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Il regno della teletta in “Fascino muliebre” di Matilde Serao
Mentre ero a spasso per il mercato domenicale di Porta Portese, su una bancarella di stampe, manifesti pubblicitari e giornali ho scorto la scritta “ Matilde Serao” su un libretto nascosto tra vecchie etichette e cartoline. Il nome della scrittrice è già di per sé garanzia di uno stile ridondante in cui le descrizioni si snodano dall’esterno per intrecciarsi nella mente del lettore , inconfondibile per le sfumature lessicali e – cosa straordinaria delle grandi penne- per le riflessioni sempre attuali, forse perché attingono dall’animo umano e da un’intelligenza vivace. Il titolo del libricino è “Fascino Muliebre” e sinceramente credevo riservasse argute frecciate alle dame dei salotti che amavano spettegolare sull’anticonformismo della scrittrice. L’ho letto d’un fiato e ho scoperto che i vari capitoli esplorano l’universo della bellezza femminile attraverso immagini storiche e mitologiche, osannano l’acqua , l’idroterapia e i rituali del regno della teletta, suprema arte feminea, svelano consigli e segreti per esibire belle mani, bei piedi nel capitolo intitolato “La bellezza di Cenerentola”, una splendida capigliatura in “ La chioma di Berenice”, il profumo di belle labbra. Da riferimenti storico letterari di partenza la Serao arriva a reclamizzare – qui la sorpresa- prodotti chimico-farmaceutico- igienici della società A Bertelli di Milano , e in particolare modo della linea di profumeria igienica Venus (acqua, estratti, brillantina, lozioni, olio, profumi, saponi, pomate) elencati in un prezzario nelle ultime pagine.
Peccato che sul libretto non sia indicato l’anno di stampa . Presumo che fosse annesso a qualche altra pubblicazione, forse di un giornale dell’epoca?
Eccone uno stralcio tratto dal capitolo “Nel regno della teletta”
“La parola toilette- dicono i ricercatori delle origini delle parole- trasse la sua fortuna da un movente assai esiguo, come accade di quasi tutte le cose destinate ad una grande popolarità. Essa viene da toile, tela, giacchè al principio del diciassettesimo secolo, le signore solevano portare in viaggio, in un sacchetto di tela, esternamente assai lavorato e leggiadramente adorno, gli oggetti per l’abbellimento del volto e dei capelli; il sacchetto era fatto per modo che, aprendolo, si distendeva come una tovaglietta, una piccola tela, una toilette, sovra un tavolino da lavoro, che si collocava avanti alla specchiera, e lì la signora, la sua camerista, la sua pettinatrice o l’azzimato parrucchiere dalla mano lieve comme des pattes de papillons, compivano quella mirabile opera di architettura, di polverizzazione, d’incipriamento, di miniatura, di ritocco e di dipintura minuziosa che assurse poi agli onori della massima illustrazione, un secolo dopo, sotto lo scettro di Madame de Pompadour, di Maria Antonietta e della principessa di Metternich.
Alcuni filologi hanno invocato anche l’origine dalla parola provenzale e italiana tavoletta, taoletta ,e quindi anche tailetta, toilette, teletta.
Che cosa diventò, poi, la teletta! Ve ne erano, per le dame francesi, due, e non più di tela, ma fisse avanti all’enorme specchio,che le
avviluppava tutte nella sua ampiezza indiscreta: una era per la preparazione intima, la teletta privata, raccolta, discreta, l’altra, vero poema di merletti e di rabeschi, era per l’adornamento sontuoso, che la dama si faceva completare in presenza dei cortigiani e dei corteggiatori, in un salone dorato e rabescato. Questo era il salotto- boudoir- dalla tradizionale spinetta che accompagnava il passo molle e carezzoso del minuetto; ivi si compiva l’incipriamento, la postura dei nèi finti, si dava l’ultimo tocco di minio, si appuntava l’aigrette, fra le lodi sussurrate e le ciance dolci e banali. Oh, cari, spirituali, frivoli e pur affascinanti boudoirs, ritratti dal pennello di Watteau, ove aleggiava la poesia sottile come la cipria e colorita come una tortuosa pavana! Ancora, ancora da quelle figure di donne per le quali il supremo studio della vita era l’arte di piacere, di ammaliare, l’arte d’ingentilire in un’onda d’incanti la loro bellezza, ancora come da esseri viventi e gorgheggianti si sprigiona un caldo sapore di vita, un’onda di armonie che raramente possono ritrovarsi ai giorni nostri!
Che cosa vi era, allora, su la teletta tutta avorii, ori e argenti della signora elegante, dove i più celebri miniaturisti, orafi, argentieri, incisori e scultori annidavano le carezze della loro arte delicata, tutta leggiadrie e profumi? Chiedetelo a gli scrittori che ricostruirono quel mondo così gaio e così interessante: ai Goncourt, che ne penetrarono l’anima; a Théophile Gautier, che ne dipinse con pennellate nobilissime la merlettata esteriorità. Erano arsenali di ninnoli, di fiale, di cofanetti, di boccette, di ordegni, di ampolle, il contenuto dei quali era una immensa varietà sortita di fantasie sempre fertili, sempre tormentate dall’idea fissa dell’originalità.
Oggi, la moda, il gusto diverso, i ritrovati nuovi hanno semplificato ogni cosa; ma il piccolo arsenale della teletta di una signora elegante, che segua le norme dell’igiene con la stessa scrupolosità con cui cura la sua bellezza, non è meno interessante. Il tipo è unico, e la donna d’altronde è conservatrice per eccellenza, anche quando sembra subire qualche evoluzione…”
Seguono citazioni di prodotti Venus , acqua da teletta, vellutina, brillantina, glicerina, lozione, crema cosmetici antisettici ricciolina, essenze profumate al gelsomino, mughetto, violetta rosata, rosa thea, ylang-ylang … Usi, costumi e atmosfera di altri tempi, ma il piccolo arsenale, fisso e mobile, della teletta esiste ancora, a ogni età e non solo per le donne. Una ragione in più per difendere a spada tratta dalle critiche e dai tentativi di espropriazione o di sfratto le creme e le cremine idratanti, emollienti, struccanti,nutrienti, rigeneranti, antirughe, antistress, rassodanti, snellenti ecc…ben schierate nei mobiletti e sulle mensole del bagno.
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“Il Sanguanelo della Valle del Ciòn”
“Si racconta che il mitico folletto vestito di rosso col cappellino a sonagli, si aggirasse di notte per fare dispetti gli uomini e agli animali e che si divertisse ad andare nelle stalle ad intrecciare le code dei cavalli, a rubare i panni rossi stesi ad asciugare nelle corti, a sostituire i bambini nelle culle e a far perdere la strada di notte a chi malauguratamente si fosse messo a seguire le sue impronte.”
È una leggenda delle valli dell’Altopiano di Asiago , ricostruita e narrata dall’amica Filo nel libro “Il Sanguanelo della Valle del Ciòn”, pubblicato di recente.
Il personaggio burlone nacque da una còrnola, forse “da quella più grossa e lucida di quel ramo che spiava il torrente, un po’ isolata dalle sue sorelle…
Toc-toc-toc tre salti ammorbiditi dalla sabbia per fermarsi vicino al bordo della pozza di acqua stagnante. La cornola rimase in terra per qualche tempo, come in attesa dell’evento che di lì a poco sarebbe avvenuto. L’acqua infatti pian piano, quasi in risposta a un irresistibile richiamo, cominciò con lieve movimento ad avvicinarsi alla cornola solitaria, accarezzò il frutto e l’avvolse nel suo dolce abbraccio cullandolo dolcemente.
Passò il giorno e arrivò la notte. La luna spuntando dietro la cresta dei Ronchi, fece la sua comparsa nel cielo stellato e limpido e si mise all’opera per completare l’impresa iniziata dall’acqua. Con la sua straordinaria forza di gravità capace di alzare e abbassare le acque dei mari e degli oceani, come una misteriosa alchimia, mescolò le molecole dell’acqua con
le vitamine della cornola dando così origine a una nuova forma di vita sconosciuta sulla terra.”
Nei racconti di Filo, tra suggestive descrizioni ed un’apparente semplicità narrativa che fanno decollare la fantasia e pensieri più profondi, vivono personaggi reali ed immaginari dei monti e dei boschi ,come le magiche Anguane , accomunati dall’improvvisa apparizione dello gnometto rosso.
“Te vedessi Cati, da soto al paion xè scapà fora un ometo picolo e tuto rosso.”
Salta fuori Checo del Ciòn, con voce ancora più alta:” Te vedessi come ch’el corea, el ga traversà el Ciòn e l’è ‘ndà su par i Ronchi come un ghiro.”
“El gera rosso come ‘na cornola”- borbottò Piero È.
“Come el sangue!” aggiunse infervorato Checo.
I due si guardarono con gli occhi ancora fuori dalle orbite per la sorpresa e dissero: “Podaria essere el Sanguanelo!”
“Ora che i nostri figli stanno perdendo il ricordo dell’originaria armonia in cui tutti gli esseri erano interconnessi e il magico serviva a spiegare l’ignoto, vorremmo anche noi, con l’aiuto del Sanguanelo contribuire a salvare la memoria dei vecchi lavori, degli antichi nomi dei nostri nonni, dei toponimi e delle magiche creature che accompagnavano i giorni dei nostri antenati, creature nate dalla loro accesa fantasia, o forse, da occhi più attenti dei nostri…”
È misteriosamente sparito Skipblog proprio quando stavo scrivendo questo post . Secondo me, il Sanguanelo ha voluto testimoniare così la sua presenza e la sua fama di burlone dispettoso.
Una ragione in più per farlo rivivere nella nostra fantasia.
“Il Sanguanelo della Valle del Ciòn”
di Fiorella Lorenzi, illustrato con le opere di Severino Abriani
ed. La Serenissima
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Dalla Casa dell’Annunziata al “Ventre di Napoli” di Matilde Serao.
La Santa Casa dell’Annunziata era un’antica ed importante istituzione del Regno di Napoli, nata nel XIV secolo per accogliere orfani e bambini abbandonati. Nel 1318 circa una Congregazione della Santissima Annunziata chiese al re Roberto d’Angiò l’esproprio di un piccolo fondo per la costruzione di una chiesa e di un ospedale, sostenuta dalle offerte del popolo, e nel 1343, grazie a Sancia di Majorca, seconda moglie di Roberto il Saggio, sorse il nuovo complesso che comprendeva la chiesa, più volte modificata nel corso dei secoli e ricostruita dal Vanvitelli nel Settecento in seguito ad un incendio, l’ospedale, il brefotrofio e il conservatorio delle esposte. La Casa dell’Annunziata veniva amministrata da un cavaliere del Sedile Capuano e da quattro rappresentanti della piazza del popolo. Durante il XVII secolo divenne uno dei più importanti ospedali della città in grado di accogliere fino a cinquecento malati.
Sulla via dell’Annunziata c’era un’apertura che ospitava una ruota girevole ove madri in difficoltà appoggiavano i neonati, prelevati poi dalle suore all’interno della struttura. In tal modo le donne mantenevano l’anonimato ed affidavano i loro piccoli a qualcuno che poteva prendersene cura in una città afflitta da grandi miseria e mortalità infantile.
I bambini “esposti” nella ruota diventavano così figli della Madonna ( ne avevo accennato anche qui). Si registrava la loro presunta età, l’ora e il giorno del ritrovamento, eventuali segni distintivi, biglietti o piccoli oggetti che potevano consentirne un tardivo riconoscimento. Per tutto l’Ottocento quelli che non erano stati adottati imparavano un mestiere. I maschi erano impiegati nelle fabbriche del Real Albergo dei Poveri, alle ragazze era data una dote in caso di matrimonio, altrimenti potevano rimanere nella Casa dell’Annunziata. La ruota fu utilizzata fino al 1875 ma ancora per qualche tempo permase l’esposizione di bimbi sui gradini della chiesa.
Nel “Ventre di Napoli” la giornalista e scrittrice Matilde Serao racconta la pietà e la devozione, o più semplicemente la solidale umanità delle popolane napoletane.
Roma, autunno 1884
Quando una popolana napoletana non ha figli, essa non si addolora segretamente della sua sterilità, non fa una cura mirabile per guarirne, come le sposine aristocratiche, non alleva un cagnolino o una gattina o un pappagallo, come le sposette della borghesia. Una mattina di domenica ella si avvia, con suo marito, all’Annunziata, dove sono riunite le trovatelle, e fra le bimbe e i bimbi, allora svezzati o grandicelli, ella ne sceglie uno con cui ha più simpatizzato, e, fatta la dichiarazione al governatore della pia opera, porta con sé, trionfante, la piccola figlia della Madonna.
Questa creaturina, non sua, ella l’ama come se l’avesse essa messa al mondo; ella soffre di vederla soffrire, per malattia o per miseria, come se fossero viscere sue; nella piccola umanità infantile napoletana, i più battuti sono certamente i figli legittimi; di battere una figlia della Madonna, ognuno ha certo un ritegno; una certa pietà gentilissima fa esclamare alla madre adottiva: Puverella, non aggio core de la vattere, è figlia della Madonna. Se questa creatura fiorisce in salute e in bellezza, la madre ne va gloriosa come di opera sua, cerca di mandarla a scuola o almeno da una sarta per imparare a cucire, poiché certamente, per la sua bellezza, la bimba è figlia di un principe; in nessun caso di miseria o infermità, la madre riporta, come potrebbe, la figliuola all’Annunziata. E l’affezione, scambievole, è profonda, come se realmente fosse filiale; e a una certa età il ricordo dell’Annunziata scompare, e questa madre fittizia acquista realmente una figliuola.
Ma vi è di più: una madre ha cinque figli. Il più piccolo ammala gravemente, ella si vota alla Madonna, perché suo figlio guarisca; ella adotterà una creatura trovatella. Il figlio muore; ma la pia madre, portando al collo il fazzoletto nero che è tutto il suo lutto, compie il voto, lacrimando. Così, a poco a poco, la creatura viva e bella consola la madre della creatura morta, e vi resta in lei solo una dolcezza di ricordo e vi fiorisce una gratitudine grande per la figlia della Madonna.
Talvolta il figlio guarisce: il primo giorno in cui può uscire, la madre se lo toglie in collo e lo porta alla chiesa dell’Annunziata, gli fa baciare l’altare, poi vanno dentro a scegliere la sorellina o il fratellino. E fra i cinque o sei figli legittimi, la povera trovatella non sente mai di essere un’intrusa, non è mai minacciata di essere cacciata, mangia come gli altri mangiano, lavora come gli altri lavorano, i fratelli la sorvegliano perché non s’innamori di qualche scapestrato, ella si marita e piange dirottamente, quando parte dalla casa e vi ritorna sempre, come a rifugio e a conforto.
Un caso frequente di pietà è questo: una madre troppo debole o infiacchita dal lavoro ha un bambino ma non ha latte. Vi è sempre un’amica o una vicina o qualunque estranea pietosa, che offre il suo latte; ne allatterà due, che importa? Il Signore penserà a mandarle il latte sufficiente. Tre volte al giorno la madre dal seno arido porta il suo bambino in casa della madre felice: e seduta sulla soglia, guarda malinconicamente il suo figlio succhiare al vita. Bisogna aver visto questa scena e avere inteso il tono di voce sommesso, umile, riconoscente, con cui ella dice, riprendendosi in collo il bambino ‘O Signore t’ ‘o renne, la carità che fai a sto figlio ( Il Signore ti renda la carità che fai a questo figlio). E la madre di latte finisce per mettere amore a questo secondo bimbo, e allo svezzamento soffre di non vederlo più: e ogni tanto va a ritrovarlo, a portargli un soldo di frutta, o un amuleto della Vergine: il bimbo ha due madri.
Io ho visto anche altro: una povera donna andava in servizio, non poteva tenere presso di sé il suo bimbo; lo lasciava a un’altra povera donna, che orlava gli stivaletti, e lavorava in casa, cioè nella strada. Ella metteva i due bimbi, il suo e quello della sua amica, nello stesso sportone (culla di vimini), attaccava una funicella all’orlo dello sportone e dall’altra parte al proprio piede, e mentre orlava gli stivaletti, canticchiava la ninna nanna per i due bimbi; mentre orlava gli stivaletti, mandava avanti e indietro il piede, per cullare i due bimbi nello stesso sportone….
È naturale che il popolo non possa fare carità di denaro, al più povero di lui, non avendone: ma si vedono e si sentono carità più squisite, più gentili.
Una cuoca si metteva sempre di malumore quando la padrona ordinava il brodo: era soltanto felice quando si ordinavano maccheroni o legumi, o risotto, grosse e nutrienti minestre. Fu lungamente sospettata di ingordigia, sebbene alla sua personcina malandata fosse più necessario il brodo che i maccheroni: in realtà ella dava la sua minestra, ogni giorno, ai due bimbi della portinaia, e preferiva dar loro un grosso piatto, anziché tre cucchiaiate di brodo: ella rimaneva senza…
Nessuna donna che mangi, nella strada, vede fermarsi un bambino a guardare, senza dargli subito di quello che mangia: e quando non ha altro, gli dà del pane. Appena una donna incinta si ferma in una via, tutti quelli che mangiano o che vendono qualche cosa da mangiare, senza che ella mostri nessun desiderio, gliene fanno parte, la obbligano a prenderlo, non vogliono avere lo scrupolo. …
E ancora un altro fatto mi rammento. Un giorno, al larghetto Consiglio, una donna incinta, presa dalle doglie, si abbattè sugli scalini e partorì nella strada. Il tumulto fu grande: ella taceva, ma per pietà, per commozione, molte altre donne strillavano e piangevano. E in poco tempo, da tutti i bassi, da tutte le botteghe, da tutti i sottoscala, vennero fuori camicioline e fasce per avvolgervi la povera creaturina, e lenzuola per la povera puerpera. Una madre offrì la culla del suo bimbo morto; un’altra battezzò il bimbo, facendogli il segno della croce sul visino; una terza questuò per tutte le case del vicinato; una quarta, serva, si offrì e andò a fare il servizio per la povera puerpera. La moglie del fornaio divise il suo letto con al puerpera: e il fornaio dormì sopra una tavola per dieci giorni, avendo per cuscino un sacco. E quella miserella piangeva di emozione, ogni volta che baciava suo figlio.
Matilde Serao ( da “Il Ventre di Napoli” )
La stella Gatto
In quel tempo, a Roma, diverse persone andavano via con i gatti. Pensatori che, a causa delle automobili, non trovavano piú la quiete per pensare; vecchi che avevano delle storie da raccontare ma nessuno li stava a sentire e in casa per loro non c’era piú posto; donne rimaste sole in un appartamento vuoto: pigliavano su e sparivano. Di loro non si sapeva più nulla. Erano andati via con i gatti.
Come facevano? Questo si é saputo dopo, col tempo. Era una cosa molto semplice. Si faceva, piú che altro, in piazza Argentina.
Questa piazza é fatta cosí: tutt’in giro ci sono strade, palazzi, automobili, filobus, chiasso, ma in mezzo alla piazza c’ é uno spazio dove stanno alcuni gloriosi ruderi romani, le rovine di due o tre tempietti, mezze colonne rovesciate, praticelli, qualche pino, qualche cipresso. E i gatti. Non ci possono andare le automobili, lá dentro e laggiú, nei sotterranei ombrosi, sotto i portici antichi. É come un’isola serena in mezzo al mare del traffico, da cui la separano una cancellata e pochi gradini. Si scendono quei gradini e si é in mezzo ai gatti.
Sono molti, di tutte le razze. Ci sono giovani cuccioli che giocano ad acchiappare lucertole e vecchi gattoni che dormono tutto il tempo e si svegliano solo quando arrivano le “mamme dei gatti”, coi loro cartoccetti di avanzi per la cena. Ogni gatto si sceglie il posto che piú gli piace, si infila in una nicchia, si allunga ai piedi di una colonna, si acciambella sui gradini di un tempio.
Quelle persone scendevano i gradini, scavalcavano la bassa cancellata, diventavano gatti e cominciavano subito a leccarsi le zampe.
La gente che passava e guardava, mettiamo, dal finestrino di un filobus, vedeva soltanto gatti. Poteva distinguere quello con un occhio acciaccato da una sassata, quello che aveva perduto un orecchio in battaglia, il grigio, il rosso, il tigrato, il nero.
Ma non sapeva che tra quei gatti c’erano dei gatti- gatti, e dei gatti-persone che prima, nel mondo di su, erano stati funzionari al ministero delle Poste, capistazione, conducenti di autotreni o di tassí .
Veramente un modo per riconoscerli ci sarebbe stato. Per esempio, quando arrivavano le “mamme dei gatti” c’erano dei gatti che si precipitavano a disputarsi le frattaglie, le teste di pesce, le croste di formaggio, e questi erano i gatti- gatti. Ce n’erano altri che invece, senza parere, davano prima un’occhiata ai brandelli di giornale in cui quegli avanzi erano stati avvolti. Leggevano un mezzo titolo, dieci righe di una notizia strappata sul piú bello, guardavano la fotografia di una principessa che si sposava. Cosí, mettendo insieme le loro osservazioni, si tenevano al corrente delle cose del mondo di prima, sapevano quando il governo voleva aumentare le tasse e se era scoppiata in qualche posto una nuova guerra.
In quel tempo andó via con i gatti anche la signorina De Magistris, una maestra in pensione che non riusciva piú ad andare d’accordo con sua sorella e se ne andó via, lasciandole anche il suo amato gatto, che si chiamava Agostino. La signorina De Magistris, nella sua lunga vita, aveva insegnato a leggere a migliaia di bambini e aveva avuto decine di gatti, ma tutti di nome Agostino, perché cosí si era chiamato il suo primo gatto, morto sotto il tram, e lei non lo aveva mai dimenticato. Successero tante cose, tra i gatti, dopo l’arrivo della signorina De Magistris.
Una sera essa spiegava le stelle al signor Moriconi, giá netturbino ed ora gatto nero con stella bianca sul petto. Altri gatti-persone e non pochi gatti- gatti seguivano le sue spiegazioni, guardando per aria quando lei diceva:
- Ecco, lá, quella é la stella Arturo.
- Ho conosciuto uno che si chiamava Arturo,- diceva il signor Moriconi,- si faceva sempre prestare i soldi per giocare al lotto, ma non ha mai vinto.
- Vedete quelle sette stelle lá, lá e lá? Quella é l’Orsa Maggiore.
- Un’orsa in cielo?- domandó, scettico, il gatto Pirata, un gatto- gatto soprannominato cosí perché, come molti pirati della storia, era cieco da un occhio.
- Anzi,- rispose la signorina De Magistris,- ce ne sono due: Orsa Maggiore e Orsa Minore. Anche di cani ce ne sono due: Cane Maggiore e Cane Minore.
- Cani,- sputó Pirata, con disprezzo.- Bella roba.
- Ci sono molte altre stelle con nomi di animali?- domandó il signor Moriconi.
- Moltissime. Ci sono il Serpente, la Gru, la Colomba, il Tucano, l’Ariete, la Renna, il Camaleonte, lo Scorpione…
- Bella roba,- ripeté il Pirata.
- Ci sono la Capretta, il Leone, la Giraffa.
- Ma allora é proprio un giardino zoologico,- commentó il Pirata.
Un altro gatto- gatto, tanto timido che balbettava, soprannominato Zozzetto (“zozzo”, a Roma, vuol dire “sudicio”; ma Zozzetto non era sudicio per niente, si lavava venti volte al giorno; valli a capire, i soprannomi…), Zozzetto, dunque, domandó:
- E c’ é …cecé…c’ é pu-pure il Ga-gatto?
- Mi dispiace,- sorrise la signorina De Magistris,- il Gatto non c’ é.
- Fra tutte quelle stelle che si vedono,- fece il Pirata,- non ce n’ é una sola che porti il nostro nome?
-Nemmeno una.
Ci furono mormorii di disapprovazione e di protesta.
- Buona, questa…
-Scorpioni, millepiedi, scarafaggi, sí ; gatti, niente…
- Contiamo meno delle capre?
-Siamo i figli della serva, noi?
Ma l’ultima parola, per quella sera, toccó al Pirata:
-Non c’ é che dire, gli uomini ci vogliono proprio bene. Quando ci sono da pigliare i topi, micio di qui, micio di lá, ma le stelle le danno ai cani e ai porci. Mi caschi anche l’occhio buono se da oggi in avanti tocco piú un topo.
Passó qualche tempo. Ed ecco che un giorno il signor Moriconi lesse in un pezzo di giornale odoroso di baccalá un titolo che diceva “Gli studenti occupano l’uni…”
Il quel punto il giornale era strappato
-E che cosa mai avranno occupato? si domandó ad alta voce.
-L’universitá,- gli spiegó la signorina De Magistris, che, essendo stata una maestra, sapeva tutto.- Non erano contenti di qualcosa e, in segno di protesta, hanno occupato l’universitá.
-Ma occupato come?
-Penso che sia andata cosí : sono entrati, hanno chiuso le porte e hanno cominciato a fare dei comunicati ai giornali, per fare sapere che cosa vogliono.
-E…ecco- balbettó Zozzetto, emozionatissimo.
-Ecco, e poi?- borbottó il Pirata.
-Ma sic…sicuro, é cosí che do-dobbiamo fa-fare!
-Che cosa c’entriamo noi con l’universitá?
-Ma pe-per la ste… la ste…
-Ho capito,- interpretó il Pirata,- gli uomini non ci danno una stella, noi in segno di protesta occupiamo… Giá, che cosa occupiamo?
La conversazione diventó ben presto un tumulto. Gatti-gatti e gatti-persone, afferrata l’idea di Zozzetto, discutevano con entusiasmo il modo di metterla in pratica.
-Bisogna occupare un posto in vista, che la gente se ne accorga subito.
-La stazione!
-No, no niente disastri ferroviari.
-Piazza Venezia!
-Cosí ci arrestano perché intralciamo il traffico.
-La cupola di San Pietro!
-Sta troppo in alto, un gatto, lá in cima,bisogna avere il binocolo per vederlo.
Anche stavolta l’ultima parola toccó al Pirata.
- Il Colosseo, – disse. E subito tutti capirono che quella era l’idea giusta, che il Colosseo era il posto giusto da occupare.
Il Pirata prese subito il comando delle operazioni:-Noi dell’Argentina siamo pochi.Bisogna avvertire anche i gatti dell’Aventino, del Palatino, dei Fori, quelli del San Camillo…
-Sí quelli! Quelli non vengono, mangiano troppo bene.
Il San Camillo é un ospedale. Nei padiglioni ci stanno i malati, nei praticelli e nei cespugli che circondano i padiglioni ci stanno i gatti.All’ora dei pasti essi si schierano sotto le finestre, anche un quarto d’ora prima, e aspettano che i malati gettino loro gli avanzi del pranzo e della cena.
-Verranno,- sentenzió il Pirata.
Difatti, vennero. Durante la notte vennero da tutta Roma, dai ruderi e dalle cantine, dai luoghi illustri pieni di storia e dai vicoli pieni di immondizie, vennero da Trastevere e da Monti, da Panico e dal Portico d’Ottavia, da tutti i vecchi rioni del centro, dai villaggi di baracche della lontana periferia, a centinaia, a migliaia, vennero i gatti e occuparono il Colosseo. Ogni arcata, ad ogni piano, era occupata da una densa fila di gatti a coda ritta. Ce n’era una fila compatta in cima, sulle pietre piú alte. Erano visibili a occhio nudo e a grande distanza.
I primi a vederli furono gli operai e i garzoni dei bar, che sono i primi ad alzarsi, a Roma. Poi li videro gli impiegati statali, che vanno in ufficio alle otto (poi dicono che i romani sono dormiglioni…).In pochi minuti si fece una gran folla intorno al vecchio anfiteatro.I gatti stavano zitti zitti, ma la gente no.
-E ched’ é? ‘Na gara de bbelezza?
- É ‘na parata: ha da esse la festa nazionale de li gatti.
-Anvedi quanti. Mo’ telefono a casa pe’ fallo sapere ar mio: quanno so’ uscito, dormiva ancora. Ce vorrá vení lui puro.
Alle nove arrivó il primo gruppo di turisti.Volevano entrare al Colosseo per visitarlo, ma l’ingresso era ostruito, tutti gli ingressi erano occupati dai gatti, non si poteva passare.
-Fia, fia,pestiacce! Noi folere fetere Coliseo.
-Prutti catti, pussa fia!
Qualche romano ci si offese: – Brutti gatti? Sarete belli voi! Ma senti ‘ sti pellegrini!
Volarono parole grosse, stava per scoppiare una rissa tra romani e turisti, quando una signora turista gridó:
-Pravi! Pravi micini! Fifa i catti!
Il fatto é che un momento prima la signorina De Magistris aveva dato il segnale, e i gatti avevano spiegato e ora facevano sventolare una grande bandiera bianca su cui avevano scritto: “Vogliamo giustizia! Vogliamo la Stella Gatto!”
Romani e turisti, affratellati da una bella risata, applaudirono fragorosamente.
-E che,- gridó un vetturino borbottone, nun ve abbastano li sorci, mo’ ve volete magná puro le stelle!
La signora turista, che era una professoressa di astronomia e aveva capito di che si trattava, spiegó la questione al vetturino. Il quale borbottó, convinto:- Be’, cianno ragione puro loro, povere bbestie.
Insomma fu una magnifica occupazione e duró fino a mezzanotte. Poi le varie tribú dei gatti si dispersero, a passi felpati, per la capitale addormentata.
La signorina De Magistris, il signor Moriconi, il Pirata, Zozzetto e tutti gli altri gatti-gatti e gatti-persone dell’Argentina sfilarono silenziosamente per via dei Fori, piazza Venezia, via delle Botteghe Oscure.
Zozzetto, per la veritá, aveva qualche dubbio:- Ma o… ora la ste… stella ce ce la da-danno o no?
Disse il Pirata:- Calma, Zozzetto, Roma non é mica stata fatta in un giorno. Adesso sanno che cosa vogliamo, sanno che siamo capaci di occupare un Colosseo. La cosa deve fare la sua strada, poco alla volta. Se ci danno la stella Gatto subito, bene. Altrimenti avvertiremo i gatti di Milano, e loro occuperanno il Duomo; prenderemo contatto con i gatti di Parigi, e loro occuperanno la Torre Eiffel. Eccetera, mi sono spiegato?
Zozzetto, invece di rispondere, fece una capriola: a fare le capriole non balbettava mica.
Il signor Moriconi , peró, aggiunse:- Bene .Ma poi che non facciano scherzi. La stella Gatto ce la debbono dare che sia proprio sopra la piazza Argentina, altrimenti non vale.
-Sará cosí,- disse il Pirata. E come sempre l’ultima parola fu la sua.
(da “Fiabe lunghe un sorriso” di Gianni Rodari)
“Terre che si fanno di un blu dolce, ai primi soffi dell’alba. Terre blu” (Nico Orengo)
Il silenzio imparai a conoscerlo in barca con il Rebissu, Dante e con il Giga. Ma anche con Bruno. L’avevo “sentito” con mio nonno Antonio che non parlava quasi mai, ma pensavo non si trovasse bene in città, al mondo, al mare, perché gli avevano fatto dei torti. Poi una volta al mare capii che quel suo silenzio era una disponibilità d’ascolto, un risparmio a dir belinate, e un rispetto verso altri silenzi. A dar voce c’era il mare, la sua risacca, il passaggio del treno, il colpo di magaglio, il vento che si andava a scontrare con le foglie di canna e di ulivo, le voci delle donne e dei bambini, quello delle campane e dei preti, dentro e fuori la chiesa. Così imparai che il suo silenzio non era un risentimento ma una discrezione, che valeva più un “bona”, di mattino o di sera che tante messe e salamelecchi fra marciapiede e caffè. E quel mio nonno Antonio se ne stava giornate in silenzio con il suo basco e il suo bastone su di una sedia a guardare come si svolgeva il mondo, incuriosito dalla piega che prendeva e poco disposto, l’accettasse o meno, nel volerla cambiare, convinto che nella dimensione del silenzio, ben distante a quella del “mugugno”, ci fosse uno spazio immenso di libertà, di tempo, di riflessione, immune da pentimento, riavvicinamento, conversione, intrigo utilitaristico.
Come il Giga, l’Ernesto, il Rebisso, il Bruno. Che andavano per terra e per mare badando al vento e all’onda, alla chiazza di corrente e al taglio di luna, pragmatici con attenzione ai confini dell’altro, fossero reti e nasse altrui, finanzieri o branchi di gianchetti da lasciar crescere, attenti ad un equilibrio che li proteggeva e che loro proteggevano.
Così come si fa con la vita, senza tante balle, senza tante parole.
Era meraviglioso usare più silenzio e meno parole, era qualcosa come giocare a carte e non commentare il gioco di chi giocava a carte, pescare e non trovare da dire su come si pescava. Era una dimensione del fare. Era fare e non criticare il fare che forse, non avresti saputo fare. Così avresti potuto chiedere la critica da chi aveva esperienza.
E quelli te la davano attraverso il silenzio, il saluto di un “bona”. Così faceva mio nonno, un sorriso stretto, sotto il suo basco, i pugni chiusi sul bastone, sulla sua sedia sotto il portico di casa Notari, a Latte.
Il “bona” eguale di Libero, quando non era costretto ad entrare in magazzino o a parlare da compagno. Il “bona” del Giga e del rebisso e dell’Ernè una volta scesi dalla barca e impegnati con i villeggianti. Il “bona” di Bruno, da ragazzo, da uomo, per cortesia verso chi non aveva la minima idea di una conversazione fatta di silenzio.
Il silenzio ce lo portava la pietra, l’ulivo, gli animali, il mare, il cielo mai troppo alto, le nuvole. Ce lo portavano le curve, la terra aggrovigliata di Liguria che attutiva i rumori, li ovattava, li filtrava, attraverso le sue fasce, le sue “piramidi”, il senso del camminare solitario, con un peso sulle spalle e un cane avanti e indietro, verso un confine che non è mai diritto, ma continuamente spezzato, distorto, rimbalzato da un capriccio degli Dei che ti placano con una fascia d’azzurro, che potrebbe anche essere il cielo.
( Da “Terre blu” – Sguardi sulla riviera di ponente di Nico Orengo- ed. il melangolo)
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“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta” (Nico Orengo)
Il vero regno di mia madre ( da John Fante)
“La cucina : il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori.”
(John Fante da La confraternita del Chianti)
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La coincidenza
Fatica a trovare un motivo per non tacere, sente che è una forzatura in una stasi. E’ come volere turbare la quiete sul fondale, prendere la voce del mare da una conchiglia senza viverlo, intorbidire una sorgente. Parole non scritte perché giacciono ancora nascoste. Una piccola gemma che preannuncia la fioritura del ramo in una prevedibile attesa, ma non necessaria conseguenza. Un capriccio di freddo potrebbe fermarla, se non bruciarla. Si snoda un’intuizione svogliata, repressa. Rinvia, gira, cerca tra pensieri già pensati qualcosa che la ispiri. Volute già aperte, tracciate: non stupiscono. Cerchi fermi e dorati la distraggono. Il gatto la scruta da un angolo. Si fissano a vicenda. Lui statuario ed immobile. Lei lo imita per sorprenderlo in un movimento qualsiasi di vibrisse, orecchie e coda. Ipnoticamente monotono. Si distrae di nuovo, fissa lo schermo, la pagina. L’inquietudine genera una rallentata capriola che varia di poco l’ottica, come il desiderio sceglie spiragli di piacere e svanisce. Parole senza senso, o meglio, senza quel senso sentito, voluto, plasmato, tradotto, sgorgato dal profondo quando si concatenano velocemente l’un l’altra di getto, senza interruzione, pausa, sospensione. È questione di trovare la giusta intonazione, l’inizio del labirinto, la prima definizione di un cruciverba, poi tutto viene da sé, come le onde che si rincorrono, i cerchi che si allargano concentrici nell’acqua e l’eco che rimbalza più volte. La pagina è muta. Aspetta quella fortuita coincidenza che dia il via ad ali di cristallo. La notte è serena, lentamente dissolve ogni traccia d’alito sullo specchio dell’anima.
2 commentsLa città dell’amore
Tanti sono i miti sulle origini di Napoli. Antiche leggende narrano delle sirene Leucosia, Ligeia e Partenope che dimoravano nell’arcipelago delle Sirenuse (oggi detto Li Galli), e stregavano con dolci parole i naviganti che, beatamente sedotti nel cuore e nell’intelletto – ahimè- poi naufragavano contro gli scogli. Si narra che in primavera la sirena Partenope emergesse dalle acque del Golfo di Napoli per salutare con canti di gioia le genti della costa. Le sirene furono però sconfitte da Ulisse, al quale avevano promesso di rivelare i segreti della conoscenza di ciò che sarebbe avvenuto in ogni tempo e luogo della terra. L’eroe, legato all’albero della nave, dopo aver furbamente turato con la cera le orecchie dei suoi marinai, invano cercò di svincolarsi dalle corde per cedere alle dolci lusinghe. Poiché non erano immortali ma vivevano finchè riuscivano ad incantare, le semidivine sirene si uccisero, gettandosi nel mare dall’alto delle isole. Il corpo di Partenope fu portato tra gli scogli di Megaride, dove sorse il primo insediamento di quella che sarebbe poi diventata Napoli.
Invece , secondo Licofrone e Stazio, Apollo guidò col volo di una colomba fino al golfo di Napoli la bellissima Partenope, figlia di Eumelo re di Tessaglia.La fanciulla sbarcò con le sue genti a Baia, qui vi morì e fu sepolta. I Cumani, decimati da una feroce pestilenza, per consiglio di Apollo raggiunsero il sepolcro di Partenope e lì iniziarono a edificare una nuova città, detta appunto Partenope, ove vissero tranquilli e prosperarono per molti anni. In seguito a litigi tra i cittadini, il giovane e ricco Tiberio Iulio Tarso, fondò un’altra città poco lontano, sotto le falde del monte Falerno, nella zona oggi detta di sant’Eframo. La chiamò Neapolis, città nuova, e vi fece costruire un grande tempio in onore di Apollo. Pian piano Neapolis si estese, mentre il nome Partenope cadde in disuso e fu soppiantato da Paleopoli (antica città) , finchè poi la città fu definitivamente chiamata soltanto Neapolis ( da “Leggende e racconti popolari di Napoli” di Angela Matassa)
In “Leggende napoletane” la grande Matilde Serao ha scritto “La città dell’amore” ove la mitica Parthenope bella come una dea, forte dell’amore per Cimone “Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre… non è morta … Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare… Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore.
Napoli è la città dell’amore.”
Una bella leggenda dedicata all’Amore, che da una dimensione naturalmente umana assume il carattere universale ed eterno della più bella delle civiltà, quello dello spirito innamorato.
Una pagina di letteratura italiana che suscita sempre profonde emozioni.
“Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito.
Lassù una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di strani deliri della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive in un sogno che è vita. Lassù i solitari e tristi piaceri della immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo creato. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio ed il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell’anima, inebbriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel misticismo che è il massimo punto divino a cui può giungere un’esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell’amore. Le nostre leggende sono l’amore. E Napoli è stata creata dall’amore.
Cimone amava la fanciulla greca. Invero ella era bellissima: era l’immagine della forte e vigorosa bellezza che ebbero Giunone e Minerva, cui veniva rassomigliata. La fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura, la rendevano tale. Si chiamava Parthenope, che nel dolce linguaggio greco significa Vergine. Ella godeva sedere sull’altissima roccia, fissando il fiero sguardo sul mare, perdendosi nella contemplazione delle glauche lontananze dello Ionio. Non si curava del vento marino che le faceva sbattere il peplo, come ala di uccello spaventato; non udiva il sordo rumore delle onde che s’incavernavano sotto la roccia, scavandola a poco, a poco. L’anima cominciava per immergersi in un pensiero; oltre quel mare, lontano lontano, dove l’orizzonte si curva, altre regioni, altri paesi, l’ignoto, il mirabile, l’indefinibile. In questo pensiero la fantasia si allargava in un sogno senza confine, la fanciulla sentiva ingrandire la potenza del suo spirito e, sollevata in piedi, le pareva di toccare il cielo col capo e di potere stringere nel suo immenso amplesso tutto il mondo. Ma presto questi sogni svaniscono. Ora ella ama Cimone, con l’unico possente, imperante amore della fanciulla, che si trasforma in donna.
Nella notte di estate, notte bionda e bianca di estate, Cimone parla all’amata:
– Parthenope, vuoi tu seguirmi?
– Partiamo, amore.
– Tuo padre ti rifiuta al mio talamo, o soavissima: Eumeo vuole egli per tuo sposo e suo figliolo. Ami tu Eumeo?
– Amo te, Cimone.
– Lode a Venere santa e grazie a te, suo figliola! Pensa dunque quale nero incubo sarebbe la vita, divisi, lontani – e come, giovani ancora, aneleremmo alle cupe ombre dello Stige. Vuoi tu partire meco, Parthenope?
– Io sono la tua schiava, amore.
– Pensa: dimenticare la faccia di tuo padre, cancellare dal tuo volto il bacio delle sorelle, fuggire le dolci amiche, abbandonare il tuo tetto…
– Partiamo, Cimone.
– Partire, o dolcissima, partire per un viaggio lungo, penoso, sul mare traditore, per una via ignota, ad una meta sconosciuta; partire senza speranza di ritorno; affidarsi ai flutti, sempre nemici degli amanti; partire per andare lontano, molto lontano, in terre inospitali, brune, dove è eterno l’inverno, dove il pallido sole si fascia di nuvole, dove l’uomo non ama l’uomo, dove non sono giardini, non sono rose, non sono templi…
Ma nei grandi occhi neri di Parthenope è il raggio di un amore insuperabile e nella sua voce armoniosa vibra la passione:
– Io t’amo – ella dice – partiamo.
Sono mille anni che il lido imbalsamato li aspetta. Mille primavere hanno gittata sulle colline la ricchezza inesausta, rinascente, dalla loro vegetazione – e dalla montagna sino al mare si spande il lusso irragionevole, immenso, sfolgorante di una natura meravigliosa. Nascono i fiori, olezzano, muoiono perché altri più belli sfoglino i loro petali sul suolo; milioni e milioni di piccole vite fioriscono anche esse per amare, per morire, per rinascere ancora.
Da mille anni attende il mare innamorato, da mille anni attendono le stelle innamorate. Quando i due amanti giungono al lido divino un sussulto di gioia fa fremere la terra, la terra nata per l’amore, che senza amore è destinata a perire, abbruciata e distrutta dal suo desiderio. Parthenope e Cimone vi portano l’amore. Dappertutto, dappertutto essi hanno amato. Stretti l’uno all’altra, essi hanno portato il loro amore sulle colline, dalla bellissima, eternamente fiorita di Poggioreale, alla stupenda di Posillipo; essi hanno chinato i loro volti sui crateri infiammati, paragonando la passione incandescente della natura alla passione del loro cuore; essi si sono perduti per le oscure caverne che rendevano paurosa la spiaggia Platamonia; essi hanno errato nelle vallate profonde che dalle colline scendevano al mare; essi hanno percorso la lunga riva, la sottile cintura che divide il mare dalla terra. Dovunque hanno amato. Nelle stellate notti di estate, Parthenope si è distesa sull’arena del lido fissando lo sguardo nel cielo, carezzando con la mano la chioma di Cimone che è al suo fianco; nelle lucide albe di primavera hanno raccolto, nel loro splendido giardino, fiori e baci, baci e fiori inesauribili; ne’ tramonti di porpora dell’autunno, nella stagione che declina, hanno sentito crescere in essi più vivo l’amore; nelle brevi e belle giornate invernali hanno sorriso senza mestizia, pur anelando alla novella primavera. La pianta secolare ha prestata la sua ombra benevola a tanta gioventù; la contorta e bruna pietra dei campi Flegrei non ha lacerato il gentil piede di Parthenope; il mare si è fatto bonario ed ha cantata loro la canzoncina d’amore, la natura leale non ha avuto agguati per essi; sugli azzurri orizzonti ha spiccato il profilo bellissimo della fanciulla, il profilo energico del garzone. Quando essi si sono chinati ed hanno baciato la terra benedetta, quando hanno alzato lo sguardo al cielo, un palpito ha loro risposto e fra l’uomo e la natura si è affermato il profondo, l’invincibile amore che li lega. Napoli, la città della giovinezza, attendeva Parthenope e Cimone; ricca, ma solitaria, ricca, ma mortale, ricca, ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale.
Ma il destino non è compito ancora. Più alto scopo ha l’amore di Parthenope. Ecco: dalla Grecia giunsero, per amor di lei, il padre e le sorelle e amici e parenti che vennero a ritrovarla; ecco: sino al lontano Egitto, sino alla Fenicia, corre la voce misteriosa di una plaga felice dove nella bella festa dei fiori e dei frutti, nella dolcezza profumata dell’aria, trascorre beatissime la vita. Sulle fragili imbarcazioni accorrono colonie di popoli lontani che portano seco i loro figliuoli, le immagini degli dèi, gli averi, le comuni risorse; alla capanna del pastore sorge accanto quella del pescatore; la rozza e primitiva arte dell’agricoltura, le industrie manuali appena sul nascere compiono fervidamente la loro opera. Prima sorge sull’altura, il villaggio a grado a grado guadagna la pianura; un’altra colonia se ne va sopra un’altra collina ed il secondo villaggio si unisce col primo; le vie si tracciano, la fabbrica delle mura, cui tutti concorrono, rinserra poco a poco nel suo cerchio una città. Tutto questo ha fatto Parthenope. Lei volle la città. Non più fanciulla, ma ora donna completa e perfetta madre: dal suo forte seno dodici figliuoli hanno vista la luce, dal suo forte cuore è venuto il consiglio, la guida, il soffio animatore. È lei la donna per eccellenza, la madre del popolo, la regina umana e clemente, da lei si appella la città; da lei la legge, da lei il costume, da lei il costante esempio della fede e della pietà. Due templi sorgono a dèe, invocate protettrici della città: Cerere e Venere. Ivi si prega, ivi, attraverso gli intercolunni, sale al cielo il fumo dell’olibano. Una pace profonda e costante è nel popolo su cui regna Parthenope; ed il lavorio operoso dell’uomo non è che una leggiera spinta alla natura benigna.
La più bella delle civiltà, quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore efficace, fervido, onnipossente è l’ambiente vivificante della nuova città. Quando Parthenope viene a sedere sulla roccia del monte Echia, quando essa fissa lo sguardo sul Tirreno, più fido dello Ionio, l’anima sua si assorbisce in un pensiero. La regione ignota è raggiunta, il mirabile, l’indefinibile, ecco, è creato, è reale, è opera sua. E mentre la fantasia si allarga, si allarga in un sogno senza confine, Parthenope sente giganteggiare il suo spirito e sollevata in piedi le pare di toccare il cielo col capo e di stringere il mondo in un immenso amplesso.
Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull’altura di San Giovanni Maggiore, dove allora il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte. Ebbene, io vi dico che non è vero. Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia, ella si affaccia al vulcano, ella si smarrisce nelle vallate. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori: è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; è lei che rende irresistibile il profumo dell’arancio; è lei che fa fosforeggiare il mare. Quando nelle giornate d’aprile un’aura calda c’inonda di benessere è il suo alito soave: quando nelle lontananze verdine del bosco di Capodimonte vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate; è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci, indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i suoi baci; quando un fruscio di abiti ci fa fremere al memore ricordo, è il suo peplo che striscia sull’arena, è il suo piede leggiero che sorvola; quando di lontano, noi stessi ci sentiamo abbruciare alla fiamma di una eruzione spaventosa, è il suo fuoco che ci abbrucia. È lei che fa impazzire la città: è lei che la fa languire ed impallidire di amore: è lei la fa contorcere di passione nelle giornate violente dell’agosto. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore. Napoli è la città dell’amore.”
(“La città dell’amore” da “Leggende Napoletane” di Matilde Serao)
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Cinabro
Io e Filo ci siamo azzardate a scrivere un raccontino a due tastiere.
Buona domenica!
Le tre. La luna scorticava la pelle oleosa del mare di luce sulfurea, appena sufficiente a scorgere le sagome degli alberi e il profilo degli scogli davanti alla villa. Qualche nuvola brucava il chiarore lattiginoso. Non si udiva altro rumore dello sciacquio lento delle onde sulla riva sassosa.
Marta uscì dall’ombra al riparo del muro. Guardò la luna e le venne in mente un verso “C’è tanta solitudine in quell’oro”, ma non ricordava l’autore.
Si concentrò con freddezza su ciò che stava per compiere. Tirò il cappuccio di lattice sulla testa, chiuse la cerniera della muta subacquea, infilò la torcia e il coltello nella cintura e si immerse con un lieve fruscio nell’acqua nera.
La grande luna segna la strada obbligata. Lo stesso cammino percorso ogni giorno, ora splende solo in parte, come la bianca signora, elegante , distaccata, assorta che gridava, che cercava appigli in qualcosa che le era negato. Quella mattina aveva detto con voce astiosa: “Devi andartene Maddalena. Lui non ti vuole più vedere, ed è meglio per tutti. Sei giovane, ti rifarai una vita, una vita tua per davvero. E’ tempo che tu vada, che strappi le radici. Una pianta non può avere radici su quelle di un’altra. Una delle due è destinata a soccombere. Buona fortuna!”
Fortuna! Penso alla mia fortuna, sola, su questa nave, dove l’odore della salsedine e l’umidità serale mi coprono come uno scialle, mentre parto senza sapere nulla della mia destinazione. La luna splende su un cammino che altri hanno tracciato per me, non ho mai potuto scegliere un granchè, finora. Non ho scelto l’amore. Pietro ha scelto me. Sono stata attratta dalla sua gentilezza, l’ho seguito e mi sono lasciata guidare, ma la vita che porto in grembo lo ha allontanato da me, per sempre.
Nel pomeriggio aveva effettuato un accurato sopralluogo intorno al muro di cinta che circondava il parco e la villa. L’ingresso principale era costituito da un ampio portale secentesco ligneo incardinato a due pilastri e sormontato da un timpano ovale sul quale era scolpito un uroboro che conservava ancora la traccia sbiadita delle scaglie rosse e nere con le quali era stato in origine rivestito il serpente.
Quando lo vide, Marta fu certa di aver trovato quello che cercava..
Nel darle le indicazioni per rintracciare la villa, la nonna le aveva descritto minuziosamente quel portale e il simbolo scolpito sul timpano. Il legno del portone pareva ben conservato e non mostrava fessure dalle quali poter dare un’occhiata all’interno. Da fuori era possibile vedere soltanto l’intricato fogliame di eucaliptus, alberi del pepe, palme, ulivi in parte ricoperti di edera che facevano del parco una foresta lussureggiante e in stato di abbandono. Della villa, disabitata da molti anni, si scorgeva appena la torretta color cinabro che sovrastava il corpo principale dell’edificio.
Il muro, alto tre metri, proseguiva sul lato ovest lungo il sentiero che conduceva alla spiaggia per poi svoltare a sud a ridosso della scogliera in una piccola insenatura dal fondale basso e sabbioso. La nonna le aveva assicurato che l’unica via di accesso alla villa era il cancello che dava sulla scogliera. Un tempo, quando davanti alla casa si stendeva una lunga distesa di sabbia oltre la scogliera, da quel cancello si accedeva direttamente alla spiaggia. La signora vi faceva lunghe passeggiate al mattino presto quando il mare era calmo, d’estate, tutta vestita di bianco con un cappello a larghe tese che la riparava dal sole. Era sempre nervosa, tormentata dall’emicrania, e quelle camminate solitarie, a suo dire, la ristoravano.
Il cancello c’era ancora. Marta l’aveva visto nel pomeriggio nuotando nell’acqua della baia, divorato dal salino e ostruito fino a metà da cumuli di alghe secche. Negli ultimi tempi la fisionomia della baia era cambiata. Le mareggiate invernali spingevano le onde fino a penetrare oltre le sbarre di ferro del cancello, nel giardino, depositando alghe, sassi e sabbia sul terreno ormai incustodito. Non doveva essere facile per una persona fragile di nervi, nei giorni di tempesta e di mistral, sopportare il fragore delle onde che si schiantavano a due passi dal muro della villa.
Questo viaggio è interminabile. Sulla nave c’è odore di disperazione e miseria. C’è odore di paura. Ho vomitato tutta la mia solitudine, il silenzio, la delusione, la rabbia, l’ingenuità. Ho abbassato lo sguardo per evitare ogni forma di contatto con uomini così diversi da quelli del mio paese, così diversi da Pietro. Lui sbirciava dietro la finestra mentre raccoglievo fiori in giardino per la tavola, mi scrutava con sguardo attento e curioso, mi sorrideva con dolcezza nei rari momenti di intimità. “Ti dipingo coi colori freschi della tua giovinezza” diceva. Non mi ha nemmeno salutata.
La notte era pastosa, immobile, impregnata dell’odore umido di salmastro e resina di pino.
Marta scivolava con lente bracciate smuovendo appena l’acqua. Il mare richiudeva all’istante gli strappi che lei lasciava dietro di sé. La luce opaca della luna era sufficiente a rischiarare il punto dove nel pomeriggio aveva stabilito di approdare. Mise un piede su uno spuntone di roccia , si issò in piedi e raggiunse senza difficoltà la soglia del cancello. Appostata dietro il muro, attese che i battiti del cuore rallentassero il galoppo che le scalciava nel petto. Fin qui era andato tutto secondo i piani, ora doveva affrontare la parte più difficile.
Ripassò mentalmente la pianta della casa che aveva disegnato sulla base delle indicazioni fornite dalla nonna. Lo studio era al secondo piano sul lato est ed era l’unica stanza che da quel lato avesse un balcone .La nonna ricordava che il giardiniere, su ordine della Signora, aveva fatto arrampicare con cura su quel balcone un glicine che negli anni era diventato un magnifico pergolato di tralci contorti, aggrovigliati tra loro come spire di serpente che già in aprile diventava una cascata di grappoli viola procurando un’ombra screziata, profumata dove Pietro si sedeva spesso a leggere o disegnare.
Marta si augurava che il glicine fosse rimasto al suo posto.
Si sporse dal muro e puntò lo sguardo oltre le sbarre del cancello. Buio. Silenzio.
Gli ombrelli neri dei pini marittimi gettavano ombre scure nascondendo parte della facciata sud della casa. Si intravedevano alcune persiane chiuse e quel rosso cinabro così intenso delle pareti che nel chiarore lunare appariva quasi nero.
Estrasse da una cerniera laterale della muta i guanti e li indossò. Si aggrappò alle lance acuminate, appoggiò i piedi sulla sbarra orizzontale e con un balzo scavalcò il cancello atterrando dall’altra parte sul tappeto di alghe secche .
Attese qualche istante.
Pensò che doveva sbrigarsi. Improvvisamente si sentiva inquieta. Percepiva una vaga insidia, una trappola. Voleva essere al più presto lontano da lì. La casa ora le pareva sinistra e minacciosa. Si diresse velocemente verso il lato est. I suoi passi erano attutiti dal folto strato di aghi di pino che ricopriva il sentiero.
Il glicine era là. Un intrico di foglie e rami che stritolavano la ringhiera del balcone.
Saggiò la resistenza del tronco rugoso e si sollevò fino alla terrazza. La luna proiettava una lunga ombra sul pavimento corroso. Due finestre. Senza esitare si avvicinò a quella di sinistra. Il legno marcio delle persiane cedeva facilmente. Usò il coltello per svellere alcune stecche e infilare la mano per tirare su il gancio. La persiana si aprì senza rumore.
Cominciava a sudare nella muta di gomma. Sfilò il cappuccio e rimase in ascolto.
Più di ogni altro, aveva temuto il momento di rompere i vetri della finestra. L’effrazione della finestra poteva scatenare la sirena di qualche allarme, sebbene dubitasse che la villa fosse dotata di un simile impianto.
In ogni caso aveva previsto questa evenienza e sapeva che avrebbe avuto tutto il tempo di portare a termine l’operazione prima che giungesse qualcuno.
La maternità, l’abbandono di Pietro, la vita famigliare con Giacomo in un paese così diverso e lontano dal mio, mi hanno fatta crescere all’improvviso, ma mi reputo fortunata. Giacomo era un gran lavoratore, silenzioso, poco incline alla risata ma buono e, a modo suo, sapeva essere affettuoso e premuroso. Pietro però non l’ho mai dimenticato. Una volta ho provato a scrivergli. L’attesa di una risposta, una qualunque risposta che non è mai arrivata, mi ha logorato per qualche tempo. Il silenzio uccide lentamente più di un diniego. Ho riversato le mie energie in mia figlia, in lei ho mantenuto le mie radici e amato ciò che ero stata a mio tempo. Ed ora, dopo tanti anni, la lettera di questo sconosciuto che mi riporta alla casa da dove sono partita. Per Marta, devo farlo per Marta, lei deve conoscere il mio segreto.
Con il manico della torcia vibrò un colpo deciso. I vetri andarono in frantumi schiantandosi con fracasso sul pavimento all’interno della stanza.
Marta si ritrasse in fretta e si appoggiò al muro. Sentiva il sordo pulsare del cuore nelle orecchie. Nessun allarme era scattato. Le parve di udire l’abbaiare di un cane poco lontano. Guardò l’orologio: le tre e trenta. Presto. Doveva fare presto. Il suo aereo partiva alle sette. Aprì la maniglia che chiudeva la finestra ed entrò nella stanza. Accese la torcia e la puntò alle pareti. L’informatore aveva detto che il quadro si trovava ancora appeso al muro davanti allo scrittoio. Pietro non aveva mai permesso a nessuno di toccarlo o rimuoverlo dal suo posto. Marta non esitò a riconoscerlo. La luce vivida della torcia illuminava una tela incorniciata in mezzo alla parete che ritraeva una giovane donna seduta a cucire accanto alla finestra col viso rivolto di tre quarti verso colui che la dipingeva. I capelli biondi ramati sprigionavano scintille di fuoco raccolti sul capo in una morbida acconciatura. Alcune ciocche sfuggivano dallo chignon e ricadevano con grazia sul collo contornato da una collana di granati da cui pendeva un ciondolo che raffigurava lo stesso uroboro del portale della villa.
La donna del quadro era sua nonna.
Un detto popolare dice “Ogni cosa a suo tempo”. Forse. So solo che il tempo ritrovato all’ improvviso squarcia la memoria dei ricordi . Una sensazione, una frase, una melodia… nel mio caso una lettera, non quella da parte sua, tanto attesa e mai arrivata che mi aiutasse a farmene una ragione, bensì di uno sconosciuto. A volte le vite procedono in parallelo e non sempre per scelta. La giovinezza aiuta a rinnovarsi, a lasciarsi coinvolgere con l’ incoscienza dell’ età, a disperdere le ombre e inseguire le stagioni. Ora quei fili che parevano spezzati si rinsaldano, quasi per risarcirmi di ciò che volevo credere e salvare . In fondo le cose belle del cuore tornano sempre. Il risentimento le ha solo coperte. Forse è la prima volta che scelgo davvero, che riesco a riconoscere uno spazio a quel silenzio che mi ha consentito di diventare ciò che sono.
Qualcuno la chiamava da lontananze remote. Udiva il suo nome pronunciato dalla voce sconosciuta di un uomo che parlava italiano. Lentamente la sua coscienza emergeva galleggiando su acquitrini paludosi tra dense spirali di nebbia e improvvisi squarci di luce che le impedivano di vedere. Non riusciva ad aprire gli occhi. Ansimava mentre correva sul viale verso il cancello stringendo la sacca impermeabile che conteneva la tela del quadro. Il suo corpo allenato scattava con falcate poderose verso la meta, la mente lucida teneva a bada la paura che la attanagliava. Aveva raggiunto il cancello, le mani aggrappate alle sbarre,coi muscoli tesi delle braccia si era sollevata da terra puntando i piedi sulla stanga orizzontale.
Aveva fatto in tempo a vedere un drago bianco che divorava la luna.
Un colpo improvviso le era esploso in testa ed era caduta all’indietro sul tappeto di alghe secche.
Spalancò gli occhi e si sedette di scatto sul letto. Una fitta lancinante alla base del cranio le strappò un gemito di dolore. Si portò una mano alla testa e si accorse di indossare ancora la muta. La stanza dove si trovava era debolmente illuminata da una luce rosata che proveniva da un abatjour accanto al letto.
Prima di riuscire a formulare un pensiero, una sagoma nera uscì dall’ombra
-Marta…non temere. Sono tuo amico. Non voglio farti del male-
L’uomo era alto, magro, sui quaranta, abbronzato, i capelli dorati come quelli di Marta. Parlava italiano a bassa voce con accento francese.
-Bastardo- sibilò lei tastando la cintura per afferrare il coltello – sei tu che mi hai colpito. Chi sei? Che intenzioni hai?-
-Il tuo coltello ce l’ho io. Te lo restituisco dopo. Non temere ti dico, sei libera, non voglio trattenerti né denunciarti, il quadro è tuo .Devi riportarlo a Maddalena. Sono passati sessant’anni, ma deve sapere che Pietro non l’ha mai dimenticata. Io volevo solo vederti, conoscerti …Mi chiamo Enrico …sono tuo cugino di secondo grado.
-Bel modo di fare conoscenza- disse Marta – per poco non mi ammazzavi!
-Scusami. Sei stata troppo veloce. Non avevo scelta.
Marta si guardò intorno. La tensione di quella notte cominciava a sciogliersi. Un po’ di calore circolava nei suoi muscoli rigidi, sempre all’erta. Aprì la cerniera della muta per liberare le braccia.
- Tieni. Indossa questi.- L’uomo le passò una maglietta e dei pantaloni corti
-Sei tu l’informatore!
-Sì. Sono io. Avevo lasciato un numero di telefono nella lettera che ho spedito a Maddalena. Avresti dovuto contattarmi. Hai corso un brutto rischio a entrare nella villa come una ladra.
-Non ne sapevo niente. E poi io faccio a modo mio. Sono venuta a prendere il quadro, non mi interessa altro.
-Lo immagino!
Marta arrotolò la muta e la mise in una borsa. Si avvicinò alla finestra. La luna era scomparsa dietro il promontorio lasciando una caligine bianca che schiariva il cielo.
Era quasi l’alba.
Guardò l’orologio. Se si sbrigava sarebbe riuscita a prendere l’aereo.
-Perché hai fatto tutto questo?-
Sussurrò la donna voltandosi a guardare Enrico.
Il parco e la villa sono stati venduti a una società che ne farà alloggi turistici. Pietro ha lasciato solo debiti. Tutto quello che vedi andrà perduto, distrutto. Lui voleva che Maddalena sapesse che non l’aveva dimenticata e che avesse il ritratto che le apparteneva. C’è anche questa.-
Le porse un sacchettino di pelle . Marta lo prese e fece scivolare in mano una collana di granati con un ciondolo che raffigurava l’uroboro.
-Il cerchio si chiude.- Disse con un sospiro.- Peccato che sia così tardi!-
Enrico si mise le mani in tasca e le andò vicino.
-Sono anni che vi cerco. Maddalena era sparita senza lasciare tracce.
- Fu costretta ad andarsene, ma il suo cuore non si è mai allontanato da questa casa.-
- Assomigli molto al ritratto del quadro. – mormorò Enrico scostandole una ciocca di capelli dal viso.
Marta vide il sole levarsi sul mare dal finestrino dell’aereo. Borges. Prima di sprofondare nel sonno le era tornato in mente il nome del poeta.
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