La Venere degli stracci a Ventimiglia

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Venere degli stracci a Ventimiglia

Nel cortile della chiesa delle Gianchette di Ventimiglia è arrivato l’esemplare extralarge della Venere degli stracci, opera del grande artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto, simbolo dell’Arte povera e icona della cultura del consumismo contemporaneo. È stata già accolta in contesti di frontiera e in luoghi di emergenza sociale come l’isola di Lampedusa e il MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma e partirà poi a giugno per Bolzano. Già nell’aprile 2017 su un’aiuola al confine italofrancese di ponte San Ludovico Pistoletto collocò  il  Terzo Paradiso, una sequenza di massi a forma di otto rovesciato, dove  l’anno scorso ricordammo coloro che persero la vita nel tentativo di varcare quel confine.

“Gli stracci non sono solo stoffe, ma quel che resta degli abiti. Dentro ogni straccio è passato almeno una persona. Quindi c’è l’umanità, tutto quello che l’umanità ha vissuto e che rimane come residuo. E la Venere, con  la sua bellezza rivolta verso quegli scarti, rigenera la fine.”

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Una rigenerazione che a Ventimiglia si fa attiva e partecipativa nel donare nuove appartenenze a chi, in viaggio verso l’ignoto, è troppo spesso reso invisibile dalla perdita della propria identità. Da quest’opera d’arte contemporanea parte un messaggio importante di sensibilizzazione per l’attuale e drammatica situazione delle migrazioni in Europa e nel Mediterraneo. Arte che si fonde con la vita per promuovere responsabilità sociale, dialogo, relazione, un ponte culturale e umanitario  in una città che ha trovato in Don Rito  una figura di grande spessore per l’impegno nell’accoglienza, nel rispetto e nella cura dei migranti. Grazie a lui persone della società civile, di ogni nazionalità, età ed estrazione socioculturale, si sono attivate come potevano mettendo in pratica quei valori che sono alla base di ogni democrazia.

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È bello vedere come  a Ventimiglia, che ha una realtà complessa, confluiscano  volontari da ogni parte d’Italia e d’Europa. Sì, d’Europa. Voglio ricordare i ragazzi britannici  che hanno operato per i piccoli ospiti delle Gianchette, regalandoci poi  tutto il materiale rimasto, o i volontari di un’associazione tedesca che si sono adoprati perché le donne nascoste nel fiume potessero lavarsi, e tutti quei ragazzi e volontari francesi che ogni sera distribuiscono pasti e vestiti ai migranti di passaggio. Ricordo anche  una giovane insegnante universitaria venuta appositamente dall’America per capire cosa stesse succedendo a Ventimiglia e  in Italia con il fenomeno della migrazione. Aveva pianificato le sue ferie per parlare con rappresentanti istituzionali e volontari che operano per e con i migranti in varie parti d’Italia e raccogliere interviste e foto che le servivano per una pubblicazione.

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Ventimiglia nel suo piccolo di fatto  rappresenta la cultura in trasformazione, cosa che non può dirsi per altre città liguri, ma non dimentichiamo che  in fondo arte e cultura sono motori di  sviluppo territoriale.

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Oltre alla Venere nel cortile della chiesa delle Gianchette  ci sono altri stracci intrecciati in una rete da cantiere, anch’essa di scarto che diventa risorsa. L’intreccio consente la visione di un grande planisfero, un  mondo a colori per tessere relazioni e veicolare metafore, raccontare un nuovo tessuto sociale in una complementarietà di pieni e vuoti, collegati da un filo alla vela che consente di navigare alla Venere degli stracci. Al centro la riproduzione in carta d’alluminio del Terzo Paradiso, realizzata dai bambini delle scuole: due cerchi piccoli possono unirsi e trasformarsi in uno più grande, perché l’unione è sempre una risorsa e una forza.

Tempo fa scrissi, ricordando un giovane migrante:“Dicono che chi viaggia ha più strade, chi stende le ali e molla tutto si lancia in un’ avventura per allontanarsi dalla propria vita, con un senso di libertà e un brivido di paura. Per allontanarsi sì, ma anche arrivare prima a se stesso, cimentandosi in prove che solo lo sradicamento rende possibili. Forse di fronte alla libertà del mare hai sognato un porto in cui arrivare che valesse tutta quell’acqua da attraversare. Il mare ridimensiona e  cambia prospettiva, separa e unisce popoli e terre. Quel viaggio vi ha dato nuovi occhi, per sperare. “Sembra esserci nell’uomo, come negli uccelli, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove” (Marguerite Yourcenar) e c’è anche tanta bellezza in tutto questo.”

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20180519_144256Oggi riconosco che quest’esperienza è stata straordinaria; chiunque di noi riconosce che ci ha cambiati e arricchiti. Penso alla stazione di piazza Garibaldi della metropolitana di Napoli dove Pistoletto ha collocato le  immagini fisse di viaggiatori di ogni età su specchi  nei quali si riflettono quelli veri che salgono verso la città sulle scale mobili. Gente che va e viene in una quotidianità che si ripete, in un flusso vario e denso di energia e vissuti. Così ora alle Gianchette nella mostra di foto, video, diapositive, disegni, lettere, articoli di giornale, pietre colorate e nel librone di 13000 nomi di uomini donne e bambini di 50 diverse nazionalità c’è scritta un’importante pagina di storia, ci sono i passi, le testimonianze di un’umanità così umile da renderci partecipi delle loro vite e dei loro fiduciosi sorrisi. Questo è stato il piccolo grande miracolo di Ventimiglia, in un contesto socio culturale non facile, spesso indifferente, a volte chiuso e ostile, ma un miracolo che rigenera, dà speranza e commuove chi l’ha capito. Grazie a quanti lo hanno reso possibile, a tutte quelle 13000 persone in cammino, grazie per averci spronato a trovare nell’emergenza le risorse interiori per uscire da noi stessi, per incontrarvi, sostenervi come potevamo, e conoscervi  facendoci sperimentare che la diversità arricchisce davvero nel profondo e che ogni essere umano, con il suo vissuto e le sue speranze, merita rispetto in quanto tale.

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L’evento è stato promosso dalla Caritas diocesana di Ventimiglia-Sanremo, Ventimiglia CONfine Solidale , con la collaborazione di Cittadellarte- Fondazione Pistoletto, del Dipartimento Educazione Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea, dell’Associazione Pigna Mon Amour di Sanremo e di spazio5 di Bolzano.

La mostra è aperta dal 18 maggio fino al 20 giugno presso la chiesa delle Gianchette ( venerdì- sabato – domenica dalle 10.00 alle 20.00)

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Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

In cammino…

25 aprile: Fragola Doria e Spartaco

Oggi riporto una storia  di Resistenza partigiana  raccontata nel libro “Con la resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone.

È la storia di un giovane napoletano, Armando Izzo, nato ad Afragola (Na) il 12 giugno 1916. Fece studi classici per poi laurearsi  in Giurisprudenza in un clima di esaltazione acritica del regime fin quando fu chiamato alle armi il 6 giugno 1941 e ben presto iniziò a rendersi conto  delle chiacchiere di Mussolini  “Chiedemmo che significava 1891 e ci spiegarono che era il suo anno di nascita. Incredibile! Eravamo scesi in guerra con un fucile vecchio di cinquant’anni mentre tutti gli altri eserciti già avevano moderni fucili a raffica o a ripetizione”. Capì che la disciplina, il linguaggio e il comportamento degli ufficiali e sottoufficiali si ispiravano al più bieco autoritarismo : “Allora capimmo che c’era un filo ideale che congiungeva il fascismo con l’insegnamento militare: non pensare, eseguire solo gli ordini e fu la rivolta delle coscienze!…. Il fascismo si preoccupò che questa massa di giovani diplomati e laureati lasciata a casa potesse prendere coscienza della situazione del paese per la politica del regime non condividendola. Per cui preferì ingabbiarli nei predetti battaglioni”.  I giovani arruolati furono presto impegnati al fronte.

Izzo nel luglio 1941 divenne Caporale, dopo due mesi Sergente e poi entrò nella  scuola degli Allievi Ufficiali di Salerno ove studiò con impegno la Topografia  che gli servì in seguito come Comandante partigiano. Partecipò  alla II Guerra mondiale nella zona di Mentone.  Rischiò di essere mandato davanti a un plotone d’esecuzione perché il suo comportamento nei confronti dei  soldati era considerato troppo aperto. A Gorbio ricevette l’incarico di Difensore d’ufficio presso il Tribunale militare di guerra della IV Armata che operava a Breil. Sebbene non avesse esperienza, s’impegnò a difendere i suoi assistiti e si rese conto che quei processi erano perlopiù farse per condannare a morte soldati italiani che rivendicavano la loro dignità di uomini e si ribellavano all’ottuso militarismo di tanti Ufficiali e Sottufficiali “Purtroppo capii che i soldati non avevano molti diritti  da far valere. Il termine “insubordinazione” trovava largo spazio e commento nel codice penale militare Era un macigno che pesava sempre sullo stomaco dell’inferiore e che il superiore era sempre pronto a infierire sull’inferiore” . Quei soldati non erano affatto delinquenti o nemici della Patria, ma solo dei poveri cristi che per qualche banale errore erano caduti ingenuamente nelle grinfie di qualche superiore invasato, alla ricerca di qualcuno sul quale sfogare proprie frustrazioni; inoltre bastava poco per fare parte dei soggetti ritenuti pericolosi.

Quando fu annunciato l’Armistizio l’8 settembre 1943 il Sottotenente Izzo decise che doveva combattere contro i nazifascisti per liberare l’Italia , e tramite due esponenti della Resistenza francese, partì per l’Italia per raggiungere Cima Marta a 2200 mt di altitudine. Poi con un compaesano e altri ufficiali raggiunse Triora e si unì ai partigiani con  il nome  “Fragola ( da Afragola) Doria” . Divenne Comandante partigiano della V brigata d’Assalto Luigi Nuvoloni  della I Zona Liguria, partecipò a numerose azioni contro i nazifascisti che operarono rastrellamenti, eccidi e devastazioni nell’entroterra ligure cui si opposero interi paesi grazie a donne di ogni età, agli uomini rimasti e a tanti giovani. Partecipò all’occupazione di Pigna a fine agosto 1944 e alla sua difesa nell’ottobre successivo. A dicembre prese il comando della V Brigata che tenne fino alla Liberazione, sostituendo  il famoso Vittò, che passò  a dirigere la II Divisione “Felice Cascione”. Armando Izzo ottenne  la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il 1° maggio 1996 il Comune di Castelvittorio gli ha conferito la cittadinanza onoraria e la sua città natale, Afragola, con solenne cerimonia, il 26 giungo delle stesso anno gli ha consegnato la Medaglia d’Oro al merito della Resistenza.

 

Il  libro con la Resistenza nel cuore” riporta  pagine del memoriale di Fragola Doria  che ricordano alcune delle pagine più tristi della storia  dell’entroterra ligure, come l’eccidio di Gordale, e “Spartaco”, un diciottenne  di Isolabona, che come altri giovanissimi aveva combattuto per la Liberazione dai nazifascisti.

“I Tedeschi paventavano uno sbarco alleato in Provenza, nella Francia meridionale, con ripercussioni lungo tutta la riviera fino a noi e quindi la decisione di sbaragliare per sentirsi sicuri nelle zone interessate. Essi intensificarono la difesa costiera. Tre forti colonne tedesche investirono la nostra zona: una, risalendo la Valle Argentina dopo avere distrutto Badalucco, salì fino a distruggere Molini di Triora. Altra colonna risalì la Valle Nervia, danneggiò Castelvittorio e per il passo di Carmo Langan scese per Molini e si congiunse con la prima colonna.

Una terza colonna (tedesca) scende dalla sinistra della valle per Coorte Andagna e da Molini sale a Triora. Tutto è distrutto. I Tedeschi battono il territorio del retroterra di Triora; nulla si salva. I vecchi castagni vengono battuti con il calcio del fucile, temendo che qualche partigiano potesse essere nascosto  lì dentro. Ci furono due avvenimenti incredibili, di cui uno rasenta la pazzia. Stavamo sotto una roccia in quattro con Spartaco e altri due Garibaldini. Eravamo nella zona di Loreto; avanti a noi un  sentiero sul quale passavano i Tedeschi alla nostra ricerca. Ci rendevamo conto della nostra situazione disperata. Spartaco mi dice: “Non voglio cadere vivo in mano ai tedeschi, non so gli altri due cosa pensano, tu sei un ufficiale, uccidimi con un colpo di pistola!” Era crollato! Gli dissi che se i Tedeschi ci scovavano, dovevamo cercarne  di ucciderne ancora qualcuno prima che ci uccidessero. Gli altri due assentirono. Poi il diluvio. I Tedeschi si ritirarono  di fronte all’infuriare della tempesta. Uscimmo dal nascondiglio con l’acqua a ruscelli che scendeva per i sentieri e la mulattiera.Il torrente Argentina era gonfio. Trascorse un minuto ed era come se fossimo in un mare in tempesta. Riparai in un casolare a Cetta. C’era una donna anziana, sola con una ragazza. Ci disse che stava sola e che la nipote aveva famiglia in Francia, con la quale  non aveva più potuto comunicare. Appena qualche minuto e poi delle grida: “Arrivano i Tedeschi”. Afferro la giacca ed esco di corsa, ma non ritorno più in quel casolare.  La storia è raccontata in “Storia della Resistenza di Imperia” . Spartaco fu bruciato vivo dai Tedeschi sopra Isolabona.” (da “Con la Resistenza nel cuore” di Vittorio Mazzone).

Buon 25 Aprile!

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27) 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei)  

25 aprile: Oltre il ponte.

La campanella di Capri.

 

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Nell’ isola di Capri viveva un pastorello, orfano di padre, così povero che l’unica cosa preziosa che possedeva era una pecorella che portava a pascolare sul monte Solaro. Un giorno il bambino si fermò a raccogliere fiori per la madre e sul far della sera non trovò più la pecorella. La chiamò più volte, la cercò ovunque ma invano. Iniziò a piangere disperato: come avrebbero fatto lui e sua madre? All’ improvviso gli parve di sentire un tintinnio lontano e  corse in quella direzione al buio, ferendosi i piedi tra i rovi e i sassi, pensando fosse la campanella che la sua pecorella portava al collo. Inavvertitamente arrivò  sul ciglio di un burrone ma si fermò in tempo  perché accecato da una luce abbagliante: era san Michele su un cavallo bianco. “Bimbo mio, prendi questa campanella  e segui sempre il suo suono, ti salverà da ogni pericolo”, disse e si sfilò dal collo una catenina con una campanella.Il bambino emozionato la prese. Dopo pochi minuti trovò la sua pecorella, quindi felice corse a casa da sua madre.Da quel giorno la sua vita fu serena e ogni suo desiderio fu appagato.

5_d.20170804192125Sul luogo dell’apparizione fu costruita una cappella in onore del santo, sulla quale poi sorse villa “San Michele” del medico svedese  Axel  Munthe. Sulla terrazza una maestosa e misteriosa sfinge sovrasta il mare  e nel punto più panoramico e luminoso della villa  fa riecheggiare le parole del suo raffinato padrone. “ La mia casa deve essere aperta al sole e al vento e alle voci del mare – come un tempio greco – e luce, luce, luce ovunque!”.

La campanella è diventata un simbolico portafortuna da regalare alle persone care o bisognose di fortuna. Tra queste vi fu anche il presidente americano Roosevelt che durante la Seconda Guerra Mondiale ricevette in dono dall’ isola di Capri una “Campana della Fortuna”  di bronzo, fatta forgiare dal gioielliere  Pietro Capuano, fondatore  della maison Chantecler. Forse non a caso, dopo  questo regalo, la guerra finì in poco tempo.

campanelle artigianato

 

Anch’io ho regalato qualche campanella di Capri, in semplice terracotta, raffiguranti “il giorno”, “la notte” e un alberello di Natale e le posto qui perché portino a voi lettori un po’ di fortuna in questo nuovo anno.

Le janare

Sin dalla notte dei tempi nei boschi più nascosti dell’Irpinia e nella Campania più segreta dell’immaginario popolare vivono creature malefiche, di cui sentivo raccontare durante la mia infanzia: streghe, janare e lupi mannari. In particolare mi incuriosivano le janare, che poi in età più tarda scoprii come perfide artefici di malocchi, malefici, filtri magici e di terrificanti sabba orgiastici  intorno a un grande noce presso il fiume Sabato nel beneventano, che trae origine dai rituali longobardi per il dio Wotan. Secondo versioni più soft della tradizione popolare a volte erano donne anziane che ben conoscevano le  proprietà terapeutiche delle erbe e sapevano trovare rimedi a sofferenze di vario genere e antidoti a occulte fatture, ma in seguito furono demonizzate e perseguitate.

Noce_di_BeneventoIntanto  c’è differenza tra streghe e janare:  la strega  è una figura letteraria già presente nelle opere di Ovidio e Plinio, il cui nome deriva da strix (strige), essere notturno alato che si nutriva del sangue dei bambini e richiamava  i demoni  femminili che svolazzavano nell’antica  mitologia mesopotamica.

Invece la janara ha origine da credenze popolari. Il suo nome deriva dal latino ianua (porta), cioè l’uscio di casa che bisognava proteggere con sale o scope per impedirle di entrare, perché non avrebbe resistito alla tentazione di contare i grani di sale o i fili della scopa di saggina, intrattenendosi fino alle prime luci del giorno che l’avrebbero messa in fuga. Secondo un’altra versione etimologica janara deriva da dianara, seguace della dea  Diana, che richiama la terribile Ecate, dea degli Inferi, e in Irpinia prima la Dea Madre e poi Iside. A lei erano devote  “donne depravate, rivolte a satana, e sviate da illusioni e seduzioni diaboliche, che credono e affermano di cavalcare la notte alcune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani e di un’innumerevole moltitudine di donne”. Quindi da un mondo fantastico e irreale le streghe  approdarono nella tradizione, ove sconfinano leggende e  superstizioni che ne confermavano l’esistenza reale,  e così da semplici conoscitrici dei segreti delle erbe le janare diventarono creature malefiche possedute dal demonio, solitarie e sterili, che per invidia si accanivano soprattutto sui bambini, rubavano giumente per cavalcarle di notte fino a sfinirle e ne intrecciavano le criniere, facevano fatture che rendevano impotenti o facevano deperire i malcapitati, si sdraiavano sul petto di giovani dormienti impedendo di respirare o provocando improvvisi e agitati risvegli. Si ungevano di una pozione che le rendeva invisibili e, quando all’improvviso di notte si alzava il vento, si credeva che stessero volando a frotte verso il noce. Venivano catturate solo se afferrate per i lunghi capelli e garantivano protezione a chi le liberava e ai suoi discendenti.

Oggi, non a caso in periodo natalizio, vi narro un racconto irpino sulla janara.

“Chi nasce nella notte di Natale, nasce maledetto (perché non può offuscare la nascita del Figlio di Dio). Se è maschio diventa lupo mannaro, se femmina invece janara per tutta la vita. Di giorno la janara è una donna come le altre, solo più irascibile e aggressiva, ma di notte va girando per le case a fare dispetti ai bambini: capovolge le culle, rapisce i neonati e li mette sotto la cenere o li storpia…Una volta una janara bussò  alla porta della casa di una donna incinta, che stava cucinando: “Mi dai un po’ di lardo?” chiese.“Va’ a zappà” le rispose la donna, sbattendole la porta in faccia. Di conseguenza quella le scagliò contro una terribile maledizione: “Possa tu generare  un bambino che non crescerà più di un palmo!”

Dopo qualche mese, la donna  mise al mondo un neonato davvero brutto e piccolo. Con il passare del tempo il bambino non cresceva, né diventava più bello. Ogni sera la janara, volando come un uccello, entrava nella camera e lo storpiava, rendendolo sempre più brutto e deforme. La madre  non sapeva più a quale santo votarsi perché a quattro anni il bambino era ancora piccolo come quando era nato. Un giorno andò a farle visita una comare. Mentre varcava l’uscio di casa, lei vide entrare dalla finestra un uccello e s’insospettì. Corse nella camera del bambino e lo trovò in una bottiglia. Disse quindi alla mamma: “Qua c’è la magia di una janara, cha ha mali pensieri per la testa”. E le diede alcuni consigli.  A dicembre, nel giorno della festa della Madonna, la donna prese un pezzo di formaggio e lo cucì nella piega della veste. Alla vigilia di Natale, dopo la messa cantata, lasciò uscire dalla chiesa tutte le persone, finché rimase solo lei che si guardava intorno  e scorse  una donna  che cercava di nascondersi. Era la janara che subito le andò vicino e le disse: “Non dire a nessuno chi sono. Ti prometto di fare la comare (madrina) del bambino quando si cresimerà”. La janara fu di parola: cresimò il  bambino che da quel giorno  iniziò a crescere tanto che divenne  il giovane più bello e forte di tutti gli altri.” (da “Nella terra delle janare. Viaggio nell’Irpinia segreta, tra leggende, magia e misteri” di Antonio Emanuele Piedimonte)

 

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Lo spaghetto tradito

“I napoletani non comprano più pasta napoletana. La ignorano. Non credono più al suo mito. Si vantano di mangiare maccheroni provenienti da remoti paesi appenninici e alpini, da pianure sconosciute  dove, per tempo, furono chiamati mugnai e pastai di Torre Annunziata, Gragnano, Nocera, Pagani, San Severino, Cava dei Tirreni, Pontecagnano, Eboli e Battipaglia, le patrie della “vera Napoli”, fabbricata con grano duro proveniente dalla Crimea e in ogni caso dalle Russie e messa e tesa ad asciugare come panni lini in grotte piene di ombra e frescura con venti continui della mitezza di zeffiri. Paste e farine se ne fabbricano ancora in questa zona, che sembrava ne serbasse il destino e il segreto, e di buone e solide, ma hanno uno spazio indigeno, smerciate da pochi negozi come rarità; come cibi caduti in disuso e richiesti solo da clienti stravaganti. Qualche lustro fa, tra Pucciano e Pareti di Nocera, sopravviveva una fabbrichetta tenuta da due vecchi coniugi che producevano due- tre quintali di pasta la settimana, senza coloranti e però tutta punteggiata come il costume di Arlecchino. Prima a comparire e ultima a scomparire insieme con altri sei stabilimenti di cui due giganteschi. Trent’anni fa Nocera, come Gragnano, Torre, Pagani odoravano di pasta cruda. Le strade di basoli, battute da carriaggi carichi di sacchi o di casse di maccheroni, a destra e a sinistra avevano due profondi solchi scavati dalle ruote, come le strade di Pompei.

Bei tempi! Dal sud partivano migliaia di carri merci pieni di spaghetti, spaghettini, vermicelli, vermicelloni, bucatini, linguine, mafaldine, tripolini, candele, ziti, zitoni, mezzani, mezzanelli, perciatelli, rigatoni, fasce, occhi di lupo, cannolicchi, ditali e ditalini, crestine, gemelli e tortiglioni, diretti in tutti i villaggi, i paesi e le città d’Italia e d’Europa, divorati dall’Esercito, dalla Marina e dall’Aviazione, dalle Provvide e dalle prime mense aziendali. Se non era vera Napoli,  la schifavano. Le paste di altra origine muffivano nei palchi dei pizzicagnoli. Forse erano altrettanto buone e persino migliori, ma per i mangiatori di pasta o si trattava di vera Napoli o meglio buttarsi nel ruminamento di qualsiasi altra poltiglia. Secondo scienza e storia la fabbricazione della pasta è antichissima. Etruschi, greci e romani magnarono pasta autentica, sia pure sotto forma di stiacciate cotte sulla pietra infocata. A sentire alcuni astrologhi, i cinesi addirittura sarebbero stati i padri e gli inventori della pasta. I padri sì, gli inventori no perché, ove mai si andasse per il sottile, con metodo e scrupolo, e coscienza, la pasta, vale a dire i “maccaruni” sono e non possono essere altro che una scoperta napolitana alla stessa stregua e col medesimo diritto e legge della pizza.

Esaminate la pizza, gente al di là del Garigliano, sia pure una volta, come coscritti, per avventura o errore, da soli o in leggiadra compagnia siete stati a Napoli. Essa, la pizza, con tecnica surrealistica, è la riproduzione del Golfo con la Riviera e il Panorama. Le bucce di pomodoro rosso sono le barche, gli schizzi di mozzarella, le vele, il verde del basilico e dell’origano, il Vesuvio, le bruciacchiature della pasta, gli scogli e il leggendario cornicione- delizia dei buongustai – la linea magica dei panorami alti un centimetro di Ercolano, Torre del Greco e Annunziata, Castellammare, Vico, Seiano e della stessa Napoli, dal Capo di Sorrento a San Giovanni e girovagabondando, fino a Capri, Ischia e Procida. Ridanciane, ilari, palpitanti come polle emergenti di solfatare (quella di Pozzuoli, d’Agnano o san Montano), le bolle enfiate dai fiati del forno.

La pizza è una riproduzione mimetica dell’habitat in cui esplose.

Morti di fame per generazioni a spirali i napoletani, non potendo fondere oro e argento, né cibarsi di carne o coprirsi di buone lane, ma amanti di un universo sfavillante, da ciò sollecitati ed eccitati, inventarono la pizza, servendosi dei materiali poveri a disposizione: acqua, farina, sale, pomodoro colombiano e basilico greco, il tutto condito con un filo d’olio e una corolla di estro. Per via di questo estro-capriccio-umore, avversa o buona disposizione nell’attimo fuggente, la pizza può riuscire buona o cattiva, gustosa o pessima, ricca o meschina, gonfia o mencia, nel segno di un trionfante barocco o  di una lisca rosicchiata.

Lo stesso vale per gli spaghetti. Si buttano nella pentola, che sembrano atleti,  si possono tirare o duttili e frenetici come anguille o debosciati e sfiancati come braccianti che riedono al povero ostello. Dietro la pizza e gli spaghetti c’è insomma l’uomo napoletano, variabilissimo, incertissimo, di poca fede e interminate speranze.

Comunque sia, i maccaruni nati in Troade o in Etruria o nel Cipango, come inoltre si è sostenuto, in Galizia- truce terra pastorale e , quindi, farinacea- il copyright se l’è aggiudicato Napoli. I Napoletani ereditarono una greve massa di pasta, una pallottola di farina bigio-giallognola. I furbastri s’istudiarono  immantinente come metterla incinta e la riposero negli oscuri fondi di una delle numerosissime grotte urbane e, indi, strofinandosi le mani per estro e isteria, andarono a  vedere, come facevano gli orchi, che ponevano i ragazzini rapiti nelle botti all’ingrasso, se l’impasto fosse diventato formoso, roseo, simpatico, amabile, malleabile, appetibile, estraendone con un pizzicotto una mollichella e cominciando a lavorarla tra pollice  e indice.

Con questo giuoco di dita e carezze, pensando certamente a tutt’altre cose, ai sempiterni guaj del malgoverno, si trovarono in fine di fronte a forme, gentili, aeree, serpentelli, anguille, ciocche, nastri, farfalle, matasse, millepiedi, lettere misteriose, fusilli lunghi, primiera francese, anelloni d’Affrica, nocchette, semi di mellone, anelli e danellini- il bazar d’Istabul  e della Vuccirìa al completo- stelle, occhi di pernice, pepe bucato- l’antico porto di mare capitale di sbarco delle spezie- tofe, scorze, parigine e margherite rigate, quanti sono all’infinito i vari tipi di pasta di qualsiasi  fabbrica e fabbrichetta del napoletano e del salernitano i cui mugnai e pastai di una volta, fabbricando pasta, favorivano l’immaginazione e il sogno. Solo un popolo speciale come il nostro, che aggiunge o toglie sempre qualcosa alla realtà, poteva ricavare da una palla di farina monotona, gommosa, grigia, atona, azzeccosa, appiccicaticcia e sudaticcia, una interminabile sfilza di forme e parole: cardellini, lingue di passero, gramigna, stivalettini e giù per il dirupo senza fondo, intorto e cupo di un’arte sfuggente, costretta a rendere multipla un cibo che, dai, dai, era sempre lo stesso.

Sazi alla fine ( per non dire altro; per non smarrirsi nei disastri del Mezzogiorno) i maccheroni a Napoli sono diventati anonimi come in qualsiasi altro luogo.Generazioni magre,dai ventri snelli, ignorano che i loro progenitori, infischiandosi di averci pance complete di grancasse, il giorno e la notte insieme con Pulcinella sognavano, come alternativa alla fame, di farsi una bella mangiata di maccaroni in piena strada, senza pomodoro e un pizzico di formaggio. Dopo, poteva accadere il finimondo: si poteva restare comodi a digerire o prendere parte all’eventuale pugna, in ogni caso la terra, sbilanciata, ritornava in orbita.” (Domenico Rea)

 

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Il Rione Terra

 

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20170813_124025Quando si arriva a Pozzuoli è tutto uno sbrilluccichio sul mare, costellato dai profili evanescenti delle isole, abbracciate dallo sguardo fiero del castello di Baia che domina il golfo. Nel porto barche a vela, pescherecci, lance, yacht; ovunque ristoranti con  specialità a base di pesce e mitili ai piedi delle  antiche case del borgo marinaro, talvolta abbrutite all’interno da verande  e antenne paraboliche. Incamminandosi per le  stradine si giunge  in un’ampia  piazza assolata e alzando lo sguardo si scorge  il rione Terra, ora in fase di ristrutturazione, che con le sue case seicentesche  rosse e ocra sembra  un marinaio addormentato sulla prua di un gozzo arenato sulla riva. 

Qui, su un’alta  rocca di tufo, sorse l’antica Puteoli  (Pozzuoli)  ad opera di alcuni esuli di Samo che, in fuga dal tiranno Policrate, fondarono verso il 530.a.C la città detta Dicerchia. Più tardi, nel 194 a.C., divenne colonia romana e pian piano un grande centro di scambi commerciali fino alla fine dell’Impero Romano di Occidente del 476 d.C . grazie al suo porto, il primo di Roma fin quando fu costruito quello di Ostia.  Ancor oggi negli scavi archeologici di Pozzuoli  i templi, le ville, le tabernae, la necropoli, le cisterne, i cardini e i decumani, il teatro e l’anfiteatro della capienza di 40000 persone, testimoniano  lo splendore dei tempi antichi.

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Gli edifici romani rimasero fino al ‘500, quando il viceré di Napoli  Pedro Alvarez de Toledo, diede agevolazioni fiscali ai nobili e al clero se avessero costruito i propri palazzi sull’acropoli del Rione Terra. Così l’antica città romana, distrutta nelle parti alte, formò una sorta di piattaforma sulla quale sorsero i palazzi seicenteschi,  che sono stati abitati fino al marzo del 1970 quando la popolazione fu costretta a evacuare a causa di uno sciame bradisismico, oltre che per le pessime condizioni igieniche del rione.

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Il  terremoto del 1980 provocò ulteriori danni  trasformando  per anni il rione in  una città fantasma che dall’alto dominava Pozzuoli, disabitata in seguito ai trasferimenti della popolazione nel quartiere di Monteruscello e in altre località della provincia di Napoli e Caserta. Pozzuoli perse quindi un po’ le proprie radici. L’identità puteolana  ancorata al mare continuò a vivere grazie alle storiche famiglie di pescatori ,pur venendo sempre più soppiantata  dalla “cultura” degli stabilimenti industriali,  che poi sono stati smantellati.

20170813_124600 Da qualche anno è in corso un’intensa opera di riqualificazione del rione: gli edifici del Seicento sono stati per la maggior parte ristrutturati con la speranza  che questa città possa rivivere  come potenziale risorsa turistica  perché Pozzuoli e l’intera e suggestiva area flegrea  possono di fatto attrarre turisti interessati alle bellezze naturalistiche oltre che a quelle storico-archeologiche. Oggi è possibile visitare il rione Terra con le guide turistiche il sabato e la domenica,  perché nei giorni feriali è un cantiere ove fervono i lavori. C’è vita solo nel palazzo vescovile, abitato dal vescovo di Pozzuoli, nella cappella trecentesca di San Giacomo Apostolo e nella basilica.

 

20170813_124017Merita molto la cattedrale di san Procolo Martire, patrono di Pozzuoli, che ingloba un  tempio del II secolo d. C. dedicato a Ottaviano Augusto, costruito su uno precedente in tufo dedicato alla triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva). Questo fu utilizzato come chiesa cristiana senza stravolgimenti fino al 1630 quando il vescovo di Pozzuoli , monsignor Martin de Léon y Càrdenas, decise di costruire un’imponente cattedrale barocca demolendo parte del tempio, e abbellendolo con affreschi degli  artisti dell’epoca tra cui Artemisia Gentileschi e Massimo Stanzione. Dopo 50 anni di chiusura lal pubblico, ha riaperto nel 2014 grazie a  un restauro durato dieci  anni che ha fatto  coesistere il colonnato romano e l’arte rinascimentale-barocca.

 

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Quando si varca  il portale del Palazzo Fraja- Frangipane, il tempo si ferma e inizia un percorso archeologico  suggestivo attraverso la  Puteoli sotterranea del 194 a. C. Con l’ausilio multimediale è possibile rivivere nella città romana, scoprire il fermento del porto in età augustea e gli usi e i costumi del tempo, entrare nelle tabernae e nel  forno, calpestare l’antico decumano per esplorare la città romana nel ventre del Rione Terra del Seicento.

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Un rione che la natura fece evacuare a forza ma rimasto sempre caro ai suoi abitanti come la veduta paradisiaca su Nisida e Capri da una parte e capo Miseno dall’altra, i quali hanno tramandato di padre in figlio le  semplici storie del  mare, le vite degli indimenticabili personaggi del paese, le saghe familiari, le tradizioni, la povertà, la fatica, la devozione, il fatalismo  e il senso di appartenenza. Tanti , tanti puteolani oggi visitano il rione Terra per ritrovare la casa dei nonni e i luoghi dell’infanzia , descritti e narrati a voce con  gli aneddoti  di famiglia e i ricordi di altri tempi.

“Puteolani, siamo tutti puteolani. Anche se oggi viviamo a Roma…Certo che lo ricordo l’odore del rione. Era salmastro, intenso che pungeva le narici. Era odore di mare. Non saprei dirle se quello potesse essere definito proprio del Rione Terra. L’odore salmastro era naturalmente nelle narici di chi abitava qui”…… “Lo sa che abitavo qui al Rione Terra? Inizia a raccontare, guardandomi “ casa mia era a via Arco S. Janni, nei pressi della chiesa di san Liborio, dove la terrazza si ferma incantata a guardare Capo Miseno e la Darsena non si vede ancora….L’odore dei vicoli del Rione? Ricordo che dove abitavo c’era un signore che vendeva il vino, lo chiamavano Angelo ‘o cantiniere. Sotto ai suoi cellai, ci andavamo a riparare durante i bombardamenti della guerra. Ero bambino. C’era un forte odore di vino. Eravamo ubriachi quando tornavamo a casa.”

Aveva ragione Schopenhauer a dire che “il ricordo agisce come la lente convergente nella camera oscura: concentra tutto, e l’immagine che ne risulta è assai più bella dell’originale”.

Di ciò che di bello e brutto è stato, non si deve perdere memoria. Deve divenire impulso al nuovo e radice. Identità” ( da Storie dal Rione Terra  di Gemma Russo)

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Sartù di riso

Sin dal Medioevo gli  Arabi si nutrivano di arruz, riso, e lo fecero conoscere alle popolazioni del Mediterraneo con cui entrarono in contatto durante  i loro  viaggi di conquista. Nel Mille il riso comparve nelle botteghe degli speziali in Sicilia, insieme allo zucchero e alle spezie provenienti dall’Oriente.

Il riso fu quindi inizialmente coltivato in Sicilia, poi nel Napoletano ad opera degli Aragonesi che nel 1450 avevano riunito il regno di Sicilia e quello di Napoli. Si hanno notizie di coltivazioni di riso a Salerno nel Quattrocento e spesso  il cosiddetto “riso di Salerno”  fu citato nei ricettari fino all’’800. Al riso si deve la preparazione degli arancini e del timballo in Sicilia, del sartù in Campania, divenuti ben presto piatti tipici della tradizione gastronomica di queste regioni. Grazie ai vincoli di parentela tra gli Aragonesi di Napoli e i Visconti di Milano e poi con gli Sforza, il riso arrivò nel Nord Italia dove trovò un ambiente favorevole alla sua coltivazione e diffusione sulle tavole sia dei nobili che dei ceti meno agiati.

Nel ‘700 in Italia questo  sformato di riso conquistò un posto d’onore al centro della tavola reale grazie ai monsù (i monsieurs, cuochi  francesi) e, nella sua equilibrata, elaborata  e ricca composizione, il riso era esposto in bella mostra su un pregiato vassoio  “sur tout”,  da cui il nome sartù, sopra tutti gli altri e più sostanziosi ingredienti. In effetti da tempi remoti i napoletani preferiscono la pasta al riso, che per la sua digeribilità fu  considerato un alimento per convalescenti e anziani, per cui lo camuffarono in un piatto ipercalorico e gustoso.

“Sia perdonato ai napoletani se non amano il riso, come lo amano i cinesi e i lombardi. E sia loro anche perdonato se lo mangiano volentieri solo se sistemato a timballo dopo averlo lessato nel brodo di pollo in un bel tegame rotondo, riempito di polpettine di carne, di salsiccine sminuzzate di mozzarella e di fegatini di pollo con qualche dolce pisellino e cosparso di buonissimo sugo, di pan grattato e cotto in forno. Solo così i napoletani mangiano il riso: a sartù, ma nemmeno ci fanno follie, anche se lo preparano con gusto sopraffino, e lo offrono agli ospiti di riguardo, tuttavia scusandosi (Mario Stefanile, Partenope in cucina).

Eccovi una delle tante ricette del sartù di riso.

Ingredienti.

400 g di riso

200 g di cervellatina (piccola salsiccia di maiale)

2 fegatini di pollo

polpettine ( preparate con 200 g di carne trita, 1 uovo, 1 fetta di pancarrè ammorbidita nel latte)

200 g pisellini

una cipollina

50 g di prosciutto crudo

200 g di mozzarella

2 uova

olio d’oliva

ragù

100 g di parmigiano grattugiato

burro

sale

pangrattato

Per la besciamella: 25 g burro, 20 g di farina, 2.5 cl di latte, sale, pepe, noce moscata.

 Per il ragù.

Puntine di maiale, un pezzo di salsiccia, fettine di vitellone o manzo, un gambo di sedano, una cipolla, passata di pomodoro,  mezzo bicchiere di vino bianco, basilico, sale, mezzo  cucchiaio di strutto, olio d’oliva.

Nell’olio e strutto  rosolare i pezzi di carne senza mai distrarsi, aggiungere la cipolla a fettine, il sedano e la carota tritati e mescolare per amalgamarne gli umori;  aggiungere il vino e  lasciarlo evaporare, versarvi  il pomodoro passato e il basilico. Cuocere a fuoco lento lento per un’ora e mezza  mescolando con un cucchiaio di legno.

Preparazione del sartù.

Preparare un ragù di carne, la besciamella, le polpettine piccine picciò fritte in olio d’oliva. In una padella cuocere in poco olio la cipollina, il prosciutto tritato cui si aggiungono i piselli e un po’ d’ acqua, se necessario. Cuocere separatamente in due padelle le cervellatine e i fegatini di pollo con l’olio. Lessare in acqua salata  il riso al dente e lasciarlo raffreddare; condirlo prima col parmigiano poi con la besciamella, con poco ragù e le uova sbattute in modo che risulti un composto rosa. Ungere di burro una teglia e cospargerla di pangrattato, versarvi uno strato di riso, poi uno di mozzarella tagliata a dadini, polpettine, pisellini, un altro strato di riso, versarvi sopra le  cervellatine e i fegatini  spezzettati e ricoprire con un ultimo strato di riso. Cospargere con  qualche fiocco di burro e spolverizzare di pangrattato.

Infornare a 180° per circa un’ora: lasciare riposare prima di sformarlo e  voilà il sartù è pronto!

Giornata Mondiale del Rifugiato

 

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Oggi ho partecipato a una pacifica manifestazione al confine italo francese, organizzata da Amnesty International, proprio presso “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto. In nome dei diritti internazionali dei Rifugiati e Migranti si sono ricordati  quanti hanno perso la vita lungo il confine nel tentativo di raggiungere destinazioni che garantissero loro una vita al riparo da guerre, persecuzioni e povertà. A Ventimiglia da anni c’è un costante flusso di migranti che cercano di andare in  Francia  e proseguire il viaggio verso i paesi scandinavi, la Germania, l’Inghilterra, spesso  per raggiungere parenti o amici.

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Solo nel mese di maggio  sono passate per Ventimiglia 2500 persone diverse, provenienti in gran parte dalla Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Etiopia, Guinea, Nigeria, Sudan, Ciad , Mali  di cui 711 ragazzi dagli 11 ai 18 anni e 1054 dai 19 ai 25 anni.

Sempre a maggio 502 persone sono stati registrate  presso la chiesa di sant’Antonio alle Gianchette, di cui 155 femmine, 347 maschi. Tra questi 30 bambini da 0 a 4 anni, 21 bambini  da 5 a 9 anni, 18 da 10 a 14, 271 dai 15 ai 18 anni, 55 dai 19 ai 24 anni,73 dai 25 ai 34 anni, 22 dai 35 ai 44 anni, 7 dai 45 ai 54 anni, 4 dai 55 ai 64 anni, 1 dai 65 ai 74 anni.

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Da oltre un anno dedico parte del mio tempo a  loro, ai giovani che sperano gli venga riconosciuto lo  status di rifugiato. Tanti se ne sono andati, altri sono rimasti. Svolgono attività di volontariato civile, stanno seguendo sperimentazioni botaniche e laboratori didattici, alcuni lavoricchiano nei  bar e  ristoranti, suonano, cantano, hanno recitato in circa venti scuole  della zona dove siamo riusciti a portare una fiaba africana, inventata da uno dei più giovani e creativi del gruppo, per fare conoscere usi e costumi africani misti agli elementi caratteristici della fiaba,  compreso il finale “e vissero tutti felici e contenti”.  

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L’integrazione non è facile, ma possibile, lavorando  soprattutto con le giovani generazioni; qui un esempio di quanto svolto nella scuola di Dolceacqua. https://www.youtube.com/watch?v=BRapnZ1reN4

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È possibile vivere insieme, confrontarsi, maturare e imparare dalla diversità. La maggior parte dei ragazzi che arrivano sperano che un giorno possano tornare a vivere liberi e in pace nella loro terra, come noi.

 

 

 

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“Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (proverbio africano).

Buona fortuna, ragazzi!

Libertà di emigrare e diritto a non emigrare

“Io vengo da quel giardino sul mare che è per me luogo di osservazione e rivolta.” ( Nico Orengo)

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Una pagina di “Terre blu”, ispirata dai ricordi del cuore e dal ponente ligure, per ricordare Nico Orengo.

C’era quella Liguria di scoglio, un po’ levantina, insofferente all’ospitalità che non fosse mediata dal tempo, inserita, tutto sommato aliena al turismo se non per il ricavato immediato, la visione di una risorsa alternativa al duro lavoro della campagna. E c’era quella Liguria di roccia, più severa, appena più lontana, che portava traccia di campagna e d’oliveti, di boschi, lecci e castagni. Paesi appesi, fiori di roccia, Apricale, Taggia, Pigna, Triora, Perinaldo, votati al sole dei campanili e all’umido dei carrugi, dove odore di mulo e capra, degli umili di questa terra, colpivano narici e gole di sconosciuta, antica memoria. Andavamo in quei paesi, perché si mangiava la capra con i fagioli, perché c’erano crocefissioni, giudizi universali, padri della chiesa, dipinti con grande maestria da maestri liguri e piemontesi che impostavano cartoni mentre Cristoforo Colombo cercava le terre che poi furono d’America. Ci salivamo perché verso San Biagio e Soldano, verso Dolceacqua e Trucco, c’era sempre un prete che aveva del gran rossese o del vermentino. Perché c’era una trattoria che offriva ravioli di borragina, coniglio arrosto con le olive, fiscioi, frittate di carciofi, ripieni di cipolla, fiori di zucca fritti. Ci andavamo per vedere paesi fantasma, case in pietra che mostravano alla valle un orgoglio ferito e inalterato. E quei paesi davano segni di vita in spruzzi di gerani, in accensioni di mimosa, in cascate d’agavi, in metalliche insegne di gelati e bibite di un boom che, per fortuna, così deflagrante non avrebbe mai raggiunto quelle strade.

Andare in quei paesi era come entrare in una primitività che non era la guerra appena passata, l’abbandono, la mancanza di luce, era qualcosa di più intenso, una resistenza del lontano passato, una memoria anche cupa, anche inaccettabile, ma molto reale, della contraddizione umana, della stratificazione culturale che la Storia ci impone.Era andare in quei paesi, che offrivano una latta di basilico o di rosmarino, fuori da una porta e il luccichio di una spalliera di pomodori a fianco della casa, come entrare in un museo archeologico, in una grande  biblioteca. Le donne attraversavano i paesi, gli uomini fumavano un toscano, qualche bambino giocava con i tappini della gazzosa, da una radio veniva un notiziario sul tempo. Rubavamo immagini di un mondo che non sapevamo dove sarebbe andato a finire.

Noi, ragazzi,  preferivamo stare dove stavamo, dal lato, comunque, dell’estate, del garofano e della rosa, ma chiedevamo di tornarci “lassù”, perché sentivamo che lassù la vita aveva una andatura diversa e comunque fosse andata, cosa il futuro avrebbe inventato per quei paesi di muschio e silenzio, intanto noi, tornandoci, avremmo potuto essere ragazzi per più tempo ancora.

 (da “Terre blu” –Sguardi sulla riviera di ponente – di Nico Orengo)

Le donne della Resistenza nel Ponente ligure.

È doveroso  ricordare le tante donne della Resistenza, protagoniste dell’interessante   ricerca e raccolta di testimonianze di  Gabriella Badano, affidate sia alla storiografia locale e a documenti reperiti presso l’ANPI , l’Istituto Storico della Resistenza  e i Comuni  oltre che alla narrazione di alcuni partigiani e delle donne della zona  (“Ribelli per la libertà- Storie di donne della Resistenza nell’estremo Ponente ligure” e “In montagna libere come l’aria…le partigiane combattenti dell’estremo Ponente ligure”). Eccole:

Irene Anselmi , Nenè, nata nel 1908 a  Vallecrosia (patriota).

Maria Laura, Marì , nata nel 1903 a  Baiardo (partigiana combattente).

Andreina Rondelli, Brigida , nata nel 1907 a Camporosso (partigiana).

Adelina Pilastri, Sascia , nata nel 1923 a Bordighera (partigiana combattente ).

Emma Borgogno, nata nel 1924 a Perinaldo (patriota).

Giorgina Ascheri, nata nel 1920 a Dolcedo.

Rosa Fornari, Penelope, nata nel 1901 a Neviano degli Ard (patriota).

Lanteri Maria .Teresa, nata nel 1919 a Triora (partigiana combattente).

Isabella Morraglia, nata nel 1920 a Bajardo (antifascista).

Giuseppina Peverello, nata nel 1914 a Castelvittorio.

Caterina Orengo, Grisgiuna, nata nel 1908 a Castelvittorio (agente di informazioni militari).

Caterina Orengo, Leda,  nata nel 1915 a Castelvittorio.

Elvina Guglielmi, nata nel 1923 a Perinaldo (antifascista).

Maria Scotti, Signurì , nata nel 1907 in Piemonte (antifascista , infermiera).

Pierina Boeri, Candacca, nata nel 1923 a Badalucco (partigiana combattente).

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Nell’estremo Ponente ligure (provincia di Imperia), in particolare nella val Nervia e in alcune zone della Val Roja e Argentina, molte donne parteciparono alla Resistenza, dando il loro contributo alla Liberazione che in quest’area vide la formazione spontanea  di bande partigiane grazie a giovani del luogo, ai soldati sbandati dopo l’armistizio, a ufficiali e sottufficiali. Le donne, perlopiù anziane e contadine, nascosero  i ribelli e i militari nelle loro case, li sfamarono, li vestirono, li curarono. Le altre si attivarono  creando collegamenti, procurarono e nascosero  armi, viveri e  documenti falsi, fornirono informazioni ai partigiani e sviarono i tedeschi e i fascisti.  Parteciparono  alla Resistenza non solo per sostenere un familiare o un amico già in montagna, ma anche per un senso di giustizia, ribellione alle violenze, alle intimidazioni, ai soprusi, alle ruberie, alle fucilazioni, agli incendi cui avevano assistito, con la speranza in un futuro di pace e libertà, anche dalla famiglia.

Spesso la loro scelta di vita  non era approvata né sostenuta.

“Sono sempre stata un tipo un po’ ribelle, mio padre è morto quando avevo sei anni, quindi non ho potuto avere un’eredità politica da lui, che pure era socialista, ma l’ho saputo dopo il 25 aprile. I miei genitori, soprattutto mia madre, erano severissimi, sono stata allevata in un ambiente ottocentesco. Ho frequentato l’Istituto Magistrale da Maria Ausiliatrice…cosa non abbiamo fatto passare alle suore! Nel mio ambiente c’erano molti tabù. Io ero abituata in una casa in cui non si poteva parlare di niente, ma certe cose mi venivano spontanee. Sentivo di dovermi ribellare.” (Sascia)

“Prima della guerra lavoravo alla Fassi; poi la fabbrica ha chiuso e ho iniziato a fare la commessa in una panetteria, lì sul ponte. Lì era il luogo dove incominciavano a radunarsi i partigiani. Avevano bisogno di una persona, per fare la staffetta, che non desse tanto nell’occhio, una persona un po’ giovane, con un po’ di energia, che portasse questi biglietti. Dove vo andare da lì a Sanremo, a piedi. L’ultimo anno c’erano i bombardamenti…quante volte me la sono vista brutta…Io , finché vivrò, odierò i tedeschi! A parte cosa hanno fatto a me, è terribile quello che ho visto fare…” (Irene Anselmi)

“Il mio è l’unico paese che si è ribellato al completo ai fascisti: abbiamo proprio impugnato le armi, magari abbiamo fatto poco, ma abbiamo cercato di non farli venire, nel luglio del 1944. Io, allora, assieme a mia mamma e a un’altra signora, di cui non ricordo il nome, sono andata a prendere le armi: sapevo dov’erano e le abbiamo portate fino al ponte di lago Pigo, che divide Castelvittorio da Pigna, dove c’erano quelli che avevano affrontato le camicie nere…(Ilda Peverello)

“Noi siamo cristiani, cattolici, osservanti, non potevamo essere fascisti! Lo facevo anche per l’italianità. Ho rifugiato tante persone…dall’8 settembre ho avuto sempre gente…Quando i tedeschi mi hanno portato via, avevo ancora gente in casa. La spia me l’ha fatta un irresponsabile: nove uomini e una donna, portati al tribunale Speciale a Sanremo, poi a Villa Magnolia, all’ultimo piano, unica donna…mi hanno interrogato prima i tedeschi poi gli italiani, poi mi hanno liberato, per poco. Quando ho saputo di essere di nuovo ricercata ho chiesto alle Suore dell’Istituto Marsaglia se mi prendevano e sono andata lì con mio marito” (Penelope)

“Siamo gente di fede, io sono democristiana, per non essere iscritta al fascio ne ho passate di tutti i colori: non mi hanno iscritta all’albo, ho perso la condotta, poi dal’43 ho combattuto veramente il fascismo, aiutato i partigiani, ero con loro. I fascisti mi volevano male e dire che io li ho sempre curati tutti! Quando hanno fatto il rastrellamento a Castelvittorio, il 19 giugno 1944, mi hanno arrestata, per arrestare 40 chili avevo intorno venti fascisti! In prigione ho sopportato il bombardamento a tappeto di trecento apparecchi, chiusa in una cella!” (Signurì)

“Sono maestra e la tessera del fascio l’ho presa per potere sostenere, come privatista, l’esame di abilitazione magistrale, se no, non potevo partecipare…Molti dei miei scolari e anche scolari di mio marito hanno fatto poi i partigiani ed è con loro che sono entrata in contatto subito. Ho fatto la scuola dal ’33, per cui avevo i ragazzi del ’21 e ’22. Tra persone intellettuali certe cose si capiscono subito, poi forse ero più spericolata delle altre, ero giovane ed allora mi sbilanciavo di più..” (Ilda Peverello)

Nella primavera del 1944 molte donne, colpevoli di avere curato feriti o aiutato i partigiani, oppure  denunciate per antifascismo, raggiunsero i partigiani sui monti.

“Uscita di galera, in quei momenti in cui ognuno cercava di fare la forca all’altro per non rimetterci la pelle, trovarsi lì con loro, libera come l’aria, dopo che si è stati chiusi è una cosa bellissima.” (Sascia)

Dalla documentazione degli istituti storici risulta  che migliaia di  donne furono arrestate e  torturate, centinaia furono fucilate o morirono in combattimento. In montagna  furono accettate  sia per i rischi corsi, sia perché respingerle significava condannarle a morte.

“Erano i primi di maggio del ’44. Appena salita in montagna ho incontrato Simon, che subito si gira a Curto (comandante prima zona della Liguria) e gli dice: ”Ma una donna in banda chissà come sarà trattata, eh… che non le facciano del male..” “Ci sono già gli avvertimenti!” gli ha risposto Curto. Se uno metteva le mani sopra una donna e questa non voleva, c’era la fucilazione. Questo fatto tutti o sapevano, le voci corrono…” (Candacca)

Donne che non si risparmiarono.  

“Ho fatto tutto quello che hanno fatto gli altri; ho fatto l’infermiera, la staffetta, le marce come gli altri; delle volte, anche alle due di notte, montavo la guardia come tutti gli altri”. (Marì)

“In banda facevo tutto come gli altri, anche le guardie di notte. A fare da mangiare erano gli uomini: c’erano dei marmittoni che una donna non poteva nemmeno sollevare…Andavo con loro in azione, ero armata anch’io e ho partecipato a tutte le azioni. Sparare non mi faceva impressione: se tu non sparavi a loro, loro sparavano a te. Non potevi avere paura: vedevi gli altri che erano coraggiosi e non potevi avere paura! Io ero come loro, mi sentivo maschio e con me si comportavano come se fossi stata un altro uomo…” (Candacca)

“In montagna avevo una fifa da matti, così scappavo sempre quando sapevo che arrivavano…l’ultima volta ero già di sei mesi. Ero lì all’ospedaletto da campo, i tedeschi hanno tirato con il lanciafiamme e hanno dato fuoco…allora tutti stesi in terra.  Poi tutti alzati in fila  indiana, andiamo su, uno attaccato all’altro. Io non ne potevo più, insomma siamo arrivati in un posto indescrivibile, poi siamo scesi in una valle dove un tronco d’albero collegava una sponda all’altra. Mi sono levata le scarpe e appesa a ‘sto tronco, sono arrivata dall’altra parte. Arrivati laggiù ci siamo messi tutti sotto una roccia. Io dicevo “Non ne posso più dalla fame, dai calci che mi tirava il bambino, lasciatemi dormire.” (Teresa, partigiana combattente di Triora)

“Nella banda c’erano quattro cinque donne, non sempre le stesse, andavano e venivano. Non c’era tanta confidenza tra di noi, forse perché non ero più una bambina e sembrava fossi più evoluta. Loro, molte, erano dei paesi e avevano 20, 22,18, 25 anni. Io ne avevo 38. Ricordo qualche nome, Lara, Jeanette…ma non le ho più riviste! Gli uomini avevano un comportamento correttissimo” (Brigida)

“L’ho conosciuta (Marì) in montagna e per un periodo siamo rimaste insieme. Anche se eravamo le uniche due donne, non parlavamo solo noi due, ci vedevamo e parlavamo tutti insieme…” (Candacca)

“La nostra vita era fatta di paura e di tragedia, ma avevamo anche momenti di scherzi…anche perché eravamo tutti ragazzi…Mi trattavano un po’ come la loro mascotte. Ho sempre dormito vicino ai ragazzi e non ho mai trovato nessuno che mi desse fastidio, mai sinceramente…” (Sascia)

Le partigiane combattenti rimasero nelle bande fino alla Liberazione. Alcune scesero nelle città per partecipare ai cortei e alle manifestazioni.

“Il giorno della Liberazione siamo scesi giù a Sanremo e abbiamo fatto la sfilata: mi hanno messa proprio in testa alla colonna..” (Marì)

Altre ne furono escluse: nell’estate del ’44 ci furono dissidi interpersonali tra i partigiani, le donne furono radunate nell’ospedale di Valcona e vi rimasero fino alla Liberazione. Da documenti e da un’intervista alla sorella del Cion pare che nessuna fosse rimasta nella banda: i partigiani avevano vietato alle donne di sfilare per le strade ritenendo la loro presenza lesiva della reputazione del movimento di liberazione, oltre che  rischiosa per loro stesse. Alcune però non rinunciarono.

 “Per scendere a Sanremo mi metto in un distaccamento, in mezzo ai ragazzi. È stata una discesa molto allegra; oltre alla gioia di scendere, era divertente anche perché la gente, vedendomi in mezzo a loro, diceva: ”Ma è una donna!” “Ma no, non vedi che è un maschio che ha i capelli lunghi?” Allora i ragazzi facevano apposta e chiedevano: “Cosa dite…questa è una donna o un uomo?” Lì c’ero solo io, quella donna di Bregalla (Teresa) era scesa prima, con Vittò, col comando…” (Sascia)

Dopo la liberazione molte partigiane non ritirarono premi o riconoscimenti, spesso rimasero deluse dal ritorno alla “normalità”. Tante non parlarono del proprio contributo alla Resistenza, a volte perché ritenuto di scarsa importanza, a volte perché tacciato dalla gente come esperienza  vergognosa.

 “Per molti è stato il disonore della mia vita” (Nenè)

“Poi sono tornata a Bajardo e subito l’atteggiamento della gente mi ha costretta ad andare via…” (Marì)

“Per molto tempo è stato triste per noi, soprattutto donne, dire di avere fatto la Resistenza, era visto come un disonore, una vergogna..”

 “Dopo la guerra ho pensato che le cose andassero un po’ meglio…Molti mi hanno detto che avevo fatto una cosa diffamante per una donna, che era meglio mi fossi occupata di pentole… C’è ancora ignoranza nella gente. Per molti la donna deve occuparsi dei lavori che ha sempre fatto…ma se ci hanno dato il voto, bisogna che sappiamo darlo con giudizio, dobbiamo aprirci la mente…La mia vita è stata una vita di lavoro, di sacrifici, di silenzio. Spesso chi non ha fatto niente, ha avuto più onore di chi ha fatto qualcosa. Io ho la soddisfazione morale di avere contribuito a battere qualcosa di orrendo. Spesso però, in sogno sento ancora il rumore degli stivali tedeschi sulla scala…” (Nenè)

Altre compresero  la necessità di impegnarsi su altri fronti.

“Dopo la liberazione, comunque io ho continuato la mia lotta, anzi ne ho cominciato un’altra. Ho iniziato a seguire tutti i comizi per farmi un’idea politica…Nella scuola di partito, tutta di donne, abbiamo fatto economia politica…il materialismo storico…Ho fatto tutta la campagna elettorale del ’48: mi rendevo conto che non rendevo. Rendevo solo perché ero una donna, una giovane ed era una cosa nuova.” (Emma Borgogno)

“Io posti importanti non ne ho; fare la Resistenza mi è servito come donna, per capire che nella vita ci vuole un’idea, che mi è rimasta poi…” (Candacca)

Buon 25 Aprile!

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“Ho semplicemente lottato per una causa che ho ritenuta santa: quelli che rimarranno si ricordino di me che ho combattuto per preparare la via ad una Italia libera e nuova.” (Lorenzo Viale, anni 27) 

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. (Piero Calamandrei) 

25 aprile: Oltre il ponte.