“Bello mondo”- Mariangela Gualtieri

Con i versi della poetessa Mariangela Gualtieri, semplici e profonde riflessioni sull’esistenza, sulla forza e sulla bellezza della natura, della vita, delle relazioni mi associo nel “ringraziare desidero” per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi e auguro a tutti voi lettori un sereno Natale.

               §§§§§

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione,
che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto
e l’uccello leggero che vola oltre, più in alto, più su.

Ringraziare desidero per l’amore,
che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede.

Ringraziare desidero
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in noi,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo
per il prisma di cristallo e il peso di ottone,
per le strisce della tigre,
per l’odore medicinale degli eucaliptus,
e la speranza, la fiducia, la lavanda.

Ringraziare desidero
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un inizio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare senza uno stupore antico
e per il mare che è il più dolce fra tutti gli dei.

Ringraziare desidero perché
sono tornate le lucciole,
le nuvole disegnano,
le albe spargono brillanti nei prati,
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati.

Io ringraziare desidero per la bellezza delle parole, natura astratta di dio
per la lettura e la scrittura, che ci fanno sfiorare noi stessi e gli altri
per la quiete della casa,
per i bambini che sono nostre divinità domestiche
per l’anima, perché consola il mio girovagare errante,
per il respiro che è un bene immenso,
per il fatto di avere una sorella.

Io ringraziare desidero
per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi
per le facce del mondo che sono varie
per quando la notte si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati,
fragili e confusi,
cercatori indecisi.

Ringrazio dunque
per i nostri maestri immensi
per tutti i baci d’amore,
e per l’amore che ci rende impavidi.
Per i nostri morti
che fanno della morte un luogo abitato,
e per i nostri vivi, che rendono la vita uno specchio fatato.
Per i figli,
col futuro negli occhi,
perché su questa terra esiste la musica,
per la mano destra e la mano sinistra, e il loro intimo accordo
per i gatti per i cani esseri fraterni carichi di mistero,
per il silenzio che è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Ringraziare desidero
per Whitman, Presti e Francesco d’Assisi,
che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.

Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la gran potenza d’antico amor
per amor che muove il sole e l’altre stelle
e muove tutto, in noi.

Mariangela Gualtieri (da “ Le giovani parole”- Einaudi, 2015)

Voglio parlare di una bambina…

Voglio parlare di una bambina, bionda con i capelli sciolti e spettinati, gli occhi ambra, la gonna corta, le ginocchia nodose e le braccia sottili. Una donna, centenaria di baci e clienti, recita la solita solfa e con un sorriso accattivante  e sdentato, invita il passante ad assaggiare quel frutto acerbo che con ritrosia abbassa lo sguardo e cerca di retrocedere.Le tira su il mento, per mettere in mostra la sua bocca carnosa che si annida in un broncio infantile. La bambina dagli occhi selvatici guarda quasi con aria di sfida, ignara di accrescere così il suo potere d’acquisto. L’uomo che le compare davanti, le va incontro in silenzio con il passo lento ma fermo di due generazioni fa, di chi non si pone più tante domande, né si fa scrupoli pur di concedersi una scarica di adrenalina, forse l’ultima, che lo nutra di un altro vigore, forse l’ultimo, tra le carni giovani, mentre le sue irrancidiscono di egoismo, rancore e ineluttabile destino.La nonna ruffiana gli fa strada su un selciato polveroso verso una casa, ancora segnata dal terremoto, e tira per mano la bambina. Voglio parlare di una bambina che non sorride, che sconta la colpa di essere graziosa da quando ha dieci anni perché “doveva imparare presto” a soddisfare le voglie di un uomo qualunque e ad arricchire il protettore di turno.

 Voglio parlare di una bambina che ogni giorno percorre sei chilometri per andare a scuola, canta e saltella come una gazzella per i campi e si sente libera nel cielo turchino che l’accompagna. Sui libri le piace immaginare il suo futuro, pensare che andrà a studiare in città. Un giorno viene marchiata da colui che può quindi reclamarla come moglie. Non importa che sia il cognato, ormai vedovo e di vent’anni più vecchio di lei, e che l’abbia rapita, rinchiusa e violata in un casolare, lontana dai suoi sogni e dai suoi affetti. Tra le lacrime, le grida e i calci trova la rabbia e la forza di schizzare via da quell’uomo che confonde l’amore col possesso, dalle tradizioni, dalla volontà altrui, dal verdetto dei vecchi del villaggio, dall’omertà di tutti, dal silenzio di sua madre, dalla rassegnazione di suo padre. Voglio parlare di lei che ha cambiato un po’ la storia, ha creato un precedente in un continente dove le donne subiscono mutilazioni dei genitali e dei seni, fuggono da matrimoni combinati e preferiscono affrontare l’incognita di un viaggio senza meta sopportando la violenza di altri uomini,della calura del deserto e del mare.

Voglio parlare di una bambina che vive felice nel suo villaggio finché alcuni uomini, armati di sangue e odio, la rapiscono con la sorellina e la portano nella foresta insieme ad altri bambini. Con la nostalgia di casa nel cuore e la paura delle botte negli occhi cammina in silenzio per giorni aiutando la piccola, sfinita dalla fame e dalla stanchezza, fin quando un uomo le porge una pistola.Voglio parlare di una bambina soldato costretta a uccidere sua sorella, da allora in guerra con se stessa, che continua a combattere con quel ricordo, più che con quello degli altri morti ammazzati, degli stupri, delle gravidanze subite, di una libertà da pagare con l’emarginazione sociale.

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Voglio parlare di una bambina che hanno cercato di  sfregiare per cancellarne l’ identità di ragazza libera, curiosa di imparare,conoscere e scrutare orizzonti lontani; voglio parlare della riduzione in schiavitù di studentesse, della loro colpa di credere che l’istruzione possa emancipare e affrancare da ogni forma d’ignoranza, di pregiudizio, da ogni abuso e sopraffazione. Voglio parlare di donne di ogni età, vittime sacrificali di una precisa strategia militare. A nome loro hanno parlato una bambina e una ragazza che all’ONU hanno rivendicato la libertà e la dignità  delle tante vittime di uomini spietati e brutali. Il loro sguardo sofferente ma deciso ha urlato al mondo intero un’invocazione di giustizia più delle loro parole dirette, calme ed efficaci.

Voglio parlare di una bambina bella bella, gioia e orgoglio di mamma e papà, talmente bella da sembrare una bambola, truccata pettinata vestita come una Barbie in miniatura. Una piccola venere sotto i riflettori, idolo delle coetanee, incarnazione della vanità femminile, di una bellezza artefatta ma perfetta. Una bambola di bambina, capace di sedurre a sua insaputa: i suoi  occhi splendenti e il suo sorriso da star nel teleobiettivo gli sono rimasti impressi nel cervello anche quando l’ha stuprata e fatta a pezzi. Magari fosse scappata da quel gioco attraente di luci,tulle e paillettes. Voglio parlare delle bambine plagiate a essere una finta donna, a volte proprio da chi avrebbe dovuto proteggerle, vittime di un ruolo non scelto, di un’infanzia negata dalla miseria, dalla pubblicità o dalla perversione degli orchi.

Voglio parlare di una ragazza dal sorriso dolce e dagli occhi grandi, spalancati sul domani, sui sogni della giovinezza e sull’ amore sbagliato,che ride con lui, piange per lui, litiga con lui, a lui si ribella e da lui viene uccisa.Voglio ricordare le tante ragazze assassinate dalla stessa mano che poco tempo prima accarezzava e diceva di amare la loro voglia di vivere. Ora gravano sul cuore e sulla coscienza di tutti, perché sono un po’ le nostre figlie, indifese nell’ estremo tentativo di reagire, salvarsi, vivere.Come stille di pioggia scivolano lungo una foglia, evaporando, si sono dileguate troppo presto lasciando nel web quei sorrisi indelebili e preziosi.

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Scusatemi se parlo per le tante bambine che vivono nell’ ombra di una baracca o in un bordello per turisti, o se grido per tutte quelle bambine e donne che oggi come ieri  pagano l’essere femmine in un contesto dove nascere è una disgrazia, ma nascere femmina lo è ancora di più. Scusatemi se ho impresse negli occhi quelle bambine senza voce, invisibili per chi ha troppa fretta o indifferenza, schifate perché di diversa origine, provenienza, lingua e cultura anche da madri di altri figli, troppo ottuse e frustrate per uscire dal buco in cui si rintanano gongolanti di pregiudizi. Ascoltatemi se parlo di bambine che hanno per bambolotti i fratellini o i figlioletti da accudire, di quelle che vivono per strada, o delle spose bambine da comprare a vita in cambio di un pasto sicuro, da scartare poi per soddisfare un nuovo capriccio.

Non smettiamo di parlare delle donne che non sono mai state bambine e delle bambine che non possono più diventare donne, perché nessuna guerra, usanza, ignoranza, distanza può giustificare certi crimini.

Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne 2018

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La Venere degli stracci a Ventimiglia

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Venere degli stracci a Ventimiglia

Nel cortile della chiesa delle Gianchette di Ventimiglia è arrivato l’esemplare extralarge della Venere degli stracci, opera del grande artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto, simbolo dell’Arte povera e icona della cultura del consumismo contemporaneo. È stata già accolta in contesti di frontiera e in luoghi di emergenza sociale come l’isola di Lampedusa e il MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma e partirà poi a giugno per Bolzano. Già nell’aprile 2017 su un’aiuola al confine italofrancese di ponte San Ludovico Pistoletto collocò  il  Terzo Paradiso, una sequenza di massi a forma di otto rovesciato, dove  l’anno scorso ricordammo coloro che persero la vita nel tentativo di varcare quel confine.

“Gli stracci non sono solo stoffe, ma quel che resta degli abiti. Dentro ogni straccio è passato almeno una persona. Quindi c’è l’umanità, tutto quello che l’umanità ha vissuto e che rimane come residuo. E la Venere, con  la sua bellezza rivolta verso quegli scarti, rigenera la fine.”

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Una rigenerazione che a Ventimiglia si fa attiva e partecipativa nel donare nuove appartenenze a chi, in viaggio verso l’ignoto, è troppo spesso reso invisibile dalla perdita della propria identità. Da quest’opera d’arte contemporanea parte un messaggio importante di sensibilizzazione per l’attuale e drammatica situazione delle migrazioni in Europa e nel Mediterraneo. Arte che si fonde con la vita per promuovere responsabilità sociale, dialogo, relazione, un ponte culturale e umanitario  in una città che ha trovato in Don Rito  una figura di grande spessore per l’impegno nell’accoglienza, nel rispetto e nella cura dei migranti. Grazie a lui persone della società civile, di ogni nazionalità, età ed estrazione socioculturale, si sono attivate come potevano mettendo in pratica quei valori che sono alla base di ogni democrazia.

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È bello vedere come  a Ventimiglia, che ha una realtà complessa, confluiscano  volontari da ogni parte d’Italia e d’Europa. Sì, d’Europa. Voglio ricordare i ragazzi britannici  che hanno operato per i piccoli ospiti delle Gianchette, regalandoci poi  tutto il materiale rimasto, o i volontari di un’associazione tedesca che si sono adoprati perché le donne nascoste nel fiume potessero lavarsi, e tutti quei ragazzi e volontari francesi che ogni sera distribuiscono pasti e vestiti ai migranti di passaggio. Ricordo anche  una giovane insegnante universitaria venuta appositamente dall’America per capire cosa stesse succedendo a Ventimiglia e  in Italia con il fenomeno della migrazione. Aveva pianificato le sue ferie per parlare con rappresentanti istituzionali e volontari che operano per e con i migranti in varie parti d’Italia e raccogliere interviste e foto che le servivano per una pubblicazione.

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Ventimiglia nel suo piccolo di fatto  rappresenta la cultura in trasformazione, cosa che non può dirsi per altre città liguri, ma non dimentichiamo che  in fondo arte e cultura sono motori di  sviluppo territoriale.

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Oltre alla Venere nel cortile della chiesa delle Gianchette  ci sono altri stracci intrecciati in una rete da cantiere, anch’essa di scarto che diventa risorsa. L’intreccio consente la visione di un grande planisfero, un  mondo a colori per tessere relazioni e veicolare metafore, raccontare un nuovo tessuto sociale in una complementarietà di pieni e vuoti, collegati da un filo alla vela che consente di navigare alla Venere degli stracci. Al centro la riproduzione in carta d’alluminio del Terzo Paradiso, realizzata dai bambini delle scuole: due cerchi piccoli possono unirsi e trasformarsi in uno più grande, perché l’unione è sempre una risorsa e una forza.

Tempo fa scrissi, ricordando un giovane migrante:“Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.”

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20180519_144256Oggi riconosco che quest’esperienza è stata straordinaria; chiunque di noi riconosce che ci ha cambiati e arricchiti. Penso alla stazione di piazza Garibaldi della metropolitana di Napoli dove Pistoletto ha collocato le  immagini fisse di viaggiatori di ogni età su specchi  nei quali si riflettono quelli veri che salgono verso la città sulle scale mobili. Gente che va e viene in una quotidianità che si ripete, in un flusso vario e denso di energia e vissuti. Così ora alle Gianchette nella mostra di foto, video, diapositive, disegni, lettere, articoli di giornale, pietre colorate e nel librone di 13000 nomi di uomini donne e bambini di 50 diverse nazionalità c’è scritta un’importante pagina di storia, ci sono i passi, le testimonianze di un’umanità così umile da renderci partecipi delle loro vite e dei loro fiduciosi sorrisi. Questo è stato il piccolo grande miracolo di Ventimiglia, in un contesto socio culturale non facile, spesso indifferente, a volte chiuso e ostile, ma un miracolo che rigenera, dà speranza e commuove chi l’ha capito. Grazie a quanti lo hanno reso possibile, a tutte quelle 13000 persone in cammino, grazie per averci spronato a trovare nell’emergenza le risorse interiori per uscire da noi stessi, per incontrarvi, sostenervi come potevamo, e conoscervi  facendoci sperimentare che la diversità arricchisce davvero nel profondo e che ogni essere umano, con il suo vissuto e le sue speranze, merita rispetto in quanto tale.

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L’evento è stato promosso dalla Caritas diocesana di Ventimiglia-Sanremo, Ventimiglia CONfine Solidale , con la collaborazione di Cittadellarte- Fondazione Pistoletto, del Dipartimento Educazione Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea, dell’Associazione Pigna Mon Amour di Sanremo e di spazio5 di Bolzano.

La mostra è aperta dal 18 maggio fino al 20 giugno presso la chiesa delle Gianchette ( venerdì- sabato – domenica dalle 10.00 alle 20.00)

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“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Buona fortuna, ragazzi!

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

In cammino…

25 aprile: Fragola Doria e Spartaco

Oggi riporto una storia  di Resistenza partigiana  raccontata nel libro “Con la resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone.

È la storia di un giovane napoletano, Armando Izzo, nato ad Afragola (Na) il 12 giugno 1916. Fece studi classici per poi laurearsi  in Giurisprudenza in un clima di esaltazione acritica del regime fin quando fu chiamato alle armi il 6 giugno 1941 e ben presto iniziò a rendersi conto  delle chiacchiere di Mussolini  “Chiedemmo che significava 1891 e ci spiegarono che era il suo anno di nascita. Incredibile! Eravamo scesi in guerra con un fucile vecchio di cinquant’anni mentre tutti gli altri eserciti già avevano moderni fucili a raffica o a ripetizione”. Capì che la disciplina, il linguaggio e il comportamento degli ufficiali e sottoufficiali si ispiravano al più bieco autoritarismo : “Allora capimmo che c’era un filo ideale che congiungeva il fascismo con l’insegnamento militare: non pensare, eseguire solo gli ordini e fu la rivolta delle coscienze!…. Il fascismo si preoccupò che questa massa di giovani diplomati e laureati lasciata a casa potesse prendere coscienza della situazione del paese per la politica del regime non condividendola. Per cui preferì ingabbiarli nei predetti battaglioni”.  I giovani arruolati furono presto impegnati al fronte.

Izzo nel luglio 1941 divenne Caporale, dopo due mesi Sergente e poi entrò nella  scuola degli Allievi Ufficiali di Salerno ove studiò con impegno la Topografia  che gli servì in seguito come Comandante partigiano. Partecipò  alla II Guerra mondiale nella zona di Mentone.  Rischiò di essere mandato davanti a un plotone d’esecuzione perché il suo comportamento nei confronti dei  soldati era considerato troppo aperto. A Gorbio ricevette l’incarico di Difensore d’ufficio presso il Tribunale militare di guerra della IV Armata che operava a Breil. Sebbene non avesse esperienza, s’impegnò a difendere i suoi assistiti e si rese conto che quei processi erano perlopiù farse per condannare a morte soldati italiani che rivendicavano la loro dignità di uomini e si ribellavano all’ottuso militarismo di tanti Ufficiali e Sottufficiali “Purtroppo capii che i soldati non avevano molti diritti  da far valere. Il termine “insubordinazione” trovava largo spazio e commento nel codice penale militare Era un macigno che pesava sempre sullo stomaco dell’inferiore e che il superiore era sempre pronto a infierire sull’inferiore” . Quei soldati non erano affatto delinquenti o nemici della Patria, ma solo dei poveri cristi che per qualche banale errore erano caduti ingenuamente nelle grinfie di qualche superiore invasato, alla ricerca di qualcuno sul quale sfogare proprie frustrazioni; inoltre bastava poco per fare parte dei soggetti ritenuti pericolosi.

Quando fu annunciato l’Armistizio l’8 settembre 1943 il Sottotenente Izzo decise che doveva combattere contro i nazifascisti per liberare l’Italia , e tramite due esponenti della Resistenza francese, partì per l’Italia per raggiungere Cima Marta a 2200 mt di altitudine. Poi con un compaesano e altri ufficiali raggiunse Triora e si unì ai partigiani con  il nome  “Fragola ( da Afragola) Doria” . Divenne Comandante partigiano della V brigata d’Assalto Luigi Nuvoloni  della I Zona Liguria, partecipò a numerose azioni contro i nazifascisti che operarono rastrellamenti, eccidi e devastazioni nell’entroterra ligure cui si opposero interi paesi grazie a donne di ogni età, agli uomini rimasti e a tanti giovani. Partecipò all’occupazione di Pigna a fine agosto 1944 e alla sua difesa nell’ottobre successivo. A dicembre prese il comando della V Brigata che tenne fino alla Liberazione, sostituendo  il famoso Vittò, che passò  a dirigere la II Divisione “Felice Cascione”. Armando Izzo ottenne  la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il 1° maggio 1996 il Comune di Castelvittorio gli ha conferito la cittadinanza onoraria e la sua città natale, Afragola, con solenne cerimonia, il 26 giungo delle stesso anno gli ha consegnato la Medaglia d’Oro al merito della Resistenza.

 

Il  libro con la Resistenza nel cuore” riporta  pagine del memoriale di Fragola Doria  che ricordano alcune delle pagine più tristi della storia  dell’entroterra ligure, come l’eccidio di Gordale, e “Spartaco”, un diciottenne  di Isolabona, che come altri giovanissimi aveva combattuto per la Liberazione dai nazifascisti.

“I Tedeschi paventavano uno sbarco alleato in Provenza, nella Francia meridionale, con ripercussioni lungo tutta la riviera fino a noi e quindi la decisione di sbaragliare per sentirsi sicuri nelle zone interessate. Essi intensificarono la difesa costiera. Tre forti colonne tedesche investirono la nostra zona: una, risalendo la Valle Argentina dopo avere distrutto Badalucco, salì fino a distruggere Molini di Triora. Altra colonna risalì la Valle Nervia, danneggiò Castelvittorio e per il passo di Carmo Langan scese per Molini e si congiunse con la prima colonna.

Una terza colonna (tedesca) scende dalla sinistra della valle per Coorte Andagna e da Molini sale a Triora. Tutto è distrutto. I Tedeschi battono il territorio del retroterra di Triora; nulla si salva. I vecchi castagni vengono battuti con il calcio del fucile, temendo che qualche partigiano potesse essere nascosto  lì dentro. Ci furono due avvenimenti incredibili, di cui uno rasenta la pazzia. Stavamo sotto una roccia in quattro con Spartaco e altri due Garibaldini. Eravamo nella zona di Loreto; avanti a noi un  sentiero sul quale passavano i Tedeschi alla nostra ricerca. Ci rendevamo conto della nostra situazione disperata. Spartaco mi dice: “Non voglio cadere vivo in mano ai tedeschi, non so gli altri due cosa pensano, tu sei un ufficiale, uccidimi con un colpo di pistola!” Era crollato! Gli dissi che se i Tedeschi ci scovavano, dovevamo cercarne  di ucciderne ancora qualcuno prima che ci uccidessero. Gli altri due assentirono. Poi il diluvio. I Tedeschi si ritirarono  di fronte all’infuriare della tempesta. Uscimmo dal nascondiglio con l’acqua a ruscelli che scendeva per i sentieri e la mulattiera.Il torrente Argentina era gonfio. Trascorse un minuto ed era come se fossimo in un mare in tempesta. Riparai in un casolare a Cetta. C’era una donna anziana, sola con una ragazza. Ci disse che stava sola e che la nipote aveva famiglia in Francia, con la quale  non aveva più potuto comunicare. Appena qualche minuto e poi delle grida: “Arrivano i Tedeschi”. Afferro la giacca ed esco di corsa, ma non ritorno più in quel casolare.  La storia è raccontata in “Storia della Resistenza di Imperia” . Spartaco fu bruciato vivo dai Tedeschi sopra Isolabona.” (da “Con la Resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone).

Buon 25 Aprile!

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27) 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)  

25 aprile: Oltre il ponte.

La campanella di Capri.

 

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Nell’ isola di Capri viveva un pastorello, orfano di padre, così povero che l’unica cosa preziosa che possedeva era una pecorella che portava a pascolare sul monte Solaro. Un giorno il bambino si fermò a raccogliere fiori per la madre e sul far della sera non trovò più la pecorella. La chiamò più volte, la cercò ovunque ma invano. Iniziò a piangere disperato: come avrebbero fatto lui e sua madre? All’ improvviso gli parve di sentire un tintinnio lontano e  corse in quella direzione al buio, ferendosi i piedi tra i rovi e i sassi, pensando fosse la campanella che la sua pecorella portava al collo. Inavvertitamente arrivò  sul ciglio di un burrone ma si fermò in tempo  perché accecato da una luce abbagliante: era san Michele su un cavallo bianco. “Bimbo mio, prendi questa campanella  e segui sempre il suo suono, ti salverà da ogni pericolo”, disse e si sfilò dal collo una catenina con una campanella.Il bambino emozionato la prese. Dopo pochi minuti trovò la sua pecorella, quindi felice corse a casa da sua madre.Da quel giorno la sua vita fu serena e ogni suo desiderio fu appagato.

5_d.20170804192125Sul luogo dell’apparizione fu costruita una cappella in onore del santo, sulla quale poi sorse villa “San Michele” del medico svedese  Axel  Munthe. Sulla terrazza una maestosa e misteriosa sfinge sovrasta il mare  e nel punto più panoramico e luminoso della villa  fa riecheggiare le parole del suo raffinato padrone. “ La mia casa deve essere aperta al sole e al vento e alle voci del mare – come un tempio greco – e luce, luce, luce ovunque!”.

La campanella è diventata un simbolico portafortuna da regalare alle persone care o bisognose di fortuna. Tra queste vi fu anche il presidente americano Roosevelt che durante la Seconda Guerra Mondiale ricevette in dono dall’ isola di Capri una “Campana della Fortuna”  di bronzo, fatta forgiare dal gioielliere  Pietro Capuano, fondatore  della maison Chantecler. Forse non a caso, dopo  questo regalo, la guerra finì in poco tempo.

campanelle artigianato

 

Anch’io ho regalato qualche campanella di Capri, in semplice terracotta, raffiguranti “il giorno”, “la notte” e un alberello di Natale e le posto qui perché portino a voi lettori un po’ di fortuna in questo nuovo anno.

Le janare

Sin dalla notte dei tempi nei boschi più nascosti dell’Irpinia e nella Campania più segreta dell’immaginario popolare vivono creature malefiche, di cui sentivo raccontare durante la mia infanzia: streghe, janare e lupi mannari. In particolare mi incuriosivano le janare, che poi in età più tarda scoprii come perfide artefici di malocchi, malefici, filtri magici e di terrificanti sabba orgiastici  intorno a un grande noce presso il fiume Sabato nel beneventano, che trae origine dai rituali longobardi per il dio Wotan. Secondo versioni più soft della tradizione popolare a volte erano donne anziane che ben conoscevano le  proprietà terapeutiche delle erbe e sapevano trovare rimedi a sofferenze di vario genere e antidoti a occulte fatture, ma in seguito furono demonizzate e perseguitate.

Noce_di_BeneventoIntanto  c’è differenza tra streghe e janare:  la strega  è una figura letteraria già presente nelle opere di Ovidio e Plinio, il cui nome deriva da strix (strige), essere notturno alato che si nutriva del sangue dei bambini e richiamava  i demoni  femminili che svolazzavano nell’antica  mitologia mesopotamica.

Invece la janara ha origine da credenze popolari. Il suo nome deriva dal latino ianua (porta), cioè l’uscio di casa che bisognava proteggere con sale o scope per impedirle di entrare, perché non avrebbe resistito alla tentazione di contare i grani di sale o i fili della scopa di saggina, intrattenendosi fino alle prime luci del giorno che l’avrebbero messa in fuga. Secondo un’altra versione etimologica janara deriva da dianara, seguace della dea  Diana, che richiama la terribile Ecate, dea degli Inferi, e in Irpinia prima la Dea Madre e poi Iside. A lei erano devote  “donne depravate, rivolte a satana, e sviate da illusioni e seduzioni diaboliche, che credono e affermano di cavalcare la notte alcune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani e di un’innumerevole moltitudine di donne”. Quindi da un mondo fantastico e irreale le streghe  approdarono nella tradizione, ove sconfinano leggende e  superstizioni che ne confermavano l’esistenza reale,  e così da semplici conoscitrici dei segreti delle erbe le janare diventarono creature malefiche possedute dal demonio, solitarie e sterili, che per invidia si accanivano soprattutto sui bambini, rubavano giumente per cavalcarle di notte fino a sfinirle e ne intrecciavano le criniere, facevano fatture che rendevano impotenti o facevano deperire i malcapitati, si sdraiavano sul petto di giovani dormienti impedendo di respirare o provocando improvvisi e agitati risvegli. Si ungevano di una pozione che le rendeva invisibili e, quando all’improvviso di notte si alzava il vento, si credeva che stessero volando a frotte verso il noce. Venivano catturate solo se afferrate per i lunghi capelli e garantivano protezione a chi le liberava e ai suoi discendenti.

Oggi, non a caso in periodo natalizio, vi narro un racconto irpino sulla janara.

“Chi nasce nella notte di Natale, nasce maledetto (perché non può offuscare la nascita del Figlio di Dio). Se è maschio diventa lupo mannaro, se femmina invece janara per tutta la vita. Di giorno la janara è una donna come le altre, solo più irascibile e aggressiva, ma di notte va girando per le case a fare dispetti ai bambini: capovolge le culle, rapisce i neonati e li mette sotto la cenere o li storpia…Una volta una janara bussò  alla porta della casa di una donna incinta, che stava cucinando: “Mi dai un po’ di lardo?” chiese.“Va’ a zappà” le rispose la donna, sbattendole la porta in faccia. Di conseguenza quella le scagliò contro una terribile maledizione: “Possa tu generare  un bambino che non crescerà più di un palmo!”

Dopo qualche mese, la donna  mise al mondo un neonato davvero brutto e piccolo. Con il passare del tempo il bambino non cresceva, né diventava più bello. Ogni sera la janara, volando come un uccello, entrava nella camera e lo storpiava, rendendolo sempre più brutto e deforme. La madre  non sapeva più a quale santo votarsi perché a quattro anni il bambino era ancora piccolo come quando era nato. Un giorno andò a farle visita una comare. Mentre varcava l’uscio di casa, lei vide entrare dalla finestra un uccello e s’insospettì. Corse nella camera del bambino e lo trovò in una bottiglia. Disse quindi alla mamma: “Qua c’è la magia di una janara, cha ha mali pensieri per la testa”. E le diede alcuni consigli.  A dicembre, nel giorno della festa della Madonna, la donna prese un pezzo di formaggio e lo cucì nella piega della veste. Alla vigilia di Natale, dopo la messa cantata, lasciò uscire dalla chiesa tutte le persone, finché rimase solo lei che si guardava intorno  e scorse  una donna  che cercava di nascondersi. Era la janara che subito le andò vicino e le disse: “Non dire a nessuno chi sono. Ti prometto di fare la comare (madrina) del bambino quando si cresimerà”. La janara fu di parola: cresimò il  bambino che da quel giorno  iniziò a crescere tanto che divenne  il giovane più bello e forte di tutti gli altri.” (da “Nella terra delle janare. Viaggio nell’Irpinia segreta, tra leggende, magia e misteri” di Antonio Emanuele Piedimonte)

 

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Lo spaghetto tradito

“I napoletani non comprano più pasta napoletana. La ignorano. Non credono più al suo mito. Si vantano di mangiare maccheroni provenienti da remoti paesi appenninici e alpini, da pianure sconosciute  dove, per tempo, furono chiamati mugnai e pastai di Torre Annunziata, Gragnano, Nocera, Pagani, San Severino, Cava dei Tirreni, Pontecagnano, Eboli e Battipaglia, le patrie della “vera Napoli”, fabbricata con grano duro proveniente dalla Crimea e in ogni caso dalle Russie e messa e tesa ad asciugare come panni lini in grotte piene di ombra e frescura con venti continui della mitezza di zeffiri. Paste e farine se ne fabbricano ancora in questa zona, che sembrava ne serbasse il destino e il segreto, e di buone e solide, ma hanno uno spazio indigeno, smerciate da pochi negozi come rarità; come cibi caduti in disuso e richiesti solo da clienti stravaganti. Qualche lustro fa, tra Pucciano e Pareti di Nocera, sopravviveva una fabbrichetta tenuta da due vecchi coniugi che producevano due- tre quintali di pasta la settimana, senza coloranti e però tutta punteggiata come il costume di Arlecchino. Prima a comparire e ultima a scomparire insieme con altri sei stabilimenti di cui due giganteschi. Trent’anni fa Nocera, come Gragnano, Torre, Pagani odoravano di pasta cruda. Le strade di basoli, battute da carriaggi carichi di sacchi o di casse di maccheroni, a destra e a sinistra avevano due profondi solchi scavati dalle ruote, come le strade di Pompei.

Bei tempi! Dal sud partivano migliaia di carri merci pieni di spaghetti, spaghettini, vermicelli, vermicelloni, bucatini, linguine, mafaldine, tripolini, candele, ziti, zitoni, mezzani, mezzanelli, perciatelli, rigatoni, fasce, occhi di lupo, cannolicchi, ditali e ditalini, crestine, gemelli e tortiglioni, diretti in tutti i villaggi, i paesi e le città d’Italia e d’Europa, divorati dall’Esercito, dalla Marina e dall’Aviazione, dalle Provvide e dalle prime mense aziendali. Se non era vera Napoli,  la schifavano. Le paste di altra origine muffivano nei palchi dei pizzicagnoli. Forse erano altrettanto buone e persino migliori, ma per i mangiatori di pasta o si trattava di vera Napoli o meglio buttarsi nel ruminamento di qualsiasi altra poltiglia. Secondo scienza e storia la fabbricazione della pasta è antichissima. Etruschi, greci e romani magnarono pasta autentica, sia pure sotto forma di stiacciate cotte sulla pietra infocata. A sentire alcuni astrologhi, i cinesi addirittura sarebbero stati i padri e gli inventori della pasta. I padri sì, gli inventori no perché, ove mai si andasse per il sottile, con metodo e scrupolo, e coscienza, la pasta, vale a dire i “maccaruni” sono e non possono essere altro che una scoperta napolitana alla stessa stregua e col medesimo diritto e legge della pizza.

Esaminate la pizza, gente al di là del Garigliano, sia pure una volta, come coscritti, per avventura o errore, da soli o in leggiadra compagnia siete stati a Napoli. Essa, la pizza, con tecnica surrealistica, è la riproduzione del Golfo con la Riviera e il Panorama. Le bucce di pomodoro rosso sono le barche, gli schizzi di mozzarella, le vele, il verde del basilico e dell’origano, il Vesuvio, le bruciacchiature della pasta, gli scogli e il leggendario cornicione- delizia dei buongustai – la linea magica dei panorami alti un centimetro di Ercolano, Torre del Greco e Annunziata, Castellammare, Vico, Seiano e della stessa Napoli, dal Capo di Sorrento a San Giovanni e girovagabondando, fino a Capri, Ischia e Procida. Ridanciane, ilari, palpitanti come polle emergenti di solfatare (quella di Pozzuoli, d’Agnano o san Montano), le bolle enfiate dai fiati del forno.

La pizza è una riproduzione mimetica dell’habitat in cui esplose.

Morti di fame per generazioni a spirali i napoletani, non potendo fondere oro e argento, né cibarsi di carne o coprirsi di buone lane, ma amanti di un universo sfavillante, da ciò sollecitati ed eccitati, inventarono la pizza, servendosi dei materiali poveri a disposizione: acqua, farina, sale, pomodoro colombiano e basilico greco, il tutto condito con un filo d’olio e una corolla di estro. Per via di questo estro-capriccio-umore, avversa o buona disposizione nell’attimo fuggente, la pizza può riuscire buona o cattiva, gustosa o pessima, ricca o meschina, gonfia o mencia, nel segno di un trionfante barocco o  di una lisca rosicchiata.

Lo stesso vale per gli spaghetti. Si buttano nella pentola, che sembrano atleti,  si possono tirare o duttili e frenetici come anguille o debosciati e sfiancati come braccianti che riedono al povero ostello. Dietro la pizza e gli spaghetti c’è insomma l’uomo napoletano, variabilissimo, incertissimo, di poca fede e interminate speranze.

Comunque sia, i maccaruni nati in Troade o in Etruria o nel Cipango, come inoltre si è sostenuto, in Galizia- truce terra pastorale e , quindi, farinacea- il copyright se l’è aggiudicato Napoli. I Napoletani ereditarono una greve massa di pasta, una pallottola di farina bigio-giallognola. I furbastri s’istudiarono  immantinente come metterla incinta e la riposero negli oscuri fondi di una delle numerosissime grotte urbane e, indi, strofinandosi le mani per estro e isteria, andarono a  vedere, come facevano gli orchi, che ponevano i ragazzini rapiti nelle botti all’ingrasso, se l’impasto fosse diventato formoso, roseo, simpatico, amabile, malleabile, appetibile, estraendone con un pizzicotto una mollichella e cominciando a lavorarla tra pollice  e indice.

Con questo giuoco di dita e carezze, pensando certamente a tutt’altre cose, ai sempiterni guaj del malgoverno, si trovarono in fine di fronte a forme, gentili, aeree, serpentelli, anguille, ciocche, nastri, farfalle, matasse, millepiedi, lettere misteriose, fusilli lunghi, primiera francese, anelloni d’Affrica, nocchette, semi di mellone, anelli e danellini- il bazar d’Istabul  e della Vuccirìa al completo- stelle, occhi di pernice, pepe bucato- l’antico porto di mare capitale di sbarco delle spezie- tofe, scorze, parigine e margherite rigate, quanti sono all’infinito i vari tipi di pasta di qualsiasi  fabbrica e fabbrichetta del napoletano e del salernitano i cui mugnai e pastai di una volta, fabbricando pasta, favorivano l’immaginazione e il sogno. Solo un popolo speciale come il nostro, che aggiunge o toglie sempre qualcosa alla realtà, poteva ricavare da una palla di farina monotona, gommosa, grigia, atona, azzeccosa, appiccicaticcia e sudaticcia, una interminabile sfilza di forme e parole: cardellini, lingue di passero, gramigna, stivalettini e giù per il dirupo senza fondo, intorto e cupo di un’arte sfuggente, costretta a rendere multipla un cibo che, dai, dai, era sempre lo stesso.

Sazi alla fine ( per non dire altro; per non smarrirsi nei disastri del Mezzogiorno) i maccheroni a Napoli sono diventati anonimi come in qualsiasi altro luogo.Generazioni magre,dai ventri snelli, ignorano che i loro progenitori, infischiandosi di averci pance complete di grancasse, il giorno e la notte insieme con Pulcinella sognavano, come alternativa alla fame, di farsi una bella mangiata di maccaroni in piena strada, senza pomodoro e un pizzico di formaggio. Dopo, poteva accadere il finimondo: si poteva restare comodi a digerire o prendere parte all’eventuale pugna, in ogni caso la terra, sbilanciata, ritornava in orbita.” (Domenico Rea)

 

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Il Rione Terra

 

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20170813_124025Quando si arriva a Pozzuoli è tutto uno sbrilluccichio sul mare, costellato dai profili evanescenti delle isole, abbracciate dallo sguardo fiero del castello di Baia che domina il golfo. Nel porto barche a vela, pescherecci, lance, yacht; ovunque ristoranti con  specialità a base di pesce e mitili ai piedi delle  antiche case del borgo marinaro, talvolta abbrutite all’interno da verande  e antenne paraboliche. Incamminandosi per le  stradine si giunge  in un’ampia  piazza assolata e alzando lo sguardo si scorge  il rione Terra, ora in fase di ristrutturazione, che con le sue case seicentesche  rosse e ocra sembra  un marinaio addormentato sulla prua di un gozzo arenato sulla riva. 

Qui, su un’alta  rocca di tufo, sorse l’antica Puteoli  (Pozzuoli)  ad opera di alcuni esuli di Samo che, in fuga dal tiranno Policrate, fondarono verso il 530.a.C la città detta Dicerchia. Più tardi, nel 194 a.C., divenne colonia romana e pian piano un grande centro di scambi commerciali fino alla fine dell’Impero Romano di Occidente del 476 d.C . grazie al suo porto, il primo di Roma fin quando fu costruito quello di Ostia.  Ancor oggi negli scavi archeologici di Pozzuoli  i templi, le ville, le tabernae, la necropoli, le cisterne, i cardini e i decumani, il teatro e l’anfiteatro della capienza di 40000 persone, testimoniano  lo splendore dei tempi antichi.

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Gli edifici romani rimasero fino al ‘500, quando il viceré di Napoli  Pedro Alvarez de Toledo, diede agevolazioni fiscali ai nobili e al clero se avessero costruito i propri palazzi sull’acropoli del Rione Terra. Così l’antica città romana, distrutta nelle parti alte, formò una sorta di piattaforma sulla quale sorsero i palazzi seicenteschi,  che sono stati abitati fino al marzo del 1970 quando la popolazione fu costretta a evacuare a causa di uno sciame bradisismico, oltre che per le pessime condizioni igieniche del rione.

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Il  terremoto del 1980 provocò ulteriori danni  trasformando  per anni il rione in  una città fantasma che dall’alto dominava Pozzuoli, disabitata in seguito ai trasferimenti della popolazione nel quartiere di Monteruscello e in altre località della provincia di Napoli e Caserta. Pozzuoli perse quindi un po’ le proprie radici. L’identità puteolana  ancorata al mare continuò a vivere grazie alle storiche famiglie di pescatori ,pur venendo sempre più soppiantata  dalla “cultura” degli stabilimenti industriali,  che poi sono stati smantellati.

20170813_124600 Da qualche anno è in corso un’intensa opera di riqualificazione del rione: gli edifici del Seicento sono stati per la maggior parte ristrutturati con la speranza  che questa città possa rivivere  come potenziale risorsa turistica  perché Pozzuoli e l’intera e suggestiva area flegrea  possono di fatto attrarre turisti interessati alle bellezze naturalistiche oltre che a quelle storico-archeologiche. Oggi è possibile visitare il rione Terra con le guide turistiche il sabato e la domenica,  perché nei giorni feriali è un cantiere ove fervono i lavori. C’è vita solo nel palazzo vescovile, abitato dal vescovo di Pozzuoli, nella cappella trecentesca di San Giacomo Apostolo e nella basilica.

 

20170813_124017Merita molto la cattedrale di san Procolo Martire, patrono di Pozzuoli, che ingloba un  tempio del II secolo d. C. dedicato a Ottaviano Augusto, costruito su uno precedente in tufo dedicato alla triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva). Questo fu utilizzato come chiesa cristiana senza stravolgimenti fino al 1630 quando il vescovo di Pozzuoli , monsignor Martin de Léon y Càrdenas, decise di costruire un’imponente cattedrale barocca demolendo parte del tempio, e abbellendolo con affreschi degli  artisti dell’epoca tra cui Artemisia Gentileschi e Massimo Stanzione. Dopo 50 anni di chiusura lal pubblico, ha riaperto nel 2014 grazie a  un restauro durato dieci  anni che ha fatto  coesistere il colonnato romano e l’arte rinascimentale-barocca.

 

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Quando si varca  il portale del Palazzo Fraja- Frangipane, il tempo si ferma e inizia un percorso archeologico  suggestivo attraverso la  Puteoli sotterranea del 194 a. C. Con l’ausilio multimediale è possibile rivivere nella città romana, scoprire il fermento del porto in età augustea e gli usi e i costumi del tempo, entrare nelle tabernae e nel  forno, calpestare l’antico decumano per esplorare la città romana nel ventre del Rione Terra del Seicento.

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Un rione che la natura fece evacuare a forza ma rimasto sempre caro ai suoi abitanti come la veduta paradisiaca su Nisida e Capri da una parte e capo Miseno dall’altra, i quali hanno tramandato di padre in figlio le  semplici storie del  mare, le vite degli indimenticabili personaggi del paese, le saghe familiari, le tradizioni, la povertà, la fatica, la devozione, il fatalismo  e il senso di appartenenza. Tanti , tanti puteolani oggi visitano il rione Terra per ritrovare la casa dei nonni e i luoghi dell’infanzia , descritti e narrati a voce con  gli aneddoti  di famiglia e i ricordi di altri tempi.

“Puteolani, siamo tutti puteolani. Anche se oggi viviamo a Roma…Certo che lo ricordo l’odore del rione. Era salmastro, intenso che pungeva le narici. Era odore di mare. Non saprei dirle se quello potesse essere definito proprio del Rione Terra. L’odore salmastro era naturalmente nelle narici di chi abitava qui”…… “Lo sa che abitavo qui al Rione Terra? Inizia a raccontare, guardandomi “ casa mia era a via Arco S. Janni, nei pressi della chiesa di san Liborio, dove la terrazza si ferma incantata a guardare Capo Miseno e la Darsena non si vede ancora….L’odore dei vicoli del Rione? Ricordo che dove abitavo c’era un signore che vendeva il vino, lo chiamavano Angelo ‘o cantiniere. Sotto ai suoi cellai, ci andavamo a riparare durante i bombardamenti della guerra. Ero bambino. C’era un forte odore di vino. Eravamo ubriachi quando tornavamo a casa.”

Aveva ragione Schopenhauer a dire che “il ricordo agisce come la lente convergente nella camera oscura: concentra tutto, e l’immagine che ne risulta è assai più bella dell’originale”.

Di ciò che di bello e brutto è stato, non si deve perdere memoria. Deve divenire impulso al nuovo e radice. Identità” ( da Storie dal Rione Terra  di Gemma Russo)

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Sartù di riso

Sin dal Medioevo gli  Arabi si nutrivano di arruz, riso, e lo fecero conoscere alle popolazioni del Mediterraneo con cui entrarono in contatto durante  i loro  viaggi di conquista. Nel Mille il riso comparve nelle botteghe degli speziali in Sicilia, insieme allo zucchero e alle spezie provenienti dall’Oriente.

Il riso fu quindi inizialmente coltivato in Sicilia, poi nel Napoletano ad opera degli Aragonesi che nel 1450 avevano riunito il regno di Sicilia e quello di Napoli. Si hanno notizie di coltivazioni di riso a Salerno nel Quattrocento e spesso  il cosiddetto “riso di Salerno”  fu citato nei ricettari fino all’’800. Al riso si deve la preparazione degli arancini e del timballo in Sicilia, del sartù in Campania, divenuti ben presto piatti tipici della tradizione gastronomica di queste regioni. Grazie ai vincoli di parentela tra gli Aragonesi di Napoli e i Visconti di Milano e poi con gli Sforza, il riso arrivò nel Nord Italia dove trovò un ambiente favorevole alla sua coltivazione e diffusione sulle tavole sia dei nobili che dei ceti meno agiati.

Nel ‘700 in Italia questo  sformato di riso conquistò un posto d’onore al centro della tavola reale grazie ai monsù (i monsieurs, cuochi  francesi) e, nella sua equilibrata, elaborata  e ricca composizione, il riso era esposto in bella mostra su un pregiato vassoio  “sur tout”,  da cui il nome sartù, sopra tutti gli altri e più sostanziosi ingredienti. In effetti da tempi remoti i napoletani preferiscono la pasta al riso, che per la sua digeribilità fu  considerato un alimento per convalescenti e anziani, per cui lo camuffarono in un piatto ipercalorico e gustoso.

“Sia perdonato ai napoletani se non amano il riso, come lo amano i cinesi e i lombardi. E sia loro anche perdonato se lo mangiano volentieri solo se sistemato a timballo dopo averlo lessato nel brodo di pollo in un bel tegame rotondo, riempito di polpettine di carne, di salsiccine sminuzzate di mozzarella e di fegatini di pollo con qualche dolce pisellino e cosparso di buonissimo sugo, di pan grattato e cotto in forno. Solo così i napoletani mangiano il riso: a sartù, ma nemmeno ci fanno follie, anche se lo preparano con gusto sopraffino, e lo offrono agli ospiti di riguardo, tuttavia scusandosi (Mario Stefanile, Partenope in cucina).

Eccovi una delle tante ricette del sartù di riso.

Ingredienti.

400 g di riso

200 g di cervellatina (piccola salsiccia di maiale)

2 fegatini di pollo

polpettine ( preparate con 200 g di carne trita, 1 uovo, 1 fetta di pancarrè ammorbidita nel latte)

200 g pisellini

una cipollina

50 g di prosciutto crudo

200 g di mozzarella

2 uova

olio d’oliva

ragù

100 g di parmigiano grattugiato

burro

sale

pangrattato

Per la besciamella: 25 g burro, 20 g di farina, 2.5 cl di latte, sale, pepe, noce moscata.

 Per il ragù.

Puntine di maiale, un pezzo di salsiccia, fettine di vitellone o manzo, un gambo di sedano, una cipolla, passata di pomodoro,  mezzo bicchiere di vino bianco, basilico, sale, mezzo  cucchiaio di strutto, olio d’oliva.

Nell’olio e strutto  rosolare i pezzi di carne senza mai distrarsi, aggiungere la cipolla a fettine, il sedano e la carota tritati e mescolare per amalgamarne gli umori;  aggiungere il vino e  lasciarlo evaporare, versarvi  il pomodoro passato e il basilico. Cuocere a fuoco lento lento per un’ora e mezza  mescolando con un cucchiaio di legno.

Preparazione del sartù.

Preparare un ragù di carne, la besciamella, le polpettine piccine picciò fritte in olio d’oliva. In una padella cuocere in poco olio la cipollina, il prosciutto tritato cui si aggiungono i piselli e un po’ d’ acqua, se necessario. Cuocere separatamente in due padelle le cervellatine e i fegatini di pollo con l’olio. Lessare in acqua salata  il riso al dente e lasciarlo raffreddare; condirlo prima col parmigiano poi con la besciamella, con poco ragù e le uova sbattute in modo che risulti un composto rosa. Ungere di burro una teglia e cospargerla di pangrattato, versarvi uno strato di riso, poi uno di mozzarella tagliata a dadini, polpettine, pisellini, un altro strato di riso, versarvi sopra le  cervellatine e i fegatini  spezzettati e ricoprire con un ultimo strato di riso. Cospargere con  qualche fiocco di burro e spolverizzare di pangrattato.

Infornare a 180° per circa un’ora: lasciare riposare prima di sformarlo e  voilà il sartù è pronto!

Giornata Mondiale del Rifugiato

 

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Oggi ho partecipato a una pacifica manifestazione al confine italo francese, organizzata da Amnesty International, proprio presso “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto. In nome dei diritti internazionali dei Rifugiati e Migranti si sono ricordati  quanti hanno perso la vita lungo il confine nel tentativo di raggiungere destinazioni che garantissero loro una vita al riparo da guerre, persecuzioni e povertà. A Ventimiglia da anni c’è un costante flusso di migranti che cercano di andare in  Francia  e proseguire il viaggio verso i paesi scandinavi, la Germania, l’Inghilterra, spesso  per raggiungere parenti o amici.

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Solo nel mese di maggio  sono passate per Ventimiglia 2500 persone diverse, provenienti in gran parte dalla Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Guinea, Nigeria, Sudan, Ciad , Mali  di cui 711 ragazzi dagli 11 ai 18 anni e 1054 dai 19 ai 25 anni.

Sempre a maggio 502 persone sono stati registrate  presso la chiesa di sant’Antonio alle Gianchette, di cui 155 femmine, 347 maschi. Tra questi 30 bambini da 0 a 4 anni, 21 bambini  da 5 a 9 anni, 18 da 10 a 14, 271 dai 15 ai 18 anni, 55 dai 19 ai 24 anni,73 dai 25 ai 34 anni, 22 dai 35 ai 44 anni, 7 dai 45 ai 54 anni, 4 dai 55 ai 64 anni, 1 dai 65 ai 74 anni.

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Da oltre un anno dedico parte del mio tempo a  loro, ai giovani che sperano gli venga riconosciuto lo  status di rifugiato. Tanti se ne sono andati, altri sono rimasti. Svolgono attività di volontariato civile, stanno seguendo sperimentazioni botaniche e laboratori didattici, alcuni lavoricchiano nei  bar e  ristoranti, suonano, cantano, hanno recitato in circa venti scuole  della zona dove siamo riusciti a portare una fiaba africana, inventata da uno dei più giovani e creativi del gruppo, per fare conoscere usi e costumi africani misti agli elementi caratteristici della fiaba,  compreso il finale “e vissero tutti felici e contenti”.  

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L’integrazione non è facile, ma possibile, lavorando  soprattutto con le giovani generazioni; qui un esempio di quanto svolto nella scuola di Dolceacqua. https://www.youtube.com/watch?v=BRapnZ1reN4

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È possibile vivere insieme, confrontarsi, maturare e imparare dalla diversità. La maggior parte dei ragazzi che arrivano sperano che un giorno possano tornare a vivere liberi e in pace nella loro terra, come noi.

 

 

 

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