gatto, non ho un nome particolare e sono già fortunato ad essere chiamato Gatto da Cecilia e da  quei pochi che mi sopportano. Non so che mi ha preso questa notte, ma ho sentito  di dovere andare dalla mia beniamina che  mi ha salvato da morte certa;  forse mi meritavo il nome di Mosè salvato dalle acque, ma credo che di questi tempi non si possa troppo scherzare su sacro e profano. Anche se il più delle volte il profano è spacciato per  sacro e alla fine gli umani ascoltano ciò che vogliono  ascoltare e credono in ciò che trovano più rispondente alle  loro intime  paure e convinzioni.

 

gatto nero

Spicco  un salto verso la finestra socchiusa  e svicolo fuori,  seguito dalla mia compagna di  furtive scorribande nel grande prato. Mi lascio  accarezzare e poi inizio  a correre verso il ponte e Cecilia, credendo che sia un nuovo gioco, mi insegue   ridendo e guardando bene a non inciampare nell’erba bagnata dalla notte. L’umidità dell’aria le scivola sulla pelle con perle di sudore sulla fronte, una strana quiete  nell’aria  preannuncia un temporale estivo. Si ferma al ruscello sotto il ponte  per lasciare decantare l’affanno.  La luna continua a stare nascosta e i miei  occhi fosforescenti la guidano nel buio e le fanno compagnia. La notte pare svegliarsi di colpo: un’aria fresca  inizia a danzare tra le  spighe di avena  e i papaveri. Le stelle brillano in lontananza nella  cupola velata di seta nera e la signora dei cieli  inizia senza pudore a denudarsi dei neri drappi  per rischiarare e vegliare dall’alto la collina. Cecilia ha un fremito, un brivido di freddo. Di notte accadono cose che a volte si fatica a comprendere. Si sentono. Accadono cose che Cecilia non può capire, ma ha solo un brutto presagio.

D’un tratto sentiamo  voci sommesse di uomini. Passano sul ponte  con un carro tre incappucciati, silenziosi  come le ombre che lentamente li precedono. Sentiamo poi un grosso colpo, un grido di donna e un gran fracasso di stoviglie rotte e di legni spezzati .Vigile drizzo le orecchie e spalanco gli occhi,  la piccola si appiattisce sotto un’arcata del ponte. I tre briganti escono in gran fretta dalla casa di Cecilia con un fagotto sulle spalle che viene  spinto in malo modo sul carro e se ne vanno in silenzio così come sono venuti, avvolti da ampi  mantelli colore del buio.

La bambina   è  tutta bagnata, questa volta non di sudore, ma di paura. Si sciacqua le gambette nel rio, prende in mano gli zoccoli e si accovaccia tremante. La conforto facendo le fusa  e ci allontaniamo di nascosto, ancora in preda allo spavento . Lei mi stringe a sé, affonda il suo viso nella mia morbida pelliccia nera e  ci addormentiamo abbracciati in una piccola grotta al confine con il bosco. 

“Tu sei figlia dell’acqua e del vento” diceva la nonna quando  Cecilia chiedeva dei suoi genitori. Sua madre era un a giovane vedova, così pare, di un uomo partito per una guerra non sua e mai più tornato. Dalla bellezza materna  Cecilia aveva ereditato i grandi occhi verdi e i capelli ramati. In quegli occhi più di un uomo, scapolo o ammogliato, si era perso e se lei era additata come una svergognata lavandaia , tuttavia era tollerata perché viveva ai margini del borgo oltre che della comunità. Ogni tanto la si vedeva uscire dal bosco con un sorriso e una baldanza che le facevano godere della vita. Si sa che il paese è piccolo e pieno di devozione. Non riuscireste a immaginare  quanta ne ispirassero la gelosia e l’invidia non solo di  donne e di ragazze da marito, ma anche di vecchi  ormai esclusi per vigore  tra i pretendenti alla sua freschezza. Le chiacchiere infestano come la mala erba, ma sono  più che convinto che un uomo l’abbia amata davvero e continui ad amarla. Ci sono segreti  nei cuori degli uomini sepolti  con cura  dalla rassegnazione, dagli obblighi  familiari e dalle apparenze. E credo che Anna , depredata troppo presto delle gioie coniugali da un  destino ingrato, avesse deciso di non privarsi dei piaceri della vita, di quelle pause spensierate che le consentivano di andare avanti tra rinunce e sogni infranti.

“La provvidenza vede e provvede.”  Così tuonò il prevosto, quando finalmente cessò quella fastidiosa presenza, sigillando le chiacchiere del paese con  una tacita pietas. In un’afosa  notte di  agosto, di quelle abbaglianti di stelle che avvicinano la cupola celeste ai sogni di tanti  e   lasciano ben intravedere le costellazioni  e le vie del cielo ai poeti, ai  naviganti e agli  amanti, in una notte che protegge e avvolge  con  la  complice tenerezza di una madre affettuosa che gioca con il figlio,  il destino volle portare  con sé  l’ultimo respiro di Anna e regalare al mondo   il primo respiro di Cecilia.

 Tra persiane e porte socchiuse ogni comunità racchiude da generazioni segreti, fondati o  abilmente partoriti dai malpensanti,  e la piccola Cecilia veniva semplicemente tollerata come figlia di un peccato, di certo  non suo, provato dagli inconfondibili occhi di foglia. Del padre non si vociferava nulla, perché da sempre  all’uomo era consentito soddisfare le voglie in una generale ipocrisia ora avallata con nonchalance, ora sfacciatamente  ostentata.

Io giro spesso solitario tra i vicoli del borgo, di soppiatto cerco qualcosa da mangiare e sto allerta per timore che mi lancino pietre e insulti. Sono troppo nero e incuto paura , a volte suscito grida e fughe, come una creatura malefica. Solo Cecilia non mi ha mai temuto , anzi  mi ha accolto nella sua ingenuità infantile. Strano a  dirsi ma non comprende  né avverte la solitudine, forse perché non ha la percezione della vita in comune avendo sempre vissuto fuori dal paese, conscia di una sola dimensione fatta di spontaneità e istinto e ritmata dal sole e dalla luna, dai colori e dalla ciclicità delle stagioni e della natura. Io appartengo al mondo di Cecilia popolato da insetti, lepri, rane, volpi, uccelli notturni e diurni, animali domestici e selvatici. Ecco forse lei  appartiene a questi ultimi in quanto leggermente addomesticata dalle parole, ma di sicuro  non dalle regole dell’ umana convivenza.

 Questa mattina andando di buon’ora a pescare nel ruscello, all’altezza del ponte,  sono passato davanti alla casa di Cecilia. Ho con me  una pagnotta e un po’ di latte fresco che spesso mio padre Pietro  mi fa consegnare a Maria, per pietà di quella vecchia che cresce  la piccola come può. Mi aspetto di vederla  accovacciata tra i cespugli di lavanda e rosmarino a giocare con i sassolini o venirmi  incontro, privilegiandomi della sua attenzione. C’è un muro di dubbi e sospetti  su quella casa  ma io,  che di san Tommaso porto il nome, non credo se non vedo , scrollo le spalle, non capisco  né voglio capire le incomprensibili questioni degli adulti.  Mentre accelero il passo, noto la porta sfondata. Non sento  i soliti  rumori  del risveglio di ogni casa. Ho un buon intuito e d’istinto torno indietro  da mio padre che  lascia tutto e si precipita  con  il vicino di casa Elio e Oreste, suo figlio. Arrivati di corsa, tutti insieme  con  sguardi indagatori e  preoccupati contempliamo attoniti   la violazione della casa, sempre più manifesta man mano che ci addentriamo. Oreste corre  verso il borgo a dare l’allarme e i due uomini si dirigono verso il  bosco con la speranza di trovare qualche indizio, se non addirittura le malcapitate. Mio padre è triste e preoccupato, mi sembra di colpo molto vecchio.  Li seguo con lo sguardo e mi fermo stanco nel grande prato guardando dall’alto il ponte e la casa di Donna Lucrezia con tutte le persiane e le finestre spalancate. Sulla terrazza scorgo controluce una sagoma che mi fa cenno di avvicinarmi e scendo verso la villa. Angelina mi apre il portone  e mi conduce dalla signora Lucrezia, una stimata nobildonna  di città, molto colta e ricca, arrivata non si sa se per scelta o per confino, la quale  conduce una vita riservata ma, chissà come, riesce a sapere sempre tutto della vita del borgo. Con timore quasi riverenziale misto a timidezza mi presento al suo cospetto tenendo gli occhi bassi . Lei mi incarica di cercarla nei pressi del bosco perché, a suo dire,  alle prime luci dell’alba ha intravisto Cecilia che camminava nel prato con il suo inseparabile Gatto nero.

Mi nascondo ai piedi del ponte da cui posso osservare il prato che confina con il bosco, la casa di Cecilia e di Donna Lucrezia. In cuor mio spero di trovare la mia amica anche se non capisco cosa possa essere successo alla nonna. Girano voci su  briganti che a volte di notte rapiscono le donne come è  già successo altrove, in base a  notizie giunte tramite donna Lucrezia che ha amici influenti e bene informati in città. Di queste donne,  giovani e anziane, nessuna è più tornata . Una subdola ansia mi prende con il timore che sia successo qualcosa di grave a Cecilia. D’un tratto vedo  mio padre uscire dalla selva con un’aria sconsolata e afflitta, mi pare  che pianga. Non è da lui  che è sempre poco incline a manifestare  i propri sentimenti con atteggiamenti di distacco, pacati, saggi e meditati .

Quando la noia e la stanchezza stanno avendo il sopravvento e il cielo si tinge  delle sfumature violacee del crepuscolo,  inizio a ingannare il tempo cercando  rane finché sento un fruscio in un cespuglio poco distante. Con calma prendo un sasso in attesa che compaia una biscia o chissà che altro, ma d’un tratto mi appare  il baldanzoso Gatto nero. Dopo qualche istante vedo brillare gli  occhi verdi di Cecilia che, spalancati di paura più che di sorpresa, tradiscono la  diffidenza che i bambini hanno verso gli sconosciuti. Bagna   i piedini con circospezione,  mi sembra  ancor più piccola dei suoi cinque anni nella tunichetta  sporca e un po’ corta, non ha più l’aria sfrontata o  incurante di sempre. Ho quasi paura di chiamarla e che scappi via, la guardo  quasi commosso cogliendo  in quegli occhi i pensieri  di una bambina più grande. Non ho mai visto occhi così verdi, e resto  immobile tra lo stupore e il timore di spaventarla. “Cecilia”, riesco  a dirle quasi sottovoce, scandendo dolcemente le sillabe, e la bimba mi sorride.

 

 “Madonna santa”, esclama Angelina quando apre il portone. “Anima innocente, chi ti ha ridotto così?” e subito ci lascia entrare accompagnandoci nella grande cucina. In fretta si premura di sfamarci  con pane fresco, latte e miele. Sulla porta compare Donna Lucrezia alla quale non sfugge nulla e questa volta deve  fare sentire ancor più e di persona  la sua presenza. “Sei la nipote di Maria, vero?” La bimba assente con la testolina  ingrovigliata  di erba secca e terra. La signora si sdebita con me, come promesso, e dà disposizioni ad Angelina per ripulire e rifocillare la bimba annunciando  che da quel dì vivrà in quella casa con loro. La fidata  serva  è ben felice di accogliere la  creaturella, finalmente avrà un aiuto e una compagnia. Così Cecilia trova   un tetto-  e che tetto!-,  tante premure e tra lenzuola  fresche e profumate il sonno ristoratore  la ritempra  dagli stenti patiti fino ad ora così che un bel giorno si scopre allo specchio  come non avrebbe mai immaginato. 

il gatto e la lunaMi manca Cecilia, mi  mancano le scorribande notturne nel grande prato tra lucciole e grilli d’estate, e i nebbiosi sbuffi dell’ alito d’inverno. Spesso mi ritrovo solo sul ponte, costretto a vagare indomito padrone  della notte e perlopiù, esule senza patria, a dormire nascosto di giorno. Durante una notte placida ma  fredda, me ne sto sul ponte a  guardare i  colori caldi dell’autunno, quando mi sento osservato, mi volto di scatto già pronto a difendermi da eventuali attacchi ma mi  incanto dinanzi a una  gatta, nera come me, dolcemente  elegante e sinuosa  nei movimenti. Nerina, nel mio semplice immaginario di gatto, si chiama Nerina. Stiamo per un po’ sul muretto del ponte a studiarci reciprocamente finché  ci inseguiamo nel prato, mi cimento in prodezze acrobatiche e fusa pur di  conquistarla, ma all’improvviso non la trovo più.

 

L’ho trovata finalmente, se no che Gatto sarei. Ho ritrovato  Cecilia che  è in carne, serena, davvero bella, non l’avrei riconosciuta  se non per quegli occhi ipnotici che ti leggono dentro e poi vispi vagano intorno, spinti dal  pensiero veloce  e dall’innata  curiosità.  

Angelina è una brava donna, generosa e affettuosa:  di sera mi lascia entrare in cucina servendomi un po’ degli  avanzi  e finge di non sapere che la bambina  apre la finestra  per farmi  dormire ai piedi del suo letto nelle fredde notti invernali. La solitudine  accomuna e Angelina sa bene quanto  sia prezioso amare e sentirsi amati , anche se da un gatto. Intanto  il mondo di Cecilia si popola di nuove abitudini, consuetudini, precetti di vita civile e religiosa, nella conquista di un sempre più esteso consenso sociale grazie anche alla  protezione di Donna Lucrezia. Le origini della bimba sono appena bisbigliate dalle donne di una certa età alle figlie e alle nipoti nubili , poco ambite dai giovani del paese, ai cui occhi Cecilia   risulta essere una potenziale rivale troppo aggraziata.

 Gli anni passano e non ho più tempo per giocare con la mia amica. L’affetto  di compagni d’infanzia si sta sciogliendo  nell’attrazione dei sensi e mio padre cerca di impegnarmi  tutto il giorno, secondo me, per timore che la  frequenti troppo . Ogni tanto sbrigo piccole commissioni per Angelina e Donna Lucrezia  e la scorgo in cucina impegnata ad aiutare in faccende domestiche, o mentre  si esercita a leggere con la signora  e a ricamare. Vorrei invitarla a ballare al Calendimaggio, alla festa della primavera e della fertilità intorno all’albero fiorito, per  celebrare l’arrivo della bella stagione. Sono sicuro che Cecilia sarà prescelta come reginetta della festa.

 

Le notti si susseguono tra trine di  nubi  e stelle di diamanti e la vita pulsa sempre più forte nella  natura, anche in quella umana. Sto invecchiando e non ho più l’agilità di una volta. Devo essere prudente, poco tempo fa quell’Oreste mi ha colpito con un grosso sasso e mi ha azzoppato, sono scappato nei vicoli del borgo ma il dolore era insopportabile e, quando credevo di non avere via di scampo, ho incontrato Nerina che mi ha condotto in salvo in una cantina. Quell’Oreste non mi piace. È  inquieto in un corpo troppo forte, è diventato un ragazzone spavaldo e prepotente con i ragazzi, smargiasso con le ragazze che seduce nel  bosco.  Ho l’impressione che abbia messo  gli occhi su Cecilia perché si aggira sempre nei paraggi della villa. Non devo farmi scorgere, se no sono guai.

 Il gran giorno è arrivato,  la natura inizia a  rinascere e con lei la speranza di un buon raccolto. Le ragazze hanno colto fiori di campo e intrecciato ghirlande, si sono  di bianco vestite per festeggiare  con canti e danze l’arrivo della primavera. Anch’io sono  lì e ballo volentieri, sotto lo sguardo fiero dei miei  e della mia dama di turno. Oggi pare che regni l’armonia, c’è voglia di gioire, di vivere la giovinezza  e il presente  senza rivalità e  rancori.  Angelina contempla compiaciuta la sua Cecilia, proprio lei, che madre  non è mai stata, ha ricevuto una figlia più bella del sole. La danza scioglie ogni inibizione nei sorrisi e nelle movenze, la fanciulla rincorre la sua musica interiore e con disinvoltura riesce a cimentarsi in quella sua prima occasione di vita, in quel rito di iniziazione all’adolescenza.

Le voglie di amorosi sensi pungono in corpo, soprattutto ad Oreste che si è dichiarato senza successo a Cecilia. Il diniego amoroso a volte può ferire  più di un’offesa  verbale e Oreste non è il tipo che dimentica e perdona facilmente, anche perché deriso dagli altri ragazzi in quanto  la più giovane e  bella ha osato ridimensionarlo. In buona fede però, perché i primi approcci e le  schermaglie  amorose  non sono note a Cecilia, ancora infantile nella sua timidezza e inconsapevole di suscitare le attenzioni dei maschietti ruspanti.

 

Un’altra notte, silenziosa e calma, tanta quiete stranamente mi innervosisce. Ho  già gatto-e-lunasentito una notte del genere, quest’umidità mi appiattisce il pelo. C’è uno strano silenzio, i grilli e le rane tacciono. Eccoli  di nuovo,  gli  incappucciati, ma che fanno? Aprono la finestra e afferrano Cecilia e la portano via su un carro avvolta in un sacco,proprio come la nonna. Il giorno dopo  le grida di Angelina risvegliano  il borgo e le coscienze  in tristi ricordi che si volevano dimenticare, mentre  la signora Lucrezia  ha mandato  a chiamare d’urgenza Tommaso per  consegnare una lettera in città. Ovunque, in ogni casa, bottega, piazza non si fa altro che parlare del rapimento di Cecilia. La gente ha paura, si è ripetuto un dramma  già vissuto, questa volta si teme che i briganti approfittino della ragazza. Si insinuano dubbi e sospetti, le maldicenze riemergono  e volano velocissime  di bocca in bocca offuscando i  giorni sereni appena trascorsi.

 Donna   Lucrezia e Angelina partono , in fretta e furia portano  quanto più possono in grandi bauli. Troppi bagagli fanno presagire  che faranno un lungo viaggio o che comunque non ritorneranno presto o mai più nella bella villa sul ponte. C’è chi dice che la signora raggiungerà  suoi lontani parenti in Francia o    un suo potente amante con la speranza di  trovare la sua figlioccia, mentre la buona  Angelina si ritirerà  in un convento per trovare conforto nella fede per  un dolore così devastante. Povera Angelina! Non sa che proprio quella fede ottenebra il ben dell’intelletto in un delirio collettivo che si accanisce cercando un capro espiatorio per ogni carestia, epidemia, moria di animali, morte di parto, scontento, tempesta , irregolare soffio di vento o marea e un tribunale di ecclesiastici, detto santo ma  che di santo non ha proprio nulla , senza alcuna compassione, né umanità e tanto meno obiettività indaga, inquisisce,  individua una vittima da sacrificare sull’altare dei secoli bui.

  Io lavoro, lavoro tanto e, quando i  cattivi pensieri mi sbattono ossessivamente nella testa, bevo, bevo troppo fino a stordirmi. Vorrei annegare  nella bottiglia per non immaginarla più, vorrei annegarci per colmare questo vuoto. Che darei per averla ancora qui, rinuncerei anche a vederla pur di saperla sana e salva . La rivedo ancora ,  bocciolo non ancora sbocciato, durante la festa del Calendimaggio. L’altra notte, mentre  una luna piena  inargentava ogni spiga  e ogni foglia  e si specchiava in ogni goccia d’acqua, ho visto uno stormo di uccelli con volti umani  diretti verso il bosco. Ero brillo, confuso, ho intravisto  la signora Lucrezia, Anna, Maria  e altre donne, giovani e vecchie, bellissime  e orrende…avevo caldo, mi sentivo in preda ai fumi dell’alcol  e al rimorso di non aver protetto abbastanza Cecilia.  Che scherzi fa il vino!

Ad un tratto tutta l’acqua è ribollita, come se dal fondo delle viscere della terra  ci fosse stata un’esplosione che facesse sobbalzare e gorgogliare ogni polla e corso d’acqua e un forte vento ha scatenato le chiome in un vortice sempre più vasto e furioso di  foglie,  di fiori,  di frutti, di polvere, pietre, rami  ed erbe  che come in un’ invisibile cornucopia si sono levati verso il cielo e l’ho vista, l’ho vista , era lei  che dava le mani al Gatto e rideva  danzando un girotondo con Gatto in un turbinio di scintille luminose e fiamme. Credo poi di essermi addormentato.

 gatti-occhi-verdi-bis

E’ stata una notte tremenda, infernale. Strani prodigi stanno accadendo, la gente ha paura e non si sente sicura nemmeno in casa propria. Durante quella tromba d’aria che ha sollevato tegole e scoperchiato tetti, sradicato alberi  e  terrorizzato gli animali nelle stalle e nel bosco, sconvolto gli uomini  e  fatto piangere le donne e i bambini ,  d’un tratto si è sentito l’Oreste che urlava .È uscito sull’uscio di casa, con la faccia sfregiata da graffi  e la camicia insanguinata. Si dice  che due gatti neri  siano passati  rasenti al muro di casa sua, uno dietro l’altro,  e il più grosso  è stato trovato morto poco distante con il cranio sfondato. Il tetto del campanile si è sgretolato ed è precipitato giù sul sagrato della chiesa. Il campanile si erge ora solitario, incredulo quanto noi di questa furia che si è scatenata all’improvviso.

Le voci corrono, soprattutto queste. Mio padre sta perdendo la ragione, in preda a sensi di colpa per un’ignavia che probabilmente non riesce a perdonarsi. Cecilia , sorella che non ho mai potuto abbracciare come tale,  sei durata poco come tutte le cose troppo delicate e preziose. Sono andato in città per avere conferma di quanto ho capito e sentito, e sono solo riuscito a  scorgere i tuoi piedi bluastri e allungati che uscivano da un carro tra sacchi insanguinati  mentre ti portavano via. Non ho osato soffermarmi, voglio ricordarti come eri. Non meritavi tutto questo, sei nata sola e te ne sei andata ancora più sola, affidando al vento e all’acqua il tuo strazio.

 

“Vieni Notte, madre amabile che mi hai  finora protetta dal male degli uomini. Accoglimi pietosa, regala i tuoi respiri a me che hanno tolto l’aria.  Mi hanno invidiato come ragazza quando a stento ho vissuto da bambina, mi hanno  desiderato  come femmina quando non ero ancora una donna, mi hanno reso sterile prima ancora che divenissi fertile. Raccogli  i miei sogni e i miei sospiri, cullami, nascondimi più in alto che puoi nell’oscurità e poi nelle vie del cielo. Indicami la strada, dea del silenzio e della compassione, strappami da questa sofferenza  che  dilania  le membra  e l’anima. Non ho più parole, né lacrime, né forze, né battiti per questo mondo. Notte, saggia e incorruttibile, salvami ora e per sempre dalla follia dell’uomo , dalla cecità  della superstizione e dall’ottusità della fede. Scendi Notte pudica , lascia riecheggiare la calma del silenzio anche dentro di me, cala un velo su quel che sono ora e avrei voluto diventare, frutto di un peccato che non mi appartiene come i demoni  che scalpitano nelle loro menti malate , perverse e malvagie. Portami via, sventrata di ogni dignità e vitalità, Signora del cielo diffondi ovunque quel  mio istinto  a comprendere le voci della natura, mai compreso, che  seduce , conquista, affascina  quando la natura è benevola,  ma provoca terrore e vendetta   quando è  maligna.”

 

Non so se si possa impazzire di dolore. La violenza su Cecilia, additata come  strega bambina, mi ha sconvolto. Sono partito, il mare ridimensiona ogni cosa  e cambia  prospettiva,  nell’infinito del  cielo notturno che sconfina nel  buio silenzioso e fermo dell’oceano ho ritrovato un po’ me stesso e sto imparando a cicatrizzare le mie ferite.  In fondo le  persone della nostra vita sono un po’ come le stelle.
Tutte comunque lasciano una scia indelebile dentro, lasciano una traccia che nulla potrà oscurare e spegnere: una luce fatta di polvere di stelle, che scalda, rischiara, anima e dà un senso al nostro passaggio nell’universo, al nostro sentirci sospesi tra due infiniti. A volte siamo come un orizzonte, linea di demarcazione irraggiungibile e indefinibile eppure esistente, protratti verso un infinito che va oltre ogni confine e ogni tempo. Cecilia continua a brillare, ovunque tu sia.

Durante l’ultima  tempesta  le onde hanno invaso  il ponte , spezzato le sartie,  abbattuto  l’albero  maestro. La natura fa il suo corso, divinità indomabile e imprevedibile ha il vero potere di vita e di morte. I marinai dicono di avere  visto un gatto nero nella stiva e poco dopo il vento si è placato e con lui i marosi. Io credo invece che la paura suggestioni un po’ tutti e che fosse uno dei soliti  topi che sale  a bordo nei porti. La paura però innesca il coraggio di vivere, è tempo di non sfuggire a me stesso e alla mia memoria, è tempo di  tornare alla mia terra, alla vita dei campi, a casa.

 Quante donne, tutte  qui a dispensare rassicuranti litanie, a preparare acqua calda e pezze sterili e calde. Una processione di donne devote e io sono qui che aspetto. Non sopporto più le sue grida. Notte, che accogli le confidenze di chi ama e di chi soffre, assisti e proteggi mia  moglie …

 Mi sento impotente di fronte ai suoi lamenti e guardo fuori dalla finestra. Una notte come la magiatante, quante ne ho scrutate per diventare uomo. Mentre osservo la mia ombra  che si allunga sul muro di fronte casa, ho la leggera percezione di un’ altra ombra  che corre furtiva , forse di un ratto. Alzando lo sguardo  li capto, sono due grandi occhi verdi brillanti nel buio. Un gatto nero, snello ed elegante è lì seduto di fronte a me, sul muro, mimetizzato nelle tenebre. Pare mi fissi e penso a Gatto, ma è più piccolo, come lui però è maestosamente regale e misterioso. Ci fissiamo immobili, non sento più le voci, gli strilli, l’ansia dell’attesa. Penso all’istante in cui da bambino colsi  l’intensità di  quegli occhi così verdi che non avevo mai visto prima.

Mi toccano la spalla, mi volto. Mia madre mi porge mia figlia. È nata, finalmente! Guardo per un attimo il cielo che forse  mi ha ascoltato, o semplicemente era destino che andasse così.

 Sorrido alla mia donna, osservo con attenzione la mia bambina, nata in una notte di inquieta attesa, frutto del desiderio e dell’istinto alla vita e le sussurro “Benvenuta tra noi, piccola Cecilia”.

 

immagini dal web

L’anima è piena di stelle cadenti (Victor Hugo)

stelle-cadenti-notte-San-Lorenzo

 

Un piccolo omaggio alla notte più magica dell’anno  nella terza edizione del Carnevale della Letteratura.

 Nella notte di San Lorenzo tra il 10 e l’11 agosto, e anche in quelle successive, sono particolarmente visibili le stelle cadenti dei desideri, note anche come lacrime di San Lorenzo che, donate dal santo al cielo durante il supplizio, ogni anno ricadono sulla Terra.

 E’ una notte magica in cui  provo a  scrutare nella morbida oscurità  in attesa di una scia luminosa che ricami il cielo. Di solito per  pochi secondi  il mio  sguardo accompagna la stellina in caduta libera e un senso di infantile stupore mi incanta. Quando mi ricordo di esprimere il desiderio, la lucina argentata è già sparita. Provo ugualmente  a formularlo, ma in fin dei conti mi basta averla salutata nel suo fugace passaggio.

Quest’anno no. È un anno diverso. Non sarà nemmeno necessario fissare il cielo. Sento che la mia stella è lì che aspetta. Si mostrerà cogliendomi di sorpresa.  Per qualche attimo ci incontreremo; lei danzerà al ritmo delle note che riecheggiano dentro di me. Ha già ascoltato altre volte il mio desiderio, ben nascosto nella notte della  mente e del cuore. Non sarà necessario ricordarglielo.

Ci scambieremo intimamente due faville: una scintilla dei miei occhi perché  possa brillare più a lungo e darmi il tempo di raccogliere una sua impalpabile stilla di speranza.

 

Grazie di cuore…

 cuore -folonUn post su luoghi di confine, che cambiano prospettiva di vita e di fede, per la seconda edizione del Carnevale della Letteratura ospitato da Il Coniglio mannaro” di Spartaco Mencaroni. Un doveroso omaggio a un bambino, che non dimentico, e alla ricerca scientifica.  

“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, poi la vita risponde”(Alessandro Baricco).

Una chiamata improvvisa, inaspettata proprio quando avevo raggiunto un equilibrio vivendo in una sorta di standby, tra la rassegnazione e l’attesa con  l’inconscia rimozione dell’inevitabile.  

A volte ci sono cose difficili da narrare seguendo un filo logico. Proprio io, che cerco  una logica in ogni cosa, oggi mi arrendo  alla fatalità.

 

Il caso volle che, uscendo da una chiesa di Roma,  l’occhio mi cadesse di sfuggita su un’immagine e, tornata sui miei passi,  la scrutassi con attenzione ma non con gli occhi dell’arte. A quella santa degli impossibili rivolsi un pensiero, sempre lo stesso, prima svogliato poi  più intenso.

La domenica  successiva ripartii e tornai a casa in Liguria. Nel pomeriggio di  lunedì azzardai una scelta, combattuta, con la perplessità  del distacco, di una necessaria lontananza che complica tutto e che potrei ovviare solo con una clonazione per conciliare le esigenze della famiglia di origine e di quella acquisita. Mi frullava in testa da tempo e la rinviavo da  qualche anno. Nella notte di lunedì però  un cuore bambino  chiamò e lei  partì in fretta e furia per riceverlo. Era arrivato il momento tanto sperato e temuto da tutti noi. Col senno del poi, concludo che proprio  questo allenamento di prevedere e rimuovere dai miei pensieri  il rischioso evento risolutorio aveva indirettamente maturato  un sorprendente autocontrollo, necessario nel momento dell’emergenza quando  è inutile farsi prendere dal panico e non giova una qualsiasi decifrazione emotiva e razionale.

Avevamo programmato il da farsi: la valigia e le cartelle cliniche erano pronte, l’ambulanza era stata preavvisata, ma l’imprevisto c’è sempre e ci mise lo zampino un benzinaio che invece del pieno di benzina pensò bene (anzi non pensò affatto) di farne uno di diesel all’ auto di papà. Così  dopo aver lasciato le chiavi di casa ad un’amica per provvedere a Skip vero, che si fece volontariamente rapire e coccolare, inforcai la mia Kiki quattroruote e sconfinai in quel di Lombardia con papà, ripetendomi più volte di  guardare bene la strada  per non  distrarmi.  Beato il giorno in cui mi decisi di riprendere  a guidare!

Quel  verdetto di nove  anni fa  se da una parte ha aiutato a  comprendere i pregressi quarant’ anni di “forse, tentiamo, può darsi…”  e a ricomporre  la storia familiare di cuori indomiti, dall’ altra   ha innescato razionali meccanismi di autodifesa,  perché in certe circostanze  bisogna selezionare anche le paure per aggirare quelle più infondate   e prepararsi  a sbarcare sull’ unica riva possibile, cercando di cogliere gli approdi più dolci.

 

Talvolta le ore sembrano ritagli di eternità. Frastornata  la guardavo, stando  dietro una vetrata con i miei genitori, che d’un tratto mi apparvero carichi di tutti gli anni e delle  speranze riposte. Come noi anche  tanti altri sconosciuti, provenienti da ogni parte d’ Italia, in piedi e  in silenzio ad omaggiare la grandezza della scienza. Quanta solitudine  a volte si prova nelle proprie emozioni…

Abbassando lo sguardo sul marmetto di quel confine trasparente  vidi una figurella e poi altre, una distesa di figurelle, tutte allineate, tra le quali c’era anche un rosario in una scatoletta. Tributi di fede per gli intercessori di una grazia ricevuta, testimonianze di speranza. Parlavo mentalmente  all’ ignoto bambino del cuore e continuavo a pensare che avrebbe dovuto sempre custodire in vita  il proprio cuore e rincorrevo idealmente i suoi genitori, unicamente  grandi nella generosità di offrire nuove opportunità di vita. Non riuscivo e non riesco ad immaginare quel donatore se non col volto dei miei figli a dodici anni. La vita è strana: ruba e regala quando meno te l’aspetti. 

 

Quel cuore bambino ora palpita a nuovi compromessi, stillando in lei  tante  gocce, un flusso di vita, e lo penso spesso quando la osservo nei suoi  costanti progressi. Da qualche tempo si sta ambientando, batte più forte di un tamburo nella conquista di un nuovo ritmo per reclamare l’istinto alla vita. Quel cuore ha  rappresentato una svolta per scrostarci dalla zavorra di una vita intera. Per me è stato  quasi un nullaosta per  lasciare le  nostalgiche terre blu e rimettermi in gioco, tessere una nuova rete di interessi e di relazioni, perché ho finalmente potuto sentire il  bisogno di riappropriarmi dei miei desideri nella ricerca  del bello e del nuovo  in una città che mi affascina e mi  ha parlato sin dal primo momento. 

 

Tutto questo per confermare che l’Italia detiene un primato internazionale nel settore dei trapianti   e che alcune malattie sono diagnosticabili grazie ai  recenti progressi della ricerca sulla definizione degli aspetti diagnostici , decorso clinico della malattia e sviluppo  di nuove strategie terapeutiche. Pochi sono i ricercatori clinici che si occupano di malattie rare e collaborano intensamente a livello internazionale con centri di ricerca americani ed europei , nonostante i  limitati supporti finanziari. Convivere con malattie croniche per il  paziente e i suoi familiari significa fare i conti con un senso di imprevedibilità  e una mancanza di controllo sull’ignoto, induce a ripensare le priorità della vita  e a ristrutturare un nuovo ordine di  ruoli e valori. Impone una corazza  che scherma dalla leggerezza dell’essere, che sprona a cercare di vivere normalmente, per quanto possibile, e a trovare forza per trasmetterla e non fare perdere la speranza.

 

Accadono cose che sono come domande. Riemergono a tratti, poi ad un certo punto le zittisci per  guardare avanti. A volte le eccezioni fanno saltare andamenti lineari, fermano  il  tempo che per lei  si pensava scaduto e per lui che non avrebbe dovuto fermarsi in una staffetta ove punto di partenza e di arrivo coincidono nell’ineluttabile trionfo della fatalità che sconfigge ogni logica. L’unica certezza è una profonda riconoscenza  per coloro che hanno reso e rendono possibili i miracoli  con grande professionalità medica da una parte, ma soprattutto con un’ammirevole generosità dall’altra.

 

A quei genitori noi tutti  siamo vicini  e vogliamo esprimere la nostra gratitudine per averci consentito di adottare il loro cuore bambino  in una nuova vita.

 

 

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La nuotatrice

Con questo post partecipo alla seconda edizione del Carnevale della Letteratura  ospitato da “Il Coniglio mannaro” di Spartaco Mencaroni che ha  proposto il tema

“ i luoghi di confine”.  

Buona lettura! :)

 

Le prime ore di luce l’hanno sempre attirata, e lei le ha sempre rincorse. A quindici anni aspettava l’alba e alle cinque usciva di casa di nascosto per raggiungere il lungomare e osservare  il mare piatto che iniziava a svegliarsi sulla riva. Le piaceva scoprire a grandi passi il cammino retto, dritto, vuoto e nudo del litorale che scorreva a est verso l’infinito nelle sfumature del giorno.

Bottiglie vuote e carte, rigurgiti serali dei vacanzieri, stavano rannicchiate sul muretto o nei pressi di cestini e la distraevano da quella devozione per il giorno.  

Zampanò scendeva dalla panchina e le andava incontro fuseggiando . Era un vecchio gatto, forse uno spiritello incarnatosi in un felino dalla zampa tesa, calcificatasi male, che gli dava un’ andatura inconfondibile anche da lontano . Un soprannome  ben calibrato  per un gatto dalla spiccata personalità, resistente e sornione  nella sua placida esistenza, circoscritta ai pitosfori del sottopasso, e garbatamente ruffiano  di fronte a prodighe offerte  di pappatoria. Dopo il quotidiano rituale di coccole e saluti, attraversava il lungomare e scendeva nello stabilimento sottostante, forse con la speranza di trovare una colazione degna del suo felino appetito.

Qualche raro  pescatore era già sulla scogliera con la lenza tesa in mare e il cappello ben calato sulla testa,  immobile, chissà se in meditazione o dormiveglia. Lei procedeva a passo svelto, ripercorreva il lungomare e rientrava a casa prima che i suoi si alzassero, finché  un giorno il padre le chiese , dissimulando male  l’innata preoccupazione per le misteriose uscite mattutine. “È troppo presto uscire alle cinque del mattino.” Con quali parole  poteva spiegargli che il mare la chiamava, che quella luce rosata l’attendeva e non si accontentava di scorgerla dalla terrazza di casa ma  aveva bisogno di ritrovarsi e dirsi buongiorno nel silenzio rasserenante del mattino.

 

A quindici anni la vita inizia a pulsare forte con tante, contrastanti emozioni che morsicano il cuore, con un carico di energia che ha bisogno di venire fuori per non implodere dentro. A quell’età l’intuizione prevale ancora  sulla logica, che sgomitola fili ingarbugliati, e  non riesce a trovare risposte opportune ai quesiti sempre più incalzanti, alle perplessità e ai timori del domani. Al cambiamento apparente  del corpo e della voce si sovrappongono l’inquietudine, il dubbio, un senso di inadeguatezza e  una  latente insicurezza  di fronte a un presente in cui bisogna ripensarsi per ripensare nuove e più confortanti certezze. Troppa confusione e nostalgia di àncore e del futuro, mai messe a fuoco in maniera nitida, chissà come  riescono a rendere   possibile il miracolo della crescita perché la miopia dell’adolescenza in fondo è il motore della vita, la spinta alla ricerca, alla scoperta di sé e del mondo.

Forse per questa primordiale e  naturale danza  emotiva  iniziò a riprendere il nuoto,  prima  su brevi distanze, che via via divennero sempre più lunghe. Iniziò ad allenarsi sistematicamente da sola e d’estate, per  scaricare e incanalare energie perché sentiva che era necessario per sentirsi meglio, ignorando che avrebbe gradualmente conquistato  il coraggio di vivere.

 

Aveva imparato a galleggiare da sola a tre anni, stando prona  laddove si infrange l’onda , battendo i piedi come facevano i grandi, bevendo e sputando quando metteva la testa sott’acqua e, incoraggiata dalle risa di mamma e zia, si destreggiava in quel gioco. Un giorno  un’onda più lunga la risucchiò verso il mare e allora batté i piedi più forte che poteva  e per istinto mosse le mani a cagnolino nel tentativo di non affondare   e si trovò un po’ distante dalla riva. Nel mare. D’un tratto si accorse  che sotto i piedini non c’era più  il fondale di pietre e sabbia e allo stesso tempo vide arrivare a grandi falcate la madre   che  prima, con ansia,  le disse che era tremenda, poi divertita la lodò per la sua bravura mentre la sorreggeva sotto  con mano ferma quando la stanchezza la lasciava lentamente decantare tra le braccia vellutate delle alghe.

Da allora imparò ben presto a sguazzare e ad allontanarsi dalla spiaggia in un periodo divertentissimo per lei,  ma  molto movimentato per i suoi genitori che non riuscivano a godersi un po’ di sole in santa pace . Stavano  in piedi sulla battigia cercando di non perderla di vista e si tranquillizzavano solo quando era in un gruppo di bambini più grandi e  più consapevoli  dei pericoli del mare. Aveva  acquisito una buona acquaticità, nuotava con estrema facilità sia in superficie che sott’acqua dove con naturalità tratteneva  il fiato per  rilasciarlo un po’ alla volta e allargava  quanto più poteva le braccia per avanzare  tra gli scogli , mentre le gambe scalciavano in fretta dando direzione e velocità. A cinque anni il senso dello stupore fa scoprire il mondo e di sicuro quello nascosto del mare era una tentazione troppo forte per la sua innata curiosità, finché non subentrarono le paure, come  la paura di una mostruosa  murena che poteva sbucare all’improvviso tra gli scogli, del pescecane che sfrecciava in superficie e che invece risultò essere un motoscafo e causa   di incubi ricorrenti, del dolore all’orecchio dovuto ad una lesione del timpano che si era provocata grazie alla sua incoscienza. Cominciò allora a solcare in superficie  il mondo visibile ed  esperibile delle onde.

 

“Facciamo a chi arriva prima all’orizzonte” disse un giorno  il cugino più grande a una schiera di bambini. Tutti corsero in acqua e iniziarono a nuotare in avanti, sbattendo a caso mani  e piedi sull’acqua in uno slancio di grida  e di schizzi. Lei era tra i più piccoli e non riusciva a farsi largo in quel caos di spruzzi e di gambe scalcianti, ma non desistette. Man mano che gli altri si allontanarono sollevando  acqua e risa, smise di avanzare come un  cane e  iniziò a nuotare sul serio, a stile libero con la  testa ben dritta in avanti, come le aveva insegnato il  papà. Dopo un’iniziale resistenza e fatica, imparò a sentire il respiro, a coordinarlo con il movimento degli  arti, questi ultimi veloci, sempre più  veloci, le davano slancio, le bracciate divennero più regolari e così procedeva, avanzava senza rendersi conto di allontanarsi sempre più dalla riva . Non poteva fermarsi , né voleva fermarsi  per non darla vinta ai grandi e guardava davanti a sé l’orizzonte, quel traguardo sottile dove sprofondava  il sole. Poteva farcela. Ogni tanto trovava qualcuno fermo che aveva desistito dalla gara, che a volte la incitava, a volte l’esortava a fermarsi.

L’orizzonte però si spostava sempre più, era irraggiungibile per quanti sforzi potesse fare. Stanca si fermò, ritrovandosi al largo; sentì il cugino che a metà percorso la chiamava dicendole di tornare indietro. Aveva il fiatone  e   si mise a “fare  il morto” a pancia in su per riposarsi e con le braccia ben aperte e appoggiate sul mare scrutò  quel cielo  che le parve più azzurro, luminoso e vicino del solito. Sentiva l’affanno del respiro che pian piano scemava, le onde che la cullavano dolcemente  in una ripresa di forze e di respiri più calmi. Provava anche una grande soddisfazione perché era arrivata più vicina all’orizzonte, a quel confine tra mare e cielo, e per un po’ le sembrò che il proprio corpo fosse una linea di demarcazione tra gli abissi  del mare e l’infinito del cielo.

 Quel suo piccolo sogno di gloria si infranse ben presto quando riconobbe la voce del cugino che la indicava a don Peppe che avanzava  con remate energiche e veloci. Dove andrà così di corsa? Iniziò a pensare al famigerato pescecane che popolava le sue paure infantili grazie ai racconti degli adulti  che in tal modo pensavano di frenare la sua vivacità. Poi si accorse che don Peppe si dirigeva verso di lei, seguito a nuoto dal cugino, e  capì che erano lì per lei. Non sapeva se avere paura o andargli incontro. Cominciò a pensare di avere sbagliato in qualcosa, ma in che? Aveva partecipato ad una  gara e l’aveva vinta. Don Peppe si accostò con cautela, le porse  una mano  nodosa e forte alla quale si aggrappò e che  la issò  sulla barca “ Si’ proprio ‘nu pesciolino. Ma nun t’allontanà chiù ch’’a passano e’ motoscaf” … “e anche i pescecani” , aggiunse lei , memore delle raccomandazioni dei suoi. A riva trovò sua zia preoccupata  e sua madre sul piede di guerra. Le bastò guardare  i loro occhi per capire che l’aveva combinata grossa, e che questa sua bravata non sarebbe passata impunita. A sette anni però che si può capire dei pericoli del mare, se non che è popolato da murene  dai denti avvelenati e da famelici squali? In compenso anche gli altri cugini ebbero una bella ramanzina perché l’avevano istigata a sfidare chissà quali nefandezze  nel regno di Nettuno, invece di proteggerla.

 

Insomma da quel dì le fu consentito di fare bagni al mare, ma solo a tempo. Sì a tempo, non più un solo interminabile bagno che durava quanto tutta la permanenza in spiaggia. Il tempo era scandito dalla comparsa di  rughe che arricciavano i polpastrelli  e dal colore viola delle labbra , segnali di immediata e improcrastinabile risalita a riva, altrimenti  doveva subire  la mortificazione di essere prelevata a forza dalla madre, affronto insopportabile per uno spiritello libero. Sulla spiaggia aveva comunque  sempre qualcosa da fare, soprattutto cercare legnetti e pietrine colorate sotto i piloni dello stabilimento, provocando strenue contrattazioni, ora persuasive, ora minacciose, di mamma e zia perché ricomparisse  tra i più comuni  mortali  e smettesse di  giocare al minatore. Decorava con pietre e sabbia sgocciolata a mo’ di glassa immaginarie e  appetitose torte, con sassolini, pietre pomice e legnetti  i torrioni di un castello di sabbia circondato da un profondo fossato, nel quale si calava fino a  mezzo busto attirando l’attenzione di molti bambini della spiaggia e il disappunto del bagnino perché quella voragine poteva fare inciampare qualche distratto vacanziero del week end. Ma prova a “di’ a ‘o mar e sta’ quiet” ( prova a dire al mare di stare quieto). Era un’ondina selvatica. Era tutt’ uno col mare e  viveva con estrema naturalezza il  ritorno al liquido amniotico di sua madre e lo slancio verso l’ignoto con  l’intraprendenza di suo padre.

Carol Bennet

 

A quindici anni però  il mondo si capovolge. Il mare la iniziò a chiamare con una voce lusinghiera ma indecifrabile. Quell’orizzonte evocava il mistero della conoscenza  e  un timore reverenziale, seduceva la sua fantasia verso mondi lontani e civiltà remote, divenne la metafora della vita e dell’umana gente. Suscitava in lei  la malía dell’ignoto, il forte richiamo dei popoli sconosciuti di ogni tempo e luogo, il sudore e la nostalgia  di generazioni di naviganti e di emigranti.

La paura dei mutamenti della crescita, che trasformava il suo corpo e le rubava la spensieratezza, non ostacolò la sopita passione infantile.

Al mattino abbracciava il mare, madre e padre insieme, e con lunghe nuotate lo domava, esiliava  ogni dubbio e inquietudine, reclamando la dose quotidiana  di vitalità e di adrenalina per sedurre la speranza e il futuro. Quasi per gioco iniziò ad allenarsi per sfidare il mare,  ma in realtà sfidava   se stessa in una gara di resistenza, per caricarsi di volontà di potenza e sentirsi viva. Un allenamento gratificante, un modo inconsapevole per temprare anima e corpo con la forza concentrata  nella bracciata cadenzata e coordinata al respiro e alla battuta dei piedi, capace di  accelerare in sforzi graduali e a decelerare con rinunce e battute d’arresto altrettanto graduali. Solcava il mare come una freccia scagliata prima in lontananza e poi in parallelo  alla riva. Guardava i fondali e la costa, senza mai perdere di vista le boe che le davano il riferimento della distanza ma, soprattutto  quando nuotava verso est, volgeva il viso verso l’orizzonte, muta presenza in quel rituale di iniziazione.

Nuotare su lunghe distanze era per lei conoscenza dei propri limiti e potenzialità, valutazione dei rischi e regolazione delle forze, estenuante modellamento del corpo e della tenacia ,capacità di orientarsi con il sole e con la mente, di tagliare l’onda controcorrente, di esplorare silenzi, di ascoltare e di ascoltarsi, di fantasticare.  Quando iniziò la moda dei windsurf si tenne più vicina alla costa. Nuotare in stato di allerta era ancora più  faticoso, rischiava di  compromettere  il piacere del nuoto e di cedere all’insicurezza del pericolo che in ogni contesto frena entusiasmi e crea attriti.

 

A venti anni si accorse  che il mondo aspettava un suo qualsiasi  contributo ma l’umanità non era  come credeva, e ne era diffidente, se non ostile, era  troppo impegnata a respirare rabbia e desiderio, a condannarsi e ad assolversi, a ricreare un  nuovo ordine ed  equilibrio, a cercare  armonia, bellezza e  conferme da un dio qualunque e dalla sorte, a inseguire orizzonti, speranze e sogni, a oltrepassare confini  per definirne altri, a scoprire quella  semplice legge che “niente si distrugge, ma tutto si trasforma” nel mare di dentro.

“Quando crederai  in te stessa, non ti fermerà più nessuno”. Era l’indelebile e indigesta  sentenza di   un maestro di vita, uno di quelli che compare quando meno te l’aspetti e poi ti tradisce scomparendo troppo presto nell’ aldilà.

“Andiamo, te la senti?”  disse una mattina suo padre. “Tu vai fin dove vuoi, io ti seguo camminando sulla spiaggia e sul lungomare. Fermati quando sei stanca”. Sua madre stava per intervenire con la solita ansia protettiva , ma poi guardò il marito e tacque.

 Lei non capiva dove volesse andare a parare suo padre, come in fondo lei stessa.

 

Alle sette di mattina il mare palpitava  ancora con  il calmo respiro della notte e  a stento le onde  brucavano la riva. Si avvicinò pian piano a quel dio imprevedibile, si bagnò lentamente per ambientarsi nelle fresche lenzuola marine, scrutò a est l’aureola del giorno, sciolse un po’ i polsi e le caviglie mentre  valutava la traiettoria da seguire, e partì. Prima lentamente, poi  con  il proprio ritmo,  abbracciò ininterrottamente per circa tre chilometri quel suo mare con una padronanza, una libertà e un’euforia mai provate.

 Circa trent’anni dopo qualcuno ha detto che “Il nuoto è come la musica, non si vede ma si sente.”

Ed è vero.

Eric Zener

 

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